content.jwplatform.com
Con il professor Alessandro Colombo parliamo degli equilibri globali, dei risultati degli incontri guidati da Macron e degli errori dell'Occidente.
Con il professor Alessandro Colombo parliamo degli equilibri globali, dei risultati degli incontri guidati da Macron e degli errori dell'Occidente.
C’è voluto l’intervento dei tedeschi per far volare - davvero - quella che per anni è stata più una zavorra per i conti pubblici più che una compagnia aerea. E così, quasi senza tanto clamore né concessioni alla retorica finanziaria , l’ex Alitalia scopre l’utile. Miracolo? No, molto più banalmente una gestione corretta senza più intrusioni della politica e senza estremismi sindacali (come dimenticare gli anni di egemonia di «aquila selvaggia»?).
Nel 2025 Ita Airways ha messo a segno un risultato netto positivo di 209 milioni di euro. Significa un miglioramento di 436 milioni rispetto all’anno prima. L’ultima volta che la compagnia aveva chiuso in attivo era stato il 1998. Si chiamava ancora Alitalia e progettava il rilancio industriale con gli olandesi di Klm. Un sogno finito presto. La giravolta dell’anno scorso, se si fosse manifestata ai tempi della vecchia compagnia di bandiera, sarebbe stata archiviata tra le leggende metropolitane insieme agli aerei puntuali e ai bilanci in ordine.
Allacciate le cinture di sicurezza perché è tutto vero. Succede dopo la cessione - gestita dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti - al gruppo Lufthansa. E guarda caso, insieme ai tedeschi arriva anche quella fastidiosa abitudine chiamata disciplina industriale. Per capire: per decenni Alitalia è costata ai contribuenti più di 15 miliardi di euro. Una cifra che, a raccontarla oggi, fa sembrare l’azienda più un ammortizzatore sociale che una impresa commerciale. Soldi pubblici bruciati con una tenacia che nei decenni non ha conosciuto interruzione, I conti restavano ostinatamente in rosso. Poi cambia il copione. Ita chiude il 2025 con ricavi per 3,2 miliardi, un margine operativo lordo di 404 milioni e un risultato netto positivo per il secondo anno consecutivo. Non esattamente un dettaglio. È la prova che, quando si smette di usare una compagnia aerea come campo di battaglia politico-sindacale, i numeri - incredibile - iniziano a tornare.
L’amministratore delegato Joerg Eberhart, con sobrietà, parla di «punto di svolta» e di «rotta giusta». Una maniera elegante per dire che la nuova proprietà tedesca sta facendo quello che andava fatto da vent’anni. E infatti i primi effetti della cura Lufthansa si vedono. Meno voli (123.000, in calo), meno passeggeri (16,2 milioni), ma più efficienza: i passeggeri mediamente occupano l’83,4% dei posti disponibili (+2%). In altre parole, meno sprechi e più riempimento. Una rivoluzione, per chi era abituato a volare mezzo vuoto ma con le casse completamente vuote. Anche la flotta si ringiovanisce: 106 aerei, il 70% di nuova generazione, età media 6,5 anni. Certo, i problemi non sono spariti per decreto divino. Lo stesso Eberhart ammette che il peso dei leasing resta un macigno da alleggerire. Ma almeno, per la prima volta, si parla di come ridurre i costi, non di come coprirli con l’ennesimo intervento pubblico. Poi c’è il dettaglio simbolico: dal primo aprile Ita entrerà nel programma Miles & More di Lufthansa, mandando in pensione il programma Millemiglia e le sue più recenti eredità. Un passaggio che vale più di mille conferenze stampa: significa integrazione vera, non le solite alleanze di facciata. Morale della favola? Ci sono voluti i tedeschi - e un ministro dell’Economia che ha avuto il coraggio di privatizzare l’azienda - per dimostrare che anche l’ex Alitalia può stare in piedi senza flebo di risorse pubbliche. Una lezione quasi banale: le aziende funzionano meglio quando fanno le aziende. Anche in Italia. Anche nei cieli, dove per anni abbiamo confuso il tricolore della fusoliera con il conto corrente dei contribuenti.
