True
2018-11-20
Tria resiste: «Chi ci contesta pensa al voto»
ANSA
Mentre Italia ed Europa discutevano di manovra, il fronte bancario italiano ha detto per l'ennesima volta la sua, lasciando di fatto isolata Banca Intesa che continua a supportare la legge di bilancio nonostante il rialzo delle imposte sul comparto. Se l'istituto guidato da Carlo Messina vede di buon occhio perfino il reddito di cittadinanza (anche se mira al piano di cartolarizzazione degli immobili pubblici), l'associazione bancaria, guidata da Antonio Patuelli rinverdisce il problema spread ed effetto sui mutui. «Un aumento dello spread di 100 punti determina», secondo Abi, «un'erosione in media di 35 punti base di patrimonio di migliore qualità, ma è difficile quantificare quale sia la soglia critica per ciascuna banca», ha spiegato il presidente agganciandosi all'andamento del differenziale che ieri ha chiuso a 322 punti base rispetto al bund tedesco. E soprattutto al fatto che, nella prima giornata di collocamento del Btp indicizzato all'inflazione (che offre una cedola minima dell'1,45%) sono stati raccolti solo 481,3 milioni di euro. Dati e posizioni che indicano una pressione costante sul ministero dell'Economia nonostante i fondamentali del comparto bancaria e dell'economia tendano a dire l'opposto. Senza dimenticare che tutte le critiche alla manovra fino ad ora non sono entrate nel dettaglio vero dei numeri.
Così, ieri, Unione bancaria, riforma del meccanismo europeo di stabilità Esm e nuovo bilancio unico dell'area euro, ufficialmente sono stati i temi all'ordine del giorno dell'Eurogruppo straordinario convocato a Bruxelles, ma è difficile pensare che alla riunione, o quanto meno a margine dell'incontro, non si sia parlato del caso Italia. La settimana si annuncia infatti decisiva per i rapporti tra Roma e Bruxelles, ma anche tra Roma e gli altri Paesi dell'area euro, dimostratisi finora tutt'altro che comprensivi con le scelte di bilancio italiane.
Domani potrebbe infatti già essere il giorno della verità: la Commissione pubblicherà, come previsto, il suo parere sulla manovra gialloblù ma non si esclude che possa anche richiedere, da subito, l'apertura di una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia per mancato rispetto della regola del debito. Toccherebbe poi all'Eurogruppo del 3 dicembre affrontare formalmente la questione. I tempi non sono certi.
Il governo giocherà comunque fino all'ultima carta a sua disposizione per cercare di convincere l'Europa della fondatezza delle sue scelte. Il Mef lo ha già fatto nel Rapporto sui fattori rilevanti richiesto e inviato a Bruxelles pochi giorni fa, e il ministro dell'economia, Giovanni Tria, lo ha fatto ieri nella riunione con gli altri protagonisti europei. Probabilmente lo farà anche il premier, Giuseppe Conte, che sabato avrà un colloquio diretto con il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker. Ma alla base di ogni trattativa ci sono i paletti fissati ieri dallo stesso Tria. «Il programma del governo non cambia ma c'è la volontà di discutere. Penso che uno sforzo debba essere fatto per riportare la discussione sulla reale portata del tema», ovvero non solo sul deficit ma la discussione deve «tener presente» che «si conferma un rallentamento dell'economia europea non solo italiana». Anzi, in questo contesto, «l'Italia rallenta meno di altri», ha aggiunto Tria. Sul deficit «stiamo parlando di scostamenti che non sono grandi, perciò dico che bisogna riportare la discussione alla portata reale. Era necessario aumentare il deficit per fare le cose che il governo riteneva importanti, ma certamente non abbiamo sforato i parametri».
In sostanza Tria spiega che chi attacca l'Italia pensa solo al voto di maggio e il riferimento è diretto al commissario agli Affari economici Pierre Moscovici. Tanto più che il confronto con la Francia non lascia adito a dubbi sul confronto nel perimetro delle regole. «Il deficit adottato può piacere o no, negli ultimi dieci anni solo l'anno in corso l'Italia ha avuto un deficit minore del 2,4%, è uno dei più bassi della storia italiana, la Francia ha sempre avuto un deficit più alto. Abbiamo certamente debito più alto e abbiamo il problema di ridurlo, ma se guardiamo ai dati prospettici del passato, la dinamica della salita è più contenuta di altri Paesi. Il problema è che abbiamo un'eredità che veniva dall'altro secolo», ha concluso Tria sapendo di contare in Europa su due nuovi alleati. Se in patria le critiche sono costanti e preventive (i veri numeri della manovra si capiranno solo quando le due leggi delega collegate e relative a quota 100 e reddito di cittadinanza saranno approvate in primavera dal parlamento), in Europa Roma da qui in avanti può contare sul trend decrescente della Germania. Berlino da qualche mese non sponsorizza più la fine del quantitative easing di Mario Draghi. Annusa la recessione, un rischio che corre in realtà mezza Europa. Ecco perché Draghi e Berlino possono diventare la leva per una nuova gestione del deficit.
