La sorella del terrorista anti Trump: «Voleva risolvere i problemi così...»

Sono ore frenetiche negli Stati Uniti: dopo gli spari alla cena annuale dei corrispondenti della Casa Bianca, la priorità è far luce sulle motivazioni dell’attentatore, ma anche valutare i protocolli di sicurezza. Cole Tomas Allen, l’autore della sparatoria all’hotel Hilton di Washington, è comparso ieri davanti al giudice federale Matthew Sharbaugh per la prima udienza sulle accuse penali. E non è escluso l’ergastolo: Sharbaugh ha annunciato che l’uomo è accusato di aver tentato di assassinare il presidente degli Stati Uniti. Allen è poi incriminato per i reati legati al possesso di armi.
Ma prima di apparire in tribunale, il suo ritratto è stato arricchito da ulteriori elementi. Stando a quanto riferito dai media americani, la sorella ha infatti ammesso al Secret service che il fratello aveva espresso il desiderio di fare «qualcosa» per far fronte ai problemi del mondo, con dichiarazioni estremiste e commenti politicamente radicali. Avrebbe anche aderito al The Wide Awakes, un gruppo di sinistra il cui nome richiama i manifestanti antischiavisti. A parlare, tramite una nota, è stato anche il gruppo di studenti liceali che avevano ricevuto lezioni private da Allen: «Siamo rimasti sconvolti. Stiamo collaborando pienamente con le forze dell’ordine». Le autorità stanno poi esaminando il messaggio di scuse che Allen avrebbe mandato ai familiari. Dopo che da Los Angeles è arrivato all’albergo che ospitava mezzo governo per l’evento, l’uomo avrebbe scritto: «Non mi aspetto il perdono, ma se avessi avuto un altro modo per arrivare così vicino, lo avrei preso». E ha anche aggiunto: «Sono un cittadino degli Stati Uniti. Ciò che fanno i miei rappresentanti si riflette su di me».
A intervenire sull’attentatore è stato anche il presidente americano, Donald Trump, nel programma 60 minutes della Cbs. Rispondendo alle domande della giornalista Norah O’Donnell, ha confermato che Allen «era un cristiano, poi si è radicalizzato ed è diventato anticristiano». E commentando il fatto che il presunto assalitore aveva preso parte a una protesta No Kings in California, il tycoon ha sentenziato: «Io non sono un re, se lo fossi non avrei a che fare con voi» riferendosi alla giornalista.
Nonostante Trump abbia sin da subito elogiato il lavoro «eccellente» del Secret service, è inevitabile che la sicurezza sia finita sotto la lente dell’amministrazione americana. Stando a quanto rivelato dal Washington Post, la cena di gala non era stata designata con la più alta classificazione di sicurezza. Il quotidiano scrive: «Quando così tanti funzionari si riuniscono in un unico luogo per funzioni ufficiali, il segretario della sicurezza interna di solito mette il Secret service a capo del coordinamento di tutta la sicurezza tramite una designazione formale nota come Evento nazionale di sicurezza speciale». Ma questa non sarebbe stata la considerazione ricevuta.
E pare quindi che il Secret service dovesse sorvegliare solo la sala dell’evento e il suo perimetro e non l’intero hotel. Non stupisce quindi che il capo di gabinetto della Casa Bianca, Susie Wiles, si riunirà all’inizio di questa settimana con gli alti funzionari del Dipartimento e del Secret service per rivedere i protocolli di sicurezza relativi agli eventi presidenziali. Nella riunione, l’amministrazione valuterà che cosa ha funzionato durante la sparatoria, senza escludere ulteriori misure per rafforzare la sicurezza. Nel frattempo, il capo dell’Fbi, Kash Patel, ha dichiarato alla trasmissione Fox and Friends che quanto successo «deve essere analizzato fino in fondo» insieme al dipartimento per la Sicurezza interna e al Secret service visto che l’episodio «ha quasi causato la morte di decine di persone, se non fosse stato per la rapida reazione degli agenti».
Peraltro, anche il presunto attentatore, che era nell’hotel Hilton già da venerdì, aveva sollevato le falle della sicurezza nel suo manifesto: «Che cosa diavolo sta facendo il Secret service? Mi aspettavo telecamere di sorveglianza ovunque, camere d’albergo sotto controllo, agenti armati ogni tre metri, metal detector a non finire e invece non c’era niente. Il livello di incompetenza è assurdo». Trump, rispondendo alle domande di O’Donnell, ha sottolineato che in realtà è stato Allen a essere «piuttosto incompetente» dato che è stato «catturato». E continuando a difendere l’operato del Secret service, ha fatto una sorta di mea culpa sostenendo di aver rallentato il lavoro degli agenti: «Quello che è successo in parte è stata colpa mia. Volevo vedere cosa stava succedendo. Ero circondato da persone fantastiche, e probabilmente li ho fatti agire un po’ più lentamente».
Ciò che invece ha fatto andare Trump su tutte le furie è stata la lettura da parte della giornalista di un passo del manifesto, in cui l’assalitore scrive di «non essere più disposto a permettere a un pedofilo, stupratore e traditore di macchiarmi le mani con i suoi crimini». Il tycoon ha quindi insultato O’Donnell: «Non sono uno stupratore, non sono un pedofilo, sono associato a cose che non hanno a che fare con me, dovresti vergognarti, non avresti dovuto leggere queste frasi». E se il presidente americano ha accusato la stampa di essere «praticamente un tutt’uno» con i dem, dall’altra parte, la first lady, Melania Trump si è scagliata contro il comico Jimmy Kimmel, sostenendo che «la sua retorica violenta e di odio punta a dividere il Paese». Il presentatore dell’Abc l’aveva apostrofata come «una vedova in attesa». A sostenere Melania è stato poi il tycoon: «Jimmy Kimmel dovrebbe essere immediatamente licenziato».





