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2018-11-20
Tria resiste: «Chi ci contesta pensa al voto»
ANSA
Mentre Italia ed Europa discutevano di manovra, il fronte bancario italiano ha detto per l'ennesima volta la sua, lasciando di fatto isolata Banca Intesa che continua a supportare la legge di bilancio nonostante il rialzo delle imposte sul comparto. Se l'istituto guidato da Carlo Messina vede di buon occhio perfino il reddito di cittadinanza (anche se mira al piano di cartolarizzazione degli immobili pubblici), l'associazione bancaria, guidata da Antonio Patuelli rinverdisce il problema spread ed effetto sui mutui. «Un aumento dello spread di 100 punti determina», secondo Abi, «un'erosione in media di 35 punti base di patrimonio di migliore qualità, ma è difficile quantificare quale sia la soglia critica per ciascuna banca», ha spiegato il presidente agganciandosi all'andamento del differenziale che ieri ha chiuso a 322 punti base rispetto al bund tedesco. E soprattutto al fatto che, nella prima giornata di collocamento del Btp indicizzato all'inflazione (che offre una cedola minima dell'1,45%) sono stati raccolti solo 481,3 milioni di euro. Dati e posizioni che indicano una pressione costante sul ministero dell'Economia nonostante i fondamentali del comparto bancaria e dell'economia tendano a dire l'opposto. Senza dimenticare che tutte le critiche alla manovra fino ad ora non sono entrate nel dettaglio vero dei numeri.
Così, ieri, Unione bancaria, riforma del meccanismo europeo di stabilità Esm e nuovo bilancio unico dell'area euro, ufficialmente sono stati i temi all'ordine del giorno dell'Eurogruppo straordinario convocato a Bruxelles, ma è difficile pensare che alla riunione, o quanto meno a margine dell'incontro, non si sia parlato del caso Italia. La settimana si annuncia infatti decisiva per i rapporti tra Roma e Bruxelles, ma anche tra Roma e gli altri Paesi dell'area euro, dimostratisi finora tutt'altro che comprensivi con le scelte di bilancio italiane.
Domani potrebbe infatti già essere il giorno della verità: la Commissione pubblicherà, come previsto, il suo parere sulla manovra gialloblù ma non si esclude che possa anche richiedere, da subito, l'apertura di una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia per mancato rispetto della regola del debito. Toccherebbe poi all'Eurogruppo del 3 dicembre affrontare formalmente la questione. I tempi non sono certi.
Il governo giocherà comunque fino all'ultima carta a sua disposizione per cercare di convincere l'Europa della fondatezza delle sue scelte. Il Mef lo ha già fatto nel Rapporto sui fattori rilevanti richiesto e inviato a Bruxelles pochi giorni fa, e il ministro dell'economia, Giovanni Tria, lo ha fatto ieri nella riunione con gli altri protagonisti europei. Probabilmente lo farà anche il premier, Giuseppe Conte, che sabato avrà un colloquio diretto con il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker. Ma alla base di ogni trattativa ci sono i paletti fissati ieri dallo stesso Tria. «Il programma del governo non cambia ma c'è la volontà di discutere. Penso che uno sforzo debba essere fatto per riportare la discussione sulla reale portata del tema», ovvero non solo sul deficit ma la discussione deve «tener presente» che «si conferma un rallentamento dell'economia europea non solo italiana». Anzi, in questo contesto, «l'Italia rallenta meno di altri», ha aggiunto Tria. Sul deficit «stiamo parlando di scostamenti che non sono grandi, perciò dico che bisogna riportare la discussione alla portata reale. Era necessario aumentare il deficit per fare le cose che il governo riteneva importanti, ma certamente non abbiamo sforato i parametri».
