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2023-10-16
Tutti sotto controllo
(IStock)
Non bastava prepararsi a «non possedere nulla ed essere felici»: secondo Klaus Schwab, presidente del World Economic Forum (Wef), nel paradiso che i leader del Wef stanno edificando per noi, nessuno potrà più avere privacy. «In questo nuovo mondo si dovrà accettare la trasparenza totale», ha dichiarato Schwab poche settimane fa, «tutto sarà trasparente, bisognerà abituarcisi e comportarsi di conseguenza. La trasparenza sarà integrata nella personalità degli individui. Ma se non si ha nulla da nascondere, non si dovrebbe aver paura». Il concetto è «male non fare, paura non avere», ma somiglia di più a una distopica corruzione della nobile parola trasparenza.
La «trasparenza» è stata una delle grandi riforme americane del dopoguerra. Nel 1955, il deputato democratico californiano John Moss, apprezzato sia dai democratici che dai repubblicani e mai sconfitto in alcuna elezione, introdusse una legge che sarebbe diventata il fiore all’occhiello della democrazia americana, il Freedom of Information Act (acronomizzato in Foia). Il Foia è la legge federale sulla libertà d’informazione degli Stati Uniti, che consente la divulgazione totale o parziale d’informazioni e documenti controllati dalle autorità pubbliche statunitensi. Il provvedimento garantisce la trasparenza della pubblica amministrazione nei confronti del cittadino e ha lo scopo di rendere più trasparenti le funzioni delle agenzie governative statunitensi, in modo che i cittadini americani possano identificare più facilmente i problemi nel funzionamento del governo e fare pressione sul Congresso, sui funzionari delle agenzie e sul presidente per affrontarli.
Il Foia fu osteggiato fin dall’inizio da quasi tutte le principali agenzie governative. A sostenerlo, per i repubblicani, fu un giovane Donald Rumsfeld. Dopo una serie di modifiche, la legge nel 1966 passò alla Camera con 307 voti favorevoli e nessun voto contrario: il presidente di allora, Lyndon B. Johnson, fu costretto a firmarla. Le istituzioni non si rassegnarono ma la stampa, allora, fece davvero da «cane da guardia» del potere. Quando nel 1971, un anno prima del Watergate, scoppiò l’affaire dei Pentagon Papers (i documenti top secret del Dipartimento della difesa Usa sulla guerra in Vietnam), il New York Times e il Washington Post - che erano stati censurati dall’amministrazione Johnson per averli pubblicati - portarono il caso alla Corte Suprema che, pochi giorni dopo, annullò l’ingiunzione del governo Usa per violazione del primo emendamento. La motivazione del verdetto fu: «La stampa serve chi è governato, non chi governa».
Il principio di trasparenza insito nel Freedom of Information Act ha conferito alla stampa e ai privati cittadini lo straordinario potere d’indagare su ciò che avveniva nelle stanze dei bottoni, un tempo impenetrabili. Le richieste ai sensi del Foia hanno reso pubblici gli affari dell’Fbi e della Cia. Più recentemente, è grazie al Foia che è stato scoperto che Anthony Fauci ha nascosto alla popolazione mondiale le evidenze scientifiche sulla vera origine del coronavirus, molto probabilmente uscito da un laboratorio, quello cinese di Wuhan. Per decenni la trasparenza, insomma, è stata interpretata in senso pro democratico, dando ai cittadini il potere di controllare l’operato di governi e funzionari pubblici e di verificare come erano spesi i soldi dei contribuenti. La parola è diventata sinonimo di lotta contro l'abuso di potere, attraverso organizzazioni come il «Corruption Perceptions Index» di Transparency International.
Quando sono uscite le rivelazioni di Julian Assange su Wikileaks e poi quelle di Edward Snowden, l’America liberale è rimasta sotto choc. Non parliamo di cent’anni fa: il sondaggio Pew che ha rivelato che il 40% del Paese era «abbastanza» o «molto» preoccupato che le proprie comunicazioni private fossero state violate è del 2015 e in quegli anni c’è stata un’ondata di sostegno pubblico per Snowden e Assange.
In pochi anni, in concomitanza con l’elezione di Donald Trump, è cambiato tutto: Snowden e Assange sono oggi considerati agenti stranieri (probabilmente russi) e trattati come tali. All’improvviso, gli informatori sono diventati «cattivi» e i documenti autentici sono stati bollati come «disinformazione». Le libertà civili sono ormai considerate una scusa per proteggere razzisti e agenti di disinformazione. Seymour Hersh, Premio Pulitzer nel 1970 per aver denunciato i crimini di guerra commessi nel villaggio vietnamita di My Lai, ha recentemente rivelato che i gasdotti Nord Stream 1 e 2 non sono stati (auto)sabotati, come è stato lasciato intendere alla popolazione mondiale, da Vladimir Putin che ci ha speso 21 miliardi di euro ma, verosimilmente, da americani e norvegesi. Poiché la fonte di Hersch è anonima, il suo articolo è stato immediatamente bollato come «falso».
