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2025-07-19
Bruxelles fa il gioco delle tre carte: ci dà 130 miliardi e se ne prende di più
Ursula von der Leyen e Teresa Ribera (Ansa)
È la domanda che un po’ tutti si stanno ponendo da quando la Commissione Ue ha annunciato il nuovo bilancio europeo, quello che andrà a valere per il prossimo settennato (2028-2034) e che si porta dietro poche certezze: la cifra monstre, circa 2.000 miliardi di risorse da allocare, e il fatto che questo «Quadro finanziario pluriennale» non piaccia a nessuno. O forse piace solo a chi l’ha ideato.
Il quesito è scontato: come sarà ripartita la ricca torta tra i singoli Stati e sopratutto, nel conto del «dare avere» saranno i soliti noti a rimetterci? Premessa: fare i conti è complicato perché mancano ancora i dettagli e viste le proteste di questi giorni (nettissima l’opposizione tedesca) è praticamente impossibile che il bilancio esca indenne dalle acerrime discussioni dei prossimi mesi. Insomma, se dovessimo scommettere oggi, vinceremmo facile puntando qualche euro sulla possibilità che ci siano cambiamenti sostanziali alla manovra di bilancio dell’Ue. Eppure ieri sono usciti i primi numeri.
Che in prospettiva ci dicono molto. Secondo quanto rilanciato dalla testata Public Policy Europe, nel periodo 2028-2034 l’Italia riceverà 86,6 miliardi di euro. Di questi, 78,3 miliardi saranno destinati a una allocazione generale, 2,9 miliardi andranno alla gestione della migrazione, alla sicurezza e agli affari interni e 5,4 miliardi di euro rimpingueranno il fondo sociale per il clima.
«Non si tratta», spiega alla Verità il membro della Commissione bilancio del Parlamento Ue per il gruppo Ecr, Ruggero Razza, «della ripartizione di tutte le risorse del bilancio, ma solo di quelle che fanno riferimento al maxi-fondo da 865 miliardi per i Piani di partenariato nazionale e regionale. A questa liquidità va aggiunta quella prevista per la competitività, che ammonta a 451 miliardi di euro. Insomma se dovessimo fare una proporzione, complessivamente ci spetterebbero non meno di 130 miliardi di euro».
Il punto è quanti miliardi l’Italia verserà nello stesso arco temporale. «La premessa è che stiamo parlando di stime», continua Razza, «ma se restiamo agli ultimi anni vediamo che il nostro contributo alla causa europea è in media di circa 17 miliardi all’anno. Quindi saremmo intorno ai 120 miliardi nel periodo. Il problema è che a questi fondi bisogna aggiungere quelli derivanti dal sistema di tassazione che, se resta questo l’impianto, colpirà soprattutto imprese, tabacco e chi proverà a discostarsi dall’ideologia green. Venendo al punto, sui 58 miliardi di nuovi introiti da imposte, il 5-10% sarà a carico dell’Italia. Questo vuol dire che in 7 anni dobbiamo considerare al massimo 35-40 miliardi di risorse che usciranno dal nostro sistema Paese per “ingrassare” il grande calderone comunitario». Insomma, l’Italia sarebbe ancora una volta in passivo. I numeri sono importanti, ci mancherebbe, ma qui emerge un sistema che non sta in piedi. «È di tutta evidenzia», continua Razza, «che colpendo le imprese sopra i 100 milioni di fatturato si va a mettere un balzello su tutto il sistema economico anche quello delle piccole e medie realtà che contraddistinguono la nostra economia».
Ma gli altri come sono messi? Secondo i numeri emersi, alla Francia dovrebbero andare 90,1 miliardi (81,8 miliardi di allocazione generale, 2,7 miliardi per la gestione della migrazione e 5,6 miliardi per il clima), alla Spagna 88,1 miliardi e alla Germania 68,4 miliardi.
