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2025-01-19
Trump caccia i clandestini. Invece Mattarella li accoglie
Sergio Mattarella e Donald Trump (Ansa)
Donald Trump è intenzionato a tirare dritto sul contrasto all’immigrazione illegale. Già martedì, vale a dire il giorno dopo l’insediamento alla Casa Bianca, il nuovo presidente potrebbe avviare le espulsioni di massa promesse durante la campagna elettorale. In particolare, il Wall Street Journal ha rivelato che l’amministrazione entrante potrebbe concentrarsi sin da subito sulla città di Chicago, dove sarebbe in programma un raid delle forze dell’ordine.
«Ci sarà un grande raid in tutto il Paese. Chicago è solo uno dei tanti posti», ha dichiarato venerdì il prossimo responsabile della frontiera meridionale, Tom Homan. «Martedì, l’Immigration and customs enforcement (Ice) finalmente uscirà e farà il suo lavoro. Toglieremo le manette all’Ice e la lasceremo andare ad arrestare gli immigrati criminali». L’obiettivo primario dell’amministrazione entrante è, infatti, quello di espellere i clandestini che si sono macchiati di reati. «Quello che stiamo dicendo all’Ice è che deve applicare la legge sull’immigrazione senza scuse. Vi concentrerete prima sul peggio, sulle minacce alla sicurezza pubblica, ma nessuno è escluso. Se ci sono persone nel Paese illegalmente, hanno un problema», ha precisato Homan. Non solo. A inizio gennaio, quest’ultimo aveva rivelato di essere in trattativa con dei Paesi terzi che potrebbero ospitare quei clandestini che, una volta espulsi, non verranno riaccolti dalle nazioni di origine. Non è ancora, invece, del tutto chiaro come la nuova amministrazione si comporterà verso i dreamers, gli immigrati irregolari entrati negli Usa quando erano minorenni. Trump potrebbe accettare una loro tutela, a patto che i dem al Congresso approvino la realizzazione di nuove barriere difensive alla frontiera. «I muri di confine salvano vite», ha dichiarato Homan la settimana scorsa.
La lotta all’immigrazione clandestina, si sa, ha rappresentato uno dei capisaldi della campagna elettorale di Trump, nonché una delle ragioni del suo successo a novembre. Il tycoon ne ha fatto innanzitutto un problema di ordine pubblico e di sicurezza nazionale: la frontiera con il Messico è diventata sempre più vulnerabile non solo ai flussi di droga ma anche alle minacce di natura terroristica (a giugno erano stati arrestati otto cittadini tagiki, sospettati di essere affiliati all’Isis, che erano entrati illegalmente in territorio statunitense attraverso il confine).
In secondo luogo, Trump ne ha fatto anche una questione socioeconomica. L’immigrazione clandestina è un fenomeno che favorisce il ribasso salariale e, in un certo senso, la competizione fra poveri. Non a caso, alle ultime presidenziali, il dossier è stato molto sentito dalla working class appartenente agli Stati operai di Ohio, Michigan, Wisconsin e Pennsylvania.
E poi, attenzione: nonostante qualcuno stia cercando di demonizzare i rimpatri di massa promessi da Trump, va detto che anche le amministrazioni di Barack Obama e di Joe Biden hanno effettuato un alto numero di espulsioni. Il problema è che, con Biden, si è registrato il record storico di clandestini intercettati alla frontiera meridionale. Inoltre, l’amministrazione uscente ha spesso lasciato circolare questi irregolari sul territorio statunitense. Homan, tra l’altro, si occupava di rimpatri già ai tempi di Obama e quest’ultimo addirittura lo insignì del Presidential rank award nel 2015.
D’altronde, la questione migratoria nel suo complesso appare centrale nel mondo trumpista: prova ne è il recente dibattito che si è registrato tra chi, come Elon Musk, chiede un incremento dei visti per i lavoratori altamente specializzati e chi, come Laura Loomer, si è opposto, sostenendo che una tale misura danneggerebbe i colletti bianchi americani. Il fatto che Trump si sia schierato con il ceo di Tesla su questo tema, certifica che l’America First ha un approccio articolato al dossier migratorio. Da una parte, si punta alla linea dura contro i clandestini per salvaguardare la sicurezza nazionale e contrastare il ribasso salariale. Dall’altra parte, l’immigrazione legale e di qualità non viene demonizzata ma, anzi, considerata un fattore potenzialmente positivo per rafforzare gli Usa nella competizione geopolitica ed economica con la Cina.