Sono bastati, insomma, pochi anni, una pandemia e due guerre e il termine «trasparenza» è stato completamente stravolto e capovolto, diventando l’opposto di ciò che John Moss aveva immaginato. Oggi, quando politici e media parlano di «trasparenza», si riferiscono al potere di ottenere «trasparenza» sulle attività dei privati cittadini. Nei dibattiti interni sulle proposte di legge come il Digital Services Act europeo, approvato a fine agosto, la Commissione Ue si è chiesta come aziende come X-Twitter potessero servire meglio i governi che tentano di sradicare la «disinformazione», fornendo maggiore «trasparenza ai servizi di intelligence» (sic). Nel 2021, l’Aspen Institute ha pubblicato un rapporto sull’«Information disorder» che contiene un’intera sezione di «Raccomandazioni per aumentare la trasparenza». In questa sezione è scritto nero su bianco che «sebbene la protezione della privacy degli utenti sia importante, alle piattaforme non dovrebbe essere consentito di utilizzare la privacy come pretesto per limitare la ricerca di dati e informazioni sui cittadini». La stampa, che dovrebbe sfidare il potere, ne è ormai diventato l’agente esecutore.
Le ultime dichiarazioni di Schwab sono soltanto la ciliegina sulla torta e rappresentano l’apice dell’interpretazione distopica che ormai si sta dando al termine «trasparenza»: il principio è stato completamente ribaltato e oggi sta a significare un sistema inevitabile di totale assenza di privacy che le popolazioni dovranno imparare ad accettare. Sono questi i principi che animano, oggi, i fact-checker, sacerdoti della nuova «trasparenza»: per loro, la privacy personale è pericolosa, la segretezza istituzionale no. Ormai trasparenza significa cedere privacy allo Stato, mentre dovrebbe essere il contrario.
Le nuove avanguardie intellettuali con la mano destra perseguono la trasparenza totale quando si tratta di rovistare nelle opinioni personali dei cittadini, con quella sinistra si oppongono a qualsiasi tentativo di controllo sull’operato delle istituzioni. In sintesi, se anni fa a fare scandalo erano gli abusi delle istituzioni, oggi lo scandalo siamo noi, le nostre informazioni, le nostre opinioni.
Clima, salute, sicurezza: i pretesti per accendere nuove videocamere
Trasparenza o sorveglianza? I pretesti alla base della manipolazione orwelliana del principio di trasparenza sono molti: la sicurezza, i cambiamenti climatici, la salute pubblica, l’evasione fiscale. A Trento, come ha mostrato il servizio di Fuori dal Coro lo scorso 27 settembre, il centro storico è stato popolato di telecamere e microfoni nell’ambito di tre iniziative (Marvel, Protector e Precrisis) sull’intelligenza artificiale portate avanti dalla Fondazione Bruno Kessler, quella che, nel 2020, suggerì al ministro della salute Roberto Speranza di continuare a tenere i cittadini in lockdown. Le previsioni della Fondazione si sono poi rivelate completamente sbagliate, ma questa è un’altra storia. Il sindaco di centrosinistra Franco Ianeselli, ex Cgil, ha immediatamente bollato il servizio come «disinformazione cospirazionista»: «I dati sono anonimizzati», ha detto il primo cittadino del capoluogo trentino, l’obiettivo sarebbe di «migliorare la sicurezza della città»: eppure, il numero di crimini commessi non è inversamente proporzionale al numero di telecamere installate (Mosca, una delle capitali della criminalità, è una delle città con più telecamere al mondo); inoltre, gli impianti integrati con l’intelligenza artificiale consentono l’identificazione delle persone tramite riconoscimento facciale: altro che «anonimi».
Quello di Trento, però, non è un caso isolato. Le «smart cities» in Italia sono 26. Firenze si conferma regina, al secondo posto troviamo Milano, che usa la sorveglianza contro il cambiamento climatico. A Venezia dal 2020 è attiva la la Smart Control Room (Scr), operativa h24, sviluppata da Venis SpA e Tim. La Scr ha utilizzato le 400 telecamere di sorveglianza installate in città per individuare gli assembramenti durante il lockdown. Allora, il pretesto era la salute pubblica, oggi la Scr controlla il flusso turistico. Il progetto Smart Ivrea, invece, serve per «ottimizzare l’erogazione dei servizi pubblici, introducendo alcuni principi dell’economia comportamentale (sistema premiale per l’assunzione di comportamenti virtuosi del cittadino)». Esattamente gli stessi principi su cui si basa il sistema di credito sociale individuale cinese, programma basato su tecnologia e videosorveglianza, progettato per indurre i cittadini ad adottare un comportamento migliore. Il credito varia a seconda delle azioni compiute dal cittadino: gettare la carta per terra fa perdere 50 punti, segnalare un delinquente alla polizia aumenta il credito di 200 punti. Dal credito dipende l’esistenza sociale del cittadino. Se il credito si esaurisce, si perdono diritti: non si può più partire, non si può avere una carta di credito, i soldi in banca sono bloccati. Smart Ivrea introduce anche i «principi della governance partecipata (eVoting e crowdfunding)» e «il primo ecosistema nazionale di moneta virtuale (Ivrea-Coin)» che potrebbe portare, a breve, all’eliminazione del denaro contante.