Incredibile ammissione di Berlino: «Il nostro surplus danneggia l’Ue»
Berlino ha chiuso il 2017 con un surplus commerciale da record. Ben 36,5 miliardi di euro, nonostante lo scorso anno il bilancio della Germania sia stato costellato da oltre 7 miliardi di euro di maggiori spese non preventivate. La Corte costituzionale tedesca ha imposto al governo di restituire alle aziende la tassa sui combustibili nucleari. Senza l'esborso il surplus avrebbe superato i 40 miliardi. Da quasi un decennio Unione europea e Fmi si rivolgono a Berlino ricordando quanto sia dannoso un tale surplus.
Visti i toni dei rimproveri (timorosi e sottovoce), il tema è esploso solo quando alla Casa Bianca è arrivato Donald Trump. La guerra commerciale tra Usa ed Europa è dovuto principalmente alla posizione tedesca. Nemmeno di fronte al brusco cambio di passo della strategia Usa, Angela Merkel ha voluto prendere in considerazione le critiche. E, solitamente, si è limitata a ribadire il leitmotiv di sempre: la cancelleria non può intervenire nelle logiche delle imprese tedesche, altrimenti violerebbe la libertà d'impresa. Qualcosa sta però cambiando visto che ieri l'Swp, l'Istituto tedesco per gli affari e la sicurezza internazionale, (un think tank sostenuto dalla cancelleria stessa) se ne è uscito con uno studio tanto sintetico quanto rivoluzionario. Poche pagine nelle quali anche i tedeschi ammettono che il surplus è dannoso per l'Europa e per i Paesi periferici. Soprattutto, gli analisti smontano il luogo comune della Cdu, cioè il fatto che il surplus sia legato solo alle decisioni di aziende private. Al contrario, l'Swp spiega che se nulla è cambiato lo si deve alle scelte politiche.
«La Germania ha quattro opzioni principali per ridurre gli avanzi delle partite correnti e quindi l'esportazione di capitali», scrive il think tank nel report dal titolo emblematico La politica ostinata del «prima la Germania»: «Il Paese potrebbe esportare di meno o importare di più. Altrettanto efficace sarebbe una riduzione del risparmio interno. Tuttavia, il miglior modo per ridurre gli avanzi delle partite correnti è quello di spingere il piede sull'acceleratore degli investimenti interni». I punti suggeriti non sono certo una grande novità, almeno per noi. Investimenti pubblici, aumento degli stipendi e più tasse sui profitti delle aziende.
Da anni la Germania fa infatti dumping sulle aziende concorrenti dell'Unione europea, il che significa che le compagnie tedesche hanno a disposizione molta più liquidità da investire in giro per il mondo e soprattutto dentro il perimetro dell'Ue. Nel 2000, l'indebitamento netto di società private era considerevole: il 4,8% del Pil.
Nel 2016, le aziende private erano net saver e hanno generato un risparmio del 2,9% del Pil. La posizione finanziaria del settore privato in 16 anni ha fatto un balzo in avanti pari al 7,7% del Pil. Tantissimo. Il capo economista del Fmi due anni fa ha sottolineato che dietro alle esportazioni di capitali tedesche c'è tutta questa leva. Ma le tasse corporate sono davvero così basse in Germania? Tra il 2006 e il 2015 il peso della tassazione sui profitti è calato dal 2,11% del Pil, all'1,74%. Soltanto Slovenia, Lettonia e Turchia, tra i Paesi Ocse hanno una percentuale inferiore, mentre la media all'interno dell'organizzazione internazionale è del 2,8%. L'Italia è poco sopra. Significa che le aziende tedesche pagano un punto di Pil in meno di tasse sugli utili rispetto alle imprese italiane. Tutti soldi che servono per fare campagne estere e sostenere l'export. Il report suggerisce anche due interventi poco discussi. Il primo è la riforma pensionistica. Secondo l'Swp i tedeschi dovrebbero poter lavorare di più e scegliere un periodo attivo più lungo rispetto agli attuali obblighi. Inoltre, il governo dovrebbe per un periodo limitato abbattere l'aliquota Iva. Dall'attuale 19% al 14. In questo modo, la riduzione dell'Iva sosterrebbe i beneficiari di piccoli redditi. I consumi interni diventerebbero più accessibili e riequilibrerebbe il gap rispetto alle politiche fiscali dei Paesi partner. «Certamente», spiega ancora l'Swp, «non è possibile ridurre l'Iva senza violare altri obiettivi fiscali. Un calo significativo nelle entrate del governo spingerebbe in su il deficit e violerebbe l'obiettivo di ridurre il debito pubblico». Per cui la politica non prende in considerazione la riforma dell'imposta. «Sembra comprensibile che i partner commerciali si mettano sulla difensiva e si oppongano alle eccedenze tedesche», si legge nel report.
