True
2026-05-09
L’ateo Peterson che lotta con Dio per arginare le armate del woke
Jordan Peterson (Ansa)
A cui risponde con intelligenza appuntita e lingua raffinatissima. I suoi libri e i suoi video sono stati compulsati da milioni di persone, e lo psicologo si è fatto pienamente carico del compito di guidare masse dei conservatori in cerca di riferimenti. I suoi match televisivi contro i più fanatici sostenitori del delirio buonista sono uno spettacolo imperdibile, da cui Peterson esce sempre imbattuto. O, meglio, usciva.
Negli ultimi anni ha avuto problemi fisici e neurologici, si è trovato fra la vita e la morte, si è ripreso e poi - di recente - è nuovamente precipitato nel baratro. Peterson oggi soffre di acatisia, terribile sindrome psicomotoria che causa irrequietezza costante e bisogno incontrollabile di muoversi. Sua moglie Tammy, un paio di giorni fa, ha dichiarato al New York Post che «il dottor Peterson è a casa con la famiglia e persone che lo assistono... non ha ancora intenzione di tornare al lavoro. Sente come se fosse in un altro mondo fatto di dolore. Le sue mattine sono terribilmente dolorose e scoraggianti. Più tardi, molto più tardi nel corso della giornata, a volte prova un po’ di sollievo. I danni causati dai farmaci psichiatrici assunti più di sei anni fa richiedono pazienza, tempo e amorevole attenzione».
È una nuova lotta, la più dura. Ed è una coincidenza davvero significativa che l’ultimo libro di Jordan Peterson (appena uscito in Italia per l’editore My Life) sia Noi che lottiamo con Dio. È un saggio straordinario, frutto di anni di studi e conferenze a cui Peterson ha dedicato tutte le sue energie quando ancora era in forze. Il dottor Jordan, benché sua moglie e sua figlia siano cristiane, non si professa credente. Eppure guarda alla Bibbia con totale devozione. «Nel bene o nel male, è la storia che conta», scrive. «Nel bene o nel male, la storia su cui si fondano, seppure precariamente, le menti e le culture occidentali è fondamentalmente quella narrata nella biblioteca che costituisce il corpus biblico, la serie di drammi che sta alla base della nostra cultura e attraverso cui guardiamo il mondo. E la storia su cui si regge la civiltà occidentale. E una raccolta di descrizioni non solo di Dio, la cui imitazione, adorazione o, addirittura, incarnazione è ritenuta il più alto di tutti gli obiettivi possibili, ma anche dell’uomo e della donna, la cui essenza è definita dalla relazione con quel Dio, e della società, vista attraverso il prisma dell’individuo e del divino, È anche la rivelazione del sacrificio che permette di raggiungere tale obiettivo, e un’analisi in forma di epopea del traguardo trascendente che si ritiene unisca tutte le cose nel miglior modo possibile. Per quanto riguardo l’Occidente, la storia biblica è, nel suo complesso, il quadro attraverso cui il mondo dei fatti si rivela, la descrizione della gerarchia di valori entro cui la scienza stessa (quella che persegue il bene) è resa possibile. La Bibbia è la biblioteca di storie su cui si basano le società più produttive, libere, stabili e pacifiche che il mondo abbia mai conosciuto: il fondamento dell’Occidente, puro e semplice».
Tra i tanti temi fondamentali che il libro tocca seguendo la Bibbia uno è particolarmente avvincente e in linea con le idee di Peterson. L’idea di lotta, di sfida, di avventura e combattimento in nome della Verità, perfettamente condensato nella vicenda di Abramo. Un uomo che viene chiamato alla sfida. E viene chiamato da una voce che è «lo stesso spirito che incita il poppante ad accettare il compito di diventare bambino, il bambino a diventare adolescente e l’adolescente a diventare un adulto autonomo. È lo stesso spirito che si manifesta nell'anima del figlio o della figlia a cui vengono concesse sempre più responsabilità e opportunità a ogni passo volontario verso la maturità.. In secondo luogo, questi brevi versetti contengono una promessa straordinariamente ottimistica: a coloro che danno ascolto alla vera avventura al servizio di ciò che è più elevato, Dio dice che la loro ricerca non solo soddisferà il desiderio più profondo dell’anima intenta a progredire, ma costituirà anche la strategia più efficace possibile per il successo».