A Oxford il City Council ha approvato già l’anno scorso nuove policies per multare di 70 sterline chi passa per i varchi più di tot volte a settimana: i legislatori sostengono di averle introdotte per «salvaguardare la salute pubblica». In America diversi distretti scolastici hanno utilizzato le tecnologie di sorveglianza automatizzata per identificare i bambini senza mascherina.
L’impatto della sorveglianza tecnologica è sempre più opprimente: in Italia le telecamere, che nel 2015 erano 0,77 ogni 10 abitanti, per un totale di circa due milioni di telecamere, sono aumentate a 1,45 ogni 10 abitanti. È la trasparenza, bellezza.
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Il concetto di «trasparenza» è stato stravolto nel giro di pochi anni: da strumento con cui la stampa e i cittadini potevano vigilare sull’operato di governi e funzionari pubblici, verificando come venissero spesi i soldi dei contribuenti, è diventato l’arma con cui il potere sorveglia i cittadini e le loro opinioni. «Nel nuovo mondo», ha dichiarato poche settimane fa Klaus Schwab, presidente del World Economic Forum, «si dovrà accettare la trasparenza totale: tutto sarà trasparente, bisognerà abituarcisi e comportarsi di conseguenza. Ma se non si ha nulla da nascondere, non si deve aver paura». Uno scenario da distopia totalitaria.Ivrea studia un progetto di sorveglianza alla cinese: premiati i cittadini «virtuosi».Lo speciale contiene due articoli.Non bastava prepararsi a «non possedere nulla ed essere felici»: secondo Klaus Schwab, presidente del World Economic Forum (Wef), nel paradiso che i leader del Wef stanno edificando per noi, nessuno potrà più avere privacy. «In questo nuovo mondo si dovrà accettare la trasparenza totale», ha dichiarato Schwab poche settimane fa, «tutto sarà trasparente, bisognerà abituarcisi e comportarsi di conseguenza. La trasparenza sarà integrata nella personalità degli individui. Ma se non si ha nulla da nascondere, non si dovrebbe aver paura». Il concetto è «male non fare, paura non avere», ma somiglia di più a una distopica corruzione della nobile parola trasparenza. La «trasparenza» è stata una delle grandi riforme americane del dopoguerra. Nel 1955, il deputato democratico californiano John Moss, apprezzato sia dai democratici che dai repubblicani e mai sconfitto in alcuna elezione, introdusse una legge che sarebbe diventata il fiore all’occhiello della democrazia americana, il Freedom of Information Act (acronomizzato in Foia). Il Foia è la legge federale sulla libertà d’informazione degli Stati Uniti, che consente la divulgazione totale o parziale d’informazioni e documenti controllati dalle autorità pubbliche statunitensi. Il provvedimento garantisce la trasparenza della pubblica amministrazione nei confronti del cittadino e ha lo scopo di rendere più trasparenti le funzioni delle agenzie governative statunitensi, in modo che i cittadini americani possano identificare più facilmente i problemi nel funzionamento del governo e fare pressione sul Congresso, sui funzionari delle agenzie e sul presidente per affrontarli.Il Foia fu osteggiato fin dall’inizio da quasi tutte le principali agenzie governative. A sostenerlo, per i repubblicani, fu un giovane Donald Rumsfeld. Dopo una serie di modifiche, la legge nel 1966 passò alla Camera con 307 voti favorevoli e nessun voto contrario: il presidente di allora, Lyndon B. Johnson, fu costretto a firmarla. Le istituzioni non si rassegnarono ma la stampa, allora, fece davvero da «cane da guardia» del potere. Quando nel 1971, un anno prima del Watergate, scoppiò l’affaire dei Pentagon Papers (i documenti top secret del Dipartimento della difesa Usa sulla guerra in Vietnam), il New York Times e il Washington Post - che erano stati censurati dall’amministrazione Johnson per averli pubblicati - portarono il caso alla Corte Suprema che, pochi giorni dopo, annullò l’ingiunzione del governo Usa per violazione del primo emendamento. La motivazione del verdetto fu: «La stampa serve chi è governato, non chi governa». Il principio di trasparenza insito nel Freedom of Information Act ha conferito alla stampa e ai privati cittadini lo straordinario potere d’indagare su ciò che avveniva nelle stanze dei bottoni, un tempo impenetrabili. Le richieste ai sensi del Foia hanno reso pubblici gli affari dell’Fbi e della Cia. Più recentemente, è grazie al Foia che è stato scoperto che Anthony Fauci ha nascosto alla popolazione mondiale le evidenze scientifiche sulla vera origine del coronavirus, molto probabilmente uscito da un laboratorio, quello cinese di Wuhan. Per decenni la trasparenza, insomma, è stata interpretata in senso pro democratico, dando