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2025-01-19
Trump caccia i clandestini. Invece Mattarella li accoglie
Sergio Mattarella e Donald Trump (Ansa)
Donald Trump è intenzionato a tirare dritto sul contrasto all’immigrazione illegale. Già martedì, vale a dire il giorno dopo l’insediamento alla Casa Bianca, il nuovo presidente potrebbe avviare le espulsioni di massa promesse durante la campagna elettorale. In particolare, il Wall Street Journal ha rivelato che l’amministrazione entrante potrebbe concentrarsi sin da subito sulla città di Chicago, dove sarebbe in programma un raid delle forze dell’ordine.
«Ci sarà un grande raid in tutto il Paese. Chicago è solo uno dei tanti posti», ha dichiarato venerdì il prossimo responsabile della frontiera meridionale, Tom Homan. «Martedì, l’Immigration and customs enforcement (Ice) finalmente uscirà e farà il suo lavoro. Toglieremo le manette all’Ice e la lasceremo andare ad arrestare gli immigrati criminali». L’obiettivo primario dell’amministrazione entrante è, infatti, quello di espellere i clandestini che si sono macchiati di reati. «Quello che stiamo dicendo all’Ice è che deve applicare la legge sull’immigrazione senza scuse. Vi concentrerete prima sul peggio, sulle minacce alla sicurezza pubblica, ma nessuno è escluso. Se ci sono persone nel Paese illegalmente, hanno un problema», ha precisato Homan. Non solo. A inizio gennaio, quest’ultimo aveva rivelato di essere in trattativa con dei Paesi terzi che potrebbero ospitare quei clandestini che, una volta espulsi, non verranno riaccolti dalle nazioni di origine. Non è ancora, invece, del tutto chiaro come la nuova amministrazione si comporterà verso i dreamers, gli immigrati irregolari entrati negli Usa quando erano minorenni. Trump potrebbe accettare una loro tutela, a patto che i dem al Congresso approvino la realizzazione di nuove barriere difensive alla frontiera. «I muri di confine salvano vite», ha dichiarato Homan la settimana scorsa.
La lotta all’immigrazione clandestina, si sa, ha rappresentato uno dei capisaldi della campagna elettorale di Trump, nonché una delle ragioni del suo successo a novembre. Il tycoon ne ha fatto innanzitutto un problema di ordine pubblico e di sicurezza nazionale: la frontiera con il Messico è diventata sempre più vulnerabile non solo ai flussi di droga ma anche alle minacce di natura terroristica (a giugno erano stati arrestati otto cittadini tagiki, sospettati di essere affiliati all’Isis, che erano entrati illegalmente in territorio statunitense attraverso il confine).
In secondo luogo, Trump ne ha fatto anche una questione socioeconomica. L’immigrazione clandestina è un fenomeno che favorisce il ribasso salariale e, in un certo senso, la competizione fra poveri. Non a caso, alle ultime presidenziali, il dossier è stato molto sentito dalla working class appartenente agli Stati operai di Ohio, Michigan, Wisconsin e Pennsylvania.
E poi, attenzione: nonostante qualcuno stia cercando di demonizzare i rimpatri di massa promessi da Trump, va detto che anche le amministrazioni di Barack Obama e di Joe Biden hanno effettuato un alto numero di espulsioni. Il problema è che, con Biden, si è registrato il record storico di clandestini intercettati alla frontiera meridionale. Inoltre, l’amministrazione uscente ha spesso lasciato circolare questi irregolari sul territorio statunitense. Homan, tra l’altro, si occupava di rimpatri già ai tempi di Obama e quest’ultimo addirittura lo insignì del Presidential rank award nel 2015.
D’altronde, la questione migratoria nel suo complesso appare centrale nel mondo trumpista: prova ne è il recente dibattito che si è registrato tra chi, come Elon Musk, chiede un incremento dei visti per i lavoratori altamente specializzati e chi, come Laura Loomer, si è opposto, sostenendo che una tale misura danneggerebbe i colletti bianchi americani. Il fatto che Trump si sia schierato con il ceo di Tesla su questo tema, certifica che l’America First ha un approccio articolato al dossier migratorio. Da una parte, si punta alla linea dura contro i clandestini per salvaguardare la sicurezza nazionale e contrastare il ribasso salariale. Dall’altra parte, l’immigrazione legale e di qualità non viene demonizzata ma, anzi, considerata un fattore potenzialmente positivo per rafforzare gli Usa nella competizione geopolitica ed economica con la Cina.
Ecco, è proprio a questo approccio articolato che l’Unione europea deve guardare. È chiaro che la situazione rispetto agli Stati Uniti è molto differente: loro hanno una frontiera terrestre con il Messico mentre noi dobbiamo fare i conti con i flussi migratori determinati dall’instabilità politica in Nord Africa e nel Sahel. Tuttavia, è all’approccio di fondo che bisogna ispirarsi. Come dimostrato dalle trattative di Homan con dei Paesi terzi, la linea del governo italiano sui centri in Albania è la strada maestra da seguire. A ottobre, Giorgia Meloni definì l’accordo con Tirana un «deterrente nei confronti dei trafficanti». Ed è proprio la linea della deterrenza quella che vuole implementare Trump alla frontiera meridionale: anche gli Usa devono infatti fronteggiare il fenomeno dei trafficanti di esseri umani, i cosiddetti «coyote».
