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L’accordo tra Stati Uniti e Iran per chiudere il conflitto nel Golfo persico restava ancora ieri sera sul filo del rasoio. Potrebbe essere firmato «nei prossimi giorni», secondo un funzionario americano citato dai media israeliani Channel 12 e Times of Israel. La base sarebbe la riapertura dello stretto di Hormuz, ma prevederebbe anche «lo smaltimento di tutto l’uranio iraniano» e l’impegno di Teheran a non arricchire uranio per un periodo da stabilire.
Finora sembra esserci sintonia solo sullo Stretto, mentre l’uranio divide ancora i due Paesi e verrebbe trattato in un secondo tempo. Per questo motivo, tuttavia, funzionari del governo di Israele hanno dichiarato a Channel 12 che «a quanto pare questo accordo non serve gli interessi di Israele». Ciò perché gli israeliani temono che l’Iran si conceda il tempo necessario per la ripresa economica e militare, a seguito della quale «sarebbe difficile per gli americani e per noi tornare a combattere». Allo Stato ebraico, inoltre, più che riaprire Hormuz interessa davvero l’arresto del programma nucleare iraniano.
Il presidente Usa Donald Trump ha postato su Truth che «il tempo non è un problema»: «Ho informato i miei rappresentanti di non affrettare un accordo. Il tempo è dalla nostra parte». Nessuna fretta, semmai, al leader della Casa Bianca preme «un buon accordo», osservando: «Se ci saranno buone nuove dipenderà da me». Rivendicazione per salvare la faccia dopo che, per due mesi, Trump s’è sorbito critiche per la vaghezza della strategia che l’ha portato in un tunnel contro un Iran deciso a resistere, per non parlare del calo di popolarità. Si attenderebbe l’approvazione finale di Trump e della Guida suprema iraniana, ayatollah Mojtaba Khamenei «il che potrebbe richiedere giorni». Axios aveva già riportato dalla mattinata che la bozza attuale servirebbe a estendere il cessate il fuoco di 60 giorni, durante i quali verranno avviate ulteriori trattative per risolvere i principali nodi. Entrambi mirano alla riapertura di Hormuz e se Teheran chiede agli americani di levare il blocco navale, Washington vuole l’impegno iraniano a rimuovere le mine subacquee. Ieri, in effetti, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha discusso con il dirimpettaio Oman «questioni di sicurezza del transito navale da Hormuz», il che depone a favore della possibile risoluzione di almeno questo nodo, per cominciare. I pasdaran hanno comunicato che ieri sono transitate, col loro permesso, 33 navi in 24 ore, il che porta il totale a 150 imbarcazioni in 5 giorni.
L’Iran chiede l’allentamento delle sanzioni per tornare a vendere petrolio ai suoi clienti, fra i quali primeggia la Cina. E non è un caso che grandissimo ruolo l’abbia avuto la mediazione del Pakistan, storico alleato di Pechino, la cui diplomazia ha supportato dietro le quinte l’azione di Islamabad. Al Arabiya, del resto, ha battezzato «Dichiarazione di Islamabad» la bozza che secondo la rete saudita preparerebbe un incontro nella capitale pachistana fra delegati iraniani e statunitensi il prossimo 5 giugno. Sarebbe solo in un secondo tempo che verrebbe affrontata la questione dell’uranio, con l’auspicio di Trump di arrivare a «un accordo migliore» del Jcpoa firmato nel 2015 da Barack Obama, da cui Trump, nel suo primo mandato, era uscito unilateralmente nel 2018, giudicato insufficiente, ma spingendo così l’Iran a riprendere l’arricchimento del fissile dal 2019, per ritorsione.
