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2018-11-20
Tria resiste: «Chi ci contesta pensa al voto»
ANSA
Mentre Italia ed Europa discutevano di manovra, il fronte bancario italiano ha detto per l'ennesima volta la sua, lasciando di fatto isolata Banca Intesa che continua a supportare la legge di bilancio nonostante il rialzo delle imposte sul comparto. Se l'istituto guidato da Carlo Messina vede di buon occhio perfino il reddito di cittadinanza (anche se mira al piano di cartolarizzazione degli immobili pubblici), l'associazione bancaria, guidata da Antonio Patuelli rinverdisce il problema spread ed effetto sui mutui. «Un aumento dello spread di 100 punti determina», secondo Abi, «un'erosione in media di 35 punti base di patrimonio di migliore qualità, ma è difficile quantificare quale sia la soglia critica per ciascuna banca», ha spiegato il presidente agganciandosi all'andamento del differenziale che ieri ha chiuso a 322 punti base rispetto al bund tedesco. E soprattutto al fatto che, nella prima giornata di collocamento del Btp indicizzato all'inflazione (che offre una cedola minima dell'1,45%) sono stati raccolti solo 481,3 milioni di euro. Dati e posizioni che indicano una pressione costante sul ministero dell'Economia nonostante i fondamentali del comparto bancaria e dell'economia tendano a dire l'opposto. Senza dimenticare che tutte le critiche alla manovra fino ad ora non sono entrate nel dettaglio vero dei numeri.
Così, ieri, Unione bancaria, riforma del meccanismo europeo di stabilità Esm e nuovo bilancio unico dell'area euro, ufficialmente sono stati i temi all'ordine del giorno dell'Eurogruppo straordinario convocato a Bruxelles, ma è difficile pensare che alla riunione, o quanto meno a margine dell'incontro, non si sia parlato del caso Italia. La settimana si annuncia infatti decisiva per i rapporti tra Roma e Bruxelles, ma anche tra Roma e gli altri Paesi dell'area euro, dimostratisi finora tutt'altro che comprensivi con le scelte di bilancio italiane.
Domani potrebbe infatti già essere il giorno della verità: la Commissione pubblicherà, come previsto, il suo parere sulla manovra gialloblù ma non si esclude che possa anche richiedere, da subito, l'apertura di una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia per mancato rispetto della regola del debito. Toccherebbe poi all'Eurogruppo del 3 dicembre affrontare formalmente la questione. I tempi non sono certi.
Il governo giocherà comunque fino all'ultima carta a sua disposizione per cercare di convincere l'Europa della fondatezza delle sue scelte. Il Mef lo ha già fatto nel Rapporto sui fattori rilevanti richiesto e inviato a Bruxelles pochi giorni fa, e il ministro dell'economia, Giovanni Tria, lo ha fatto ieri nella riunione con gli altri protagonisti europei. Probabilmente lo farà anche il premier, Giuseppe Conte, che sabato avrà un colloquio diretto con il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker. Ma alla base di ogni trattativa ci sono i paletti fissati ieri dallo stesso Tria. «Il programma del governo non cambia ma c'è la volontà di discutere. Penso che uno sforzo debba essere fatto per riportare la discussione sulla reale portata del tema», ovvero non solo sul deficit ma la discussione deve «tener presente» che «si conferma un rallentamento dell'economia europea non solo italiana». Anzi, in questo contesto, «l'Italia rallenta meno di altri», ha aggiunto Tria. Sul deficit «stiamo parlando di scostamenti che non sono grandi, perciò dico che bisogna riportare la discussione alla portata reale. Era necessario aumentare il deficit per fare le cose che il governo riteneva importanti, ma certamente non abbiamo sforato i parametri».