Infine chi, davanti alla linea dura, parla di «razzismo» non sa quello che dice. In campagna elettorale, Trump non ha mai nascosto le sue idee in materia migratoria. E, alle ultime elezioni, ha preso il 45% del voto ispanico: 13 punti in più rispetto al 2020. Secondo Nbc News, si tratta di un record per un candidato repubblicano. A dimostrazione del fatto che la linea della deterrenza è spesso auspicata dagli stessi immigrati regolari. Negli Usa come nell’Ue.
Mattarella incensa il modello. Lampedusa: «Avanguardia della civiltà europea»
«La cultura è lezione di dialogo, pace, dignità». Fra gli applausi del teatro Pirandello di Agrigento, Sergio Mattarella ha inaugurato un anno speciale per la città, capitale della Cultura europea in coabitazione con Gorizia e Nova Gorica, 1.582 chilometri più a Nord, simboli di un grande abbraccio ideale in nome della conoscenza. Accanto a lui il ministro Alessandro Giuli, misurato e concreto nell’aggiungere: «Agrigento ha vinto con una proposta credibile ed ora ha la possibilità di divenire il cardine della rinascita di un territorio ricco di complessità, in un’isola eletta, la Sicilia. Per questo lo spirito deve essere quello di restare fedele alla propria natura di terra libera e ingegnosa, aperta al dialogo e all’incontro di civiltà».
Queste sono le occasioni nelle quali il presidente della Repubblica dà il meglio di sé, introducendo, nelle pieghe di discorsi anodini, messaggi politici lasciati a galleggiare come promemoria in bottiglia. Il primo è un inno all’Unione Europea, sotto stress perché massimo punto di frattura fra establishment e popoli sottostanti. Mattarella prende spunto dall’abbinamento fra Italia e Slovenia per sottolineare: «È una scelta di altissimo valore in un’area storicamente gravata da conflitti che oggi hanno saputo tradursi in collaborazione e amicizia. Dove frontiere contrapposte avevano separato, oggi l’Europa unisce».
Con tutto il rispetto, il capo dello Stato ha ragione a metà. È un dato di fatto che dall’ingresso della Slovenia nell’Unione europea, fra Gorizia e Nuova Gorica sia finito il tempo del filo spinato (il confine divideva a metà perfino un cimitero). Più difficile essere d’accordo con lui quando cavalca implicitamente la narrazione dominante dei 70 anni di pace dimenticandosi - proprio sulla porta dei Balcani -, che fu anche l’Europa a insanguinare quelle terre dove la Jugoslavia deflagrò. Bombardamenti (vedi alla voce Belgrado), massacri indotti per insipienza delle forze di interposizione (vedi alla voce Srebrenica), conflitti e confini imposti dai muscoli americani (vedi alla voce Kosovo). Incubi che la cultura, in questo caso dell’oblio, non è riuscita a scacciare.
Il secondo messaggio di Mattarella riguarda un tema caro alla sua anima cattodem: l’immigrazionismo come catarsi, il melting pot come soluzione. «In un luogo come Agrigento, dove il patrimonio monumentale è dominante, potrebbe prevalere la convinzione che cultura sia ammirazione delle vestigia del passato. Ma la cultura non ha lo sguardo volto all’indietro. Piuttosto ha sempre sollecitato ad alzarlo verso il domani. L’Italia, con i giacimenti culturali che ovunque la contraddistinguono, è lezione di dialogo, di pace, di dignità per l’oggi e per il domani. Questo impegno lo chiede il ricordo dei morti delle guerre che insanguinano l’Europa, il Mediterraneo e altre regioni. Lo impongono le violazioni dei diritti umani, lo esigono le diseguaglianze crescenti, le marginalità».
Per uscire dalla teoria e immettere la riflessione nella pratica, il presidente chiama in causa Lampedusa, che galleggia laggiù ma è in provincia di Agrigento. «Saluti e auguri si estendono a quanti saranno impegnati negli eventi. Tra essi i lampedusani, concittadini che le ferite del nostro tempo hanno reso avanguardia della civiltà europea. Espressione di cultura solidale». Il sindaco dell’isola quotidianamente in trincea per gli sbarchi, Filippo Mannino, si commuove. Per un giorno può dimenticare l’emergenza, il degrado, le amnesie di quell’Europa lontana che lascia sola l’Italia ad affrontare l’invasione. Un peso enorme che i lampedusani avvertono soprattutto quando le cerimonie finiscono.
Dopo Europa e migranti non poteva non arrivare il momento di Elon Musk, mai citato ma evocato come ologramma ambulante per il teatro Pirandello. «Viviamo un tempo in cui tutto sembra comprimersi ed esaurirsi sull’istante del presente. In cui la tecnologia pretende, talvolta, di monopolizzare il pensiero piuttosto che porsi al servizio della conoscenza. La cultura, al contrario, è rivolgersi a un orizzonte ampio, ribellarsi a ogni compressione del nostro umanesimo, quello che ha reso grande la nostra civiltà».
È rassicurante ascoltare queste parole, mai sentite mentre «ipse dixit» Mario Draghi affermava «Se non ti vaccini, ti ammali e muori», mentre il green pass creava fratture sociali, mentre il nostro umanesimo veniva preso a calci dal pensiero unico dei guardiani dell’ortodossia travestiti da fact checker. Sono i miracoli della cultura. Europa, migranti, il perfido Elon. Sicuri che non manchi niente? Mattarella ha ottima memoria e ci ricorda: «Per l’agrigentino Empedocle l’unità dei quattro elementi, aria, acqua, terra e fuoco, era la scintilla della nascita di ogni cosa. Attraverso la cultura c’è la necessità di rigenerare coesione. Lo richiede il lamento della terra, violata dallo sfruttamento estremo delle risorse, con le sue catastrofiche conseguenze, a partire dal cambiamento climatico». Ecco cosa mancava.
