True
2019-02-18
«Ti serve un gommone per l’Italia? Chiamaci...». Ecco l’agenzia di viaggi dei trafficanti di uomini
Ansa
«Cerchi un gommone per la tratta via mare Libia-Italia? Vuoi passare dalla Grecia, nascosto dentro a un camion o partire dalla Tunisia con il motoscafo? Chiamaci, ti forniremo tutte le informazioni necessarie». Altro che emergenza umanitaria: il business dell'invasione oggi è un affare talmente sdoganato che i trafficanti di uomini lanciano ogni giorno centinaia di offerte viaggio su Facebook, senza, evidentemente, il minimo timore di finire nei guai. Trovarli è semplicissimo: basta digitare un paio di parole chiave ed eccoli lì, costantemente online, pronti ad aggiornare i loro profili con nuove foto e video dei clandestini portati a destinazione. Esattamente come fossero un'agenzia turistica forniscono, in chiaro, tutte le informazioni utili a chi parte: rotte aggiornate, tariffe a persona, tipologia di imbarcazioni utilizzate, previsioni del tempo e persino i saluti di chi è già arrivato dall'altra parte, con tanto di foto con il Duomo di Milano o la Tour Eiffel a fare da sfondo.
E per chi ancora ha qualche remora, sempre su Facebook, ci sono pure i gruppi di consulenza: forum aperti e frequentatissimi, per confrontarsi tra clandestini e aspiranti tali, condividere le esperienze e fare tesoro delle dritte di chi ha avuto successo.
Anche mettersi in contatto con i manager dell'invasione non è affatto complicato: i profili più attrezzati mettono a disposizione un numero di telefono per le informazioni, mentre per quelli con maggiore privacy, basta diventare amici su Fb (con un profilo credibile e un traduttore dall'arabo lo può fare chiunque) e, dopo qualche verifica, si viene ammessi alle chat private, e si ottengono senza fatica i contatti telefonici di chi organizza i viaggi. Di possibilità di emigrare illegalmente verso l'Europa ce n'è davvero per tutti i gusti e per tutte le tasche: si va dai classici, via terra attraverso la rotta balcanica, o via mare, dalla Libia e dall'Algeria, fino ai voli diretti, con passaporti vidimati, fino a improbabili inviti turistici temporanei in Paesi extra Ue, ma «confinanti con nazioni dell'area Schenghen», specificano i promotori, lasciando intendere che una volta sul posto si troverà, certamente, il modo di entrare.
La lingua ufficiale dei trafficanti online è l'arabo (declinato nei suoi dialetti) e tra le centinaia di pagine Fb che propongono le traversate, abbondano i finti profili, le pagine chiuse e pure i fake. Noi della Verità, con l'aiuto di un traduttore madrelingua, ne abbiamo individuati alcuni, che sembrano offrire, davvero, un servizio completo di emigrazione clandestina.
Una delle pagine più aggiornate, l'ultimo post risale al 5 febbraio, è quella del cosiddetto «Traghettatore di uomini» (questo il nome scelto su Fb) che offre servizi di viaggio attraverso la Turchia e per tutti i Paesi europei. Nell'immagine di copertina (aspetto che accomuna quasi tutti i profili dedicati al contrabbando di uomini) sono ritratti i possibili mezzi di trasporto con cui raggiungere l'Europa (aereo, camion, nave) e, ripetutamente, nei post viene allegato il tariffario delle traversate. «Offriamo vie di fuga attraverso la Turchia a prezzi giusti, con percorsi adatti anche a famiglie e ragazzi: il costo del viaggio è di 8.000 euro per un single e 11.000 euro per le famiglie», scrivono i trafficanti nel messaggio promozionale. Le possibilità sono diverse: «Si può andare in aereo da Istanbul con 8.500 euro verso qualsiasi destinazione europea», oppure «da Istanbul in Germania e Francia con un camion per soli 6.000 euro», o ancora «si può arrivare in Italia, con la barca, attraversando il mare spendendo solo 5.500 euro», mentre la più economica è la strada attraverso la Grecia. «Un viaggio in macchina di due ore con sconfinamento in Grecia, dalla Turchia, costa da 1.600 euro a 2.800 euro a persona», o per chi vuole spendere ancor meno c'è la possibilità di arrivare via mare, fermandosi sulle isole con tariffe che vanno da «600 a 1.500 euro a persona», a seconda del tempo impiegato. Una volta arrivati in Grecia, poi, ci si può spostare ad Atene «e da lì partire per l'Italia, attraverso il mare» per la modica cifra di 5.200 euro. Ma, state tranquilli, niente truffe: «Qualsiasi viaggio, a garanzia del cliente, si paga solo dopo l'arrivo», precisa rassicurante il Traghettatore. Tra gli amici virtuali del sedicente scafista, non mancano le proposte di viaggio attraverso la rotta balcanica. Un tale Ahmed, per esempio, propone una traversata dalla Turchia alla Bulgaria e poi da lì all'Europa per 6.000 euro in contanti: il viaggio durerà due giorni e si terrà a bordo di un camion. Un altro compare del Traghettatore, invece, offre passaggi sicuri per uscire dalla Siria (2.200 euro per mezz'ora di viaggio da Afrin ad Antiochia, prima città turca dopo il confine siriano) e «passaporti validi per ogni Paese europeo a 8.500 euro l'uno», con «prezzi speciali per i bambini sotto i dieci anni» e «pagamenti certificati».
Dalla Turchia al Nord Africa, una delle pagine Fb più frequentate è quella gestita da un gruppo di algerini. È titolata «Migrazione verso l'Europa» e, a quanto pare, si occupa dei viaggi con i barchini che approdano, spesso non visti, sulle coste anche turistiche del nostro Sud Italia. Nella foto di copertina è immortalato un gruppo di ragazzotti festanti con addosso le felpe della squadra del cuore, a bordo di un motoscafo, mentre fanno il segno della vittoria. Tra le immagini del profilo, decine e decine, di scatti e video di giovani approdati su spiagge deserte dopo la traversata, mentre il motto più gettonato dagli utenti del profilo è «Ho fiducia nel fatto che ci saranno aperte le porte».