Primeggia la Polonia (123,3 miliardi, di cui 112,6 miliardi di allocazione generale, 1,9 miliardi per migrazioni e sicurezza e ben 8,8 miliardi destinati al Fondo sociale per il clima). Tant’è che diversi commentatori hanno notato una coincidenza con la nazionalità del commissario competente, il polacco Piotr Serafin , responsabile del bilancio comunitario.
Numeri che potrebbero però subire dei bruschi cambiamenti. E bastava leggere le dichiarazioni rilasciate anche ieri da alcuni dei principali leader dell’Unione per capirlo. «Nessun Paese membro dell’Ue», ha spiegato la ministra degli Affari europei della Danimarca, Marie Bjerre, nella conferenza stampa al termine del Consiglio Affari generali a Bruxelles, «è pronto ad accettare il piano di oggi. Avremo una lunga discussione e ovviamente ci sono opinioni diverse su come strutturare il bilancio. Sarà difficile, ma l’Europa ha bisogno di un bilancio».
Mentre la Germania punta il dito contro il contributo richiesto alle aziende. «Così facendo», ha evidenziato Gunther Krichbaum, il ministro incaricato per gli Affari europei, «non promuoveremo la competitività internazionale, ma piuttosto la mineremo. Ci sono aziende come Volkswagen, che potrebbero dover riconsiderare la possibilità di mantenere le loro attività in Europa. Potrebbero delocalizzare. Quindi dobbiamo essere chiari sul fatto che sarebbe come darci la zappa sui piedi». Per una volta non si può non essere d’accordo con Berlino.
L’Ue affonda Moby: 7.000 a rischio
La speranza di un rilancio per Moby si spegne bruscamente. Il gruppo Msc, colosso mondiale del trasporto marittimo guidato dalla famiglia Aponte, ha annunciato la rinuncia formale all’acquisizione della compagnia di navigazione italiana. Un colpo durissimo per l’armatore Vincenzo Onorato e per i circa 5.000 dipendenti diretti della compagnia, che ora vedono sfumare l’unico vero piano di salvataggio in campo. Una crisi che rischia di travolgere non solo l’azienda, ma anche l’intero ecosistema che le gravita intorno: fornitori, porti, logistica e turismo.
Msc, che deteneva già il 49% di Moby, ha deciso di retrocedere la propria partecipazione all’azionista di maggioranza, ovvero Onorato Armatori, rinunciando anche al diritto di pegno sul restante 51% del capitale. Non solo: entro fine anno, la compagnia svizzera venderà le proprie quote e uscirà definitivamente dal capitale della storica compagnia, segnando così il naufragio dell’operazione di salvataggio avviata nel 2023.
Contestualmente, Moby sarà chiamata a restituire quanto rimasto del finanziamento da 243 milioni di euro che Msc aveva concesso lo scorso dicembre per chiudere positivamente il concordato preventivo con i creditori. Un’operazione che aveva rappresentato, fino a pochi mesi fa, l’unico spiraglio per il rilancio di una compagnia strangolata dai debiti. La decisione di Msc è strettamente legata all’istruttoria aperta lo scorso novembre dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato, che ha sollevato il sospetto di possibili violazioni dell’articolo 101 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. Al centro dell’indagine, il rischio di posizioni dominanti sulle rotte di traghetti nel Mediterraneo, in particolare verso la Sardegna, a seguito dell’integrazione operativa tra Moby e Gnv, altra compagnia controllata da Msc.
Secondo l’Antitrust, la concentrazione avrebbe potuto limitare la concorrenza su tratte strategiche, con ripercussioni sui prezzi e sulla qualità del servizio. Di conseguenza, Msc ha preferito defilarsi per evitare un possibile esito sanzionatorio, pur dichiarando di non aver mai violato le regole del mercato. Il ritiro di Msc lascia Moby senza un partner industriale e senza le risorse necessarie per affrontare il futuro. I sindacati parlano già di un’emergenza occupazionale, con almeno 5.000 lavoratori diretti a rischio - tra personale di bordo, tecnici, amministrativi e addetti alle prenotazioni - oltre a circa 2.000 lavoratori indiretti che operano negli scali, nella logistica e nei servizi collegati. Senza un nuovo piano industriale e senza l’intervento di investitori pubblici o privati, la compagnia rischia il collasso. E con essa, viene messa a rischio la continuità territoriale tra l’Italia continentale e le isole, in particolare Sardegna, Elba e Corsica. La vicenda Moby riaccende anche un dibattito più ampio: quello sulle rigide regole europee in materia di concorrenza e sui loro effetti pratici nei settori strategici. In altri contesti internazionali, come Stati Uniti e Cina, le fusioni tra grandi operatori vengono talvolta incentivate per consolidare la competitività del settore, soprattutto in momenti di crisi.
