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2018-07-11
Il re degli eurodeputati con doppio stipendio è Renato Soru. Il dem incassa 1,5 milioni di euro extra l'anno
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Ansa
Ai parlamentari europei non basta lo stipendio da deputati. Più della metà svolge infatti un secondo lavoro che frutta, nel complesso, 25.000 euro l'anno. A riferirlo sono gli ultimi dati pubblicati da Transparency international eu (organizzazione internazionale non governativa che si occupa di corruzione). Dal report emerge come il 60% dei membri del parlamento europeo hanno dichiarato di avere un secondo lavoro al di fuori dell'Aula. In totale i 751 deputati hanno dunque dichiarato 1.366 attività extra. Numero aumentato del 13% dall'inizio del nuovo mandato (luglio 2014).
Molti eurodeputati hanno giustificato il loro secondo lavoro dichiarando come grazie a questo, riescono a mantenere i contatti con i precedenti datori di lavoro, in modo da non ritrovarsi senza un'occupazione quando finirà il mandato (sempre se non saranno rieletti). Altri ancora hanno sostenuto che il secondo lavoro è necessario per essere sempre collegati con la società e capire quali siano le sue reali esigenze. Al primo posto della speciale classifica c'è
Renato Soru, ex governatore e segretario del Pd in Sardegna, che deve le sue entrate extra, superiori a 1,5 milioni di euro, al suo ruolo in Tiscali, di cui è fondatore e membro del cda. Alle sue spalle si colloca il lituano Antanas Guoga, pokerista e imprenditore, con quasi 1,4 milioni di doppio stipendio. Sul gradino più basso del podio c'è Guy Verhofstadt, leader dell'Alde e amico di +Europa, la formazione di Emma Bonino, con un reddito extra compreso tra i 920.000 e i 1,4 milioni di euro, grazie al suo ruolo da direttore di Sofina e alle conferenze ben remunerate. Altri tre italiani figurano nella top 30: l'imprenditore Remo Sernagiotto, membro dei Conservatori e riformisti europei, il popolare Salvatore Domenica Pogliese (commercialista) e il leghista Angelo Ciocca, che è anche consigliere regionale.
L'organizzazione sottolinea come «avere un lavoro esterno può creare conflitti di interessi o impedire ai deputati di dedicare tutto il tempo necessario al ruolo di rappresentati eletti». Conflitto che si genera soprattutto quando gli eurodeputati fanno parte di una lobby. Posizione che mal si concilia con il divieto, presente all'interno del Codice di condotta dell'Ue. Il Codice stabilisce infatti il divieto, per tutti i membri de parlamento, di fare attività di lobbismo all'interno dell'Ue. «Dall'inizio del mandato», spiega il report «sono 49 i deputati che hanno avviato attività lavorative secondarie, quattro dei quali guadagnano più di 100.000 euro l'anno». Ma non solo, perché il secondo lavoro diventa ancora più delicato, in materia di conflitti di interesse, quando si svolgono attività di: consulenza, libero professionista o avvocato. I deputati non hanno specificato ulteriori dettagli in merito alla professione e dunque risulta impossibile capire quanto la loro attività all'europarlamento avvantaggi quelle private.
Dai dati raccolti da Transparency international eu, i deputati europei, di tutti i partiti politici, hanno dunque guadagnato da luglio 2014 al 2018, dal secondo lavoro, una somma che oscilla tra i 18 e i 41 miliardi di euro. Nonostante il codice di condotta sia presente dal 2012, all'interno dell'Ue, il compito di farlo rispettare spetta al Parlamento europeo e al suo presidente. Negli ultimi cinque anni ci sono stati almeno 24 violazioni del Codice che non state sanzionate. Molto spesso i deputati non hanno dichiarato attività come la partecipazione a eventi, regali di un certo valore o viaggi pagati da governi stranieri. Attività che non potrebbero essere fatte dai parlamentari. L'accondiscendenza del presidente del Parlamento europeo non è cambiata negli anni.
Martin Schulz prima e Antonio Tajani ora hanno deciso di non sanzionare le violazioni al Codice, nonostante siano state confermate dal Comitato consultivo europeo.
Il sistema di operare dell'Ue impallidisce se lo si confronta con quello degli Stati Uniti o della Francia. Negli Usa, ai membri del congresso non è permesso avere attività secondarie che rischiano di essere in conflitto di interesse. Inoltre, non possono ricevere pagamenti superiori al 15% del loro reddito politico. Nel caso in cui si verificasse, l'importo in eccesso verrà verso nelle casse del Tesoro degli Usa. In Francia invece è stata creare un'autorità indipendente che monitora tutte le violazioni del codice etico. Questa ha poteri investigativi e può accedere ad ogni singola dichiarazione dei redditi dei membri politici francesi.
