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2023-10-16
Tutti sotto controllo
(IStock)
Non bastava prepararsi a «non possedere nulla ed essere felici»: secondo Klaus Schwab, presidente del World Economic Forum (Wef), nel paradiso che i leader del Wef stanno edificando per noi, nessuno potrà più avere privacy. «In questo nuovo mondo si dovrà accettare la trasparenza totale», ha dichiarato Schwab poche settimane fa, «tutto sarà trasparente, bisognerà abituarcisi e comportarsi di conseguenza. La trasparenza sarà integrata nella personalità degli individui. Ma se non si ha nulla da nascondere, non si dovrebbe aver paura». Il concetto è «male non fare, paura non avere», ma somiglia di più a una distopica corruzione della nobile parola trasparenza.
La «trasparenza» è stata una delle grandi riforme americane del dopoguerra. Nel 1955, il deputato democratico californiano John Moss, apprezzato sia dai democratici che dai repubblicani e mai sconfitto in alcuna elezione, introdusse una legge che sarebbe diventata il fiore all’occhiello della democrazia americana, il Freedom of Information Act (acronomizzato in Foia). Il Foia è la legge federale sulla libertà d’informazione degli Stati Uniti, che consente la divulgazione totale o parziale d’informazioni e documenti controllati dalle autorità pubbliche statunitensi. Il provvedimento garantisce la trasparenza della pubblica amministrazione nei confronti del cittadino e ha lo scopo di rendere più trasparenti le funzioni delle agenzie governative statunitensi, in modo che i cittadini americani possano identificare più facilmente i problemi nel funzionamento del governo e fare pressione sul Congresso, sui funzionari delle agenzie e sul presidente per affrontarli.
Il Foia fu osteggiato fin dall’inizio da quasi tutte le principali agenzie governative. A sostenerlo, per i repubblicani, fu un giovane Donald Rumsfeld. Dopo una serie di modifiche, la legge nel 1966 passò alla Camera con 307 voti favorevoli e nessun voto contrario: il presidente di allora, Lyndon B. Johnson, fu costretto a firmarla. Le istituzioni non si rassegnarono ma la stampa, allora, fece davvero da «cane da guardia» del potere. Quando nel 1971, un anno prima del Watergate, scoppiò l’affaire dei Pentagon Papers (i documenti top secret del Dipartimento della difesa Usa sulla guerra in Vietnam), il New York Times e il Washington Post - che erano stati censurati dall’amministrazione Johnson per averli pubblicati - portarono il caso alla Corte Suprema che, pochi giorni dopo, annullò l’ingiunzione del governo Usa per violazione del primo emendamento. La motivazione del verdetto fu: «La stampa serve chi è governato, non chi governa».
Il principio di trasparenza insito nel Freedom of Information Act ha conferito alla stampa e ai privati cittadini lo straordinario potere d’indagare su ciò che avveniva nelle stanze dei bottoni, un tempo impenetrabili. Le richieste ai sensi del Foia hanno reso pubblici gli affari dell’Fbi e della Cia. Più recentemente, è grazie al Foia che è stato scoperto che Anthony Fauci ha nascosto alla popolazione mondiale le evidenze scientifiche sulla vera origine del coronavirus, molto probabilmente uscito da un laboratorio, quello cinese di Wuhan. Per decenni la trasparenza, insomma, è stata interpretata in senso pro democratico, dando ai cittadini il potere di controllare l’operato di governi e funzionari pubblici e di verificare come erano spesi i soldi dei contribuenti. La parola è diventata sinonimo di lotta contro l'abuso di potere, attraverso organizzazioni come il «Corruption Perceptions Index» di Transparency International.
Quando sono uscite le rivelazioni di Julian Assange su Wikileaks e poi quelle di Edward Snowden, l’America liberale è rimasta sotto choc. Non parliamo di cent’anni fa: il sondaggio Pew che ha rivelato che il 40% del Paese era «abbastanza» o «molto» preoccupato che le proprie comunicazioni private fossero state violate è del 2015 e in quegli anni c’è stata un’ondata di sostegno pubblico per Snowden e Assange.
In pochi anni, in concomitanza con l’elezione di Donald Trump, è cambiato tutto: Snowden e Assange sono oggi considerati agenti stranieri (probabilmente russi) e trattati come tali. All’improvviso, gli informatori sono diventati «cattivi» e i documenti autentici sono stati bollati come «disinformazione». Le libertà civili sono ormai considerate una scusa per proteggere razzisti e agenti di disinformazione. Seymour Hersh, Premio Pulitzer nel 1970 per aver denunciato i crimini di guerra commessi nel villaggio vietnamita di My Lai, ha recentemente rivelato che i gasdotti Nord Stream 1 e 2 non sono stati (auto)sabotati, come è stato lasciato intendere alla popolazione mondiale, da Vladimir Putin che ci ha speso 21 miliardi di euro ma, verosimilmente, da americani e norvegesi. Poiché la fonte di Hersch è anonima, il suo articolo è stato immediatamente bollato come «falso».
