True
2024-08-01
Dopo Beirut, Teheran. Israele uccide uno dei capi di Hamas in casa dei pasdaran
Il capo di Hamas ucciso a Teheran, Ismail Haniyeh (Ansa)
Sono passate da poco le cinque del mattino ora italiana, quando la notizia della morte del capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, si diffonde in tutto il mondo. Un’esecuzione che arriva poche ore dopo l’eliminazione di Fuad Shukr a Beirut, un altro importante obiettivo messo a segno da Israele, in questo caso rivendicato. «L’eliminazione di Fuad Shukr dimostra che nessuno può uccidere israeliani impunemente e che non c’è luogo in cui Israele non possa colpirà per esigere un prezzo elevato da chiunque per aver danneggiato Israele», ha scritto il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant.
Sul come sia stata portata a segno l’operazione contro Haniyeh c’è invece il massimo riserbo. La conferma della sua morte arriva da Hamas: il suo leader è stato ucciso da un raid israeliano contro la sua residenza a Teheran. Israele non ha rilasciato dichiarazioni, ma è consuetudine che non lo faccia quando si tratta di operazioni del Mossad. «Un atto codardo che non passerà impunito», si legge in una nota di Hamas. La Guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, ha minacciato una dura rappresaglia contro Israele per l’attacco, all’indomani del giuramento del nuovo presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian. Khamenei, secondo quanto riportano i media iraniani, ha dichiarato in una nota che «il regime criminale e terrorista sionista», uccidendo Haniyeh, «ha preparato per se stesso una dura punizione». Infine, ha aggiunto: è «nostro dovere vendicare il suo sangue» anche per il fatto che l’omicidio è avvenuto «sul territorio della Repubblica islamica». «L’uccisione del capo di Hamas Haniyeh renderà la resistenza più determinata nell’affrontare Israele», la reazione del gruppo sciita libanese Hezbollah. Nel pomeriggio poi una conferenza stampa in cui il vicecomandante di Hamas nella Striscia di Gaza, Khalil Al Hayya, ha spiegato: «Hamas e l’Iran non vogliono una guerra regionale, ma è stato commesso un crimine che dev’essere punito».
Secondo Ynet il premier Benyamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant hanno trascorso tutta la notte al ministero della Difesa a Tel Aviv, mentre gli altri ministri del gabinetto di sicurezza non sono stati informati in anticipo dell’attacco. Netanyahu ieri sera parlando alla nazione ha detto: «Abbiamo inferto colpi devastanti a tutti i nostri nemici». Israele «sta combattendo una guerra esistenziale contro l’asse del male iraniano. Davanti a noi giorni impegnativi, Israele esigerà un prezzo pesante per qualsiasi aggressione. È una guerra di sopravvivenza contro l’anello di missili terroristici intorno a noi». E poi: «L’Iran cerca di stringere» un cerchio «intorno al nostro collo, stiamo lottando contro tre fronti: le tre h, Hamas, Houthi e Hezbollah» ma «negli ultimi giorni abbiamo dato dei colpi importanti. Tre settimane fa abbiamo attaccato il capo militare di Hamas Muhammad Deif, due settimane fa abbiamo lanciato uno dei raid di più lunga distanza dell’aeronautica (Hodeida, Yemen). Ieri è stata la volta del capo di stato maggiore di Hezbollah, Fuad Shukr, il terrorista più ricercato del mondo». Infine: «Da tempo sono sotto pressione in patria e all’estero per porre fine alla guerra: non ho ceduto a quelle richieste prima e non cedo neanche adesso». Insomma, non rivendica l’eliminazione di Haniyeh, ma la lascia intendere parlando proprio nel giorno della sua morte.
Al momento non esistono comunicazioni ufficiali su come sarebbe avvenuto l’attacco. Haniyeh era ospite in un appartamento segreto di proprietà dei pasdaran, nel cuore di Teheran, nel raid muore solo lui insieme alla sua guardia del corpo. L’Iran non fornisce informazioni, tanto meno Israele.
È stato un F-35 a colpire la residenza di Haniyeh, questo appare certo. Da qui il dubbio su chi possa aver aiutato Israele nell’operazione. Gli F-35, infatti, non sono in grado di coprire in volo l’intera distanza che esiste tra Tel Aviv e Teheran. Inevitabile un rifornimento aereo quindi che potrebbe essere stato effettuato da un tanker americano, probabilmente sopra lo spazio aereo dell’Arabia Saudita. Israele con lo stato arabo ha un accordo specifico «data la complessità geopolitica» dell’area, si legge nella Convenzione di Chicago (1944). Haniyeh era nella lista dei terroristi di Washington, ma gli Usa non perdono tempo per smarcarsi da ogni responsabilità. Il segretario di Stato Usa Antony Blinken ha chiarito che gli Stati Uniti non sono stati informati né coinvolti nell’assassinio del capo politico dell’organizzazione terroristica.