Nel caso italiano, invece, la rigorosa applicazione delle normative Ue rischia di impedire operazioni che potrebbero rappresentare un’occasione di salvataggio. Msc, leader mondiale del cargo con oltre 900 navi, avrebbe potuto portare in dote non solo liquidità, ma anche tecnologia, competenze, una rete commerciale globale e - soprattutto - l’ammodernamento di una flotta ormai vetusta.
Il tentativo di Onorato di rilanciare la compagnia si è scontrato con una realtà economica durissima. L’accordo con Msc era stato presentato come l’unica via percorribile per evitare il fallimento. La buona notizia è che l’Autorità Garante ha sottolineato che l’istruttoria non è ancora conclusa e che sono previste ulteriori consultazioni con gli operatori del settore. Tuttavia, le possibilità che l’operazione venga riaperta sembrano ridotte al minimo, anche perché Msc ha già annunciato pubblicamente la propria uscita.
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È la quota del bilancio che spetterebbe all’Italia per coesione, immigrazione, difesa e competitività. Ma se consideriamo le tasse su imprese, tabacco e green anche nei prossimi anni saremo in passivo.Dopo l’indagine dell’Antitrust, Msc, il colosso mondiale del trasporto marittimo, ha abbandonato il salvataggio della compagnia in crisi. Che ora non vede vie d’uscita.Lo speciale contiene due articoliÈ la domanda che un po’ tutti si stanno ponendo da quando la Commissione Ue ha annunciato il nuovo bilancio europeo, quello che andrà a valere per il prossimo settennato (2028-2034) e che si porta dietro poche certezze: la cifra monstre, circa 2.000 miliardi di risorse da allocare, e il fatto che questo «Quadro finanziario pluriennale» non piaccia a nessuno. O forse piace solo a chi l’ha ideato. Il quesito è scontato: come sarà ripartita la ricca torta tra i singoli Stati e sopratutto, nel conto del «dare avere» saranno i soliti noti a rimetterci? Premessa: fare i conti è complicato perché mancano ancora i dettagli e viste le proteste di questi giorni (nettissima l’opposizione tedesca) è praticamente impossibile che il bilancio esca indenne dalle acerrime discussioni dei prossimi mesi. Insomma, se dovessimo scommettere oggi, vinceremmo facile puntando qualche euro sulla possibilità che ci siano cambiamenti sostanziali alla manovra di bilancio dell’Ue. Eppure ieri sono usciti i primi numeri. Che in prospettiva ci dicono molto. Secondo quanto rilanciato dalla testata Public Policy Europe, nel periodo 2028-2034 l’Italia riceverà 86,6 miliardi di euro. Di questi, 78,3 miliardi saranno destinati a una allocazione generale, 2,9 miliardi andranno alla gestione della migrazione, alla sicurezza e agli affari interni e 5,4 miliardi di euro rimpingueranno il fondo sociale per il clima. «Non si tratta», spiega alla Verità il membro della Commissione bilancio del Parlamento Ue per il gruppo Ecr, Ruggero Razza, «della ripartizione di tutte le risorse del bilancio, ma solo di quelle che fanno riferimento al maxi-fondo da 865 miliardi per i Piani di partenariato nazionale e regionale. A questa liquidità va aggiunta quella prevista per la competitività, che ammonta a 451 miliardi di euro. Insomma se dovessimo fare una proporzione, complessivamente ci spetterebbero non meno di 130 miliardi di euro». Il punto è quanti miliardi l’Italia verserà nello stesso arco temporale. «La premessa è che stiamo parlando di stime», continua Razza, «ma se restiamo agli ultimi anni vediamo che il nostro contributo alla causa europea è in media di circa 17 miliardi all’anno. Quindi saremmo intorno ai 120 miliardi nel periodo. Il problema è che a questi fondi bisogna aggiungere quelli derivanti dal sistema di tassazione che, se resta questo l’impianto, colpirà soprattutto imprese, tabacco e chi