Sarebbe ironico se dopo faticosi negoziati si tornasse al punto di partenza, con condizioni poco diverse da quelle di undici anni fa. Gli americani ritirerebbero le truppe dal Golfo Persico solo in caso di accordo definitivo, mentre Teheran si dice sia disposta a consegnare l’uranio alla Russia, non agli Stati Uniti. La tregua dovrebbe riguardare anche il fronte del Libano, ma col permesso a Israele di intervenire contro Hezbollah a scopi difensivi. Sul piatto, anche lo sblocco di fondi e beni iraniani congelati all’estero del valore di 25 miliardi di dollari. Secondo altri funzionari di Washington ci sarebbe l’intesa, «ma non ancora firmata» sulla riapertura di Hormuz, la quale sarebbe la condizione di partenza. Fonti governative Usa hanno fatto trapelare all’agenzia Bloomberg che l’alleggerimento delle sanzioni all’Iran sarebbe condizionato all’osservanza dell’accordo.
Anche in ore cruciali non sono mancati segni di pressione reciproca. Trump ha postato su Truth un’immagine realizzata con intelligenza artificiale che mostra un drone dell’Us Air Force che bombarda navi iraniane in mare, il tutto accompagnato dalla scritta spagnola «Adios!». Se la Casa Bianca precisa che il dito resta pronto sul grilletto delle armi, anche da Teheran si mettono in guardia gli avversari. Un funzionario iraniano ha detto alla Reuters che «il dossier nucleare non fa parte dell’accordo preliminare» e che «l’uranio non verrà consegnato», mentre l’agenzia Tasnim, vicina ai pasdaran, accusa gli Usa di «ostacolare alcune clausole dell’accordo, tra cui lo sblocco dei beni iraniani congelati», al che «rimane la possibilità che l’accordo venga annullato».
L’Argentina non è ancora sprofondata nella spirale di violenza che ha travolto Paesi come Messico o Ecuador, ma i segnali provenienti dal panorama criminale nazionale stanno diventando sempre più preoccupanti. Narcotraffico, riciclaggio di denaro, corruzione, traffico di esseri umani e infiltrazioni mafiose mostrano infatti una crescita costante, favorita dalla lunga crisi economica e dalla fragilità delle istituzioni. Per il presidente Javier Milei la sfida non riguarda soltanto il contenimento dell’inflazione e il tentativo di rilanciare un’economia in difficoltà. Sullo sfondo si consolida una minaccia ancora più complessa: il rischio che le organizzazioni criminali riescano a radicarsi stabilmente nel sistema economico e amministrativo argentino, infiltrandosi nelle zone grigie della politica, della burocrazia e delle attività produttive.
Gli analisti internazionali osservano con crescente attenzione l’evoluzione della criminalità organizzata nel Paese. L’Argentina viene ormai considerata contemporaneamente area di origine, transito e destinazione per numerosi traffici illegali che collegano Sudamerica, Europa e Asia. Uno dei simboli di questa trasformazione è Rosario, città portuale della provincia di Santa Fe, diventata il principale epicentro della guerra tra narcobande. Qui opera Los Monos, il gruppo criminale più noto e potente del Paese. Nato come clan familiare, si è progressivamente trasformato in una struttura mafiosa coinvolta nel traffico di cocaina, nelle estorsioni, nel riciclaggio e nel controllo territoriale dei quartieri più poveri. La forza di Los Monos deriva non solo dalla violenza, ma anche dalla capacità di mantenere legami con settori corrotti delle forze di sicurezza e del sistema carcerario. Secondo numerose indagini, molte operazioni continuano a essere coordinate direttamente dalle prigioni grazie alla complicità interna negli istituti penitenziari. Il principale rivale del gruppo è il clan Alvarado, altra organizzazione criminale radicata a Rosario e coinvolta nel narcotraffico, nel racket e nel traffico di armi. La guerra tra queste bande viene considerata una delle principali cause dell’aumento degli omicidi nella città, ormai diventata il simbolo della violenza criminale argentina.