ai cittadini il potere di controllare l’operato di governi e funzionari pubblici e di verificare come erano spesi i soldi dei contribuenti. La parola è diventata sinonimo di lotta contro l'abuso di potere, attraverso organizzazioni come il «Corruption Perceptions Index» di Transparency International. Quando sono uscite le rivelazioni di Julian Assange su Wikileaks e poi quelle di Edward Snowden, l’America liberale è rimasta sotto choc. Non parliamo di cent’anni fa: il sondaggio Pew che ha rivelato che il 40% del Paese era «abbastanza» o «molto» preoccupato che le proprie comunicazioni private fossero state violate è del 2015 e in quegli anni c’è stata un’ondata di sostegno pubblico per Snowden e Assange. In pochi anni, in concomitanza con l’elezione di Donald Trump, è cambiato tutto: Snowden e Assange sono oggi considerati agenti stranieri (probabilmente russi) e trattati come tali. All’improvviso, gli informatori sono diventati «cattivi» e i documenti autentici sono stati bollati come «disinformazione». Le libertà civili sono ormai considerate una scusa per proteggere razzisti e agenti di disinformazione. Seymour Hersh, Premio Pulitzer nel 1970 per aver denunciato i crimini di guerra commessi nel villaggio vietnamita di My Lai, ha recentemente rivelato che i gasdotti Nord Stream 1 e 2 non sono stati (auto)sabotati, come è stato lasciato intendere alla popolazione mondiale, da Vladimir Putin che ci ha speso 21 miliardi di euro ma, verosimilmente, da americani e norvegesi. Poiché la fonte di Hersch è anonima, il suo articolo è stato immediatamente bollato come «falso».Sono bastati, insomma, pochi anni, una pandemia e due guerre e il termine «trasparenza» è stato completamente stravolto e capovolto, diventando l’opposto di ciò che John Moss aveva immaginato. Oggi, quando politici e media parlano di «trasparenza», si riferiscono al potere di ottenere «trasparenza» sulle attività dei privati cittadini. Nei dibattiti interni sulle proposte di legge come il Digital Services Act europeo, approvato a fine agosto, la Commissione Ue si è chiesta come aziende come X-Twitter potessero servire meglio i governi che tentano di sradicare la «disinformazione», fornendo maggiore «trasparenza ai servizi di intelligence» (sic). Nel 2021, l’Aspen Institute ha pubblicato un rapporto sull’«Information disorder» che contiene un’intera sezione di «Raccomandazioni per aumentare la trasparenza». In questa sezione è scritto nero su bianco che «sebbene la protezione della privacy degli utenti sia importante, alle piattaforme non dovrebbe essere consentito di utilizzare la privacy come pretesto per limitare la ricerca di dati e informazioni sui cittadini». La stampa, che dovrebbe sfidare il potere, ne è ormai diventato l’agente esecutore.Le ultime dichiarazioni di Schwab sono soltanto la ciliegina sulla torta e rappresentano l’apice dell’interpretazione distopica che ormai si sta dando al termine «trasparenza»: il principio è stato completamente ribaltato e oggi sta a significare un sistema inevitabile di totale assenza di privacy che le popolazioni dovranno imparare ad accettare. Sono questi i principi che animano, oggi, i fact-checker, sacerdoti della nuova «trasparenza»: per loro, la privacy personale è pericolosa, la segretezza istituzionale no. Ormai trasparenza significa cedere privacy allo Stato, mentre dovrebbe essere il contrario.Le nuove avanguardie intellettuali con la mano destra perseguono la trasparenza totale quando si tratta di rovistare nelle opinioni personali dei cittadini, con quella sinistra si oppongono a qualsiasi tentativo di controllo sull’operato delle istituzioni. In sintesi, se anni fa a fare scandalo erano gli abusi delle istituzioni, oggi lo scandalo siamo noi, le nostre informazioni, le nostre opinioni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/telecamere-tecnologia-liberta-privacy-2665977650.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="clima-salute-sicurezza-i-pretesti-per-accendere-nuove-videocamere" data-post-id="2665977650" data-published-at="1697451031" data-use-pagination="False"> Clima, salute, sicurezza: i pretesti per accendere nuove videocamere Trasparenza o sorveglianza? I pretesti alla base della manipolazione orwelliana del principio di trasparenza sono molti: la sicurezza, i cambiamenti climatici, la salute pubblica, l’evasione fiscale. A Trento, come ha mostrato il servizio di Fuori dal Coro lo scorso 27 settembre, il centro storico è stato popolato di telecamere e microfoni nell’ambito di tre iniziative (Marvel, Protector e Precrisis) sull’intelligenza artificiale portate avanti dalla Fondazione Bruno Kessler, quella che, nel 2020, suggerì