In sostanza Tria spiega che chi attacca l'Italia pensa solo al voto di maggio e il riferimento è diretto al commissario agli Affari economici Pierre Moscovici. Tanto più che il confronto con la Francia non lascia adito a dubbi sul confronto nel perimetro delle regole. «Il deficit adottato può piacere o no, negli ultimi dieci anni solo l'anno in corso l'Italia ha avuto un deficit minore del 2,4%, è uno dei più bassi della storia italiana, la Francia ha sempre avuto un deficit più alto. Abbiamo certamente debito più alto e abbiamo il problema di ridurlo, ma se guardiamo ai dati prospettici del passato, la dinamica della salita è più contenuta di altri Paesi. Il problema è che abbiamo un'eredità che veniva dall'altro secolo», ha concluso Tria sapendo di contare in Europa su due nuovi alleati. Se in patria le critiche sono costanti e preventive (i veri numeri della manovra si capiranno solo quando le due leggi delega collegate e relative a quota 100 e reddito di cittadinanza saranno approvate in primavera dal parlamento), in Europa Roma da qui in avanti può contare sul trend decrescente della Germania. Berlino da qualche mese non sponsorizza più la fine del quantitative easing di Mario Draghi. Annusa la recessione, un rischio che corre in realtà mezza Europa. Ecco perché Draghi e Berlino possono diventare la leva per una nuova gestione del deficit.
Incredibile ammissione di Berlino: «Il nostro surplus danneggia l’Ue»
Berlino ha chiuso il 2017 con un surplus commerciale da record. Ben 36,5 miliardi di euro, nonostante lo scorso anno il bilancio della Germania sia stato costellato da oltre 7 miliardi di euro di maggiori spese non preventivate. La Corte costituzionale tedesca ha imposto al governo di restituire alle aziende la tassa sui combustibili nucleari. Senza l'esborso il surplus avrebbe superato i 40 miliardi. Da quasi un decennio Unione europea e Fmi si rivolgono a Berlino ricordando quanto sia dannoso un tale surplus.
Visti i toni dei rimproveri (timorosi e sottovoce), il tema è esploso solo quando alla Casa Bianca è arrivato Donald Trump. La guerra commerciale tra Usa ed Europa è dovuto principalmente alla posizione tedesca. Nemmeno di fronte al brusco cambio di passo della strategia Usa, Angela Merkel ha voluto prendere in considerazione le critiche. E, solitamente, si è limitata a ribadire il leitmotiv di sempre: la cancelleria non può intervenire nelle logiche delle imprese tedesche, altrimenti violerebbe la libertà d'impresa. Qualcosa sta però cambiando visto che ieri l'Swp, l'Istituto tedesco per gli affari e la sicurezza internazionale, (un think tank sostenuto dalla cancelleria stessa) se ne è uscito con uno studio tanto sintetico quanto rivoluzionario. Poche pagine nelle quali anche i tedeschi ammettono che il surplus è dannoso per l'Europa e per i Paesi periferici. Soprattutto, gli analisti smontano il luogo comune della Cdu, cioè il fatto che il surplus sia legato solo alle decisioni di aziende private. Al contrario, l'Swp spiega che se nulla è cambiato lo si deve alle scelte politiche.
«La Germania ha quattro opzioni principali per ridurre gli avanzi delle partite correnti e quindi l'esportazione di capitali», scrive il think tank nel report dal titolo emblematico La politica ostinata del «prima la Germania»: «Il Paese potrebbe esportare di meno o importare di più. Altrettanto efficace sarebbe una riduzione del risparmio interno. Tuttavia, il miglior modo per ridurre gli avanzi delle partite correnti è quello di spingere il piede sull'acceleratore degli investimenti interni». I punti suggeriti non sono certo una grande novità, almeno per noi. Investimenti pubblici, aumento degli stipendi e più tasse sui profitti delle aziende.
Da anni la Germania fa infatti dumping sulle aziende concorrenti dell'Unione europea, il che significa che le compagnie tedesche hanno a disposizione molta più liquidità da investire in giro per il mondo e soprattutto dentro il perimetro dell'Ue. Nel 2000, l'indebitamento netto di società private era considerevole: il 4,8% del Pil.
