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2020-04-10
Tolto al renziano indagato per truffa l’appalto Consip sulle mascherine
Matteo Renzi (Ansa)
Sulla maxi fornitura di mascherine, Consip ha preso una cantonata: aveva affidato due lotti di un appalto per oltre 16,5 milioni anche a una coop pugliese, la Indaco service, che si occupava di accoglienza di migranti con alla guida un renziano dall'imbarazzante curriculum giudiziario. La fornitura della Indaco prevedeva 7,1 milioni di mascherine chirurgiche al prezzo di 0,64 centesimi l'una, per un valore complessivo di 4.554.000 euro. La revoca, arrivata ieri, dimostra che le procedure d'urgenza previste dal Cura Italia di Giuseppe Conte hanno maglie troppo larghe. E, così, la deroga al Codice degli appalti prevista dal Cura Italia, invece di accorciare i tempi delle aggiudicazioni, li ha allungati. I due lotti da oltre 28 milioni di euro sono stati quindi annullati, fa sapere Consip, «in seguito ai controlli effettuati». Un bel business.
Nel frattempo, però, tutte le criticità sono emerse in un'inchiesta giornalistica di Nello Trocchia e Sara Giudice. E in un'interrogazione parlamentare del deputato di Fratelli d'Italia Giovanni Donzelli. Alla coop in questione, che sarebbe anche stata sfrattata per morosità dagli uffici di via Cesare Battisti a Taranto, come riporta il Corriere del giorno, fu revocata la gestione del centro di accoglienza Santa Maria del Galeso per «gravi carenze di carattere gestionale, strutturale e igienico sanitarie», valutò nel giugno 2017 la Prefettura tarantina. Nel centro, poco prima del provvedimento, era scoppiata una rivolta: i richiedenti asilo si barricarono all'interno, costringendo la polizia a intervenire. Alla guida della coop, come da visura camerale ci sono Barbara Micelli (presidente del consiglio d'amministrazione) e i consiglieri Serena Miccoli e Salvatore Micelli (che è anche rappresentante dell'impresa).
Salvatore Micelli difese l'operato dei suoi sostenendo che era tutta colpa del sovraffollamento provocato dall'invio di troppi migranti. Scaricando, così, le responsabilità sulle autorità. Un anno dopo, però, è stato arrestato, con l'accusa di associazione a delinquere per una maxi truffa da oltre 3 milioni di euro ai danni dello Stato (sull'accusa pende una richiesta di rinvio a giudizio). La vicenda risale al 2012, quando la Regione Puglia si trovò a gestire la partita dei fondi europei per l'occupazione femminile. Per gli inquirenti Micelli e soci avrebbero costituito una decina di imprese per mettersi in tasca gli aiuti pubblici, senza svolgere alcuna attività. Il renziano è stato accusato anche di aver presentato false fideiussioni a garanzia dei finanziamenti statali. Ma è anche stato condannato per calunnia, con sentenza passata in giudicato, riporta ancora il Corriere del giorno, a 1 anno e 6 mesi di carcere.
Consip all'inizio non deve essersi neanche chiesta come avrebbe fatto Micelli a pagare quella fornitura, visto che in un recente procedimento giudiziario il suo legale avrebbe fatto mettere a verbale che Micelli è disoccupato e che sopravvive grazie all'aiuto economico della madre. Alle domande di Trocchia, Micelli, in merito all'inchiesta sulla truffa, ha risposto: «Mi difenderò nel merito perché la maggior parte dei coindagati neanche li conosco». Nel 2015 Micelli si è anche fatto un giro alla Leopolda. «Mi viene da ridere se penso che questa possa essere l'Italia», ha detto Micelli sul palco della kermesse fiorentina. La sua idea della «Taranto 2.0» pubblicizzata sul palco tra un'invettiva e l'altra contro Matteo Salvini e la Lega, è piaciuta così tanto ai seguaci del renzismo da fargli incassare lunghi applausi.
