content.jwplatform.com
Con il professor Alessandro Colombo parliamo degli equilibri globali, dei risultati degli incontri guidati da Macron e degli errori dell'Occidente.
Con il professor Alessandro Colombo parliamo degli equilibri globali, dei risultati degli incontri guidati da Macron e degli errori dell'Occidente.
Ormai è una guerra per sciami di droni. Se Kiev bombarda San Pietroburgo, Mosca risponde con incursioni sul Donetsk, e tenere la contabilità dei morti, dei danni, della disperazione è un macabro esercizio aritmetico fatto però su una partita doppia disumana: nella colonna del dolore compaiono solo le vittime ucraine, in quella dell’indifferenza ci sono i russi.
Nessuno s’è indignato che Zelensky a fine maggio abbia autorizzato il bombardamento di una scuola - almeno dieci ragazzi uccisi -, nessuno ha esecrato il fatto che due giorni fa un drone ucraino è stato lanciato contro un autobus in viaggio da Mosca a Simferopol in Crimea: ci hanno lasciato la pelle in otto. Ma erano russi e allora tutti zitti. Ieri, tanto per dare un seguito, gli ucraini hanno attaccato in Crimea un treno. Risultato: tre morti e undici feriti. Per contro i russi con un attacco nel Donetsk su una quarantina di obbiettivi civili hanno fatto altre cinque vittime e undici feriti. Bloomberg sostiene che i tre volenterosi (Francia, Germania e Regno Unito) avrebbero avviato colloqui con i russi per arrivare alla fine della guerra. Il motivo? I russi sono indeboliti. Elemento in parte positivo per Kiev, ma che tuttavia potrebbe indurre Vladimir Putin a decisioni estreme come il ricorso all’arma nucleare . Forse è per questo che ieri Zelensky ha inviato una lettera aperta allo stesso Putin, chiedendo un incontro. «L’Ucraina propone di porre fine alla guerra in formato tra noi e voi», ha annunciato. E ha aggiunto: «Propongo di fissare una data precisa per l’incontro». Dall’altra parte, lo zar russo è ancora convinto che l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder sarebbe un «buon mediatore». «Non è un mio amico, è prima di tutto un politico tedesco, e uno dei migliori perché ha una propria posizione e il coraggio di difenderla».
Intanto i russi fanno sapere di essere nuovamente avanzati nella zona di Zaporizhzhia, gli ucraini di aver colpito una fabbrica di polvere da sparo nella zona di Ryazan, gli svedesi di aver bloccato una nave sospetta di trasportare merce sottratta all’Ucraina e i francesi di avere intercettato undici aerei russi che hanno sconfinato sul Baltico. È il diario di guerra - è terribile constatarlo - ma pare ormai un’ovvietà. Volodymyr Zelensky ci tiene a far saper al mondo via X che dall’inizio dell’aggressione i russi hanno ucciso 707 bambini ucraini. L’obbiettivo è portare il più in fretta possibile Kiev dentro l’Ue e far fare buoni affari a Friedrich Merz, per far diventare la Germania la sola potenza militare europea. Da cosa si capisce? Zelensky ha chiesto a Berlino altri missili patriot - quelli che gli Usa inviano col contagocce, anche se il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha detto che i 400 milioni di aiuti promessi a Kiev stanno arrivando perché la Camera Usa li ha sbloccati - dicendo che li restituirà a cose fatte e nell’incontro a sorpresa due giorni fa con Mark Rutte, il segretario generale della Nato, si è capito che oggi il punto di riferimento del leader ucraino è Berlino. Zelensky ha anche fatto sapere che sta lavorando con Ursula von der Leyen a definire l’ennesimo pacchetto di sanzioni e che ormai l’obbiettivo di entrare nell’Ue è prossimo. Lo hanno annunciato peraltro la presidenza di turno cipriota dell’Ue e la Commissaria all’allargamento Marta Kos che ha ribadito: «Ucraina e Moldavia rispettano già i requisiti sullo stato di diritto».
