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2025-01-19
Trump caccia i clandestini. Invece Mattarella li accoglie
Sergio Mattarella e Donald Trump (Ansa)
Donald Trump è intenzionato a tirare dritto sul contrasto all’immigrazione illegale. Già martedì, vale a dire il giorno dopo l’insediamento alla Casa Bianca, il nuovo presidente potrebbe avviare le espulsioni di massa promesse durante la campagna elettorale. In particolare, il Wall Street Journal ha rivelato che l’amministrazione entrante potrebbe concentrarsi sin da subito sulla città di Chicago, dove sarebbe in programma un raid delle forze dell’ordine.
«Ci sarà un grande raid in tutto il Paese. Chicago è solo uno dei tanti posti», ha dichiarato venerdì il prossimo responsabile della frontiera meridionale, Tom Homan. «Martedì, l’Immigration and customs enforcement (Ice) finalmente uscirà e farà il suo lavoro. Toglieremo le manette all’Ice e la lasceremo andare ad arrestare gli immigrati criminali». L’obiettivo primario dell’amministrazione entrante è, infatti, quello di espellere i clandestini che si sono macchiati di reati. «Quello che stiamo dicendo all’Ice è che deve applicare la legge sull’immigrazione senza scuse. Vi concentrerete prima sul peggio, sulle minacce alla sicurezza pubblica, ma nessuno è escluso. Se ci sono persone nel Paese illegalmente, hanno un problema», ha precisato Homan. Non solo. A inizio gennaio, quest’ultimo aveva rivelato di essere in trattativa con dei Paesi terzi che potrebbero ospitare quei clandestini che, una volta espulsi, non verranno riaccolti dalle nazioni di origine. Non è ancora, invece, del tutto chiaro come la nuova amministrazione si comporterà verso i dreamers, gli immigrati irregolari entrati negli Usa quando erano minorenni. Trump potrebbe accettare una loro tutela, a patto che i dem al Congresso approvino la realizzazione di nuove barriere difensive alla frontiera. «I muri di confine salvano vite», ha dichiarato Homan la settimana scorsa.
La lotta all’immigrazione clandestina, si sa, ha rappresentato uno dei capisaldi della campagna elettorale di Trump, nonché una delle ragioni del suo successo a novembre. Il tycoon ne ha fatto innanzitutto un problema di ordine pubblico e di sicurezza nazionale: la frontiera con il Messico è diventata sempre più vulnerabile non solo ai flussi di droga ma anche alle minacce di natura terroristica (a giugno erano stati arrestati otto cittadini tagiki, sospettati di essere affiliati all’Isis, che erano entrati illegalmente in territorio statunitense attraverso il confine).
In secondo luogo, Trump ne ha fatto anche una questione socioeconomica. L’immigrazione clandestina è un fenomeno che favorisce il ribasso salariale e, in un certo senso, la competizione fra poveri. Non a caso, alle ultime presidenziali, il dossier è stato molto sentito dalla working class appartenente agli Stati operai di Ohio, Michigan, Wisconsin e Pennsylvania.
E poi, attenzione: nonostante qualcuno stia cercando di demonizzare i rimpatri di massa promessi da Trump, va detto che anche le amministrazioni di Barack Obama e di Joe Biden hanno effettuato un alto numero di espulsioni. Il problema è che, con Biden, si è registrato il record storico di clandestini intercettati alla frontiera meridionale. Inoltre, l’amministrazione uscente ha spesso lasciato circolare questi irregolari sul territorio statunitense. Homan, tra l’altro, si occupava di rimpatri già ai tempi di Obama e quest’ultimo addirittura lo insignì del Presidential rank award nel 2015.
D’altronde, la questione migratoria nel suo complesso appare centrale nel mondo trumpista: prova ne è il recente dibattito che si è registrato tra chi, come Elon Musk, chiede un incremento dei visti per i lavoratori altamente specializzati e chi, come Laura Loomer, si è opposto, sostenendo che una tale misura danneggerebbe i colletti bianchi americani. Il fatto che Trump si sia schierato con il ceo di Tesla su questo tema, certifica che l’America First ha un approccio articolato al dossier migratorio. Da una parte, si punta alla linea dura contro i clandestini per salvaguardare la sicurezza nazionale e contrastare il ribasso salariale. Dall’altra parte, l’immigrazione legale e di qualità non viene demonizzata ma, anzi, considerata un fattore potenzialmente positivo per rafforzare gli Usa nella competizione geopolitica ed economica con la Cina.