Il corridoio dell’istituto Leonardo da Vinci di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, è ancora silenzioso alle 7.45 del mattino. I collaboratori scolastici a quell’ora sono già presenti e comincia ad arrivare qualche insegnante. È il segmento di tempo che separa dalla campanella.
Uno dei ragazzi, però, è appena entrato: 13 anni, terza media, un telefono acceso e appeso al collo. Ha un coltello con una lama affilata da un lato e seghettata dall’altro e, nello zaino, una pistola scacciacani. Pantaloni mimetici, maglietta bianca con una parola stampata in rosso: «Vendetta». Non per moda. È una dichiarazione portata sul petto.
Davanti alla classe, la Terza A, al primo piano dell’istituto, si scaglia contro la professoressa di francese, Chiara Mocchi, 57 anni. Per tutti «una professionista stimata, seria e dedicata agli alunni». Per i colleghi «una persona squisita». Per gli studenti «una prof severa ma bravissima». Rsu della Cisl, lavorava con passione. Aveva insegnato anche all’università di Bergamo come lettrice di francese. Poi, al concorso, la scelta delle medie. Sul suo canale YouTube registra lezioni, racconta progetti. Uno su tutti: «l’Expolangue Française», una mostra costruita ogni anno con gli studenti, dedicata alla francofonia. Mappe, città, personaggi. Nel 1995 vince il primo premio al concorso di Poesia giovane del gruppo artistico Fara Stabile di Bergamo. Pubblica «Ombre e forme». Scrive saggi. Ma la sua vita è la scuola.
Il tredicenne che dichiara vendetta (non imputabile per l’età) sistema il cellulare, avvia la diretta Telegram e affonda il coltello. In un istante va in frantumi la routine, la fiducia, la percezione di sicurezza. Lei mette le mani avanti, tenta una difesa. Due fendenti vanno a segno. Al collo e all’addome. Il sangue schizza. La prof si accascia. Un’aggressione in diretta. Premeditata. La violenza e la sua rappresentazione insieme, da influencer del male.
La prof viene soccorsa, trasferita in elisoccorso all’ospedale Papa Giovanni XXIII. Viene applicata la tecnica «Blood on board»: una trasfusione in volo. «Questa procedura», spiegano i sanitari, «ha permesso di stabilizzare i parametri vitali della donna prima ancora dell’arrivo in Pronto soccorso». Poi, le due ore in sala operatoria. Dall’ospedale spiegano: «La paziente è in Terapia intensiva in prognosi riservata». Le condizioni sono «serie», ma non farebbero temere il peggio.
Un professore e due collaboratori scolastici fermano il ragazzo, lo disarmano, lo trattengono e poi lo consegnano ai carabinieri. Le lezioni per gli altri ragazzi sono andate avanti, nonostante l’ambulanza davanti alla edificio dell’istituto e l’atterraggio dell’elicottero. Per i compagni del tredicenne, invece, arrivano gli psicologi. Appena si diffonde la notizia i genitori si radunano fuori dalla scuola. Qualcuno chiede di far uscire prima i figli. Una madre racconta: «Abbiamo saputo cosa è accaduto da un messaggio della rappresentante di classe e sono corsa per vedere come sta mia figlia». Poi aggiunge: «Sappiamo che solo tre ragazzi hanno assistito». Tre testimoni. Oltre a chi stava seguendo la diretta, da qualche altra parte, dietro a uno schermo.