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Già martedì dalla Casa Bianca potrebbe arrivare l’ordine per un blitz in tutto il Paese a cominciare da Chicago. Previsti accordi con Stati terzi per accogliere gli stranieri indesiderati. Il tipo di politica che deve seguire l’Ue.Ad Agrigento, il presidente non perde occasione per una tirata contro le frontiere. Poi evoca Elon Musk e inventa un Empedocle greenLo speciale contiene due articoliDonald Trump è intenzionato a tirare dritto sul contrasto all’immigrazione illegale. Già martedì, vale a dire il giorno dopo l’insediamento alla Casa Bianca, il nuovo presidente potrebbe avviare le espulsioni di massa promesse durante la campagna elettorale. In particolare, il Wall Street Journal ha rivelato che l’amministrazione entrante potrebbe concentrarsi sin da subito sulla città di Chicago, dove sarebbe in programma un raid delle forze dell’ordine.«Ci sarà un grande raid in tutto il Paese. Chicago è solo uno dei tanti posti», ha dichiarato venerdì il prossimo responsabile della frontiera meridionale, Tom Homan. «Martedì, l’Immigration and customs enforcement (Ice) finalmente uscirà e farà il suo lavoro. Toglieremo le manette all’Ice e la lasceremo andare ad arrestare gli immigrati criminali». L’obiettivo primario dell’amministrazione entrante è, infatti, quello di espellere i clandestini che si sono macchiati di reati. «Quello che stiamo dicendo all’Ice è che deve applicare la legge sull’immigrazione senza scuse. Vi concentrerete prima sul peggio, sulle minacce alla sicurezza pubblica, ma nessuno è escluso. Se ci sono persone nel Paese illegalmente, hanno un problema», ha precisato Homan. Non solo. A inizio gennaio, quest’ultimo aveva rivelato di essere in trattativa con dei Paesi terzi che potrebbero ospitare quei clandestini che, una volta espulsi, non verranno riaccolti dalle nazioni di origine. Non è ancora, invece, del tutto chiaro come la nuova amministrazione si comporterà verso i dreamers, gli immigrati irregolari entrati negli Usa quando erano minorenni. Trump potrebbe accettare una loro tutela, a patto che i dem al Congresso approvino la realizzazione di nuove barriere difensive alla frontiera. «I muri di confine salvano vite», ha dichiarato Homan la settimana scorsa.La lotta all’immigrazione clandestina, si sa, ha rappresentato uno dei capisaldi della campagna elettorale di Trump, nonché una delle ragioni del suo successo a novembre. Il tycoon ne ha fatto innanzitutto un problema di ordine pubblico e di sicurezza nazionale: la frontiera con il Messico è diventata sempre più vulnerabile non solo ai flussi di droga ma anche alle minacce di natura terroristica (a giugno erano stati arrestati otto cittadini tagiki, sospettati di essere affiliati all’Isis, che erano entrati illegalmente in territorio statunitense attraverso il confine).In secondo luogo, Trump ne ha fatto anche una questione socioeconomica. L’immigrazione clandestina è un fenomeno che favorisce il ribasso salariale e, in un certo senso, la competizione fra poveri. Non a caso, alle ultime presidenziali, il dossier è stato molto sentito dalla working class appartenente agli Stati operai di Ohio, Michigan, Wisconsin e Pennsylvania.E poi, attenzione: nonostante qualcuno stia cercando di demonizzare i rimpatri di massa promessi da Trump, va detto che anche le amministrazioni di Barack Obama e di Joe Biden hanno effettuato un alto numero di espulsioni. Il problema è che, con Biden, si è registrato il record storico di clandestini intercettati alla frontiera meridionale. Inoltre, l’amministrazione uscente ha spesso lasciato circolare questi irregolari sul territorio statunitense. Homan, tra l’altro, si occupava di rimpatri già ai tempi di Obama e quest’ultimo addirittura lo insignì del Presidential rank award nel 2015.D’altronde, la questione migratoria nel suo complesso appare centrale nel mondo trumpista: prova ne è il recente dibattito che si è registrato tra chi, come Elon Musk, chiede un incremento dei visti per i lavoratori altamente specializzati e chi, come Laura Loomer, si è opposto, sostenendo che una tale misura danneggerebbe i colletti bianchi americani. Il fatto che Trump si sia schierato con il ceo di Tesla su questo tema, certifica che l’America First ha un approccio articolato al dossier migratorio. Da una parte, si punta alla linea dura contro i clandestini per salvaguardare la sicurezza nazionale e contrastare il ribasso salariale. Dall’altra parte, l’immigrazione legale e di qualità non viene demonizzata ma, anzi, considerata un fattore potenzialmente positivo per rafforzare gli Usa nella competizione geopolitica ed economica con la Cina.Ecco, è proprio a questo approccio articolato che l’Unione europea deve guardare. È chiaro che la situazione rispetto agli Stati Uniti è molto differente: loro hanno una frontiera terrestre con il Messico mentre noi dobbiamo fare i conti con i flussi migratori determinati dall’instabilità politica in Nord Africa e nel Sahel. Tuttavia, è all’approccio di fondo che bisogna ispirarsi. Come dimostrato dalle trattative di Homan con dei Paesi terzi, la linea del governo italiano sui centri in Albania è la strada maestra da seguire. A ottobre, Giorgia Meloni definì l’accordo con Tirana un «deterrente nei confronti dei trafficanti». Ed è proprio la linea della deterrenza quella che vuole implementare Trump alla frontiera meridionale: anche gli Usa devono infatti fronteggiare il fenomeno dei trafficanti di esseri umani, i cosiddetti «coyote». Infine chi, davanti alla linea dura, parla di «razzismo» non sa quello che dice. In campagna elettorale, Trump non ha mai nascosto le sue idee in materia migratoria. E, alle ultime elezioni, ha preso il 45% del voto ispanico: 13 punti in più rispetto al 2020. Secondo Nbc News, si tratta di un record per un candidato repubblicano. A dimostrazione del fatto che la linea della deterrenza è spesso auspicata dagli stessi immigrati regolari. Negli Usa come nell’Ue.