Ma il problema non riguarda più soltanto le organizzazioni locali. Negli ultimi anni si è rafforzata la presenza di gruppi stranieri, soprattutto brasiliani. Tra questi emerge il Primeiro Comando da Capital, conosciuto come Pcc, considerato uno dei cartelli più potenti del Sudamerica. Nato nelle carceri di San Paolo, il Pcc utilizza il territorio argentino per il traffico internazionale di cocaina, il riciclaggio di denaro e il commercio clandestino di armi. Anche il Comando Vermelho, storica organizzazione criminale di Rio de Janeiro, mantiene collegamenti con reti attive tra Paraguay, Brasile e nord dell’Argentina. Gli investigatori temono che queste strutture possano progressivamente consolidare basi operative permanenti nel Paese, sfruttando la debolezza dei controlli di frontiera.
Le reti criminali paraguaiane svolgono invece un ruolo centrale nel traffico di cannabis. Il Paraguay resta infatti il principale produttore regionale della marijuana destinata al mercato argentino, mentre Bolivia e Perù rappresentano le principali fonti della cocaina che attraversa il Paese prima di essere spedita verso l’Europa. Come ricorda il Global Organized Crime Index, Rosario e Buenos Aires vengono considerate piattaforme logistiche fondamentali per queste rotte internazionali. Il porto sul fiume Paraná, il traffico container e le falle nei sistemi di controllo rendono molto difficile il monitoraggio completo delle spedizioni. Secondo gli investigatori, alcuni operatori locali trasformano direttamente la pasta base proveniente dalla Bolivia in cocaina pronta per l’esportazione. Nel frattempo cresce anche il consumo interno, soprattutto nelle grandi aree urbane. Le bande criminali non si limitano però al narcotraffico. Le estorsioni e il racket della protezione sono in aumento soprattutto nella Grande Buenos Aires e a Rosario. Dal 2020 il fenomeno ha registrato un forte incremento. Piccoli gruppi armati, spesso composti anche da minorenni, impongono pagamenti a commercianti e imprenditori. Molte operazioni vengono gestite direttamente dalle carceri, dove la corruzione consente ai detenuti di mantenere contatti e strutture operative esterne. Alcuni gruppi prendono di mira sindacati, circuiti finanziari e società legate alle scommesse clandestine. Parallelamente continua a crescere il traffico di esseri umani. L’Argentina è considerata un Paese di origine, transito e destinazione per le reti della tratta internazionale. Buenos Aires rappresenta il principale centro operativo, ma i casi vengono registrati anche in numerose province.
Le vittime provengono non solo dall’Argentina, ma anche da altri Paesi latinoamericani, dai Caraibi e dall’Asia. Tra i casi documentati figurano lavoratori ridotti alla schiavitù per debiti, persone transgender sfruttate sessualmente e individui attirati con false promesse di lavoro nel mondo dello spettacolo o dello sport. I trafficanti utilizzano sempre più frequentemente i social network per il reclutamento delle vittime. Le transazioni in contanti e l’enorme economia informale argentina rendono inoltre difficile il controllo dei flussi finanziari. Anche la mafia cinese mantiene una presenza significativa soprattutto a Buenos Aires. Le reti criminali legate alla comunità cinese vengono accusate di estorsioni, sfruttamento lavorativo, riciclaggio e traffico di esseri umani. Alcuni gruppi utilizzerebbero supermercati e attività commerciali per movimentare denaro illecito. L’Argentina è diventata inoltre uno dei principali mercati latinoamericani della contraffazione. Merci false provenienti da Cina, Paraguay e Bolivia invadono il mercato locale. Orologi, farmaci, componenti automobilistici, abbigliamento sportivo e prodotti agrochimici vengono introdotti illegalmente nel Paese e successivamente redistribuiti nella regione. Anche il contrabbando di sigarette, alcolici e cereali rappresenta una fonte enorme di profitto per le organizzazioni criminali. La Triplice Frontiera tra Argentina, Paraguay e Brasile continua a essere uno dei punti più critici del continente per il traffico clandestino di merci.