I carabinieri lavorano sul movente. Un campo minato. Il chiacchiericcio da adolescenti alimenta varie ipotesi: vendetta per brutti voti, contrasti in classe, un episodio in cui la docente avrebbe preso le difese di un altro studente, una nota sul registro elettronico. Bisognerà verificarle tutte. Chi indaga, però, ritiene che si tratti di «un gesto isolato» ed esclude «finalità terroristiche». Anche se i dettagli che emergono sembrano complicare il quadro. Il telefono usato per filmare. I profili TikTok con video su come assemblare ordigni. E poi le perquisizioni nelle abitazioni dei genitori (ascoltati anche loro come persone informate sui fatti), una delle quali eseguita in un Comune a poca distanza (il ragazzo si era trasferito solo da qualche anno a Trescore Balneario con la mamma). Sono saltati fuori materiale potenzialmente esplosivo e prodotti chimici. Gli artificieri portano via tutto per le verifiche. Per cercare di capire se qualche segnale c’era già prima vengono acquisiti anche i diari, i quaderni. Sequestrati anche i supporti elettronici che usava il ragazzo. Lo zaino era già tra i reperti. Come il coltello. Come la pistola scacciacani. Tutti oggetti finiti in un lungo elenco.
Gli inquirenti dovranno decidere fin dove spingersi in ricerche e analisi. Perché quando è un minorenne l’autore di un reato anche le tecniche investigative devono adattarsi. La scena si sposta all’improvviso nella caserma del paese, al Comando stazione carabinieri, dove, con tutte le garanzie previste dal codice, viene interrogato l’aggressore.
La Procura per i minorenni di Brescia, guidata da Giuliana Tondina e competente su quel territorio, ha già aperto un fascicolo e disposto di affidare il ragazzo a una comunità protetta. Non per punizione, ma per cautela. Poi ha delegato i carabinieri per l’ascolto dei colleghi della vittima. Il ragazzino, dalle prime indagini, non sarebbe mai stato segnalato. E neppure i genitori. O, almeno, è quello che gli investigatori ritengono di poter comunicare alla stampa. Le formule sono caute, filtrate, perché quando c’è di mezzo un minorenne il perimetro delle informazioni inevitabilmente si restringe. Una barriera viene alzata davanti alle richieste di informazioni sul passato, sui trascorsi, sulla personalità.
Trapela, però, che a scuola, negli ultimi tempi, pare ci sia stato parecchio trambusto. Uno spintone tra compagni di classe avrebbe prodotto la frattura di un braccio e vari altri episodi che vengono descritti come «ragazzate» sarebbero stati segnalati al dirigente scolastico.
L’istituto, però, viene descritto come un luogo tranquillo e controllato. Nulla, fino a ieri, avrebbe fatto prevedere qualcosa di così grave. Eppure, lui, che sembra ancora un bambino (la sua foto rimbalza da ieri mattina di chat in chat), è riuscito a trasformare il corridoio della scuola in una scena splatter.
Altro che rivoluzione dei costumi. Se si guarda ai dati, quelli veri, più che alle narrazioni, la fotografia dell’Italia sotto le lenzuola è molto più tradizionale di quanto si racconti. A dirlo è il nuovo rapporto del Censis sulla sessualità degli italiani, che restituisce un’immagine lontana dagli stereotipi più diffusi: oltre l’80% degli intervistati dichiara di avere rapporti esclusivamente con il proprio partner. Un dato che conferma come la monogamia continui a essere la forma relazionale prevalente, nonostante l’evoluzione dei modelli culturali e l’impatto delle nuove tecnologie.
