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2024-08-01
Dopo Beirut, Teheran. Israele uccide uno dei capi di Hamas in casa dei pasdaran
Il capo di Hamas ucciso a Teheran, Ismail Haniyeh (Ansa)
Sono passate da poco le cinque del mattino ora italiana, quando la notizia della morte del capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, si diffonde in tutto il mondo. Un’esecuzione che arriva poche ore dopo l’eliminazione di Fuad Shukr a Beirut, un altro importante obiettivo messo a segno da Israele, in questo caso rivendicato. «L’eliminazione di Fuad Shukr dimostra che nessuno può uccidere israeliani impunemente e che non c’è luogo in cui Israele non possa colpirà per esigere un prezzo elevato da chiunque per aver danneggiato Israele», ha scritto il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant.
Sul come sia stata portata a segno l’operazione contro Haniyeh c’è invece il massimo riserbo. La conferma della sua morte arriva da Hamas: il suo leader è stato ucciso da un raid israeliano contro la sua residenza a Teheran. Israele non ha rilasciato dichiarazioni, ma è consuetudine che non lo faccia quando si tratta di operazioni del Mossad. «Un atto codardo che non passerà impunito», si legge in una nota di Hamas. La Guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, ha minacciato una dura rappresaglia contro Israele per l’attacco, all’indomani del giuramento del nuovo presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian. Khamenei, secondo quanto riportano i media iraniani, ha dichiarato in una nota che «il regime criminale e terrorista sionista», uccidendo Haniyeh, «ha preparato per se stesso una dura punizione». Infine, ha aggiunto: è «nostro dovere vendicare il suo sangue» anche per il fatto che l’omicidio è avvenuto «sul territorio della Repubblica islamica». «L’uccisione del capo di Hamas Haniyeh renderà la resistenza più determinata nell’affrontare Israele», la reazione del gruppo sciita libanese Hezbollah. Nel pomeriggio poi una conferenza stampa in cui il vicecomandante di Hamas nella Striscia di Gaza, Khalil Al Hayya, ha spiegato: «Hamas e l’Iran non vogliono una guerra regionale, ma è stato commesso un crimine che dev’essere punito».
Secondo Ynet il premier Benyamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant hanno trascorso tutta la notte al ministero della Difesa a Tel Aviv, mentre gli altri ministri del gabinetto di sicurezza non sono stati informati in anticipo dell’attacco. Netanyahu ieri sera parlando alla nazione ha detto: «Abbiamo inferto colpi devastanti a tutti i nostri nemici». Israele «sta combattendo una guerra esistenziale contro l’asse del male iraniano. Davanti a noi giorni impegnativi, Israele esigerà un prezzo pesante per qualsiasi aggressione. È una guerra di sopravvivenza contro l’anello di missili terroristici intorno a noi». E poi: «L’Iran cerca di stringere» un cerchio «intorno al nostro collo, stiamo lottando contro tre fronti: le tre h, Hamas, Houthi e Hezbollah» ma «negli ultimi giorni abbiamo dato dei colpi importanti. Tre settimane fa abbiamo attaccato il capo militare di Hamas Muhammad Deif, due settimane fa abbiamo lanciato uno dei raid di più lunga distanza dell’aeronautica (Hodeida, Yemen). Ieri è stata la volta del capo di stato maggiore di Hezbollah, Fuad Shukr, il terrorista più ricercato del mondo». Infine: «Da tempo sono sotto pressione in patria e all’estero per porre fine alla guerra: non ho ceduto a quelle richieste prima e non cedo neanche adesso». Insomma, non rivendica l’eliminazione di Haniyeh, ma la lascia intendere parlando proprio nel giorno della sua morte.
Al momento non esistono comunicazioni ufficiali su come sarebbe avvenuto l’attacco. Haniyeh era ospite in un appartamento segreto di proprietà dei pasdaran, nel cuore di Teheran, nel raid muore solo lui insieme alla sua guardia del corpo. L’Iran non fornisce informazioni, tanto meno Israele.