Nell'elenco delle pagine social dedicate ai trafficanti un posto al sole lo merita lui, Morad Zu Wara (dal nome Zuwara, la città della Libia da cui si registrano il maggior numero di partenze), a quanto pare una vera star del settore, in attività da almeno un anno con una pagina Fb così curata da essere degna di un influencer.
Zu Wara si definisce «imprenditore con l'aiuto di Dio» e su Fb conta migliaia di amici. Evidentemente il suo business è talmente fiorente, che il trafficante, come un vero self made man, per tutelarsi da possibili approfittatori, sovrascrive con il logo della sua attività gli scatti che pubblica sul Web. Dai gruppi di clandestini festanti allo sbarco ai gommoni scelti per questa o quella tratta, dai giubbotti anti annegamento alle dotazioni tecnologiche che sostiene di portare a bordo, Zu Wara fotografa ogni cosa aggiungendo in sovrimpressione sull'immagine il proprio nome affinché non possa essere riutilizzata. E con i suoi clienti comunica con chiarezza. «Buongiorno, la prima cosa che dovete sapere è che io sono un nuovo imprenditore, lavoro da solo e non ho nessun altro partner (c'è un'unica persona al timone) e al mio fianco c'è solo Dio», precisava lo scorso ottobre in un post di inizio stagione. «Quest'anno per i viaggi utilizzeremo mezzi più veloci e chiunque salga deve coordinarsi direttamente con me. Le barche sono in legno, di 8 metri con una potenza del motore 40 cv, tipo Yamaha e a bordo possono salire al massimo 20 passeggeri», aggiungeva. «Nel prezzo sono comprese tutte le attrezzature per la navigazione incluse quelle per il salvataggio, come telefono Gps, il salvagente e la strumentazione di bordo per la navigazione» e per questo «riscontrerete un piccolo aumento del prezzo rispetto allo scorso quadrimestre per rendere il viaggio più sicuro», specificava ancora. Zu Wara, che mostra, in chiaro, il numero di cellulare a cui contattarlo per qualsiasi informazione, sostiene dei suoi post di essere «in coordinamento con la Guardia costiera della Libia» e di poter «comunicare con Medici senza frontiere, che è a bordo di una chiatta italiana».
Se non bastavano i profili degli scafisti, a completare il quadro aberrante ci sono pure i gruppi di discussione: pagine aperte, internazionali, frequentatissime e piene zeppe di battibecchi su quale sia la rotta migliore o il trafficante più onesto. La pagina si chiama «Immigrazione in Europa senza contrabbandieri» e alla voce informazioni si legge: «Questo gruppo nasce per ritrovare strade sicure […] senza dover dipendere dai trafficanti o dalle crisi umanitarie e ai costi più bassi. Vogliamo che tutti coloro che hanno un'esperienza personale la condividano qui affinché possano beneficiarne tutti».
Tra i post della pagina si trovano le proposte più originali: «Offro inviti per entrare in territorio ucraino che condivide i suoi confini con ben tre Paesi europei: 300 dollari per soggiorno breve, 450 dollari per uno più lungo», scrive un utente. «Ciao, offriamo una traversata con una nave da crociera dall'Albania all'Italia, pagamento dopo l'arrivo, ecco il mio numero…», aggiunge un altro. E ancora: «Ho sentito che il passaggio illegale dalla Turchia è stato difficile ultimamente, avete qualche informazione?», oppure: «Cosa ne dite, per una immigrazione segreta (in Italia, ndr) è meglio il Marocco o la Libia?», si informano candidamente due utenti della pagina, probabili futuri richiedenti asilo nel nostro Paese.
Ha collaborato
Agc communication
I criminali 2.0 si servono pure di Instagram
Non solo Facebook. Ma anche Instagram, Whatsapp, Viber e Skype: tutto fa brodo per gli scafisti della nuova generazione che si rifugiano nei social media, perfetti per comunicare velocemente senza essere identificati. Facebook resta il preferito, soprattutto per la diffusione e le funzioni di messaggistica in privato, ma anche Instagram, recentemente, ha trovato il suo spazio nel business degli sbarchi. Le pagine dedicate, su questo social, alle partenze illegali, in perfetta osservanza del concept originario, fungono da vetrina per i servizi offerti dagli scafisti.
La lingua ufficiale non è l'arabo ma l'inglese, le parole chiave sono sempre le stesse (Visa, Europe, travel to, eccetera) e le immagini di copertina (come per Fb) riportano spesso fotografie di bandiere, mezzi di trasporto e visti di entrata nei Paesi di destinazione, accompagnate da un numero di cellulare, «da contattare per maggiori informazioni». A quanto pare, anche questo canale funziona. Secondo una ricerca svolta dal gruppo ECrime dell'Università di Trento, dal titolo Surf and sound. The role of the Internet in people smuggling and human trafficking, tra le persone venute a conoscenza della possibilità di emigrare (illegalmente) in Europa, il 9,2% aveva avuto informazioni proprio tramite Instagram.
Quella che si instaura attraverso i due social, in realtà, non è che una prima fase del contatto tra il contrabbandiere e i futuri clandestini, utile soprattutto ai trafficanti per verificare, senza esporsi, l'identità e le credenziali del potenziale cliente. Quando il rapporto è ritenuto sicuro, infatti, si passa alla messaggistica via Whatsapp, Viber o Skype. È attraverso le chat, infatti, che, il traghettatore comunica i dettagli del viaggio e stabilisce date e luoghi degli incontri e delle partenze. Per le loro caratteristiche queste applicazioni risultano particolarmente adatte allo scopo.
Innanzitutto sono gratuite (per accedere è sufficiente trovarsi nei pressi di un qualsiasi Wifi gratuito) condizione che allarga considerevolmente la fascia di utenza raggiungibile. Inoltre queste tecnologie consentono agli utenti di essere identificabili tra loro, attraverso nickname che restano immutati anche cambiando telefono, scheda o provider telefonico. «Anche se cambi il numero di telefono o la sim, Whatsapp ti lascia l'opzione, se vuoi, di mantenere lo stesso vecchio profilo. In questo modo io so sempre chi sono (quelli che mi contattano, ndr) e ricevo messaggi dalle persone che sono arrivate anche se hanno cambiato numero», ha spiegato uno dei trafficanti intervistati dai ricercatori del gruppo ECrime di Trento.
