True
2018-11-20
Tria resiste: «Chi ci contesta pensa al voto»
ANSA
Mentre Italia ed Europa discutevano di manovra, il fronte bancario italiano ha detto per l'ennesima volta la sua, lasciando di fatto isolata Banca Intesa che continua a supportare la legge di bilancio nonostante il rialzo delle imposte sul comparto. Se l'istituto guidato da Carlo Messina vede di buon occhio perfino il reddito di cittadinanza (anche se mira al piano di cartolarizzazione degli immobili pubblici), l'associazione bancaria, guidata da Antonio Patuelli rinverdisce il problema spread ed effetto sui mutui. «Un aumento dello spread di 100 punti determina», secondo Abi, «un'erosione in media di 35 punti base di patrimonio di migliore qualità, ma è difficile quantificare quale sia la soglia critica per ciascuna banca», ha spiegato il presidente agganciandosi all'andamento del differenziale che ieri ha chiuso a 322 punti base rispetto al bund tedesco. E soprattutto al fatto che, nella prima giornata di collocamento del Btp indicizzato all'inflazione (che offre una cedola minima dell'1,45%) sono stati raccolti solo 481,3 milioni di euro. Dati e posizioni che indicano una pressione costante sul ministero dell'Economia nonostante i fondamentali del comparto bancaria e dell'economia tendano a dire l'opposto. Senza dimenticare che tutte le critiche alla manovra fino ad ora non sono entrate nel dettaglio vero dei numeri.
Così, ieri, Unione bancaria, riforma del meccanismo europeo di stabilità Esm e nuovo bilancio unico dell'area euro, ufficialmente sono stati i temi all'ordine del giorno dell'Eurogruppo straordinario convocato a Bruxelles, ma è difficile pensare che alla riunione, o quanto meno a margine dell'incontro, non si sia parlato del caso Italia. La settimana si annuncia infatti decisiva per i rapporti tra Roma e Bruxelles, ma anche tra Roma e gli altri Paesi dell'area euro, dimostratisi finora tutt'altro che comprensivi con le scelte di bilancio italiane.
Domani potrebbe infatti già essere il giorno della verità: la Commissione pubblicherà, come previsto, il suo parere sulla manovra gialloblù ma non si esclude che possa anche richiedere, da subito, l'apertura di una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia per mancato rispetto della regola del debito. Toccherebbe poi all'Eurogruppo del 3 dicembre affrontare formalmente la questione. I tempi non sono certi.
Il governo giocherà comunque fino all'ultima carta a sua disposizione per cercare di convincere l'Europa della fondatezza delle sue scelte. Il Mef lo ha già fatto nel Rapporto sui fattori rilevanti richiesto e inviato a Bruxelles pochi giorni fa, e il ministro dell'economia, Giovanni Tria, lo ha fatto ieri nella riunione con gli altri protagonisti europei. Probabilmente lo farà anche il premier, Giuseppe Conte, che sabato avrà un colloquio diretto con il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker. Ma alla base di ogni trattativa ci sono i paletti fissati ieri dallo stesso Tria. «Il programma del governo non cambia ma c'è la volontà di discutere. Penso che uno sforzo debba essere fatto per riportare la discussione sulla reale portata del tema», ovvero non solo sul deficit ma la discussione deve «tener presente» che «si conferma un rallentamento dell'economia europea non solo italiana». Anzi, in questo contesto, «l'Italia rallenta meno di altri», ha aggiunto Tria. Sul deficit «stiamo parlando di scostamenti che non sono grandi, perciò dico che bisogna riportare la discussione alla portata reale. Era necessario aumentare il deficit per fare le cose che il governo riteneva importanti, ma certamente non abbiamo sforato i parametri».