INFOGRAFICA
Il gruppo con più doppiolavoristi? Quello degli euroscettici
L'Europa delle nazioni e delle libertà, gruppo politico di estrema destra che accoglie la Lega e il Front national, ha il numero maggiore di deputati che svolgono un secondo lavoro. Oltre il 54% dei suoi membri hanno infatti dichiarato un reddito medio annuo, per deputato, proveniente da un secondo lavoro, pari a 172.175 euro. Media nettamente superiore al resto dei gruppi politici che si attesta sui 103.429 euro.
È tra l'altro di pochi giorni fa la notizia che al Rassemblement national (ex Front national) verranno confiscati i 2 milioni di euro che il partito avrebbe dovuto ricevere come anticipo del finanziamento pubblico: è quanto è stato deciso dai giudici francesi incaricati di un'inchiesta europea sul presunto utilizzo improprio dei fondi Ue destinati agli assistenti parlamentari. L'atto è stato giustificato dai materiali finora raccolti dagli inquirenti durante l'inchiesta penale: secondo l'ipotesi accusatoria il Fn avrebbe dirottato i fondi Ue per gli assistenti parlamentari a beneficio di dipendenti del partito che operavano in Francia, e non a Bruxelles. In questo modo sarebbero stati sottratti 7 milioni di euro fra il 2009 e il 2017. «Da domani, il Rassemblement national non potrà più praticare alcuna attività politica» e «sarà morto alla fine di agosto» ha dichiarato la leader Marine Le Pen, fra gli indagati dell'inchiesta. «Confiscando la nostra dotazione pubblica senza sentenza su questo pseudo caso degli assistenti i giudici applicano la pena di morte a titolo conservativo», ha scritto su Twitter.
Al secondo posto nel report stilato da Transparency c'è il Partito popolare europeo con il 35% dei membri che hanno dichiarato attività all'estero. Al terzo posto troviamo l'Europa della libertà e della democrazia diretta (M5s e Ukip) con il 34% di membri con attività secondaria. All'ottavo posto, fanalino di coda della classifica si trova infine la Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica con il 18% dei parlamentari che svolgono un secondo lavoro.
Tra i casi degni di nota si evidenziano Nigel Farange, membro dell'Ukip (Europa della libertà e della democrazia diretta), e Jean-Luc Schaffhauser del Front national. Entrambi, nel corso del loro mandato hanno aumentato le entrate di 200.000 euro l'anno. Nel dettaglio Schaffhauser ha guadagnato 270.012 euro l'anno dall'attività di consulenza svolta presso la società Mwd Dubai. Azienda per la quale non sono disponibili informazioni online sui clienti o sulle attività svolte. In questo modo diventa difficile, se non impossibile, capire se l'attività secondaria di Schaffhauser può in qualche modo influenza la sua attività parlamentare o trarre vantaggi da questa. Inoltre, a rendere ancora più complicata la verifica dei redditi extra sono i non poteri che ha il Parlamento europeo. Volendo, infatti, il Parlamento non po' svolgere indagini sulle dichiarazioni presentate dai deputati.
Italiani secondi soltanto ai francesi
Francia e Italia ai vertici della classifica per la quantità di compensi esteri guadagnati dai loro europarlamentari, dal 2014. Stando ai dati di Transparency international eu, il 51% dei deputati francesi ha dichiarato di aver svolto una seconda attività lavorativa durante il mandato, ottenendo nel complesso redditi extra pari 4,8 milioni di euro. Al secondo posto ci sono gli italiani. In questo caso solo il 18% ha dichiarato redditi extra, ricavando somme per quasi 3 milioni di euro. Al terzo posto ci sono i deputati tedeschi. Il 50% ha svolto un secondo lavoro ottenendo compensi per circa 1,5 milioni di euro. I parlamentari meno inclini a svolgere un secondo lavoro sono gli estoni. Il reddito derivante da attività extra parlamentati, per tutti gli eurodeputati estoni, è di 14 euro.