Ieri Péter Magyar, il leader ungherese, ha annunciato che ritirerà il veto all’ingresso di Kiev e la Commissione ha detto che l’iter di adesione può cominciare. In chiave filo tedesca il primo ministro ceco Andrej Babis ha caldeggiato che Friedrich Merz rappresenti l’Ue in eventuali colloqui con la Russia. Per ora però l’Europa sta ferma anche se Bloomberg ha fatto circolare un’indiscrezione di particolare importanza: Germania, Francia e Gran Bretagna starebbero intavolando colloqui con la Russia per arrivare alla fine della guerra. Bloomberg osserva: «Le forze ucraine stanno ottenendo maggiori successi con gli attacchi dei droni e anche attorno a Putin si registrano segnali di resistenza alla guerra». Se così è Ursula von der Leyen non se n’è accorta: si occupa d’altro. Per disturbare Putin sta studiando aiuti all’Armenia nel momento stesso in cui Mosca sta dialogando con gli armeni, riceve la lettera di 12 paesi Ue, inviata anche a Kaia Kallas, che chiedono restrizioni sui visti turistici ai russi mentre il commissario Ue per la migrazione, Magnus Brunner, dice che si potrebbero revocare i permessi come rifugiati ai giovani ucraini che possono fare il militare. Insomma un ottimo modo per parlare di pace. Ai fatti ci pensa invece Marco Rubio, che dice che lo stop alle sanzioni sul petrolio russo è temporaneo. Kirill Dimitrov, l’inviato russo dei colloqui con gli americani, sostiene peraltro che si va verso una ripresa dei negoziati con Steve Witkoff e Jared Kushner - gli emissari Usa - e che l’accordo per il tunnel che dovrebbe collegare Usa e Russia passando sotto lo stretto di Bering è pronto e oggi si firma. È un messaggio a uso del Forum che si tiene a San Pietroburgo dove il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov accusa gli americani di non aver rispettato gli accordi sull’Ucraina, ma conferma che i russi sono pronti a negoziare. Vladimir Putin fa sapere che non vedrà i rappresentati Usa, ma tuttavia si dice che nulla nella strategia russa è cambiata visto che - lo sostiene Maria Zakharova portavoce del ministero degli esteri - «per noi è assurdo ciò che sostiene l’Europa, che si sta riarmando fino ai denti, e cioè che stiamo per attaccare un paese Nato». Per quel che vale la Russia ha però incassato la richiesta di Markus Frohnmaier, esponente di spicco di Afd che pur diffidato dal governo tedesco ha richiesto che venga riaperto il gasdotto tra Mosca e Berlino. E intanto i droni continuano a bombardare.
Più che un nuovo regolamento per disciplinare lo stop agli affitti brevi turistici, pare un vecchio regolamento di conti tra la sinistra di Firenze e i proprietari di case, perché altrimenti non ha senso quel che hanno deciso a Palazzo Vecchio. Il sindaco Sara Funaro, infatti, ha esteso lo stop agli affitti brevi anche fuori dal centro storico, che è area sotto la protezione dell’Unesco; in poche parole in buonissima parte del territorio comunale i proprietari di case non possono fare quel che vogliono dei loro immobili.
E dunque si pone la domanda di cui sopra: perché questo… regolamento di conti contro la proprietà privata? Tra l’altro si tratta di un provvedimento che, sebbene non permanente («Non è statico, cambierà nel tempo», ha spiegato la Funaro come se fosse una lezione di fisica), va a colpire quel ceto medio che ha investito dove poteva, quindi dove i prezzi degli immobili erano inferiori. Qualcuno dovrebbe farsi spiegare perché mai un cittadino che, per arrotondare, volesse mettere a reddito la propria abitazione affittandola ai turisti a uso B&b, si ritrova con questo stop imposto dal Comune. E meno male che il sindaco non ci vede intenti punitivi o persecutori.
