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2023-10-16
Tutti sotto controllo
(IStock)
Non bastava prepararsi a «non possedere nulla ed essere felici»: secondo Klaus Schwab, presidente del World Economic Forum (Wef), nel paradiso che i leader del Wef stanno edificando per noi, nessuno potrà più avere privacy. «In questo nuovo mondo si dovrà accettare la trasparenza totale», ha dichiarato Schwab poche settimane fa, «tutto sarà trasparente, bisognerà abituarcisi e comportarsi di conseguenza. La trasparenza sarà integrata nella personalità degli individui. Ma se non si ha nulla da nascondere, non si dovrebbe aver paura». Il concetto è «male non fare, paura non avere», ma somiglia di più a una distopica corruzione della nobile parola trasparenza.
La «trasparenza» è stata una delle grandi riforme americane del dopoguerra. Nel 1955, il deputato democratico californiano John Moss, apprezzato sia dai democratici che dai repubblicani e mai sconfitto in alcuna elezione, introdusse una legge che sarebbe diventata il fiore all’occhiello della democrazia americana, il Freedom of Information Act (acronomizzato in Foia). Il Foia è la legge federale sulla libertà d’informazione degli Stati Uniti, che consente la divulgazione totale o parziale d’informazioni e documenti controllati dalle autorità pubbliche statunitensi. Il provvedimento garantisce la trasparenza della pubblica amministrazione nei confronti del cittadino e ha lo scopo di rendere più trasparenti le funzioni delle agenzie governative statunitensi, in modo che i cittadini americani possano identificare più facilmente i problemi nel funzionamento del governo e fare pressione sul Congresso, sui funzionari delle agenzie e sul presidente per affrontarli.
Il Foia fu osteggiato fin dall’inizio da quasi tutte le principali agenzie governative. A sostenerlo, per i repubblicani, fu un giovane Donald Rumsfeld. Dopo una serie di modifiche, la legge nel 1966 passò alla Camera con 307 voti favorevoli e nessun voto contrario: il presidente di allora, Lyndon B. Johnson, fu costretto a firmarla. Le istituzioni non si rassegnarono ma la stampa, allora, fece davvero da «cane da guardia» del potere. Quando nel 1971, un anno prima del Watergate, scoppiò l’affaire dei Pentagon Papers (i documenti top secret del Dipartimento della difesa Usa sulla guerra in Vietnam), il New York Times e il Washington Post - che erano stati censurati dall’amministrazione Johnson per averli pubblicati - portarono il caso alla Corte Suprema che, pochi giorni dopo, annullò l’ingiunzione del governo Usa per violazione del primo emendamento. La motivazione del verdetto fu: «La stampa serve chi è governato, non chi governa».
Il principio di trasparenza insito nel Freedom of Information Act ha conferito alla stampa e ai privati cittadini lo straordinario potere d’indagare su ciò che avveniva nelle stanze dei bottoni, un tempo impenetrabili. Le richieste ai sensi del Foia hanno reso pubblici gli affari dell’Fbi e della Cia. Più recentemente, è grazie al Foia che è stato scoperto che Anthony Fauci ha nascosto alla popolazione mondiale le evidenze scientifiche sulla vera origine del coronavirus, molto probabilmente uscito da un laboratorio, quello cinese di Wuhan. Per decenni la trasparenza, insomma, è stata interpretata in senso pro democratico, dando ai cittadini il potere di controllare l’operato di governi e funzionari pubblici e di verificare come erano spesi i soldi dei contribuenti. La parola è diventata sinonimo di lotta contro l'abuso di potere, attraverso organizzazioni come il «Corruption Perceptions Index» di Transparency International.
Quando sono uscite le rivelazioni di Julian Assange su Wikileaks e poi quelle di Edward Snowden, l’America liberale è rimasta sotto choc. Non parliamo di cent’anni fa: il sondaggio Pew che ha rivelato che il 40% del Paese era «abbastanza» o «molto» preoccupato che le proprie comunicazioni private fossero state violate è del 2015 e in quegli anni c’è stata un’ondata di sostegno pubblico per Snowden e Assange.
In pochi anni, in concomitanza con l’elezione di Donald Trump, è cambiato tutto: Snowden e Assange sono oggi considerati agenti stranieri (probabilmente russi) e trattati come tali. All’improvviso, gli informatori sono diventati «cattivi» e i documenti autentici sono stati bollati come «disinformazione». Le libertà civili sono ormai considerate una scusa per proteggere razzisti e agenti di disinformazione. Seymour Hersh, Premio Pulitzer nel 1970 per aver denunciato i crimini di guerra commessi nel villaggio vietnamita di My Lai, ha recentemente rivelato che i gasdotti Nord Stream 1 e 2 non sono stati (auto)sabotati, come è stato lasciato intendere alla popolazione mondiale, da Vladimir Putin che ci ha speso 21 miliardi di euro ma, verosimilmente, da americani e norvegesi. Poiché la fonte di Hersch è anonima, il suo articolo è stato immediatamente bollato come «falso».