È stato un F-35 a colpire la residenza di Haniyeh, questo appare certo. Da qui il dubbio su chi possa aver aiutato Israele nell’operazione. Gli F-35, infatti, non sono in grado di coprire in volo l’intera distanza che esiste tra Tel Aviv e Teheran. Inevitabile un rifornimento aereo quindi che potrebbe essere stato effettuato da un tanker americano, probabilmente sopra lo spazio aereo dell’Arabia Saudita. Israele con lo stato arabo ha un accordo specifico «data la complessità geopolitica» dell’area, si legge nella Convenzione di Chicago (1944). Haniyeh era nella lista dei terroristi di Washington, ma gli Usa non perdono tempo per smarcarsi da ogni responsabilità. Il segretario di Stato Usa Antony Blinken ha chiarito che gli Stati Uniti non sono stati informati né coinvolti nell’assassinio del capo politico dell’organizzazione terroristica.
Intanto è stato ritrovato il corpo di Shukr. L’esercito israeliano, dando l’annuncio della «eliminazione» di Shukr, lo aveva accusato di aver effettuato un attacco missilistico nel fine settimana sulle alture del Golan che aveva ucciso 12 bambini in una città araba drusa. «Non ci sono cambiamenti nella politica di difesa interna» di Israele, chiarisce il portavoce dell’esercito israeliano, Daniel Hagari, dopo il raid israeliano a Beirut e dopo la notizia dell’uccisione del capo politico di Hamas a Teheran. «In questo momento, l’esercito israeliano sta conducendo una valutazione della situazione. È necessario rimanere informati e agire secondo le istruzioni del Comando del fronte interno».
Nel frattempo corrono riunioni febbrili tra i funzionari di Hamas per stabilire il suo successore. A prendere il suo posto potrebbe essere Khaled Meshal, uno dei leader del gruppo islamico all’estero e già presidente dell’ufficio politico di Hamas fino al 2017.
Gli spari riaccendono petrolio e gas. La crisi della Cina li farà scendere
A Vienna è in corso una delle più importanti riunioni dell’anno dei ministri Opec. Fino a ieri mattina i rappresentanti dei Paesi esportatori facevano le previsioni immaginando quello che sarebbe successo dopo l’estate. L’arrivo dell’autunno e poi l’inverno avrebbe fatto salire la domanda di greggio rendendo meno urgenti i tagli di produzione che inevitabilmente incidono sugli incassi. Negli ultimi mesi, però i prezzi sono scesi più del previsto rendendo più complicate le proiezioni.
Solo ieri c’è stato l’atteso rimbalzo. A determinarlo l’assassinio del capo politico di Hamas a Teheran per mano di Israele. L’attentato si è aggiunto ad un’altra notizia cui i mercati sono molto attenti. Vale a dire la riduzione delle scorte settimanali Usa per la quinta settimana di fila. Più 3,5% circa per Wti e Brent, che rispettivamente sono risaliti a 77,6 e 80,6 dollari al barile. Un exploit che aumenta i grattacapi in casa Opec. Nel senso che l’ipotesi di ridurre ulteriormente la produzione per restringere le forniture globali sembra sfumare. Ci sono già 5,8 milioni di barili al giorno di capacità Opec+ inutilizzati dopo i tagli da ottobre 2022 e molti Paesi che si irritano perché ritengono troppo basse le quote assegnate. Allo stesso tempo, è probabile che i ministri siano anche cauti nel turbare ulteriormente i prezzi immettendo barili sul mercato troppo presto. Più che altro perché il principale acquirente mondiale, la Cina, ha comunicato dati che faranno scendere la domanda di petrolio e derivati. L’indice Pmi manifatturiero ufficiale cinese è sceso a 49,4 a luglio da 49,5 del mese precedente, rispetto alle previsioni di mercato di 49,3. Gli ultimi risultati hanno segnato il terzo mese consecutivo di contrazione dell’attività manifatturiera e il calo più rapido da febbraio. Tra domanda debole, rischi di deflazione, una prolungata crisi immobiliare e un elevato tasso di disoccupazione giovanile, Pechino non vive certo i suoi giorni migliori. I nuovi ordini (49,3 contro 49,5 a giugno), le vendite all’estero (48,5 contro 48,3) e i livelli di acquisto (48,8 contro 48,1) sono tutti diminuiti per il terzo mese consecutivo. Nel