Il mio amico Guglielmo Mossuto, che è capogruppo della Lega in Comune, è da un po’ che mi raccontava del degrado del capoluogo toscano e dei mille problemi. E giustamente ieri mi ha chiamato arrabbiato nero: «Siamo la città più insicura dietro Milano e questa giunta pensa a tagliare le gambe a chi vuole guadagnare esercitando un suo pieno diritto costituzionale. Dai, è un attacco diretto e ideologico al diritto alla proprietà privata: son sempre i soliti comunisti! Gli affitti brevi non sono in mano a grandi speculatori, ma a famiglie che usano questi proventi per far fronte al caro vita, per pagare le tasse locali - a partire dall’Imu - e finanziare la manutenzione degli stessi immobili. E poi è un’economia che resta totalmente sul territorio: una cosa ingiusta». Difficile dargli torto. Soprattutto seguo il mio vecchio amico Guglielmo quando mi fa notare alcune incongruenze politiche che solo chi conosce le dinamiche fiorentine può indicarci: «Se l’obiettivo della giunta fosse davvero quello di tutelare i quartieri dalla speculazione e difendere la residenzialità, perché il divieto non viene esteso anche alle aree che saranno impattate dalle grandi infrastrutture dei prossimi anni, tipo quelle nei pressi dei nuovi scali?». Da una decina d’anni a Firenze ci sono aree interessate a grandi investimenti. «Investimenti? Per me sono operazioni di speculazione immobiliare. Ti spiego: il nuovo regolamento blocca i piccoli appartamenti dei fiorentini a Rifredi o al Campo di Marte con la scusa della “tutela”, ma si stendono tappeti rossi ai grandi investitori, guarda caso proprio dove sorgeranno le nuove porte d’accesso di Firenze, dove il valore dei terreni e degli immobili è destinato a schizzare alle stelle. Perché lì il Comune non mette vincoli? Fammi fare una battutaccia: i comunisti hanno requisito le case al ceto medio».
Strabismo immobiliare, dice l’opposizione a Firenze, che sul testo non ha potuto toccare palla perché era bloccato. «Quanta inutile fretta per stoppare gli affitti brevi ai fiorentini comuni. Gli stessi stressati dalla incapacità della giunta di controllare e presidiare movide e risse tra immigrati». Ogni anno a Firenze è sempre peggio. Per ora se la gioca con Milano, prima città più insicura d’Italia. Che con Firenze pare avere l’affinità di strizzare l’occhiolino ai grandi gruppi. Almeno così la pensa la Procura meneghina che dai grattacieli è passata alle concessioni di spazi commerciali di prestigio soprattutto in Galleria Vittorio Emanuele, accanto al Duomo.
Da quel che si evince gli accertamenti - partiti dopo un esposto presentato l’anno scorso dall’imprenditore Massimiliano Lisa, animatore del museo su Leonardo da Vinci all’angolo della Galleria con piazza della Scala, che con la giunta Sala ha in ballo alcuni contenziosi - riguardano certe videoinstallazioni di grande impatto in location particolarmente attrattive, come la Rinascente, dove hanno fatto bella mostra due film blockbuster: il biopic Michael su Michael Jackson, e l’attesissimo seguito de Il Diavolo veste Prada. Altri atti hanno invece riguardato concessioni alla maison Dior e alla maison Montblanc per i loro negozi in Galleria. Insomma tutte destinazioni immobiliari di grande pregio. L’accusa della Procura è un reato contro la Pubblica amministrazione. L’accusa politica invece, a Milano come a Firenze, è perché gli amministratori di sinistra ai grandi gruppi sembrano stendere i tappeti rossi…
Marcello Dell’Utri è stato archiviato per l’ennesima volta dall’accusa di avere ordinato le stragi di mafia del biennio 1993-1994 (compiute a Roma, Firenze e Milano). Il decreto è stato firmato dal gip fiorentino Patrizia Martucci lo scorso 15 gennaio 2026, ma la notizia è emersa, in modo quasi casuale, solo ieri. In realtà gli avvocati dell’ex senatore e di Silvio Berlusconi lo hanno scoperto circa tre settimane fa.