Intanto è stato ritrovato il corpo di Shukr. L’esercito israeliano, dando l’annuncio della «eliminazione» di Shukr, lo aveva accusato di aver effettuato un attacco missilistico nel fine settimana sulle alture del Golan che aveva ucciso 12 bambini in una città araba drusa. «Non ci sono cambiamenti nella politica di difesa interna» di Israele, chiarisce il portavoce dell’esercito israeliano, Daniel Hagari, dopo il raid israeliano a Beirut e dopo la notizia dell’uccisione del capo politico di Hamas a Teheran. «In questo momento, l’esercito israeliano sta conducendo una valutazione della situazione. È necessario rimanere informati e agire secondo le istruzioni del Comando del fronte interno».
Nel frattempo corrono riunioni febbrili tra i funzionari di Hamas per stabilire il suo successore. A prendere il suo posto potrebbe essere Khaled Meshal, uno dei leader del gruppo islamico all’estero e già presidente dell’ufficio politico di Hamas fino al 2017.
Gli spari riaccendono petrolio e gas. La crisi della Cina li farà scendere
A Vienna è in corso una delle più importanti riunioni dell’anno dei ministri Opec. Fino a ieri mattina i rappresentanti dei Paesi esportatori facevano le previsioni immaginando quello che sarebbe successo dopo l’estate. L’arrivo dell’autunno e poi l’inverno avrebbe fatto salire la domanda di greggio rendendo meno urgenti i tagli di produzione che inevitabilmente incidono sugli incassi. Negli ultimi mesi, però i prezzi sono scesi più del previsto rendendo più complicate le proiezioni.
Solo ieri c’è stato l’atteso rimbalzo. A determinarlo l’assassinio del capo politico di Hamas a Teheran per mano di Israele. L’attentato si è aggiunto ad un’altra notizia cui i mercati sono molto attenti. Vale a dire la riduzione delle scorte settimanali Usa per la quinta settimana di fila. Più 3,5% circa per Wti e Brent, che rispettivamente sono risaliti a 77,6 e 80,6 dollari al barile. Un exploit che aumenta i grattacapi in casa Opec. Nel senso che l’ipotesi di ridurre ulteriormente la produzione per restringere le forniture globali sembra sfumare. Ci sono già 5,8 milioni di barili al giorno di capacità Opec+ inutilizzati dopo i tagli da ottobre 2022 e molti Paesi che si irritano perché ritengono troppo basse le quote assegnate. Allo stesso tempo, è probabile che i ministri siano anche cauti nel turbare ulteriormente i prezzi immettendo barili sul mercato troppo presto. Più che altro perché il principale acquirente mondiale, la Cina, ha comunicato dati che faranno scendere la domanda di petrolio e derivati. L’indice Pmi manifatturiero ufficiale cinese è sceso a 49,4 a luglio da 49,5 del mese precedente, rispetto alle previsioni di mercato di 49,3. Gli ultimi risultati hanno segnato il terzo mese consecutivo di contrazione dell’attività manifatturiera e il calo più rapido da febbraio. Tra domanda debole, rischi di deflazione, una prolungata crisi immobiliare e un elevato tasso di disoccupazione giovanile, Pechino non vive certo i suoi giorni migliori. I nuovi ordini (49,3 contro 49,5 a giugno), le vendite all’estero (48,5 contro 48,3) e i livelli di acquisto (48,8 contro 48,1) sono tutti diminuiti per il terzo mese consecutivo. Nel frattempo, la debolezza dell’occupazione è persistita (48,3 contro 48,1). La produzione è comunque aumentata per il quinto mese, ma il ritmo di crescita è stato il più debole della sequenza (50,1 contro 50,6). Soprattutto le importazioni totali di olio combustibile della Cina sono diminuite dell’11% nella prima metà del 2024. L’economia dell’Arabia Saudita si è invece contratta dello 0,4% nel secondo trimestre rispetto al secondo trimestre del 2023, secondo la stima rapida dell’Autorità generale per le statistiche del regno. A giugno si è registrato il quarto trimestre consecutivo di contrazione del Pil saudita, poiché il più grande esportatore mondiale di petrolio sta tagliando la produzione di circa 1,5 milioni di barili al giorno inclusa una riduzione volontaria della produzione di 1 milione di barili. I giudizi dell’Opec+ (dove partecipa anche la Russia) sono però offuscati dalla divergenza nelle aspettative sulla domanda di greggio a breve termine. L’Opec stessa prevede che la domanda