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-caccia-i-clandestini-invece-mattarella-li-accoglie-2670890273.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mattarella-incensa-il-modello-lampedusa-avanguardia-della-civilta-europea" data-post-id="2670890273" data-published-at="1737228808" data-use-pagination="False"> Mattarella incensa il modello. Lampedusa: «Avanguardia della civiltà europea» «La cultura è lezione di dialogo, pace, dignità». Fra gli applausi del teatro Pirandello di Agrigento, Sergio Mattarella ha inaugurato un anno speciale per la città, capitale della Cultura europea in coabitazione con Gorizia e Nova Gorica, 1.582 chilometri più a Nord, simboli di un grande abbraccio ideale in nome della conoscenza. Accanto a lui il ministro Alessandro Giuli, misurato e concreto nell’aggiungere: «Agrigento ha vinto con una proposta credibile ed ora ha la possibilità di divenire il cardine della rinascita di un territorio ricco di complessità, in un’isola eletta, la Sicilia. Per questo lo spirito deve essere quello di restare fedele alla propria natura di terra libera e ingegnosa, aperta al dialogo e all’incontro di civiltà». Queste sono le occasioni nelle quali il presidente della Repubblica dà il meglio di sé, introducendo, nelle pieghe di discorsi anodini, messaggi politici lasciati a galleggiare come promemoria in bottiglia. Il primo è un inno all’Unione Europea, sotto stress perché massimo punto di frattura fra establishment e popoli sottostanti. Mattarella prende spunto dall’abbinamento fra Italia e Slovenia per sottolineare: «È una scelta di altissimo valore in un’area storicamente gravata da conflitti che oggi hanno saputo tradursi in collaborazione e amicizia. Dove frontiere contrapposte avevano separato, oggi l’Europa unisce». Con tutto il rispetto, il capo dello Stato ha ragione a metà. È un dato di fatto che dall’ingresso della Slovenia nell’Unione europea, fra Gorizia e Nuova Gorica sia finito il tempo del filo spinato (il confine divideva a metà perfino un cimitero). Più difficile essere d’accordo con lui quando cavalca implicitamente la narrazione dominante dei 70 anni di pace dimenticandosi - proprio sulla porta dei Balcani -, che fu anche l’Europa a insanguinare quelle terre dove la Jugoslavia deflagrò. Bombardamenti (vedi alla voce Belgrado), massacri indotti per insipienza delle forze di interposizione (vedi alla voce Srebrenica), conflitti e confini imposti dai muscoli americani (vedi alla voce Kosovo). Incubi che la cultura, in questo caso dell’oblio, non è riuscita a scacciare. Il secondo messaggio di Mattarella riguarda un tema caro alla sua anima cattodem: l’immigrazionismo come catarsi, il melting pot come soluzione. «In un luogo come Agrigento, dove il patrimonio monumentale è dominante, potrebbe prevalere la convinzione che cultura sia ammirazione delle vestigia del passato. Ma la cultura non ha lo sguardo volto all’indietro. Piuttosto ha sempre sollecitato ad alzarlo verso il domani. L’Italia, con i giacimenti culturali che ovunque la contraddistinguono, è lezione di dialogo, di pace, di dignità per l’oggi e per il domani. Questo impegno lo chiede il ricordo dei morti delle guerre che insanguinano l’Europa, il Mediterraneo e altre regioni. Lo impongono le violazioni dei diritti umani, lo esigono le diseguaglianze crescenti, le marginalità». Per uscire dalla teoria e immettere la riflessione nella pratica, il presidente chiama in causa Lampedusa, che galleggia laggiù ma è in provincia di Agrigento. «Saluti e auguri si estendono a quanti saranno impegnati negli eventi. Tra essi i lampedusani, concittadini che le ferite del nostro tempo hanno reso avanguardia della civiltà europea. Espressione di cultura solidale». Il sindaco dell’isola quotidianamente in trincea per gli sbarchi, Filippo Mannino, si commuove. Per un giorno può dimenticare l’emergenza, il degrado, le amnesie di quell’Europa lontana che lascia sola l’Italia ad affrontare l’invasione. Un peso enorme che i lampedusani avvertono soprattutto quando le cerimonie finiscono. Dopo Europa e migranti non poteva non arrivare il momento di Elon Musk, mai citato ma evocato come ologramma ambulante per il teatro Pirandello. «Viviamo un tempo in cui tutto sembra comprimersi ed esaurirsi sull’istante del presente. In cui la tecnologia pretende, talvolta, di monopolizzare il pensiero piuttosto che porsi al servizio della conoscenza. La cultura, al contrario, è rivolgersi a un orizzonte ampio, ribellarsi a ogni compressione del nostro umanesimo, quello che ha reso grande la nostra civiltà». È rassicurante ascoltare queste parole, mai sentite mentre «ipse dixit» Mario Draghi affermava «Se non ti vaccini, ti ammali e muori», mentre il green pass creava fratture sociali, mentre il nostro umanesimo veniva preso a calci dal pensiero unico dei guardiani dell’ortodossia travestiti da fact checker. Sono i miracoli della cultura. Europa, migranti, il perfido Elon. Sicuri che non manchi niente? Mattarella ha ottima memoria e ci ricorda: «Per l’agrigentino Empedocle l’unità dei quattro elementi, aria, acqua, terra e fuoco, era la scintilla della nascita di ogni cosa. Attraverso la cultura c’è la necessità di rigenerare coesione. Lo richiede il lamento della terra, violata dallo sfruttamento estremo delle risorse, con le sue catastrofiche conseguenze, a partire dal cambiamento climatico». Ecco cosa mancava.
