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2025-01-19
Trump caccia i clandestini. Invece Mattarella li accoglie
Sergio Mattarella e Donald Trump (Ansa)
Donald Trump è intenzionato a tirare dritto sul contrasto all’immigrazione illegale. Già martedì, vale a dire il giorno dopo l’insediamento alla Casa Bianca, il nuovo presidente potrebbe avviare le espulsioni di massa promesse durante la campagna elettorale. In particolare, il Wall Street Journal ha rivelato che l’amministrazione entrante potrebbe concentrarsi sin da subito sulla città di Chicago, dove sarebbe in programma un raid delle forze dell’ordine.
«Ci sarà un grande raid in tutto il Paese. Chicago è solo uno dei tanti posti», ha dichiarato venerdì il prossimo responsabile della frontiera meridionale, Tom Homan. «Martedì, l’Immigration and customs enforcement (Ice) finalmente uscirà e farà il suo lavoro. Toglieremo le manette all’Ice e la lasceremo andare ad arrestare gli immigrati criminali». L’obiettivo primario dell’amministrazione entrante è, infatti, quello di espellere i clandestini che si sono macchiati di reati. «Quello che stiamo dicendo all’Ice è che deve applicare la legge sull’immigrazione senza scuse. Vi concentrerete prima sul peggio, sulle minacce alla sicurezza pubblica, ma nessuno è escluso. Se ci sono persone nel Paese illegalmente, hanno un problema», ha precisato Homan. Non solo. A inizio gennaio, quest’ultimo aveva rivelato di essere in trattativa con dei Paesi terzi che potrebbero ospitare quei clandestini che, una volta espulsi, non verranno riaccolti dalle nazioni di origine. Non è ancora, invece, del tutto chiaro come la nuova amministrazione si comporterà verso i dreamers, gli immigrati irregolari entrati negli Usa quando erano minorenni. Trump potrebbe accettare una loro tutela, a patto che i dem al Congresso approvino la realizzazione di nuove barriere difensive alla frontiera. «I muri di confine salvano vite», ha dichiarato Homan la settimana scorsa.
La lotta all’immigrazione clandestina, si sa, ha rappresentato uno dei capisaldi della campagna elettorale di Trump, nonché una delle ragioni del suo successo a novembre. Il tycoon ne ha fatto innanzitutto un problema di ordine pubblico e di sicurezza nazionale: la frontiera con il Messico è diventata sempre più vulnerabile non solo ai flussi di droga ma anche alle minacce di natura terroristica (a giugno erano stati arrestati otto cittadini tagiki, sospettati di essere affiliati all’Isis, che erano entrati illegalmente in territorio statunitense attraverso il confine).
In secondo luogo, Trump ne ha fatto anche una questione socioeconomica. L’immigrazione clandestina è un fenomeno che favorisce il ribasso salariale e, in un certo senso, la competizione fra poveri. Non a caso, alle ultime presidenziali, il dossier è stato molto sentito dalla working class appartenente agli Stati operai di Ohio, Michigan, Wisconsin e Pennsylvania.
E poi, attenzione: nonostante qualcuno stia cercando di demonizzare i rimpatri di massa promessi da Trump, va detto che anche le amministrazioni di Barack Obama e di Joe Biden hanno effettuato un alto numero di espulsioni. Il problema è che, con Biden, si è registrato il record storico di clandestini intercettati alla frontiera meridionale. Inoltre, l’amministrazione uscente ha spesso lasciato circolare questi irregolari sul territorio statunitense. Homan, tra l’altro, si occupava di rimpatri già ai tempi di Obama e quest’ultimo addirittura lo insignì del Presidential rank award nel 2015.