«Il nuovo governo italiano è chiaramente in rotta di collisione e la retorica di alcuni politici si basa su una motivazione ovvia: l'Italia è impantanata in una economia in stagnazione». Il senso del ragionamento è semplice: la Germania gode di livelli di occupazione record, ma i responsabili politici non capiscono che ai fini dell'integrazione Ue sarebbe necessario smettere di esportare capitali e disoccupazione. «La Germania indebolisce il processo di integrazione europea», conclude l'Swp. Una frase che non necessita di commenti.
Continua a leggereRiduci
Il ministro all'Eurogruppo tiene il punto: «La manovra non cambia, altri hanno sempre fatto molto più deficit di noi». Poi attacca i commissari «già in campagna elettorale». Fiammata spread a 322 e per l'Abi è allarme mutui. Domani il giudizio della commissione.Un think tank pagato dal governo attacca il cuore del sistema commerciale tedesco.Lo speciale contiene due articoliMentre Italia ed Europa discutevano di manovra, il fronte bancario italiano ha detto per l'ennesima volta la sua, lasciando di fatto isolata Banca Intesa che continua a supportare la legge di bilancio nonostante il rialzo delle imposte sul comparto. Se l'istituto guidato da Carlo Messina vede di buon occhio perfino il reddito di cittadinanza (anche se mira al piano di cartolarizzazione degli immobili pubblici), l'associazione bancaria, guidata da Antonio Patuelli rinverdisce il problema spread ed effetto sui mutui. «Un aumento dello spread di 100 punti determina», secondo Abi, «un'erosione in media di 35 punti base di patrimonio di migliore qualità, ma è difficile quantificare quale sia la soglia critica per ciascuna banca», ha spiegato il presidente agganciandosi all'andamento del differenziale che ieri ha chiuso a 322 punti base rispetto al bund tedesco. E soprattutto al fatto che, nella prima giornata di collocamento del Btp indicizzato all'inflazione (che offre una cedola minima dell'1,45%) sono stati raccolti solo 481,3 milioni di euro. Dati e posizioni che indicano una pressione costante sul ministero dell'Economia nonostante i fondamentali del comparto bancaria e dell'economia tendano a dire l'opposto. Senza dimenticare che tutte le critiche alla manovra fino ad ora non sono entrate nel dettaglio vero dei numeri. Così, ieri, Unione bancaria, riforma del meccanismo europeo di stabilità Esm e nuovo bilancio unico dell'area euro, ufficialmente sono stati i temi all'ordine del giorno dell'Eurogruppo straordinario convocato a Bruxelles, ma è difficile pensare che alla riunione, o quanto meno a margine dell'incontro, non si sia parlato del caso Italia. La settimana si annuncia infatti decisiva per i rapporti tra Roma e Bruxelles, ma anche tra Roma e gli altri Paesi dell'area euro, dimostratisi finora tutt'altro che comprensivi con le scelte di bilancio italiane. Domani potrebbe infatti già essere il giorno della verità: la Commissione pubblicherà, come previsto, il suo parere sulla manovra gialloblù ma non si esclude che possa anche richiedere, da subito, l'apertura di una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia per mancato rispetto della regola del debito. Toccherebbe poi all'Eurogruppo del 3 dicembre affrontare formalmente la questione. I tempi non sono certi. Il governo giocherà comunque fino all'ultima carta a sua disposizione per cercare di convincere l'Europa della fondatezza delle sue scelte. Il Mef lo ha già fatto nel Rapporto sui fattori rilevanti richiesto e inviato a Bruxelles pochi giorni fa, e il ministro dell'economia, Giovanni Tria, lo ha fatto ieri nella riunione con gli altri protagonisti europei. Probabilmente lo farà anche il premier, Giuseppe Conte, che sabato avrà un colloquio diretto con il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker. Ma