Ecco, è proprio a questo approccio articolato che l’Unione europea deve guardare. È chiaro che la situazione rispetto agli Stati Uniti è molto differente: loro hanno una frontiera terrestre con il Messico mentre noi dobbiamo fare i conti con i flussi migratori determinati dall’instabilità politica in Nord Africa e nel Sahel. Tuttavia, è all’approccio di fondo che bisogna ispirarsi. Come dimostrato dalle trattative di Homan con dei Paesi terzi, la linea del governo italiano sui centri in Albania è la strada maestra da seguire. A ottobre, Giorgia Meloni definì l’accordo con Tirana un «deterrente nei confronti dei trafficanti». Ed è proprio la linea della deterrenza quella che vuole implementare Trump alla frontiera meridionale: anche gli Usa devono infatti fronteggiare il fenomeno dei trafficanti di esseri umani, i cosiddetti «coyote».
Infine chi, davanti alla linea dura, parla di «razzismo» non sa quello che dice. In campagna elettorale, Trump non ha mai nascosto le sue idee in materia migratoria. E, alle ultime elezioni, ha preso il 45% del voto ispanico: 13 punti in più rispetto al 2020. Secondo Nbc News, si tratta di un record per un candidato repubblicano. A dimostrazione del fatto che la linea della deterrenza è spesso auspicata dagli stessi immigrati regolari. Negli Usa come nell’Ue.
Mattarella incensa il modello. Lampedusa: «Avanguardia della civiltà europea»
«La cultura è lezione di dialogo, pace, dignità». Fra gli applausi del teatro Pirandello di Agrigento, Sergio Mattarella ha inaugurato un anno speciale per la città, capitale della Cultura europea in coabitazione con Gorizia e Nova Gorica, 1.582 chilometri più a Nord, simboli di un grande abbraccio ideale in nome della conoscenza. Accanto a lui il ministro Alessandro Giuli, misurato e concreto nell’aggiungere: «Agrigento ha vinto con una proposta credibile ed ora ha la possibilità di divenire il cardine della rinascita di un territorio ricco di complessità, in un’isola eletta, la Sicilia. Per questo lo spirito deve essere quello di restare fedele alla propria natura di terra libera e ingegnosa, aperta al dialogo e all’incontro di civiltà».
Queste sono le occasioni nelle quali il presidente della Repubblica dà il meglio di sé, introducendo, nelle pieghe di discorsi anodini, messaggi politici lasciati a galleggiare come promemoria in bottiglia. Il primo è un inno all’Unione Europea, sotto stress perché massimo punto di frattura fra establishment e popoli sottostanti. Mattarella prende spunto dall’abbinamento fra Italia e Slovenia per sottolineare: «È una scelta di altissimo valore in un’area storicamente gravata da conflitti che oggi hanno saputo tradursi in collaborazione e amicizia. Dove frontiere contrapposte avevano separato, oggi l’Europa unisce».
Con tutto il rispetto, il capo dello Stato ha ragione a metà. È un dato di fatto che dall’ingresso della Slovenia nell’Unione europea, fra Gorizia e Nuova Gorica sia finito il tempo del filo spinato (il confine divideva a metà perfino un cimitero). Più difficile essere d’accordo con lui quando cavalca implicitamente la narrazione dominante dei 70 anni di pace dimenticandosi - proprio sulla porta dei Balcani -, che fu anche l’Europa a insanguinare quelle terre dove la Jugoslavia deflagrò. Bombardamenti (vedi alla voce Belgrado), massacri indotti per insipienza delle forze di interposizione (vedi alla voce Srebrenica), conflitti e confini imposti dai muscoli americani (vedi alla voce Kosovo). Incubi che la cultura, in questo caso dell’oblio, non è riuscita a scacciare.
Il secondo messaggio di Mattarella riguarda un tema caro alla sua anima cattodem: l’immigrazionismo come catarsi, il melting pot come soluzione. «In un luogo come Agrigento, dove il patrimonio monumentale è dominante, potrebbe prevalere la convinzione che cultura sia ammirazione delle vestigia del passato. Ma la cultura non ha lo sguardo volto all’indietro. Piuttosto ha sempre sollecitato ad alzarlo verso il domani. L’Italia, con i giacimenti culturali che ovunque la contraddistinguono, è lezione di dialogo, di pace, di dignità per l’oggi e per il domani. Questo impegno lo chiede il ricordo dei morti delle guerre che insanguinano l’Europa, il Mediterraneo e altre regioni. Lo impongono le violazioni dei diritti umani, lo esigono le diseguaglianze crescenti, le marginalità».
Per uscire dalla teoria e immettere la riflessione nella pratica, il presidente chiama in causa Lampedusa, che galleggia laggiù ma è in provincia di Agrigento. «Saluti e auguri si estendono a quanti saranno impegnati negli eventi. Tra essi i lampedusani, concittadini che le ferite del nostro tempo hanno reso avanguardia della civiltà europea. Espressione di cultura solidale». Il sindaco dell’isola quotidianamente in trincea per gli sbarchi, Filippo Mannino, si commuove. Per un giorno può dimenticare l’emergenza, il degrado, le amnesie di quell’Europa lontana che lascia sola l’Italia ad affrontare l’invasione. Un peso enorme che i lampedusani avvertono soprattutto quando le cerimonie finiscono.