Ma il pool dei legali ha deciso di non diffondere la notizia per «tenere i toni bassi» ed evitare lo strepitus mediatico. Lo stesso che ha accompagnato tutti i passaggi dell’inchiesta. Per anni alcuni quotidiani hanno raccontato come procedessero le indagini. A firmare gli articoli quasi sempre i soliti cronisti ben informati. Ma questa volta nessuno di loro ha fatto lo scoop e la notizia dell’archiviazione è stata data dall’Ansa. Per mesi la Procura è riuscita a blindare l’esito dell’inchiesta e, al pari del Tribunale, non ha diffuso il testo della propria richiesta di archiviazione, arrivata a ridosso della scadenza dei termini, fissati prima per il 22 dicembre 2024 e poi prorogati sino al 22 dicembre 2025. Il fascicolo era, infatti, stato iscritto per l’ennesima volta il 22 dicembre 2023.
Il gip Martucci ha deciso di archiviare per la mancanza di «elementi concreti su contatti/rapporti diretti tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi e quindi Marcello Dell’Utri, stretto collaboratore di Berlusconi».
L’accusa per entrambi era di quelle che fanno tremare i polsi: strage continuata a fini eversivi con l’aggravante di avere favorito la mafia. Ma, come detto, non si sarebbero trovate prove per dimostrare il teorema.
Le posizioni archiviate potrebbero essere anche altre, ma, al momento, non v’è certezza di questo.
Richiesta e decreto, spiega chi li ha letti, sono pieni di omissis. «Queste “cancellature” sono chiaramente indicative del fatto che ci sono altri filoni ancora aperti e io credo che ci sia anche qualcosa che riguarda Dell’Utri» ragiona una fonte. «Perché chiaramente i pm chiudono soltanto perché scadono i termini e poi riaprono».
Le indagini per dimostrare il coinvolgimento di Berlusconi e Dell’Utri nelle stragi sono la classica «never-ending story». Si contano almeno otto inchieste sul tema, tutte a carico del fondatore di Forza Italia e del suo collaboratore, e tutte inesorabilmente finite in nulla.
Il primo fascicolo viene aperto a Firenze nel 1996, tre anni dopo la strage di via dei Georgofili. Berlusconi e Dell’Utri sono iscritti sul registro degli indagati come «Autore 1» e «Autore 2» per motivi di riservatezza. Nell’agosto 1998, però, la Procura stessa chiede l’archiviazione, che viene decisa dal gip nel successivo novembre con la formula «gli inquirenti non hanno potuto trovare conferma delle chiamate de relato». Quasi la stessa motivazione usata dalla Martucci nel 2026.
Nel luglio 1998 le indagini contro i due politici di Forza Italia sono riaperte a Caltanissetta dal pm Luca Tescaroli; nel marzo 2001, però, anche quest’ultimo decide di chiudere le indagini e nel maggio 2002 il gip accoglie l’istanza per «la friabilità del quadro indiziario».
L’inizio della collaborazione del pentito Gaspare Spatuzza spinge la magistratura fiorentina a ripartire una seconda volta, nel luglio 2009.
Anche in questo caso non vengono raccolte prove sufficienti per il rinvio a giudizio e, nell’agosto 2011, arriva la nuova richiesta di archiviazione che, il 2 novembre, viene decretata dal Tribunale.
Una settimana dopo, però, la Procura fiorentina chiede al giudice di aprire un terzo fascicolo, sostenendo che «non era stato possibile completare le investigazioni».
Ma in meno di due anni anche questo finisce in nulla: nel giugno 2013 i pm propongono l’ennesima istanza di archiviazione, subito accolta dal giudice.