globale di petrolio aumenterà di 2,25 milioni di barili al giorno nel 2024 e di altri 1,85 milioni di b/g nel 2025. Un dato superiore alle stime dell’Aie, Agenzia internazionale dell’energia, molto più basse, a 970.000 barili nel 2024 e 980.000 barili nel 2025. I big del greggio temono inoltre una possibile contrazione dell’Occidente. All’ultimo incontro dell’Opec+, il ministro dell’energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, ha affermato che il gruppo ha osservato attentamente le banche centrali mentre abbassavano i tassi per stimolare l’attività economica. «Stiamo aspettando che i tassi di interesse scendano, una migliore traiettoria della crescita economica, non solo in alcune sacche qua e là, ma anche una maggiore certezza sulla traiettoria economica, e questo probabilmente determinerà un aumento della domanda», aveva aggiunto. Anche il prezzo del gas europeo ha visto una fiammata, per le tensioni geopolitiche mediorientali. Il contratto di settembre è salito di un paio di punti superando i 35 euro per megawattora, massimo da un mese. Con la chiusura di Freeport, in Texas, il Gnl verso l’Europa è arrivato in queste settimane dai Paesi del Golfo, grandi azionisti dell’Opec. Col Mar Rosso fuori gioco, causa attacchi Houthi, il mercato teme però un aumento del prezzo poiché anche l’Asia reclama gas da usare per far funzionare i condizionatori nell’estate finora più calda di sempre. E la concorrenza Asia-Europa tiene i prezzi in tensione.
Continua a leggereRiduci
Un missile centra l’appartamento che ospitava il terrorista. Khamenei promette vendetta: «L’attacco non sarà impunito».I prezzi dell’energia sono saliti ma la debolezza di Pechino limiterà gli aumenti.Lo speciale contiene due articoli. Sono passate da poco le cinque del mattino ora italiana, quando la notizia della morte del capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, si diffonde in tutto il mondo. Un’esecuzione che arriva poche ore dopo l’eliminazione di Fuad Shukr a Beirut, un altro importante obiettivo messo a segno da Israele, in questo caso rivendicato. «L’eliminazione di Fuad Shukr dimostra che nessuno può uccidere israeliani impunemente e che non c’è luogo in cui Israele non possa colpirà per esigere un prezzo elevato da chiunque per aver danneggiato Israele», ha scritto il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant.Sul come sia stata portata a segno l’operazione contro Haniyeh c’è invece il massimo riserbo. La conferma della sua morte arriva da Hamas: il suo leader è stato ucciso da un raid israeliano contro la sua residenza a Teheran. Israele non ha rilasciato dichiarazioni, ma è consuetudine che non lo faccia quando si tratta di operazioni del Mossad. «Un atto codardo che non passerà impunito», si legge in una nota di Hamas. La Guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, ha minacciato una dura rappresaglia contro Israele per l’attacco, all’indomani del giuramento del nuovo presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian. Khamenei, secondo quanto riportano i media iraniani, ha dichiarato in una nota che «il regime criminale e terrorista sionista», uccidendo Haniyeh, «ha preparato per se stesso una dura punizione». Infine, ha aggiunto: è «nostro dovere vendicare il suo sangue» anche per il fatto che l’omicidio è avvenuto «sul territorio della Repubblica islamica». «L’uccisione del capo di Hamas Haniyeh renderà la resistenza più determinata nell’affrontare Israele», la reazione del gruppo sciita libanese Hezbollah. Nel pomeriggio poi una conferenza stampa in cui il vicecomandante di Hamas nella Striscia di Gaza, Khalil Al Hayya, ha spiegato: «Hamas e l’Iran non vogliono una guerra regionale, ma è stato commesso un crimine che dev’essere punito». Secondo Ynet il premier Benyamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant hanno trascorso tutta la notte al ministero della Difesa a Tel Aviv, mentre gli altri ministri del gabinetto di sicurezza non sono stati informati in anticipo dell’attacco. Netanyahu ieri sera parlando alla nazione ha detto: «Abbiamo inferto colpi devastanti a tutti i nostri nemici». Israele «sta combattendo una guerra esistenziale contro l’asse del male