D’altronde, la questione migratoria nel suo complesso appare centrale nel mondo trumpista: prova ne è il recente dibattito che si è registrato tra chi, come Elon Musk, chiede un incremento dei visti per i lavoratori altamente specializzati e chi, come Laura Loomer, si è opposto, sostenendo che una tale misura danneggerebbe i colletti bianchi americani. Il fatto che Trump si sia schierato con il ceo di Tesla su questo tema, certifica che l’America First ha un approccio articolato al dossier migratorio. Da una parte, si punta alla linea dura contro i clandestini per salvaguardare la sicurezza nazionale e contrastare il ribasso salariale. Dall’altra parte, l’immigrazione legale e di qualità non viene demonizzata ma, anzi, considerata un fattore potenzialmente positivo per rafforzare gli Usa nella competizione geopolitica ed economica con la Cina.
Ecco, è proprio a questo approccio articolato che l’Unione europea deve guardare. È chiaro che la situazione rispetto agli Stati Uniti è molto differente: loro hanno una frontiera terrestre con il Messico mentre noi dobbiamo fare i conti con i flussi migratori determinati dall’instabilità politica in Nord Africa e nel Sahel. Tuttavia, è all’approccio di fondo che bisogna ispirarsi. Come dimostrato dalle trattative di Homan con dei Paesi terzi, la linea del governo italiano sui centri in Albania è la strada maestra da seguire. A ottobre, Giorgia Meloni definì l’accordo con Tirana un «deterrente nei confronti dei trafficanti». Ed è proprio la linea della deterrenza quella che vuole implementare Trump alla frontiera meridionale: anche gli Usa devono infatti fronteggiare il fenomeno dei trafficanti di esseri umani, i cosiddetti «coyote».
Infine chi, davanti alla linea dura, parla di «razzismo» non sa quello che dice. In campagna elettorale, Trump non ha mai nascosto le sue idee in materia migratoria. E, alle ultime elezioni, ha preso il 45% del voto ispanico: 13 punti in più rispetto al 2020. Secondo Nbc News, si tratta di un record per un candidato repubblicano. A dimostrazione del fatto che la linea della deterrenza è spesso auspicata dagli stessi immigrati regolari. Negli Usa come nell’Ue.
Mattarella incensa il modello. Lampedusa: «Avanguardia della civiltà europea»
«La cultura è lezione di dialogo, pace, dignità». Fra gli applausi del teatro Pirandello di Agrigento, Sergio Mattarella ha inaugurato un anno speciale per la città, capitale della Cultura europea in coabitazione con Gorizia e Nova Gorica, 1.582 chilometri più a Nord, simboli di un grande abbraccio ideale in nome della conoscenza. Accanto a lui il ministro Alessandro Giuli, misurato e concreto nell’aggiungere: «Agrigento ha vinto con una proposta credibile ed ora ha la possibilità di divenire il cardine della rinascita di un territorio ricco di complessità, in un’isola eletta, la Sicilia. Per questo lo spirito deve essere quello di restare fedele alla propria natura di terra libera e ingegnosa, aperta al dialogo e all’incontro di civiltà».
Queste sono le occasioni nelle quali il presidente della Repubblica dà il meglio di sé, introducendo, nelle pieghe di discorsi anodini, messaggi politici lasciati a galleggiare come promemoria in bottiglia. Il primo è un inno all’Unione Europea, sotto stress perché massimo punto di frattura fra establishment e popoli sottostanti. Mattarella prende spunto dall’abbinamento fra Italia e Slovenia per sottolineare: «È una scelta di altissimo valore in un’area storicamente gravata da conflitti che oggi hanno saputo tradursi in collaborazione e amicizia. Dove frontiere contrapposte avevano separato, oggi l’Europa unisce».
Con tutto il rispetto, il capo dello Stato ha ragione a metà. È un dato di fatto che dall’ingresso della Slovenia nell’Unione europea, fra Gorizia e Nuova Gorica sia finito il tempo del filo spinato (il confine divideva a metà perfino un cimitero). Più difficile essere d’accordo con lui quando cavalca implicitamente la narrazione dominante dei 70 anni di pace dimenticandosi - proprio sulla porta dei Balcani -, che fu anche l’Europa a insanguinare quelle terre dove la Jugoslavia deflagrò. Bombardamenti (vedi alla voce Belgrado), massacri indotti per insipienza delle forze di interposizione (vedi alla voce Srebrenica), conflitti e confini imposti dai muscoli americani (vedi alla voce Kosovo). Incubi che la cultura, in questo caso dell’oblio, non è riuscita a scacciare.