frattempo, la debolezza dell’occupazione è persistita (48,3 contro 48,1). La produzione è comunque aumentata per il quinto mese, ma il ritmo di crescita è stato il più debole della sequenza (50,1 contro 50,6). Soprattutto le importazioni totali di olio combustibile della Cina sono diminuite dell’11% nella prima metà del 2024. L’economia dell’Arabia Saudita si è invece contratta dello 0,4% nel secondo trimestre rispetto al secondo trimestre del 2023, secondo la stima rapida dell’Autorità generale per le statistiche del regno. A giugno si è registrato il quarto trimestre consecutivo di contrazione del Pil saudita, poiché il più grande esportatore mondiale di petrolio sta tagliando la produzione di circa 1,5 milioni di barili al giorno inclusa una riduzione volontaria della produzione di 1 milione di barili. I giudizi dell’Opec+ (dove partecipa anche la Russia) sono però offuscati dalla divergenza nelle aspettative sulla domanda di greggio a breve termine. L’Opec stessa prevede che la domanda globale di petrolio aumenterà di 2,25 milioni di barili al giorno nel 2024 e di altri 1,85 milioni di b/g nel 2025. Un dato superiore alle stime dell’Aie, Agenzia internazionale dell’energia, molto più basse, a 970.000 barili nel 2024 e 980.000 barili nel 2025. I big del greggio temono inoltre una possibile contrazione dell’Occidente. All’ultimo incontro dell’Opec+, il ministro dell’energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, ha affermato che il gruppo ha osservato attentamente le banche centrali mentre abbassavano i tassi per stimolare l’attività economica. «Stiamo aspettando che i tassi di interesse scendano, una migliore traiettoria della crescita economica, non solo in alcune sacche qua e là, ma anche una maggiore certezza sulla traiettoria economica, e questo probabilmente determinerà un aumento della domanda», aveva aggiunto. Anche il prezzo del gas europeo ha visto una fiammata, per le tensioni geopolitiche mediorientali. Il contratto di settembre è salito di un paio di punti superando i 35 euro per megawattora, massimo da un mese. Con la chiusura di Freeport, in Texas, il Gnl verso l’Europa è arrivato in queste settimane dai Paesi del Golfo, grandi azionisti dell’Opec. Col Mar Rosso fuori gioco, causa attacchi Houthi, il mercato teme però un aumento del prezzo poiché anche l’Asia reclama gas da usare per far funzionare i condizionatori nell’estate finora più calda di sempre. E la concorrenza Asia-Europa tiene i prezzi in tensione.
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Un missile centra l’appartamento che ospitava il terrorista. Khamenei promette vendetta: «L’attacco non sarà impunito».I prezzi dell’energia sono saliti ma la debolezza di Pechino limiterà gli aumenti.Lo speciale contiene due articoli. Sono passate da poco le cinque del mattino ora italiana, quando la notizia della morte del capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, si diffonde in tutto il mondo. Un’esecuzione che arriva poche ore dopo l’eliminazione di Fuad Shukr a Beirut, un altro importante obiettivo messo a segno da Israele, in questo caso rivendicato. «L’eliminazione di Fuad Shukr dimostra che nessuno può uccidere israeliani impunemente e che non c’è luogo in cui Israele non possa colpirà per esigere un prezzo elevato da chiunque per aver danneggiato Israele», ha scritto il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant.Sul come sia stata portata a segno l’operazione contro Haniyeh c’è invece il massimo riserbo. La conferma della sua morte arriva da Hamas: il suo leader è stato ucciso da un raid israeliano contro la sua residenza a Teheran. Israele non ha rilasciato dichiarazioni, ma è consuetudine che non lo faccia quando si tratta di operazioni del Mossad. «Un atto codardo che non passerà impunito», si legge in una nota di Hamas. La Guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, ha minacciato una dura rappresaglia contro Israele per l’attacco, all’indomani del giuramento del nuovo presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian. Khamenei, secondo