Ora il deputato meloniano Donzelli si chiede: «Sarà solo una coincidenza che la centrale Consip, quella che ha bandito la gara, sia da tempo al centro di una bufera giudiziaria che coinvolge proprio il cerchio intorno a Matteo Renzi e alla Fondazione Open?». E ha chiesto al governo un chiarimento urgente.
Sulla stampa Micelli cerca di trasformarsi in una vittima e dice di essere sotto attacco da parte del mondo politico e giudiziario tarantino, perché, sostiene, è stato il primo a denunciare «un sistema di corruzione» nella città pugliese. In un comunicato stampa si vanta per otto assoluzioni incassate nel corso degli anni. E fino a qualche giorno fa ha continuato a sostenere che per l'appalto Consip la Indaco aveva tutte le carte in regola. La stazione unica appaltante, però, alla fine non deve averla pensata allo stesso modo.
Lo scorso 2 luglio, una sentenza del Consiglio di Stato ha accolto il ricorso presentato dalla Indaco service annullando gli atti emessi da Consip e stabilendo come Micelli, al momento della presentazione dell'offerta, «non era il legale rappresentante della Coop, ma soltanto un socio».
Protezioni mai consegnate: arrestato imprenditore
Tramite una società agricola avrebbero dovuto fornire più di 24 milioni di mascherine chirurgiche che, però, non sono mai state consegnate. Antonello Ieffi, 42 anni, da ieri è in carcere su ordine del gip del Tribunale di Roma Valerio Savio. È indagato, insieme a Stefania Verducci, per turbativa d'asta e inadempimento di contratti di pubbliche forniture. Secondo gli inquirenti i due avrebbero usato la società Biocrea per fare un colpaccio sulle protezioni sanitarie. Perché c'è chi nelle situazioni di emergenza cerca di arricchirsi.
Tutto inizia lo scorso 12 marzo, quando la Consip, centrale unica degli acquisti della pubblica amministrazione, comunica a Biocrea di essere l'aggiudicataria del lotto numero 6 della gara, la quale appunto prevedeva la commessa di ben 24.314.550 mascherine, di cui 3 milioni da consegnare entro tre giorni dall'ordine, per 15,8 milioni di euro. I problemi cominciano fin da subito, visto che Ieffi parlando con i dipendenti Consip lamenta «l'esistenza di problematiche organizzative per il volo di trasferimento della merce» che deve raggiungere l'aeroporto di Malpensa. Dopo aver temporeggiato, Ieffi assicura ai suoi interlocutori che il primo carico sarebbe partito la sera del 16 marzo: le mascherine sarebbero state trasportate da Guangzhou con un volo cargo della compagnia Asiana e dopo uno scalo a Seul avrebbero dovuto raggiungere lo scalo lombardo. Quando il carico ha cominciato a tardare gli uomini della Guardia di finanza di Roma, grazie «alla collaborazione dell'Agenzia delle dogane» hanno effettuato un'ispezione che ha certificato «l'inesistenza del carico dichiarato».
Ma le sorprese non sono finite qui, anzi. Nell'ordinanza del giudice Savio, a proposito della Biocrea, si legge «che la società ha oggetto sociale del tutto estraneo all'ambito imprenditoriale e al settore merceologico relativo alla gara». La società infatti si occupa di «coltivazione di fondi, selvicoltura, allevamento di animali e attività connesse». Una società agricola a responsabilità limitata che, scrive il gip, non presenta «l'operatività, oltre che la capacità economica e finanziaria, che le possa consentire di dare effettivamente corso […] alle obbligazioni nascenti da un gara negoziata […] in una situazione di assoluta emergenza epidemiologica in cui il tempo di consegna è un elemento essenziale […]».