Il secondo messaggio di Mattarella riguarda un tema caro alla sua anima cattodem: l’immigrazionismo come catarsi, il melting pot come soluzione. «In un luogo come Agrigento, dove il patrimonio monumentale è dominante, potrebbe prevalere la convinzione che cultura sia ammirazione delle vestigia del passato. Ma la cultura non ha lo sguardo volto all’indietro. Piuttosto ha sempre sollecitato ad alzarlo verso il domani. L’Italia, con i giacimenti culturali che ovunque la contraddistinguono, è lezione di dialogo, di pace, di dignità per l’oggi e per il domani. Questo impegno lo chiede il ricordo dei morti delle guerre che insanguinano l’Europa, il Mediterraneo e altre regioni. Lo impongono le violazioni dei diritti umani, lo esigono le diseguaglianze crescenti, le marginalità».
Per uscire dalla teoria e immettere la riflessione nella pratica, il presidente chiama in causa Lampedusa, che galleggia laggiù ma è in provincia di Agrigento. «Saluti e auguri si estendono a quanti saranno impegnati negli eventi. Tra essi i lampedusani, concittadini che le ferite del nostro tempo hanno reso avanguardia della civiltà europea. Espressione di cultura solidale». Il sindaco dell’isola quotidianamente in trincea per gli sbarchi, Filippo Mannino, si commuove. Per un giorno può dimenticare l’emergenza, il degrado, le amnesie di quell’Europa lontana che lascia sola l’Italia ad affrontare l’invasione. Un peso enorme che i lampedusani avvertono soprattutto quando le cerimonie finiscono.
Dopo Europa e migranti non poteva non arrivare il momento di Elon Musk, mai citato ma evocato come ologramma ambulante per il teatro Pirandello. «Viviamo un tempo in cui tutto sembra comprimersi ed esaurirsi sull’istante del presente. In cui la tecnologia pretende, talvolta, di monopolizzare il pensiero piuttosto che porsi al servizio della conoscenza. La cultura, al contrario, è rivolgersi a un orizzonte ampio, ribellarsi a ogni compressione del nostro umanesimo, quello che ha reso grande la nostra civiltà».
È rassicurante ascoltare queste parole, mai sentite mentre «ipse dixit» Mario Draghi affermava «Se non ti vaccini, ti ammali e muori», mentre il green pass creava fratture sociali, mentre il nostro umanesimo veniva preso a calci dal pensiero unico dei guardiani dell’ortodossia travestiti da fact checker. Sono i miracoli della cultura. Europa, migranti, il perfido Elon. Sicuri che non manchi niente? Mattarella ha ottima memoria e ci ricorda: «Per l’agrigentino Empedocle l’unità dei quattro elementi, aria, acqua, terra e fuoco, era la scintilla della nascita di ogni cosa. Attraverso la cultura c’è la necessità di rigenerare coesione. Lo richiede il lamento della terra, violata dallo sfruttamento estremo delle risorse, con le sue catastrofiche conseguenze, a partire dal cambiamento climatico». Ecco cosa mancava.