proverà a discostarsi dall’ideologia green. Venendo al punto, sui 58 miliardi di nuovi introiti da imposte, il 5-10% sarà a carico dell’Italia. Questo vuol dire che in 7 anni dobbiamo considerare al massimo 35-40 miliardi di risorse che usciranno dal nostro sistema Paese per “ingrassare” il grande calderone comunitario». Insomma, l’Italia sarebbe ancora una volta in passivo. I numeri sono importanti, ci mancherebbe, ma qui emerge un sistema che non sta in piedi. «È di tutta evidenzia», continua Razza, «che colpendo le imprese sopra i 100 milioni di fatturato si va a mettere un balzello su tutto il sistema economico anche quello delle piccole e medie realtà che contraddistinguono la nostra economia». Ma gli altri come sono messi? Secondo i numeri emersi, alla Francia dovrebbero andare 90,1 miliardi (81,8 miliardi di allocazione generale, 2,7 miliardi per la gestione della migrazione e 5,6 miliardi per il clima), alla Spagna 88,1 miliardi e alla Germania 68,4 miliardi. Primeggia la Polonia (123,3 miliardi, di cui 112,6 miliardi di allocazione generale, 1,9 miliardi per migrazioni e sicurezza e ben 8,8 miliardi destinati al Fondo sociale per il clima). Tant’è che diversi commentatori hanno notato una coincidenza con la nazionalità del commissario competente, il polacco Piotr Serafin , responsabile del bilancio comunitario. Numeri che potrebbero però subire dei bruschi cambiamenti. E bastava leggere le dichiarazioni rilasciate anche ieri da alcuni dei principali leader dell’Unione per capirlo. «Nessun Paese membro dell’Ue», ha spiegato la ministra degli Affari europei della Danimarca, Marie Bjerre, nella conferenza stampa al termine del Consiglio Affari generali a Bruxelles, «è pronto ad accettare il piano di oggi. Avremo una lunga discussione e ovviamente ci sono opinioni diverse su come strutturare il bilancio. Sarà difficile, ma l’Europa ha bisogno di un bilancio». Mentre la Germania punta il dito contro il contributo richiesto alle aziende. «Così facendo», ha evidenziato Gunther Krichbaum, il ministro incaricato per gli Affari europei, «non promuoveremo la competitività internazionale, ma piuttosto la mineremo. Ci sono aziende come Volkswagen, che potrebbero dover riconsiderare la possibilità di mantenere le loro attività in Europa. Potrebbero delocalizzare. Quindi dobbiamo essere chiari sul fatto che sarebbe come darci la zappa sui piedi». Per una volta non si può non essere d’accordo con Berlino. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tasse-unione-europea-ursula-ribera-2673371210.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lue-affonda-moby-7-000-a-rischio" data-post-id="2673371210" data-published-at="1752878350" data-use-pagination="False"> L’Ue affonda Moby: 7.000 a rischio La speranza di un rilancio per Moby si spegne bruscamente. Il gruppo Msc, colosso mondiale del trasporto marittimo guidato dalla famiglia Aponte, ha annunciato la rinuncia formale all’acquisizione della compagnia di navigazione italiana. Un colpo durissimo per l’armatore Vincenzo Onorato e per i circa 5.000 dipendenti diretti della compagnia, che ora vedono sfumare l’unico vero piano di salvataggio in campo. Una crisi che rischia di travolgere non solo l’azienda, ma anche l’intero ecosistema che le gravita intorno: fornitori, porti, logistica e turismo.Msc, che deteneva già il 49% di Moby, ha deciso di retrocedere la propria partecipazione all’azionista di maggioranza, ovvero Onorato Armatori, rinunciando anche al diritto di pegno sul restante 51% del capitale. Non solo: entro fine anno, la compagnia svizzera venderà le proprie quote e uscirà definitivamente dal capitale della storica compagnia, segnando così il naufragio dell’operazione di salvataggio avviata nel 2023.Contestualmente, Moby sarà chiamata a