Nei fatti, spiega Peterson, «la fonte dello slancio allo sviluppo personale dev’essere considerata identica al Dio monoteista ebraico e la manifestazione dello spirito divino è ciò che ci spinge ad ammirare e a imitare il successo vero e autentico. [...] È l’ispirazione divina che si concretizza nella chiamata a lottare con se stessi, il mondo, la natura e Dio. [...] Questo è lo spirito che è insieme Dio, la voce incoraggiante che chiama Abram, e ciò che Abram potrebbe essere e poi è: il padre delle nazioni. Significa che l’essenza stessa della paternità, sia essa concepita come qualcosa di divino o di umano, è proprio quella voce incoraggiante che premia l’impulso o forse l’istinto che spinge un bambino, un adolescente e persino un adulto ad accettare le sfide, a svilupparsi ulteriormente, a maturare, a elevarsi e a crescere verso la luce, ad affrontare serpenti e draghi anziché cercare sicurezza, gratificazione edonistica o potere. Pertanto, il Verbo di Dio nella storia di Abram è inteso identico alla propensione innata (anche se non con la necessità deterministica) del bambino a muovere i primi passi; a tendere la mano dell’amicizia e a giocare con gli sconosciuti con coraggio e cordialità in un parco giochi, a rifiutare la falsa amicizia di coloro che raccolgono la palla nel cortile e se ne vanno a casa se non riescono ad avere ciò che vogliono; a opporsi ai bulli nei corridoi della scuola e nei vicoli a favore di chi è più piccolo o più debole e vulnerabile; a desiderare e a correre il rischio di instaurare una relazione con un membro del sesso opposto, e a diventare mariti e mogli affidabili e amorevoli, padri e madri adulti».
La voce divina chiama a una lotta per la verità: «È la vera avventura, non la falsità della menzogna, a costituire il significato autentico e necessariamente sostenibile della vita. Instaurando un’alleanza con l’unico vero Dio, Abram giura di vivere secondo la verità. All’inizio non ne è perfettamente in grado: è, nel migliore dei casi, un uomo comune; un’ottima notizia per tutti noi che ci sforziamo di raggiungere un obiettivo superiore e di mettere ordine nella nostra vita.. Nonostante la sua ordinarietà, Abram decide di correre il rischio». Ecco, correre il rischio a fin di bene: tutta la vita di Peterson e tutto il suo insegnamento si riassume in questo concetto. Una lotta, una buona battaglia.
Continua a leggereRiduci
Lo psicologo canadese, alle prese con seri problemi fisici, contrasta i buonisti con la Bibbia: «È quella la storia che conta».Se dovessimo scegliere una sola parola per sintetizzare l’incredibile vita di Jordan Peterson, con tutta probabilità quella parola sarebbe «lotta». È stata la lotta a donargli un fardello pesante come la celebrità globale. Psicologo e autore già affermato, tra i più importanti intellettuali partoriti dal Canada in tempi recenti, è divenuto famosissimo grazie alla sua battaglia contro le imposture gender e le mordacchie woke. A cui risponde con intelligenza appuntita e lingua raffinatissima. I suoi libri e i suoi video sono stati compulsati da milioni di persone, e lo psicologo si è fatto pienamente carico del compito di guidare masse dei conservatori in cerca di riferimenti. I suoi match televisivi contro i più fanatici sostenitori del delirio buonista sono uno spettacolo imperdibile, da cui Peterson esce sempre imbattuto. O, meglio, usciva. Negli ultimi anni ha avuto problemi fisici e neurologici, si è trovato fra la vita e la morte, si è ripreso e poi - di recente - è nuovamente precipitato nel baratro. Peterson oggi soffre di acatisia, terribile sindrome psicomotoria che causa irrequietezza costante e bisogno incontrollabile di muoversi. Sua moglie Tammy, un paio di giorni fa, ha dichiarato al New York Post che «il dottor Peterson è a casa con la famiglia e persone che lo assistono... non ha ancora intenzione di tornare al lavoro. Sente come se fosse in un altro mondo fatto di dolore. Le sue mattine sono terribilmente dolorose e scoraggianti. Più tardi, molto più tardi nel corso della giornata, a volte prova un po’ di sollievo. I danni causati dai farmaci psichiatrici assunti più di sei anni fa richiedono pazienza, tempo e amorevole attenzione».