Matthias Moser, Eurocar
L’adagio si adatta perfettamente anche alla genesi di Eurocar, il più grande distributore italiano dei marchi nella pancia del gruppo Volkswagen (Audi, Seat, Cupra, Skoda, Porsche e Lamborghini oltre a Vw) ma spezzettato, fino a un paio di settimane fa, in una miriade di insegne diverse, frutto di oltre vent’anni di acquisizione che hanno portato Eurocar, che nel 2025 ha fatturato qualcosa come 2,2 miliardi di euro, a essere presente in nove Regioni nel Nord e Centro Italia, dove si contano più di 50 sedi e ben 1.950 collaboratori. Ora, con il progetto One Eurocar, i vecchi marchi dei concessionari, alcuni storici nei territori dove hanno sede, spariscono per lasciare il posto alla nuova identità, anche digitale, del gruppo. Matthias Moser è il ceo che ha dato forma alla nuova realtà imprenditoriale, alle prese con numerose sfide: spaesamento dei clienti davanti alle nuove motorizzazioni, crisi petrolifera, crisi economica.
Vendete macchine per tutti i tipi di tasche: è quello che chiedono i clienti?
«Uno dei punti forti del nostro gruppo è sicuramente l’ampio ventaglio di possibilità in termini di brand. Il vantaggio competitivo comune di tutti questi brand è essere sotto il cappello del gruppo Vw, un brand storico, che garantisce qualità e affidabilità».
Le contorsioni dell’Ue sull’elettrificazione forzata delle auto hanno generato confusione nei clienti?
«La transizione verso la mobilità elettrica è un processo complesso e graduale. È normale che in una fase di cambiamento ci siano aggiustamenti normativi. Dal nostro osservatorio vediamo che i clienti chiedono soprattutto chiarezza e stabilità nel lungo periodo. Il nostro compito come concessionari è accompagnarli nella scelta più adatta alle loro esigenze, che sia elettrica, ibrida o termica».
Chi oggi si avvicina per comprare un’auto è consapevole di quello che trova in un salone oppure va guidato, stante la ricca offerta di motorizzazione e modelli?
«Sicuramente il cliente del 2026 è più informato, l’online offre molte risposte e l’avvento dell’Intelligenza artificiale si è integrata ampliano questa possibilità. Nonostante questo, l’auto resta un prodotto che i nostri clienti sentono sempre la necessità di vedere e provare. Inoltre, il know-how dei nostri consulenti e la loro capacità di entrare in contatto con il cliente rimane un patrimonio relazionale insostituibile».
Crescono le vendite di modelli cinesi in Europa e in Italia: porteranno davvero invadere il mercato domestico? Sono un rischio per le Case del Vecchio continente, già in crisi?
«La competizione in questo mercato c’è sempre stata, come per qualsiasi altro prodotto nell’epoca della globalizzazione. La realtà è che non possiamo avere alcun controllo sull’esterno, ma possiamo lavorare invece sull’interno, continuando a fare del nostro meglio per rimanere competitivi e fare la differenza. L’acquisto di un’auto non è mai uno shot temporaneo. È un’esperienza e il nostro obiettivo è renderla facile, fluida e coinvolgente. Inoltre, il rapporto non si chiude alla consegna, anzi, ci teniamo ad essere i compagni di viaggio per i nostri clienti per tutta il ciclo di vita di una vettura, attraverso assistenza e servizi sempre più innovativi».
Come cambierà, da qui a dieci anni, (o anche più) l’acquisto di un’auto? Sempre meno saloni fisici e più Web oppure sarà necessario un mix tra i due perché l’auto va sentita?
«I numeri parlano chiaro, l’online è la porta di ingresso più varcata, perché comoda e sempre aperta. Anche per questo abbiamo lanciato lo scorso 2 aprile il nostro nuovo sito Web eurocar.it, che per la prima volta è stato unificato (prima avevamo nove siti uguali nell’interfaccia, ma diversificati per concessionaria), con un visual totalmente nuovo e in linea con la nostra nuova corporate identity e tantissimi nuovi strumenti per rendere la navigazione per gli utenti piacevole e facile. Nonostante questa consapevolezza, siamo ancora fortemente convinti che per il prodotto che vendiamo, la soluzione ottimale sia il phygital, un ibrido tra l’online e l’offline, dove i due mondi si integrano completandosi».