alla base di ogni trattativa ci sono i paletti fissati ieri dallo stesso Tria. «Il programma del governo non cambia ma c'è la volontà di discutere. Penso che uno sforzo debba essere fatto per riportare la discussione sulla reale portata del tema», ovvero non solo sul deficit ma la discussione deve «tener presente» che «si conferma un rallentamento dell'economia europea non solo italiana». Anzi, in questo contesto, «l'Italia rallenta meno di altri», ha aggiunto Tria. Sul deficit «stiamo parlando di scostamenti che non sono grandi, perciò dico che bisogna riportare la discussione alla portata reale. Era necessario aumentare il deficit per fare le cose che il governo riteneva importanti, ma certamente non abbiamo sforato i parametri». In sostanza Tria spiega che chi attacca l'Italia pensa solo al voto di maggio e il riferimento è diretto al commissario agli Affari economici Pierre Moscovici. Tanto più che il confronto con la Francia non lascia adito a dubbi sul confronto nel perimetro delle regole. «Il deficit adottato può piacere o no, negli ultimi dieci anni solo l'anno in corso l'Italia ha avuto un deficit minore del 2,4%, è uno dei più bassi della storia italiana, la Francia ha sempre avuto un deficit più alto. Abbiamo certamente debito più alto e abbiamo il problema di ridurlo, ma se guardiamo ai dati prospettici del passato, la dinamica della salita è più contenuta di altri Paesi. Il problema è che abbiamo un'eredità che veniva dall'altro secolo», ha concluso Tria sapendo di contare in Europa su due nuovi alleati. Se in patria le critiche sono costanti e preventive (i veri numeri della manovra si capiranno solo quando le due leggi delega collegate e relative a quota 100 e reddito di cittadinanza saranno approvate in primavera dal parlamento), in Europa Roma da qui in avanti può contare sul trend decrescente della Germania. Berlino da qualche mese non sponsorizza più la fine del quantitative easing di Mario Draghi. Annusa la recessione, un rischio che corre in realtà mezza Europa. Ecco perché Draghi e Berlino possono diventare la leva per una nuova gestione del deficit. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tria-difende-i-numeri-e-rimbalza-i-moscovici-2620741837.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="incredibile-ammissione-di-berlino-il-nostro-surplus-danneggia-lue" data-post-id="2620741837" data-published-at="1767424108" data-use-pagination="False"> Incredibile ammissione di Berlino: «Il nostro surplus danneggia l’Ue» Berlino ha chiuso il 2017 con un surplus commerciale da record. Ben 36,5 miliardi di euro, nonostante lo scorso anno il bilancio della Germania sia stato costellato da oltre 7 miliardi di euro di maggiori spese non preventivate. La Corte costituzionale tedesca ha imposto al governo di restituire alle aziende la tassa sui combustibili nucleari. Senza l'esborso il surplus avrebbe superato i 40 miliardi. Da quasi un decennio Unione europea e Fmi si rivolgono a Berlino ricordando quanto sia dannoso un tale surplus. Visti i toni dei rimproveri (timorosi e sottovoce), il tema è esploso solo quando alla Casa Bianca è arrivato Donald Trump. La guerra commerciale tra Usa ed Europa è dovuto principalmente alla posizione tedesca. Nemmeno di fronte al brusco cambio di passo della strategia Usa, Angela Merkel ha voluto prendere in considerazione le critiche. E, solitamente, si è limitata a ribadire il leitmotiv di sempre: la cancelleria non può intervenire nelle logiche delle imprese tedesche, altrimenti violerebbe la libertà d'impresa. Qualcosa sta però cambiando visto che ieri l'Swp, l'Istituto tedesco per gli affari e la sicurezza internazionale, (un think tank sostenuto dalla cancelleria stessa) se ne è uscito con uno studio tanto