quanto riportano i media iraniani, ha dichiarato in una nota che «il regime criminale e terrorista sionista», uccidendo Haniyeh, «ha preparato per se stesso una dura punizione». Infine, ha aggiunto: è «nostro dovere vendicare il suo sangue» anche per il fatto che l’omicidio è avvenuto «sul territorio della Repubblica islamica». «L’uccisione del capo di Hamas Haniyeh renderà la resistenza più determinata nell’affrontare Israele», la reazione del gruppo sciita libanese Hezbollah. Nel pomeriggio poi una conferenza stampa in cui il vicecomandante di Hamas nella Striscia di Gaza, Khalil Al Hayya, ha spiegato: «Hamas e l’Iran non vogliono una guerra regionale, ma è stato commesso un crimine che dev’essere punito». Secondo Ynet il premier Benyamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant hanno trascorso tutta la notte al ministero della Difesa a Tel Aviv, mentre gli altri ministri del gabinetto di sicurezza non sono stati informati in anticipo dell’attacco. Netanyahu ieri sera parlando alla nazione ha detto: «Abbiamo inferto colpi devastanti a tutti i nostri nemici». Israele «sta combattendo una guerra esistenziale contro l’asse del male iraniano. Davanti a noi giorni impegnativi, Israele esigerà un prezzo pesante per qualsiasi aggressione. È una guerra di sopravvivenza contro l’anello di missili terroristici intorno a noi». E poi: «L’Iran cerca di stringere» un cerchio «intorno al nostro collo, stiamo lottando contro tre fronti: le tre h, Hamas, Houthi e Hezbollah» ma «negli ultimi giorni abbiamo dato dei colpi importanti. Tre settimane fa abbiamo attaccato il capo militare di Hamas Muhammad Deif, due settimane fa abbiamo lanciato uno dei raid di più lunga distanza dell’aeronautica (Hodeida, Yemen). Ieri è stata la volta del capo di stato maggiore di Hezbollah, Fuad Shukr, il terrorista più ricercato del mondo». Infine: «Da tempo sono sotto pressione in patria e all’estero per porre fine alla guerra: non ho ceduto a quelle richieste prima e non cedo neanche adesso». Insomma, non rivendica l’eliminazione di Haniyeh, ma la lascia intendere parlando proprio nel giorno della sua morte. Al momento non esistono comunicazioni ufficiali su come sarebbe avvenuto l’attacco. Haniyeh era ospite in un appartamento segreto di proprietà dei pasdaran, nel cuore di Teheran, nel raid muore solo lui insieme alla sua guardia del corpo. L’Iran non fornisce informazioni, tanto meno Israele. È stato un F-35 a colpire la residenza di Haniyeh, questo appare certo. Da qui il dubbio su chi possa aver aiutato Israele nell’operazione. Gli F-35, infatti, non sono in grado di coprire in volo l’intera distanza che esiste tra Tel Aviv e Teheran. Inevitabile un rifornimento aereo quindi che potrebbe essere stato effettuato da un tanker americano, probabilmente sopra lo spazio aereo dell’Arabia Saudita. Israele con lo stato arabo ha un accordo specifico «data la complessità geopolitica» dell’area, si legge nella Convenzione di Chicago (1944). Haniyeh era nella lista dei terroristi di Washington, ma gli Usa non perdono tempo per smarcarsi da ogni responsabilità. Il segretario di Stato Usa Antony Blinken ha chiarito che gli Stati Uniti non sono stati informati né coinvolti nell’assassinio del capo politico dell’organizzazione terroristica.Intanto è stato ritrovato il corpo di Shukr. L’esercito israeliano, dando l’annuncio della «eliminazione» di Shukr, lo aveva accusato di aver effettuato un attacco missilistico nel fine settimana sulle alture del Golan che aveva ucciso 12 bambini in una città araba drusa. «Non ci sono cambiamenti nella politica di difesa interna» di Israele, chiarisce il portavoce dell’esercito israeliano, Daniel Hagari, dopo il raid israeliano a Beirut e dopo la notizia dell’uccisione del capo politico di Hamas a Teheran. «In questo momento, l’esercito israeliano sta conducendo una valutazione della situazione. È necessario rimanere informati e agire secondo le istruzioni del Comando del fronte interno». Nel frattempo corrono riunioni febbrili tra i funzionari di Hamas per stabilire il suo successore. A prendere il suo posto potrebbe essere Khaled Meshal, uno dei leader del gruppo islamico all’estero e già presidente dell’ufficio politico di Hamas fino al 2017.