La crisi in Medio Oriente, con il caro greggio e la paventata razionalizzazione dell’energia se si dovesse continuare di questo passo, può influire sulla scelta di una macchina da acquistare? Magari spostando la scelta da un motore termico a uno elettrico?
«Come dico spesso, noi siamo una semplice concessionaria. La strategia di distribuzione non dipende da noi, ma dalle diverse Case, che sono certo, come hanno sempre fatto, riusciranno a prevedere gli scenari e a trovare le migliori soluzioni per i nostri clienti».
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Cambio in casa Stellantis: il restyling dell’unico modello in gamma punta tutto sul ritorno al passato. Il mercato italiano fatica a cedere alle sirene di batterie e ibrido. E così Lancia ripropone automobili «normali» e con il pedale per la frizione.
«I clienti hanno parlato chiaramente, noi li abbiamo ascoltati. Ed ecco la Lancia Ypsilon in versione benzina con cambio manuale»: così Gianni Petullà, responsabile del prodotto Lancia, ha presentato martedì mattina a Milano la Lancia Ypsilon equipaggiata con la nuova motorizzazione turbo benzina da 100 cavalli, abbinata al cambio manuale a sei marce. «Abbiamo lanciato Ypsilon due anni fa, come auto urbana ed elegante», ha spiegato Roberta Zerbi, ceo di Lancia, «il 2026 sarà, per noi, l’anno chiave. Vogliamo consolidare le vendite di Ypsilon e lanceremo, nella seconda parte dell’anno, un nuovo modello, la Gamma, disegnata a Torino e costruita a Melfi. Tornando a Ypsilon, siamo partiti con la sola motorizzazione elettrica, poi abbiamo aggiunto quella ibrida. Abbiamo ascoltato attentamente il mercato: la gente cerca qualcosa di concreto. Ed è per questo che presentiamo questa Ypsilon benzina e con cambio manuale». Già, il mercato. O, per meglio dire, la realtà. Perché c’è una larghissima fetta di clienti, ancora maggioranza, che di cavi di ricarica, cambi robotizzati e di tutti gli orpelli elettronici proprio non ne vuole sapere. E che ha accolto in maniera abbastanza tiepida (eufemismo) il nuovo modello Lancia: nel 2025 ne sono state vendute appena 9.000 unità, quasi tutte in Italia. Impietoso il confronto con la Y uscita di produzione, una citycar best seller per un decennio. «Una parte consistente degli automobilisti continua a preferire la guida manuale: una scelta pratica, legata al controllo diretto del veicolo e a una meccanica percepita come semplice e affidabile per l’uso quotidiano», ha continuato Petullà, «in Italia, la motorizzazione benzina non elettrificata mantiene una presenza stabile nel segmento delle city-car: i volumi non cedono perché esiste un pubblico numeroso che considera questa scelta la più equilibrata per il proprio stile di vita e per i propri costi di utilizzo. In particolare, c’è un pubblico fedele che ha accompagnato Lancia per anni alla guida della precedente Ypsilon, abituato a un motore benzina, al cambio manuale, a una guida diretta e senza complicazioni. Ritrovare la stessa facilità di sempre in qualcosa di molto più ricco e confortevole è la missione della nuova Ypsilon Turbo 100. In un’epoca in cui l’automazione guadagna terreno su ogni fronte, c’è ancora chi cerca un rapporto diretto con la propria auto». L’ammissione di Petullà («In Italia i volumi delle termiche non sono calati come ci si poteva aspettare, il segmento del non elettrificato è estremamente rilevante e, per noi, è strategico esserci») certificano l’inversione a U che le varie Case, compresa Stellantis, sono state costrette a fare: pensare di presidiare il segmento B con vetture dalle caratteristiche premium da anche 40.000 euro di costo si è rivelato un grosso, grosso errore. L’elettrificazione delle vetture tanto spinta da Carlos Tavares è stata rigettata dal mercato. Il modello presentato martedì presenta sotto il cofano l’aggiornato tre cilindri turbo da 1.2 litri PureTech (distribuzione a catena), capace di erogare 101 Cv e 205 Nm di coppia a 1.750 giri/min. Esteticamente, all’esterno, non cambia nulla rispetto al modello finora in circolazione (che deriva dalla Peugeot 208: nella vista laterale, la somiglianza-sorellanza è evidente). All’interno, invece, sparisce il «tavolino» di design apparso sulle sorelle elettrificate per una più sobria mensolina portaoggetti. Questo per permettere l’inserimento (e l’uso) della leva del cambio. La nuova motorizzazione si posiziona su tutti gli allestimenti con un prezzo di listino di 3.000 euro inferiore rispetto alle corrispondenti versioni ibride: la nuova Ypsilon turbo 100 parte da 22.200 euro chiavi in mano, mentre le versioni Lx Turbo 100 e Hf Line Turbo 100 (i due allestimenti top di gamma) sono proposte a 25.200 euro, inclusa messa su strada di 1.000 euro. Inoltre, accedendo alle soluzioni finanziarie dedicate alla nuova motorizzazione, il prezzo parte da 15.950 euro con canoni mensili da 99 euro. Il nuovo sistema di iniezione diretta ad alta pressione, l’introduzione di un sistema di fasatura valvole a ridotto attrito, la testa pistoni ridisegnata e il ciclo Miller ad alto rapporto di compressione assicurano una combustione più pulita e prestazioni superiori a parità di consumi: quelli dichiarati nel ciclo Wltp si attestano tra 5,2 e 5,4 l/100 km. Le prestazioni: 0-100 km/h in 10,2 secondi e una velocità massima di 194 km/h. Oltre 30.000 ore su banco prova e più di 3 milioni di chilometri percorsi su veicoli prototipo. Gli intervalli di manutenzione sono fissati ogni 25.000 km o due anni.