Dopo Europa e migranti non poteva non arrivare il momento di Elon Musk, mai citato ma evocato come ologramma ambulante per il teatro Pirandello. «Viviamo un tempo in cui tutto sembra comprimersi ed esaurirsi sull’istante del presente. In cui la tecnologia pretende, talvolta, di monopolizzare il pensiero piuttosto che porsi al servizio della conoscenza. La cultura, al contrario, è rivolgersi a un orizzonte ampio, ribellarsi a ogni compressione del nostro umanesimo, quello che ha reso grande la nostra civiltà».
È rassicurante ascoltare queste parole, mai sentite mentre «ipse dixit» Mario Draghi affermava «Se non ti vaccini, ti ammali e muori», mentre il green pass creava fratture sociali, mentre il nostro umanesimo veniva preso a calci dal pensiero unico dei guardiani dell’ortodossia travestiti da fact checker. Sono i miracoli della cultura. Europa, migranti, il perfido Elon. Sicuri che non manchi niente? Mattarella ha ottima memoria e ci ricorda: «Per l’agrigentino Empedocle l’unità dei quattro elementi, aria, acqua, terra e fuoco, era la scintilla della nascita di ogni cosa. Attraverso la cultura c’è la necessità di rigenerare coesione. Lo richiede il lamento della terra, violata dallo sfruttamento estremo delle risorse, con le sue catastrofiche conseguenze, a partire dal cambiamento climatico». Ecco cosa mancava.
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Già martedì dalla Casa Bianca potrebbe arrivare l’ordine per un blitz in tutto il Paese a cominciare da Chicago. Previsti accordi con Stati terzi per accogliere gli stranieri indesiderati. Il tipo di politica che deve seguire l’Ue.Ad Agrigento, il presidente non perde occasione per una tirata contro le frontiere. Poi evoca Elon Musk e inventa un Empedocle greenLo speciale contiene due articoliDonald Trump è intenzionato a tirare dritto sul contrasto all’immigrazione illegale. Già martedì, vale a dire il giorno dopo l’insediamento alla Casa Bianca, il nuovo presidente potrebbe avviare le espulsioni di massa promesse durante la campagna elettorale. In particolare, il Wall Street Journal ha rivelato che l’amministrazione entrante potrebbe concentrarsi sin da subito sulla città di Chicago, dove sarebbe in programma un raid delle forze dell’ordine.«Ci sarà un grande raid in tutto il Paese. Chicago è solo uno dei tanti posti», ha dichiarato venerdì il prossimo responsabile della frontiera meridionale, Tom Homan. «Martedì, l’Immigration and customs enforcement (Ice) finalmente uscirà e farà il suo lavoro. Toglieremo le manette all’Ice e la lasceremo andare ad arrestare gli immigrati criminali». L’obiettivo primario dell’amministrazione entrante è, infatti, quello di espellere i clandestini che si sono macchiati di reati. «Quello che stiamo dicendo all’Ice è che deve applicare la legge sull’immigrazione senza scuse. Vi concentrerete prima sul peggio, sulle minacce alla sicurezza pubblica, ma nessuno è escluso. Se ci sono persone nel Paese illegalmente, hanno un problema», ha precisato Homan. Non solo. A inizio gennaio, quest’ultimo aveva rivelato di essere in trattativa con dei Paesi terzi che potrebbero ospitare quei clandestini che, una volta espulsi, non verranno riaccolti dalle nazioni di origine. Non è ancora, invece, del tutto chiaro come la nuova amministrazione si comporterà verso i dreamers, gli immigrati irregolari entrati negli Usa quando erano minorenni. Trump potrebbe accettare una loro tutela, a patto che i dem al Congresso approvino la realizzazione di nuove barriere difensive alla frontiera. «I muri di confine salvano vite», ha dichiarato Homan la settimana scorsa.La lotta all’immigrazione clandestina, si sa, ha rappresentato uno dei capisaldi della campagna elettorale di Trump, nonché una delle ragioni del suo successo a novembre. Il tycoon ne ha fatto innanzitutto un problema di ordine pubblico e di sicurezza nazionale: la frontiera con il Messico è diventata sempre più vulnerabile non solo ai flussi di droga ma anche alle minacce di natura terroristica (a giugno erano stati arrestati otto cittadini tagiki, sospettati di essere affiliati all’Isis, che erano entrati illegalmente in territorio statunitense attraverso il confine).In secondo luogo, Trump ne ha fatto anche una questione socioeconomica. L’immigrazione clandestina è un fenomeno che favorisce il ribasso salariale e, in un certo senso, la competizione fra poveri. Non a caso, alle ultime presidenziali, il dossier è stato molto sentito dalla working class appartenente agli Stati operai di Ohio, Michigan, Wisconsin e Pennsylvania.E poi, attenzione: nonostante qualcuno stia cercando di demonizzare i rimpatri di massa promessi da Trump, va detto che anche le amministrazioni di Barack Obama e di Joe Biden hanno effettuato un alto numero di