Il Paese che invece ha il maggior numero di esponenti politici che svolgono un secondo lavoro è il Belgio con il 62%. Al secondo posto l'Austria con il 56%. E al terzo il Lussemburgo con il 50%. Nonostante, un maggior numero di esponenti politici svolgono un secondo lavoro, il compenso totale non raggiunge neanche lontanamente quello dei colleghi francesi o italiani.
Tutti i buchi del sistema per le dichiarazioni
Per la prima volta nella storia del Parlamento europeo, per il periodo legislativo 2014-2019, i deputati hanno dovuto compilare una dichiarazione dove elencavano i redditi extra parlamentari ottenuti. Sin dalla prima sessione plenaria, ogni mese, i deputati hanno dunque dovuto aggiornare le loro entrate, partecipazioni a società o a consigli di amministrazione. Dal 2014 le dichiarazioni sono da compilare elettronicamente. Le dichiarazioni chieste dal 2012 erano invece state scritte a mano nella lingua madre di ogni deputato. Il nuovo sistema informatico non richiede però di inserire la somma esatta guadagnata al mese, ma un dato indicativo. Inoltre, i deputati sono gli unici responsabili della loro dichiarazione. Non c'è infatti nessun organo terzo che controlla la veridicità degli importi inseriti o mancanti. Nel caso in cui si dovesse omette un reddito o dichiarare il falso si è soggetti alle sanzioni previste nel Codice di condotta Ue. Queste vanno dall'ammonimento, all'esenzione di voto. Dal 2014 a oggi è stato ammonito un solo deputato, nonostante siano state constatate ben 24 violazioni negli ultimi cinque anni. Alcune violazioni hanno riguardato sei deputati che non hanno dichiarato viaggi di lusso in Azerbaigian, pagati dalla famiglia presidenziale. Un altro caso, degno di nota, è l'ex deputato Michel Louis che ha presentato 200 emendamenti in materia di protezione di dati, identici alle osservazioni fatte dalla lobby per la quale lavorava. Per questi casi il presidente di turno del Parlamento europeo ha dunque deciso di non dover sanzionare i deputati in questione.
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Un report di Transparency international eu svela i nomi dei parlamentari che hanno seconde entrate. Il record è del fondatore di Tiscali ed ex segretario del Pd in Sardegna. Seguono un pokerista lituano e Guy Verhofstadt, l'amico di Emma Bonino. Il Codice etico vieta il lobbismo all'interno dell'Ue e molti politici sono a rischio. Ma su 24 violazioni (per conflitti d'interesse e viaggi pagati dalla famiglia presidenziale azera), nessuna ha portato a sanzioni. Gli italiani sono secondi soltanto ai francesi in questa speciale classifica, mentre il gruppo «più ricco» grazie alle attività collaterali è quello della destra nazionalista di cui fanno parte Lega e Front national. Quest'ultimo rischia la chiusura, denuncia la leader Marine Le Pen, dopo la decisione dei giudici francesi di confiscare 2 milioni di euro a causa di un sospetto utilizzo improprio dei fondi Ue. Lo speciale contiene quattro articoli Ai parlamentari europei non basta lo stipendio da deputati. Più della metà svolge infatti un secondo lavoro che frutta, nel complesso, 25.000 euro l'anno. A riferirlo sono gli ultimi dati pubblicati da Transparency international eu (organizzazione internazionale non governativa che si occupa di corruzione). Dal report emerge come il 60% dei membri del parlamento europeo hanno dichiarato di avere un secondo lavoro al di fuori dell'Aula. In totale i 751 deputati hanno dunque dichiarato 1.366 attività extra. Numero aumentato del 13% dall'inizio del nuovo mandato (luglio 2014). Molti eurodeputati hanno giustificato il loro secondo lavoro dichiarando come grazie a questo, riescono a mantenere i contatti con i precedenti datori di lavoro, in modo da non ritrovarsi senza un'occupazione quando finirà il mandato (sempre se non saranno rieletti). Altri ancora hanno sostenuto che il secondo lavoro è necessario per essere sempre collegati con la società e capire quali siano le sue reali esigenze. Al primo posto della speciale classifica c'è Renato Soru, ex governatore e segretario del Pd in Sardegna, che deve le sue entrate extra, superiori a 1,5 milioni di euro, al suo ruolo in Tiscali, di cui è fondatore e membro del cda. Alle sue spalle si colloca il lituano Antanas Guoga, pokerista e imprenditore, con quasi 1,4 milioni di doppio stipendio. Sul gradino più basso del podio c'è Guy Verhofstadt, leader dell'Alde e amico di +Europa, la formazione di Emma Bonino, con un reddito extra compreso tra i 920.000 e i 1,4 milioni