Nel 2016, le aziende private erano net saver e hanno generato un risparmio del 2,9% del Pil. La posizione finanziaria del settore privato in 16 anni ha fatto un balzo in avanti pari al 7,7% del Pil. Tantissimo. Il capo economista del Fmi due anni fa ha sottolineato che dietro alle esportazioni di capitali tedesche c'è tutta questa leva. Ma le tasse corporate sono davvero così basse in Germania? Tra il 2006 e il 2015 il peso della tassazione sui profitti è calato dal 2,11% del Pil, all'1,74%. Soltanto Slovenia, Lettonia e Turchia, tra i Paesi Ocse hanno una percentuale inferiore, mentre la media all'interno dell'organizzazione internazionale è del 2,8%. L'Italia è poco sopra. Significa che le aziende tedesche pagano un punto di Pil in meno di tasse sugli utili rispetto alle imprese italiane. Tutti soldi che servono per fare campagne estere e sostenere l'export. Il report suggerisce anche due interventi poco discussi. Il primo è la riforma pensionistica. Secondo l'Swp i tedeschi dovrebbero poter lavorare di più e scegliere un periodo attivo più lungo rispetto agli attuali obblighi. Inoltre, il governo dovrebbe per un periodo limitato abbattere l'aliquota Iva. Dall'attuale 19% al 14. In questo modo, la riduzione dell'Iva sosterrebbe i beneficiari di piccoli redditi. I consumi interni diventerebbero più accessibili e riequilibrerebbe il gap rispetto alle politiche fiscali dei Paesi partner. «Certamente», spiega ancora l'Swp, «non è possibile ridurre l'Iva senza violare altri obiettivi fiscali. Un calo significativo nelle entrate del governo spingerebbe in su il deficit e violerebbe l'obiettivo di ridurre il debito pubblico». Per cui la politica non prende in considerazione la riforma dell'imposta. «Sembra comprensibile che i partner commerciali si mettano sulla difensiva e si oppongano alle eccedenze tedesche», si legge nel report.
«Il nuovo governo italiano è chiaramente in rotta di collisione e la retorica di alcuni politici si basa su una motivazione ovvia: l'Italia è impantanata in una economia in stagnazione». Il senso del ragionamento è semplice: la Germania gode di livelli di occupazione record, ma i responsabili politici non capiscono che ai fini dell'integrazione Ue sarebbe necessario smettere di esportare capitali e disoccupazione. «La Germania indebolisce il processo di integrazione europea», conclude l'Swp. Una frase che non necessita di commenti.
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Il ministro all'Eurogruppo tiene il punto: «La manovra non cambia, altri hanno sempre fatto molto più deficit di noi». Poi attacca i commissari «già in campagna elettorale». Fiammata spread a 322 e per l'Abi è allarme mutui. Domani il giudizio della commissione.Un think tank pagato dal governo attacca il cuore del sistema commerciale tedesco.Lo speciale contiene due articoliMentre Italia ed Europa discutevano di manovra, il fronte bancario italiano ha detto per l'ennesima volta la sua, lasciando di fatto isolata Banca Intesa che continua a supportare la legge di bilancio nonostante il rialzo delle imposte sul comparto. Se l'istituto guidato da Carlo Messina vede di buon occhio perfino il reddito di cittadinanza (anche se mira al piano di cartolarizzazione degli immobili pubblici), l'associazione bancaria, guidata da Antonio Patuelli rinverdisce il problema spread ed effetto sui mutui. «Un aumento dello spread di 100 punti determina», secondo Abi, «un'erosione in media di 35 punti base di patrimonio di migliore qualità, ma è difficile quantificare quale sia la soglia critica per ciascuna banca», ha spiegato il presidente agganciandosi all'andamento del differenziale che ieri ha chiuso a 322 punti base rispetto al bund tedesco. E soprattutto al fatto che, nella prima giornata di collocamento del Btp indicizzato all'inflazione (che offre una cedola minima dell'1,45%) sono stati raccolti solo 481,3 milioni di euro. Dati e posizioni che indicano una pressione costante sul ministero dell'Economia nonostante i fondamentali del comparto bancaria e dell'economia tendano a dire l'opposto. Senza dimenticare che tutte le critiche alla manovra fino ad ora non sono entrate nel dettaglio vero dei numeri. Così, ieri, Unione bancaria, riforma del meccanismo europeo di stabilità Esm e nuovo bilancio unico dell'area euro, ufficialmente sono stati i temi all'ordine del giorno dell'Eurogruppo straordinario convocato a Bruxelles, ma è difficile pensare che alla