Sono bastati, insomma, pochi anni, una pandemia e due guerre e il termine «trasparenza» è stato completamente stravolto e capovolto, diventando l’opposto di ciò che John Moss aveva immaginato. Oggi, quando politici e media parlano di «trasparenza», si riferiscono al potere di ottenere «trasparenza» sulle attività dei privati cittadini. Nei dibattiti interni sulle proposte di legge come il Digital Services Act europeo, approvato a fine agosto, la Commissione Ue si è chiesta come aziende come X-Twitter potessero servire meglio i governi che tentano di sradicare la «disinformazione», fornendo maggiore «trasparenza ai servizi di intelligence» (sic). Nel 2021, l’Aspen Institute ha pubblicato un rapporto sull’«Information disorder» che contiene un’intera sezione di «Raccomandazioni per aumentare la trasparenza». In questa sezione è scritto nero su bianco che «sebbene la protezione della privacy degli utenti sia importante, alle piattaforme non dovrebbe essere consentito di utilizzare la privacy come pretesto per limitare la ricerca di dati e informazioni sui cittadini». La stampa, che dovrebbe sfidare il potere, ne è ormai diventato l’agente esecutore.
Le ultime dichiarazioni di Schwab sono soltanto la ciliegina sulla torta e rappresentano l’apice dell’interpretazione distopica che ormai si sta dando al termine «trasparenza»: il principio è stato completamente ribaltato e oggi sta a significare un sistema inevitabile di totale assenza di privacy che le popolazioni dovranno imparare ad accettare. Sono questi i principi che animano, oggi, i fact-checker, sacerdoti della nuova «trasparenza»: per loro, la privacy personale è pericolosa, la segretezza istituzionale no. Ormai trasparenza significa cedere privacy allo Stato, mentre dovrebbe essere il contrario.
Le nuove avanguardie intellettuali con la mano destra perseguono la trasparenza totale quando si tratta di rovistare nelle opinioni personali dei cittadini, con quella sinistra si oppongono a qualsiasi tentativo di controllo sull’operato delle istituzioni. In sintesi, se anni fa a fare scandalo erano gli abusi delle istituzioni, oggi lo scandalo siamo noi, le nostre informazioni, le nostre opinioni.
Clima, salute, sicurezza: i pretesti per accendere nuove videocamere
Trasparenza o sorveglianza? I pretesti alla base della manipolazione orwelliana del principio di trasparenza sono molti: la sicurezza, i cambiamenti climatici, la salute pubblica, l’evasione fiscale. A Trento, come ha mostrato il servizio di Fuori dal Coro lo scorso 27 settembre, il centro storico è stato popolato di telecamere e microfoni nell’ambito di tre iniziative (Marvel, Protector e Precrisis) sull’intelligenza artificiale portate avanti dalla Fondazione Bruno Kessler, quella che, nel 2020, suggerì al ministro della salute Roberto Speranza di continuare a tenere i cittadini in lockdown. Le previsioni della Fondazione si sono poi rivelate completamente sbagliate, ma questa è un’altra storia. Il sindaco di centrosinistra Franco Ianeselli, ex Cgil, ha immediatamente bollato il servizio come «disinformazione cospirazionista»: «I dati sono anonimizzati», ha detto il primo cittadino del capoluogo trentino, l’obiettivo sarebbe di «migliorare la sicurezza della città»: eppure, il numero di crimini commessi non è inversamente proporzionale al numero di telecamere installate (Mosca, una delle capitali della criminalità, è una delle città con più telecamere al mondo); inoltre, gli impianti integrati con l’intelligenza artificiale consentono l’identificazione delle persone tramite riconoscimento facciale: altro che «anonimi».