restituire quanto rimasto del finanziamento da 243 milioni di euro che Msc aveva concesso lo scorso dicembre per chiudere positivamente il concordato preventivo con i creditori. Un’operazione che aveva rappresentato, fino a pochi mesi fa, l’unico spiraglio per il rilancio di una compagnia strangolata dai debiti. La decisione di Msc è strettamente legata all’istruttoria aperta lo scorso novembre dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato, che ha sollevato il sospetto di possibili violazioni dell’articolo 101 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea. Al centro dell’indagine, il rischio di posizioni dominanti sulle rotte di traghetti nel Mediterraneo, in particolare verso la Sardegna, a seguito dell’integrazione operativa tra Moby e Gnv, altra compagnia controllata da Msc.Secondo l’Antitrust, la concentrazione avrebbe potuto limitare la concorrenza su tratte strategiche, con ripercussioni sui prezzi e sulla qualità del servizio. Di conseguenza, Msc ha preferito defilarsi per evitare un possibile esito sanzionatorio, pur dichiarando di non aver mai violato le regole del mercato. Il ritiro di Msc lascia Moby senza un partner industriale e senza le risorse necessarie per affrontare il futuro. I sindacati parlano già di un’emergenza occupazionale, con almeno 5.000 lavoratori diretti a rischio - tra personale di bordo, tecnici, amministrativi e addetti alle prenotazioni - oltre a circa 2.000 lavoratori indiretti che operano negli scali, nella logistica e nei servizi collegati. Senza un nuovo piano industriale e senza l’intervento di investitori pubblici o privati, la compagnia rischia il collasso. E con essa, viene messa a rischio la continuità territoriale tra l’Italia continentale e le isole, in particolare Sardegna, Elba e Corsica. La vicenda Moby riaccende anche un dibattito più ampio: quello sulle rigide regole europee in materia di concorrenza e sui loro effetti pratici nei settori strategici. In altri contesti internazionali, come Stati Uniti e Cina, le fusioni tra grandi operatori vengono talvolta incentivate per consolidare la competitività del settore, soprattutto in momenti di crisi.Nel caso italiano, invece, la rigorosa applicazione delle normative Ue rischia di impedire operazioni che potrebbero rappresentare un’occasione di salvataggio. Msc, leader mondiale del cargo con oltre 900 navi, avrebbe potuto portare in dote non solo liquidità, ma anche tecnologia, competenze, una rete commerciale globale e - soprattutto - l’ammodernamento di una flotta ormai vetusta.Il tentativo di Onorato di rilanciare la compagnia si è scontrato con una realtà economica durissima. L’accordo con Msc era stato presentato come l’unica via percorribile per evitare il fallimento. La buona notizia è che l’Autorità Garante ha sottolineato che l’istruttoria non è ancora conclusa e che sono previste ulteriori consultazioni con gli operatori del settore. Tuttavia, le possibilità che l’operazione venga riaperta sembrano ridotte al minimo, anche perché Msc ha già annunciato pubblicamente la propria uscita.
Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
Il Pontefice ha ricordato ai membri della Fondazione Jérôme Lejeune che la scienza «non può decidere sul destino delle persone». Un intervento frontale nel dibattito in corso sulla legge per il suicidio assistito.
In un’epoca in cui l’efficienza tecnica sembra voler dettare le coordinate dell’esistenza umana, le parole pronunciate ieri da papa Leone XIV sono un chiaro antidoto contro la tentazione di trasformare l’arte medica in uno strumento di selezione: «nessun medico dovrebbe mai presumere, basandosi su algoritmi di laboratorio, di decidere il destino di un embrione o di una persona anziana!
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?