In sostanza Tria spiega che chi attacca l'Italia pensa solo al voto di maggio e il riferimento è diretto al commissario agli Affari economici Pierre Moscovici. Tanto più che il confronto con la Francia non lascia adito a dubbi sul confronto nel perimetro delle regole. «Il deficit adottato può piacere o no, negli ultimi dieci anni solo l'anno in corso l'Italia ha avuto un deficit minore del 2,4%, è uno dei più bassi della storia italiana, la Francia ha sempre avuto un deficit più alto. Abbiamo certamente debito più alto e abbiamo il problema di ridurlo, ma se guardiamo ai dati prospettici del passato, la dinamica della salita è più contenuta di altri Paesi. Il problema è che abbiamo un'eredità che veniva dall'altro secolo», ha concluso Tria sapendo di contare in Europa su due nuovi alleati. Se in patria le critiche sono costanti e preventive (i veri numeri della manovra si capiranno solo quando le due leggi delega collegate e relative a quota 100 e reddito di cittadinanza saranno approvate in primavera dal parlamento), in Europa Roma da qui in avanti può contare sul trend decrescente della Germania. Berlino da qualche mese non sponsorizza più la fine del quantitative easing di Mario Draghi. Annusa la recessione, un rischio che corre in realtà mezza Europa. Ecco perché Draghi e Berlino possono diventare la leva per una nuova gestione del deficit.
Incredibile ammissione di Berlino: «Il nostro surplus danneggia l’Ue»
Berlino ha chiuso il 2017 con un surplus commerciale da record. Ben 36,5 miliardi di euro, nonostante lo scorso anno il bilancio della Germania sia stato costellato da oltre 7 miliardi di euro di maggiori spese non preventivate. La Corte costituzionale tedesca ha imposto al governo di restituire alle aziende la tassa sui combustibili nucleari. Senza l'esborso il surplus avrebbe superato i 40 miliardi. Da quasi un decennio Unione europea e Fmi si rivolgono a Berlino ricordando quanto sia dannoso un tale surplus.
Visti i toni dei rimproveri (timorosi e sottovoce), il tema è esploso solo quando alla Casa Bianca è arrivato Donald Trump. La guerra commerciale tra Usa ed Europa è dovuto principalmente alla posizione tedesca. Nemmeno di fronte al brusco cambio di passo della strategia Usa, Angela Merkel ha voluto prendere in considerazione le critiche. E, solitamente, si è limitata a ribadire il leitmotiv di sempre: la cancelleria non può intervenire nelle logiche delle imprese tedesche, altrimenti violerebbe la libertà d'impresa. Qualcosa sta però cambiando visto che ieri l'Swp, l'Istituto tedesco per gli affari e la sicurezza internazionale, (un think tank sostenuto dalla cancelleria stessa) se ne è uscito con uno studio tanto sintetico quanto rivoluzionario. Poche pagine nelle quali anche i tedeschi ammettono che il surplus è dannoso per l'Europa e per i Paesi periferici. Soprattutto, gli analisti smontano il luogo comune della Cdu, cioè il fatto che il surplus sia legato solo alle decisioni di aziende private. Al contrario, l'Swp spiega che se nulla è cambiato lo si deve alle scelte politiche.
«La Germania ha quattro opzioni principali per ridurre gli avanzi delle partite correnti e quindi l'esportazione di capitali», scrive il think tank nel report dal titolo emblematico La politica ostinata del «prima la Germania»: «Il Paese potrebbe esportare di meno o importare di più. Altrettanto efficace sarebbe una riduzione del risparmio interno. Tuttavia, il miglior modo per ridurre gli avanzi delle partite correnti è quello di spingere il piede sull'acceleratore degli investimenti interni». I punti suggeriti non sono certo una grande novità, almeno per noi. Investimenti pubblici, aumento degli stipendi e più tasse sui profitti delle aziende.
Da anni la Germania fa infatti dumping sulle aziende concorrenti dell'Unione europea, il che significa che le compagnie tedesche hanno a disposizione molta più liquidità da investire in giro per il mondo e soprattutto dentro il perimetro dell'Ue. Nel 2000, l'indebitamento netto di società private era considerevole: il 4,8% del Pil.