di euro, grazie al suo ruolo da direttore di Sofina e alle conferenze ben remunerate. Altri tre italiani figurano nella top 30: l'imprenditore Remo Sernagiotto, membro dei Conservatori e riformisti europei, il popolare Salvatore Domenica Pogliese (commercialista) e il leghista Angelo Ciocca, che è anche consigliere regionale. L'organizzazione sottolinea come «avere un lavoro esterno può creare conflitti di interessi o impedire ai deputati di dedicare tutto il tempo necessario al ruolo di rappresentati eletti». Conflitto che si genera soprattutto quando gli eurodeputati fanno parte di una lobby. Posizione che mal si concilia con il divieto, presente all'interno del Codice di condotta dell'Ue. Il Codice stabilisce infatti il divieto, per tutti i membri de parlamento, di fare attività di lobbismo all'interno dell'Ue. «Dall'inizio del mandato», spiega il report «sono 49 i deputati che hanno avviato attività lavorative secondarie, quattro dei quali guadagnano più di 100.000 euro l'anno». Ma non solo, perché il secondo lavoro diventa ancora più delicato, in materia di conflitti di interesse, quando si svolgono attività di: consulenza, libero professionista o avvocato. I deputati non hanno specificato ulteriori dettagli in merito alla professione e dunque risulta impossibile capire quanto la loro attività all'europarlamento avvantaggi quelle private. Dai dati raccolti da Transparency international eu, i deputati europei, di tutti i partiti politici, hanno dunque guadagnato da luglio 2014 al 2018, dal secondo lavoro, una somma che oscilla tra i 18 e i 41 miliardi di euro. Nonostante il codice di condotta sia presente dal 2012, all'interno dell'Ue, il compito di farlo rispettare spetta al Parlamento europeo e al suo presidente. Negli ultimi cinque anni ci sono stati almeno 24 violazioni del Codice che non state sanzionate. Molto spesso i deputati non hanno dichiarato attività come la partecipazione a eventi, regali di un certo valore o viaggi pagati da governi stranieri. Attività che non potrebbero essere fatte dai parlamentari. L'accondiscendenza del presidente del Parlamento europeo non è cambiata negli anni. Martin Schulz prima e Antonio Tajani ora hanno deciso di non sanzionare le violazioni al Codice, nonostante siano state confermate dal Comitato consultivo europeo. Il sistema di operare dell'Ue impallidisce se lo si confronta con quello degli Stati Uniti o della Francia. Negli Usa, ai membri del congresso non è permesso avere attività secondarie che rischiano di essere in conflitto di interesse. Inoltre, non possono ricevere pagamenti superiori al 15% del loro reddito politico. Nel caso in cui si verificasse, l'importo in eccesso verrà verso nelle casse del Tesoro degli Usa. In Francia invece è stata creare un'autorità indipendente che monitora tutte le violazioni del codice etico. Questa ha poteri investigativi e può accedere ad ogni singola dichiarazione dei redditi dei membri politici francesi. 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L'atto è stato giustificato dai materiali finora raccolti dagli inquirenti durante l'inchiesta penale: secondo l'ipotesi accusatoria il Fn avrebbe dirottato i fondi Ue per gli assistenti parlamentari a beneficio di dipendenti del partito che operavano in Francia, e non a Bruxelles. In questo modo sarebbero stati sottratti 7 milioni di euro fra il 2009 e il 2017. «Da domani, il Rassemblement national non potrà più praticare alcuna attività politica» e «sarà morto alla fine di agosto» ha dichiarato la leader Marine Le Pen, fra gli indagati dell'inchiesta. «Confiscando la nostra dotazione pubblica senza sentenza su questo pseudo caso degli assistenti i giudici applicano la pena di morte a titolo conservativo», ha scritto su Twitter.Al secondo posto nel report stilato da Transparency c'è il Partito popolare europeo con il 35% dei membri che hanno dichiarato attività all'estero. Al terzo posto troviamo l'Europa della libertà e della democrazia diretta (M5s e Ukip) con il 34% di membri con attività secondaria. All'ottavo posto, fanalino di coda della classifica si trova infine la Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica con il 18% dei parlamentari che svolgono un secondo lavoro.Tra i casi degni di nota si evidenziano Nigel Farange, membro dell'Ukip (Europa della libertà e della democrazia diretta), e Jean-Luc Schaffhauser del Front national. Entrambi, nel corso del loro mandato hanno aumentato le entrate di 200.000 euro l'anno. Nel dettaglio Schaffhauser ha guadagnato 270.012 