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Già martedì dalla Casa Bianca potrebbe arrivare l’ordine per un blitz in tutto il Paese a cominciare da Chicago. Previsti accordi con Stati terzi per accogliere gli stranieri indesiderati. Il tipo di politica che deve seguire l’Ue.Ad Agrigento, il presidente non perde occasione per una tirata contro le frontiere. Poi evoca Elon Musk e inventa un Empedocle greenLo speciale contiene due articoliDonald Trump è intenzionato a tirare dritto sul contrasto all’immigrazione illegale. Già martedì, vale a dire il giorno dopo l’insediamento alla Casa Bianca, il nuovo presidente potrebbe avviare le espulsioni di massa promesse durante la campagna elettorale. In particolare, il Wall Street Journal ha rivelato che l’amministrazione entrante potrebbe concentrarsi sin da subito sulla città di Chicago, dove sarebbe in programma un raid delle forze dell’ordine.«Ci sarà un grande raid in tutto il Paese. Chicago è solo uno dei tanti posti», ha dichiarato venerdì il prossimo responsabile della frontiera meridionale, Tom Homan. «Martedì, l’Immigration and customs enforcement (Ice) finalmente uscirà e farà il suo lavoro. Toglieremo le manette all’Ice e la lasceremo andare ad arrestare gli immigrati criminali». L’obiettivo primario dell’amministrazione entrante è, infatti, quello di espellere i clandestini che si sono macchiati di reati. «Quello che stiamo dicendo all’Ice è che deve applicare la legge sull’immigrazione senza scuse. Vi concentrerete prima sul peggio, sulle minacce alla sicurezza pubblica, ma nessuno è escluso. Se ci sono persone nel Paese illegalmente, hanno un problema», ha precisato Homan. Non solo. A inizio gennaio, quest’ultimo aveva rivelato di essere in trattativa con dei Paesi terzi che potrebbero ospitare quei clandestini che, una volta espulsi, non verranno riaccolti dalle nazioni di origine. Non è ancora, invece, del tutto chiaro come la nuova amministrazione si comporterà verso i dreamers, gli immigrati irregolari entrati negli Usa quando erano minorenni. Trump potrebbe accettare una loro tutela, a patto che i dem al Congresso approvino la realizzazione di nuove barriere difensive alla frontiera. «I muri di confine salvano vite», ha dichiarato Homan la settimana scorsa.La lotta all’immigrazione clandestina, si sa, ha rappresentato uno dei capisaldi della campagna elettorale di Trump, nonché una delle ragioni del suo successo a novembre. Il tycoon ne ha fatto innanzitutto un problema di ordine pubblico e di sicurezza nazionale: la frontiera con il Messico è diventata sempre più vulnerabile non solo ai flussi di droga ma anche alle minacce di natura terroristica (a giugno erano stati arrestati otto cittadini tagiki, sospettati di essere affiliati all’Isis, che erano entrati illegalmente in territorio statunitense attraverso il confine).In secondo luogo, Trump ne ha fatto anche una questione socioeconomica. L’immigrazione clandestina è un fenomeno che favorisce il ribasso salariale e, in un certo senso, la competizione fra poveri. Non a caso, alle ultime presidenziali, il dossier è stato molto sentito dalla working class appartenente agli Stati operai di Ohio, Michigan, Wisconsin e Pennsylvania.E poi, attenzione: nonostante qualcuno stia cercando di demonizzare i rimpatri di massa promessi da Trump, va detto che anche le amministrazioni di Barack Obama e di Joe Biden hanno effettuato un alto numero di espulsioni. Il problema è che, con Biden, si è registrato il record storico di clandestini intercettati alla frontiera meridionale. Inoltre, l’amministrazione uscente ha spesso lasciato circolare questi irregolari sul territorio statunitense. Homan, tra l’altro, si occupava di rimpatri già ai tempi di Obama e quest’ultimo addirittura lo insignì del Presidential rank award nel 2015.D’altronde, la questione migratoria nel suo complesso appare centrale nel mondo trumpista: prova ne è il recente