espulsioni. Il problema è che, con Biden, si è registrato il record storico di clandestini intercettati alla frontiera meridionale. Inoltre, l’amministrazione uscente ha spesso lasciato circolare questi irregolari sul territorio statunitense. Homan, tra l’altro, si occupava di rimpatri già ai tempi di Obama e quest’ultimo addirittura lo insignì del Presidential rank award nel 2015.D’altronde, la questione migratoria nel suo complesso appare centrale nel mondo trumpista: prova ne è il recente dibattito che si è registrato tra chi, come Elon Musk, chiede un incremento dei visti per i lavoratori altamente specializzati e chi, come Laura Loomer, si è opposto, sostenendo che una tale misura danneggerebbe i colletti bianchi americani. Il fatto che Trump si sia schierato con il ceo di Tesla su questo tema, certifica che l’America First ha un approccio articolato al dossier migratorio. Da una parte, si punta alla linea dura contro i clandestini per salvaguardare la sicurezza nazionale e contrastare il ribasso salariale. Dall’altra parte, l’immigrazione legale e di qualità non viene demonizzata ma, anzi, considerata un fattore potenzialmente positivo per rafforzare gli Usa nella competizione geopolitica ed economica con la Cina.Ecco, è proprio a questo approccio articolato che l’Unione europea deve guardare. È chiaro che la situazione rispetto agli Stati Uniti è molto differente: loro hanno una frontiera terrestre con il Messico mentre noi dobbiamo fare i conti con i flussi migratori determinati dall’instabilità politica in Nord Africa e nel Sahel. Tuttavia, è all’approccio di fondo che bisogna ispirarsi. Come dimostrato dalle trattative di Homan con dei Paesi terzi, la linea del governo italiano sui centri in Albania è la strada maestra da seguire. A ottobre, Giorgia Meloni definì l’accordo con Tirana un «deterrente nei confronti dei trafficanti». Ed è proprio la linea della deterrenza quella che vuole implementare Trump alla frontiera meridionale: anche gli Usa devono infatti fronteggiare il fenomeno dei trafficanti di esseri umani, i cosiddetti «coyote». Infine chi, davanti alla linea dura, parla di «razzismo» non sa quello che dice. In campagna elettorale, Trump non ha mai nascosto le sue idee in materia migratoria. E, alle ultime elezioni, ha preso il 45% del voto ispanico: 13 punti in più rispetto al 2020. Secondo Nbc News, si tratta di un record per un candidato repubblicano. A dimostrazione del fatto che la linea della deterrenza è spesso auspicata dagli stessi immigrati regolari. Negli Usa come nell’Ue.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-caccia-i-clandestini-invece-mattarella-li-accoglie-2670890273.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mattarella-incensa-il-modello-lampedusa-avanguardia-della-civilta-europea" data-post-id="2670890273" data-published-at="1737228808" data-use-pagination="False"> Mattarella incensa il modello. Lampedusa: «Avanguardia della civiltà europea» «La cultura è lezione di dialogo, pace, dignità». Fra gli applausi del teatro Pirandello di Agrigento, Sergio Mattarella ha inaugurato un anno speciale per la città, capitale della Cultura europea in coabitazione con Gorizia e Nova Gorica, 1.582 chilometri più a Nord, simboli di un grande abbraccio ideale in nome della conoscenza. Accanto a lui il ministro Alessandro Giuli, misurato e concreto nell’aggiungere: «Agrigento ha vinto con una proposta credibile ed ora ha la possibilità di divenire il cardine della rinascita di un territorio ricco di complessità, in un’isola eletta, la Sicilia. Per questo lo spirito deve essere quello di restare fedele alla propria natura di terra libera e ingegnosa, aperta al dialogo e all’incontro di civiltà». Queste sono le occasioni nelle quali il presidente della Repubblica dà il meglio di sé, introducendo, nelle pieghe di discorsi anodini, messaggi politici lasciati a galleggiare come promemoria in bottiglia. Il primo è un inno all’Unione Europea, sotto stress perché massimo punto di frattura fra establishment e popoli sottostanti. Mattarella prende spunto dall’abbinamento fra Italia e Slovenia per sottolineare: «È una scelta di altissimo valore in un’area storicamente gravata da conflitti che oggi hanno saputo tradursi in collaborazione e amicizia. Dove frontiere contrapposte avevano separato, oggi l’Europa unisce». Con tutto il rispetto, il capo dello Stato ha ragione a metà. È un dato di fatto che dall’ingresso della Slovenia nell’Unione europea, fra Gorizia e Nuova Gorica sia finito il tempo del filo spinato (il confine divideva a metà perfino un cimitero). Più difficile essere d’accordo con lui quando cavalca implicitamente la narrazione dominante dei 70 anni di pace dimenticandosi - proprio sulla porta dei Balcani -, che fu anche