In un'ottica di migrazione illegale, la possibilità di cambiare numero senza perdere i propri contatti è un aspetto fondamentale. Serve ai trafficanti, che non vogliono essere rintracciati e anche ai clandestini che, per prassi, durante i viaggi verso l'Europa, si procurano nuove schede telefoniche, per ogni Paese di cui riescono a varcare il confine, o facilmente durante le traversate possono perdere o essere derubati delle dotazioni tecnologiche. Ma se i social sono utilizzati così impunemente dai contrabbandieri di uomini, come è possibile che non possano essere usati, altrettanto facilmente, per individuare e bloccare questi traffici?
«Il traffico di essere umani è contro la legge e qualunque pubblicità, post, pagina o gruppo che coordini questo tipo di attività non è ammesso», ha spiegato alla Verità un portavoce di Facebook interpellato sull'argomento.
«Lavoriamo a stretto contatto con le forze dell'ordine in tutto il mondo per identificare, rimuovere e segnalare quest'attività illegale e siamo costantemente impegnati per migliorare i metodi che utilizziamo per identificare i contenuti che violano le nostre policy e abbiamo triplicato il team che si occupa di sicurezza, portandolo a oltre 30.000 persone, e continuiamo a investire in tecnologia», ha aggiunto.
Ma se queste sono le linee guida e se i controlli sulle pagine esistono, come è possibile che ancora il contrabbando di esseri umani prosperi in rete come se nulla fosse? Il problema sta tutto nel confine tra illegalità e libero mercato, sottilissimo quando di parla di Web.
Facebook, infatti, come altri social, dichiara di essere impegnato contro la «tratta di esseri umani» e cioè quella «forma di schiavitù moderna che si verifica quando un trafficante utilizza la forza, la frode o la coercizione per controllare un'altra persona». Ma, a ben guardare, non è questo il nostro caso.
Dove sta la coercizione in un post che propone un viaggio con tanto di tariffario ben in vista? Per quel che ci è dato sapere, quantomeno nell'ambito della comunicazione via social, la contrattazione tra aspiranti profughi, criminali e scafisti avviene in modo libero e paritario ed è il migrante che «contatta autonomamente il contrabbandiere o l'organizzazione per pianificare il suo viaggio, concordare il prezzo e pianificare il trasporto».
La violazione dei diritti umani, dunque, a livello virtuale non c'è e, probabilmente per questo, la caccia alle streghe finisce qui. Resta inteso, che «chiunque può comunque segnalare contenuti illeciti a Fb, attraverso le pagine dedicate agli abusi».
Continua a leggereRiduci
Il business degli scafisti è fatto anche di marketing sui social. Uno ammette: «Siamo in contatto con Medici senza frontiere». I criminali 2.0 si servono pure di Instagram. Il 9,2% dei profughi ha scoperto i tassisti del mare sul sito degli influencer. Il team di Mark Zuckerberg intanto precisa: «Collaboriamo con la polizia per arginare il fenomeno». Ma, con la scusa degli spostamenti volontari, non oscura le pagine dei contrabbandieri. Lo speciale contiene due articoli. «Cerchi un gommone per la tratta via mare Libia-Italia? Vuoi passare dalla Grecia, nascosto dentro a un camion o partire dalla Tunisia con il motoscafo? Chiamaci, ti forniremo tutte le informazioni necessarie». Altro che emergenza umanitaria: il business dell'invasione oggi è un affare talmente sdoganato che i trafficanti di uomini lanciano ogni giorno centinaia di offerte viaggio su Facebook, senza, evidentemente, il minimo timore di finire nei guai. Trovarli è semplicissimo: basta digitare un paio di parole chiave ed eccoli lì, costantemente online, pronti ad aggiornare i loro profili con nuove foto e video dei clandestini portati a destinazione. Esattamente come fossero un'agenzia turistica forniscono, in chiaro, tutte le informazioni utili a chi parte: rotte aggiornate, tariffe a persona, tipologia di imbarcazioni utilizzate, previsioni del tempo e persino i saluti di chi è già arrivato dall'altra parte, con tanto di foto con il Duomo di Milano o la Tour Eiffel a fare da sfondo. E per chi ancora ha qualche remora, sempre su Facebook, ci sono pure i gruppi di consulenza: forum aperti e frequentatissimi, per confrontarsi tra clandestini e aspiranti tali, condividere le esperienze e fare tesoro delle dritte di chi ha avuto successo. Anche mettersi in contatto con i manager dell'invasione non è affatto complicato: i profili più attrezzati mettono a disposizione un numero di telefono per le informazioni, mentre per quelli con maggiore privacy, basta diventare amici su Fb (con un profilo credibile e un traduttore dall'arabo lo può fare chiunque) e, dopo qualche verifica, si viene ammessi alle chat private, e si ottengono senza fatica i contatti telefonici di chi organizza i viaggi. Di possibilità di emigrare illegalmente verso l'Europa ce n'è davvero per tutti i gusti e per tutte le tasche: si va dai classici, via terra attraverso la rotta balcanica, o via mare, dalla Libia e dall'Algeria, fino ai voli diretti, con passaporti vidimati, fino a improbabili inviti turistici temporanei in Paesi extra Ue, ma «confinanti con nazioni dell'area Schenghen», specificano i promotori, lasciando intendere che una volta sul posto si troverà, certamente, il modo di entrare. La lingua ufficiale dei trafficanti online è l'arabo (declinato nei suoi dialetti) e tra le centinaia di pagine Fb che propongono le traversate, abbondano i finti profili, le pagine chiuse e pure i fake. Noi della Verità, con l'aiuto di un traduttore madrelingua, ne abbiamo individuati alcuni, che sembrano offrire, davvero, un servizio completo di emigrazione clandestina. Una delle pagine più aggiornate, l'ultimo post risale al 5 febbraio, è quella del cosiddetto «Traghettatore di uomini» (questo il nome scelto su Fb) che offre servizi di viaggio attraverso la Turchia e per tutti i Paesi europei. Nell'immagine di copertina (aspetto che accomuna quasi tutti i