iraniano. Davanti a noi giorni impegnativi, Israele esigerà un prezzo pesante per qualsiasi aggressione. È una guerra di sopravvivenza contro l’anello di missili terroristici intorno a noi». E poi: «L’Iran cerca di stringere» un cerchio «intorno al nostro collo, stiamo lottando contro tre fronti: le tre h, Hamas, Houthi e Hezbollah» ma «negli ultimi giorni abbiamo dato dei colpi importanti. Tre settimane fa abbiamo attaccato il capo militare di Hamas Muhammad Deif, due settimane fa abbiamo lanciato uno dei raid di più lunga distanza dell’aeronautica (Hodeida, Yemen). Ieri è stata la volta del capo di stato maggiore di Hezbollah, Fuad Shukr, il terrorista più ricercato del mondo». Infine: «Da tempo sono sotto pressione in patria e all’estero per porre fine alla guerra: non ho ceduto a quelle richieste prima e non cedo neanche adesso». Insomma, non rivendica l’eliminazione di Haniyeh, ma la lascia intendere parlando proprio nel giorno della sua morte. Al momento non esistono comunicazioni ufficiali su come sarebbe avvenuto l’attacco. Haniyeh era ospite in un appartamento segreto di proprietà dei pasdaran, nel cuore di Teheran, nel raid muore solo lui insieme alla sua guardia del corpo. L’Iran non fornisce informazioni, tanto meno Israele. È stato un F-35 a colpire la residenza di Haniyeh, questo appare certo. Da qui il dubbio su chi possa aver aiutato Israele nell’operazione. Gli F-35, infatti, non sono in grado di coprire in volo l’intera distanza che esiste tra Tel Aviv e Teheran. Inevitabile un rifornimento aereo quindi che potrebbe essere stato effettuato da un tanker americano, probabilmente sopra lo spazio aereo dell’Arabia Saudita. Israele con lo stato arabo ha un accordo specifico «data la complessità geopolitica» dell’area, si legge nella Convenzione di Chicago (1944). Haniyeh era nella lista dei terroristi di Washington, ma gli Usa non perdono tempo per smarcarsi da ogni responsabilità. Il segretario di Stato Usa Antony Blinken ha chiarito che gli Stati Uniti non sono stati informati né coinvolti nell’assassinio del capo politico dell’organizzazione terroristica.Intanto è stato ritrovato il corpo di Shukr. L’esercito israeliano, dando l’annuncio della «eliminazione» di Shukr, lo aveva accusato di aver effettuato un attacco missilistico nel fine settimana sulle alture del Golan che aveva ucciso 12 bambini in una città araba drusa. «Non ci sono cambiamenti nella politica di difesa interna» di Israele, chiarisce il portavoce dell’esercito israeliano, Daniel Hagari, dopo il raid israeliano a Beirut e dopo la notizia dell’uccisione del capo politico di Hamas a Teheran. «In questo momento, l’esercito israeliano sta conducendo una valutazione della situazione. È necessario rimanere informati e agire secondo le istruzioni del Comando del fronte interno». Nel frattempo corrono riunioni febbrili tra i funzionari di Hamas per stabilire il suo successore. A prendere il suo posto potrebbe essere Khaled Meshal, uno dei leader del gruppo islamico all’estero e già presidente dell’ufficio politico di Hamas fino al 2017.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/teheran-israele-uccide-capo-hamas-2668854115.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-spari-riaccendono-petrolio-e-gas-la-crisi-della-cina-li-fara-scendere" data-post-id="2668854115" data-published-at="1722458180" data-use-pagination="False"> Gli spari riaccendono petrolio e gas. La crisi della Cina li farà scendere A Vienna è in corso una delle più importanti riunioni dell’anno dei ministri Opec. Fino a ieri mattina i rappresentanti dei Paesi esportatori facevano le previsioni immaginando quello che sarebbe successo dopo l’estate. L’arrivo dell’autunno e poi l’inverno avrebbe fatto salire la domanda di greggio rendendo meno urgenti i tagli di produzione che inevitabilmente incidono sugli incassi. Negli ultimi mesi, però i prezzi sono scesi più del previsto rendendo più complicate le proiezioni. Solo ieri c’è stato l’atteso rimbalzo. A determinarlo l’assassinio del capo politico di Hamas a Teheran per mano di Israele. L’attentato si è aggiunto ad un’altra notizia cui i mercati sono molto attenti. Vale a dire la riduzione delle scorte settimanali Usa