Sono bastati, insomma, pochi anni, una pandemia e due guerre e il termine «trasparenza» è stato completamente stravolto e capovolto, diventando l’opposto di ciò che John Moss aveva immaginato. Oggi, quando politici e media parlano di «trasparenza», si riferiscono al potere di ottenere «trasparenza» sulle attività dei privati cittadini. Nei dibattiti interni sulle proposte di legge come il Digital Services Act europeo, approvato a fine agosto, la Commissione Ue si è chiesta come aziende come X-Twitter potessero servire meglio i governi che tentano di sradicare la «disinformazione», fornendo maggiore «trasparenza ai servizi di intelligence» (sic). Nel 2021, l’Aspen Institute ha pubblicato un rapporto sull’«Information disorder» che contiene un’intera sezione di «Raccomandazioni per aumentare la trasparenza». In questa sezione è scritto nero su bianco che «sebbene la protezione della privacy degli utenti sia importante, alle piattaforme non dovrebbe essere consentito di utilizzare la privacy come pretesto per limitare la ricerca di dati e informazioni sui cittadini». La stampa, che dovrebbe sfidare il potere, ne è ormai diventato l’agente esecutore.
Le ultime dichiarazioni di Schwab sono soltanto la ciliegina sulla torta e rappresentano l’apice dell’interpretazione distopica che ormai si sta dando al termine «trasparenza»: il principio è stato completamente ribaltato e oggi sta a significare un sistema inevitabile di totale assenza di privacy che le popolazioni dovranno imparare ad accettare. Sono questi i principi che animano, oggi, i fact-checker, sacerdoti della nuova «trasparenza»: per loro, la privacy personale è pericolosa, la segretezza istituzionale no. Ormai trasparenza significa cedere privacy allo Stato, mentre dovrebbe essere il contrario.
Le nuove avanguardie intellettuali con la mano destra perseguono la trasparenza totale quando si tratta di rovistare nelle opinioni personali dei cittadini, con quella sinistra si oppongono a qualsiasi tentativo di controllo sull’operato delle istituzioni. In sintesi, se anni fa a fare scandalo erano gli abusi delle istituzioni, oggi lo scandalo siamo noi, le nostre informazioni, le nostre opinioni.
Clima, salute, sicurezza: i pretesti per accendere nuove videocamere
Trasparenza o sorveglianza? I pretesti alla base della manipolazione orwelliana del principio di trasparenza sono molti: la sicurezza, i cambiamenti climatici, la salute pubblica, l’evasione fiscale. A Trento, come ha mostrato il servizio di Fuori dal Coro lo scorso 27 settembre, il centro storico è stato popolato di telecamere e microfoni nell’ambito di tre iniziative (Marvel, Protector e Precrisis) sull’intelligenza artificiale portate avanti dalla Fondazione Bruno Kessler, quella che, nel 2020, suggerì al ministro della salute Roberto Speranza di continuare a tenere i cittadini in lockdown. Le previsioni della Fondazione si sono poi rivelate completamente sbagliate, ma questa è un’altra storia. Il sindaco di centrosinistra Franco Ianeselli, ex Cgil, ha immediatamente bollato il servizio come «disinformazione cospirazionista»: «I dati sono anonimizzati», ha detto il primo cittadino del capoluogo trentino, l’obiettivo sarebbe di «migliorare la sicurezza della città»: eppure, il numero di crimini commessi non è inversamente proporzionale al numero di telecamere installate (Mosca, una delle capitali della criminalità, è una delle città con più telecamere al mondo); inoltre, gli impianti integrati con l’intelligenza artificiale consentono l’identificazione delle persone tramite riconoscimento facciale: altro che «anonimi».