Le indagini internazionali hanno inoltre evidenziato il ruolo dell’Argentina nel traffico illegale di armi. Rotte che collegano Europa orientale, Turchia e Sudamerica attraversano il territorio argentino per rifornire gruppi criminali brasiliani come Pcc e Comando Vermelho. La corruzione rappresenta uno degli elementi più critici dell’intero sistema argentino. Poliziotti, funzionari penitenziari, amministratori locali e politici sono stati accusati in più occasioni di collaborare con reti criminali, manipolare prove o fornire informazioni sensibili ai narcotrafficanti. Secondo diverse inchieste, organizzazioni come Los Monos avrebbero mantenuto relazioni con esponenti politici e giudiziari in grado di garantire protezione o trattamenti favorevoli. Alcuni sindaci e funzionari locali sono stati arrestati per presunti legami con il narcotraffico. Le vulnerabilità economiche aggravano ulteriormente il problema. La fragilità dei controlli antiriciclaggio, l’evasione fiscale e l’instabilità economica rendono l’Argentina vulnerabile all’infiltrazione di capitali illeciti e organizzazioni criminali. Secondo diversi analisti, il deterioramento del quadro economico e istituzionale potrebbe rafforzare le mafie locali e internazionali. Una situazione che rischia di diventare uno dei principali ostacoli politici e sociali per Javier Milei e per la stabilità futura del Paese.
Lorenzo Cianti scrive per L’Opinione delle Libertà, Atlantico Quotidiano e il Mises Institute.
A che punto è davvero la rivoluzione di Javier Milei?
«L’ascesa di Javier Milei rappresenta uno degli esperimenti più riusciti nella promozione dei valori della libertà. Milei ha dimostrato che un’alternativa al collettivismo è possibile. Quella che nel mio saggio chiamo la “rivoluzione della motosega” è, prima di tutto, una rivoluzione culturale. Il presidente argentino ha riscoperto l’eredità di Juan Bautista Alberdi, padre intellettuale della Costituzione del 1853, e ha suscitato una curiosità inedita per gli autori della Scuola Austriaca, come Hayek, Mises e Rothbard. Nessuno prima di lui aveva osato definire lo Stato un’organizzazione criminale su vasta scala, o affermare che combattere la povertà stampando moneta equivale a combattere la stupidità stampando diplomi. Se le idee libertarie sono entrate stabilmente nel dibattito politico, è merito di Milei».
Il modello economico di Milei sta funzionando oppure no?
«Le sue riforme stanno producendo risultati concreti. Il ministro dell’Economia, Luis Caputo, è riuscito a domare la spirale inflazionistica. Nel dicembre 2023 l’inflazione mensile era schizzata al 25,5%; nell’aprile 2026 si attestava al 2,6%. Dopo una fase iniziale di arretramento, l’economia argentina ha mostrato un vigoroso rimbalzo grazie alla crescita delle esportazioni. Nel 2026 l’aumento del Pil viaggia oltre il 5%, distanziando nettamente la media dell’America Latina. Il dato più significativo riguarda la povertà. Quando Milei ha assunto la guida del Paese, il tasso di povertà era salito al 55%, mentre l’indigenza sfiorava il 17,5%. Oggi quelle cifre sono scese rispettivamente al 28,2 e al 6,3%. Rimane molto lavoro da fare, ma gli indicatori empirici puntano in una direzione promettente».
Gli argentini sostengono ancora la «motosega» di Milei?
«Il consenso di Milei si mantiene ampio e stabile. Tra i giovanissimi fa registrare percentuali bulgare: la Gen Z costituisce il nucleo del suo bacino elettorale. In meno di cinque anni, La Libertad Avanza si è trasformata da forza minoritaria nella principale formazione politica argentina. Nelle elezioni di metà mandato dell’ottobre 2025 ha conquistato una vittoria schiacciante con il 40,8%, segnando il sorpasso del blocco libertario su quello kirchnerista alla Camera dei deputati. Se questa tendenza dovesse proseguire, Milei potrebbe diventare il primo presidente non peronista riconfermato alla Casa Rosada».