Nel 2016, le aziende private erano net saver e hanno generato un risparmio del 2,9% del Pil. La posizione finanziaria del settore privato in 16 anni ha fatto un balzo in avanti pari al 7,7% del Pil. Tantissimo. Il capo economista del Fmi due anni fa ha sottolineato che dietro alle esportazioni di capitali tedesche c'è tutta questa leva. Ma le tasse corporate sono davvero così basse in Germania? Tra il 2006 e il 2015 il peso della tassazione sui profitti è calato dal 2,11% del Pil, all'1,74%. Soltanto Slovenia, Lettonia e Turchia, tra i Paesi Ocse hanno una percentuale inferiore, mentre la media all'interno dell'organizzazione internazionale è del 2,8%. L'Italia è poco sopra. Significa che le aziende tedesche pagano un punto di Pil in meno di tasse sugli utili rispetto alle imprese italiane. Tutti soldi che servono per fare campagne estere e sostenere l'export. Il report suggerisce anche due interventi poco discussi. Il primo è la riforma pensionistica. Secondo l'Swp i tedeschi dovrebbero poter lavorare di più e scegliere un periodo attivo più lungo rispetto agli attuali obblighi. Inoltre, il governo dovrebbe per un periodo limitato abbattere l'aliquota Iva. Dall'attuale 19% al 14. In questo modo, la riduzione dell'Iva sosterrebbe i beneficiari di piccoli redditi. I consumi interni diventerebbero più accessibili e riequilibrerebbe il gap rispetto alle politiche fiscali dei Paesi partner. «Certamente», spiega ancora l'Swp, «non è possibile ridurre l'Iva senza violare altri obiettivi fiscali. Un calo significativo nelle entrate del governo spingerebbe in su il deficit e violerebbe l'obiettivo di ridurre il debito pubblico». Per cui la politica non prende in considerazione la riforma dell'imposta. «Sembra comprensibile che i partner commerciali si mettano sulla difensiva e si oppongano alle eccedenze tedesche», si legge nel report.
«Il nuovo governo italiano è chiaramente in rotta di collisione e la retorica di alcuni politici si basa su una motivazione ovvia: l'Italia è impantanata in una economia in stagnazione». Il senso del ragionamento è semplice: la Germania gode di livelli di occupazione record, ma i responsabili politici non capiscono che ai fini dell'integrazione Ue sarebbe necessario smettere di esportare capitali e disoccupazione. «La Germania indebolisce il processo di integrazione europea», conclude l'Swp. Una frase che non necessita di commenti.
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Il ministro all'Eurogruppo tiene il punto: «La manovra non cambia, altri hanno sempre fatto molto più deficit di noi». Poi attacca i commissari «già in campagna elettorale». Fiammata spread a 322 e per l'Abi è allarme mutui. Domani il giudizio della commissione.Un think tank pagato dal governo attacca il cuore del sistema commerciale tedesco.Lo speciale contiene due articoliMentre Italia ed Europa discutevano di manovra, il fronte bancario italiano ha detto per l'ennesima volta la sua, lasciando di fatto isolata Banca Intesa che continua a supportare la legge di bilancio nonostante il rialzo delle imposte sul comparto. Se l'istituto guidato da Carlo Messina vede di buon occhio perfino il reddito di cittadinanza (anche se mira al piano di cartolarizzazione degli immobili pubblici), l'associazione bancaria, guidata da Antonio Patuelli rinverdisce il problema spread ed effetto sui mutui. «Un aumento dello spread di 100 punti determina», secondo Abi, «un'erosione in media di 35 punti base di patrimonio di migliore qualità, ma è difficile quantificare quale sia la soglia critica per ciascuna banca», ha spiegato il presidente agganciandosi all'andamento del differenziale che ieri ha chiuso a 322 punti base rispetto al bund tedesco. E soprattutto al fatto che, nella prima giornata di collocamento del Btp indicizzato all'inflazione (che offre una cedola minima dell'1,45%) sono stati raccolti solo 481,3 milioni di euro. Dati e posizioni che indicano una pressione costante sul ministero dell'Economia nonostante