Non solo. A emergere è anche un altro dato che smonta una certa narrazione dominante: le identità non binarie rappresentano una quota minoritaria, intorno al 16%. La grande maggioranza degli italiani si riconosce ancora in un’identità sessuale e di genere tradizionale. Numeri che restituiscono un Paese molto meno «fluido» di quanto spesso venga descritto. I dati che emergono, letti insieme, delineano un quadro più complesso di quanto spesso venga raccontato. La società cambia, ma lo fa con gradualità, mantenendo punti fermi che resistono nel tempo. Il rapporto evidenzia infatti una sessualità più aperta nelle pratiche e nei contesti, ma ancora fortemente legata alla dimensione della coppia. Le relazioni stabili restano centrali e, in molti casi, risultano anche le più soddisfacenti dal punto di vista della vita intima. Non mancano, però, segnali di trasformazione. Cresce il ricorso alle piattaforme digitali per conoscere nuove persone (oltre il 40% degli italiani dichiara di aver utilizzato almeno una volta app o social per finalità relazionali o sessuali), aumenta la diffusione del sesso mediato dalla tecnologia e si registra una maggiore curiosità verso esperienze diverse rispetto a quelle legate al passato. Il porno, ad esempio, entra sempre più spesso nella quotidianità di coppia, mentre i social diventano uno spazio di interazione anche sul piano relazionale. Si tratta di cambiamenti che non sostituiscono, ma affiancano i modelli tradizionali. Una sorta di doppio binario: da un lato la stabilità della coppia, dall’altro nuove forme di esplorazione e di espressione della sessualità. In questo contesto, la monogamia continua a rappresentare una scelta prevalente, non necessariamente per adesione a un modello rigido, ma spesso per una ricerca di equilibrio e continuità. Un dato che riflette anche un’esigenza più ampia di stabilità, in un periodo segnato da incertezze economiche e sociali. Il rapporto Censis suggerisce quindi una lettura meno ideologica e più aderente alla realtà: gli italiani non sono immobili, ma nemmeno così radicalmente trasformati come talvolta si tende a raccontare. Ma resta, nella maggioranza dei casi, ancorata a una dimensione relazionale riconoscibile, fatta di coppia, continuità e identità definite.
Il capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano, ha visitato oggi in Lombardia il comando Pastrengo dei Carabinieri e il 1° Reggimento trasmissioni dell’Esercito, incontrando anche il sindaco Sala e il prefetto Sgaraglia. Domani tappa al 6° Stormo dell’Aeronautica.
Il capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano, ha proseguito oggi il ciclo di visite sul territorio nazionale con una tappa in Lombardia, dove ha incontrato anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, e il prefetto Claudio Sgaraglia.
L’attività si inserisce nell’ambito dell’implementazione delle priorità strategiche della Difesa, in particolare quella relativa al «bilanciamento delle componenti», finalizzata a rafforzare la coerenza tecnologica tra le Forze armate. Un obiettivo ritenuto essenziale per garantire la capacità di operare in scenari multidominio, sia in ambito alleato sia su base nazionale.

Nel corso della giornata, il generale si è recato dapprima al Comando interregionale Pastrengo dell’Arma dei Carabinieri, dove ha espresso apprezzamento per il servizio svolto a tutela dei cittadini e per il contributo fornito nelle operazioni all’estero. In particolare, è stato evidenziato il ruolo dell’Arma non solo come polizia militare, ma anche nelle attività di stability policing nelle fasi post-conflitto, ambito in cui l’esperienza italiana è riconosciuta anche in sede Nato. Successivamente, Portolano ha visitato il 1° Reggimento trasmissioni dell’Esercito, reparto che fornisce supporto diretto al quartier generale multinazionale Nato NRDC-ITA, con sede in Italia e attualmente impegnato anche nella prontezza dell’Allied Reaction Force. Rivolgendosi al personale, ha sottolineato la professionalità, lo spirito di sacrificio e la dedizione dimostrati sia sul territorio nazionale sia nelle missioni all’estero, evidenziando il ruolo cruciale del reparto nel garantire collegamenti, continuità di comando e supporto alle strutture operative.

La giornata si è conclusa con gli incontri istituzionali a Milano, occasione per ribadire il legame tra la Difesa e le autorità locali, anche in relazione al contributo fornito alla sicurezza dei cittadini in coordinamento con le Forze di polizia. Domani è infine prevista la visita al 6° Stormo dell’Aeronautica militare, reparto di volo impegnato nella difesa aerea e nel controllo dello spazio nazionale già in tempo di pace.