Come ha fatto dunque Biocrea a vincere la gara? Grazie alla figura della Verducci che avrebbe avuto il ruolo di prestanome. D'altronde Ieffi non avrebbe potuto partecipare al gara perché su di lui pendono precedenti penali (non ancora definitivi) e fiscali per un importo di poco inferiore ai 150.000 euro proprio legati alla Biocrea. Circostanze che avrebbero fatto scattare l'annullamento in autotutela da parte di Consip. Questo il piano di Ieffi per il gip Savio: «È una puntata d'azzardo giocata sulla salute pubblica e su quella individuale di chi attendeva e attende le mascherine».
Sembrerebbe finita qui, invece l'uomo nato a Cassino ma residente a Cervia non è un tipo che si arrende facilmente. E dopo aver perso l'opportunità delle mascherine si sarebbe lanciato a testa bassa su un'altra a fornitura di dispositivi sanitari: guanti, occhiali protettivi, tute di protezione, camici e soluzioni igienizzanti. La nuova gara d'appalto valeva più di 73 milioni di euro e per conquistarla serviva una nuova società, la Dental express h24 srl. Lo schema per conquistare la fornitura, invece, rimaneva lo stesso: ossia il suo nome non doveva comparire nella compagine societaria. Come emerge dalle intercettazioni. «Possiamo fare così… allora… o mi entra un soggetto altro, che però», confida Ieffi al suo interlocutore, «…dobbiamo stare tranquilli». Il perché del sotterfugio è presto detto: «Cioè… su di me… mi hanno fatto i raggi X». A questo punto veniva sfruttato il tempo concesso dalla normativa, «la possibilità di depositare presso la Camera di commercio l'atto di passaggio delle quote entro 30 giorni». L'ultimo tassello per avere le carte formalmente in regola? «Senza passaggio di denaro», conclude Ieffi, «altrimenti avremmo l'obbligo di fare vedere il transito di denaro».
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Salvatore Micelli era alla Leopolda 2015. Lo scorso 2 luglio, una sentenza del Consiglio di Stato ha accolto il ricorso presentato dalla Indaco service annullando gli atti emessi da Consip e stabilendo come Micelli, al momento della presentazione dell'offerta, «non era il legale rappresentante della Coop, ma soltanto un socio».Antonello Ieffi, con precedenti, si era aggiudicato una fornitura da 15,8 milioni. «Ha usato un prestanome. Puntata d'azzardo sulla salute».Lo speciale contiene due articoliSulla maxi fornitura di mascherine, Consip ha preso una cantonata: aveva affidato due lotti di un appalto per oltre 16,5 milioni anche a una coop pugliese, la Indaco service, che si occupava di accoglienza di migranti con alla guida un renziano dall'imbarazzante curriculum giudiziario. La fornitura della Indaco prevedeva 7,1 milioni di mascherine chirurgiche al prezzo di 0,64 centesimi l'una, per un valore complessivo di 4.554.000 euro. La revoca, arrivata ieri, dimostra che le procedure d'urgenza previste dal Cura Italia di Giuseppe Conte hanno maglie troppo larghe. E, così, la deroga al Codice degli appalti prevista dal Cura Italia, invece di accorciare i tempi delle aggiudicazioni, li ha allungati. I due lotti da oltre 28 milioni di euro sono stati quindi annullati, fa sapere Consip, «in seguito ai controlli effettuati». Un bel business.Nel frattempo, però, tutte le criticità sono emerse in un'inchiesta giornalistica di Nello Trocchia e Sara Giudice. E in un'interrogazione parlamentare del deputato di Fratelli d'Italia Giovanni Donzelli. Alla coop in questione, che sarebbe anche stata sfrattata per morosità dagli uffici di via Cesare Battisti a Taranto, come riporta il Corriere del giorno, fu revocata la gestione del centro di accoglienza Santa Maria del Galeso per «gravi carenze di carattere gestionale, strutturale e igienico sanitarie», valutò nel giugno 2017 la Prefettura tarantina. Nel centro, poco prima del provvedimento, era scoppiata una rivolta: i richiedenti asilo si barricarono