Catherine Birmingham e Nathan Trevallion (Ansa)
Oggi saranno somministrati test psicologici ai tre bambini Trevallion e la psichiatra scelta dal tribunale per effettuare la perizia su di loro e sui genitori li incontrerà per verificarne le condizioni. Viene da chiedersi quale fotografia potrà mai emergere da queste indagini. I bambini non sono stati valutati nei loro spazi, nella quotidianità che hanno conosciuto fino allo scorso inverno. No, vengono osservati in un contesto artificiale, dopo essere stati separati prima dal padre e poi pure dalla mamma. Certo, ora anche loro sono stati messi a parte di alcune grandi conquiste della civiltà: i dolci, la televisione e gli smartphone. Il professor Tonino Cantelmi e la dottoressa Martina Aiello, consulenti della famiglia, lo hanno notato con stupore nell’ultima perizia, presentata un paio di giorni fa al tribunale. Spiegano che «le abitudini precedentemente adottate nel contesto familiare di origine non risultavano oggetto di alcuna contestazione sotto il profilo alimentare, educativo, ludico-ricreativo e organizzativo, configurandosi invece come espressione di una genitorialità attenta, coerente e virtuosa, profondamente orientata ai bisogni evolutivi, affettivi e salutistici dei minori». E aggiungono che oggi i piccoli mangiano «alimenti industriali e zuccheri processati, precedentemente assenti dalla dieta dei bambini». Cibi che questi bambini cercano in modo «compulsivo», specie quando soffrono (in particolare, cioè, dopo le videochiamate con la mamma), come «possibile modalità di compensazione di stati di malessere affettivo e tensione interna».
Secondo gli esperti, oggi i bambini possono accedere a video con «elementi espliciti e violenti, precedentemente non presenti nella vita dei minori. L’utilizzo della televisione e dei telefonini delle operatrici», scrivono Cantelmi e Aiello, «si accompagna a una marcata riduzione dell’attività fisica e del gioco attivo, con una prevalenza di attività sedentarie». Giustamente su questo punto è intervenuta ieri Marina Terragni, Garante dell’infanzia, dichiarando le che «risultano incredibili le notizie che arrivano da Palmoli, nella cui casa famiglia vivono da oltre cinque mesi i tre fratellini del bosco separati dai loro genitori». Terragni, prendendo spunto dalla perizia di Cantelmi, nota che «i bambini rischiano di ammalarsi di quegli stessi mali che oggi siamo intenti a combattere per salvaguardare la salute di tutti i minori. Come più volte detto», dice il Garante, «entrati sani in casa famiglia, i bambini rischiano di uscirne provati da quegli stessi mali che siamo impegnati quotidianamente a combattere a tutela della salute di tutti i minori. Un quadro paradossale, una riprogrammazione dai tratti orwelliani che aggiunge ulteriori elementi di problematicità a una situazione estremamente preoccupante di cui si auspica la rapida risoluzione con la riunificazione del nucleo, essendo in via di risoluzione le problematiche che hanno condotto all’allontanamento. Purtroppo il parere contrario a questo esito, espresso in queste ore dalla tutrice e dalla curatrice dei tre minori, non lascia ben sperare».
Già: incomprensibilmente, e contro il parere di tutti gli esperti che si sono pronunciati sul caso, non sembra che vi sia l’intenzione di riunire la famiglia. «L’ennesimo diniego», scrive il quotidiano Il Centro, «porta la firma della tutrice Maria Luisa Palladino e della curatrice speciale Marika Bolognese, che si sono espresse negativamente sul ricorso presentato dai Trevallion in Corte d’appello». Chiaro: non spetta a loro decidere, ma ai giudici. Però è ovvio che la loro posizione pesi. Intanto i tempi della giustizia continuano a dilatarsi. Oggi, dicevamo, ci saranno altri test. Il 21 aprile, poi, il tribunale dovrebbe acquisire le memorie delle parti, anche se a quanto pare non si terrà alcuna udienza: sarà semplicemente consegnato il materiale scritto da esaminare. A quanto sembra, dunque, a meno di clamorose sorprese, non ci saranno cambiamenti significativi per i tre piccoli.
Più i giorni passano, più i bambini soffrono e più girano voci di ogni genere sulla famiglia. Polemiche sul libro che sta per pubblicare mamma Catherine, polemiche su presunte serie tv... «Ma perché il caso della famiglia del bosco suscita tanto interesse fino a far girare vorticose, quanto false (purtroppo!), voci che persino Netflix sarebbe vogliosa di metterci su le mani con un film?», si interroga Tonino Cantelmi parlando con La Verità. «Sì, qualche voglia di strumentalizzare il caso tirandolo di qua o di là c’è stato, ma non è questo il motivo. Che si tratti di un caso scivoloso è vero, tanto scivoloso da far scivolare servizi sociali e istituzioni senz’altro. Ma anche questa motivazione non tiene rispetto alla mediaticità intensa che hanno generato i guai di Nathan e Cathrine».