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/teheran-israele-uccide-capo-hamas-2668854115.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-spari-riaccendono-petrolio-e-gas-la-crisi-della-cina-li-fara-scendere" data-post-id="2668854115" data-published-at="1722458180" data-use-pagination="False"> Gli spari riaccendono petrolio e gas. La crisi della Cina li farà scendere A Vienna è in corso una delle più importanti riunioni dell’anno dei ministri Opec. Fino a ieri mattina i rappresentanti dei Paesi esportatori facevano le previsioni immaginando quello che sarebbe successo dopo l’estate. L’arrivo dell’autunno e poi l’inverno avrebbe fatto salire la domanda di greggio rendendo meno urgenti i tagli di produzione che inevitabilmente incidono sugli incassi. Negli ultimi mesi, però i prezzi sono scesi più del previsto rendendo più complicate le proiezioni. Solo ieri c’è stato l’atteso rimbalzo. A determinarlo l’assassinio del capo politico di Hamas a Teheran per mano di Israele. L’attentato si è aggiunto ad un’altra notizia cui i mercati sono molto attenti. Vale a dire la riduzione delle scorte settimanali Usa per la quinta settimana di fila. Più 3,5% circa per Wti e Brent, che rispettivamente sono risaliti a 77,6 e 80,6 dollari al barile. Un exploit che aumenta i grattacapi in casa Opec. Nel senso che l’ipotesi di ridurre ulteriormente la produzione per restringere le forniture globali sembra sfumare. Ci sono già 5,8 milioni di barili al giorno di capacità Opec+ inutilizzati dopo i tagli da ottobre 2022 e molti Paesi che si irritano perché ritengono troppo basse le quote assegnate. Allo stesso tempo, è probabile che i ministri siano anche cauti nel turbare ulteriormente i prezzi immettendo barili sul mercato troppo presto. Più che altro perché il principale acquirente mondiale, la Cina, ha comunicato dati che faranno scendere la domanda di petrolio e derivati. L’indice Pmi manifatturiero ufficiale cinese è sceso a 49,4 a luglio da 49,5 del mese precedente, rispetto alle previsioni di mercato di 49,3. Gli ultimi risultati hanno segnato il terzo mese consecutivo di contrazione dell’attività manifatturiera e il calo più rapido da febbraio. Tra domanda debole, rischi di deflazione, una prolungata crisi immobiliare e un elevato tasso di disoccupazione giovanile, Pechino non vive certo i suoi giorni migliori. I nuovi ordini (49,3 contro 49,5 a giugno), le vendite all’estero (48,5 contro 48,3) e i livelli di acquisto (48,8 contro 48,1) sono tutti diminuiti per il terzo mese consecutivo. Nel frattempo, la debolezza dell’occupazione è persistita (48,3 contro 48,1). La produzione è comunque aumentata per il quinto mese, ma il ritmo di crescita è stato il più debole della sequenza (50,1 contro 50,6). Soprattutto le importazioni totali di olio combustibile della Cina sono diminuite dell’11% nella prima metà del 2024. L’economia dell’Arabia Saudita si è invece contratta dello 0,4% nel secondo trimestre rispetto al secondo trimestre del 2023, secondo la stima rapida dell’Autorità generale per le statistiche del regno. A giugno si è registrato il quarto trimestre consecutivo di contrazione del Pil saudita, poiché il più grande esportatore mondiale di petrolio sta tagliando la produzione di circa 1,5 milioni di barili al giorno inclusa una riduzione volontaria della produzione di 1 milione di barili. I giudizi dell’Opec+ (dove partecipa anche la Russia) sono però offuscati dalla divergenza nelle aspettative sulla domanda di greggio a breve termine. L’Opec stessa prevede che la domanda globale di petrolio aumenterà di 2,25 milioni di barili al giorno nel 2024 e di altri 1,85 milioni di b/g nel 2025. Un dato superiore alle stime dell’Aie, Agenzia internazionale dell’energia, molto più basse, a 970.000 barili nel 2024 e 980.000 barili nel 2025. I big del