profili dedicati al contrabbando di uomini) sono ritratti i possibili mezzi di trasporto con cui raggiungere l'Europa (aereo, camion, nave) e, ripetutamente, nei post viene allegato il tariffario delle traversate. «Offriamo vie di fuga attraverso la Turchia a prezzi giusti, con percorsi adatti anche a famiglie e ragazzi: il costo del viaggio è di 8.000 euro per un single e 11.000 euro per le famiglie», scrivono i trafficanti nel messaggio promozionale. Le possibilità sono diverse: «Si può andare in aereo da Istanbul con 8.500 euro verso qualsiasi destinazione europea», oppure «da Istanbul in Germania e Francia con un camion per soli 6.000 euro», o ancora «si può arrivare in Italia, con la barca, attraversando il mare spendendo solo 5.500 euro», mentre la più economica è la strada attraverso la Grecia. «Un viaggio in macchina di due ore con sconfinamento in Grecia, dalla Turchia, costa da 1.600 euro a 2.800 euro a persona», o per chi vuole spendere ancor meno c'è la possibilità di arrivare via mare, fermandosi sulle isole con tariffe che vanno da «600 a 1.500 euro a persona», a seconda del tempo impiegato. Una volta arrivati in Grecia, poi, ci si può spostare ad Atene «e da lì partire per l'Italia, attraverso il mare» per la modica cifra di 5.200 euro. Ma, state tranquilli, niente truffe: «Qualsiasi viaggio, a garanzia del cliente, si paga solo dopo l'arrivo», precisa rassicurante il Traghettatore. Tra gli amici virtuali del sedicente scafista, non mancano le proposte di viaggio attraverso la rotta balcanica. Un tale Ahmed, per esempio, propone una traversata dalla Turchia alla Bulgaria e poi da lì all'Europa per 6.000 euro in contanti: il viaggio durerà due giorni e si terrà a bordo di un camion. Un altro compare del Traghettatore, invece, offre passaggi sicuri per uscire dalla Siria (2.200 euro per mezz'ora di viaggio da Afrin ad Antiochia, prima città turca dopo il confine siriano) e «passaporti validi per ogni Paese europeo a 8.500 euro l'uno», con «prezzi speciali per i bambini sotto i dieci anni» e «pagamenti certificati». Dalla Turchia al Nord Africa, una delle pagine Fb più frequentate è quella gestita da un gruppo di algerini. È titolata «Migrazione verso l'Europa» e, a quanto pare, si occupa dei viaggi con i barchini che approdano, spesso non visti, sulle coste anche turistiche del nostro Sud Italia. Nella foto di copertina è immortalato un gruppo di ragazzotti festanti con addosso le felpe della squadra del cuore, a bordo di un motoscafo, mentre fanno il segno della vittoria. Tra le immagini del profilo, decine e decine, di scatti e video di giovani approdati su spiagge deserte dopo la traversata, mentre il motto più gettonato dagli utenti del profilo è «Ho fiducia nel fatto che ci saranno aperte le porte». Nell'elenco delle pagine social dedicate ai trafficanti un posto al sole lo merita lui, Morad Zu Wara (dal nome Zuwara, la città della Libia da cui si registrano il maggior numero di partenze), a quanto pare una vera star del settore, in attività da almeno un anno con una pagina Fb così curata da essere degna di un influencer. Zu Wara si definisce «imprenditore con l'aiuto di Dio» e su Fb conta migliaia di amici. Evidentemente il suo business è talmente fiorente, che il trafficante, come un vero self made man, per tutelarsi da possibili approfittatori, sovrascrive con il logo della sua attività gli scatti che pubblica sul Web. Dai gruppi di clandestini festanti allo sbarco ai gommoni scelti per questa o quella tratta, dai giubbotti anti annegamento alle dotazioni tecnologiche che sostiene di portare a bordo, Zu Wara fotografa ogni cosa aggiungendo in sovrimpressione sull'immagine il proprio nome affinché non possa essere riutilizzata. E con i suoi clienti comunica con chiarezza. «Buongiorno, la prima cosa che dovete sapere è che io sono un nuovo imprenditore, lavoro da solo e non ho nessun altro partner (c'è un'unica persona al timone) e al mio fianco c'è solo Dio», precisava lo scorso ottobre in un post di inizio stagione. «Quest'anno per i viaggi utilizzeremo mezzi più veloci e chiunque salga deve coordinarsi direttamente con me. Le barche sono in legno, di 8 metri con una potenza del motore 40 cv, tipo Yamaha e a bordo possono salire al massimo 20 passeggeri», aggiungeva. «Nel prezzo sono comprese tutte le attrezzature per la navigazione incluse quelle per il salvataggio, come telefono Gps, il salvagente e la strumentazione di bordo per la navigazione» e per questo «riscontrerete un piccolo aumento del prezzo rispetto allo scorso quadrimestre per rendere il viaggio più sicuro», specificava ancora. Zu Wara, che mostra, in chiaro, il numero di cellulare a cui contattarlo per qualsiasi informazione, sostiene dei suoi post di essere «in coordinamento con la Guardia costiera della Libia» e di poter «comunicare con Medici senza frontiere, che è a bordo di una chiatta italiana». Se non bastavano i profili degli scafisti, a completare il quadro aberrante ci sono pure i gruppi di discussione: pagine aperte, internazionali, frequentatissime e piene zeppe di battibecchi su quale sia la rotta migliore o il trafficante più onesto. La pagina si chiama «Immigrazione in Europa senza contrabbandieri» e alla voce informazioni si legge: «Questo gruppo nasce per ritrovare strade sicure […] senza dover dipendere dai trafficanti o dalle crisi umanitarie e ai costi più bassi. Vogliamo che tutti coloro che hanno un'esperienza personale la condividano qui affinché possano beneficiarne tutti». Tra i post della pagina si trovano le proposte più originali: «Offro inviti per entrare in territorio ucraino che condivide i suoi confini con ben tre Paesi europei: 300 dollari per soggiorno breve, 450 dollari per uno più lungo», scrive un utente. «Ciao, offriamo una traversata con una nave da crociera dall'Albania all'Italia, pagamento dopo l'arrivo, ecco il mio numero…», aggiunge un altro. E ancora: «Ho sentito che il passaggio illegale dalla Turchia è stato difficile ultimamente, avete qualche informazione?», oppure: «Cosa ne dite, per una immigrazione segreta (in Italia, ndr) è meglio il Marocco o la Libia?», si informano candidamente due utenti della pagina, probabili futuri richiedenti asilo nel nostro Paese. Ha collaborato Agc communication <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ti-serve-un-gommone-per-litalia-chiamaci-ecco-lagenzia-di-viaggi-dei-trafficanti-di-uomini-i-criminali-2-0-si-servono-pure-di-instagram-2629233376.