È una nuova lotta, la più dura. Ed è una coincidenza davvero significativa che l’ultimo libro di Jordan Peterson (appena uscito in Italia per l’editore My Life) sia Noi che lottiamo con Dio. È un saggio straordinario, frutto di anni di studi e conferenze a cui Peterson ha dedicato tutte le sue energie quando ancora era in forze. Il dottor Jordan, benché sua moglie e sua figlia siano cristiane, non si professa credente. Eppure guarda alla Bibbia con totale devozione. «Nel bene o nel male, è la storia che conta», scrive. «Nel bene o nel male, la storia su cui si fondano, seppure precariamente, le menti e le culture occidentali è fondamentalmente quella narrata nella biblioteca che costituisce il corpus biblico, la serie di drammi che sta alla base della nostra cultura e attraverso cui guardiamo il mondo. E la storia su cui si regge la civiltà occidentale. E una raccolta di descrizioni non solo di Dio, la cui imitazione, adorazione o, addirittura, incarnazione è ritenuta il più alto di tutti gli obiettivi possibili, ma anche dell’uomo e della donna, la cui essenza è definita dalla relazione con quel Dio, e della società, vista attraverso il prisma dell’individuo e del divino, È anche la rivelazione del sacrificio che permette di raggiungere tale obiettivo, e un’analisi in forma di epopea del traguardo trascendente che si ritiene unisca tutte le cose nel miglior modo possibile. Per quanto riguardo l’Occidente, la storia biblica è, nel suo complesso, il quadro attraverso cui il mondo dei fatti si rivela, la descrizione della gerarchia di valori entro cui la scienza stessa (quella che persegue il bene) è resa possibile. La Bibbia è la biblioteca di storie su cui si basano le società più produttive, libere, stabili e pacifiche che il mondo abbia mai conosciuto: il fondamento dell’Occidente, puro e semplice». Tra i tanti temi fondamentali che il libro tocca seguendo la Bibbia uno è particolarmente avvincente e in linea con le idee di Peterson. L’idea di lotta, di sfida, di avventura e combattimento in nome della Verità, perfettamente condensato nella vicenda di Abramo. Un uomo che viene chiamato alla sfida. E viene chiamato da una voce che è «lo stesso spirito che incita il poppante ad accettare il compito di diventare bambino, il bambino a diventare adolescente e l’adolescente a diventare un adulto autonomo. È lo stesso spirito che si manifesta nell'anima del figlio o della figlia a cui vengono concesse sempre più responsabilità e opportunità a ogni passo volontario verso la maturità.. In secondo luogo, questi brevi versetti contengono una promessa straordinariamente ottimistica: a coloro che danno ascolto alla vera avventura al servizio di ciò che è più elevato, Dio dice che la loro ricerca non solo soddisferà il desiderio più profondo dell’anima intenta a progredire, ma costituirà anche la strategia più efficace possibile per il successo». Nei fatti, spiega Peterson, «la fonte dello slancio allo sviluppo personale dev’essere considerata identica al Dio monoteista ebraico e la manifestazione dello spirito divino è ciò che ci spinge ad ammirare e a imitare il successo vero e autentico. [...] È l’ispirazione divina che si concretizza nella chiamata a lottare con se stessi, il mondo, la natura e Dio. [...] Questo è lo spirito che è insieme Dio, la voce incoraggiante che chiama Abram, e ciò che Abram potrebbe essere e poi è: il padre delle nazioni. Significa che l’essenza stessa della paternità, sia essa concepita come qualcosa di divino o di umano, è proprio quella voce incoraggiante che premia l’impulso o forse l’istinto che spinge un bambino, un adolescente e persino un adulto ad accettare le sfide, a svilupparsi ulteriormente, a maturare, a elevarsi e a crescere verso la luce, ad affrontare serpenti e draghi anziché cercare sicurezza, gratificazione edonistica o potere. Pertanto, il Verbo di Dio nella storia di Abram è inteso identico alla propensione innata (anche se non con la necessità deterministica) del bambino a muovere i primi passi; a tendere la mano dell’amicizia e a giocare con gli sconosciuti con coraggio e cordialità in un parco giochi, a rifiutare la falsa amicizia di coloro che raccolgono la palla nel cortile e se ne vanno a casa se non riescono ad avere ciò che vogliono; a opporsi ai bulli nei corridoi della scuola e nei vicoli a favore di chi è più piccolo o più debole e vulnerabile; a desiderare e a correre il rischio di instaurare una relazione con un membro del sesso opposto, e a diventare mariti e mogli affidabili e amorevoli, padri e madri adulti». La voce divina chiama a una lotta per la verità: «È la vera avventura, non la falsità della menzogna, a costituire il significato autentico e necessariamente sostenibile della vita. Instaurando un’alleanza con l’unico vero Dio, Abram giura di vivere secondo la verità. All’inizio non ne è perfettamente in grado: è, nel migliore dei casi, un uomo comune; un’ottima notizia per tutti noi che ci sforziamo di raggiungere un obiettivo superiore e di mettere ordine nella nostra vita.. Nonostante la sua ordinarietà, Abram decide di correre il rischio». Ecco, correre il rischio a fin di bene: tutta la vita di Peterson e tutto il suo insegnamento si riassume in questo concetto. Una lotta, una buona battaglia.