euro l'anno dall'attività di consulenza svolta presso la società Mwd Dubai. Azienda per la quale non sono disponibili informazioni online sui clienti o sulle attività svolte. In questo modo diventa difficile, se non impossibile, capire se l'attività secondaria di Schaffhauser può in qualche modo influenza la sua attività parlamentare o trarre vantaggi da questa. Inoltre, a rendere ancora più complicata la verifica dei redditi extra sono i non poteri che ha il Parlamento europeo. Volendo, infatti, il Parlamento non po' svolgere indagini sulle dichiarazioni presentate dai deputati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/transparency-international-eu-renato-soru-2585674058.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="italiani-secondi-soltanto-ai-francesi" data-post-id="2585674058" data-published-at="1773474421" data-use-pagination="False"> Italiani secondi soltanto ai francesi Francia e Italia ai vertici della classifica per la quantità di compensi esteri guadagnati dai loro europarlamentari, dal 2014. Stando ai dati di Transparency international eu, il 51% dei deputati francesi ha dichiarato di aver svolto una seconda attività lavorativa durante il mandato, ottenendo nel complesso redditi extra pari 4,8 milioni di euro. Al secondo posto ci sono gli italiani. In questo caso solo il 18% ha dichiarato redditi extra, ricavando somme per quasi 3 milioni di euro. Al terzo posto ci sono i deputati tedeschi. Il 50% ha svolto un secondo lavoro ottenendo compensi per circa 1,5 milioni di euro. I parlamentari meno inclini a svolgere un secondo lavoro sono gli estoni. Il reddito derivante da attività extra parlamentati, per tutti gli eurodeputati estoni, è di 14 euro. Il Paese che invece ha il maggior numero di esponenti politici che svolgono un secondo lavoro è il Belgio con il 62%. Al secondo posto l'Austria con il 56%. E al terzo il Lussemburgo con il 50%. 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Dal 2014 le dichiarazioni sono da compilare elettronicamente. Le dichiarazioni chieste dal 2012 erano invece state scritte a mano nella lingua madre di ogni deputato. Il nuovo sistema informatico non richiede però di inserire la somma esatta guadagnata al mese, ma un dato indicativo. Inoltre, i deputati sono gli unici responsabili della loro dichiarazione. Non c'è infatti nessun organo terzo che controlla la veridicità degli importi inseriti o mancanti. Nel caso in cui si dovesse omette un reddito o dichiarare il falso si è soggetti alle sanzioni previste nel Codice di condotta Ue. Queste vanno dall'ammonimento, all'esenzione di voto. Dal 2014 a oggi è stato ammonito un solo deputato, nonostante siano state constatate ben 24 violazioni negli ultimi cinque anni. Alcune violazioni hanno riguardato sei deputati che non hanno dichiarato viaggi di lusso in Azerbaigian, pagati dalla famiglia presidenziale. Un altro caso, degno di nota, è l'ex deputato Michel Louis che ha presentato 200 emendamenti in materia di protezione di dati, identici alle osservazioni fatte dalla lobby per la quale lavorava. Per questi casi il presidente di turno del Parlamento europeo ha dunque deciso di non dover sanzionare i deputati in questione.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto (Ansa)
«L’ingiustificabile attacco a Erbil». Così lo definisce il premier Giorgia Meloni che si stringe ai francesi per la scomparsa del loro militare avvicina il governo italiano a quello di Parigi come non succedeva da tempo. «Alla sua famiglia e alle autorità francesi va la nostra vicinanza in questo momento di dolore» spiega la Meloni, rivolgendo «un pensiero di pronta guarigione agli altri militari feriti, nell’auspicio di un rapido e completo recupero. L’Italia, al fianco dei partner internazionali, inclusi i Paesi del Golfo maggiormente colpiti, resta fermamente impegnata nel promuovere un allentamento della tensione». E infine conclude: «Continueremo a lavorare con determinazione affinché la pace e la stabilità nella regione siano ristabilite».
Una morte che ha ferito l’Europa intera e su cui si è espresso anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rivolgendosi all’omologo francese e alle sue forze armate. «A nome mio e di tutta la Difesa italiana esprimo vicinanza al ministro della Difesa francese e alle forze armate francesi per il grave attacco subito a Erbil». Poi aggiunto: «Alla famiglia del soldato caduto giungano il mio più sincero cordoglio e la mia solidarietà. Ai militari feriti, l’augurio di pronta e completa guarigione».