Ecco, è proprio a questo approccio articolato che l’Unione europea deve guardare. È chiaro che la situazione rispetto agli Stati Uniti è molto differente: loro hanno una frontiera terrestre con il Messico mentre noi dobbiamo fare i conti con i flussi migratori determinati dall’instabilità politica in Nord Africa e nel Sahel. Tuttavia, è all’approccio di fondo che bisogna ispirarsi. Come dimostrato dalle trattative di Homan con dei Paesi terzi, la linea del governo italiano sui centri in Albania è la strada maestra da seguire. A ottobre, Giorgia Meloni definì l’accordo con Tirana un «deterrente nei confronti dei trafficanti». Ed è proprio la linea della deterrenza quella che vuole implementare Trump alla frontiera meridionale: anche gli Usa devono infatti fronteggiare il fenomeno dei trafficanti di esseri umani, i cosiddetti «coyote».
Infine chi, davanti alla linea dura, parla di «razzismo» non sa quello che dice. In campagna elettorale, Trump non ha mai nascosto le sue idee in materia migratoria. E, alle ultime elezioni, ha preso il 45% del voto ispanico: 13 punti in più rispetto al 2020. Secondo Nbc News, si tratta di un record per un candidato repubblicano. A dimostrazione del fatto che la linea della deterrenza è spesso auspicata dagli stessi immigrati regolari. Negli Usa come nell’Ue.
Mattarella incensa il modello. Lampedusa: «Avanguardia della civiltà europea»
«La cultura è lezione di dialogo, pace, dignità». Fra gli applausi del teatro Pirandello di Agrigento, Sergio Mattarella ha inaugurato un anno speciale per la città, capitale della Cultura europea in coabitazione con Gorizia e Nova Gorica, 1.582 chilometri più a Nord, simboli di un grande abbraccio ideale in nome della conoscenza. Accanto a lui il ministro Alessandro Giuli, misurato e concreto nell’aggiungere: «Agrigento ha vinto con una proposta credibile ed ora ha la possibilità di divenire il cardine della rinascita di un territorio ricco di complessità, in un’isola eletta, la Sicilia. Per questo lo spirito deve essere quello di restare fedele alla propria natura di terra libera e ingegnosa, aperta al dialogo e all’incontro di civiltà».
Queste sono le occasioni nelle quali il presidente della Repubblica dà il meglio di sé, introducendo, nelle pieghe di discorsi anodini, messaggi politici lasciati a galleggiare come promemoria in bottiglia. Il primo è un inno all’Unione Europea, sotto stress perché massimo punto di frattura fra establishment e popoli sottostanti. Mattarella prende spunto dall’abbinamento fra Italia e Slovenia per sottolineare: «È una scelta di altissimo valore in un’area storicamente gravata da conflitti che oggi hanno saputo tradursi in collaborazione e amicizia. Dove frontiere contrapposte avevano separato, oggi l’Europa unisce».
Con tutto il rispetto, il capo dello Stato ha ragione a metà. È un dato di fatto che dall’ingresso della Slovenia nell’Unione europea, fra Gorizia e Nuova Gorica sia finito il tempo del filo spinato (il confine divideva a metà perfino un cimitero). Più difficile essere d’accordo con lui quando cavalca implicitamente la narrazione dominante dei 70 anni di pace dimenticandosi - proprio sulla porta dei Balcani -, che fu anche l’Europa a insanguinare quelle terre dove la Jugoslavia deflagrò. Bombardamenti (vedi alla voce Belgrado), massacri indotti per insipienza delle forze di interposizione (vedi alla voce Srebrenica), conflitti e confini imposti dai muscoli americani (vedi alla voce Kosovo). Incubi che la cultura, in questo caso dell’oblio, non è riuscita a scacciare.
Il secondo messaggio di Mattarella riguarda un tema caro alla sua anima cattodem: l’immigrazionismo come catarsi, il melting pot come soluzione. «In un luogo come Agrigento, dove il patrimonio monumentale è dominante, potrebbe prevalere la convinzione che cultura sia ammirazione delle vestigia del passato. Ma la cultura non ha lo sguardo volto all’indietro. Piuttosto ha sempre sollecitato ad alzarlo verso il domani. L’Italia, con i giacimenti culturali che ovunque la contraddistinguono, è lezione di dialogo, di pace, di dignità per l’oggi e per il domani. Questo impegno lo chiede il ricordo dei morti delle guerre che insanguinano l’Europa, il Mediterraneo e altre regioni. Lo impongono le violazioni dei diritti umani, lo esigono le diseguaglianze crescenti, le marginalità».
Per uscire dalla teoria e immettere la riflessione nella pratica, il presidente chiama in causa Lampedusa, che galleggia laggiù ma è in provincia di Agrigento. «Saluti e auguri si estendono a quanti saranno impegnati negli eventi. Tra essi i lampedusani, concittadini che le ferite del nostro tempo hanno reso avanguardia della civiltà europea. Espressione di cultura solidale». Il sindaco dell’isola quotidianamente in trincea per gli sbarchi, Filippo Mannino, si commuove. Per un giorno può dimenticare l’emergenza, il degrado, le amnesie di quell’Europa lontana che lascia sola l’Italia ad affrontare l’invasione. Un peso enorme che i lampedusani avvertono soprattutto quando le cerimonie finiscono.