i fondamentali del comparto bancaria e dell'economia tendano a dire l'opposto. Senza dimenticare che tutte le critiche alla manovra fino ad ora non sono entrate nel dettaglio vero dei numeri. Così, ieri, Unione bancaria, riforma del meccanismo europeo di stabilità Esm e nuovo bilancio unico dell'area euro, ufficialmente sono stati i temi all'ordine del giorno dell'Eurogruppo straordinario convocato a Bruxelles, ma è difficile pensare che alla riunione, o quanto meno a margine dell'incontro, non si sia parlato del caso Italia. La settimana si annuncia infatti decisiva per i rapporti tra Roma e Bruxelles, ma anche tra Roma e gli altri Paesi dell'area euro, dimostratisi finora tutt'altro che comprensivi con le scelte di bilancio italiane. Domani potrebbe infatti già essere il giorno della verità: la Commissione pubblicherà, come previsto, il suo parere sulla manovra gialloblù ma non si esclude che possa anche richiedere, da subito, l'apertura di una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia per mancato rispetto della regola del debito. Toccherebbe poi all'Eurogruppo del 3 dicembre affrontare formalmente la questione. I tempi non sono certi. Il governo giocherà comunque fino all'ultima carta a sua disposizione per cercare di convincere l'Europa della fondatezza delle sue scelte. Il Mef lo ha già fatto nel Rapporto sui fattori rilevanti richiesto e inviato a Bruxelles pochi giorni fa, e il ministro dell'economia, Giovanni Tria, lo ha fatto ieri nella riunione con gli altri protagonisti europei. Probabilmente lo farà anche il premier, Giuseppe Conte, che sabato avrà un colloquio diretto con il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker. Ma alla base di ogni trattativa ci sono i paletti fissati ieri dallo stesso Tria. «Il programma del governo non cambia ma c'è la volontà di discutere. Penso che uno sforzo debba essere fatto per riportare la discussione sulla reale portata del tema», ovvero non solo sul deficit ma la discussione deve «tener presente» che «si conferma un rallentamento dell'economia europea non solo italiana». Anzi, in questo contesto, «l'Italia rallenta meno di altri», ha aggiunto Tria. Sul deficit «stiamo parlando di scostamenti che non sono grandi, perciò dico che bisogna riportare la discussione alla portata reale. Era necessario aumentare il deficit per fare le cose che il governo riteneva importanti, ma certamente non abbiamo sforato i parametri». In sostanza Tria spiega che chi attacca l'Italia pensa solo al voto di maggio e il riferimento è diretto al commissario agli Affari economici Pierre Moscovici. Tanto più che il confronto con la Francia non lascia adito a dubbi sul confronto nel perimetro delle regole. «Il deficit adottato può piacere o no, negli ultimi dieci anni solo l'anno in corso l'Italia ha avuto un deficit minore del 2,4%, è uno dei più bassi della storia italiana, la Francia ha sempre avuto un deficit più alto. Abbiamo certamente debito più alto e abbiamo il problema di ridurlo, ma se guardiamo ai dati prospettici del passato, la dinamica della salita è più contenuta di altri Paesi. Il problema è che abbiamo un'eredità che veniva dall'altro secolo», ha concluso Tria sapendo di contare in Europa su due nuovi alleati. Se in patria le critiche sono costanti e preventive (i veri numeri della manovra si capiranno solo quando le due leggi delega collegate e relative a quota 100 e reddito di cittadinanza saranno approvate in primavera dal parlamento), in Europa Roma da qui in avanti può contare sul trend decrescente della Germania. Berlino da qualche mese non sponsorizza più la fine del quantitative easing di Mario Draghi. Annusa la recessione, un rischio che corre in realtà mezza Europa. Ecco perché Draghi e Berlino possono diventare la leva per una nuova gestione del deficit. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tria-difende-i-numeri-e-rimbalza-i-moscovici-2620741837.