sintetico quanto rivoluzionario. Poche pagine nelle quali anche i tedeschi ammettono che il surplus è dannoso per l'Europa e per i Paesi periferici. Soprattutto, gli analisti smontano il luogo comune della Cdu, cioè il fatto che il surplus sia legato solo alle decisioni di aziende private. Al contrario, l'Swp spiega che se nulla è cambiato lo si deve alle scelte politiche. «La Germania ha quattro opzioni principali per ridurre gli avanzi delle partite correnti e quindi l'esportazione di capitali», scrive il think tank nel report dal titolo emblematico La politica ostinata del «prima la Germania»: «Il Paese potrebbe esportare di meno o importare di più. Altrettanto efficace sarebbe una riduzione del risparmio interno. Tuttavia, il miglior modo per ridurre gli avanzi delle partite correnti è quello di spingere il piede sull'acceleratore degli investimenti interni». I punti suggeriti non sono certo una grande novità, almeno per noi. Investimenti pubblici, aumento degli stipendi e più tasse sui profitti delle aziende. Da anni la Germania fa infatti dumping sulle aziende concorrenti dell'Unione europea, il che significa che le compagnie tedesche hanno a disposizione molta più liquidità da investire in giro per il mondo e soprattutto dentro il perimetro dell'Ue. Nel 2000, l'indebitamento netto di società private era considerevole: il 4,8% del Pil. Nel 2016, le aziende private erano net saver e hanno generato un risparmio del 2,9% del Pil. La posizione finanziaria del settore privato in 16 anni ha fatto un balzo in avanti pari al 7,7% del Pil. Tantissimo. Il capo economista del Fmi due anni fa ha sottolineato che dietro alle esportazioni di capitali tedesche c'è tutta questa leva. Ma le tasse corporate sono davvero così basse in Germania? Tra il 2006 e il 2015 il peso della tassazione sui profitti è calato dal 2,11% del Pil, all'1,74%. Soltanto Slovenia, Lettonia e Turchia, tra i Paesi Ocse hanno una percentuale inferiore, mentre la media all'interno dell'organizzazione internazionale è del 2,8%. L'Italia è poco sopra. Significa che le aziende tedesche pagano un punto di Pil in meno di tasse sugli utili rispetto alle imprese italiane. Tutti soldi che servono per fare campagne estere e sostenere l'export. Il report suggerisce anche due interventi poco discussi. Il primo è la riforma pensionistica. Secondo l'Swp i tedeschi dovrebbero poter lavorare di più e scegliere un periodo attivo più lungo rispetto agli attuali obblighi. Inoltre, il governo dovrebbe per un periodo limitato abbattere l'aliquota Iva. Dall'attuale 19% al 14. In questo modo, la riduzione dell'Iva sosterrebbe i beneficiari di piccoli redditi. I consumi interni diventerebbero più accessibili e riequilibrerebbe il gap rispetto alle politiche fiscali dei Paesi partner. «Certamente», spiega ancora l'Swp, «non è possibile ridurre l'Iva senza violare altri obiettivi fiscali. Un calo significativo nelle entrate del governo spingerebbe in su il deficit e violerebbe l'obiettivo di ridurre il debito pubblico». Per cui la politica non prende in considerazione la riforma dell'imposta. «Sembra comprensibile che i partner commerciali si mettano sulla difensiva e si oppongano alle eccedenze tedesche», si legge nel report. «Il nuovo governo italiano è chiaramente in rotta di collisione e la retorica di alcuni politici si basa su una motivazione ovvia: l'Italia è impantanata in una economia in stagnazione». Il senso del ragionamento è semplice: la Germania gode di livelli di occupazione record, ma i responsabili politici non capiscono che ai fini dell'integrazione Ue sarebbe necessario smettere di esportare capitali e disoccupazione. «La Germania indebolisce il processo di integrazione europea», conclude l'Swp. Una frase che non necessita di commenti.
