Asse fra anarchici e gruppi pro Hamas. Le tappe calde del G7 a rischio incidenti
A essere calde sono le piazze e non certo i manganelli. Lo rivelano due elementi sostanziali. Nonostante l’aumento del numero delle manifestazioni, i dati degli scontri si limitano a una percentuale inferiore al 5%. E, se è così, è solo merito di chi gestisce l’ordine pubblico e di chi si occupa di sicurezza. Perché, d’altro canto (e qui siamo al secondo elemento), è in atto una pericolosa fusione tra elementi anarco-insurrezionalisti, centri sociali e filo palestinesi pro Hamas. L’alert non è nostro: è contenuto nella relazione che ogni anno il Dis, Dipartimento per le informazioni e la sicurezza, rende pubblica come sintesi dei fatti cruciali dei 12 mesi precedenti. Si legge chiaramente che gli anarchici si muovono in sincrono con il variegato mondo antagonista con l’obiettivo di ampliare il fronte del dissenso cavalcando le teorie anti militariste, ambientaliste e, dopo il 7 ottobre e la strage dei kibbutz, anti sioniste.
A rafforzare il concetto e attualizzarlo agli ultimi giorni è stato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi chiamato a relazionare in Aula sui fatti di Pisa con annessi e connessi. «Quel che ha evidenza sul piano investigativo, è che, a seguito dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e della risposta israeliana, ha avuto luogo sull’intero territorio nazionale, come ho detto, un’ampia e variegata mobilitazione filopalestinese, in molti casi promossa da sodalizi riconducibili all’area antagonista o in cui è stata rilevata una consistente partecipazione di attivisti di tale estrazione», ha spiegato ai senatori, aggiungendo che: «In questo ambito, è stato, inoltre, riscontrato un crescente fermento tra le componenti studentesche di area antagonista, impegnate non soltanto nelle consuete tematiche d’interesse, ma anche su altri versanti, tra i quali, appunto, la causa palestinese». Ed è da qui che scaturisce un clima di «crescente aggressività proiettata nei confronti delle Forze dell’ordine, sia proprio allo scopo di essere attrattiva nell’attuale scenario, che di provocare reazioni da parte di chi è deputato alla gestione dell’ordine pubblico, al fine di aumentare il livello di contrapposizione fra la “piazza” e le Istituzioni».
Sul fuoco antagonista sta soffiando pericolosamente la sinistra del Pd e quella del M5s. Non solo per le accuse di fascismo, ma anche per il continuo tentativo di depotenziare i mezzi di deterrenza di polizia e carabinieri. Un politico locale che elogia gli sputi contro le divise deve essere cacciato da un partito. Giuseppe Conte si è limitato a dire che la consigliera toscana grillina ha sbagliato. L’ha lasciata al suo posto, però, come se nulla fosse. Ma ci sono altri aspetti più gravi. Quando la polizia meno di due settimane fa schedò un gruppo di manifestanti che posava fiori per la morte del dissidente russo Aleksej Navalny l’opposizione sbraitò urlando la fascismo e alla repressione. Peccato che nel gruppetto ci fosse una figura magari oggi non di primo piano, ma pur sempre un vecchio esponente delle Br. Si trattava di Alberto Franceschini, tra i fondatori delle Brigate rosse. Facile comprendere l’importanza di lasciare la Digos libera di agire e schedare. L’obiettivo è proteggere i cittadini, non vessarli.
Dinamiche di buon senso che in questi giorni vengono calpestate. Anche dai media di opposizione. Almeno nelle prime pagine, perché basta sfogliare le cronache interne e anche un giornale come La Repubblica si fa scappare la realtà. «Alleanza tra vecchie Br e antagonisti toscani. Allarme dei magistrati sul nuovo fronte eversivo». Articolo di Lirio Abbate che sul tema non è certo l’ultimo arrivato. E si è ben guardato dal minimizzare. Purtroppo Pd e 5 stelle non leggono le cronache interne e rischiano ancor più di soffiare sul fuoco in un momento iper delicato come l’attuale. Ci sono due guerre in corso ed è in arrivo un appuntamento geopolitico durante il quale si discuterà di Medio Oriente, Gaza, fondi all’Ucraina, interferenze russe, nucleare e commerci mondiali. È il G7 di Borgo Egnazia, previsto per il 13,14 e 15 giugno. In questo contesto oltremodo frammentato della cooperazione internazionale e nel quale le istituzioni multilaterali hanno sempre più difficoltà ad assolvere la loro missione, il G7 non può pretendere di imporre soluzioni preconfezionate alle grandi sfide internazionali. È però fondamentale che continui a coltivare l’ambizione di intraprendere iniziative che abbiano caratteristiche tali da poter essere utilmente discusse e possibilmente recepite in contesti più ampi, dove hanno voce anche altre regioni e gruppi di Paesi. Non è un’impresa facile e tocca a Giorgia Meloni portarla avanti.
A ciò si somma il tema sicurezza. Gli appuntamenti che precedono il summit non sono pochi. Il prossimo è a marzo. A Trento e Verona si incontreranno i ministri dell’Industria. Ad aprile quelli dei Trasporti, dell’Energia e degli Esteri. A maggio a Stresa toccherà ai colleghi di Giancarlo Giorgetti. Tutti eventi esposti teoricamente agli antagonisti e con il rischio che la polizia debba caricare. L’altro ieri in occasione della presentazione della relazione del Dis, il direttore Elisabetta Belloni ha spiegato che non ci sono evidenze di una strategia della tensione in vista del G7. Nel senso che non ci sono inchieste o elementi di intelligence che a oggi indichino il rischio dell’arrivo in massa di eversivi dall’estero come accadde nel 2001 al G8 di Genova. Bene così, per il momento. Però il sottobosco è simile e le tensioni internazionali sono ancora più accese. La sinistra rema in questa direzione nella speranza che polizia e governo possano cadere in qualche tranello. Speriamo non accada nulla.