Quello di Trento, però, non è un caso isolato. Le «smart cities» in Italia sono 26. Firenze si conferma regina, al secondo posto troviamo Milano, che usa la sorveglianza contro il cambiamento climatico. A Venezia dal 2020 è attiva la la Smart Control Room (Scr), operativa h24, sviluppata da Venis SpA e Tim. La Scr ha utilizzato le 400 telecamere di sorveglianza installate in città per individuare gli assembramenti durante il lockdown. Allora, il pretesto era la salute pubblica, oggi la Scr controlla il flusso turistico. Il progetto Smart Ivrea, invece, serve per «ottimizzare l’erogazione dei servizi pubblici, introducendo alcuni principi dell’economia comportamentale (sistema premiale per l’assunzione di comportamenti virtuosi del cittadino)». Esattamente gli stessi principi su cui si basa il sistema di credito sociale individuale cinese, programma basato su tecnologia e videosorveglianza, progettato per indurre i cittadini ad adottare un comportamento migliore. Il credito varia a seconda delle azioni compiute dal cittadino: gettare la carta per terra fa perdere 50 punti, segnalare un delinquente alla polizia aumenta il credito di 200 punti. Dal credito dipende l’esistenza sociale del cittadino. Se il credito si esaurisce, si perdono diritti: non si può più partire, non si può avere una carta di credito, i soldi in banca sono bloccati. Smart Ivrea introduce anche i «principi della governance partecipata (eVoting e crowdfunding)» e «il primo ecosistema nazionale di moneta virtuale (Ivrea-Coin)» che potrebbe portare, a breve, all’eliminazione del denaro contante.
A Oxford il City Council ha approvato già l’anno scorso nuove policies per multare di 70 sterline chi passa per i varchi più di tot volte a settimana: i legislatori sostengono di averle introdotte per «salvaguardare la salute pubblica». In America diversi distretti scolastici hanno utilizzato le tecnologie di sorveglianza automatizzata per identificare i bambini senza mascherina.
L’impatto della sorveglianza tecnologica è sempre più opprimente: in Italia le telecamere, che nel 2015 erano 0,77 ogni 10 abitanti, per un totale di circa due milioni di telecamere, sono aumentate a 1,45 ogni 10 abitanti. È la trasparenza, bellezza.
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Il concetto di «trasparenza» è stato stravolto nel giro di pochi anni: da strumento con cui la stampa e i cittadini potevano vigilare sull’operato di governi e funzionari pubblici, verificando come venissero spesi i soldi dei contribuenti, è diventato l’arma con cui il potere sorveglia i cittadini e le loro opinioni. «Nel nuovo mondo», ha dichiarato poche settimane fa Klaus Schwab, presidente del World Economic Forum, «si dovrà accettare la trasparenza totale: tutto sarà trasparente, bisognerà abituarcisi e comportarsi di conseguenza. Ma se non si ha nulla da nascondere, non si deve aver paura». Uno scenario da distopia totalitaria.Ivrea studia un progetto di sorveglianza alla cinese: premiati i cittadini «virtuosi».Lo speciale contiene due articoli.Non bastava prepararsi a «non possedere nulla ed essere felici»: secondo Klaus Schwab, presidente del World Economic Forum (Wef), nel paradiso che i leader del Wef stanno edificando per noi, nessuno potrà più avere privacy. «In questo nuovo mondo si dovrà accettare la trasparenza totale», ha dichiarato Schwab poche settimane fa, «tutto sarà trasparente, bisognerà abituarcisi e comportarsi di conseguenza. La trasparenza sarà integrata nella personalità degli individui. Ma se non si ha nulla da nascondere, non si dovrebbe aver paura». Il concetto è «male non fare, paura non avere», ma somiglia di più a una distopica corruzione della nobile parola trasparenza. La «trasparenza» è stata una delle grandi riforme americane del dopoguerra. Nel 1955, il deputato democratico californiano John Moss, apprezzato sia dai democratici che dai repubblicani e mai sconfitto in alcuna elezione, introdusse una legge che sarebbe diventata il fiore all’occhiello della democrazia americana, il Freedom of Information Act (acronomizzato in Foia). Il Foia è la legge federale sulla libertà d’informazione degli Stati Uniti, che consente la divulgazione totale o parziale d’informazioni e documenti controllati dalle autorità pubbliche statunitensi. Il provvedimento garantisce la trasparenza della pubblica amministrazione nei confronti del cittadino e ha lo scopo di rendere più trasparenti le funzioni delle agenzie governative statunitensi, in modo che i cittadini americani possano identificare più facilmente i problemi nel funzionamento del governo e fare pressione sul Congresso, sui funzionari delle agenzie e sul presidente per affrontarli.Il Foia fu osteggiato