per la quinta settimana di fila. Più 3,5% circa per Wti e Brent, che rispettivamente sono risaliti a 77,6 e 80,6 dollari al barile. Un exploit che aumenta i grattacapi in casa Opec. Nel senso che l’ipotesi di ridurre ulteriormente la produzione per restringere le forniture globali sembra sfumare. Ci sono già 5,8 milioni di barili al giorno di capacità Opec+ inutilizzati dopo i tagli da ottobre 2022 e molti Paesi che si irritano perché ritengono troppo basse le quote assegnate. Allo stesso tempo, è probabile che i ministri siano anche cauti nel turbare ulteriormente i prezzi immettendo barili sul mercato troppo presto. Più che altro perché il principale acquirente mondiale, la Cina, ha comunicato dati che faranno scendere la domanda di petrolio e derivati. L’indice Pmi manifatturiero ufficiale cinese è sceso a 49,4 a luglio da 49,5 del mese precedente, rispetto alle previsioni di mercato di 49,3. Gli ultimi risultati hanno segnato il terzo mese consecutivo di contrazione dell’attività manifatturiera e il calo più rapido da febbraio. Tra domanda debole, rischi di deflazione, una prolungata crisi immobiliare e un elevato tasso di disoccupazione giovanile, Pechino non vive certo i suoi giorni migliori. I nuovi ordini (49,3 contro 49,5 a giugno), le vendite all’estero (48,5 contro 48,3) e i livelli di acquisto (48,8 contro 48,1) sono tutti diminuiti per il terzo mese consecutivo. Nel frattempo, la debolezza dell’occupazione è persistita (48,3 contro 48,1). La produzione è comunque aumentata per il quinto mese, ma il ritmo di crescita è stato il più debole della sequenza (50,1 contro 50,6). Soprattutto le importazioni totali di olio combustibile della Cina sono diminuite dell’11% nella prima metà del 2024. L’economia dell’Arabia Saudita si è invece contratta dello 0,4% nel secondo trimestre rispetto al secondo trimestre del 2023, secondo la stima rapida dell’Autorità generale per le statistiche del regno. A giugno si è registrato il quarto trimestre consecutivo di contrazione del Pil saudita, poiché il più grande esportatore mondiale di petrolio sta tagliando la produzione di circa 1,5 milioni di barili al giorno inclusa una riduzione volontaria della produzione di 1 milione di barili. I giudizi dell’Opec+ (dove partecipa anche la Russia) sono però offuscati dalla divergenza nelle aspettative sulla domanda di greggio a breve termine. L’Opec stessa prevede che la domanda globale di petrolio aumenterà di 2,25 milioni di barili al giorno nel 2024 e di altri 1,85 milioni di b/g nel 2025. Un dato superiore alle stime dell’Aie, Agenzia internazionale dell’energia, molto più basse, a 970.000 barili nel 2024 e 980.000 barili nel 2025. I big del greggio temono inoltre una possibile contrazione dell’Occidente. All’ultimo incontro dell’Opec+, il ministro dell’energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, ha affermato che il gruppo ha osservato attentamente le banche centrali mentre abbassavano i tassi per stimolare l’attività economica. «Stiamo aspettando che i tassi di interesse scendano, una migliore traiettoria della crescita economica, non solo in alcune sacche qua e là, ma anche una maggiore certezza sulla traiettoria economica, e questo probabilmente determinerà un aumento della domanda», aveva aggiunto. Anche il prezzo del gas europeo ha visto una fiammata, per le tensioni geopolitiche mediorientali. Il contratto di settembre è salito di un paio di punti superando i 35 euro per megawattora, massimo da un mese. Con la chiusura di Freeport, in Texas, il Gnl verso l’Europa è arrivato in queste settimane dai Paesi del Golfo, grandi azionisti dell’Opec. Col Mar Rosso fuori gioco, causa attacchi Houthi, il mercato teme però un aumento del prezzo poiché anche l’Asia reclama gas da usare per far funzionare i condizionatori nell’estate finora più calda di sempre. E la concorrenza Asia-Europa tiene i prezzi in tensione.
Ci sono dei film nei quali gli Usa, la Russia o Israele perdono una bomba nucleare e si scatenano avventurose missioni di ricerca. Ricordate "007 Thunderball" o "Il pacificatore" con George Clooney? E, ancora, i libri dello scrittore Tom Clancy? Ecco, sappiate che qualcosa di simile è veramente accaduto!