Quello di Trento, però, non è un caso isolato. Le «smart cities» in Italia sono 26. Firenze si conferma regina, al secondo posto troviamo Milano, che usa la sorveglianza contro il cambiamento climatico. A Venezia dal 2020 è attiva la la Smart Control Room (Scr), operativa h24, sviluppata da Venis SpA e Tim. La Scr ha utilizzato le 400 telecamere di sorveglianza installate in città per individuare gli assembramenti durante il lockdown. Allora, il pretesto era la salute pubblica, oggi la Scr controlla il flusso turistico. Il progetto Smart Ivrea, invece, serve per «ottimizzare l’erogazione dei servizi pubblici, introducendo alcuni principi dell’economia comportamentale (sistema premiale per l’assunzione di comportamenti virtuosi del cittadino)». Esattamente gli stessi principi su cui si basa il sistema di credito sociale individuale cinese, programma basato su tecnologia e videosorveglianza, progettato per indurre i cittadini ad adottare un comportamento migliore. Il credito varia a seconda delle azioni compiute dal cittadino: gettare la carta per terra fa perdere 50 punti, segnalare un delinquente alla polizia aumenta il credito di 200 punti. Dal credito dipende l’esistenza sociale del cittadino. Se il credito si esaurisce, si perdono diritti: non si può più partire, non si può avere una carta di credito, i soldi in banca sono bloccati. Smart Ivrea introduce anche i «principi della governance partecipata (eVoting e crowdfunding)» e «il primo ecosistema nazionale di moneta virtuale (Ivrea-Coin)» che potrebbe portare, a breve, all’eliminazione del denaro contante.
A Oxford il City Council ha approvato già l’anno scorso nuove policies per multare di 70 sterline chi passa per i varchi più di tot volte a settimana: i legislatori sostengono di averle introdotte per «salvaguardare la salute pubblica». In America diversi distretti scolastici hanno utilizzato le tecnologie di sorveglianza automatizzata per identificare i bambini senza mascherina.
L’impatto della sorveglianza tecnologica è sempre più opprimente: in Italia le telecamere, che nel 2015 erano 0,77 ogni 10 abitanti, per un totale di circa due milioni di telecamere, sono aumentate a 1,45 ogni 10 abitanti. È la trasparenza, bellezza.
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Il concetto di «trasparenza» è stato stravolto nel giro di pochi anni: da strumento con cui la stampa e i cittadini potevano vigilare sull’operato di governi e funzionari pubblici, verificando come venissero spesi i soldi dei contribuenti, è diventato l’arma con cui il potere sorveglia i cittadini e le loro opinioni. «Nel nuovo mondo», ha dichiarato poche settimane fa Klaus Schwab, presidente del World Economic Forum, «si dovrà accettare la trasparenza totale: tutto sarà trasparente, bisognerà abituarcisi e comportarsi di conseguenza. Ma se non si ha nulla da nascondere, non si deve aver paura». Uno scenario da distopia totalitaria.Ivrea studia un progetto di sorveglianza alla cinese: premiati i cittadini «virtuosi».Lo speciale contiene due articoli.Non bastava prepararsi a «non possedere nulla ed essere felici»: secondo Klaus Schwab, presidente del World Economic Forum (Wef), nel paradiso che i leader del Wef stanno edificando per noi, nessuno potrà più avere privacy. «In questo nuovo mondo si dovrà accettare la trasparenza totale», ha dichiarato Schwab poche settimane fa, «tutto sarà trasparente, bisognerà abituarcisi e comportarsi di conseguenza. La trasparenza sarà integrata nella personalità degli individui. Ma se non si ha nulla da nascondere, non si dovrebbe aver paura». Il concetto è «male non fare, paura non avere», ma somiglia di più a una distopica corruzione della nobile parola trasparenza. La «trasparenza» è stata una delle grandi riforme americane del dopoguerra. Nel 1955, il deputato democratico californiano John Moss, apprezzato sia dai democratici che dai repubblicani e mai sconfitto in alcuna elezione, introdusse una legge che sarebbe diventata il fiore all’occhiello della democrazia americana, il Freedom of Information Act (acronomizzato in Foia). Il Foia è la legge federale sulla libertà d’informazione degli Stati Uniti, che consente la divulgazione totale o parziale d’informazioni e documenti controllati dalle autorità pubbliche statunitensi. Il provvedimento garantisce la trasparenza della pubblica amministrazione nei confronti del cittadino e ha lo scopo di rendere più trasparenti le funzioni delle agenzie governative statunitensi, in modo che i cittadini americani possano identificare più facilmente i problemi nel funzionamento del governo e fare pressione sul Congresso, sui funzionari delle agenzie e sul presidente per affrontarli.Il