
La Commissione europea ha raccomandato all’Italia di aumentare del 5% la percentuale di produzione manifatturiera - con tendenza declinante come in altre nazioni europee - nel mix di settori che generano ricchezza nazionale. In uno studio simile che ho condotto due anni fa su richiesta di attori finanziari privati emerse un numero simile (7%), ma in un modello sistemico che valutava l’impatto sia selettivo sia propulsivo della rivoluzione tecnologica in atto nei tre settori dell’economia: agricoltura (primario), industriale (secondario) e dei servizi (terziario).
In combinazione con la stima di quanto capitale di investimento sarebbe servito per modernizzare tutti i tre settori, minimizzando l’impatto selettivo della discontinuità tecnologica e massimizzando le sue tecno-opportunità competitive. Ovviamente, in queste stime ha pesato lo scenario di configurazione del mercato internazionale minacciato da tensioni de-globalizzanti per individuare il potenziale di domanda internazionale di cose nuove, ed il dove, in relazione alle capacità di offerta. Da cui derivare una strategia di geopolitica economica globale e finanziaria nazionale correlata ad una rapida modernizzazione interna dei sistemi produttivi. Una parte semplificata di questo studio, che integra strategia italiana esterna ed interna, è riportata nel mio libro Italia globale (Rubbettino, autunno 2023).
L’aggiornamento più recente dello studio detto sopra sta mostrando un’accelerazione crescente della rivoluzione tecnologica. In parte era prevista in continuità con il ritmo sempre più veloce di innovazioni trasferite dalla ricerca scientifica alle applicazioni operative. Ma in parte non così tanto come ora parecchi dati stanno mostrando. Per tale motivo sento il dovere di aggiungere la priorità di gestione della discontinuità tecnologica nel sistema produttivo interno a quella di gestione della turbolenza geopolitica esterna - guerre - che sta ricevendo, comprensibilmente, un massimo di attenzione.
Sto rivolgendo un appello alla politica? Solo in parte, pur ovviamente necessaria, perché la missione innovativa eccede le capacità della politica stessa. Il motivo è che in una democrazia è più probabile un gioco di forze contrapposte che rallentano l’azione futurizzante. Infatti, alla preoccupazione relativa alla lentezza di adeguamento alla rivoluzione tecnologica devo aggiungere quella di possibile superiorità dei sistemi autoritari, per esempio la Cina, che non hanno ostacoli elettorali o di inerzia burocratica per concentrare capitale su innovazioni tecnologiche di superiorità. Ne parlerò prossimamente. Ma oggi e qui mi rivolgo al mondo privato, perché meno vincolato, affinché fornisca alla politica soluzioni di adattamento rapido alla discontinuità tecnologica che abbiano un buon grado di possibile condivisione.
Punti principali
- Welfare di investimento gradualmente sostitutivo di quello redistributivo. Lo scopo è la qualificazione cognitiva di massa per dare a ogni individuo più capacità e mobilità intellettuale. Sono anni che lo propongo, ma i politici consultati hanno per lo più posto il problema della necessità di mantenere elevato l’assistenzialismo data la massa di non abbienti. Da un lato, è visibile una consistente innovazione iniziale nel sistema educativo, per esempio gli Its. Dall’altro, andrebbe accelerata. Come? Tocca alle imprese private aumentare gli investimenti di formazione per il personale con un costo bilanciato da sconti fiscali. Ci sono già buoni esempi, tale soluzione va accelerata sia dalle imprese sia dalla politica fiscale dello Stato.
- Welfare di riqualificazione. Ci sarà un impatto della robotica gestionale sull’occupazione. Invece di appesantire i bilanci delle imprese, con loro rischio di crisi, quello dello Stato dovrà provvedere alla riqualificazione dei lavoratori con programmi salariati di formazione che ne rinnovi il valore di mercato. Tempi: 18 o 24 mesi. Va studiata anche la soluzione di aprire di più le università alla terza missione, cioè «servizio al territorio» oltre che ricerca ed insegnamento, organizzando corsi intensivi sia in presenza sia in video con rilascio di certificazione.
- Più risparmio indirizzato al sistema produttivo italiano. Il male storico dell’Italia è di essere tra i primi al mondo per risparmio, ma tra gli ultimi per investimenti sulle produzioni interne. Evidentemente sono necessari incentivi fiscali per portare più investimenti su aziende italiane manifatturiere, ma anche agricole e di servizi. Via quale mediatore finanziario? La Borsa è il migliore, ma va aumentata di scala favorendo gli accessi di start up e di piccole imprese promettenti. Con alcuni colleghi della finanza di investimento abbiamo una lista di più di 1.500 start up o piccole aziende innovative quotabili. O si innova la Borsa esistente o se ne crea una nuova (per esempio un Nasdaq italiano) più dedicata al tech. Ovviamente la politica nazionale va stimolata per trovare il consenso da parte dell’Ue per questa innovazione italiana. Lo ritengo possibile, prego Consob di mettersi al lavoro sull’ipotesi.
- Ingrandire le piccole imprese italiane. Nella nuova competizione piccolo non è bello, ma non è facile ingrandire rapidamente le decine di migliaia di piccole aziende italiane. Su questo punto il governo ha trovato una buona soluzione da sostenere: creare reti di imprese compatibili che aumentano di fatto la scala di ciascuna senza doverle integrare via fusioni.
Questa lista incompleta e sintetica vuole mostrare la possibilità di adeguamento del sistema economico interno alla sfida della rivoluzione tecnologica trasformandola da problema in opportunità perché il potenziale innovativo dell’Italia è enorme. Futurizzatevi.