fin dall’inizio da quasi tutte le principali agenzie governative. A sostenerlo, per i repubblicani, fu un giovane Donald Rumsfeld. Dopo una serie di modifiche, la legge nel 1966 passò alla Camera con 307 voti favorevoli e nessun voto contrario: il presidente di allora, Lyndon B. Johnson, fu costretto a firmarla. Le istituzioni non si rassegnarono ma la stampa, allora, fece davvero da «cane da guardia» del potere. Quando nel 1971, un anno prima del Watergate, scoppiò l’affaire dei Pentagon Papers (i documenti top secret del Dipartimento della difesa Usa sulla guerra in Vietnam), il New York Times e il Washington Post - che erano stati censurati dall’amministrazione Johnson per averli pubblicati - portarono il caso alla Corte Suprema che, pochi giorni dopo, annullò l’ingiunzione del governo Usa per violazione del primo emendamento. La motivazione del verdetto fu: «La stampa serve chi è governato, non chi governa». Il principio di trasparenza insito nel Freedom of Information Act ha conferito alla stampa e ai privati cittadini lo straordinario potere d’indagare su ciò che avveniva nelle stanze dei bottoni, un tempo impenetrabili. Le richieste ai sensi del Foia hanno reso pubblici gli affari dell’Fbi e della Cia. Più recentemente, è grazie al Foia che è stato scoperto che Anthony Fauci ha nascosto alla popolazione mondiale le evidenze scientifiche sulla vera origine del coronavirus, molto probabilmente uscito da un laboratorio, quello cinese di Wuhan. Per decenni la trasparenza, insomma, è stata interpretata in senso pro democratico, dando ai cittadini il potere di controllare l’operato di governi e funzionari pubblici e di verificare come erano spesi i soldi dei contribuenti. La parola è diventata sinonimo di lotta contro l'abuso di potere, attraverso organizzazioni come il «Corruption Perceptions Index» di Transparency International. Quando sono uscite le rivelazioni di Julian Assange su Wikileaks e poi quelle di Edward Snowden, l’America liberale è rimasta sotto choc. Non parliamo di cent’anni fa: il sondaggio Pew che ha rivelato che il 40% del Paese era «abbastanza» o «molto» preoccupato che le proprie comunicazioni private fossero state violate è del 2015 e in quegli anni c’è stata un’ondata di sostegno pubblico per Snowden e Assange. In pochi anni, in concomitanza con l’elezione di Donald Trump, è cambiato tutto: Snowden e Assange sono oggi considerati agenti stranieri (probabilmente russi) e trattati come tali. All’improvviso, gli informatori sono diventati «cattivi» e i documenti autentici sono stati bollati come «disinformazione». Le libertà civili sono ormai considerate una scusa per proteggere razzisti e agenti di disinformazione. Seymour Hersh, Premio Pulitzer nel 1970 per aver denunciato i crimini di guerra commessi nel villaggio vietnamita di My Lai, ha recentemente rivelato che i gasdotti Nord Stream 1 e 2 non sono stati (auto)sabotati, come è stato lasciato intendere alla popolazione mondiale, da Vladimir Putin che ci ha speso 21 miliardi di euro ma, verosimilmente, da americani e norvegesi. Poiché la fonte di Hersch è anonima, il suo articolo è stato immediatamente bollato come «falso».Sono bastati, insomma, pochi anni, una pandemia e due guerre e il termine «trasparenza» è stato completamente stravolto e capovolto, diventando l’opposto di ciò che John Moss aveva immaginato. Oggi, quando politici e media parlano di «trasparenza», si riferiscono al potere di ottenere «trasparenza» sulle attività dei privati cittadini. Nei dibattiti interni sulle proposte di legge come il Digital Services Act europeo, approvato a fine agosto, la Commissione Ue si è chiesta come aziende come X-Twitter potessero servire meglio i governi che tentano di sradicare la «disinformazione», fornendo maggiore «trasparenza ai servizi di intelligence» (sic). Nel 2021, l’Aspen Institute ha pubblicato un rapporto sull’«Information disorder» che contiene un’intera sezione di «Raccomandazioni per aumentare la trasparenza». In questa sezione è scritto nero su bianco che «sebbene la protezione della privacy degli utenti sia importante, alle piattaforme non dovrebbe essere consentito di utilizzare la privacy come pretesto per limitare la ricerca di dati e informazioni sui cittadini». La stampa, che dovrebbe sfidare il potere, ne è ormai diventato l’agente esecutore.Le ultime dichiarazioni di Schwab sono soltanto la ciliegina sulla torta e rappresentano l’apice dell’interpretazione distopica che ormai si sta dando al termine «trasparenza»: il principio è stato completamente ribaltato e oggi sta a significare un sistema inevitabile di totale assenza di privacy che le popolazioni dovranno imparare ad accettare. Sono questi i principi