Arriviamo così alla quarta riapertura fiorentina, e siamo al settembre 2017. In questo caso, la Procura decide di utilizzare contro Berlusconi e Dell’Utri le parole del boss Giuseppe Graviano, intercettato nel carcere di Ascoli Piceno. Secondo l’interpretazione dell’accusa (che, va detto, le difese hanno sempre contestato in toto), il mafioso stragista avrebbe «rivelato» a un altro detenuto, il camorrista Umberto Adinolfi, che nel 1992 Berlusconi «voleva scendere, però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto “ci vorrebbe una bella cosa”». I pm interpretano la frase come la richiesta di un gesto forte, quindi una strage, in grado di sovvertire l’ordine del Paese e favorire la nascita del nuovo partito berlusconiano. Per un gioco del destino, a occuparsi dell’inchiesta è di nuovo Tescaroli, il pm nisseno che ha già indagato e archiviato e che nel 2018 si è trasferito a Firenze.
Anche la quarta inchiesta non porta a niente: torna alla casella di partenza, come in una specie di gioco dell’oca giudiziario, e nel marzo del 2020 c’è l’ennesima richiesta di archiviazione, prontamente accolta dal giudice.
Passa un mese e Tescaroli propone la quinta riapertura, che, però, ha lo stesso destino di tutte le altre: a ottobre 2022 arriva la richiesta di chiusura del fascicolo, il 6 dicembre dello stesso anno il gip firma l’archiviazione.
Nel frattempo, nel luglio 2022, anche la Procura di Caltanissetta decide di riavviare le indagini contro Dell’Utri e Berlusconi, soprattutto sulle due stragi del 1992, a Capaci e in via D’Amelio, ma nel gennaio 2026 chiede al gip di chiuderle per «infondatezza della notizia di reato o, comunque, perché gli elementi raccolti non sono idonei a sostenere l’accusa in giudizio». In questo caso, però, il gip non ha ancora dato il suo parere positivo.
L’ultimo capitolo fiorentino di questa incredibile saga processuale si apre, come detto, poche settimane dopo la penultima archiviazione, il 22 dicembre 2023, ma anche stavolta il tempo trascorre invano e le indagini non portano a nulla di concreto, tant’è vero che lo scorso 5 gennaio la Procura propone la sesta archiviazione.
Oltre che inutile, questa storia giudiziaria è stata sicuramente anche molto costosa. Un calcolo esatto non è possibile, ma l’insieme degli otto procedimenti ha comportato un elevato costo per lo Stato, stimabile a spanne tra i 15 e i 25 milioni di euro, escludendo il costo per le parcelle (milionarie) delle difese.
Tra i primi a commentare l’ultimo passaggio processuale è stata Marina Berlusconi: «È la sesta volta che l’assurda inchiesta di Firenze finisce nel nulla, e per la sesta volta su richiesta stessa degli inquirenti. Stupisce che il decreto di archiviazione risalga a gennaio e se ne sappia qualcosa soltanto oggi. Verrebbe da chiedersi: se l’esito fosse stato opposto, ci sarebbero voluti cinque mesi per leggerlo sui giornali, o sarebbero bastate cinque ore, se non cinque minuti?». C’è da dire che in mezzo c’è stato il referendum sulla giustizia e forse qualcuno può aver pensato che la rumorosa archiviazione avrebbe potuto portare acqua al mulino del Sì.
Marina fa sapere anche di non essere sorpresa dal fallimento di «un teorema giudiziario e mediatico costruito non con il cemento delle prove, ma con il fango del pregiudizio ideologico» e ricorda che «sono stati i governi Berlusconi a rendere stabile il carcere duro per i boss mafiosi, a introdurre il primo Codice Antimafia e a istituire l’Agenzia nazionale per l’amministrazione dei beni confiscati alle organizzazioni criminali». Fatti che definisce «concreti, quanto inconfutabili», mentre tutto il resto è «vergognosa e illogica mistificazione».
Marina, di fronte all’«ennesimo segnale di quanto la giustizia nel nostro Paese resti afflitta da problemi colossali», chiede, infine, «alla politica di non archiviare il problema della giustizia con il referendum»: «Si potrebbe ripartire dalla responsabilità civile dei magistrati, ma sono tante le aree di intervento su cui la politica deve ancora spendersi. Senza ammainare la bandiera del garantismo».