riunione, o quanto meno a margine dell'incontro, non si sia parlato del caso Italia. La settimana si annuncia infatti decisiva per i rapporti tra Roma e Bruxelles, ma anche tra Roma e gli altri Paesi dell'area euro, dimostratisi finora tutt'altro che comprensivi con le scelte di bilancio italiane. Domani potrebbe infatti già essere il giorno della verità: la Commissione pubblicherà, come previsto, il suo parere sulla manovra gialloblù ma non si esclude che possa anche richiedere, da subito, l'apertura di una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia per mancato rispetto della regola del debito. Toccherebbe poi all'Eurogruppo del 3 dicembre affrontare formalmente la questione. I tempi non sono certi. Il governo giocherà comunque fino all'ultima carta a sua disposizione per cercare di convincere l'Europa della fondatezza delle sue scelte. Il Mef lo ha già fatto nel Rapporto sui fattori rilevanti richiesto e inviato a Bruxelles pochi giorni fa, e il ministro dell'economia, Giovanni Tria, lo ha fatto ieri nella riunione con gli altri protagonisti europei. Probabilmente lo farà anche il premier, Giuseppe Conte, che sabato avrà un colloquio diretto con il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker. Ma alla base di ogni trattativa ci sono i paletti fissati ieri dallo stesso Tria. «Il programma del governo non cambia ma c'è la volontà di discutere. Penso che uno sforzo debba essere fatto per riportare la discussione sulla reale portata del tema», ovvero non solo sul deficit ma la discussione deve «tener presente» che «si conferma un rallentamento dell'economia europea non solo italiana». Anzi, in questo contesto, «l'Italia rallenta meno di altri», ha aggiunto Tria. Sul deficit «stiamo parlando di scostamenti che non sono grandi, perciò dico che bisogna riportare la discussione alla portata reale. Era necessario aumentare il deficit per fare le cose che il governo riteneva importanti, ma certamente non abbiamo sforato i parametri». In sostanza Tria spiega che chi attacca l'Italia pensa solo al voto di maggio e il riferimento è diretto al commissario agli Affari economici Pierre Moscovici. Tanto più che il confronto con la Francia non lascia adito a dubbi sul confronto nel perimetro delle regole. «Il deficit adottato può piacere o no, negli ultimi dieci anni solo l'anno in corso l'Italia ha avuto un deficit minore del 2,4%, è uno dei più bassi della storia italiana, la Francia ha sempre avuto un deficit più alto. Abbiamo certamente debito più alto e abbiamo il problema di ridurlo, ma se guardiamo ai dati prospettici del passato, la dinamica della salita è più contenuta di altri Paesi. Il problema è che abbiamo un'eredità che veniva dall'altro secolo», ha concluso Tria sapendo di contare in Europa su due nuovi alleati. Se in patria le critiche sono costanti e preventive (i veri numeri della manovra si capiranno solo quando le due leggi delega collegate e relative a quota 100 e reddito di cittadinanza saranno approvate in primavera dal parlamento), in Europa Roma da qui in avanti può contare sul trend decrescente della Germania. Berlino da qualche mese non sponsorizza più la fine del quantitative easing di Mario Draghi. Annusa la recessione, un rischio che corre in realtà mezza Europa. Ecco perché Draghi e Berlino possono diventare la leva per una nuova gestione del deficit. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tria-difende-i-numeri-e-rimbalza-i-moscovici-2620741837.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="incredibile-ammissione-di-berlino-il-nostro-surplus-danneggia-lue" data-post-id="2620741837" data-published-at="1779883097" data-use-pagination="False"> Incredibile ammissione di Berlino: «Il nostro surplus danneggia l’Ue» Berlino ha chiuso il 2017 con un surplus commerciale da record. Ben 36,5 miliardi di euro, nonostante lo scorso anno il bilancio della Germania sia stato costellato da oltre 7 miliardi di euro di maggiori spese non preventivate. La Corte costituzionale tedesca ha imposto al governo di restituire alle aziende la tassa sui combustibili nucleari. Senza l'esborso il surplus avrebbe superato i 40 miliardi. Da quasi un decennio Unione europea e Fmi si rivolgono a Berlino ricordando quanto sia dannoso un tale surplus. Visti i toni dei rimproveri (timorosi e sottovoce), il tema è esploso solo quando alla Casa Bianca è arrivato Donald Trump. La guerra commerciale tra Usa ed Europa è dovuto