Dopo Europa e migranti non poteva non arrivare il momento di Elon Musk, mai citato ma evocato come ologramma ambulante per il teatro Pirandello. «Viviamo un tempo in cui tutto sembra comprimersi ed esaurirsi sull’istante del presente. In cui la tecnologia pretende, talvolta, di monopolizzare il pensiero piuttosto che porsi al servizio della conoscenza. La cultura, al contrario, è rivolgersi a un orizzonte ampio, ribellarsi a ogni compressione del nostro umanesimo, quello che ha reso grande la nostra civiltà».
È rassicurante ascoltare queste parole, mai sentite mentre «ipse dixit» Mario Draghi affermava «Se non ti vaccini, ti ammali e muori», mentre il green pass creava fratture sociali, mentre il nostro umanesimo veniva preso a calci dal pensiero unico dei guardiani dell’ortodossia travestiti da fact checker. Sono i miracoli della cultura. Europa, migranti, il perfido Elon. Sicuri che non manchi niente? Mattarella ha ottima memoria e ci ricorda: «Per l’agrigentino Empedocle l’unità dei quattro elementi, aria, acqua, terra e fuoco, era la scintilla della nascita di ogni cosa. Attraverso la cultura c’è la necessità di rigenerare coesione. Lo richiede il lamento della terra, violata dallo sfruttamento estremo delle risorse, con le sue catastrofiche conseguenze, a partire dal cambiamento climatico». Ecco cosa mancava.
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Già martedì dalla Casa Bianca potrebbe arrivare l’ordine per un blitz in tutto il Paese a cominciare da Chicago. Previsti accordi con Stati terzi per accogliere gli stranieri indesiderati. Il tipo di politica che deve seguire l’Ue.Ad Agrigento, il presidente non perde occasione per una tirata contro le frontiere. Poi evoca Elon Musk e inventa un Empedocle greenLo speciale contiene due articoliDonald Trump è intenzionato a tirare dritto sul contrasto all’immigrazione illegale. Già martedì, vale a dire il giorno dopo l’insediamento alla Casa Bianca, il nuovo presidente potrebbe avviare le espulsioni di massa promesse durante la campagna elettorale. In particolare, il Wall Street Journal ha rivelato che l’amministrazione entrante potrebbe concentrarsi sin da subito sulla città di Chicago, dove sarebbe in programma un raid delle forze dell’ordine.«Ci sarà un grande raid in tutto il Paese. Chicago è solo uno dei tanti posti», ha dichiarato venerdì il prossimo responsabile della frontiera meridionale, Tom Homan. «Martedì, l’Immigration and customs enforcement (Ice) finalmente uscirà e farà il suo lavoro. Toglieremo le manette all’Ice e la lasceremo andare ad arrestare gli immigrati criminali». L’obiettivo primario dell’amministrazione entrante è, infatti, quello di espellere i clandestini che si sono macchiati di reati. «Quello che stiamo dicendo all’Ice è che deve applicare la legge sull’immigrazione senza scuse. Vi concentrerete prima sul peggio, sulle minacce alla sicurezza pubblica, ma nessuno è escluso. Se ci sono persone nel Paese illegalmente, hanno un problema», ha precisato Homan. Non solo. A inizio gennaio, quest’ultimo aveva rivelato di essere in trattativa con dei Paesi terzi che potrebbero ospitare quei clandestini che, una volta espulsi, non verranno riaccolti dalle nazioni di origine. Non è ancora, invece, del tutto chiaro come la nuova amministrazione si comporterà verso i dreamers, gli immigrati irregolari entrati negli Usa quando erano minorenni. Trump potrebbe accettare una loro tutela, a patto che i dem al Congresso approvino la realizzazione di nuove barriere difensive alla frontiera. «I muri di confine salvano vite», ha dichiarato Homan la settimana scorsa.La lotta all’immigrazione clandestina, si sa, ha rappresentato uno dei capisaldi della campagna elettorale di Trump, nonché una delle ragioni del suo successo a novembre. Il tycoon ne ha fatto innanzitutto un problema di ordine pubblico e di sicurezza nazionale: la frontiera con il Messico è diventata sempre più vulnerabile non solo ai flussi di droga ma anche alle minacce di natura terroristica (a giugno erano stati arrestati otto cittadini tagiki, sospettati di essere affiliati all’Isis, che erano entrati illegalmente in territorio statunitense attraverso il confine).In secondo luogo, Trump ne ha fatto anche una questione socioeconomica. L’immigrazione clandestina è un fenomeno che favorisce il ribasso salariale e, in un certo senso, la competizione fra poveri. Non a caso, alle ultime presidenziali, il dossier è stato molto sentito dalla working class appartenente agli Stati operai di