all'interno, costringendo la polizia a intervenire. Alla guida della coop, come da visura camerale ci sono Barbara Micelli (presidente del consiglio d'amministrazione) e i consiglieri Serena Miccoli e Salvatore Micelli (che è anche rappresentante dell'impresa). Salvatore Micelli difese l'operato dei suoi sostenendo che era tutta colpa del sovraffollamento provocato dall'invio di troppi migranti. Scaricando, così, le responsabilità sulle autorità. Un anno dopo, però, è stato arrestato, con l'accusa di associazione a delinquere per una maxi truffa da oltre 3 milioni di euro ai danni dello Stato (sull'accusa pende una richiesta di rinvio a giudizio). La vicenda risale al 2012, quando la Regione Puglia si trovò a gestire la partita dei fondi europei per l'occupazione femminile. Per gli inquirenti Micelli e soci avrebbero costituito una decina di imprese per mettersi in tasca gli aiuti pubblici, senza svolgere alcuna attività. Il renziano è stato accusato anche di aver presentato false fideiussioni a garanzia dei finanziamenti statali. Ma è anche stato condannato per calunnia, con sentenza passata in giudicato, riporta ancora il Corriere del giorno, a 1 anno e 6 mesi di carcere. Consip all'inizio non deve essersi neanche chiesta come avrebbe fatto Micelli a pagare quella fornitura, visto che in un recente procedimento giudiziario il suo legale avrebbe fatto mettere a verbale che Micelli è disoccupato e che sopravvive grazie all'aiuto economico della madre. Alle domande di Trocchia, Micelli, in merito all'inchiesta sulla truffa, ha risposto: «Mi difenderò nel merito perché la maggior parte dei coindagati neanche li conosco». Nel 2015 Micelli si è anche fatto un giro alla Leopolda. «Mi viene da ridere se penso che questa possa essere l'Italia», ha detto Micelli sul palco della kermesse fiorentina. La sua idea della «Taranto 2.0» pubblicizzata sul palco tra un'invettiva e l'altra contro Matteo Salvini e la Lega, è piaciuta così tanto ai seguaci del renzismo da fargli incassare lunghi applausi. Ora il deputato meloniano Donzelli si chiede: «Sarà solo una coincidenza che la centrale Consip, quella che ha bandito la gara, sia da tempo al centro di una bufera giudiziaria che coinvolge proprio il cerchio intorno a Matteo Renzi e alla Fondazione Open?». E ha chiesto al governo un chiarimento urgente.Sulla stampa Micelli cerca di trasformarsi in una vittima e dice di essere sotto attacco da parte del mondo politico e giudiziario tarantino, perché, sostiene, è stato il primo a denunciare «un sistema di corruzione» nella città pugliese. In un comunicato stampa si vanta per otto assoluzioni incassate nel corso degli anni. E fino a qualche giorno fa ha continuato a sostenere che per l'appalto Consip la Indaco aveva tutte le carte in regola. La stazione unica appaltante, però, alla fine non deve averla pensata allo stesso modo.Lo scorso 2 luglio, una sentenza del Consiglio di Stato ha accolto il ricorso presentato dalla Indaco service annullando gli atti emessi da Consip e stabilendo come Micelli, al momento della presentazione dell'offerta, «non era il legale rappresentante della Coop, ma soltanto un socio».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tolto-al-renziano-indagato-per-truffa-lappalto-consip-sulle-mascherine-2645679865.