La criminalità può essere un freno alla sua azione di governo?
«Milei ha compreso che la libertà non può prescindere dalla sicurezza. La sua amministrazione ha adottato una linea di tolleranza zero contro la criminalità organizzata e lo sfruttamento minorile. L’Argentina ha rafforzato i controlli alle frontiere per colpire le gang dedite al narcotraffico, potenziando la cooperazione con la Drug Enforcement Administration e il Federal Bureau of Investigation degli Stati Uniti. Inoltre, le autorità hanno disposto l’installazione di una barriera al confine con la Bolivia, nella provincia di Salta, e stanno intensificando il monitoraggio delle aree limitrofe al Brasile. Il ripristino della legalità ha favorito un crollo degli omicidi nella regione di Rosario, passati dai 287 del 2022 ai 90 del 2024. A ciò si aggiunge il drastico ridimensionamento dei piquetes e dei blocchi stradali, che per anni hanno paralizzato il Paese tra disordini, aggressioni e interruzioni della circolazione».
Il piano di Milei sta attirando investitori stranieri?
«L’Argentina sta attirando capitali esteri nei settori in cui dispone di vantaggi strutturali: energia, shale oil, gas, rame, litio, agroindustria e infrastrutture. Merita particolare attenzione la partnership con Israele. L’intesa tra YPF Tecnología e XtraLit per l’estrazione diretta del litio e la recente firma degli Accordi di Isacco testimoniano la scelta di Buenos Aires di consolidare un asse strategico con Gerusalemme».
Le riforme libertarie cambieranno davvero il futuro dell’Argentina?
«L’agenda di Milei sta imprimendo una svolta profonda all’Argentina, con effetti destinati a oltrepassare i confini nazionali. In questa prospettiva, ha promosso la nascita di un fronte latinoamericano tra governi favorevoli alla libertà economica, chiamato a contenere l’influenza del Foro di San Paolo. Il suo traguardo dichiarato è rendere l’Argentina il Paese più libero del mondo. La storia insegna che soltanto un ordine fondato sulla proprietà privata e sul mercato può esaltare le energie creative dell’individuo, restituendogli la dignità negata dalla coercizione».
Volontario anti-borseggi colpito alla testa alla stazione Centrale: «Volevo avvisare la security». La destra attacca il sindaco: «Fallite le politiche sulla sicurezza».
Magari i reati a Milano durassero appena una «week» come i tanti eventi mondani in cui si specchia il sindaco Sala, quello che «il problema della sicurezza» è frutto di «una campagna politico-mediatica» contro la metropoli, quindi non esiste, sbagliano i giornalisti a riportare gli episodi di microcriminalità che poi cambiano la «percezione» dei cittadini.
Fosse per lui, bisognerebbe dare notizia solo degli omicidi. Sono in calo? Allora va tutto bene. Oppure è colpa del governo che deve mandare più agenti. Tanto Mr Expo mica scende in metropolitana, non prende l’autobus di notte dopo il lavoro, soprattutto non è una donna. Al massimo, si è beccato qualche «tegola» per le inchieste della Procura sulla gestione urbanistica del Comune. Intanto, sotto i grattacieli, ogni giorno, le borseggiatrici continuano a fare il loro sporco lavoro: scippare turisti e pendolari, aggredire chi prova a segnalarle. Ma non ditelo ai dem: secondo loro, errano quei volontari che filmano per renderle riconoscibili sui social.