Ohio, Michigan, Wisconsin e Pennsylvania.E poi, attenzione: nonostante qualcuno stia cercando di demonizzare i rimpatri di massa promessi da Trump, va detto che anche le amministrazioni di Barack Obama e di Joe Biden hanno effettuato un alto numero di espulsioni. Il problema è che, con Biden, si è registrato il record storico di clandestini intercettati alla frontiera meridionale. Inoltre, l’amministrazione uscente ha spesso lasciato circolare questi irregolari sul territorio statunitense. Homan, tra l’altro, si occupava di rimpatri già ai tempi di Obama e quest’ultimo addirittura lo insignì del Presidential rank award nel 2015.D’altronde, la questione migratoria nel suo complesso appare centrale nel mondo trumpista: prova ne è il recente dibattito che si è registrato tra chi, come Elon Musk, chiede un incremento dei visti per i lavoratori altamente specializzati e chi, come Laura Loomer, si è opposto, sostenendo che una tale misura danneggerebbe i colletti bianchi americani. Il fatto che Trump si sia schierato con il ceo di Tesla su questo tema, certifica che l’America First ha un approccio articolato al dossier migratorio. Da una parte, si punta alla linea dura contro i clandestini per salvaguardare la sicurezza nazionale e contrastare il ribasso salariale. Dall’altra parte, l’immigrazione legale e di qualità non viene demonizzata ma, anzi, considerata un fattore potenzialmente positivo per rafforzare gli Usa nella competizione geopolitica ed economica con la Cina.Ecco, è proprio a questo approccio articolato che l’Unione europea deve guardare. È chiaro che la situazione rispetto agli Stati Uniti è molto differente: loro hanno una frontiera terrestre con il Messico mentre noi dobbiamo fare i conti con i flussi migratori determinati dall’instabilità politica in Nord Africa e nel Sahel. Tuttavia, è all’approccio di fondo che bisogna ispirarsi. Come dimostrato dalle trattative di Homan con dei Paesi terzi, la linea del governo italiano sui centri in Albania è la strada maestra da seguire. A ottobre, Giorgia Meloni definì l’accordo con Tirana un «deterrente nei confronti dei trafficanti». Ed è proprio la linea della deterrenza quella che vuole implementare Trump alla frontiera meridionale: anche gli Usa devono infatti fronteggiare il fenomeno dei trafficanti di esseri umani, i cosiddetti «coyote». Infine chi, davanti alla linea dura, parla di «razzismo» non sa quello che dice. In campagna elettorale, Trump non ha mai nascosto le sue idee in materia migratoria. E, alle ultime elezioni, ha preso il 45% del voto ispanico: 13 punti in più rispetto al 2020. Secondo Nbc News, si tratta di un record per un candidato repubblicano. A dimostrazione del fatto che la linea della deterrenza è spesso auspicata dagli stessi immigrati regolari. Negli Usa come nell’Ue.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-caccia-i-clandestini-invece-mattarella-li-accoglie-2670890273.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mattarella-incensa-il-modello-lampedusa-avanguardia-della-civilta-europea" data-post-id="2670890273" data-published-at="1737228808" data-use-pagination="False"> Mattarella incensa il modello. Lampedusa: «Avanguardia della civiltà europea» «La cultura è lezione di dialogo, pace, dignità». Fra gli applausi del teatro Pirandello di Agrigento, Sergio Mattarella ha inaugurato un anno speciale per la città, capitale della Cultura europea in coabitazione con Gorizia e Nova Gorica, 1.582 chilometri più a Nord, simboli di un grande abbraccio ideale in nome della conoscenza. Accanto a lui il ministro Alessandro Giuli, misurato e concreto nell’aggiungere: «Agrigento ha vinto con una proposta credibile ed ora ha la possibilità di divenire il cardine della rinascita di un territorio ricco di complessità, in un’isola eletta, la Sicilia. Per questo lo spirito deve essere quello di restare fedele alla propria natura di terra libera e ingegnosa, aperta al dialogo e all’incontro di civiltà». Queste sono le occasioni nelle quali il presidente della Repubblica dà il meglio di sé, introducendo, nelle pieghe di discorsi anodini, messaggi politici lasciati a galleggiare come promemoria in bottiglia. Il primo è un inno all’Unione Europea, sotto stress perché massimo punto di frattura fra establishment e popoli sottostanti. Mattarella prende spunto dall’abbinamento fra Italia e Slovenia per sottolineare: «È una scelta di altissimo valore in un’area storicamente gravata da conflitti che oggi hanno saputo tradursi in collaborazione e