al ministro della salute Roberto Speranza di continuare a tenere i cittadini in lockdown. Le previsioni della Fondazione si sono poi rivelate completamente sbagliate, ma questa è un’altra storia. Il sindaco di centrosinistra Franco Ianeselli, ex Cgil, ha immediatamente bollato il servizio come «disinformazione cospirazionista»: «I dati sono anonimizzati», ha detto il primo cittadino del capoluogo trentino, l’obiettivo sarebbe di «migliorare la sicurezza della città»: eppure, il numero di crimini commessi non è inversamente proporzionale al numero di telecamere installate (Mosca, una delle capitali della criminalità, è una delle città con più telecamere al mondo); inoltre, gli impianti integrati con l’intelligenza artificiale consentono l’identificazione delle persone tramite riconoscimento facciale: altro che «anonimi». Quello di Trento, però, non è un caso isolato. Le «smart cities» in Italia sono 26. Firenze si conferma regina, al secondo posto troviamo Milano, che usa la sorveglianza contro il cambiamento climatico. A Venezia dal 2020 è attiva la la Smart Control Room (Scr), operativa h24, sviluppata da Venis SpA e Tim. La Scr ha utilizzato le 400 telecamere di sorveglianza installate in città per individuare gli assembramenti durante il lockdown. Allora, il pretesto era la salute pubblica, oggi la Scr controlla il flusso turistico. Il progetto Smart Ivrea, invece, serve per «ottimizzare l’erogazione dei servizi pubblici, introducendo alcuni principi dell’economia comportamentale (sistema premiale per l’assunzione di comportamenti virtuosi del cittadino)». Esattamente gli stessi principi su cui si basa il sistema di credito sociale individuale cinese, programma basato su tecnologia e videosorveglianza, progettato per indurre i cittadini ad adottare un comportamento migliore. Il credito varia a seconda delle azioni compiute dal cittadino: gettare la carta per terra fa perdere 50 punti, segnalare un delinquente alla polizia aumenta il credito di 200 punti. Dal credito dipende l’esistenza sociale del cittadino. Se il credito si esaurisce, si perdono diritti: non si può più partire, non si può avere una carta di credito, i soldi in banca sono bloccati. Smart Ivrea introduce anche i «principi della governance partecipata (eVoting e crowdfunding)» e «il primo ecosistema nazionale di moneta virtuale (Ivrea-Coin)» che potrebbe portare, a breve, all’eliminazione del denaro contante. A Oxford il City Council ha approvato già l’anno scorso nuove policies per multare di 70 sterline chi passa per i varchi più di tot volte a settimana: i legislatori sostengono di averle introdotte per «salvaguardare la salute pubblica». In America diversi distretti scolastici hanno utilizzato le tecnologie di sorveglianza automatizzata per identificare i bambini senza mascherina. L’impatto della sorveglianza tecnologica è sempre più opprimente: in Italia le telecamere, che nel 2015 erano 0,77 ogni 10 abitanti, per un totale di circa due milioni di telecamere, sono aumentate a 1,45 ogni 10 abitanti. È la trasparenza, bellezza.
(Ansa)
Il metallo più prezioso nel giorno del destino arriva dal sacrificio disumano di una specialità militare. Si fatica col fucile in spalla e si spara. Per sei chilometri, è il Biathlon bellezza. Si arriva sfiniti al poligono dove quelle mani gelate e tremanti devono centrare il bersaglio. «Un respiro troppo corto, un indugio troppo lungo e hai perso». Ma Lisa Vittozzi di Sappada riesce a trovare l’armonia anche dentro la più infernale delle prove e sull’anello di Anterselva porta la staffetta mista a vincere l’argento olimpico nel delirio di una folla incredula. A 31 anni, con il suo cuore enorme, la ragazza che voleva fare la modella di Victoria Secrets trascina sul podio il treno azzurro (Tommaso Giacomel, Lukas Hofer, Dorothea Wierer) nella più incredibile delle rimonte. Oro alla Francia, bronzo alla Germania, risucchiata dall’irriducibile friulana partita per fare legna e arrivata per fare la storia.
Il volto del giorno è quello di lady Vittozzi, iperattiva fin da bambina, esasperata dal desiderio di vincere anche la tombola a Natale. Giocava a calcio con i maschi, poi provò nuoto, arrampicata, danza. Ricorda con la medaglia al collo: «Il mio segreto è non arrendermi mai. Quando mi sono distrutta tibia e perone sugli sci da discesa ho deciso di passare al fondo. Ma non mi bastava, ho trovato la pace mettendomi in spalla anche il fucile ad aria compressa». Un argento vivo, metafora che oggi funziona in quello sport mutuato da guerre vere e reso famoso sui campi di battaglia di Finlandia dove nel secolo scorso un intero popolo seppe fermare due volte l’imperialismo sovietico.