Lukas, 19 anni, professione barista, è tra i «cacciatori» di ladre in metropolitana. Sabato pomeriggio, però, la preda è diventata lui, che si è ritrovato dalla stazione Centrale alla stazione dei carabinieri di Moscova per denunciare un’aggressione. «Ero con altri volontari sulla banchina della verde, direzione Abbiategrasso, quando ho riconosciuto due borseggiatrici pronte a entrare in azione. L’età? Tra i 20 e i 25 anni, dell’Est Europa, probabilmente bosniache. Così abbiamo iniziato a mettere in atto le nostre azioni di disturbo, per esempio diffondendo alcuni messaggi dalla nostra cassa bluetooth: “Attenzione pickpocket”, “Attenzione al portafoglio”». La coppia di ladre non scappa, anzi reagisce a colpi di borsa, i ragazzi si difendono lanciando acqua dalle bottigliette. «Poi mi sono diretto verso le scale, volevo informare la security di Atm», riprende Lukas, «ma una borseggiatrice mi ha raggiunto e sferrato un colpo in testa con la cinghia della borsa, la fibbia metallica mi ha ferito, perdevo sangue». Arriva l’ambulanza, poi i carabinieri: ladre sparite. Ci sono le telecamere di sorveglianza, certo, «però vedo che certe “signorine” già denunciate continuano a girare. A parte quelle arrestate nella maxi inchiesta dei carabinieri di Venezia».
Chi glielo fa fare, Lukas? Potrebbe passare il sabato facendo cose più divertenti. «Anch’io sono stato vittima di furto, non voglio che altri provino quel sentimento di rabbia misto a vergogna. Siamo volontari liberi, non esiste un vertice che ci impone turni, sbaglia chi pensa che cerchiamo visibilità attraverso i social. Mi ha scritto Silvia Sardone (eurodeputata leghista, ndr) per farmi gli auguri di pronta guarigione». Chiediamo al giovane barista, nonché «vedetta» della stazione Centrale, qual è la tecnica più utilizzata dalle borseggiatrici per fregare i turisti: «Di solito bloccano le scale mobili con il pulsante dell’emergenza, quindi invitano le vittime prescelte, solitamente di origine asiatica perché girano con più denaro contante, a prendere l’ascensore; lì s’infilano pure loro, tra le valigie, e con destrezza mettono a segno il colpo».
Sull’aggressione ai danni di Lukas è intervenuto anche Riccardo De Corato, ex vicesindaco di Milano e attualmente deputato di Fratelli d’Italia: «Quanto accaduto nella metropolitana è l’ennesima dimostrazione del fallimento delle politiche sulla sicurezza portate avanti da Sala e dalla sua giunta. Ormai, anche chi prova a difendere i cittadini viene aggredito. Ma Palazzo Marino preferisce occuparsi di propaganda e piste ciclabili».
«Una crisi come quella di Hormuz doveva essere messa in conto. È stato riduttivo e miope pensare che l’area dove transita il grosso delle forniture di greggio mondiale potesse essere immune da squilibri geopolitici e che, chiusi i rubinetti della Russia, si potessero compensare facilmente i mancati approvvigionamenti, rivolgendosi altrove. Un altrove che secondo Bruxelles avrebbe dovuto essere immutabile nel tempo». Francesco Sassi, professore in geopolitica dell’energia all’Università di Oslo, fa uno scenario delle prospettive del conflitto nel Golfo.
Che lettura dà dell’esito del vertice dell’Eurogruppo? Durante la riunione dei ministri delle Finanze europei, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha chiesto l’attivazione della clausola di salvaguardia.
«È mancata una risposta unitaria. È l’ennesima prova che l’Europa è arrivata impreparata a questa crisi energetica. Eppure, siamo di fronte ad una situazione peggiore del 2022. Nonostante l’Europa si sia affannata a diversificare le importazioni, dopo che è venuto meno il flusso di idrocarburi dalla Russia, si è riscoperta più vulnerabile, in balia di eventi che non riesce a gestire e tantomeno a controllare. È una crisi che sta accentuando le risposte nazionali in un momento in cui servirebbe una Ue unita per far fronte a quanto avverrà nei prossimi mesi».
In che senso l’Europa è impreparata?