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="incredibile-ammissione-di-berlino-il-nostro-surplus-danneggia-lue" data-post-id="2620741837" data-published-at="1776324494" data-use-pagination="False"> Incredibile ammissione di Berlino: «Il nostro surplus danneggia l’Ue» Berlino ha chiuso il 2017 con un surplus commerciale da record. Ben 36,5 miliardi di euro, nonostante lo scorso anno il bilancio della Germania sia stato costellato da oltre 7 miliardi di euro di maggiori spese non preventivate. La Corte costituzionale tedesca ha imposto al governo di restituire alle aziende la tassa sui combustibili nucleari. Senza l'esborso il surplus avrebbe superato i 40 miliardi. Da quasi un decennio Unione europea e Fmi si rivolgono a Berlino ricordando quanto sia dannoso un tale surplus. Visti i toni dei rimproveri (timorosi e sottovoce), il tema è esploso solo quando alla Casa Bianca è arrivato Donald Trump. La guerra commerciale tra Usa ed Europa è dovuto principalmente alla posizione tedesca. Nemmeno di fronte al brusco cambio di passo della strategia Usa, Angela Merkel ha voluto prendere in considerazione le critiche. E, solitamente, si è limitata a ribadire il leitmotiv di sempre: la cancelleria non può intervenire nelle logiche delle imprese tedesche, altrimenti violerebbe la libertà d'impresa. Qualcosa sta però cambiando visto che ieri l'Swp, l'Istituto tedesco per gli affari e la sicurezza internazionale, (un think tank sostenuto dalla cancelleria stessa) se ne è uscito con uno studio tanto sintetico quanto rivoluzionario. Poche pagine nelle quali anche i tedeschi ammettono che il surplus è dannoso per l'Europa e per i Paesi periferici. Soprattutto, gli analisti smontano il luogo comune della Cdu, cioè il fatto che il surplus sia legato solo alle decisioni di aziende private. Al contrario, l'Swp spiega che se nulla è cambiato lo si deve alle scelte politiche. «La Germania ha quattro opzioni principali per ridurre gli avanzi delle partite correnti e quindi l'esportazione di capitali», scrive il think tank nel report dal titolo emblematico La politica ostinata del «prima la Germania»: «Il Paese potrebbe esportare di meno o importare di più. Altrettanto efficace sarebbe una riduzione del risparmio interno. Tuttavia, il miglior modo per ridurre gli avanzi delle partite correnti è quello di spingere il piede sull'acceleratore degli investimenti interni». I punti suggeriti non sono certo una grande novità, almeno per noi. Investimenti pubblici, aumento degli stipendi e più tasse sui profitti delle aziende. Da anni la Germania fa infatti dumping sulle aziende concorrenti dell'Unione europea, il che significa che le compagnie tedesche hanno a disposizione molta più liquidità da investire in giro per il mondo e soprattutto dentro il perimetro dell'Ue. Nel 2000, l'indebitamento netto di società private era considerevole: il 4,8% del Pil. Nel 2016, le aziende private erano net saver e hanno generato un risparmio del 2,9% del Pil. La posizione finanziaria del settore privato in 16 anni ha fatto un balzo in avanti pari al 7,7% del Pil. Tantissimo. Il capo economista del Fmi due anni fa ha sottolineato che dietro alle esportazioni di capitali tedesche c'è tutta questa leva. Ma le tasse corporate sono davvero così basse in Germania? Tra il 2006 e il 2015 il peso della tassazione sui profitti è calato dal 2,11% del Pil, all'1,74%. Soltanto Slovenia, Lettonia e Turchia, tra i Paesi Ocse hanno una percentuale inferiore, mentre la media all'interno dell'organizzazione internazionale è del 2,8%. L'Italia è poco sopra. Significa che le aziende tedesche pagano un punto di Pil in meno di tasse sugli utili rispetto alle imprese italiane. Tutti soldi che servono per fare campagne estere e sostenere l'export. Il report suggerisce anche due interventi poco discussi. Il primo è la riforma pensionistica. Secondo l'Swp i tedeschi dovrebbero poter lavorare di più e scegliere un periodo attivo più lungo rispetto agli attuali obblighi. Inoltre, il governo dovrebbe per un periodo limitato abbattere l'aliquota