Foia fu osteggiato fin dall’inizio da quasi tutte le principali agenzie governative. A sostenerlo, per i repubblicani, fu un giovane Donald Rumsfeld. Dopo una serie di modifiche, la legge nel 1966 passò alla Camera con 307 voti favorevoli e nessun voto contrario: il presidente di allora, Lyndon B. Johnson, fu costretto a firmarla. Le istituzioni non si rassegnarono ma la stampa, allora, fece davvero da «cane da guardia» del potere. Quando nel 1971, un anno prima del Watergate, scoppiò l’affaire dei Pentagon Papers (i documenti top secret del Dipartimento della difesa Usa sulla guerra in Vietnam), il New York Times e il Washington Post - che erano stati censurati dall’amministrazione Johnson per averli pubblicati - portarono il caso alla Corte Suprema che, pochi giorni dopo, annullò l’ingiunzione del governo Usa per violazione del primo emendamento. La motivazione del verdetto fu: «La stampa serve chi è governato, non chi governa». Il principio di trasparenza insito nel Freedom of Information Act ha conferito alla stampa e ai privati cittadini lo straordinario potere d’indagare su ciò che avveniva nelle stanze dei bottoni, un tempo impenetrabili. Le richieste ai sensi del Foia hanno reso pubblici gli affari dell’Fbi e della Cia. Più recentemente, è grazie al Foia che è stato scoperto che Anthony Fauci ha nascosto alla popolazione mondiale le evidenze scientifiche sulla vera origine del coronavirus, molto probabilmente uscito da un laboratorio, quello cinese di Wuhan. Per decenni la trasparenza, insomma, è stata interpretata in senso pro democratico, dando ai cittadini il potere di controllare l’operato di governi e funzionari pubblici e di verificare come erano spesi i soldi dei contribuenti. La parola è diventata sinonimo di lotta contro l'abuso di potere, attraverso organizzazioni come il «Corruption Perceptions Index» di Transparency International. Quando sono uscite le rivelazioni di Julian Assange su Wikileaks e poi quelle di Edward Snowden, l’America liberale è rimasta sotto choc. Non parliamo di cent’anni fa: il sondaggio Pew che ha rivelato che il 40% del Paese era «abbastanza» o «molto» preoccupato che le proprie comunicazioni private fossero state violate è del 2015 e in quegli anni c’è stata un’ondata di sostegno pubblico per Snowden e Assange. In pochi anni, in concomitanza con l’elezione di Donald Trump, è cambiato tutto: Snowden e Assange sono oggi considerati agenti stranieri (probabilmente russi) e trattati come tali. All’improvviso, gli informatori sono diventati «cattivi» e i documenti autentici sono stati bollati come «disinformazione». Le libertà civili sono ormai considerate una scusa per proteggere razzisti e agenti di disinformazione. Seymour Hersh, Premio Pulitzer nel 1970 per aver denunciato i crimini di guerra commessi nel villaggio vietnamita di My Lai, ha recentemente rivelato che i gasdotti Nord Stream 1 e 2 non sono stati (auto)sabotati, come è stato lasciato intendere alla popolazione mondiale, da Vladimir Putin che ci ha speso 21 miliardi di euro ma, verosimilmente, da americani e norvegesi. Poiché la fonte di Hersch è anonima, il suo articolo è stato immediatamente bollato come «falso».Sono bastati, insomma, pochi anni, una pandemia e due guerre e il termine «trasparenza» è stato completamente stravolto e capovolto, diventando l’opposto di ciò che John Moss aveva immaginato. Oggi, quando politici e media parlano di «trasparenza», si riferiscono al potere di ottenere «trasparenza» sulle attività dei privati cittadini. Nei dibattiti interni sulle proposte di legge come il Digital Services Act europeo, approvato a fine agosto, la Commissione Ue si è chiesta come aziende come X-Twitter potessero servire meglio i governi che tentano di sradicare la «disinformazione», fornendo maggiore «trasparenza ai servizi di intelligence» (sic). Nel 2021, l’Aspen Institute ha pubblicato un rapporto sull’«Information disorder» che contiene un’intera sezione di «Raccomandazioni per aumentare la trasparenza». In questa sezione è scritto nero su bianco che «sebbene la protezione della privacy degli utenti sia importante, alle piattaforme non dovrebbe essere consentito di utilizzare la privacy come pretesto per limitare la ricerca di dati e informazioni sui cittadini». La stampa, che dovrebbe sfidare il potere, ne è ormai diventato l’agente esecutore.Le ultime dichiarazioni di Schwab sono soltanto la ciliegina sulla torta e rappresentano l’apice dell’interpretazione distopica che ormai si sta dando al termine «trasparenza»: il principio è stato completamente ribaltato e oggi sta a significare un sistema inevitabile di totale assenza di privacy che le popolazioni dovranno imparare