In sostanza Tria spiega che chi attacca l'Italia pensa solo al voto di maggio e il riferimento è diretto al commissario agli Affari economici Pierre Moscovici. Tanto più che il confronto con la Francia non lascia adito a dubbi sul confronto nel perimetro delle regole. «Il deficit adottato può piacere o no, negli ultimi dieci anni solo l'anno in corso l'Italia ha avuto un deficit minore del 2,4%, è uno dei più bassi della storia italiana, la Francia ha sempre avuto un deficit più alto. Abbiamo certamente debito più alto e abbiamo il problema di ridurlo, ma se guardiamo ai dati prospettici del passato, la dinamica della salita è più contenuta di altri Paesi. Il problema è che abbiamo un'eredità che veniva dall'altro secolo», ha concluso Tria sapendo di contare in Europa su due nuovi alleati. Se in patria le critiche sono costanti e preventive (i veri numeri della manovra si capiranno solo quando le due leggi delega collegate e relative a quota 100 e reddito di cittadinanza saranno approvate in primavera dal parlamento), in Europa Roma da qui in avanti può contare sul trend decrescente della Germania. Berlino da qualche mese non sponsorizza più la fine del quantitative easing di Mario Draghi. Annusa la recessione, un rischio che corre in realtà mezza Europa. Ecco perché Draghi e Berlino possono diventare la leva per una nuova gestione del deficit.
Incredibile ammissione di Berlino: «Il nostro surplus danneggia l’Ue»
Berlino ha chiuso il 2017 con un surplus commerciale da record. Ben 36,5 miliardi di euro, nonostante lo scorso anno il bilancio della Germania sia stato costellato da oltre 7 miliardi di euro di maggiori spese non preventivate. La Corte costituzionale tedesca ha imposto al governo di restituire alle aziende la tassa sui combustibili nucleari. Senza l'esborso il surplus avrebbe superato i 40 miliardi. Da quasi un decennio Unione europea e Fmi si rivolgono a Berlino ricordando quanto sia dannoso un tale surplus.
Visti i toni dei rimproveri (timorosi e sottovoce), il tema è esploso solo quando alla Casa Bianca è arrivato Donald Trump. La guerra commerciale tra Usa ed Europa è dovuto principalmente alla posizione tedesca. Nemmeno di fronte al brusco cambio di passo della strategia Usa, Angela Merkel ha voluto prendere in considerazione le critiche. E, solitamente, si è limitata a ribadire il leitmotiv di sempre: la cancelleria non può intervenire nelle logiche delle imprese tedesche, altrimenti violerebbe la libertà d'impresa. Qualcosa sta però cambiando visto che ieri l'Swp, l'Istituto tedesco per gli affari e la sicurezza internazionale, (un think tank sostenuto dalla cancelleria stessa) se ne è uscito con uno studio tanto sintetico quanto rivoluzionario. Poche pagine nelle quali anche i tedeschi ammettono che il surplus è dannoso per l'Europa e per i Paesi periferici. Soprattutto, gli analisti smontano il luogo comune della Cdu, cioè il fatto che il surplus sia legato solo alle decisioni di aziende private. Al contrario, l'Swp spiega che se nulla è cambiato lo si deve alle scelte politiche.
«La Germania ha quattro opzioni principali per ridurre gli avanzi delle partite correnti e quindi l'esportazione di capitali», scrive il think tank nel report dal titolo emblematico La politica ostinata del «prima la Germania»: «Il Paese potrebbe esportare di meno o importare di più. Altrettanto efficace sarebbe una riduzione del risparmio interno. Tuttavia, il miglior modo per ridurre gli avanzi delle partite correnti è quello di spingere il piede sull'acceleratore degli investimenti interni». I punti suggeriti non sono certo una grande novità, almeno per noi. Investimenti pubblici, aumento degli stipendi e più tasse sui profitti delle aziende.
Da anni la Germania fa infatti dumping sulle aziende concorrenti dell'Unione europea, il che significa che le compagnie tedesche hanno a disposizione molta più liquidità da investire in giro per il mondo e soprattutto dentro il perimetro dell'Ue. Nel 2000, l'indebitamento netto di società private era considerevole: il 4,8% del Pil.