Crosetto, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, ha parlato dei rischi a cui vanno incontro i nostri soldati: «I nostri militari sanno sempre di correre rischi quando sono in missione. Sono militari. Lo erano anche prima e lo sono sempre. Ce ne accorgiamo solo quando accade qualcosa. Il rischio dipende da dove e per cosa le nostre forze sono dislocate. Per quanto riguarda Erbil, dove è stata attaccata una base della coalizione, avevamo già iniziato una riduzione del personale civile e militare. Una parte è stata spostata, 102 persone sono tornate in Italia, 75 in Giordania, per i restanti si sta organizzando uno spostamento via terra per tornare in Italia perché nell’intera zona non si può volare. Il mio primo assillo è la messa in sicurezza di tutti. Per le altre missioni è diverso»
Si riferisce al Libano, Crosetto: «Lì ci sono 1.300 persone, è in atto una valutazione costante per monitorare con l’autorità libanese, le Nazioni Unite e la controparte israeliana se esistono le condizioni per continuare la missione o no. È chiaro che una cosa è una missione di pace, altra la presenza in un territorio dove la guerra è in corso».
Su questo la politica si divide. «È assurdo che un governo che ha violato ripetutamente il diritto internazionale e commesso dei crimini contro il diritto internazionale si metta a dire quali missioni e quali no debbano poter proseguire», ha spiegato il segretario del Pd, Elly Schlein, commentando le parole dell’ambasciatore israeliano che ha sostenuto la necessità di chiudere la missione Unifil. «Il Libano ha preso delle posizioni importanti, anche nei scorsi giorni, e vanno sostenuti. Ma di nuovo, la risposta può essere che un Paese comincia ad attaccare e a invadere un territorio? Qui sta saltando il diritto internazionale. Ma se salta il diritto internazionale come vuole Donald Trump e come vuole Benjamin Netanyahu, vale solo la legge del più forte. E noi non lo possiamo accettare. Io per questo chiedo alla presidente Meloni di difendere il diritto internazionale. In linea con la storia del nostro Paese e di difendere quelle sedi multilaterali come l’Onu, perché l’Unifil è una missione che ha un mandato multilaterale dall’Onu, perché sono quelle dove prevale il dialogo tra i popoli e gli Stati, anziché l’uso della forza».
Più tecnica ma simile anche la posizione del generale Dino Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare e attualmente presidente della fondazione Icsa (Intelligence culture and strategic analysis). Per lui la presenza di Unifil in Libano «è importante, perché funge da elemento calmierante e distensivo». «Inoltre», ha aggiunto, «l’attuale comandante italiano, il generale Abagnara, è bravissimo, ha una profonda conoscenza dell’area ed è considerato da tutte le parti un abile negoziatore».
Per quanto riguarda i soldati italiani che si trovano nel Kurdistan iracheno, «non hanno nessuna mansione di combattimento. Il loro compito principale è quello di formare il personale locale. Lo stesso accade in Kuwait, dove si tratta di un compito di assistenza. Con queste tensioni che sono sfociate non ha senso rischiare. Prima vengono via e meglio è».
Intanto le opposizioni vanno in ordine sparso sui temi esteri. A sottolinearlo, ancora una volta, è il leader di Azione, Carlo Calenda. «Un campo largo chiamato Giuseppi» scrive spiegando: «Fatti. Le opposizioni chiedono di essere informate prontamente sulla guerra in Medio Oriente; il premier offre un tavolo di confronto in un formato più riservato a Palazzo Chigi, dopo essere stata in Parlamento; Conte dice no obbligando Schlein a seguirlo. Italia viva, che ci aveva chiesto di fare una mozione insieme su Iran, manda una nota incomprensibile dicendo che la pensa come il Pd che, però, fa ciò che decide Conte. Andate avanti con questo campo largo ma chiamatelo con il suo vero nome: Giuseppi». Infine aggiunge ironico: «Ps. Segnalo agli amici riformisti che il M5s si è astenuto su una mozione di condanna alla Russia per il reclutamento di mercenari africani. Così per gradire».