Mentre la Borsa corre come un maratoneta finalmente allenato, lo spread fa una cosa rivoluzionaria per l’Italia. Sta lì, intorno ai 70 punti base, stabile, composto, educato. Niente crisi di nervi, niente scatti d’orgoglio, niente improvvisi ritorni di fiamma. Per anni è stato un incubo. L’indice della paura. Oggi è diventato quasi un rumore di fondo. E quando in Italia una cosa smette di fare notizia, vuol dire che non è più un’emergenza. Un evento raro, quasi commovente. Questo doppio movimento – Borsa su, spread giù – non è piovuto dal cielo, né è frutto di un allineamento benevolo dei pianeti. Ha una data precisa, che conviene segnare sul calendario per evitare le amnesie a intermittenza. Venerdì 23 settembre 2022, ultima seduta prima delle elezioni politiche. Il Ftse Mib chiudeva a 21.066 punti. Un livello che oggi sembra archeologia finanziaria. Da allora ha guadagnato il 115%. Più che raddoppiato. Altro che «Italia ferma». È da lì che parte la storia, dall’insediamento del governo Meloni. Non perché i mercati abbiano simpatie politiche – non ne hanno - ma perché parlano una lingua semplice e spietata: stabilità e conti. Meno ideologia, più numeri. Meno proclami, più disciplina di bilancio. La stabilità politica, concetto quasi esotico alle nostre latitudini, ha fatto il resto. I mercati non chiedono miracoli, chiedono prevedibilità. E quando vedono che la linea non cambia ogni tre mesi, tirano un sospiro di sollievo. Poi fanno quello che sanno fare meglio: comprano. Il risultato è che Piazza Affari ha cambiato narrazione. Da eterno malato d’Europa a sorpresa positiva. Da sorvegliato speciale a studente diligente. Lo spread, che per anni ci ha fatto sentire sotto esame permanente. Non siamo guariti. Ma almeno siamo usciti dalla terapia intensiva. C’è però un effetto ancora più rilevante, meno rumoroso ma molto concreto: la ricchezza degli italiani. Perché la Borsa non è solo un grafico che sale o scende nelle sale operative, è anche patrimonio che cresce. In tre anni la ricchezza delle famiglie italiane è aumentata di circa 1.250 miliardi. Dal 2022 il patrimonio complessivo è salito da 9.749 miliardi fino a sfiorare quota 11.000 miliardi (analisi Fondazione Fiba di First Cisl sui dati forniti dalla Bce). Un numero che impressiona, soprattutto se messo accanto alle litanie sull’impoverimento continuo. Merito anche del rally di Piazza Affari, che ha gonfiato – in senso buono – il valore di azioni, fondi, risparmi gestiti. A questo si è aggiunto il rialzo dei valori immobiliari, altro pilastro della ricchezza italiana. Il risultato è un balzo del 13% della ricchezza finanziaria delle famiglie in tre anni. Una crescita robusta, quasi inattesa, dopo un decennio di austerità, paure e narrazioni catastrofiste. Naturalmente non significa che tutti siano diventati improvvisamente più ricchi. La ricchezza cresce, ma non arriva in modo uniforme. E soprattutto c’è un nemico silenzioso che ha continuato a lavorare senza dare nell’occhio: l’inflazione. Quella non fa sconti. Ha eroso il potere d’acquisto come una tassa invisibile. Oggi cento euro del 2022 valgono 93. Sette euro evaporati senza ricevuta. Un colpo che pesa soprattutto sui salari, rimasti indietro come un treno regionale che guarda sfrecciare un Frecciarossa. E allora il quadro è questo, ed è più complesso di come spesso lo si racconta. La Borsa vola, lo spread è addomesticato, il patrimonio delle famiglie complessiva cresce. Ma il carrello della spesa costa di più e le buste paga arrancano. Non è il Paese delle meraviglie, ma nemmeno il disastro permanente che per anni ci siamo ripetuti. Forse la vera notizia è proprio questa: l’Italia non è più solo un caso clinico da analizzare con il sopracciglio alzato. È un Paese che i mercati guardano con rispetto. Con cautela, certo. Con diffidenza, quella non manca mai. Ma anche con una fiducia crescente. E quando la fiducia torna, succedono cose che sembravano impossibili: record che resistono per un quarto di secolo vengono agganciati, e obiettivi che parevano barzellette diventano ipotesi di lavoro. Quota 50 mila punti, insomma, non è più una battuta da bar. È un numero cerchiato in rosso. Poi la Borsa farà come sempre la Borsa: salirà, scenderà, si contraddirà. Ma una cosa è ormai chiara: l’Italia finanziaria non è più ferma al 2000. Ci è tornata solo per prendere la rincorsa.
Continua a leggereRiduci
Christine Lagarde (Ansa)
Uno scandalo che, oltre a far vibrare di indignazione il grattacielo in cui ha sede la Banca centrale, rischia di spettinare un po’ anche la sempre perfetta acconciatura di madame Lagarde. Di lei, oltre alle lettere imbarazzanti spedite quando era ministro dell’Economia ai tempi della presidenza di Nicolas Sarkozy, sono note le molte prese di posizione contro l’aumento dei salari. «Stanno aumentando troppo velocemente», diceva agitando il foulard Hermes che è ormai parte integrante del suo abbigliamento insieme con i tailleur Chanel. «Non possiamo permettere che le aspettative inflazionistiche si disancorino o che i salari abbiano un effetto inflazionistico», spiegava fino all’altro ieri per giustificare il mancato taglio dei tassi d’interesse. Ma mentre dichiarava guerra agli aumenti di stipendio, la banchiera che ha preso il posto di Mario Draghi provvedeva a incrementare il suo. A suscitare reazioni disgustate è anche il fatto che, pur essendo alla guida di un’istituzione pubblica, Lagarde sui suoi emolumenti sia stata a dir poco reticente. Fabio De Masi, eurodeputato e presidente del partito di sinistra tedesco Bsw, infatti ha attaccato la presidente della Bce dicendo di trovare sorprendente che l’amministratore delegato della Deutsche Bank, istituto privato quotato in Borsa, fornisca al pubblico informazioni più dettagliate sulla sua retribuzione rispetto a madame Lagarde.