Vittozzi è un volto televisivo, ha partecipato al docufilm «Radici» su Discovery, dove ha raccontato il rapporto speciale con sua nonna Lea, alla quale ha dedicato la medaglia olimpica. Francesca Lollobrigida con il piccolo Tommaso in braccio ha raccontato il profondo senso dell’essere madre, Lisa l’amore di una nonna speciale. Questi sono Giochi di famiglia. «Gareggiavo ad Oberhof in Germania e al telefono mi disse che sarebbe venuta a vedermi. Le ordinai di non muoversi. Le dissi: nonna, non puoi farti 9 ore di macchina e poi stare al freddo. Si è presentata a Oberhof, mi ha visto salire sul podio. È stata la cosa più bella che abbia fatto. È stata l’ultima gara che ha visto».
È il giorno dei nonni e delle donne speciali. «Non ho paura di niente», grida al mondo da Livigno Lucia Dalmasso con la tavola fra le mani; si è messa al collo il bronzo, battuta solo dalla ceka Suzana Maderova e dall’austriaca Sabine Payer. I maschi hanno deluso, lei ha fatto tornare l’azzurro nel cielo. La guerriera di Feltre, 28 anni, era una promessa dello Sci alpino, ma un incidente le ha cambiato il destino: crociati delle due ginocchia rotti e un bivio, o il ritiro o la rinascita. La bellunese vira sullo Snowboard, ecco la cura. Cinque anni di sacrifici per diventare un top, per declinare nel gigante parallelo tutta la sua forza interiore, fino al podio olimpico.
Due donne nuove, due sorprese stupende. Sofia Goggia perdonerà. È di bronzo anche la sua giornata, ma con un fondo di amarezza. Probabilmente ha perso le medaglie nobili della Libera (prima la statunitense Breezy Johnson, seconda la tedesca Emma Aicher) in quei 20 minuti di attesa al cancelletto delle Tofane di Cortina, mentre i medici si occupavano di Lindsey Vonn, mito caduto. Sofia si chiude in se stessa, ripete meccanicamente a gesti tutta la pista, prova a trattenere la concentrazione che scappa via. Ma quando scende è frenata, meno fluida del solito. «Volevo l’oro, so di aver commesso qualche errore ma bisogna guardare al risultato complessivo, è la terza medaglia alla terza olimpiade. Una cosa enorme».
È vero, aveva già vinto l’oro a PyeongChang e l’argento a Pechino. Ora ha completato la collezione, in attesa della rivincita in SuperG e Gigante. Buone sensazioni anche da Federica Brignone, decima dopo mesi ai box. I Giochi durano solo 13” per la fuoriclasse Vonn: alla terza curva un bastoncino si impiglia in un paletto. La caduta è rovinosa, un’esplosione di pulviscolo bianco, con lei che urla a gambe aperte perché gli sci non si sono sganciati. Sul traguardo cala un silenzio irreale mentre le pale dell’elisoccorso scandiscono il trasferimento della sciatrice in ospedale con una gamba fratturata. All’icona dello Sport, che a 41 anni voleva correre con un tutore a protezione del ginocchio con il crociato rotto, il dio delle nevi ha voltato le spalle.
Oggi le speranze italiane di medaglia tornano a rivolgersi a Dominik Paris e Giovanni Franzoni nella Combinata maschile, in attesa di altre sorprese e meraviglie. Siamo in buone mani.
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Friedrich Merz (Ansa)
Così è arrivato il momento di mettere a folle il motore della transazione energetica. Il ministero dell’Economia tedesco starebbe valutando un giro di vite sulle fonti rinnovabili. In particolare, sta studiando di limitare alcuni elementi centrali nel piano di espansione delle energie green, il cosiddetto diritto di priorità di immissione e di allaccio alla rete. Secondo quanto riporta il quotidiano Tagesspiegel, citando fonti del settore, un «pacchetto rete» sarebbe in preparazione parallelamente alla riforma della legge sulle energie rinnovabili (Eeg). In base alle indiscrezioni, nuovi impianti eolici e solari non verrebbero più collegati «senza indugio» e, se nell’area di rete oltre il 3% dell’energia rinnovabile fosse stato limitato l’anno precedente, i gestori dei nuovi impianti dovrebbero rinunciare fino a dieci anni all’indennizzo previsto per le riduzioni di produzione. Inoltre, i gestori delle reti di distribuzione potrebbero definire procedure autonome di allaccio per impianti superiori a 135 chilowatt, con il rischio - secondo il settore - di rallentare i collegamenti, dato che in Germania operano oltre 800 gestori. Critiche sono giunte dalle oltre 1.000 cooperative energetiche attive nel solare, eolico e bioenergia: «Questi investimenti necessitano di condizioni quadro affidabili», ha dichiarato Jan Holthaus dell’associazione Dgrv, chiedendo regole chiare per il rifinanziamento e un accesso sicuro alla rete.