Nel 2016, le aziende private erano net saver e hanno generato un risparmio del 2,9% del Pil. La posizione finanziaria del settore privato in 16 anni ha fatto un balzo in avanti pari al 7,7% del Pil. Tantissimo. Il capo economista del Fmi due anni fa ha sottolineato che dietro alle esportazioni di capitali tedesche c'è tutta questa leva. Ma le tasse corporate sono davvero così basse in Germania? Tra il 2006 e il 2015 il peso della tassazione sui profitti è calato dal 2,11% del Pil, all'1,74%. Soltanto Slovenia, Lettonia e Turchia, tra i Paesi Ocse hanno una percentuale inferiore, mentre la media all'interno dell'organizzazione internazionale è del 2,8%. L'Italia è poco sopra. Significa che le aziende tedesche pagano un punto di Pil in meno di tasse sugli utili rispetto alle imprese italiane. Tutti soldi che servono per fare campagne estere e sostenere l'export. Il report suggerisce anche due interventi poco discussi. Il primo è la riforma pensionistica. Secondo l'Swp i tedeschi dovrebbero poter lavorare di più e scegliere un periodo attivo più lungo rispetto agli attuali obblighi. Inoltre, il governo dovrebbe per un periodo limitato abbattere l'aliquota Iva. Dall'attuale 19% al 14. In questo modo, la riduzione dell'Iva sosterrebbe i beneficiari di piccoli redditi. I consumi interni diventerebbero più accessibili e riequilibrerebbe il gap rispetto alle politiche fiscali dei Paesi partner. «Certamente», spiega ancora l'Swp, «non è possibile ridurre l'Iva senza violare altri obiettivi fiscali. Un calo significativo nelle entrate del governo spingerebbe in su il deficit e violerebbe l'obiettivo di ridurre il debito pubblico». Per cui la politica non prende in considerazione la riforma dell'imposta. «Sembra comprensibile che i partner commerciali si mettano sulla difensiva e si oppongano alle eccedenze tedesche», si legge nel report.
«Il nuovo governo italiano è chiaramente in rotta di collisione e la retorica di alcuni politici si basa su una motivazione ovvia: l'Italia è impantanata in una economia in stagnazione». Il senso del ragionamento è semplice: la Germania gode di livelli di occupazione record, ma i responsabili politici non capiscono che ai fini dell'integrazione Ue sarebbe necessario smettere di esportare capitali e disoccupazione. «La Germania indebolisce il processo di integrazione europea», conclude l'Swp. Una frase che non necessita di commenti.
Continua a leggereRiduci
Il ministro all'Eurogruppo tiene il punto: «La manovra non cambia, altri hanno sempre fatto molto più deficit di noi». Poi attacca i commissari «già in campagna elettorale». Fiammata spread a 322 e per l'Abi è allarme mutui. Domani il giudizio della commissione.Un think tank pagato dal governo attacca il cuore del sistema commerciale tedesco.Lo speciale contiene due articoliMentre Italia ed Europa discutevano di manovra, il fronte bancario italiano ha detto per l'ennesima volta la sua, lasciando di fatto isolata Banca Intesa che continua a supportare la legge di bilancio nonostante il rialzo delle imposte sul comparto. Se l'istituto guidato da Carlo Messina vede di buon occhio perfino il reddito di cittadinanza (anche se mira al piano di cartolarizzazione degli immobili pubblici), l'associazione bancaria, guidata da Antonio Patuelli rinverdisce il problema spread ed effetto sui mutui. «Un aumento dello spread di 100 punti determina», secondo Abi, «un'erosione in media di 35 punti base di patrimonio di migliore qualità, ma è difficile quantificare quale sia la soglia critica per ciascuna banca», ha spiegato il presidente agganciandosi all'andamento del differenziale che ieri ha chiuso a 322 punti base rispetto al bund tedesco. E soprattutto al fatto che, nella prima giornata di collocamento del Btp indicizzato all'inflazione (che offre una cedola minima dell'1,45%) sono stati raccolti solo 481,3 milioni di euro. Dati e posizioni che indicano una pressione costante sul ministero dell'Economia nonostante i fondamentali del comparto bancaria e dell'economia tendano a dire l'opposto. Senza dimenticare che tutte le critiche alla manovra fino ad ora non sono entrate nel dettaglio vero dei numeri. Così, ieri, Unione bancaria, riforma del meccanismo europeo di stabilità Esm e nuovo bilancio unico dell'area euro, ufficialmente sono stati i temi all'ordine del giorno dell'Eurogruppo straordinario convocato a Bruxelles, ma è difficile