dibattito che si è registrato tra chi, come Elon Musk, chiede un incremento dei visti per i lavoratori altamente specializzati e chi, come Laura Loomer, si è opposto, sostenendo che una tale misura danneggerebbe i colletti bianchi americani. Il fatto che Trump si sia schierato con il ceo di Tesla su questo tema, certifica che l’America First ha un approccio articolato al dossier migratorio. Da una parte, si punta alla linea dura contro i clandestini per salvaguardare la sicurezza nazionale e contrastare il ribasso salariale. Dall’altra parte, l’immigrazione legale e di qualità non viene demonizzata ma, anzi, considerata un fattore potenzialmente positivo per rafforzare gli Usa nella competizione geopolitica ed economica con la Cina.Ecco, è proprio a questo approccio articolato che l’Unione europea deve guardare. È chiaro che la situazione rispetto agli Stati Uniti è molto differente: loro hanno una frontiera terrestre con il Messico mentre noi dobbiamo fare i conti con i flussi migratori determinati dall’instabilità politica in Nord Africa e nel Sahel. Tuttavia, è all’approccio di fondo che bisogna ispirarsi. Come dimostrato dalle trattative di Homan con dei Paesi terzi, la linea del governo italiano sui centri in Albania è la strada maestra da seguire. A ottobre, Giorgia Meloni definì l’accordo con Tirana un «deterrente nei confronti dei trafficanti». Ed è proprio la linea della deterrenza quella che vuole implementare Trump alla frontiera meridionale: anche gli Usa devono infatti fronteggiare il fenomeno dei trafficanti di esseri umani, i cosiddetti «coyote». Infine chi, davanti alla linea dura, parla di «razzismo» non sa quello che dice. In campagna elettorale, Trump non ha mai nascosto le sue idee in materia migratoria. E, alle ultime elezioni, ha preso il 45% del voto ispanico: 13 punti in più rispetto al 2020. Secondo Nbc News, si tratta di un record per un candidato repubblicano. A dimostrazione del fatto che la linea della deterrenza è spesso auspicata dagli stessi immigrati regolari. Negli Usa come nell’Ue.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-caccia-i-clandestini-invece-mattarella-li-accoglie-2670890273.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mattarella-incensa-il-modello-lampedusa-avanguardia-della-civilta-europea" data-post-id="2670890273" data-published-at="1737228808" data-use-pagination="False"> Mattarella incensa il modello. Lampedusa: «Avanguardia della civiltà europea» «La cultura è lezione di dialogo, pace, dignità». Fra gli applausi del teatro Pirandello di Agrigento, Sergio Mattarella ha inaugurato un anno speciale per la città, capitale della Cultura europea in coabitazione con Gorizia e Nova Gorica, 1.582 chilometri più a Nord, simboli di un grande abbraccio ideale in nome della conoscenza. Accanto a lui il ministro Alessandro Giuli, misurato e concreto nell’aggiungere: «Agrigento ha vinto con una proposta credibile ed ora ha la possibilità di divenire il cardine della rinascita di un territorio ricco di complessità, in un’isola eletta, la Sicilia. Per questo lo spirito deve essere quello di restare fedele alla propria natura di terra libera e ingegnosa, aperta al dialogo e all’incontro di civiltà». Queste sono le occasioni nelle quali il presidente della Repubblica dà il meglio di sé, introducendo, nelle pieghe di discorsi anodini, messaggi politici lasciati a galleggiare come promemoria in bottiglia. Il primo è un inno all’Unione Europea, sotto stress perché massimo punto di frattura fra establishment e popoli sottostanti. Mattarella prende spunto dall’abbinamento fra Italia e Slovenia per sottolineare: «È una scelta di altissimo valore in un’area storicamente gravata da conflitti che oggi hanno saputo tradursi in collaborazione e amicizia. Dove frontiere contrapposte avevano separato, oggi l’Europa unisce». Con tutto il rispetto, il capo dello Stato ha ragione a metà. È un dato di fatto che