principalmente alla posizione tedesca. Nemmeno di fronte al brusco cambio di passo della strategia Usa, Angela Merkel ha voluto prendere in considerazione le critiche. E, solitamente, si è limitata a ribadire il leitmotiv di sempre: la cancelleria non può intervenire nelle logiche delle imprese tedesche, altrimenti violerebbe la libertà d'impresa. Qualcosa sta però cambiando visto che ieri l'Swp, l'Istituto tedesco per gli affari e la sicurezza internazionale, (un think tank sostenuto dalla cancelleria stessa) se ne è uscito con uno studio tanto sintetico quanto rivoluzionario. Poche pagine nelle quali anche i tedeschi ammettono che il surplus è dannoso per l'Europa e per i Paesi periferici. Soprattutto, gli analisti smontano il luogo comune della Cdu, cioè il fatto che il surplus sia legato solo alle decisioni di aziende private. Al contrario, l'Swp spiega che se nulla è cambiato lo si deve alle scelte politiche. «La Germania ha quattro opzioni principali per ridurre gli avanzi delle partite correnti e quindi l'esportazione di capitali», scrive il think tank nel report dal titolo emblematico La politica ostinata del «prima la Germania»: «Il Paese potrebbe esportare di meno o importare di più. Altrettanto efficace sarebbe una riduzione del risparmio interno. Tuttavia, il miglior modo per ridurre gli avanzi delle partite correnti è quello di spingere il piede sull'acceleratore degli investimenti interni». I punti suggeriti non sono certo una grande novità, almeno per noi. Investimenti pubblici, aumento degli stipendi e più tasse sui profitti delle aziende. Da anni la Germania fa infatti dumping sulle aziende concorrenti dell'Unione europea, il che significa che le compagnie tedesche hanno a disposizione molta più liquidità da investire in giro per il mondo e soprattutto dentro il perimetro dell'Ue. Nel 2000, l'indebitamento netto di società private era considerevole: il 4,8% del Pil. Nel 2016, le aziende private erano net saver e hanno generato un risparmio del 2,9% del Pil. La posizione finanziaria del settore privato in 16 anni ha fatto un balzo in avanti pari al 7,7% del Pil. Tantissimo. Il capo economista del Fmi due anni fa ha sottolineato che dietro alle esportazioni di capitali tedesche c'è tutta questa leva. Ma le tasse corporate sono davvero così basse in Germania? Tra il 2006 e il 2015 il peso della tassazione sui profitti è calato dal 2,11% del Pil, all'1,74%. Soltanto Slovenia, Lettonia e Turchia, tra i Paesi Ocse hanno una percentuale inferiore, mentre la media all'interno dell'organizzazione internazionale è del 2,8%. L'Italia è poco sopra. Significa che le aziende tedesche pagano un punto di Pil in meno di tasse sugli utili rispetto alle imprese italiane. Tutti soldi che servono per fare campagne estere e sostenere l'export. Il report suggerisce anche due interventi poco discussi. Il primo è la riforma pensionistica. Secondo l'Swp i tedeschi dovrebbero poter lavorare di più e scegliere un periodo attivo più lungo rispetto agli attuali obblighi. Inoltre, il governo dovrebbe per un periodo limitato abbattere l'aliquota Iva. Dall'attuale 19% al 14. In questo modo, la riduzione dell'Iva sosterrebbe i beneficiari di piccoli redditi. I consumi interni diventerebbero più accessibili e riequilibrerebbe il gap rispetto alle politiche fiscali dei Paesi partner. «Certamente», spiega ancora l'Swp, «non è possibile ridurre l'Iva senza violare altri obiettivi fiscali. Un calo significativo nelle entrate del governo spingerebbe in su il deficit e violerebbe l'obiettivo di ridurre il debito pubblico». Per cui la politica non prende in considerazione la riforma dell'imposta. «Sembra comprensibile che i partner commerciali si mettano sulla difensiva e si oppongano alle eccedenze tedesche», si legge nel report. «Il nuovo governo italiano è chiaramente in rotta di collisione e la retorica di alcuni politici si basa su una motivazione ovvia: l'Italia è impantanata in una economia in stagnazione». Il senso del ragionamento è semplice: la Germania gode di livelli di occupazione record, ma i responsabili politici non capiscono che ai fini dell'integrazione Ue sarebbe necessario smettere di esportare capitali e disoccupazione. «La Germania indebolisce il processo di integrazione europea», conclude l'Swp. Una frase che non necessita di commenti.
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
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