amicizia. Dove frontiere contrapposte avevano separato, oggi l’Europa unisce». Con tutto il rispetto, il capo dello Stato ha ragione a metà. È un dato di fatto che dall’ingresso della Slovenia nell’Unione europea, fra Gorizia e Nuova Gorica sia finito il tempo del filo spinato (il confine divideva a metà perfino un cimitero). Più difficile essere d’accordo con lui quando cavalca implicitamente la narrazione dominante dei 70 anni di pace dimenticandosi - proprio sulla porta dei Balcani -, che fu anche l’Europa a insanguinare quelle terre dove la Jugoslavia deflagrò. Bombardamenti (vedi alla voce Belgrado), massacri indotti per insipienza delle forze di interposizione (vedi alla voce Srebrenica), conflitti e confini imposti dai muscoli americani (vedi alla voce Kosovo). Incubi che la cultura, in questo caso dell’oblio, non è riuscita a scacciare. Il secondo messaggio di Mattarella riguarda un tema caro alla sua anima cattodem: l’immigrazionismo come catarsi, il melting pot come soluzione. «In un luogo come Agrigento, dove il patrimonio monumentale è dominante, potrebbe prevalere la convinzione che cultura sia ammirazione delle vestigia del passato. Ma la cultura non ha lo sguardo volto all’indietro. Piuttosto ha sempre sollecitato ad alzarlo verso il domani. L’Italia, con i giacimenti culturali che ovunque la contraddistinguono, è lezione di dialogo, di pace, di dignità per l’oggi e per il domani. Questo impegno lo chiede il ricordo dei morti delle guerre che insanguinano l’Europa, il Mediterraneo e altre regioni. Lo impongono le violazioni dei diritti umani, lo esigono le diseguaglianze crescenti, le marginalità». Per uscire dalla teoria e immettere la riflessione nella pratica, il presidente chiama in causa Lampedusa, che galleggia laggiù ma è in provincia di Agrigento. «Saluti e auguri si estendono a quanti saranno impegnati negli eventi. Tra essi i lampedusani, concittadini che le ferite del nostro tempo hanno reso avanguardia della civiltà europea. Espressione di cultura solidale». Il sindaco dell’isola quotidianamente in trincea per gli sbarchi, Filippo Mannino, si commuove. Per un giorno può dimenticare l’emergenza, il degrado, le amnesie di quell’Europa lontana che lascia sola l’Italia ad affrontare l’invasione. Un peso enorme che i lampedusani avvertono soprattutto quando le cerimonie finiscono. Dopo Europa e migranti non poteva non arrivare il momento di Elon Musk, mai citato ma evocato come ologramma ambulante per il teatro Pirandello. «Viviamo un tempo in cui tutto sembra comprimersi ed esaurirsi sull’istante del presente. In cui la tecnologia pretende, talvolta, di monopolizzare il pensiero piuttosto che porsi al servizio della conoscenza. La cultura, al contrario, è rivolgersi a un orizzonte ampio, ribellarsi a ogni compressione del nostro umanesimo, quello che ha reso grande la nostra civiltà». È rassicurante ascoltare queste parole, mai sentite mentre «ipse dixit» Mario Draghi affermava «Se non ti vaccini, ti ammali e muori», mentre il green pass creava fratture sociali, mentre il nostro umanesimo veniva preso a calci dal pensiero unico dei guardiani dell’ortodossia travestiti da fact checker. Sono i miracoli della cultura. Europa, migranti, il perfido Elon. Sicuri che non manchi niente? Mattarella ha ottima memoria e ci ricorda: «Per l’agrigentino Empedocle l’unità dei quattro elementi, aria, acqua, terra e fuoco, era la scintilla della nascita di ogni cosa. Attraverso la cultura c’è la necessità di rigenerare coesione. Lo richiede il lamento della terra, violata dallo sfruttamento estremo delle risorse, con le sue catastrofiche conseguenze, a partire dal cambiamento climatico». Ecco cosa mancava.
Volodymyr Zelensky (Getty Images)
Non gli bastano le centinaia di miliardi sborsati dall’Ue, macché: secondo quanto riferisce Politico.eu avrebbe chiesto ulteriori 20 miliardi di dollari. E stavolta li ha chiesti alla Nato. Proprio così. Venti miliardi cash che dovrebbero uscire dalle casse dell’Alleanza atlantica e finire diritti diritti all’esercito di Kiev, cessi d’oro permettendo. E a cosa serviranno questi soldi? A difendere la democrazia? Macché: ad attaccare la Russia. Sono gli stessi ucraini, alti funzionari della difesa, ad ammetterlo: «Tutti vedono che la Russia sta bruciando, noi vogliamo che bruci ancor di più». Quindi la Nato paghi subito e senza fare storie perché, dicono, «la finestra di opportunità potrebbe chiudersi». Chiaro, no? Per non chiudere le finestre d’opportunità, bisogna aprire i portafogli.