l’Europa a insanguinare quelle terre dove la Jugoslavia deflagrò. Bombardamenti (vedi alla voce Belgrado), massacri indotti per insipienza delle forze di interposizione (vedi alla voce Srebrenica), conflitti e confini imposti dai muscoli americani (vedi alla voce Kosovo). Incubi che la cultura, in questo caso dell’oblio, non è riuscita a scacciare. Il secondo messaggio di Mattarella riguarda un tema caro alla sua anima cattodem: l’immigrazionismo come catarsi, il melting pot come soluzione. «In un luogo come Agrigento, dove il patrimonio monumentale è dominante, potrebbe prevalere la convinzione che cultura sia ammirazione delle vestigia del passato. Ma la cultura non ha lo sguardo volto all’indietro. Piuttosto ha sempre sollecitato ad alzarlo verso il domani. L’Italia, con i giacimenti culturali che ovunque la contraddistinguono, è lezione di dialogo, di pace, di dignità per l’oggi e per il domani. Questo impegno lo chiede il ricordo dei morti delle guerre che insanguinano l’Europa, il Mediterraneo e altre regioni. Lo impongono le violazioni dei diritti umani, lo esigono le diseguaglianze crescenti, le marginalità». Per uscire dalla teoria e immettere la riflessione nella pratica, il presidente chiama in causa Lampedusa, che galleggia laggiù ma è in provincia di Agrigento. «Saluti e auguri si estendono a quanti saranno impegnati negli eventi. Tra essi i lampedusani, concittadini che le ferite del nostro tempo hanno reso avanguardia della civiltà europea. Espressione di cultura solidale». Il sindaco dell’isola quotidianamente in trincea per gli sbarchi, Filippo Mannino, si commuove. Per un giorno può dimenticare l’emergenza, il degrado, le amnesie di quell’Europa lontana che lascia sola l’Italia ad affrontare l’invasione. Un peso enorme che i lampedusani avvertono soprattutto quando le cerimonie finiscono. Dopo Europa e migranti non poteva non arrivare il momento di Elon Musk, mai citato ma evocato come ologramma ambulante per il teatro Pirandello. «Viviamo un tempo in cui tutto sembra comprimersi ed esaurirsi sull’istante del presente. In cui la tecnologia pretende, talvolta, di monopolizzare il pensiero piuttosto che porsi al servizio della conoscenza. La cultura, al contrario, è rivolgersi a un orizzonte ampio, ribellarsi a ogni compressione del nostro umanesimo, quello che ha reso grande la nostra civiltà». È rassicurante ascoltare queste parole, mai sentite mentre «ipse dixit» Mario Draghi affermava «Se non ti vaccini, ti ammali e muori», mentre il green pass creava fratture sociali, mentre il nostro umanesimo veniva preso a calci dal pensiero unico dei guardiani dell’ortodossia travestiti da fact checker. Sono i miracoli della cultura. Europa, migranti, il perfido Elon. Sicuri che non manchi niente? Mattarella ha ottima memoria e ci ricorda: «Per l’agrigentino Empedocle l’unità dei quattro elementi, aria, acqua, terra e fuoco, era la scintilla della nascita di ogni cosa. Attraverso la cultura c’è la necessità di rigenerare coesione. Lo richiede il lamento della terra, violata dallo sfruttamento estremo delle risorse, con le sue catastrofiche conseguenze, a partire dal cambiamento climatico». Ecco cosa mancava.
Imagoeconomica. Nel riquadro, la locandina della mostra su Castro a Jesi
Così, un luogo storico patrimonio universale (non solo per il riconoscimento dell’Unesco) è divenuto un luogo di fanatismo politico, di discriminazione dei lavoratori, un luogo di divisione, un luogo da sporcare con l’infamante rifiuto da parte dell’Asbl «Le Bois du Cazier», l’ente gestore del sito, di aprire le porte ad un sindacato. La colpa dell’Ugl? Essere collocato nell’area politica del conservatorismo anche se sul campo si ritrova spesso accanto anche a sigle come Usb (com’è accaduto recentemente a Roma in alcune manifestazioni di lavoratori). L’Ugl non potrà apporre una targa commemorativa sul Muro del Ricordo della miniera di Bois du Cazier, perché i casellanti della Storia hanno negato il timbro democratico. La risposta ufficiale dell’ente gestore del sito «è particolarmente allarmante», ha dichiarato il segretario dell’Ugl Francesco Capone. «Nella comunicazione inviata al nostro incaricato viene infatti affermato che il rifiuto sarebbe stato deciso in ragione della presunta "tendenza di estrema destra" attribuita alla nostra organizzazione. Marcinelle non appartiene a una parte politica, a una sigla o a un fronte sindacale: appartiene alla storia del lavoro, al sacrificio degli italiani emigrati, al dolore delle famiglie e alla coscienza civile dell’Europa. Siamo davanti a un cortocircuito democratico», ha concluso il capo dell’Ugl, «si pretende di difendere i valori della memoria e del pluralismo negando, proprio in quel luogo, il pluralismo e la libertà di espressione».