pensare che alla riunione, o quanto meno a margine dell'incontro, non si sia parlato del caso Italia. La settimana si annuncia infatti decisiva per i rapporti tra Roma e Bruxelles, ma anche tra Roma e gli altri Paesi dell'area euro, dimostratisi finora tutt'altro che comprensivi con le scelte di bilancio italiane. Domani potrebbe infatti già essere il giorno della verità: la Commissione pubblicherà, come previsto, il suo parere sulla manovra gialloblù ma non si esclude che possa anche richiedere, da subito, l'apertura di una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia per mancato rispetto della regola del debito. Toccherebbe poi all'Eurogruppo del 3 dicembre affrontare formalmente la questione. I tempi non sono certi. Il governo giocherà comunque fino all'ultima carta a sua disposizione per cercare di convincere l'Europa della fondatezza delle sue scelte. Il Mef lo ha già fatto nel Rapporto sui fattori rilevanti richiesto e inviato a Bruxelles pochi giorni fa, e il ministro dell'economia, Giovanni Tria, lo ha fatto ieri nella riunione con gli altri protagonisti europei. Probabilmente lo farà anche il premier, Giuseppe Conte, che sabato avrà un colloquio diretto con il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker. Ma alla base di ogni trattativa ci sono i paletti fissati ieri dallo stesso Tria. «Il programma del governo non cambia ma c'è la volontà di discutere. Penso che uno sforzo debba essere fatto per riportare la discussione sulla reale portata del tema», ovvero non solo sul deficit ma la discussione deve «tener presente» che «si conferma un rallentamento dell'economia europea non solo italiana». Anzi, in questo contesto, «l'Italia rallenta meno di altri», ha aggiunto Tria. Sul deficit «stiamo parlando di scostamenti che non sono grandi, perciò dico che bisogna riportare la discussione alla portata reale. Era necessario aumentare il deficit per fare le cose che il governo riteneva importanti, ma certamente non abbiamo sforato i parametri». In sostanza Tria spiega che chi attacca l'Italia pensa solo al voto di maggio e il riferimento è diretto al commissario agli Affari economici Pierre Moscovici. Tanto più che il confronto con la Francia non lascia adito a dubbi sul confronto nel perimetro delle regole. «Il deficit adottato può piacere o no, negli ultimi dieci anni solo l'anno in corso l'Italia ha avuto un deficit minore del 2,4%, è uno dei più bassi della storia italiana, la Francia ha sempre avuto un deficit più alto. Abbiamo certamente debito più alto e abbiamo il problema di ridurlo, ma se guardiamo ai dati prospettici del passato, la dinamica della salita è più contenuta di altri Paesi. Il problema è che abbiamo un'eredità che veniva dall'altro secolo», ha concluso Tria sapendo di contare in Europa su due nuovi alleati. Se in patria le critiche sono costanti e preventive (i veri numeri della manovra si capiranno solo quando le due leggi delega collegate e relative a quota 100 e reddito di cittadinanza saranno approvate in primavera dal parlamento), in Europa Roma da qui in avanti può contare sul trend decrescente della Germania. Berlino da qualche mese non sponsorizza più la fine del quantitative easing di Mario Draghi. Annusa la recessione, un rischio che corre in realtà mezza Europa. Ecco perché Draghi e Berlino possono diventare la leva per una nuova gestione del deficit. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tria-difende-i-numeri-e-rimbalza-i-moscovici-2620741837.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="incredibile-ammissione-di-berlino-il-nostro-surplus-danneggia-lue" data-post-id="2620741837" data-published-at="1772975753" data-use-pagination="False"> Incredibile ammissione di Berlino: «Il nostro surplus danneggia l’Ue» Berlino ha chiuso il 2017 con un surplus commerciale da record. Ben 36,5 miliardi di euro, nonostante lo scorso anno il bilancio della Germania sia stato costellato da oltre 7 miliardi di euro di maggiori spese non preventivate. La Corte costituzionale tedesca ha imposto al governo di restituire alle aziende la tassa sui combustibili nucleari. Senza l'esborso il surplus avrebbe superato i 40 miliardi. Da quasi un decennio Unione europea e Fmi si rivolgono a Berlino ricordando quanto sia dannoso un tale surplus. Visti i toni dei rimproveri (timorosi e sottovoce), il tema è esploso solo quando alla Casa Bianca è arrivato