Il Parlamento europeo ha calcolato che fra febbraio 2022 e febbraio 2026 nelle casse ucraine siano finiti circa 200 miliardi di euro. Di questi oltre 15 miliardi sono stati pagati dai cittadini italiani. Poi poche settimane fa, dopo un lungo tiramolla, c’è stato un ulteriore stanziamento di 90 miliardi di euro. Uno pensa: si accontenteranno. Invece no. Invece, come quei figli spendaccioni, che più gli aumenti la paghetta e più scialano, e non ne hanno mai abbastanza, Zelensky è tornato a bussare quattrini. Vuole 20 miliardi di dollari, cioè 17,3 miliardi di euro al cambio attuale. E stavolta li chiede alla Nato che ovviamente li chiederà agli Stati membri. Risultato: pagano sempre i cittadini. Compresi i cittadini italiani che già non sono felici di dover versare più soldi alla Nato (il famoso 5 per cento del Pil), mentre la sanità è a pezzi e le pensioni restano da fame. Se poi gli dici che devono dare ancor più soldi alla Nato per dare ancor più soldi a Zelensky, perché deve andare a bombardare Mosca, che diranno secondo voi?
Eppure stando alle indiscrezioni autorevolmente riportate da Politico.eu, sembra tutto apparecchiato. La proposta verrà ufficialmente presentata il 18 giugno in occasione della prossima riunione del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, noto anche come «formato Ramstein». E poi sarà discussa nel vertice dei leader della Nato che si terrà a luglio ad Ankara, al quale parteciperà il questuante Zelensky.
«A ciascun alleato verrà chiesto un contributo tra i 2 e i 6 miliardi di dollari per raggiungere l’obiettivo di 20 miliardi», dicono gli alti funzionari ucraini aggiungendo, bontà loro, che «potrà trattarsi di aiuti o di prestiti». In pratica: i Paesi della Nato potranno scegliere se donare i soldi a fondo perduto o fingere che i soldi siano prestati, anche se non torneranno mai indietro. Non è meraviglioso? In compenso a Kiev sanno già come spenderli quei soldi, sempre al netto dei cessi d’oro, s’intende: acquisteranno «più droni, munizioni, apparecchiature per la guerra elettronica e soprattutto strumenti con capacità a lungo raggio». Ovvio: la Russia brucia, ora brucerà di più. E intanto bruciano anche un po’ dei nostri risparmi.
Comunque sembra tutto deciso. E, per portarsi avanti, ieri Zelensky ha annunciato aumenti di stipendio per i militari ucraini, che saranno operativi, retroattivamente, dal 1 giugno. Si alza il livello minimo della retribuzione, vengono «introdotti nuovi contratti molto più vantaggiosi» e anche premi di produzione legati al numero di combattimenti cui i soldati parteciperanno. In pratica più ne ammazzi, più bonus avrai in busta paga. «L’Ucraina ha le risorse per aumentare gli stipendi nelle Forze armate», ha annunciato trionfante Zelensky con apposito video. Dimenticando di dire che quelle risorse l’Ucraina ce l’ha perché gliele abbiamo gentilmente offerte noi…
Ora però non resta che aspettare il momento in cui i Paesi Nato gli offriranno il resto. E sarà bello sentire come lo spiegheranno ai loro cittadini: scusate, cari italiani, lo sappiamo che abbiamo già dato una barcata di miliardi a quel signore di Kiev, lo sappiamo che grazie ai nostri soldi lui può fare contratti vantaggiosi ai militari ucraini mentre gli stipendi nostri continuano a essere miseri, lo sappiamo che abbiamo già applicato venti pacchetti di sanzioni alla Russia che hanno fatto più male a noi che a loro, lo sappiamo che, come Ue, abbiamo appena stanziato 90 miliardi per sostenere gli eroici combattenti ucraini, ma adesso, scusateci, dobbiamo aggiungerne un’altra ventina, tutti insieme, e a noi italiani ne toccano non meno di due. Abbiate pazienza, ma così va il mondo oggi: lacrime, sangue e oro a Kiev. Non siete contenti? Lo sappiamo. Ma già che ci siamo vorremmo farvi una confidenza: sapete quello che vi abbiamo sempre detto, cioè che i vostri soldi servono per difendere l’Ucraina? Ecco: non è così. Quei soldi oggi non servono per difendere l’Ucraina: servono per attaccare la Russia. Dunque pagate e bombardate con noi: è il momento del lungo raggio, non del braccio corto.
Eppure vi ricordate quanta prudenza c’era all’inizio della guerra, quando cominciarono i primi finanziamenti all’Ucraina? «Daremo solo armi difensive», si diceva. Poi dopo un po’ la correzione: no, daremo anche armi offensive, ma solo leggere. Poi: no, daremo armi offensive e anche pesanti. Cioè i carri armati. Poi anche i super carri armati. Poi i missili a corto raggio. Poi a medio raggio. Poi a lungo raggio e pure i caccia. Ora si arriva direttamente al finanziamento Nato per «far bruciare la Russia». In pratica: si trascina la Nato in guerra per interposto quattrino. Non è uno scherzo: passo dopo passo ci siamo arrivati. Se la richiesta sarà avanzata e accettata, in effetti, la Nato parteciperà di fatto all’attacco alla Russia, in modo esplicito, senza per altro che una dichiarazione di guerra sia mai stata presentata e votata dai Parlamenti degli stati membri. Il prossimo che dice che così difendiamo la democrazia merita altri 20 miliardi. Ma di calci nel sedere.