Qualcuno potrebbe ricordare a questi hooligan della memoria che negli anni Ottanta nelle fabbriche del Nord molti tesserati della rossissima Fiom erano anche militanti della Lega. Qualcosa si è clamorosamente inceppato se in Europa il ricordo e la difesa dei diritti dipendono da passaporti politici timbrati da censori evidentemente intossicati da un concetto di libertà appreso negli anni di abbeveraggio dai rubinetti sovietici o affini.
Così Marcinelle diventa un pezzo della traiettoria che tocca la rassegna «Più Libri più Liberi» e si allunga a Jesi dove gli stessi gendarmi della libertà hanno deciso di dedicare una grande mostra a Fidel Castro! L’Ugl non può ricordare gli italiani morti a Marcinelle, ma la Fondazione Cassa di risparmio di Jesi in collaborazione con il Centro Fidel Castro Ruz de L’Avana può osannare a Palazzo Bisaccioni in Jesi (città dove nacque Federico II di Svevia…) Castro. «Il leader che sfidò il secolo» viene celebrato «con fotografie, documenti come l’atto di nascita, manifesti, telegrammi, proclami, ritagli di giornali e perfino il camicione bianco che indossava nel tempo libero». Una «pisciata» di retorica che sicuramente farà sbrodolare i compagni col culto nostalgico di Fidel, di Stalin, di Mao, di Pol Pot e compagnia cantante.
Ma ritorniamo alla vicenda di Marcinelle perché è decisamente più grave rispetto all’esaltazione di uno spompato castrismo: nel luogo dove settant’anni fa morirono 136 minatori italiani, sui 262 lavoratori, coloro che dovrebbero garantire la memoria di quella tragedia, si arrogano - non si sa con quale autorità - il diritto di chiedere un «passaporto politico» all’Ugl, escludendo un sindacato pienamente legittimo, attivo in Italia a ogni livello. Quell’Ugl che i lavoratori hanno scelto come opzione di garanzia e come loro interlocutore negoziale in difesa di diritti, salario, libertà, non avrebbe l’agibilità storica e lo standing morale per commemorare altri lavoratori, che in quel pezzo di Belgio non trovarono sufficiente protezione.
E allora non possiamo che domandare al presidente Sergio Mattarella se un sindacato italiano possa essere discriminato e umiliato, e se non ritiene di esporsi di fronte all’arroganza di chi alza o abbassa la barriera della memoria con imbarazzante superficialità.
Ma quand’anche affermiamo che l’Ugl non fa parte del giro dei compagni, perché un sindacato conservatore non avrebbe la liceità di commemorare la tragedia di Marcinelle? Che cosa c’entra il «passaporto politico» con una tragica e sottovalutata dinamica di sicurezza all’interno della miniera? I minatori rimasero intrappolati a quasi mille metri di profondità; non c’erano porte stagne per isolare il fumo e l’impianto possedeva strutture in legno che bruciarono rapidamente. Le squadre di soccorso, inoltre, non poterono intervenire tempestivamente a causa dell’aria resa irrespirabile. Che senso ha il passaggio (tra l’altro falso) sulla «tendenza di estrema destra»? Marcinelle è una ferita collettiva, una ferita per tutta la comunità italiana. Fa bene l’Ugl a sottolineare la discriminazione ricevuta e farebbe bene il nostro Capo dello Stato a spendere una parola di sostegno.
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Valentina Tereshkova e Sally K.Ride (Getty Images/Nasa)
Due storie parallele di donne che viaggiarono in orbita negli stessi giorni, a distanza di 20 anni esatti. Sono quelle dell’astronauta sovietica Valentina Tereshkova e della sua omologa americana Sally K.Ride, in orbita con la Nasa.
Entrambe si trovarono a migliaia di chilometri dalla terra il giorno 18 giugno. La Tereskova nel 1963, la Ride nel 1983, agli estremi temporali della corsa allo spazio che caratterizzò gli anni della Guerra fredda.