Gli scontri di Torino tra i manifestanti e le forze dell'ordine durante il corteo di sabato scorso contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna (Ansa)
Sorprendente? No. Ogni volta che si prova a mettere dentro i professionisti della violenza, che colgono ogni occasione per devastare le città e scontrarsi con la polizia, c’è sempre una sentenza che li salva e li rimette in circolazione. Prendete la banda dei No tav che da anni tiene in scacco le forze dell’ordine. Nonostante sia evidente l’esistenza di un coordinamento delle manifestazioni e degli scontri con l’unico obiettivo di impedire un’opera pubblica, i giudici hanno assolto i componenti della banda dall’accusa di associazione a delinquere. La Procura aveva chiesto 88 anni di carcere per 26 imputati, ma pur riconoscendo l’esistenza di reati gravi come estorsione, rapina, sequestro di persona, violenza privata, incendio e resistenza a pubblico ufficiale, il tribunale ha negato il reato associativo. I centri sociali sono gruppi organizzati, i militanti si muovono con le modalità di un’organizzazione eversiva, ma per le toghe non esiste l’associazione a delinquere.
Stefano Esposito, ex senatore del Pd, non ha dubbi: a Torino e in Val di Susa c’è un gruppo che ha fatto della lotta all’alta velocità un laboratorio dell’antagonismo e della violenza politica. Ci sono pezzi della sinistra che stanno con questa teppaglia, spiega. «Come sapevo io che sarebbe finita così?», ha detto al Corriere della Sera: «Lo sapevano tutti che gli scontri erano l’obiettivo della manifestazione e che sarebbe finita così. E questo è inaccettabile».
Già. Lo sanno tutti. Quelli che rivendicano la libertà di manifestare il dissenso, ben sapendo che si legittima la libertà di devastare le città e ferire uomini delle forze dell’ordine, e quelli che una volta arrestati li rimettono in libertà, facendo finta di ignorare che la prossima volta faranno anche peggio. Proprio a Torino, inaugurando l’anno giudiziario prima che si verificassero gli incidenti che tanto hanno indignato l’opinione pubblica, il procuratore generale Lucia Musti se l’è presa con la benevola tolleranza dell’upper class, che guarda con compiacimento i disordini di piazza, «che altro non sono se non gravi reati». L’alto magistrato ha accusato quei personaggi che «con il loro scrivere, il loro condurre alla normalizzazione, il loro agire in appoggio» vanno a popolare «un’area grigia, di matrice colta e borghese» che, invece di svolgere un’azione illuminata di deterrenza, finisce per fornire una lettura compiacente «dell’utilizzo delle piazze quale strumento di lotta al di fuori del contesto democratico e in violazione della legalità». Per Musti «in ogni corteo si stacca una frangia nella quale si ritrovano sempre le stesse persone, oltre a nuovi sodali e manovalanza varia, vecchi capi che incitano a distanza alla rivolta e nuovi capi che incitano sul campo».
Ha ragione il procuratore generale di Torino. I soggetti sono sempre gli stessi. Tutti li conoscono. Ma l’informazione che ieri inaugurando l’anno giudiziario non ha fornito è una sola: perché i suoi colleghi li lasciano in libertà nonostante si sappia chi sono e chi li ispira?
Continua a leggereRiduci
Polizia di Stato e divisione scientifica in via Cassinis a Milano, per i rilievi dopo la sparatoria tra un uomo cinese di trent'anni e degli agenti di polizia (Ansa)
I poliziotti sono vivi per miracolo. È il punto da cui bisogna partire per capire che cosa è accaduto domenica pomeriggio in piazza Mistral, a Rogoredo, periferia di Milano, dove una volante della Polizia di Stato è finita sotto il fuoco di un uomo armato. Contro il mezzo sono stati esplosi almeno tre colpi, secondo gli accertamenti più recenti, diretti ad altezza d’uomo. I proiettili hanno colpito la carrozzeria e le portiere del Land Cruiser blindato delle Uopi, le Unità operative di primo intervento create dopo gli attentati del Bataclan per fronteggiare minacce armate ad alto rischio. Senza quella blindatura, oggi il bilancio sarebbe probabilmente un altro.