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-criminali-2-0-si-servono-pure-di-instagram" data-post-id="2629233376" data-published-at="1782406413" data-use-pagination="False"> I criminali 2.0 si servono pure di Instagram Non solo Facebook. Ma anche Instagram, Whatsapp, Viber e Skype: tutto fa brodo per gli scafisti della nuova generazione che si rifugiano nei social media, perfetti per comunicare velocemente senza essere identificati. Facebook resta il preferito, soprattutto per la diffusione e le funzioni di messaggistica in privato, ma anche Instagram, recentemente, ha trovato il suo spazio nel business degli sbarchi. Le pagine dedicate, su questo social, alle partenze illegali, in perfetta osservanza del concept originario, fungono da vetrina per i servizi offerti dagli scafisti. La lingua ufficiale non è l'arabo ma l'inglese, le parole chiave sono sempre le stesse (Visa, Europe, travel to, eccetera) e le immagini di copertina (come per Fb) riportano spesso fotografie di bandiere, mezzi di trasporto e visti di entrata nei Paesi di destinazione, accompagnate da un numero di cellulare, «da contattare per maggiori informazioni». A quanto pare, anche questo canale funziona. Secondo una ricerca svolta dal gruppo ECrime dell'Università di Trento, dal titolo Surf and sound. The role of the Internet in people smuggling and human trafficking, tra le persone venute a conoscenza della possibilità di emigrare (illegalmente) in Europa, il 9,2% aveva avuto informazioni proprio tramite Instagram. Quella che si instaura attraverso i due social, in realtà, non è che una prima fase del contatto tra il contrabbandiere e i futuri clandestini, utile soprattutto ai trafficanti per verificare, senza esporsi, l'identità e le credenziali del potenziale cliente. Quando il rapporto è ritenuto sicuro, infatti, si passa alla messaggistica via Whatsapp, Viber o Skype. È attraverso le chat, infatti, che, il traghettatore comunica i dettagli del viaggio e stabilisce date e luoghi degli incontri e delle partenze. Per le loro caratteristiche queste applicazioni risultano particolarmente adatte allo scopo. Innanzitutto sono gratuite (per accedere è sufficiente trovarsi nei pressi di un qualsiasi Wifi gratuito) condizione che allarga considerevolmente la fascia di utenza raggiungibile. Inoltre queste tecnologie consentono agli utenti di essere identificabili tra loro, attraverso nickname che restano immutati anche cambiando telefono, scheda o provider telefonico. «Anche se cambi il numero di telefono o la sim, Whatsapp ti lascia l'opzione, se vuoi, di mantenere lo stesso vecchio profilo. In questo modo io so sempre chi sono (quelli che mi contattano, ndr) e ricevo messaggi dalle persone che sono arrivate anche se hanno cambiato numero», ha spiegato uno dei trafficanti intervistati dai ricercatori del gruppo ECrime di Trento. In un'ottica di migrazione illegale, la possibilità di cambiare numero senza perdere i propri contatti è un aspetto fondamentale. Serve ai trafficanti, che non vogliono essere rintracciati e anche ai clandestini che, per prassi, durante i viaggi verso l'Europa, si procurano nuove schede telefoniche, per ogni Paese di cui riescono a varcare il confine, o facilmente durante le traversate possono perdere o essere derubati delle dotazioni tecnologiche. Ma se i social sono utilizzati così impunemente dai contrabbandieri di uomini, come è possibile che non possano essere usati, altrettanto facilmente, per individuare e bloccare questi traffici? «Il traffico di essere umani è contro la legge e qualunque pubblicità, post, pagina o gruppo che coordini questo tipo di attività non è ammesso», ha spiegato alla Verità un portavoce di Facebook interpellato sull'argomento. «Lavoriamo a stretto contatto con le forze dell'ordine in tutto il mondo per identificare, rimuovere e segnalare quest'attività illegale e siamo costantemente impegnati per migliorare i metodi che utilizziamo per identificare i contenuti che violano le nostre policy e abbiamo triplicato il team che si occupa di sicurezza, portandolo a oltre 30.000 persone, e continuiamo a investire in tecnologia», ha aggiunto. Ma se queste sono le linee guida e se i controlli sulle pagine esistono, come è possibile che ancora il contrabbando di esseri umani prosperi in rete come se nulla fosse? Il problema sta tutto nel confine tra illegalità e libero mercato, sottilissimo quando di parla di Web. Facebook, infatti, come altri social, dichiara di essere impegnato contro la «tratta di esseri umani» e cioè quella «forma di schiavitù moderna che si verifica quando un trafficante utilizza la forza, la frode o la coercizione per controllare un'altra persona». Ma, a ben guardare, non è questo il nostro caso. Dove sta la coercizione in un post che propone un viaggio con tanto di tariffario ben in vista? Per quel che ci è dato sapere, quantomeno nell'ambito della comunicazione via social, la contrattazione tra aspiranti profughi, criminali e scafisti avviene in modo libero e paritario ed è il migrante che «contatta autonomamente il contrabbandiere o l'organizzazione per pianificare il suo viaggio, concordare il prezzo e pianificare il trasporto». La violazione dei diritti umani, dunque, a livello virtuale non c'è e, probabilmente per questo, la caccia alle streghe finisce qui. Resta inteso, che «chiunque può comunque segnalare contenuti illeciti a Fb, attraverso le pagine dedicate agli abusi».