che animano, oggi, i fact-checker, sacerdoti della nuova «trasparenza»: per loro, la privacy personale è pericolosa, la segretezza istituzionale no. Ormai trasparenza significa cedere privacy allo Stato, mentre dovrebbe essere il contrario.Le nuove avanguardie intellettuali con la mano destra perseguono la trasparenza totale quando si tratta di rovistare nelle opinioni personali dei cittadini, con quella sinistra si oppongono a qualsiasi tentativo di controllo sull’operato delle istituzioni. In sintesi, se anni fa a fare scandalo erano gli abusi delle istituzioni, oggi lo scandalo siamo noi, le nostre informazioni, le nostre opinioni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/telecamere-tecnologia-liberta-privacy-2665977650.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="clima-salute-sicurezza-i-pretesti-per-accendere-nuove-videocamere" data-post-id="2665977650" data-published-at="1697451031" data-use-pagination="False"> Clima, salute, sicurezza: i pretesti per accendere nuove videocamere Trasparenza o sorveglianza? I pretesti alla base della manipolazione orwelliana del principio di trasparenza sono molti: la sicurezza, i cambiamenti climatici, la salute pubblica, l’evasione fiscale. A Trento, come ha mostrato il servizio di Fuori dal Coro lo scorso 27 settembre, il centro storico è stato popolato di telecamere e microfoni nell’ambito di tre iniziative (Marvel, Protector e Precrisis) sull’intelligenza artificiale portate avanti dalla Fondazione Bruno Kessler, quella che, nel 2020, suggerì al ministro della salute Roberto Speranza di continuare a tenere i cittadini in lockdown. Le previsioni della Fondazione si sono poi rivelate completamente sbagliate, ma questa è un’altra storia. Il sindaco di centrosinistra Franco Ianeselli, ex Cgil, ha immediatamente bollato il servizio come «disinformazione cospirazionista»: «I dati sono anonimizzati», ha detto il primo cittadino del capoluogo trentino, l’obiettivo sarebbe di «migliorare la sicurezza della città»: eppure, il numero di crimini commessi non è inversamente proporzionale al numero di telecamere installate (Mosca, una delle capitali della criminalità, è una delle città con più telecamere al mondo); inoltre, gli impianti integrati con l’intelligenza artificiale consentono l’identificazione delle persone tramite riconoscimento facciale: altro che «anonimi». Quello di Trento, però, non è un caso isolato. Le «smart cities» in Italia sono 26. Firenze si conferma regina, al secondo posto troviamo Milano, che usa la sorveglianza contro il cambiamento climatico. A Venezia dal 2020 è attiva la la Smart Control Room (Scr), operativa h24, sviluppata da Venis SpA e Tim. La Scr ha utilizzato le 400 telecamere di sorveglianza installate in città per individuare gli assembramenti durante il lockdown. Allora, il pretesto era la salute pubblica, oggi la Scr controlla il flusso turistico. Il progetto Smart Ivrea, invece, serve per «ottimizzare l’erogazione dei servizi pubblici, introducendo alcuni principi dell’economia comportamentale (sistema premiale per l’assunzione di comportamenti virtuosi del cittadino)». Esattamente gli stessi principi su cui si basa il sistema di credito sociale individuale cinese, programma basato su tecnologia e videosorveglianza, progettato per indurre i cittadini ad adottare un comportamento migliore. Il credito varia a seconda delle azioni compiute dal cittadino: gettare la carta per terra fa perdere 50 punti, segnalare un delinquente alla polizia aumenta il credito di 200 punti. Dal credito dipende l’esistenza sociale del cittadino. Se il credito si esaurisce, si perdono diritti: non si può più partire, non si può avere una carta di credito, i soldi in banca sono bloccati. Smart Ivrea introduce anche i «principi della governance partecipata (eVoting e crowdfunding)» e «il primo ecosistema nazionale di moneta virtuale (Ivrea-Coin)» che potrebbe portare, a breve, all’eliminazione del denaro contante. A Oxford il City Council ha approvato già l’anno scorso nuove policies per multare di 70 sterline chi passa per i varchi più di tot volte a settimana: i legislatori sostengono di averle introdotte per «salvaguardare la salute pubblica». In America diversi distretti scolastici hanno utilizzato le tecnologie di sorveglianza automatizzata per identificare i bambini senza mascherina. L’impatto della sorveglianza tecnologica è sempre più opprimente: in Italia le telecamere, che nel 2015 erano 0,77 ogni 10 abitanti, per un totale di circa due milioni di telecamere, sono aumentate a 1,45 ogni 10 abitanti. È la trasparenza, bellezza.
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
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