«Ora che mio padre non c’è più, chi potrà mai restituirgli il tempo trascorso sotto il peso di queste accuse, terribili e infondate? E qualcuno risponderà mai del falso spacciato per vero? I nodi da sciogliere sono tanti, a partire dall’assenza di una vera responsabilità civile dei magistrati. Quella della giustizia resta un’emergenza. La bandiera del garantismo non può e non deve essere ammainata»: è questo forse il passaggio più «politico» del commento di Marina Berlusconi all’archiviazione decisa dal gip del Tribunale di Firenze Patrizia Martucci.
Raccoglie l’assist il vicepremier Matteo Salvini: «Nelle Procure e nelle redazioni», scrive su X il leader della Lega, «c’è chi ha costruito una carriera sul fango, da scagliare rigorosamente contro il centrodestra. L’archiviazione di Silvio Berlusconi per le stragi del 1993 ribadisce, una volta di più, che certa sinistra si è nutrita di odio, bugie e deliri. La Lega è determinata per approvare, entro fine legislatura, una legge sulla responsabilità civile dei magistrati». La proposta di una responsabilità civile delle toghe, portata avanti da Lega e Fi, registra le perplessità di Fratelli d’Italia. La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, commenta l’archiviazione attraverso un articolato commento: «L’archiviazione disposta dal tribunale di Firenze nell’inchiesta sui presunti mandanti occulti delle stragi mafiose del 1993», argomenta la Meloni, «rappresenta l’ennesima conferma di una verità storica e giudiziaria incontrovertibile: dopo decenni di indagini e processi, si chiude anche quest’ultimo capitolo con l’unica conclusione possibile, ovvero l’assoluta inesistenza di rapporti tra Silvio Berlusconi e la criminalità organizzata. Silvio Berlusconi è stato il fondatore del centrodestra e per quattro volte presidente del Consiglio. Per trent’anni, insieme a lui»,sottolinea il premier, «un’intera comunità politica, composta da milioni di italiani che esprimevano liberamente il proprio voto, è stata ingiustamente posta davanti al sospetto infamante che il consenso raccolto nelle urne poggiasse su finanziamenti mafiosi o dinamiche illegali. I fatti e le decisioni giudiziarie spazzano via definitivamente ogni ombra: quel dubbio non aveva fondamento allora e non lo ha oggi. Il centrodestra italiano non si fonda sull’illegalità e non accetta che la propria storia venga letta attraverso teoremi costantemente smentiti nel tempo. Rivendico con fermezza e orgoglio il ruolo politico e istituzionale di questa comunità: il centrodestra è, ed è sempre stato, una forza della legalità e per la legalità in Italia». Profonda la riflessione del leader di Forza Italia, Antonio Tajani: «Ci sono voluti trent’anni e sei archiviazioni», scrive Tajani su X, «per accertare e confermare la totale estraneità di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri alle stragi di mafia del ’93 a Firenze. Altro che mandanti occulti. Di inquietante e occulto c’è solo l’azione di quella parte di magistratura che ha usato false accuse, che già si smentivano da sole, come una clava politica cercando di riscrivere la storia della nostra democrazia. È indegna di questo Paese la lentezza con cui si è arrivati a questa conclusione, e disgustoso l’accanimento con il quale si è cercato di neutralizzare politicamente il fondatore di Forza Italia e il suo partito. Finalmente giustizia è fatta», aggiunge il vicepremier e ministro degli Esteri, «ma è incredibile che una decisione presa il 15 gennaio diventi pubblica soltanto adesso. Tutto questo dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, quanto sia fondamentale la nostra battaglia per una giustizia giusta ed efficiente per tutti i cittadini». Decine e decine i messaggi e i commenti da parte di esponenti del centrodestra, in particolare di Fi, mentre neanche una voce si alza dalle opposizioni. «Trent’anni di persecuzione, fango e veleni. Ma l’invidia e l’odio oggi vengono sconfitti! Giustizia è fatta amore mio!», scrive sui social Marta Fascina, parlamentare e ultima compagna di Silvio Berlusconi, condividendo una foto del Cavaliere.