Il fotografo Ray Banhoff. Nei due riquadri gli scatti della mostra, prima esaltata e ora condannata
Erri De Luca, venerato maestro rosso-rossissimo è stato bandito da un festival e macellato pubblicamente dai suoi ex compagni, ex amici ed ex leccapiedi per un paio di frasi sul sionismo che per altro continua a ripetere da settimane, e che ripeteva anche negli anni passati senza destare scandalo. I suoi colleghi e presunti ammiratori, oltre a un pugno di Vip e Vippetti, si sono scannati per un paio di settimane al massimo, inscenando psicodrammi e scrivendo post accorati sui social. Poi lo scandalo è svaporato come un peto in una calda giornata di giugno. Di quella diatriba e di Gaza non frega più nulla a nessuno, perché ora si deve parlare della meravigliosa vicenda di Michele Mari.
Altro giro, altro venerato maestro. Lo beccano a proferire, sul torpedone che conduce a un evento i finalisti del Premio Strega (per cui è gran favorito), qualche parola poco elegante su Michela Murgia, facendo inviperire la scrittrice Teresa Ciabatti. Si spalanca il cielo e piove grandine per 24 ore quando Repubblica sputtana lui e i suoi colleghi (tra cui si suppone qualche delatore) nelle pagine culturali. Poi inizia lo spettacolo circense: le grandi firme del Corriere della Sera e della stessa Repubblica (Aldo Cazzullo, Michele Serra, Corrado Augias) lo difendono, invocano il diritto alla privacy e sdoganano - così Massimo Recalcati - la normalità della maldicenza, che diviene accettabile perché diffusa. Altre firme, sui social, suggeriscono che vi sia un complotto per fare perdere lo Strega a Mari, altre ancora - senza fare nomi, per carità - suggeriscono che Teresa Ciabatti abbia fatto esplodere il casino per biechi fini personali. Nel frattempo, tutte le annose discussioni sul linguaggio politicamente corretto, il sessismo, il patriarcato da combattere con l'educazione sessuo-affettiva finiscono nello sciacquone e si tira l’acqua.
Tanto i progressisti rompono le balle sulla rieducazione nelle scuole per i figli degli altri che non hanno commesso nulla di male, tanto sono garantisti e tolleranti quando è uno dei loro a sbarellare e a pronunciare qualche bestialità. Quando quest’ultima eventualità si verifica, l’atteggiamento degli intellettuali di sinistra dimostra che le insistenze sul controllo del linguaggio e le invettive contro chi usa toni ruvidi sono tutte idiozie, falsità da ripetere in pubblico e negare in privato.
Mentre ancora sul Web si scannano per Mari, ecco che piomba sulla scena una nuova tragedia. Protagonista è Ray Banhoff, fotografo molto noto e amato negli ambienti alternativi-chic milanesi e non solo. Firma di Rolling Stone e dell’Espresso, talvolta ospite di prestigiose trasmissioni tv. Improvvisamente il tribunale inquisitorio dei social de sinistra scopre che il nostro eroe, dieci anni fa, ha pubblicato un libro che raccoglie alcune delle 3.000 foto scattate di nascosto a Milano, molte delle quali ritraggono ragazze e donne colte nella loro intimità. Tutto noto, tutto alla luce del sole: Banhoff aveva una sezione del suo sito dedicata a questo progetto, nel 2015 al Corriere disse candido: «Tutto è nato per gioco: scattavo di nascosto. Poi condividevo le foto con gli amici su Whatsapp... non immaginavo di farci un libro». In un’intervista più recente ha rincarato la dose: «Scattavo senza farmi vedere. Diventavo invisibile, leggevo Don Winslow, James Ellroy per imparare come si fa un pedinamento. Burroughs lo chiama l’Hombre invisible, cioè diventavo lo strumento. La gente non mi vedeva più. Io sono alto 1.86, andavo con l’iPhone in mano e scattavo qua (nel video indica il viso) o sotto la gonna e non mi vedevano. Nelle foto c’era questa esplosione di sensualità e c’era un occhio che catturava donne giovani, magre, grasse». Banhoff fotografava culi e mutandine, rubava scatti e li condivideva, poi ne ha tratto un progetto artistico di un certo successo. Ora però è diventato il nemico pubblico numero uno.
Cathy La Torre, avvocato arcobaleno sempre in lotta per le minoranze, invita le donne a denunciare in massa il fotografo, ora ridotto al più tristo ruolo di guardone. I giornali pubblicano articoli indignati sullo sfruttamento del corpo delle donne. Banhoff ha cercato di difendersi, ha rimosso dal suo sito alcune delle foto più piccanti nella speranza di sedare gli animi, ma non è bastato.
L’inquisizione lavora alacremente, e nessuno sembra notare il fatto che fino a un paio di giorni fa Banhoff era considerato un talentuoso intellettuale meritevole di grande considerazione. Nessuno si era mai posto il problema delle chiappe che fotografava per strada: dopo tutto, era un artista, uno del gruppo che conta, mica si poteva trattarlo da sporcaccione. In pratica, il fotografo ha fatto esattamente ciò che facevano i dipendenti Atm finiti nel tritacarne per avere condiviso e commentato in chat immagini di passeggere e passeggeri dei mezzi pubblici milanesi. Solo che questi poveretti non possono stendere una patina artistica sul loro operato, dunque sono divenuti immediatamente il simbolo del patriarcato imperante e meritevole di demolizione. A Banhoff è andata bene per dieci anni, poi la furia cancellatoria si è rivolta contro di lui. Lo macinerà per qualche giorno, magari emergerà qualche collega pronto a difenderlo, poi tutto sarà dimenticato. Certo, probabilmente il bravo Ray in futuro farà più fatica a lavorare. E probabilmente Michele Mari non vincerà l’ambito Strega. Ma altri li sostituiranno alla gogna. Altri sinceri progressisti divenuti all’improvviso perfidi reazionari, ex puri meritevoli di epurazione, ex amici da mandare al patibolo in nome del rispetto delle minoranze e della democrazia, ex buoni che non sopravvivono al cambiamento degli standard di modalità o che semplicemente sono divenuti sacrificabili. Così finisce la cultura di sinistra: con un insulto a una femminista e migliaia di foto di culi scattate a tradimento.