All’inizio degli anni Sessanta, sembrò che l’Unione Sovietica potesse prevalere sugli Stati Uniti in campo spaziale. Nel 1957 lo Sputnik era stata la prima missione di successo: per la prima volta un oggetto costruito dall’uomo aveva superato l’atmosfera. Nel 1961 Juri Gagarin fu il primo uomo in orbita a bordo della Vostok 1. Fu nel clima di entusiasmo per l’impresa che si aprì la strada di Valentina Tereshkova, pilota e paracadutista. Di origini bielorusse, nata nel 1937, orfana di guerra ed ex operaia e studentessa lavoratrice, dopo il brevetto da paracadutista si candidò quale prima donna nello Spazio all’interno del programma Vostok, lo stesso di Gagarin. Passata la selezione, si addestrò per un anno prima di essere confermata come membro dell’equipaggio del Vostok 6. Il programma prevedeva il lancio di due vettori ad due giorni di distanza l’uno dall’altro. Per prima fu lanciata la Vostok 5 con l’astronauta Valery Bykovski, mentre il 16 giugno 1963 fu la volta della Vostok 6 con a bordo la Tereshkova. L’obbiettivo della missione era il rendez-vous tra le due navicelle, secondo un calcolo della rotta studiato da terra (per i due astronauti non era possibile intervenire in alcun modo). Il lancio non presentò problemi e «Chaika» (gabbiano, nome in codice della Tereskova) fu la prima donna nello spazio. La Vostok 6, dopo numerose orbitazioni incontrò la gemella Vostok 5 il 18 giugno 1963, anche se il rendez-vous non fu completato ma comunque un successo, perché le due navicelle si avvicinarono a meno di 5 chilometri l’una dall’altra. Il 19 giugno la Tereskova compì le manovre di rientro e, come previsto allora, si paracadutò in una landa del Kazhakistan dove fu recuperata da un gruppo di contadini e nutrita. La missione fu trasmessa dalla televisione sovietica e sfruttata dal presidente Nikita Krushev come battaglia vinta nella guerra spaziale con gli Usa. L’eco dell’impresa della Tereshkova fu globale e l’astronauta fu mandata dal partito in tournée nei paesi Europei. Visitò Londra e la regina Elisabetta. In Italia fu a Roma, Milano e in altri capoluoghi per raccontare la sua impresa. Dopo la fine della carriera l’astronauta entrò nella dirigenza del Pcus e alla caduta dell’Urss proseguì con il partito Russia Unita di Vladimir Putin. Nel 2022 è stata una delle più convinte sostenitrici dell’«Operazione speciale» in Ucraina.
Erano passati esattamente vent’anni dal viaggio della Tereshkova e il mondo era ancora diviso nei due blocchi contrapposti separati dalla Cortina di ferro, anche se di lì a poco la Perestrojika di Michail Gorbaciov avrebbe spinto verso la fine della Guerra fredda e alla successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il mondo della corsa allo spazio era cambiato, vinto alla fine dagli Usa con la conquista della Luna e le successive missioni Apollo dal 1969 al 1972. Nel 1983 la Nasa aveva da poco iniziato le missioni STS (Space Transportation System) con lo Space Shuttle. Già nel 1978 lo sviluppo del nuovo velivolo spaziale era in pieno sviluppo. Fu in quell’anno che la Nasa incluse per la prima volta una donna come candidata ai voli spaziali. Sally K.Ride, californiana allora ventisettenne, aveva avuto una storia personale molto diversa da quella della pioniera Tereshkova. Astrofisica, rispose all’appello dell’agenzia spaziale americana e fu selezionata per l’addestramento ai voli STS, che avevano l’obiettivo di lanciare satelliti e condurre esperimenti scientifici. Sally fu destinata alla missione STS-7 sullo Shuttle «Challenger», che aveva come ulteriore compito quello di testare per la prima volta il braccio robotico «Canadarm». Il lancio avvenne il 18 giugno 1983, con la Ride accompagnata dagli astronauti Robert Crippen, Frederick Hauck, John Fabian e Norman Thagard dal Kennedy Space Center. Durante la missione furono portati a termine 10 esperimenti scientifici, tra cui lo studio degli effetti dello spazio sulle formiche, e lanciati i satelliti Anik C-2 di Telesat Canada e l’indonesiano Palapa-B1. Lo Shuttle con a bordo la Ride compì 98 orbitazioni terrestri prima dell’atterraggio (lo Shuttle atterrava come un aereo di linea) sulla pista della Edwards Air Force Base in California il 24 giugno 1983. L’esito della missione fu positivo, anche se al rientro fu notata una dispersione di schiuma isolante dalla carlinga del velivolo. Lo stesso problema fu la causa alla base del tragico incidente che coinvolse anni dopo lo Shuttle «Columbia» quando un pezzo di schiuma danneggiò la struttura durante il rientro. Il gas plasma penetrò in un’ala e distrusse lo Shuttle uccidendo tutto l’equipaggio. L'incidente si verificò il 1°febbraio 2003, vent’anni dopo il volo di Sally Ride che fu nominata membro della CAIB, la commissione d’inchiesta sul disastro. La prima americana nello Spazio fu chiamata in causa anche tre anni dopo il suo primo volo quando lo Shuttle che l’aveva portata in orbita, il «Challenger» esplose poco dopo il lancio. La Ride ebbe il merito di evidenziare le cause della sciagura causata dalla mancata tenuta degli «O-rings», gli anelli di congiunzione dei serbatoi e di mettere in luce i difetti di progettazione e le responsabilità dell’incidente.