Fiere del libro e festival letterari vogliono imporre il pensiero unico: dal patentino antifascista al tentativo di zittire scrittori come Erri De Luca ed Eshkol Nevo, attaccati perché non parlano di «genocidio» a Gaza.
Ansa
Persone di ogni età - dai bimbi in carrozzina accompagnati da mamma e papà, ai nonni di diverse età - tutti accomunati dalla volontà di mostrare che il «popolo della vita» non va in pensione, anzi è più che mai vivo, vivace e determinato nella missione di promuovere e difendere la vita, dal concepimento al suo naturale tramonto.
«Una società è sana e progredita solo quando tutela la sacralità della vita umana, dal concepimento alla morte naturale, e si adopera attivamente per promuoverla» ha recentemente affermato papa Leone XIV: questo è il senso della manifestazione che si è snodata per le vie della capitale. Nel manifesto ufficiale della marcia si legge: «Il diritto alla vita è il diritto fondante ogni altro diritto umano … Se e quando viene violato il diritto alla vita, con un drammatico effetto traino, cadono tutti gli altri diritti, come stiamo vivendo nei nostri giorni, segnati da odio, violenze e guerre». Purtroppo, nel nostro Paese, già segnato dal dramma dell’aborto provocato, si stanno delineando nuove ombre di morte con il dibattito in corso sulla legalizzazione del suicidio assistito, mascherato da sollievo della sofferenza con morte dignitosa. Il «popolo della vita», per le vie di Roma, ha voluto dare una lettura opposta: la vera pietà è il rispetto assoluto della vita di ogni persona, che nel momento del dolore e della sofferenza ha bisogno di «cura totale», ricca di umanità e affetto, piuttosto che di iniezioni letali.
La manifestazione, che si è svolta con ordine, in un’atmosfera di serenità e di rispetto per chiunque, era «colorata» da numerosi striscioni inneggianti alla vita; in particolare un lungo striscione orizzontale, sostenuto da decine di partecipanti, con la scritta «Sì alla cura - No alla morte». Le decine di migliaia di partecipanti provenienti da ogni parte d’Italia sono state il segno concreto che la rassegnazione o l’indifferenza di fronte a leggi ingiuste non abita dalle parti del popolo della vita. Il grido «non ci rassegneremo mai» che echeggiò nel 1978 sulla bocca di Carlo Casini all’indomani della approvazione della legge 194 e che San Giovanni Paolo II arricchì con l’appello «Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita verrà offesa» contenuto in Evangelium Vitae (1995), non si è spento e si concretizza oggi in richieste ben precise: bloccare leggi che aprano a suicidio assistito/eutanasia; potenziare e finanziare la medicina palliativa (secondo la legge 38/2010); istituire un fondo di prevenzione dell’aborto, come vuole la stessa Legge 194, articolo 5; bloccare la liberalizzazione dell’aborto farmacologico con la pillole abortive (Circolare Speranza, agosto 2020); abolizione della norma che prevede l’acquisto delle «pillole del giorno dopo», senza ricetta medica; mantenere un rigoroso controllo sull’uso dei bloccanti lo sviluppo puberale nei casi di cosiddetta «disforia di genere». Al termine, in Piazza San Giovanni Laterano, Il popolo della vita ha lanciato dal palco un messaggio politico, forte e chiaro: ci sarà grande attenzione nel valutare chi vorrà farsi portavoce di queste precise istanze e chi, al contrario continuerà a parlare di assurdi e vergognosi «diritti» quali aborto e suicidio assistito: ai primi un convinto e forte sostegno, ai secondi una altrettanto forte e convinta opposizione. Non si può dare voto e consenso a chi legifera contro il diritto alla vita di ogni essere umano. Appuntamento a Roma fra un anno, ma il «popolo della vita» non conosce riposo: ogni giorno sarà in trincea nella difesa della vita «dal concepimento alla morte naturale».
Continua a leggereRiduci