«Manca una visione della geopolitica dell’energia a livello globale, come se esistesse solo la crisi provocata dalla guerra ucraina. Non ci si è resi conto che non si può parlare soltanto di energia ma il tema va affrontato come politica estera, economica, industriale, ambientale. Sono settori interconnessi».
La transizione energetica ha fallito il suo obiettivo?
«La transizione energetica ha aiutato la Ue a diminuire la dipendenza dai Paesi del Golfo, ma il problema dell’autonomia non è stato strutturalmente risolto perché l’Europa dipende ancora molto dalle forniture che arrivano dall’Asia, dipende da mercati globali che non controlla e non è in grado di influenzare. E questo avviene perché non è in grado di agire nella politica estera come attore globale. Ogni Paese si muove per proprio conto. Questo lo si vede chiaramente nel rapporto con gli Stati Uniti. Ogni governo europeo agisce cercando vantaggi in modo unilaterale. Da una parte c’è la volontà di portare avanti le sanzioni alla Russia ma ci sono anche voci contrarie. L’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha affermato che andrebbe rivista la politica di phase out con Mosca, ma la sua dichiarazione è caduta nel vuoto, non ha aperto un dibattito pubblico come sarebbe stato logico. È il risultato della mancanza di una visione prospettica da parte di Bruxelles che agisce debolmente, senza prendere una linea decisa. Manca una critica di quanto fatto finora dalla Commissione. Bruxelles ha detto in modo presuntuoso che avrebbe fatto a meno dei rifornimenti di idrocarburi russi perché poteva rivolgersi al resto del mondo. Il conflitto di Hormuz ha dimostrato che nulla è immutabile, che gli scenari possono cambiare velocemente e se non si è attrezzati per far fronte al mutamento si rischia di essere travolti. Ed è quanto sta accadendo».
La Commissione Ue ha detto che va accelerata la transizione energetica.
«Va bene, ma è un processo che non può avvenire in pochi anni ed è strettamente connesso alla politica estera che l’Europa saprà darsi. Lo scenario globale è opposto a quello di 4 anni fa con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha obiettivi antitetici all’Europa, e questa che si trova a inseguire la crisi. Nel 2022, allo scoppio del conflitto ucraino, l’Europa era al centro dello scacchiere internazionale. Ora è l’Asia a determinare la velocità della crisi energetica e gli sviluppi politici non vanno nella direzione auspicata dall’Europa. La Ue è incapace di prendere un’iniziativa per contrastare gli eventi. Il rischio è che si vada verso una accentuazione delle risposte nazionali, che non faranno altro che approfondire la crisi. Il rialzo dei prezzi sta mettendo gli Stati nazionali con le spalle al muro».
Mancanza di decisionismo?
«Per capire come stanno davvero le cose basta pensare che si è cominciato a parlare con parziale allarmismo delle conseguenze energetiche del conflitto del Golfo solo 45 giorni dopo l’inizio della guerra. E ancora non si vede una risposta. Cosa intende fare l’Europa nel caso di un prolungamento del blocco di Hormuz? Come intende prepararsi al dopo? Che strategia intraprendere? Sono domande che al momento sono senza una risposta. A me pare gravissimo ma nessuno se ne stupisce».
Di questo ne traggono vantaggio i Paesi asiatici?