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="protezioni-mai-consegnate-arrestato-imprenditore" data-post-id="2645679865" data-published-at="1586454593" data-use-pagination="False"> Protezioni mai consegnate: arrestato imprenditore Tramite una società agricola avrebbero dovuto fornire più di 24 milioni di mascherine chirurgiche che, però, non sono mai state consegnate. Antonello Ieffi, 42 anni, da ieri è in carcere su ordine del gip del Tribunale di Roma Valerio Savio. È indagato, insieme a Stefania Verducci, per turbativa d'asta e inadempimento di contratti di pubbliche forniture. Secondo gli inquirenti i due avrebbero usato la società Biocrea per fare un colpaccio sulle protezioni sanitarie. Perché c'è chi nelle situazioni di emergenza cerca di arricchirsi. Tutto inizia lo scorso 12 marzo, quando la Consip, centrale unica degli acquisti della pubblica amministrazione, comunica a Biocrea di essere l'aggiudicataria del lotto numero 6 della gara, la quale appunto prevedeva la commessa di ben 24.314.550 mascherine, di cui 3 milioni da consegnare entro tre giorni dall'ordine, per 15,8 milioni di euro. I problemi cominciano fin da subito, visto che Ieffi parlando con i dipendenti Consip lamenta «l'esistenza di problematiche organizzative per il volo di trasferimento della merce» che deve raggiungere l'aeroporto di Malpensa. Dopo aver temporeggiato, Ieffi assicura ai suoi interlocutori che il primo carico sarebbe partito la sera del 16 marzo: le mascherine sarebbero state trasportate da Guangzhou con un volo cargo della compagnia Asiana e dopo uno scalo a Seul avrebbero dovuto raggiungere lo scalo lombardo. Quando il carico ha cominciato a tardare gli uomini della Guardia di finanza di Roma, grazie «alla collaborazione dell'Agenzia delle dogane» hanno effettuato un'ispezione che ha certificato «l'inesistenza del carico dichiarato». Ma le sorprese non sono finite qui, anzi. Nell'ordinanza del giudice Savio, a proposito della Biocrea, si legge «che la società ha oggetto sociale del tutto estraneo all'ambito imprenditoriale e al settore merceologico relativo alla gara». La società infatti si occupa di «coltivazione di fondi, selvicoltura, allevamento di animali e attività connesse». Una società agricola a responsabilità limitata che, scrive il gip, non presenta «l'operatività, oltre che la capacità economica e finanziaria, che le possa consentire di dare effettivamente corso […] alle obbligazioni nascenti da un gara negoziata […] in una situazione di assoluta emergenza epidemiologica in cui il tempo di consegna è un elemento essenziale […]». Come ha fatto dunque Biocrea a vincere la gara? Grazie alla figura della Verducci che avrebbe avuto il ruolo di prestanome. D'altronde Ieffi non avrebbe potuto partecipare al gara perché su di lui pendono precedenti penali (non ancora definitivi) e fiscali per un importo di poco inferiore ai 150.000 euro proprio legati alla Biocrea. Circostanze che avrebbero fatto scattare l'annullamento in autotutela da parte di Consip. Questo il piano di Ieffi per il gip Savio: «È una puntata d'azzardo giocata sulla salute pubblica e su quella individuale di chi attendeva e attende le mascherine». Sembrerebbe finita qui, invece l'uomo nato a Cassino ma residente a Cervia non è un tipo che si arrende facilmente. E dopo aver perso l'opportunità delle mascherine si sarebbe lanciato a testa bassa su un'altra a fornitura di dispositivi sanitari: guanti, occhiali protettivi, tute di protezione, camici e soluzioni igienizzanti. La nuova gara d'appalto valeva più di 73 milioni di euro e per conquistarla serviva una nuova società, la Dental express h24 srl. Lo schema per conquistare la fornitura, invece, rimaneva lo stesso: ossia il suo nome non doveva comparire nella compagine societaria. Come emerge dalle intercettazioni. «Possiamo fare così… allora… o mi entra un soggetto altro, che però», confida Ieffi al suo interlocutore, «…dobbiamo stare tranquilli». Il perché del sotterfugio è presto detto: «Cioè… su di me… mi hanno fatto i raggi X». A questo punto veniva sfruttato il tempo concesso dalla normativa, «la possibilità di depositare presso la Camera di commercio l'atto di passaggio delle quote entro 30 giorni». L'ultimo tassello per avere le carte formalmente in regola? «Senza passaggio di denaro», conclude Ieffi, «altrimenti avremmo l'obbligo di fare vedere il transito di denaro».
L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.