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Donald Trump (Ansa)
I rapporti transatlantici potrebbero essere presto rimodellati. «Gli alleati europei non sono stati d’aiuto adesso, ma possono essere molto d’aiuto in futuro, dopo l’intesa con l’Iran», ha dichiarato ieri Donald Trump. Nelle stesse ore, il New York Times riferiva che gli Stati Uniti sarebbero pronti a ridurre gli aerei e le navi da guerra messe a disposizione per le operazioni militari della Nato in Europa. «I funzionari del Dipartimento della Guerra hanno comunicato agli alleati che gli Stati Uniti ridimensioneranno il proprio contributo al Modello di Forza Nato, in linea con le direttive di condivisione degli oneri previste dalla Strategia di Difesa Nazionale 2026 e con la visione del Dipartimento per una Nato 3.0», aveva del resto già dichiarato il Pentagono la settimana scorsa. Non solo. Il Comandante supremo delle Forze alleate in Europa, Alexus G. Grynkewich, ha anche annunciato ieri una graduale riduzione delle truppe Nato in Kosovo.
Sempre ieri, il ministero della Difesa di Canberra ha annunciato che, in base all’Aukus, a partire dal prossimo anno quattro sottomarini a propulsione nucleare, comandati dagli Stati Uniti, opereranno a rotazione nella costa occidentale australiana. Secondo quanto reso noto da alcuni funzionari americani, questo permetterà a Washington di avere maggiore proiezione sul Mar cinese meridionale: il che consentirà alla Casa Bianca di aumentare il proprio margine di manovra soprattutto per quanto riguarda la crescente tensione tra Pechino e Taipei. Era inoltre fine maggio, quando, nell’ambito del Quadrilateral security dialogue, i ministri degli esteri di Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno concordato di realizzare congiuntamente un porto nelle Fiji, oltre a firmare accordi in materia di minerali strategici e di sicurezza energetica.
Si tratta di mosse significative. Il Quadrilateral security dialogue è un formato che venne rilanciato nel 2017 ai tempi della prima amministrazione Trump e che, durante il primo anno della sua seconda presidenza, era sembrato finire parzialmente nel dimenticatoio a causa delle tensioni commerciali tra Washington e Nuova Delhi. L’Aukus è invece un patto di sicurezza tra Usa, Australia e Regno Unito, che fu sottoscritto da Joe Biden nel settembre 2021. Ebbene, Trump ha adesso intenzione di far leva su entrambe queste partnership per aumentare la deterrenza statunitense nei confronti di Pechino. Tutto questo, mentre, come abbiamo visto, la Casa Bianca si prepara a ridurre la propria presenza militare in Europa.
Emergono quindi almeno due considerazioni. Innanzitutto, è chiaro come, dal punto di vista strategico, per gli Stati Uniti il Vecchio continente stia sempre più diventando di secondaria importanza rispetto all’Indo-Pacifico. Parliamo di un trend che era già iniziato ai tempi della presidenza di Barack Obama e che si è rafforzato nel corso degli ultimi anni. Trump, a maggior ragione nel pieno del difficile sforzo diplomatico per porre fine al conflitto iraniano, ha bisogno di alleati proattivi, che si assumano maggiori responsabilità e che permettano di ridurre oneri e costi agli Stati Uniti. Tutto questo, in nome della priorità strategica di Washington, che è il contenimento della Cina.
In secondo luogo, il presidente americano ha intenzione di usare il sostegno militare anche come strumento di ricompensa o punizione nei rapporti altalenanti con gli alleati. Da una parte, anche a causa dei suoi rapporti non idilliaci con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Trump ha annunciato a maggio l’intenzione di ritirare 5.000 soldati americani dalla Germania; dall’altra, l’inquilino della Casa Bianca ha tuttavia detto di volerne inviare altrettanti in Polonia in nome della sua solida relazione politica con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Insomma, il Vecchio continente non può più dare nulla per scontato. E le ben note manovre filocinesi di leader, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, rischiano soltanto di complicare (anziché rilanciare) le relazioni transatlantiche.
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Francesco Cafiso, sassofonista siciliano che ha conquistato il mondo da giovanissimo senza dimenticare le sue radici, presenta il suo Vittoria Jazz Festival. Ricorda l’incontro che gli ha cambiato la vita, a 13 anni, con Wynton Marsalis. E rende omaggio al concittadino Arturo Di Modica, papà del Toro di Wall Street.