dall’ingresso della Slovenia nell’Unione europea, fra Gorizia e Nuova Gorica sia finito il tempo del filo spinato (il confine divideva a metà perfino un cimitero). Più difficile essere d’accordo con lui quando cavalca implicitamente la narrazione dominante dei 70 anni di pace dimenticandosi - proprio sulla porta dei Balcani -, che fu anche l’Europa a insanguinare quelle terre dove la Jugoslavia deflagrò. Bombardamenti (vedi alla voce Belgrado), massacri indotti per insipienza delle forze di interposizione (vedi alla voce Srebrenica), conflitti e confini imposti dai muscoli americani (vedi alla voce Kosovo). Incubi che la cultura, in questo caso dell’oblio, non è riuscita a scacciare. Il secondo messaggio di Mattarella riguarda un tema caro alla sua anima cattodem: l’immigrazionismo come catarsi, il melting pot come soluzione. «In un luogo come Agrigento, dove il patrimonio monumentale è dominante, potrebbe prevalere la convinzione che cultura sia ammirazione delle vestigia del passato. Ma la cultura non ha lo sguardo volto all’indietro. Piuttosto ha sempre sollecitato ad alzarlo verso il domani. L’Italia, con i giacimenti culturali che ovunque la contraddistinguono, è lezione di dialogo, di pace, di dignità per l’oggi e per il domani. Questo impegno lo chiede il ricordo dei morti delle guerre che insanguinano l’Europa, il Mediterraneo e altre regioni. Lo impongono le violazioni dei diritti umani, lo esigono le diseguaglianze crescenti, le marginalità». Per uscire dalla teoria e immettere la riflessione nella pratica, il presidente chiama in causa Lampedusa, che galleggia laggiù ma è in provincia di Agrigento. «Saluti e auguri si estendono a quanti saranno impegnati negli eventi. Tra essi i lampedusani, concittadini che le ferite del nostro tempo hanno reso avanguardia della civiltà europea. Espressione di cultura solidale». Il sindaco dell’isola quotidianamente in trincea per gli sbarchi, Filippo Mannino, si commuove. Per un giorno può dimenticare l’emergenza, il degrado, le amnesie di quell’Europa lontana che lascia sola l’Italia ad affrontare l’invasione. Un peso enorme che i lampedusani avvertono soprattutto quando le cerimonie finiscono. Dopo Europa e migranti non poteva non arrivare il momento di Elon Musk, mai citato ma evocato come ologramma ambulante per il teatro Pirandello. «Viviamo un tempo in cui tutto sembra comprimersi ed esaurirsi sull’istante del presente. In cui la tecnologia pretende, talvolta, di monopolizzare il pensiero piuttosto che porsi al servizio della conoscenza. La cultura, al contrario, è rivolgersi a un orizzonte ampio, ribellarsi a ogni compressione del nostro umanesimo, quello che ha reso grande la nostra civiltà». È rassicurante ascoltare queste parole, mai sentite mentre «ipse dixit» Mario Draghi affermava «Se non ti vaccini, ti ammali e muori», mentre il green pass creava fratture sociali, mentre il nostro umanesimo veniva preso a calci dal pensiero unico dei guardiani dell’ortodossia travestiti da fact checker. Sono i miracoli della cultura. Europa, migranti, il perfido Elon. Sicuri che non manchi niente? Mattarella ha ottima memoria e ci ricorda: «Per l’agrigentino Empedocle l’unità dei quattro elementi, aria, acqua, terra e fuoco, era la scintilla della nascita di ogni cosa. Attraverso la cultura c’è la necessità di rigenerare coesione. Lo richiede il lamento della terra, violata dallo sfruttamento estremo delle risorse, con le sue catastrofiche conseguenze, a partire dal cambiamento climatico». Ecco cosa mancava.
(IStock)
Ieri, a un processo in corso a Torino, un colonnello dei carabinieri ha raccontato come testimone una storia allucinante. Una storia di bambini che sarebbero stati manipolati per pilotare i giudici. Quei bambini erano stati affidati a una coppia di donne e alla vigoria di un’udienza sarebbe stato fatto vedere loro un documentario sui lager e su come i nazisti strappavano le mamme ai figlioletti.