greggio temono inoltre una possibile contrazione dell’Occidente. All’ultimo incontro dell’Opec+, il ministro dell’energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, ha affermato che il gruppo ha osservato attentamente le banche centrali mentre abbassavano i tassi per stimolare l’attività economica. «Stiamo aspettando che i tassi di interesse scendano, una migliore traiettoria della crescita economica, non solo in alcune sacche qua e là, ma anche una maggiore certezza sulla traiettoria economica, e questo probabilmente determinerà un aumento della domanda», aveva aggiunto. Anche il prezzo del gas europeo ha visto una fiammata, per le tensioni geopolitiche mediorientali. Il contratto di settembre è salito di un paio di punti superando i 35 euro per megawattora, massimo da un mese. Con la chiusura di Freeport, in Texas, il Gnl verso l’Europa è arrivato in queste settimane dai Paesi del Golfo, grandi azionisti dell’Opec. Col Mar Rosso fuori gioco, causa attacchi Houthi, il mercato teme però un aumento del prezzo poiché anche l’Asia reclama gas da usare per far funzionare i condizionatori nell’estate finora più calda di sempre. E la concorrenza Asia-Europa tiene i prezzi in tensione.
Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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A seguito di preliminari accertamenti sul territorio e della consultazione delle banche dati in uso alla Guardia di Finanza, nel febbraio di quest’anno le Fiamme Gialle della Tenenza di Riva del Garda hanno avviato una verifica fiscale nei confronti dell’azienda, che intratteneva rapporti economici con numerose società operanti sul territorio nazionale nei settori della realizzazione di impianti tecnologici, meccanici ed elettrici, nonché della produzione e lavorazione della carta.
Fin dai primi approfondimenti è emerso che la gestione effettiva della società sarebbe stata riconducibile al marito di una donna di origine straniera che, pur ricoprendo formalmente il ruolo di amministratrice unica, sarebbe risultata del tutto estranea agli aspetti economici, contabili e gestionali dell’azienda. La donna avrebbe percepito un compenso soltanto nel 2023, registrato contabilmente ma mai effettivamente corrisposto, presumibilmente utilizzato per giustificare presso un istituto di credito l’erogazione di un finanziamento destinato all’acquisto di un immobile da parte della società.
Grazie anche alla collaborazione dei funzionari ispettivi dell’Inps di Trento, è stata quindi scoperta un’articolata e sistematica condotta di evasione contributiva, attuata attraverso il mascheramento in busta paga di quote della normale retribuzione sotto forma di rimborsi spese esenti da imposizione fiscale e contributiva.
Nel corso dell’attività ispettiva, la società non è stata in grado di fornire alcuna documentazione idonea a giustificare tali rimborsi. Allo stesso modo, nessuno dei lavoratori ascoltati dagli investigatori ha dichiarato di aver sostenuto spese per conto dell’azienda che potessero giustificare gli importi percepiti, né di aver mai redatto i previsti rendiconti mensili.
L’analisi incrociata tra i controlli effettuati e i dati contenuti nel Libro Unico del Lavoro (LUL) ha consentito di accertare che, tra il 2021 e il 2025, ben 127 lavoratori hanno percepito somme maggiorate sotto forma di indennità esenti, senza che fossero versate le relative ritenute fiscali e previdenziali. L’importo complessivo delle somme dovute, comprensivo di sanzioni e interessi, supera il milione di euro.
Oltre alle irregolarità contributive, le indagini economico-finanziarie delle Fiamme Gialle hanno consentito di accertare ulteriori violazioni fiscali. In particolare, in materia di imposte sui redditi, sarebbe stata presentata una dichiarazione con ricavi indicati pari a zero, a fronte di un volume d’affari di circa 1,8 milioni di euro ricostruito dagli investigatori. Contestate anche violazioni in materia di Iva per un importo superiore a 600mila euro.
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