Iva. Dall'attuale 19% al 14. In questo modo, la riduzione dell'Iva sosterrebbe i beneficiari di piccoli redditi. I consumi interni diventerebbero più accessibili e riequilibrerebbe il gap rispetto alle politiche fiscali dei Paesi partner. «Certamente», spiega ancora l'Swp, «non è possibile ridurre l'Iva senza violare altri obiettivi fiscali. Un calo significativo nelle entrate del governo spingerebbe in su il deficit e violerebbe l'obiettivo di ridurre il debito pubblico». Per cui la politica non prende in considerazione la riforma dell'imposta. «Sembra comprensibile che i partner commerciali si mettano sulla difensiva e si oppongano alle eccedenze tedesche», si legge nel report. «Il nuovo governo italiano è chiaramente in rotta di collisione e la retorica di alcuni politici si basa su una motivazione ovvia: l'Italia è impantanata in una economia in stagnazione». Il senso del ragionamento è semplice: la Germania gode di livelli di occupazione record, ma i responsabili politici non capiscono che ai fini dell'integrazione Ue sarebbe necessario smettere di esportare capitali e disoccupazione. «La Germania indebolisce il processo di integrazione europea», conclude l'Swp. Una frase che non necessita di commenti.
Giorgia Meloni (Ansa)
Il crescendo di azioni, dichiarazioni e post sui social del presidente degli Stati Uniti, sempre più scomposte e volgari, avevano ridotto drasticamente il consenso di Trump tra gli italiani; l’attacco maleducato e senza precedenti a papa Leone XIV ha suscitato un moto di sdegno tale che per il presidente del Consiglio non era più possibile restare in silenzio. Non lo ha fatto: Giorgia, «donna, madre, e cristiana», ha difeso a spada tratta il Santo Padre, e la reazione di Trump, anche in questo caso al di fuori di ogni regola diplomatica, ha dimostrato che in questo momento storico il tycoon, almeno dal punto di vista del dialogo con gli altri leader, è indifendibile.
Giorgia Meloni di nuovo in sintonia con gli italiani, dicevamo: lo si era capito immediatamente leggendo le reazioni degli esponenti politici, anche di opposizione, e sbirciando i social. Ma anche i maggiori esperti di sondaggi confermano: «Non abbiamo ancora dati precisi», dice all’Adnkronos Renato Mannheimer, «ma la Meloni potrebbe guadagnare qualche punto e passare dal 40% al 45%. Ritengo che le parole di Trump abbiamo giovato al premier, che, al contrario, nei mesi scorsi sia stata danneggiata dalla sua relazione con il presidente Usa, tanto da aver perso al referendum della giustizia. Molti elettori di destra non hanno voluto votare sì perché infastiditi dalla posizione della Meloni verso Trump. Il premier con Sigonella aveva un po’ cambiato rotta e determinante è stata la sua presa di distanza dalle parole del tycoon contro il Pontefice. Credo senz’altro che il distacco da Trump le giovi». Del resto, come rileva Youtrend, Fratelli d’Italia ha la percentuale più alta di cattolici tra i suoi elettori: ben l’84%.
Ci permettiamo di aggiungere che anche le dure prese di posizione degli ultimi giorni nei confronti del governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu, altro personaggio le cui azioni in Italia (e non solo) vengono ormai giudicate positive soltanto da una esigua minoranza, non potranno che far crescere ancora la popolarità della Meloni.
La giornata del premier è stata densa: al mattino, un videomessaggio realizzato per l’evento «Mille marchi storici per il futuro del Made in Italy», promosso dal ministero delle Imprese e dall’Associazione Marchi storici d’Italia; poi le congratulazioni alla Dda di Roma e all’Arma dei Carabinieri per l’importante operazione contro la criminalità messa a segno; un rapido «Ciao!» a Fiorello, che l’ha contattata durante la puntata de La Pennicanza, e nel pomeriggio, un appuntamento estremamente importante, l’incontro a Palazzo Chigi con il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky. Un colloquio al quale sono seguite dichiarazioni ai giornalisti.