La testimonianza choc è stata resa in aula dal colonnello Vincenzo Bertè, l’ufficiale dell’Arma che ha coordinato le indagini, al processo per le irregolarità nelle procedure di affidamento di due bambini nigeriani a una coppia di donne gay, entrambe imputate insieme alla psicoterapeuta Nadia Bolognini. La dottoressa è l’ex moglie di Claudio Foti, lo specialista processato e poi assolto per lo scandalo Bibbiano. Il colonnello ha raccontato che «le affidatarie dei bambini hanno tentato di manipolarne le menti per pilotare le decisioni del giudice. Una volta, alla vigilia di un’udienza, gli fecero vedere un docufilm su un campo di concentramento: c’erano dei bimbi che volevano la mamma, e un uomo in camice bianco arrivava e li mandava nei forni crematori».
I fatti si sono svolti tra il 2013 e il 2021 e il processo di questi giorni non ha avuto vita facile. Il procedimento non ha sposato la tesi iniziale della Procura sull’esistenza di un «sistema Bibbiano» anche nel capoluogo piemontese. All’udienza preliminare, nel 2024, il gup decise il non luogo a procedere per alcune operatrici e per i dirigenti dei servizi sociali del Comune. Tuttavia, sono rimaste in piedi le accuse di maltrattamenti e di frode processuale per la singola vicenda dei bimbi nigeriani affidati alla coppia di signore torinesi. Quando in aula sono risuonate le accuse dell’ufficiale dei carabinieri, le difese degli imputati hanno contestato l’andamento della testimonianza. «Le sue sono interpretazioni personali», hanno detto i difensori, e «lei sta omettendo una parte della storia per costruire una narrazione differente». Il pm Giulia Rizzo invece ha fatto notare che il colonnello «sta soltanto riassumendo le evidenze da cui sono state tratte le notizie di reato», ricordando che «noi abbiamo il dovere di spiegare come è nato il procedimento in corso». Il tribunale ha sostanzialmente recepito le obiezioni degli avvocati, ma ha voluto che il testimone, senza indugiare in valutazioni, leggesse il contenuto di alcune intercettazioni ambientali e telefoniche. E i giudici hanno anche sottolineato che il materiale proveniente dalle indagini della procura di Reggio Emilia sul caso Bibbiano non è di interesse, a meno che non riguardi l’episodio specifico di Torino. Insomma, niente rivincite, in un senso o nell’altro.
Ad ottobre del 2022, quando la Procura di Torino aveva chiuso le indagini, aveva segnalato la manipolazione dei bambini contro i genitori naturali e oltre a non meglio specificate «testimonianze pilotate» (oggi si è scoperto come) aveva parlato di «relazioni infondate». Il proscioglimento di nove persone tra poliziotti, assistenti sociali e personale del Comune ha portato a escludere l’esistenza di una «Bibbiano piemontese» e questo processo è andato avanti nel silenzio e nel disinteresse generale, ma ora rischia di presentare il conto anche a un certo modo di concepire la famiglia e la genitorialità «diffusa». La dottoressa Bolognini era stata chiamata in causa come consulente dalle due signore affidatarie e aveva ipotizzato nientemeno che una condotta sessualizzata dei bambini. Un esito decisamente imprevedibile per la vera madre nigeriana, che aveva chiesto aiuto semplicemente perché non riusciva più a mantenerli. Stando alle indagini dei carabinieri, poi, a dare una mano alle due nuove mamme nella loro battaglia sarebbero stati anche alcuni poliziotti (prosciolti), colleghi di una delle due donne affidatarie. Scrivevano i pm che avrebbero assunto informazioni sui genitori naturali dei bambini così da «screditarli e dimostrare l’incapacità genitoriale».