A confronto, i dipendenti Atm sono tipi da Pulitzer. O per lo meno da Premio Strega.
Continua a leggereRiduci
iStock
Prima guida pediatrica «dedicata ai temi dell’identità di genere, dell’orientamento affettivo e sessuale e dell’accoglienza delle differenze nei percorsi di cura pediatrici», è stata pubblicata il 15 giugno e verrà presentata il prossimo 6 novembre a Roma, nientepopodimeno che presso l’Istituto superiore di sanità (Iss).
Dunque, l’Italia preme per un impegno comune contro la gestazione per altri (Gpa), che nel nostro Paese è reato universale punibile anche se commessa all’estero, invece le associazioni che rappresentano i nostri medici dei bambini la descrivono come tecnica procreativa dei padri gay, fornendo istruzioni al pediatra su come gestirne le implicazioni cliniche.
Più che una guida, risulta un manuale di indottrinamento, costruito attorno alla premessa che bambini e adolescenti Lgbtqia+ «sperimentano stigma, incomprensioni e discriminazioni» e che il pediatra deve essere «primo punto di ascolto». Oltre che specialista delle malattie infantili, può anche essere un supporto per il benessere emotivo e psicologico dei bambini e un riferimento per le famiglie, ma secondo Sip e Acp dovrebbe dare assistenza al coming out, inclusa la promozione della carriera alias scolastica. Scorrendo il documento, si resta stupefatti dall’inquadramento suggerito ai pediatri.
Si parte con una annotazione che è già piena adesione al mondo Lgbtqia+, dove il simbolo addizionale è spiegato come «apertura verso un linguaggio in evoluzione, rappresentativo e rispettoso di ogni identità e vissuto». L’excusatio è altrettanto significativa: «Pur consapevoli dei limiti dell’impiego del maschile sovraesteso, si è scelto di aderirvi per garantire maggiore comprensibilità del testo e ridurre il carico cognitivo per il lettore». Insomma, un manifesto delle rivendicazioni di gay o trans anche nel linguaggio. Ma veniamo ai consigli pratici per i poveri medici. Dovrebbero utilizzare «nomi e pronomi elettivi», in base all’identità di genere che il bimbo avrebbe scelto (sic), e un «linguaggio verbale e non verbale inclusivo con bambini e bambine indipendentemente dall’espressione di genere». Ovvero asterischi, schwa che fluttuano nell’aria come nuvolette dei fumetti?
L’ambulatorio deve mostrare «segnali di accoglienza», per esempio un logo con l’arcobaleno, e nella sala d’attesa occorre lasciare in bella vista non giornaletti o giocattoli bensì «brochure/libri per bambini che rappresentino diverse tipologie di famiglie (incluse omogenitoriali) e la diversità di genere». Non è finita, il bagno deve essere «neutro rispetto al genere o con indicazione che l’accesso è libero per tutti». Per chi si fosse distratto, ricordiamo che è una guida per pediatri. Fortemente raccomandata è una modulistica inclusiva: «Indipendentemente dalla presenza di spazio dedicato nel software gestionale della cartella clinica, è importante specificare nelle note il sesso», ovvero se «maschio, femmina o indeterminato». Il genere: «Maschile/femminile/non binario/agender»; il nome d’elezione (alias).
Mamma e papà sono banditi dai moduli di iscrizione, viene suggerita la sostituzione «con diciture neutre come “genitore/genitore” anche se non legalmente riconosciuti in toto per finalità di cura». Per «prevenire il minority stress», dovuto a «stigma sociale e discriminazioni», è vietato chiedere «Che lavoro fa il papà?». Bisogna optare per un neutro «Che lavoro fanno i tuoi genitori?». Già, ma se uno dei due è morto, non si rischia di intristire il piccolo?
Il catalogo delle «parole che feriscono», e che un pediatra non deve mai utilizzare proviene direttamente dall’agenda Lgbtqia+. Guai se il medico chiede a un bimbo che si affaccia al suo studio: «Sei maschio o femmina?». Orrore fare a una bimba ben vestita l’apprezzamento: «Sembri una principessa!», così pure vanno bandite frasi del tipo: «Quando avrai dei figli…». Sì, perché secondo la guida la maternità non è un bene da affermare. Meglio optare per una recriminazione: «In Italia coppie dello stesso sesso possono unirsi civilmente e accedere all’ “adozione speciale del figlio del partner”, ma non possono accedere al matrimonio, all’adozione piena di bambini e alla Pma», lamenta il manualetto.
Attenzione a come Sip e Acp descrivono l’utero in affitto, reato universale in Italia: «Nelle coppie maschili, che ricorrono alla Gpa, il padre biologico fornisce il seme, l’altro è il genitore intenzionale; l’ovocita proviene da una donatrice, mentre la gravidanza viene portata avanti dalla gestante (secondo modalità altruistica o contrattuale), la quale rinuncia alla responsabilità genitoriale mantenendo comunque nella maggior parte dei casi rapporti di comunicazione con la famiglia».
Insomma, una pratica clinica neutra, del tutto normale.
Chissà come mai c’è chi si affanna per una moratoria, con il fine di sviluppare un quadro giuridico internazionale per abolire la Gpa in tutto il mondo. Non bastasse, le associazioni dei pediatri italiani dichiarano con assoluta certezza: «La comunità scientifica concorda, i genitori omosessuali sono adeguati quanto quelli eterosessuali». Sottinteso, ma non troppo: fateli usare il corpo delle donne per ottenere bambini da strappare alle loro mamme.