ad accettare. Sono questi i principi che animano, oggi, i fact-checker, sacerdoti della nuova «trasparenza»: per loro, la privacy personale è pericolosa, la segretezza istituzionale no. Ormai trasparenza significa cedere privacy allo Stato, mentre dovrebbe essere il contrario.Le nuove avanguardie intellettuali con la mano destra perseguono la trasparenza totale quando si tratta di rovistare nelle opinioni personali dei cittadini, con quella sinistra si oppongono a qualsiasi tentativo di controllo sull’operato delle istituzioni. In sintesi, se anni fa a fare scandalo erano gli abusi delle istituzioni, oggi lo scandalo siamo noi, le nostre informazioni, le nostre opinioni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/telecamere-tecnologia-liberta-privacy-2665977650.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="clima-salute-sicurezza-i-pretesti-per-accendere-nuove-videocamere" data-post-id="2665977650" data-published-at="1697451031" data-use-pagination="False"> Clima, salute, sicurezza: i pretesti per accendere nuove videocamere Trasparenza o sorveglianza? I pretesti alla base della manipolazione orwelliana del principio di trasparenza sono molti: la sicurezza, i cambiamenti climatici, la salute pubblica, l’evasione fiscale. A Trento, come ha mostrato il servizio di Fuori dal Coro lo scorso 27 settembre, il centro storico è stato popolato di telecamere e microfoni nell’ambito di tre iniziative (Marvel, Protector e Precrisis) sull’intelligenza artificiale portate avanti dalla Fondazione Bruno Kessler, quella che, nel 2020, suggerì al ministro della salute Roberto Speranza di continuare a tenere i cittadini in lockdown. Le previsioni della Fondazione si sono poi rivelate completamente sbagliate, ma questa è un’altra storia. Il sindaco di centrosinistra Franco Ianeselli, ex Cgil, ha immediatamente bollato il servizio come «disinformazione cospirazionista»: «I dati sono anonimizzati», ha detto il primo cittadino del capoluogo trentino, l’obiettivo sarebbe di «migliorare la sicurezza della città»: eppure, il numero di crimini commessi non è inversamente proporzionale al numero di telecamere installate (Mosca, una delle capitali della criminalità, è una delle città con più telecamere al mondo); inoltre, gli impianti integrati con l’intelligenza artificiale consentono l’identificazione delle persone tramite riconoscimento facciale: altro che «anonimi». Quello di Trento, però, non è un caso isolato. Le «smart cities» in Italia sono 26. Firenze si conferma regina, al secondo posto troviamo Milano, che usa la sorveglianza contro il cambiamento climatico. A Venezia dal 2020 è attiva la la Smart Control Room (Scr), operativa h24, sviluppata da Venis SpA e Tim. La Scr ha utilizzato le 400 telecamere di sorveglianza installate in città per individuare gli assembramenti durante il lockdown. Allora, il pretesto era la salute pubblica, oggi la Scr controlla il flusso turistico. Il progetto Smart Ivrea, invece, serve per «ottimizzare l’erogazione dei servizi pubblici, introducendo alcuni principi dell’economia comportamentale (sistema premiale per l’assunzione di comportamenti virtuosi del cittadino)». Esattamente gli stessi principi su cui si basa il sistema di credito sociale individuale cinese, programma basato su tecnologia e videosorveglianza, progettato per indurre i cittadini ad adottare un comportamento migliore. Il credito varia a seconda delle azioni compiute dal cittadino: gettare la carta per terra fa perdere 50 punti, segnalare un delinquente alla polizia aumenta il credito di 200 punti. Dal credito dipende l’esistenza sociale del cittadino. Se il credito si esaurisce, si perdono diritti: non si può più partire, non si può avere una carta di credito, i soldi in banca sono bloccati. Smart Ivrea introduce anche i «principi della governance partecipata (eVoting e crowdfunding)» e «il primo ecosistema nazionale di moneta virtuale (Ivrea-Coin)» che potrebbe portare, a breve, all’eliminazione del denaro contante. A Oxford il City Council ha approvato già l’anno scorso nuove policies per multare di 70 sterline chi passa per i varchi più di tot volte a settimana: i legislatori sostengono di averle introdotte per «salvaguardare la salute pubblica». In America diversi distretti scolastici hanno utilizzato le tecnologie di sorveglianza automatizzata per identificare i bambini senza mascherina. L’impatto della sorveglianza tecnologica è sempre più opprimente: in Italia le telecamere, che nel 2015 erano 0,77 ogni 10 abitanti, per un totale di circa due milioni di telecamere, sono aumentate a 1,45 ogni 10 abitanti. È la trasparenza, bellezza.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».