Una vicenda, come si vede, complicata e dolorosa e dove, come insegna il passato, gli imputati possono diventare vittime e viceversa. Tuttavia, oggi fanno riflettere le parole, calibratissime, scritte ieri dal giudice Antonio Sangermano parlando di tutt’altro, ovvero del referendum sulla riforma Nordio. La toga toscana, che è favore del «sì», spiegava i mali delle correnti politicizzate dell’Anm «che si autodefiniscono orgogliosamente «progressiste», le quali teorizzano e rivendicano la cosiddetta «militanza civica» e che mostrano, in alcuni loro esponenti, evidenti tratti di ideologicizzazione». E poi faceva un esempio di questi campi di battaglia parlando di «propensione a egemonizzare culturalmente interi settori strategici della giurisdizione, quali almeno la materia della famiglia, dei cosiddetti «nuovi diritti», dell’immigrazione e del diritto minorile». Sono quattro temi e sono tutti e quattro presenti in questa orrenda storia torinese.
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(IStock)
Insomma, a leggere la «nota relativa al turno esterno del pm minorile», le forze dell’ordine sono troppo zelanti ed eccedono nei controlli notturni. Così, appunto, sul tavolo del procuratore Patrizia Imperato sono arrivate le lamentele di una decina di sostituiti procuratori, i quali tutti assieme hanno «rappresentato che la reperibilità telefonica ci rende destinatari di continui contatti telefonici non doverosi per legge, nei quali il chiamante (gli agenti delle forze dell’ordine, ndr) richiede al pmm (pubblico ministero minorile, ndr) una consulenza sugli adempimenti da seguire quando nelle attività di pg (polizia giudiziaria, ndr) viene coinvolto un minore». In poche parole, se abbiamo capito bene, in strada gli agenti non sanno bene le procedure da seguire.
Come a dire che va bene «far seguire sempre le linee guida della Procura nel best interest of the child (testuale…)» e, quindi, «a collaborare per gli scopi perseguiti dagli operatori di strada», ma non esageriamo ad andare «ben oltre i contatti orali doverosi».
Da qui la richiesta corale dei sostituti procuratori: «Con la presente missiva si chiede di invitare le FF.OO. (forze dell’ordine, ndr), durante le ore notturne dalle 23 alle 7, a evitare contatti telefonici con problematiche nelle quali non è previsto dalla legge la comunicazione orale immediata; limitando (tutta questa parte è scritta in neretto, ndr) i contatti telefonici notturni soltanto ad arresti o fermi di minorenni; rapina e violenza sessuale riconducibili a minorenni in identificazione».
Lo abbiamo scritto fin da subito: la colpa è nostra che non capiamo. Ma evidentemente nemmeno tra polizia, carabinieri e Guardia di finanza hanno chiara la situazione. Noi, per esempio, non capiamo quali sono gli eccessi (non vorrei chiamarle seccature per non mancare di rispetto ad alcuno) degli agenti. In tal senso non ci aiuta nemmeno l’ultimo capoverso della «lamentela» scritta dai sostituti procuratori all’indirizzo del procuratore. «Per meglio conseguire questo scopo», si legge, «si richiede di impartire ai carabinieri del presidio minorile che smistano le telefonate, l’ordine di filtrare le stesse limitando i contatti telefonici notturni dalle 23 alle 7 ai soli casi di arresti o fermi di minorenni; omicidio e tentato omicidio riconducibili ad azioni di minorenni; rapina e violenza sessuale riconducibili a minorenni in identificazione».
In poche parole, per dirla con il procuratore Patrizia Imperato che ha firmato la nota, «durante il turno di reperibilità» si chiede di «limitare le telefonate notturne alle sole telefonate necessarie». Per il resto, si prega di chiamare «dopo le 7 del mattino» anche perché, si sostiene, «il più delle volte l’intervento immediato spetta ai servizi sociali».
Non mettiamo in dubbio che tutto questo sia utile «a ottimizzare il lavoro congiunto di Procura e forze dell’ordine», ma a leggerlo così sembra quasi una nota per non appesantire i sostituti in turno notturno. Come se fossero gli unici a sentire il peso delle nottate passate a lavorare. Cosa che tra l’altro fanno anche gli agenti delle forze dell’ordine, i medici e gli infermieri negli ospedali e non pochi altri lavoratori. Ma, ripeto, la colpa è nostra che non capiamo. E stiamo esagerando con le emergenze giovanili e quant’altro.
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