Donald Trump. La guerra commerciale tra Usa ed Europa è dovuto principalmente alla posizione tedesca. Nemmeno di fronte al brusco cambio di passo della strategia Usa, Angela Merkel ha voluto prendere in considerazione le critiche. E, solitamente, si è limitata a ribadire il leitmotiv di sempre: la cancelleria non può intervenire nelle logiche delle imprese tedesche, altrimenti violerebbe la libertà d'impresa. Qualcosa sta però cambiando visto che ieri l'Swp, l'Istituto tedesco per gli affari e la sicurezza internazionale, (un think tank sostenuto dalla cancelleria stessa) se ne è uscito con uno studio tanto sintetico quanto rivoluzionario. Poche pagine nelle quali anche i tedeschi ammettono che il surplus è dannoso per l'Europa e per i Paesi periferici. Soprattutto, gli analisti smontano il luogo comune della Cdu, cioè il fatto che il surplus sia legato solo alle decisioni di aziende private. Al contrario, l'Swp spiega che se nulla è cambiato lo si deve alle scelte politiche. «La Germania ha quattro opzioni principali per ridurre gli avanzi delle partite correnti e quindi l'esportazione di capitali», scrive il think tank nel report dal titolo emblematico La politica ostinata del «prima la Germania»: «Il Paese potrebbe esportare di meno o importare di più. Altrettanto efficace sarebbe una riduzione del risparmio interno. Tuttavia, il miglior modo per ridurre gli avanzi delle partite correnti è quello di spingere il piede sull'acceleratore degli investimenti interni». I punti suggeriti non sono certo una grande novità, almeno per noi. Investimenti pubblici, aumento degli stipendi e più tasse sui profitti delle aziende. Da anni la Germania fa infatti dumping sulle aziende concorrenti dell'Unione europea, il che significa che le compagnie tedesche hanno a disposizione molta più liquidità da investire in giro per il mondo e soprattutto dentro il perimetro dell'Ue. Nel 2000, l'indebitamento netto di società private era considerevole: il 4,8% del Pil. Nel 2016, le aziende private erano net saver e hanno generato un risparmio del 2,9% del Pil. La posizione finanziaria del settore privato in 16 anni ha fatto un balzo in avanti pari al 7,7% del Pil. Tantissimo. Il capo economista del Fmi due anni fa ha sottolineato che dietro alle esportazioni di capitali tedesche c'è tutta questa leva. Ma le tasse corporate sono davvero così basse in Germania? Tra il 2006 e il 2015 il peso della tassazione sui profitti è calato dal 2,11% del Pil, all'1,74%. Soltanto Slovenia, Lettonia e Turchia, tra i Paesi Ocse hanno una percentuale inferiore, mentre la media all'interno dell'organizzazione internazionale è del 2,8%. L'Italia è poco sopra. Significa che le aziende tedesche pagano un punto di Pil in meno di tasse sugli utili rispetto alle imprese italiane. Tutti soldi che servono per fare campagne estere e sostenere l'export. Il report suggerisce anche due interventi poco discussi. Il primo è la riforma pensionistica. Secondo l'Swp i tedeschi dovrebbero poter lavorare di più e scegliere un periodo attivo più lungo rispetto agli attuali obblighi. Inoltre, il governo dovrebbe per un periodo limitato abbattere l'aliquota Iva. Dall'attuale 19% al 14. In questo modo, la riduzione dell'Iva sosterrebbe i beneficiari di piccoli redditi. I consumi interni diventerebbero più accessibili e riequilibrerebbe il gap rispetto alle politiche fiscali dei Paesi partner. «Certamente», spiega ancora l'Swp, «non è possibile ridurre l'Iva senza violare altri obiettivi fiscali. Un calo significativo nelle entrate del governo spingerebbe in su il deficit e violerebbe l'obiettivo di ridurre il debito pubblico». Per cui la politica non prende in considerazione la riforma dell'imposta. «Sembra comprensibile che i partner commerciali si mettano sulla difensiva e si oppongano alle eccedenze tedesche», si legge nel report. «Il nuovo governo italiano è chiaramente in rotta di collisione e la retorica di alcuni politici si basa su una motivazione ovvia: l'Italia è impantanata in una economia in stagnazione». Il senso del ragionamento è semplice: la Germania gode di livelli di occupazione record, ma i responsabili politici non capiscono che ai fini dell'integrazione Ue sarebbe necessario smettere di esportare capitali e disoccupazione. «La Germania indebolisce il processo di integrazione europea», conclude l'Swp. Una frase che non necessita di commenti.