Giorgia Meloni, pur senza mai citare Trump, non si è mossa di un millimetro dalla sua rotta: l’unione tra Usa e Ue è stato e continua, naturalmente, a essere il pilastro della politica estera del governo: «L’Italia», argomenta Giorgia Meloni, «intende continuare a fare la sua parte per arrivare a soluzioni condivise, che tutelino la sovranità di Kiev che assicurino la solidità dell’alleanza euroatlantica perché un Occidente diviso, un’Europa spaccata sarebbero l’unico vero regalo che potremmo fare a Mosca». Non sapremo mai se Giorgia ha ricevuto qualche messaggio privato dai leader europei dopo l’attacco di Trump nei suoi confronti, ma è evidente che il richiamo all’unità europea non è banale, né di circostanza. Così come non banali e non di circostanza sono le parole che la Meloni dedica alla guerra in Ucraina: del resto, la postura del suo partito prima e del suo governo poi è stata sempre la stessa, sia che alla Casa Bianca ci fosse Joe Biden, che con l’arrivo di Trump: «Gli sforzi diplomatici per arrivare a una pace giusta e duratura», chiamano direttamente in causa l’Europa e l’Italia intende continuare a fare la sua parte per arrivare a soluzioni condivise che tutelino la sovranità di Kiev. L’Italia continuerà a promuovere in sede G7 e in sede di Unione europea la pressione economica sulla Federazione russa, che continua a non mostrare segnali concreti nel percorso negoziale, insiste negli attacchi contro i civili, persevera nel colpire le infrastrutture indispensabili per la popolazione. Il ventesimo pacchetto di sanzioni che l’Europa si appresta ad adottare rappresenta da questo punto di vista un passaggio importante per ridurre ancora le entrate che alimentano la macchina bellica russa». Uno sguardo alla crisi in Iran: «Con Zelensky», sottolinea ancora la Meloni, «abbiamo avuto modo di confrontarci su quello che accade intorno a noi, quin anche sulla crisi iraniana che ovviamente preoccupa tutti, che sta diventando sempre più complessa. Continuiamo ovviamente a credere nella validità del cessate il fuoco tra Iran, Stati Uniti e rispettivi alleati, nutriamo la speranza che il negoziato di pace possa riprendere, anche se in un contesto sicuramente non facile. L’Italia è come sempre pronta a fare la sua parte. Ed è molto interessata a sviluppare con Kiev una produzione congiunta di droni».
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L'incontro del 17 aprile 2025 alla Casa Bianca tra Giorgia Meloni e Donald Trump (Ansa)
Oltre a mantenere il punto, dopo che martedì aveva già tacciato il presidente del Consiglio di «mancanza di coraggio», ieri il tycoon, abituato ai giri di valzer, non ha escluso un cambiamento nelle relazioni tra i due alleati: «Chiunque abbia rifiutato il proprio aiuto nella gestione della situazione con l’Iran, con quel Paese non abbiamo più lo stesso rapporto». E non si è risparmiato nel ribadire la vulnerabilità italiana riguardo al petrolio. Se al Corriere della Sera aveva detto: «A voi italiani piace il fatto che la vostra presidente non stia facendo nulla per ottenere il petrolio?», anche nell’intervista a Fox Business ha affermato: «Giusto per vostra informazione: l’Italia riceve grandi quantità di petrolio dallo Stretto di Hormuz».