Ma non è questo l’unico passo indietro sulla transizione ecologica in questo Paese che fino a ieri era uno dei sostenitori più convinti dell’abbandono delle fonti fossili. L’impresa europea di batterie per veicoli Automotive cells (Acc) ha comunicato al sindacato dei metalmeccanici Uilm che accantonerà i piani per costruire gigafactory in Italia e Germania. Che il progetto di Termoli fosse tramontato si vociferava da tempo ma ieri è arrivata la conferma ufficiale insieme a quella dell’analogo piano in Germania. È una vera e propria ritirata dal settore e implicitamente la resa alla Cina. In una nota, Acc, sostenuta da Stellantis, ha affermato che sta valutando la chiusura dei progetti, sospesi dal 2024 a causa di una crescita più lenta del previsto per i veicoli elettrici. I nuovi siti erano tra le decine pianificati in Europa, nel tentativo di ridurre la dipendenza dai produttori cinesi, ma sono stati bloccati quando l’azienda ha valutato il passaggio a una tecnologia di batterie meno costosa. Acc ha detto chiaramente che non ci sono i «prerequisiti per riavviare i progetti in Germania e Italia». Impensabile andare avanti se le auto elettriche non si vendono. D’altronde Stellantis ha avvertito che subirà un calo di 22 miliardi di euro a causa della diffusione più lenta del previsto dei veicoli a batteria. A settembre 2024, l’Italia ha annunciato il ritiro di circa 250 milioni di euro dai fondi dell’Unione europea inizialmente destinati alla gigafactory, a causa dell’incertezza sui tempi di realizzazione del progetto.
Sempre in Germania, il ministero della Difesa ha rifatto il catasto dei campi armati, in modo che le ex aree militari non saranno disponibili per nuovi progetti fotovoltaici o eolici. Caserme dismesse, ex aeroporti e campi di addestramento che negli ultimi decenni erano stati convertiti a usi civili, diventano ora parte di una «riserva strategica». Tredici superfici destinate a ospitare impianti per le energie rinnovabili, serviranno a ospitare basi operative dell’esercito e per l’addestramento. Altro che pannelli solari e pale eoliche.
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(Honda Aircraft Company)
La novità rappresenta un importante passo avanti per la sicurezza aerea. Honda Aircraft Company sta lavorando per ottenere le necessarie autorizzazioni anche in altri Paesi, così da rendere questa tecnologia disponibile a livello internazionale.
«L’introduzione di Emergency Autoland dimostra il nostro impegno nel rendere il volo sempre più sicuro e accessibile», ha dichiarato Hideto Yamasaki, Presidente e Ceo di Honda Aircraft Company. «Questa tecnologia offre ai nostri clienti una maggiore tranquillità, sapendo che l’aereo è in grado di gestire una situazione critica anche nelle circostanze più difficili».
Emergency Autoland è un sistema progettato per far atterrare l’aereo da solo in caso di emergenza, ad esempio se il pilota si sente male o non riesce più a controllare il velivolo.
Il sistema può essere attivato premendo un pulsante in cabina oppure entrare in funzione automaticamente se rileva che il pilota non risponde.
Una volta attivo, Emergency Autoland avvisa automaticamente il controllo del traffico aereo e sceglie l’aeroporto più adatto in base alle condizioni meteo, alla quantità di carburante disponibile e alle caratteristiche delle piste. L’aereo viene quindi guidato in sicurezza fino all’atterraggio e si ferma completamente sulla pista, senza bisogno di interventi esterni.
Già nel 2024 HondaJet Elite II era stato il primo jet della sua categoria a introdurre un sistema automatico di gestione della velocità, un passaggio fondamentale per rendere possibile Emergency Autoland. I test di volo si sono conclusi nel 2025, aprendo la strada a questa importante innovazione.
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Ansa
In realtà sembra assodato che i bambini «socializzassero» adeguatamente con quelli delle famiglie vicine, ma ciò non è apparso sufficiente, in assenza della «socializzazione» in ambito scolastico, dovuta al fatto che i bambini non frequentavano la scuola, avendo i genitori optato per la educazione in famiglia («home schooling»), come consentito, a determinate condizioni, dalla legge. Non risulta chiaro, in verità, se tali condizioni fossero state o meno soddisfatte. Ma non è su questo che si vuole qui puntare l’attenzione, quanto piuttosto sul fatto che è, comunque, la socializzazione in ambito scolastico quella che viene, in sostanza, considerata imprescindibile ai fini di una corretta formazione della personalità del minore. E questo tipo di socializzazione è caratterizzato dal suo svolgersi secondo le direttive e sotto la supervisione di un’autorità che, direttamente o indirettamente, è quella dello Stato.