«Nei Paesi asiatici c’è una forte vicinanza tra i governi e le compagnie energetiche. Ovunque, dal Pakistan allo Sri Lanka al Giappone, sono state prese misure di gestione della crisi, dal taglio ai consumi agli aiuti ai consumatori. Alcuni Stati, penso all’India e al Giappone, hanno cercato deroghe dagli Usa al blocco degli acquisti di idrocarburi russi e le hanno ottenute. Il governo cinese ha esplicitamente ordinato ad alcune compagnie energetiche di non rispettare le sanzioni sulle esportazioni di petrolio iraniano. In questo modo la Cina dice che non ha interesse in ciò che gli Stati Uniti vogliono fare. Stiamo andando verso la disgregazione dell’ordine energetico mondiale. Si va verso uno scontro che non riguarda solo Hormuz. Si delineano falle e rotture che si andranno ad allargare verso le quali l’Europa non potrà far finta di nulla. Le deroghe sull’acquisto di petrolio russo garantiscono che il prezzo del petrolio in Europa non salga oltre una certa soglia. Stanno calmierando il mercato. Le maggiori vendite di greggio da parte della Russia consentono a Mosca di agire più liberamente nel contesto internazionale e di creare un buffer alle sanzioni europee. L’idea dell’Europa era di isolare la Russia. Invece, nel contesto di crisi, Mosca sta guadagnando cifre enormi dalla vendita degli idrocarburi, contrastando l’isolamento cercato dall’Europa e con il benestare della Casa Bianca».
Quale è lo scenario per l’Italia?
«L’Italia per le scorte di gas naturale, ad esempio, è in una situazione migliore di altri Paesi europei, come pure per l’accesso a forniture alternative. Il problema è che ha un alto consumo gasifero e scarse fonti proprie, e ciò ci rende più deboli. Inoltre, il nostro Paese ha mezzi economici limitati, non può agire sui mercati come Germania e Francia. Ha un sistema energetico debole, esposto a fluttuazioni delle commodities. Siamo il primo Paese importatore di gas naturale liquefatto dal Qatar, che ora non esporta nulla. Le infrastrutture colpite dall’Iran in Qatar sono proprio quelle che garantivano all’Italia buona parte del fabbisogno di Gnl. Neppure con la riapertura di Hormuz rivedremmo questo gas».
Cosa significa l’uscita degli Emirati dall’Opec?
«È l’ennesima prova di una grande instabilità politica che ha a che fare con il rapporto con l’Arabia. È la prova della frammentazione dell’ordine energetico globale come conseguenza diretta del blocco di Hormuz. Gli Emirati soffrono di più la guerra nel Golfo, sono più esposti dell’Arabia e questa linea strategica agisce sugli interessi del Paese, separandolo dagli interessi dei sauditi che vorrebbero sbrogliare la matassa attraverso la diplomazia invece della guerra».
Quali saranno le conseguenze dell’uscita dall’Opec?
«L’Opec sarà più debole, sottoposta maggiormente all’influenza dei mercati, mentre la Russia assumerà un ruolo di maggiore centralità. L’Arabia è più dipendente dalla collaborazione con la Russia nell’alleanza Opec+ e l’unico contrappeso a questa alleanza è dato dall’amministrazione Trump. Gli Emirati hanno interessi nel Corno d’Africa, nel Nord Africa e nella penisola arabica diversi da quelli dell’Arabia. Non è detto che in un prossimo futuro non si sviluppino nuove tensioni determinate dalla mancanza di un coordinamento della politica energetica. I due Paesi potrebbero trovarsi in campi opposti».
In questo scenario l’Europa è un vaso di coccio?
«È un vaso fragile la cui debolezza aumenta con il perdurare della crisi. O si agisce in anticipo rispetto ai trend negativi a cui andiamo incontro o l’Europa si troverà a rispondere a una crisi il cui epicentro è altrove. L’Europa non può pensare di tornare ad acquistare idrocarburi dalla Russia come se niente fosse. O cambia strategia o questi tentennamenti odierni saranno settimane fondamentalmente perse. O sceglie di attivare una strategia unitaria, coinvolgendo anche il Regno Unito e la Norvegia, o si rischia di arrivare a essere costretti a riacquistare idrocarburi dalla Russia. Ciò potrebbe accadere facendo cadere alcune sanzioni che vanno riconfermate ogni sei mesi. Un’alternativa è agire in anticipo, decidendo di limitare i consumi. Ma è una decisione politica complessa da coordinare in modo unitario».