Dalla maggioranza, che ha espresso a più riprese la vicinanza a Giorgia Meloni e la ferma condanna alle parole del tycoon contro il premier e papa Leone XIV, emerge un’interpretazione comune in merito alla solidità dei rapporti bilaterali. A stemperare i toni e a ridimensionare l’impatto dei contrasti è stato infatti il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, durante un punto stampa a Berlino. Assodato che «un rapporto di alleanza e di amicizia come quello fra l’Italia e gli Stati Uniti debba essere fatto di lealtà e rispetto» a cui il nostro Paese non è mai venuto meno, il vicepremier ha sottolineato che si tratta meramente di «una divergenza d’opinioni». Esclusa quindi l’esistenza di una crisi tra i due Paesi, Tajani ha sottolineato: «Non è un confronto franco su questioni dove non si è d’accordo a poter lacerare le relazioni tra l’Italia e gli Stati Uniti». E visto che «quando non si è d’accordo lo si dice», Tajani ha ricordato: «Non abbiamo condiviso le parole a proposito del Santo Padre, come non abbiamo condiviso le parole sulla Groenlandia perché abbiamo una posizione diversa, così come non abbiamo partecipato alla guerra in Iran perché non è la nostra guerra. Ma questo non significa non avere buone relazioni con gli Stati Uniti».
Anche secondo il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, le relazioni tra Roma e Washington non sono in discussione: «I rapporti con gli Stati Uniti sono e continueranno a essere positivi, non è qualche caduta di stile di queste ore a mettere in discussione il rapporto tra l’Italia e gli Stati Uniti». Oltre ad augurarsi che «smettano gli attacchi al Papa», Salvini, riferendosi alle immagini blasfeme postate da Trump, ha fatto presente: «Mettersi sui social nei panni di Gesù Cristo non penso che aiuti la pace o la credibilità di nessuno». Tra l’altro, ha invitato a prendere con le pinze le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti in merito alla fine del conflitto in Medio Oriente: «Se la guerra, come dice Trump, finisce tra una settimana, tanto meglio, ma la guerra a parole di Trump è già finita parecchie volte e non è ancora finita. E quindi se dovesse ancora andare avanti alcune settimane, non vogliamo lasciare a piedi gli italiani». Poco prima del nuovo affondo del capo della Casa Bianca contro Meloni, il vicepremier ha ribadito il «totale sostegno all’attività del governo e del presidente del Consiglio da tutti i punti di vista. Se Trump attacca il Papa sbaglia, se attacca il governo italiano sbaglia».
Dello stesso avviso è stato il presidente del Senato, Ignazio La Russa: «Non c’è niente di insanabile perché la Meloni e il governo italiano sanno benissimo che anche nei rapporti di amicizia la chiarezza è d’obbligo». E quindi «nessuno come la Meloni è stata così chiara nel dire “sono d’accordo con certe scelte di Trump“», ma è altrettanto vero che «nessuno come la Meloni è stata così chiara, quando non è stata d’accordo, nel dire “non sono d’accordo con alcune dichiarazioni di Trump“». Il presidente del Senato ha anche ricordato come fosse inevitabile la presa di posizione del premier contro gli insulti che il tycoon ha rivolto al pontefice: «Giorgia Meloni non può e non avrebbe mai potuto stare in silenzio di fronte a un atteggiamento nei confronti del Papa come quello che si è verificato da parte del presidente Trump, come cattolica e come presidente del Consiglio».
Pare che non si intravedano criticità all’orizzonte in ambito commerciale. A rassicurare su questo fronte, prima però dell’ultima invettiva di Donald Trump, è stato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. A Radio24 ha infatti dichiarato che «non ci sarà nessun contraccolpo commerciale dopo lo scontro tra il presidente del Consiglio, Meloni, e il presidente degli Stati Uniti, Trump», considerato il fatto che è «anche grazie al governo italiano, responsabile e lungimirante, che l’Ue ha ratificato un accordo con gli Usa per dazi orientativi del 15 per cento che i nostri prodotti hanno saputo oltrepassare». Oltretutto, «il consumatore americano ha dimostrato in questi mesi di non aver nessuna intenzione di rinunciare al made in Italy». Urso ha anche aggiunto: «Tutti hanno compreso che la Meloni ha tutelato l’immagine e l’interesse nazionale. Noi riconosciamo al Sommo pontefice il suo Magistero che deve esercitare al meglio e credo che lo comprendano bene anche gli americani e l’amministrazione degli Stati Uniti».
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Con Margherita Mastromauro (presidente pastai Uif) raccontiamo il Carbonara day, la giornata di grande successo dedicata a un piatto simbolo della cucina italiana.