In sostanza, si lascia, quindi, intendere che, pur nel dichiarato rispetto dell’articolo 30 della Costituzione secondo cui è «dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli», è però preferibile che l’istruzione e l’educazione siano affidate allo Stato. E su questa stessa linea si pongono le forze politiche e gli «opinion makers» che sostengono la necessità o, quanto meno, l’opportunità che nei programmi scolastici venga inserita l’educazione «sessuo-affettiva» per supplire alle presunte carenze o distorsioni frequentemente riscontrabili - si afferma - nell’educazione che, in materia sessuo-affettiva, i minori ricevono in famiglia. Il tutto riconducibile a una visione generale secondo cui spetterebbe allo Stato curare la formazione della personalità di ogni cittadino, fin dalla più tenera età, in modo da renderla conforme a un modello ideale precostituito, funzionale al modello assunto come proprio dallo Stato nel suo complesso. Visione, questa, che ben può trovare la sua collocazione nell’ambito di quella che viene oggi da molti definita come «democrazia totalitaria», riprendendo, pur sotto varie e diverse angolature, un concetto enunciato per la prima volta, nel 1952, dallo storico israeliano Jakob Talmon nel suo libro The origins of totalitarian democracy.
Ma si tratta di una visione le cui radici, risalendo addirittura all’antichità, possiamo ritrovare nella Repubblica di Platone, in cui si immaginava uno Stato governato dai «filosofi», nel quale, tra l’altro, la famiglia tradizionale fosse abolita e i figli, nati da accoppiamenti decisi dalla sorte, fossero affidati, fin dalla più tenera età, alla pubblica autorità. Questa raffigurazione di quello che avrebbe dovuto essere, secondo l’autore, lo Stato ideale rimase, in realtà, pressoché isolata nel pensiero dell’antichità greco-romana. Essa venne, però, ripresa a partire dal XVI secolo in varie opere le più note delle quali sono l’Utopia di Thomas More e La città del Sole, di Tommaso Campanella. In quest’ultima, in particolare, si torna a predicare l’abolizione della famiglia e l’esclusiva competenza dello Stato a provvedere all’educazione dei figli nati dalle unioni sessuali decise, peraltro, non più dalla sorte ma dalle autorità. Più moderata risulta la posizione del More, il quale lascia sussistere la famiglia tradizionale salvo, però, prevedere che il numero dei figli per ogni famiglia sia fissato dall’autorità, per cui, in caso di superamento, i figli in eccedenza sono assegnati a un’altra famiglia che non ne ha avuti a sufficienza.
Una radicale avversione alla famiglia, accompagnata alla pretesa che i figli, comunque venuti al mondo, debbano essere affidati, il prima possibile, alle cure esclusive dello Stato o della «comunità», costituisce
poi - come messo bene in luce da Igor Safarevich nel suo Il socialismo come fenomeno storico mondiale, pubblicato la prima volta nel 1977 - elemento ricorrente in pressoché tutti i numerosi progetti di società qualificabili, in senso lato, come «socialisti» in quanto basati sul rifiuto di ogni forma di libera iniziativa e di proprietà individuale, comparsi a partire dal XVIII secolo. Fra essi, a titolo di esempio: Il codice della natura, ovvero l’autentico spirito delle leggi, di Morelly (probabile pseudonimo di Denis Diderot); Il vero sistema, di Léger DeschampsIl nuovo mondo industriale e societario, di François Fourier; la Congiura per l’eguaglianza, di Filippo Buonarroti. Sulla stessa linea si ritrova, poi, l’opera specificamente dedicata, da Friedrich Engels, alla Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato.
Ci si potrebbe chiedere, tuttavia, a questo punto, come mai l’attuale pretesa dello Stato di estromettere, per quanto possibile, le famiglie dall’educazione dei figli, pur essendo ricollegabile, come si è visto, a originarie visioni di tipo collettivistico, si accompagni invece, oggi, a una diffusa mentalità di tipo edonistico-individualista, in buona parte avallata anche dallo stesso Stato. Può rispondersi che ciò appare come uno dei frutti della commistione, verificatasi a partire dal 1968, tra l’edonismo individualista proprio della tradizione anglo-sassone, resosi dominante in Occidente ma non più compensato dal moralismo di stampo calvinista, proprio anch’esso di quella tradizione, e l’egualitarismo delle visioni collettiviste, fatte proprie ed in parte realizzate nel marxismo, ma non più compensate, a loro volta, dalla dichiarata finalità della creazione di un ordinamento statuale in cui esse trovassero compiuta realizzazione; finalità, quella ora detta, la cui scomparsa ha lasciato, tuttavia, come residuo, l’antico e talvolta confessato convincimento di molti fra i politici e pensatori della sinistra marxista che quelli in favore dei quali doveva promuoversi e garantirsi l’eguaglianza, essendo privi di adeguata intelligenza (Engels definì una volta, in una lettera a Marx, gli operai come «una massa spaventosamente idiota»), dovessero essere guidati e diretti, fin dalla nascita, da chi ne sapeva più di loro.
Ed è proprio, quindi, quella commistione che bisognerebbe decidersi, una volta o l’altra, a spezzare.
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