La ricostruzione parte alle 14.30. Il rapinatore, un trentenne di nazionalità cinese, classe 1995, di nome Liu Wenham, irregolare sul territorio italiano, aggredisce in via Caviglia una guardia giurata italiana di circa 50 anni che sta andando al lavoro. Lo colpisce alla testa con un bastone. Poi gli strappa la pistola d’ordinanza, una Walther P99, e fugge verso la periferia. Scatta l’allarme al 112, le volanti iniziano a setacciare il quartiere, finché alle 15.15 l’uomo incrocia il Land Cruiser delle Uopi in via Cassinis. Non tenta la fuga: spara contro l’auto della polizia. Gli agenti sono protetti dalla blindatura e rispondono. Il trentenne viene colpito gravemente, trasportato al Niguarda in codice rosso, dove ora è ricoverato in fin di vita. Nessun poliziotto è rimasto ferito. La differenza l’ha fatta la protezione del mezzo.
Il contesto è quello che inquieta di più. Piazza Mistral dista poco più di un chilometro dal boschetto della droga di via Impastato, dove solo pochi giorni fa un altro intervento di polizia, durante un servizio antidroga, si è concluso con la morte del pusher Abderrahim Mansouri. In quel caso, a un agente in borghese era stata puntata contro una pistola - poi risultata una replica a salve priva del tappo rosso, ma indistinguibile da una vera nella penombra - e l’agente aveva sparato un solo colpo.
Rogoredo è così tornata, nel giro di pochi giorni, al centro della cronaca nera. Un’area che da anni concentra spaccio, rapine, aggressioni, e che oggi si trova sotto i riflettori anche per un altro motivo: a meno di due chilometri sorge l’Arena di Santa Giulia, destinata a ospitare le gare di hockey delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026. La Milano che si prepara a mostrarsi al mondo convive con una periferia in cui si spara contro le volanti in pieno giorno. Una frattura che i residenti denunciano da tempo e che gli interventi, per quanto intensi, faticano a ricomporre.
Le Uopi rappresentano l’ultimo livello di risposta dello Stato. Operano con mezzi blindati, armi lunghe e addestramento specifico per situazioni di fuoco diretto. Il fatto che siano state necessarie in un normale pomeriggio domenicale, davanti a un ristorante e a una scuola di danza poi evacuata per sicurezza, è un segnale che va oltre il singolo episodio. È il segno di una soglia della violenza ormai superata, che impone scelte operative e politiche difficili.
A rafforzare questo quadro è arrivata anche la presa di posizione del Siulp, il principale sindacato della Polizia di Stato. Il segretario generale Felice Romano ha parlato di un episodio che conferma come il degrado e la violenza delle periferie non siano più una «percezione», ma un dato oggettivo con cui gli operatori si confrontano ogni giorno, esponendo la propria incolumità. Romano ha sottolineato che ignorare la sussistenza della legittima difesa in situazioni di fuoco reale sarebbe «un’opzione irricevibile», ricordando come l’automatismo dell’atto dovuto - l’iscrizione nel registro degli indagati - si traduca spesso per i poliziotti in anni di sofferenze personali e professionali. A pochi giorni dall’iscrizione per omicidio volontario di un collega coinvolto nella sparatoria di via Impastato, il leader del Siulp ha avvertito che il modo in cui verranno inquadrate anche queste nuove vicende inciderà sulla credibilità dello Stato, che rischia di apparire più solerte nel vagliare l’operato di chi interviene che nel reprimere chi spara contro una volante.
Mentre Rogoredo torna a essere teatro di sparatorie, il centrosinistra milanese è sceso in piazza contro la presenza degli agenti statunitensi dell’Ice nel villaggio olimpico, una presenza innocua, limitata a funzioni di coordinamento. Alla manifestazione era ha partecipato anche Mario Calabresi, indicato come candidato sindaco in pectore per il centrosinistra. Peccato che a pochi chilometri di distanza i residenti di Rogoredo hanno a due conflitti a fuoco in pochi giorni: una distanza politica che nel quartiere viene vissuta come rimozione dei problemi reali, tra spaccio, violenza e paura quotidiana.
Matteo Salvini ha scritto su X «Io sto col poliziotto», annunciando iniziative di sostegno agli agenti. Un messaggio che risuona anche alla luce di quanto accaduto ieri a Torino, dove un agente è stato picchiato: episodi diversi, ma un comune denominatore che riporta al centro la sicurezza e la tutela di chi opera sul campo.
Nel frattempo, un ventitreenne è stato accoltellato da tre giovani, nella notte tra sabato e domenica, vicino alla Bocconi, sempre a Milano. Ricoverato in codice rosso, non è in pericolo. Dopo il suo racconto sono scattate le indagini, ma i contorni dell’episodio sono ancora poco chiari.