Ucciso in Iraq un militare francese. Ma Parigi non vuole fare ritorsioni
Un soldato francese è morto in un attacco lanciato da una milizia filo iraniana sulla base militare di Parigi a Erbil, nel nord dell’Iraq. La vittima era il sergente maggiore Arnaud Frion, aveva 42 anni, era sposato e padre di un figlio. Oltre a lui sono rimasti feriti altri sei militari. La dinamica dell’attacco che ha portato al decesso del sergente maggiore Frion è stata spiegata dal colonnello François-Xavier de la Chesnay, capo del 7° battaglione dei cacciatori alpini del quale faceva parte anche la vittima. «È morto dopo essere stato colpito da un drone Shahed», ha dichiarato il colonnello, aggiungendo anche che Frion era «il meglio che l’esercito potesse offrire. Era davvero un soldato eccellente, qualcuno di estremamente competente e molto, molto performante».
Il presidente francese Emmanuel Macron ha presentato, su X, «le più sentite condoglianze e la solidarietà della nazione» ai cari di Frion. Poi il leader transalpino ha definito «inaccettabile» l’attacco di droni contro la base francese dove si trovano le truppe di Parigi «impegnate nella lotta contro l’Isis dal 2015», la cui presenza in Iraq «rientra pienamente nel quadro della lotta al terrorismo». Macron ha concluso il suo messaggio ribadendo che «la guerra in Iran non può giustificare attacchi di questo tipo». Poco più tardi, nella conferenza stampa comune tenutasi alla fine dell’incontro bilaterale con Volodymyr Zelensky, il presidente francese ha ripetuto ancora il concetto: «La posizione della Francia è puramente difensiva», per questo Parigi «continuerà a mantenere il sangue freddo» e «a essere affidabile nei confronti dei nostri partner». Tutto questo per «proteggere i nostri concittadini e difendere i nostri interessi e la nostra sicurezza». La prima reazione del governo alla morte di Frion è arrivata dal ministro alla Parità, Aurore Bergé che, su Franceinfo, ha sottolineato l’importanza «di avere soldati presenti (nella zona di guerra, ndr) per garantire gli interessi nazionali francesi».
La contrarietà alla partecipazione della Francia al conflitto nel Golfo Persico è stata espressa praticamente da tutte le forze politiche, seppur con accenti diversi. Il leader della forza di estrema sinistra, La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, ha scritto su X che «la guerra illegale scatenata da Donald Trump e Benjamin Netanyahu e la strategia iraniana di fomentare un conflitto regionale, se non addirittura globale, hanno mietuto le prime vittime francesi. Sei soldati francesi sono rimasti feriti e il sergente maggiore Arnaud Frion è morto». Poi, dopo aver espresso le proprie condoglianze, Mélenchon ha concluso: «Avvertiamo il governo: avanzando sui campi di battaglia, la Francia diventerebbe un bersaglio. Questa guerra non è nostra, ma i nostri morti sì. Basta!»
Sempre su X, la leader dei Verdi, Marine Tondelier, ha scritto che «la Francia ribadisce con chiarezza di non essere in guerra e di non stare aiutando gli Stati Uniti nelle loro operazioni militari. La nostra posizione è difensiva e questo significa che la Francia deve proteggere tutti i suoi soldati, diplomatici e personale vulnerabili agli attacchi».
A destra, il numero uno dei Républicains, Bruno Retailleau, ha rivolto il proprio omaggio al sergente maggiore e si è detto «orgoglioso» dei soldati francesi. Più politico l’intervento della fondatrice del Rassemblement national: Marine Le Pen
ha ricordato che la presenza francese in Iraq, si inserisce nel quadro della «coalizione internazionale contro il terrorismo islamista». Esprimendo il proprio cordoglio alla famiglia, ai suoi commilitoni e agli altri soldati feriti nell’attacco, Le Pen ha detto che «la Francia non può accettare che le proprie forze armate, che difendono e proteggono gli interessi (di Parigi, ndr) nella regione, siano attaccate».
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Per ora quasi tutti i missili e i droni lanciati dall’Iran verso le capitali arabe del Golfo sono stati intercettati. Nell’immediato il problema più grave è che i sistemi di difesa finiscano le munizioni prima che americani e israeliani riescano a neutralizzare i sistemi di lancio iraniani. Fortunatamente, il ritmo di lancio dei missili balistici da parte di Teheran è significativamente diminuito. Se ci fermiamo ai conteggi quotidiani delle intercettazioni e degli attacchi rischiamo però di non mettere a fuoco la vera minaccia esistenziale che l’attuale guerra pone ai membri del Gcc. I bombardamenti iraniani hanno infatti messo a nudo le fragilità che questi Stati erano riusciti a nascondere. Per garantire le rendite che hanno permesso ai membri del Gcc di sviluppare rapidamente le loro economie, petrolio e gas devono essere esportati attraverso lo Stretto di Hormuz. L’Arabia Saudita, consapevole di questa debolezza, ha investito su una via alternativa per portare il greggio dai pozzi delle coste orientali a quelle su Mar Rosso, ma anche questa soluzione è una piccolissima pezza su un buco molto esteso, non solo perché il petrolio è solo una delle risorse cruciali che transita da Hormuz, ma anche perché sui traffici nel Mar Rosso pesa la minaccia degli Houthi yemeniti, finora rimasti fuori dal conflitto.