(Ansa)
Dovrebbe essere Ginevra, in Svizzera e non in un Paese dell’Ue, il luogo scelto per una svolta destinata a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. Secondo Reuters e Bloomberg, un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra nel Golfo potrebbe essere firmato domenica o lunedì dal vicepresidente americano, JD Vance, e dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Ghalibaf. A rafforzare le aspettative è intervenuto il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif: «La pace non è mai stata così vicina come lo è adesso», ha scritto su X, sostenendo che è stato raggiunto un testo condiviso e che Islamabad sta lavorando con entrambe le parti per definire gli ultimi dettagli dell’intesa.
Nonostante l’ottimismo dei mediatori, attorno all’accordo continua a regnare incertezza. A generarla sono soprattutto le dichiarazioni contraddittorie provenienti da Teheran, dove le diverse anime del regime sembrano raccontare versioni differenti dello stesso memorandum. Secondo la Casa Bianca, l’Iran avrebbe accettato di smantellare il programma nucleare, distruggere il materiale fissile accumulato e riaprire immediatamente lo Stretto di Hormuz. Un alto funzionario americano ha precisato che nessun fondo iraniano congelato verrà sbloccato fino a quando Teheran non avrà dimostrato di rispettare gli impegni assunti. Le agenzie iraniane raccontano però una storia diversa. Mehr sostiene che l’accordo prevederebbe lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati durante il periodo negoziale di 60 giorni. L’agenzia ufficiale Irna afferma che l’Iran non rinuncerà al controllo di Hormuz e che la gestione futura dell’area dovrà essere concordata con l’Oman.
Le divergenze riguardano proprio i punti più delicati dell’intesa e riflettono le profonde divisioni interne alla Repubblica islamica, già emerse nelle scorse ore con la diffusione di una bozza in 14 punti attribuita agli ambienti più radicali del regime.
Le indiscrezioni provenienti da Teheran hanno provocato l’irritazione di Donald Trump. In un messaggio pubblicato su Truth, il presidente americano ha accusato il regime di diffondere informazioni false sul contenuto dell’intesa. «Le condizioni che l’Iran ha fatto trapelare ai media non hanno nulla a che vedere con quelle concordate per iscritto», ha scritto. Trump, che ha accusato gli europei di essere stati «inutili», aggiungendo però, col Corriere, che potranno aiutare gli Usa nel dopoguerra, ha definito «disonorevole» il comportamento dei negoziatori iraniani, pur continuando a sostenere che l’accordo sia vicino. Sulla stessa linea il vicepresidente Vance: «Gli iraniani non ricevono contanti e nessun fondo viene sbloccato soltanto per firmare un accordo o partecipare a un incontro», ha scritto su X, smentendo le indiscrezioni relative a un immediato rilascio di risorse finanziarie. Sul fronte iraniano, il coinvolgimento di Ghalibaf viene interpretato come un segnale politico significativo. La sua eventuale firma rappresenterebbe il sostegno di una parte importante dell’establishment iraniano all’intesa. Restano però forti dubbi sulla posizione definitiva della Guida suprema, Mojtaba Khamenei, e delle correnti più radicali del regime. Anche il dossier libanese continua a rappresentare un elemento di tensione. Hezbollah insiste affinché qualsiasi accordo comprenda la cessazione delle ostilità in Libano, una richiesta che complica il lavoro dei mediatori.
Se a Washington prevale l’ottimismo, a Gerusalemme domina la prudenza. Secondo fonti israeliane citate dalla Cnn, l’annuncio di Trump sull’accordo avrebbe colto di sorpresa lo stesso Benjamin Netanyahu durante una riunione sulla sicurezza nazionale. Secondo quanto riferito dall’emittente israeliana Channel 12, che citava una fonte americana, durante l’ultima telefonata del premier israeliano con Trump, il presidente statunitense avrebbe sostenuto che l’accordo in discussione rappresenti un passo positivo e che sia arrivato il momento di mettere fine al conflitto.
Le preoccupazioni israeliane trovano conferma negli sviluppi sul terreno. Un convoglio umanitario organizzato dal nunzio apostolico in Libano, monsignor Paolo Borgia, e diretto verso alcuni villaggi cristiani del Sud del Paese, è stato fermato dall’esercito israeliano e costretto a modificare il proprio itinerario. L’episodio si inserisce in un contesto di forte tensione. Secondo le Forze di difesa israeliane, nell’ultima settimana sono stati colpiti circa 310 obiettivi di Hezbollah e neutralizzati 80 miliziani. In questo quadro, il ministro della Difesa Israel Katz ha ribadito che Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza. Katz ha inoltre affermato che lui e Netanyahu hanno ordinato all’esercito di prepararsi all’eventualità di un’azione autonoma per impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare.
La possibile firma rappresenterebbe una svolta storica. Tuttavia, le divergenze tra Washington e Teheran sul contenuto dell’intesa, le tensioni in Libano e le molte riserve israeliane mostrano quanto il percorso verso una stabilizzazione della regione resti fragile e tutt’altro che scontato.
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