Secondo il professore, il vero problema è esattamente lo stile di vita della famiglia del bosco, quello che esso rappresenta e le emozioni che suscita. Nathan e Catherine, dice Cantelmi, sono «una coppia unita, non c’è dubbio, che sfida la società postmoderna e tecnoliquida. Noi sprechiamo tutto? Loro riciclano pure i rifiuti organici con il bagno a secco, così come vorrebbe una certa normativa europea sugli ecovillaggi. Noi siamo schiavi di Meta e TikTok: loro li vietano ai loro figli e figuriamoci la tv! Noi inseguiamo il danaro al quale ci prostriamo (e non solo), loro vagheggiano una libertà autosufficiente (e non vogliono bollette). Noi amiamo il lusso e Nathan non ha neanche una camicia e una giacca per andare in Senato. Figuriamoci una cravatta. E Cathrine colleziona cestini autoprodotti, usa saponi biologici e vestiti con fibre naturali. Noi amiamo cani, gatti e tutti i pet possibili e costringiamo animali di ogni tipo a vivere nei nostri appartamenti e invece loro si immergono nella natura. Non sarà affascinante vedere come va a finire questa sfida a uno Stato che ha reagito come ha reagito? È il fascino del debole e piccolo Davide, che sfida il gigante Golia forte e crudele. E noi? Postmoderni e asserviti come siamo, saremo capaci di trasformare la sfida in una serie tv da goderci comodamente nel salotto di casa».
Forse il tema è proprio questo: per alcuni il modello radicalmente alternativo dei Trevallion è qualcosa da combattere con tutte le forze. Per altri, la loro vicenda è divenuta una sorta di sceneggiato. Peccato solo che di mezzo ci sia la vita - vera, verissima - di tre bambini e dei loro genitori. Una esistenza che è stata sbriciolata. E per che cosa? Per qualche cartone animato e due caramelle?
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Saranno infatti otto le classi seconde che seguiranno la lezione di islam dalla durata di ben due ore. Troppi alunni per la capienza di un’unica Aula Magna e, pertanto, verranno effettuati due turni: uno dalle 8 alle 10 e l’altro dalle 11 alle 13. Lezioni rigorosamente «in presenza», specifica il documento protocollato e firmato dal dirigente scolastico Gennaro Scotto di Ciccariello che, alla Verità, dichiara che l’evento riguarderà «il dialogo tra le culture e le religioni anche in un’ottica di una corretta applicazione da quanto richiesto dalla promozione dell’educazione civica». Un dialogo un po’ originale, verrebbe da dire, dato che sabato non è prevista alcuna figura oltre al referente islamico e, ovviamente, ai docenti in servizio occupati nella vigilanza. Il progetto, assicura il dirigente, è «inserito nel piano triennale dell’offerta formativa, quindi approvato dal consiglio di istituto». E in effetti, spulciando nel Ptof, apprendiamo che già nel documento del 2022 era presente un paragrafo interamente intitolato «Identità e fede islamica» in cui venivano previste «lezioni con le singole classi sulla storia e lo sviluppo dell’islam, la sua dottrina e le suddivisioni, aspetti caratteristici e ambiti di discussione (visione della donna, della fratellanza universale, del matrimonio, fondamentalismo)». Il tutto farcito da una «testimonianza diretta di fede musulmana per approfondire, dibattere e rispondere a perplessità e confrontarsi con chi vive la fede islamica in prima persona».
Insomma, un sottile cedimento culturale all’islamizzazione che non risparmia la scuola, ma nemmeno le parrocchie. Proprio il 15 aprile, il giorno in cui veniva protocollata a Modena la comunicazione del dirigente scolastico, dall’altra parte d’Italia, a Brindisi, nella parrocchia di San Lorenzo, si svolgeva un incontro con l’imam della comunità islamica locale: Khaled Bouchelaghem. All’evento, pubblicizzato anche sul sito dell’Arcidiocesi di Brindisi - Ostuni e intitolato «Conosci l’Islam?», erano invitate comunità parrocchiali, comunità religiose, operatori ecclesiali, aggregazioni, insegnanti Irc, docenti e associazioni territoriali. Da segnalare che, oltre a queste figure, ad assistere al «catechismo» islamico brindisino c’era anche l’arcivescovo Giovanni Intini, che ha concluso l’evento. Il tutto sotto il segno dello slogan «se conosci bene l’altro lo ami davvero». Uno scenario che farebbe rabbrividire gli oltre 800 martiri che, nell’agosto del 1480, furono uccisi dai Turchi guidati dal comandante Gedik Ahmet Pascià nella vicina Otranto per non essersi convertiti alla fede islamica e che vennero prima beatificati nel 1771 dal pontefice Clemente XIV e poi canonizzati il 12 maggio 2013 da papa Francesco.
E così, in un mondo dove diventa quasi strano esporre un crocifisso in un’aula (per non parlare del fare un presepe in un corridoio o intonare ad un saggio di Natale una qualsiasi canzone che sfiori leggerissimamente la nascita di Gesù Bambino), diventa sempre più accettata una lezione islamica somministrata a dei ragazzi minorenni all’interno di un istituto scolastico o a un’intera comunità all’interno di un locale cattolico.
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