Inoltre, nella penisola arabica del tutto priva di fiumi e con falde acquifere quasi completamente non rinnovabili, le megalopoli di Dubai, Abu Dhabi, Doha e Riad sopravvivono grazie alla desalinizzazione dell’acqua. Per l’Iran, impegnato a lottare per la sopravvivenza della Repubblica islamica, raffinerie e impianti idrici rappresentano obiettivi vulnerabili e «appetibili». Il presidente americano Donald Trump ha affermato che in Iran non c’è quasi più nulla da bombardare. È un paradosso, ma questo è ciò che permette all’Iran di essere in controllo dell’escalation: se Teheran mettesse fuori uso anche solo una parte degli impianti di desalinizzazione anche i Paesi arabi del Golfo si troverebbero a fare i conti con la loro possibile scomparsa.
È anche a causa della consapevolezza delle vulnerabilità di modelli che si basano sulle esportazioni di idrocarburi che tutti i membri del Gcc hanno preparato le loro Vision, strategie onnicomprensive che dovrebbero traghettare questi Paesi verso un futuro di minore dipendenza dal petrolio e di sostenibilità ambientale. Alcuni, come gli Emirati Arabi Uniti (Eau), e in particolare Dubai, sono molto più avanti in questo percorso. Se da un lato le strategie individuate sono una risposta corretta - al netto di alcuni progetti poco realistici - a problemi reali, dall’altro la scelta di puntare sullo sviluppo di settori come il turismo e la logistica (Dubai è l’aeroporto più trafficato al mondo, mentre l’Arabia Saudita vuole capitalizzare sulla sua posizione all’incrocio tra Asia, Africa ed Europa) partono dal presupposto che il luogo in cui si trovano le monarchie arabe del Golfo sia un punto di forza. Ciò che le grandi capitali delle petromonarchie sono riuscite a fare - di nuovo, Dubai più di tutti - è convincere gli investitori, i businessmen e i turisti di tutto il mondo che queste città erano delle bolle perfettamente isolate dal contesto geografico. Situate in una delle regioni più turbolente del mondo, queste città facevano della loro sicurezza la pietra angolare su cui edificare le proprie economie e i propri sistemi politici. Con gli attacchi iraniani, la bolla è scoppiata. Le immagini delle fiamme al lussuosissimo hotel Burj al-Arab o sulle isole artificiali di Palm Jumeirah sono una minaccia all’immagine degli Emirati Arabi Uniti che rischia di fare breccia nella mente delle persone, nonostante l’efficacia delle difese aeree emiratine sia superiore al 90%. Il fatto che centinaia di professionisti espatriati abbiano abbandonato queste zone (e non si sa se e quando vi torneranno) pone anche un problema di capitale umano alle economie locali. È anche per questo che decine di influencer sono stati arruolati per ostentare il presunto clima di tranquillità che si respirerebbe in Qatar o negli Emirati. Lo stesso Mohammed bin Zayed, presidente degli Eau, si è fatto ritrarre in un centro commerciale durante i bombardamenti. Se da un lato si tratta di una mossa comunicativa brillante, dall’altro mostra la gravità della situazione.
Sia gli attuali sistemi politico-economici che le Vision per il futuro dei Paesi del Gcc richiedono una regione stabile e per quanto possibile pacificata. Anche qualora cessassero le ostilità, considerando che probabilmente la Repubblica islamica resterà in vita, magari indebolita ma più radicale, sui Paesi del Gcc penderà la spada di Damocle di possibili nuovi attacchi. In questo clima diventa ancora più difficile attrarre i capitali e gli individui necessari per realizzare le Vision. La destabilizzazione e l’indebolimento delle monarchie arabe del Golfo è uno scenario che non è mai stato considerato, ma che porrebbe sfide strategiche forse persino superiori al collasso della Repubblica islamica.
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