Continua a leggereRiduci
Vista aerea di Lignano Pineta negli anni '50. Nel riquadro, l'architetto Marcello d'Olivo
La riviera adriatica friulana a sud di Latisana, la penisola di Lignano, era stata nei secoli una zona incontaminata la cui parte occidentale, ricoperta da una vasta pineta e da paludi, era stata fino agli anni Venti del secolo XX colpita dalla piaga della febbre malarica e di fatto disabitata. Regno di ginestre e pini marittimi, i suoi bassi fondali sabbiosi ospitavano anguille e rombi, il suo cielo una grande varietà di uccelli acquatici. Solo all’inizio degli anni Cinquanta, con la ripresa del turismo postbellico, si pensò di svilupparla a scopo turistico come la confinante Sabbiadoro. Nel 1952 in seguito alla lottizzazione fu costituita la «Pineta Spa», inizialmente intenzionata a realizzare un grande campeggio all’ombra della macchia mediterranea. Fu l’intervento dell’ingegnere e poeta Leonardo Sinisgalli a cambiare radicalmente i progetti, sostituendoli con lo studio di una città balneare dai tratti futuristici. Per realizzarla, coinvolse l’architetto friulano Marcello D’Olivo, rappresentante dell’architettura organica italiana ispirata a quella dell’americano Frank Lloyd-Wright. L’architetto si era da poco distinto con la realizzazione della sede del Villaggio del Fanciullo di Trieste quando la città era ancora governata dagli Alleati. Sempre nel capoluogo giuliano aveva progettato nel 1951 la sede del nuovo Mercato Ortofrutticolo, realizzando una struttura futuristica a pianta circolare dove i camion potevano caricare all’ultimo piano grazie a rampe a spirale che si arrampicavano lungo la parete dell’edificio. La lottizzazione di Pineta fornì il terreno fertile per applicare la visione organica di D’Olivo su vasta scala, progettando un intero complesso residenziale.
L’architetto friulano fu incaricato nel 1952 e pochi mesi dopo abbozzò quello che sarà un esperimento unico nel panorama urbanistico italiano, caratterizzato dalla struttura a spirale delle strade di Pineta. La scelta della forma è una risultanza del bagaglio culturale dell’autore, che trae le proprie origini sia dai classici come la «spirale di Archimede» e la «Spira Mirabilis» del matematico Jakob Bernoulli, le cui caratteristiche geometriche sono dettate dall’algoritmo, ma anche dalle opere dei futuristi e di Paul Klee. Dall’altra parte la spirale o chiocciola era stata utilizzata anche dall’architetto che più aveva ispirato D’Olivo, Frank Lloyd-Wright, il cui esempio più famoso è forse la scalinata del Gugghenheim Museum di New York. La chiave di volta era stata svelata: oltre ad avere le caratteristiche estetiche e algebriche prima descritte, la forma a spirale era anche funzionale alle specifiche del progetto, che esigevano un totale rispetto della vegetazione. Le linee curve delle strade e la scarsa elevazione degli edifici rendevano possibile una visione continua del verde dei pini marittimi. Anche da un punto di vista della viabilità, la forma a chiocciola delle strade (gli «archi» intervallati da «raggi» che intersecavano le spire procedendo verso il mare) rendevano il traffico molto meno pericoloso evitando incroci perpendicolari e aumentando la visibilità, perché Lignano Pineta fu concepita per accogliere il maggior numero di automobili in un’epoca in cui si affacciava la motorizzazione di massa e l’inquinamento non era considerato un tabù. Lo sviluppo verticale degli edifici era stato rigidamente regolato da D’Olivo. Gli alberghi non potevano superare i 4 piani, come gli edifici commerciali, mentre ville e villette potevano raggiungere al massimo i 3 piani e le piccole case familiari solamente un piano. Anche per queste regole, che permettevano al cemento di integrarsi nella macchia mediterranea in modo armonico, D’Olivo fu attaccato da alcuni costruttori per le limitazioni imposte allo sviluppo in altezza in un periodo di forte speculazione edilizia. Per concludere i servizi erano tutti concentrati in un unico nucleo costruttivo, il cosiddetto «treno», un edificio lungo 110 metri dove si concentravano le principali attività commerciali, che seguiva sinuosamente le linee della spirale. Alla sommità del «treno» l’architetto scelse di realizzare coperture a forma di «tetto di pagoda», che riprendevano l’andamento sinuoso delle fronde della pineta.
La struttura urbanistica di Lignano Pineta fu realizzata tra il 1953 e il 1955 e negli anni successivi completata con la realizzazione di ville, alberghi e abitazioni. Oltre allo stesso D’Olivo, parteciparono alla loro realizzazione architetti di primo piano, seguaci dell’architettura organica che non escludeva punte di brutalismo. Grazie alla soluzione della spirale, l’uso diffuso del cemento armato riuscì nell’integrazione con l’ambiente regalando quello che ancora oggi è un esempio unico di sperimentalismo architettonico. Uniche per stile sono alcune abitazioni come quelle realizzate dallo stesso D’Olivo, come villa Sinisgalli, costruita per l’ingegnere letterato che ispirò il progetto e villa Spezzotti, un’opera che ricorda da vicino le case di Lloyd-Wright.
Lignano Pineta fu apprezzata anche da Ernest Hemingway, che nel 1954 la visitò, battezzandola entusiasticamente la «Florida d’Italia» così come il friulano Pier Paolo Pasolini che nel 1959, dopo averla visitata, dichiarò «Le architetture dei villini sono dignitose e garbate, c'è molto spazio: e l'aria che si respira è veramente degna di una piccola spiaggia europea americanizzante». Anche Alberto Sordi fu affascinato dal progetto di Pineta, dove alla fine degli anni Cinquanta acquistò una villa progettata dall'architetto Aldo Bernardis.
Marcello D’Olivo fu ammirato anche all’estero dopo la realizzazione di Lignano Pineta, soprattutto in Medio Oriente. Fu chiamato nel 1979 dal governo di Saddam Hussein per progettare il più importante monumento di Baghdad, quello del Milite Ignoto, dove l’architetto friulano realizzerà alla sommità di una collina artificiale un grande scudo che sembra fluttuare nell’aria. A Riad partecipò al progetto della città universitaria e propose un piano urbanistico, per la capitale del Gabon, Libreville.
Per chi volesse approfondire la storia del progetto e delle ville di Lignano Pineta, segnaliamo il sito web dell'associazione Raggi e ArchiTetture a questo LINK
Continua a leggereRiduci
Iran, New York socialista e Greenspan: la settimana americana tra diplomazia difficile, sinistra urbana e fine del mito della Fed.