Il fumo si alza dopo gli attacchi aerei sui depositi di petrolio dell'8 marzo a Teheran (Getty Images)
Per la prima volta nella storia recente, gli Emirati Arabi Uniti hanno lanciato un attacco diretto contro l’Iran, prendendo di mira un impianto di desalinizzazione. Il raid segna un’escalation significativa nel conflitto in Medio Oriente, che vede ormai coinvolti Stati Uniti, Israele e diversi Paesi del Golfo. Abu Dhabi ha annunciato di aver intercettato la maggior parte dei missili e dei droni provenienti dall’Iran, pur confermando quattro vittime tra cittadini stranieri e feriti in un bilancio che ha incluso persone di più di una decina di nazionalità.
Il bombardamento degli Emirati arriva in una giornata già segnata da nuove tensioni sul fronte iraniano. L’Assemblea degli Esperti ha raggiunto un accordo sulla scelta del nuovo leader supremo della Repubblica Islamica dopo la morte di Ali Khamenei, aprendo uno scenario di incertezza politica interna che si intreccia con l’emergenza militare. L’ayatollah Mohammad-Mahdi Mirbagheri ha dichiarato che sono stati compiuti «grandi sforzi per determinare la guida» e che è stato concordato «un parere decisivo e unanime». Secondo altri membri dell’Assemblea, il candidato scelto dovrebbe essere «odiato dal nemico», citando addirittura gli Stati Uniti, che avrebbero già fatto il nome del prescelto. Il figlio di Khamenei, Mojtaba, resta tra i favoriti, ma la sua candidatura ha incontrato la ferma opposizione di Washington.
Sul terreno, la guerra si manifesta con numeri impressionanti di vittime e distruzione. Gli attacchi israeliani in Libano hanno provocato almeno 394 morti, tra cui 83 bambini e 42 donne, mentre gli scontri tra Hezbollah e Israele proseguono senza sosta. In Iran, oltre 1.200 persone sono rimaste uccise negli attacchi statunitensi e israeliani, con quasi diecimila edifici civili danneggiati o distrutti, secondo la Mezzaluna Rossa. La città di Teheran è avvolta da fumo e da una pioggia nera, contaminata dal petrolio che le bombe hanno fatto fuoriuscire dai depositi colpiti.
Il conflitto ha ormai travalicato i confini iraniani. Missili e droni iraniani hanno preso di mira Israele, la Giordania, il Kuwait e gli Emirati, causando danni materiali e morti tra civili e operatori di sicurezza. Secondo Abu Dhabi, gli attacchi dell’Iran hanno incluso 16 missili balistici e 117 droni, in gran parte intercettati dalle difese aeree locali. L’Iran, dal canto suo, dichiara di poter sostenere la guerra su vasta scala per almeno sei mesi, forte di un arsenale di missili e droni pronti all’impiego. La crisi ha provocato anche flussi di rifugiati: molti iraniani stanno attraversando il confine con la Turchia per sfuggire al conflitto, ricordando scenari già vissuti durante la guerra siriana. Il rischio di un’escalation regionale è evidente, con Paesi del Golfo vulnerabili e la produzione petrolifera in pericolo, minacciando ripercussioni globali. Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha ammonito che «se la guerra continua, non ci sarà modo di vendere petrolio, né la capacità di produrlo nella regione».
Anche la diplomazia internazionale accelera. Il presidente francese Emmanuel Macron si recherà a Cipro per riaffermare la solidarietà europea e cercare di contribuire alla de-escalation nel Mediterraneo orientale. La Cina, attraverso il ministro degli Esteri Wang Yi, ha richiamato tutte le potenze a svolgere «un ruolo costruttivo» e a evitare che la forza diventi diritto. In questo contesto, le parole di papa Leone XIV all’Angelus domenicale risuonano come un monito: «Cessi il fragore delle bombe, tacciano le armi» in Iran e in tutto il Medio Oriente, affinché la guerra non trascini nella destabilizzazione anche il Libano e i paesi circostanti.
Il conflitto sembra ormai destinato a protrarsi, con un intreccio di vendette, alleanze e interessi strategici che rende sempre più difficile prevedere il prossimo sviluppo. La prima volta degli Emirati contro Teheran non è soltanto un episodio isolato: potrebbe essere il segnale che la guerra, finora circoscritta, rischia di allargarsi a nuovi fronti.
Continua a leggereRiduci