Di certo c’è che il solo stipendio base, cioè senza benefit e compensi per altre funzioni connesse, rende la numero uno della Banca centrale il funzionario più pagato della Ue, con un salario superiore di oltre il 20% rispetto a quello di Ursula von der Leyen. Secondo il Financial Times, ai 446.000 euro vanno aggiunti 135.000 euro in benefit per l’alloggio e altre spese. Poi a questi si deve sommare la remunerazione per l’incarico di consigliere della Bri, vale a dire la Banca dei regolamenti internazionali, che in gergo è definita la banca delle banche centrali, ovvero una specie di succursale della Bce.
Occorre però chiarire che le somme riportate non sono lorde, come per i comuni mortali, ma nette, e che al conto complessivo mancano diverse voci. Infatti il quotidiano inglese, bibbia della finanza europea, non è riuscito ad alzare il velo sull’intero importo percepito da Lagarde, ma solo su ciò che ha potuto accertare spulciando atti ufficiali. Siccome la Bce ha rifiutato di rispondere alle richieste del Financial Times, i suoi giornalisti non sono riusciti ad appurare quale sia il valore dei contributi versati dalla Banca centrale per la pensione di Lagarde, né il costo del suo piano sanitario e delle assicurazioni stipulate a suo favore. Insomma, la sensazione è che il saldo sia molto più consistente. L’esborso totale per gli otto anni di presidenza Lagarde dovrebbe dunque assestarsi intorno ai 6,5 milioni, mentre dal 2030, quando andrà in pensione, la signora della moneta che vuole tenere bassi i salari per sconfiggere l’inflazione dovrebbe percepire 178.000 euro. Se Draghi è passato alla storia per una frase che prometteva di sostenere l’euro a qualunque costo, lei passerà alla storia per quanto ci costa.
Continua a leggereRiduci
Zohran Mamdani (Ansa)
I dettami del Corano costituiscono infatti un sistema etico-giuridico a cui si deve attenere un buon musulmano - dalla morale alla sfera pubblica - incompatibile sia con le costituzioni occidentali che con il programma politico di Mamdani, che tra l’altro promette tolleranza, diritti civili (anche quelli attinenti la sfera sessuale), parità di genere e tutto l’armamentario woke caro ai progressisti. Giurare sul Corano di rendere gli uomini più liberi - nel senso occidentale del termine - è un ossimoro, perché il libro sacro dell’islam nega, a differenza delle sacre scritture cristiane, la dimensione della ragione. Nel Corano la donna è concepita come un essere inferiore da sottomettere all’uomo; il Corano condanna ebrei e cristiani come miscredenti e addirittura ne legittima la morte; il Corano sostiene che l’islam è l’unica vera religione che deve non solo diffondersi bensì imporsi sull’intera umanità.
Certamente qualcuno obietterà: attenzione, non è così, esiste un islam moderato. Certamente esiste, ma non è quello che porta il Corano a mo’ di Libretto rosso di Mao nel cuore delle istituzioni occidentali. Già nel 2000 non un reazionario, ma uno dei più prestigiosi politologi caro alla sinistra, Giovanni Sartori, aveva messo in guardia la sua parte politica su un distorto concetto di multiculturalismo: «Una società sana riconosce sì il valore della diversità, ma si dissolve se apre le porte a nemici culturali che ne rifiutano i principi, il primo dei quali è la separazione tra politica e religione».
Insomma, girala come ti pare ma una cosa è certa: l’Occidente o resterà cristiano o non sarà più il luogo degli uomini liberi. A farmi paura non è tanto il giuramento di Mamdani: sono quelli che anche da questi parti lo seguono come i topolini della famosa fiaba seguirono il suono suadente del pifferaio magico, chiamato dagli abitanti a liberare la città dai molesti roditori. Come noto i topi finirono nello stagno avvelenato, ma anche gli abitanti non fecero una bella fine.