Sally Ride è mancata prematuramente nel 2012, sopraffatta da una malattia incurabile.
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Agenti della polizia britannica (Ansa)
Il numero scioccante è contenuto nel report The Rape Gang Inquiry di Rupert Lowe, parlamentare di Restore UK. Studio che viaggia in parallelo a quella della commissione d’inchiesta governativa che dallo scorso marzo indaga su abusi sessuali di gruppo e sfruttamento dei minori. Lavori ancora nelle fasi preliminari che tra documenti e testimonianze andranno avanti per tre anni.
Nonostante la cifra citata da Lowe sia controversa e per ora non vi siano ancora dati ufficiali, il tema è da tempo all’attenzione della politica e dei media inglesi. Se The Indipendent conteggia circa 19.000 vittime in un solo anno, nel 2025 è il «Rapporto Casey» sullo sfruttamento sessuale dei minori a fare rumore, arrivando all’attenzione anche di Elon Musk. Secondo l’inchiesta, considerata un riferimento sul tema, tra i sospettati di sfruttamento sessuale minorile di gruppo vi sarebbe un numero sproporzionato di uomini di «origine etnica asiatica», e una parte significativa di pakistani musulmani tra i condannati. A detta di Lowe, però, le stime che circolano nel dibattito inglese sarebbero al ribasso. A partire dal mezzo milione di vittime il cui copyright si deve al Barone di Rannoch durante un discorso alla Camera dei Lord nel 2019. Questo perché il fenomeno sarebbe cresciuto sotto traccia, da un lato protetto dalla paura delle istituzioni inglesi di fomentare razzismo e islamofobia, e dall’altro, contando su una sorta di corporativismo interno alla comunità musulmana, dove la lealtà tra simili viene prima di tutto. Specialmente se «minoranza in società ospitanti non musulmane».
Un’accusa che chiama in causa Tony Blair e il suo Equality Act, il multiculturalismo e punta dritta a City Hall, dove dal 2016 siede il sindaco di Londra, Sadiq Khan, musulmano di origini pachistane. Secondo Lowe, il primo cittadino avrebbe negato per anni l’esistenza di bande dedite allo sfruttamento sessuale di minori. Non solo, avrebbe definito le testimonianze delle vittime come false e politicamente motivate. Contro Khan punta il dito anche il ministro degli Interni ombra, Chris Philp, convinto che l’insabbiamento del fenomeno sia stato portato avanti per motivi elettorali, visto che Londra ha la più grande popolazione musulmana della Gran Bretagna. Conferme del fenomeno arrivano però anche da voci indipendenti. Da un’analisi sui casi in tribunale tra il 1997 e il 2018 realizzata dal ricercatore Peter McLoughlin, emerge che l’87% degli appartenenti alle gang sarebbero musulmani.
Mentre secondo Taj Hargey, accademico presso l’Oxford Islamic Congregation e considerato un «imam liberale», la percentuale sarebbe addirittura del 95%. Dati allarmanti se si considera che i musulmani sono il 6% della popolazione. E che secondo gli analisti del report, chiamano in causa un ruolo specifico giocato dalla matrice religiosa. Il senso di superiorità verso i non musulmani nonché dell’uomo sulla donna. «Spazzatura bianca» o «infedele», sarebbero alcuni degli epiteti riportati con più frequenza dalle vittime. Molte di queste attirate con l’offerta di alcool, droga e sigarette. Portate a case delle gang e poi violentate. Un fenomeno che un’inchiesta della Bbc del 2021 avrebbe documentato anche in Pakistan. Abusi perpetrati da uomini musulmani nei confronti di ragazzine cristiane neanche dodicenni. Poi costrette a convertirsi e a sposarsi. Lo stesso copione. Motivo per cui, si legge nel report, «nonostante la questione islamica, sia profondamente scomoda per l’Occidente liberale, merita un’attenta analisi». A dir poco.
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«Si sono appena chiusi i lavori di un vertice molto importante dei cui risultati sono soddisfatta». Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio al termine del G7. Il premier ha riferito di aver trovato «un ottimo clima» e ha sottolineato che i leader hanno approfondito i principali temi dell’agenda internazionale: dalla guerra in Ucraina alla situazione in Medio Oriente, dalle partnership globali alla crescita economica, fino allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
«Abbiamo lavorato bene insieme» ha aggiunto Meloni, evidenziando che gli esiti del vertice sono stati raccolti in otto dichiarazioni tematiche. Giorgia Meloni ha inoltre ricordato che, per il terzo anno consecutivo, la lotta all’immigrazione illegale è entrata nei lavori del G7: «Il governo dei flussi migratori è ormai un tema stabile di questo formato ed è un lascito della Presidenza italiana».