Questa volta l’arma non era finta. Il presidio del territorio è a rischio
Ancora una volta a Rogoredo. Ancora una volta lì, in una periferia che evidentemente la lunga amministrazione del sindaco Beppe Sala ha spinto più in là dalla Milano dei grattacieli e del jet set e che ha tentato di recuperare con il tocco magico delle Olimpiadi invernali. Già, perché Rogoredo è a due passi dall’Arena Santa Giulia, uno dei palazzetti del ghiaccio palcoscenico dei Giochi.
Ancora Rogoredo, dunque. Ma soprattutto ancora una volta contro la polizia, sempre più bersaglio di teppisti e criminali. Sfumature diverse dello stesso disegno delinquenziale dove le forze dell’ordine diventano il nemico e lo Stato un nulla. Ancora una volta a Rogoredo, come era successo la notte del 26 gennaio in cui Zack Mansouri, giovane spacciatore marocchino, aveva puntato una pistola - solo successivamente si sarebbe rivelata una replica a salve - contro uno dei poliziotti che stavano facendo i controlli, il quale per legittima difesa ha risposto aprendo il fuoco. Ecco, ieri pomeriggio, ancora una volta a Rogoredo, in piazza Mistral, altra scena da Far west: un rapinatore di origine cinese, irregolare, ha prima rubato la pistola a una guardia giurata e poi aperto il fuoco contro la pattuglia della polizia intervenuta sul posto, ingaggiando così uno scontro armato con gli agenti, ma anche col rischio di colpire i passanti visto l’orario (primo pomeriggio) e la zona. Riavvolgendo il nastro si capisce la gravità del fatto: il rapinatore aveva aggredito la guardia giurata con un bastone per sottrarle l’arma, impossessatasi della quale era poi fuggito. A quel punto è scattato l’allarme. Il resto è appunto come descritto: il bandito usa l’arma sottratta alla guardia e apre il fuoco. A differenza del marocchino, sentinella del traffico della droga nel bosco di Rogoredo che aveva puntato nella notte una pistola poi risultata non vera, stavolta l’arma è perfettamente funzionante perché di una guardia giurata. Ecco perché non c’è il minimo dubbio tra gli agenti in servizio. E infatti ecco i colpi all’indirizzo del Range Rover blindato della Polizia. Non resta che rispondere per evitare il peggio.
I colpi che partono dagli agenti andranno a bersaglio, atterrando l’uomo e riducendolo in fin di vita. La dinamica è lampante: legittima difesa ed espletamento delle funzioni di garanzia a tutela dell’ordine pubblico. Nella speranza che in Procura nessuno abbia intenzione di indugiare oltremodo con il rischio di indebolire ancor più il ruolo della polizia e più in generale delle forze dell’ordine, messo a durissima prova nelle ultime ore. Ci sono parole da aggiungere? Sì, sempre. Perché altrimenti il rischio è di «isolare» quegli agenti, quelle donne e quegli uomini in divisa impegnati nel garantire la nostra sicurezza. Cos’è successo stavolta? Il motivo potrebbe essere lo stesso: il pusher marocchino era sbucato dal buio per disturbare il controllo della polizia nella principale area di spaccio della città; allo stesso modo si può pensare al rapinatore di ieri, un trentenne di origine cinese, come facente parte di una catena di montaggio delinquenziale. Gli asiatici non sono - salvo smentite - rapinatori isolati, ma fanno parte di filiere criminali invisibili dove si passa dal controllo dei laboratori (e anche nella zona di Rogoredo, come in tante periferie metropolitane, ce ne sono parecchi) a quello delle attività commerciali, dal racket dei fiori a quello di altra merce. L’aggressione alla guardia giurata per sottrarre un’arma è un atteggiamento che trasmette un senso di padronanza: io faccio quello che voglio, anche prendermi un’arma per sbrigare i miei affari. Ecco, quel che sta accadendo è la sfida a chi deve controllare pezzi di città: da una parte lo Stato, dall’altra i criminali. Vuoi che siano le zone circostanti le stazioni, vuoi che siano le periferie dove gli stranieri si differenziano spesso per una matrice di provenienza: magrebina, nigeriana, latinos, cinesi, pachistani, cingalesi, slavi…
La questione migratoria incide eccome nelle dinamiche criminali e, se la sinistra continua con lo stesso atteggiamento ambiguo con cui solidarizza a caldo ma non affronta certe meccaniche legate alla sicurezza, le sue ricette non potranno mai essere credibili.
Continua a leggereRiduci