Continua a leggereRiduci
Il sindaco di New York Zohran Mamdani parla durante la sua cerimonia di inaugurazione (Ansa)
Le mosse di Mamdani, che ha giurato sul Corano al momento del suo insediamento (accompagnato dalla consorte Rama Duwaji, pizzicata dai tabloid con stivali da 630 dollari ai piedi) hanno irritato Gerusalemme. «Nel suo primo giorno da sindaco di New York, Mamdani mostra il suo vero volto: rigetta la definizione di antisemitismo dell’Ihra e revoca le restrizioni al boicottaggio di Israele. Questa non è leadership. È benzina antisemita sul fuoco», ha dichiarato il ministero degli Esteri israeliano.
Non solo. Già giovedì, il National Jewish Advocacy Center aveva chiesto conto a Mamdani del fatto che fossero stati cancellati dall’account X ufficiale del municipio alcuni post contro l’antisemitismo, risalenti all’amministrazione Adams. «È difficile esagerare quanto sia inquietante che uno dei tuoi primi atti come sindaco di New York, nel tuo primo giorno in carica, sia quello di cancellare i tweet ufficiali dell’account del municipio che parlavano della protezione degli ebrei newyorchesi», ha affermato l’organizzazione in una lettera inviata al primo cittadino. La portavoce di Mamdani ha replicato sostenendo che i post sarebbero stati semplicemente archiviati e che il neo sindaco «resta fermo nel suo impegno a sradicare il flagello dell’antisemitismo nella nostra città». Ciononostante, i primi atti di Mamdani hanno suscitato inquietudine. A maggior ragione, tenendo presente alcune delle posizioni che il diretto interessato aveva espresso nel recente passato. A giugno, era stato criticato per non aver preso inequivocabilmente le distanze dallo slogan «globalizzare l’Intifada». Inoltre, durante la campagna elettorale, aveva accusato Israele di genocidio e si era anche impegnato a far arrestare Benjamin Netanyahu, in caso quest’ultimo si fosse recato nella Grande Mela. Senza poi trascurare che, il mese scorso, un’esponente del team di Mamdani, Catherine Almonte Da Costa, si era dovuta dimettere, dopo che l’Anti-Defamation League aveva denunciato alcuni suoi vecchi post, in cui parlava di «ebrei affamati di soldi». Era inoltre fine ottobre quando l’attivista iraniano-americana Masih Alinejad accusò Mamdani di non essere abbastanza duro nel condannare Hamas.
Parliamo di quella stessa Hamas che è notoriamente uno dei principali proxy dell’Iran. E proprio in Iran, lo abbiamo detto, sono da giorni in corso proteste contro il regime khomeinista: proteste a cui la Casa Bianca ha dato de facto il suo appoggio. «Se l’Iran spara e uccide violentemente manifestanti pacifici, come è loro abitudine, gli Stati Uniti d’America accorreranno in loro soccorso. Siamo pronti a partire», ha dichiarato ieri Donald Trump, innescando la reazione piccata del presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. L’inquilino della Casa Bianca, che pure ha irritato parte della base Maga per la sua distensione con l’attuale governo siriano, ha inoltre recentemente designato alcune realtà connesse alla Fratellanza musulmana come «organizzazioni terroristiche straniere». Insomma, il paradosso è evidente: Trump, dipinto spesso alla stregua di un «tiranno», sta cercando di arginare il fondamentalismo islamico; Mamdani, elogiato come un paladino progressista, flirta invece con posizioni non poi così distanti dall’islamismo. D’altronde, un certo strabismo è stato evidenziato anche da Elon Musk, che ha sottolineato come il saluto fatto dal neo sindaco durante l’insediamento di giovedì non fosse poi troppo dissimile da quello per cui lui stesso fu accusato, a gennaio scorso, di apologia del nazismo.
E attenzione: che Mamdani sia una figura controversa è testimoniato anche dalle spaccature interne alla base e ai vertici del Partito democratico americano. Secondo la Cnn, alle elezioni municipali newyorchesi di novembre il 64% degli elettori ebrei ha votato per il candidato indipendente Andrew Cuomo. Inoltre, se ha avuto l’endorsement della deputata di estrema sinistra Alexandria Ocasio-Cortez, Mamdani non ha invece ricevuto quello del capogruppo dem al Senato, Chuck Schumer, che oltre a essere ebreo è su posizioni (relativamente) centriste. L’Asinello, insomma, è finito in testacoda.
Continua a leggereRiduci