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2018-11-03
Tanta caciara sulle nostre banche ma stanno meglio di Deutsche bank
ANSA
Alla fine i risultati degli stress test realizzati dall'autorità bancaria europea, l'Eba, e dalla Bce su 48 banche hanno definitivamente scongiurato il peggio. Anche in uno scenario avverso molto simile a quello attuale dove in Italia il differenziale tra Btp e Bund viaggia intorno ai 280-300 punti, gli istituti del Belpaese hanno mostrato di avere le spalle larghe. Lo stesso, purtroppo non si può dire di altri colossi del mondo bancario che hanno passato i test per il «rotto della cuffia».
Per mettere alla prova i maggiori gruppi bancari del Vecchio Continente l'Eba ha passato al microscopio i bilanci proiettando i dati del dicembre scorso sul triennio 2018-2020 secondo due scenari: di base e avverso, quello peggiore, che simula crollo del Pil, aumento dei rischi sovrani con calo della liquidità e caduta dei prezzi immobiliari. Per l'Italia la diminuzione aggregata del Pil triennale è prevista introno al 2,7%, con deviazione del 2,2% del tasso di disoccupazione e «picchiata» dell'indice di Borsa di circa un terzo per ogni anno. Nonostante questo scenario «apocalittico», Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banco Bpm e Ubi Banca ce l'hanno fatta.
In uno scenario economico avverso nel 2020 il cet1 del gruppo guidato da Jean Pierre Mustier si ridurrebbe di 346 punti base nel 2020 arrivando a quota 9,34% dal 12,80% di fine 2017. Buono considerando anche il fatto che gli attuali test rispetto a quelli del 2017 sono persino cambiati. Questi dati non tengono in considerazione la piena attuazione delle norme europee sui requisiti di capitale e su tale base la Bce prenderà le proprie decisioni sul livello di patrimonio che la banca dovrà assicurare. Tenendo conto della piena attuazione di quelle norme (e di tutte le nuove disposizioni contabili ifrs 9) il cet1 a fine 2020 sarebbe sceso di 334 punti base a quota 9,34 da 12,68% di fine 2017. Come sottolinea l'istituto, «lo stress test europeo 2018 non contiene una soglia di pass-fail (promosso bocciato, ndr), è stato invece pensato per essere utilizzato come un'importante fonte di informazioni» per capire la solidità di una banca. Tra gli istituti più forti c'è sicuramente Intesa. Stando allo scenario peggiore, l'istituto guidato da Carlo Messina vedrebbe scendere il cet1 nel 2020 di 284 punti base a 10,40% dai 13,24% di fine 2017. Ciononostante, l'esito dello stress test condotto su Intesa, fa sapere una nota, «non considera gli effetti dell'aumento di capitale del luglio 2018 e della conversione delle azioni di risparmio in azioni ordinarie dell'agosto 2018, fattori che avrebbero influito positivamente». Pertanto Ca' de Sass dovrebbe avere le spalle ancora più solide rispetto a quanto rilevato dall'Eba.
Anche Banco Bpm e Ubi hanno passato gli esami. Secondo lo scenario peggiore, Banco Bpm vedrebbe ridursi il cet1 di 547 punti base a quota 8,47% dai 13,94% di fine 2017. Tenendo conto della piena attuazione delle regole Ue sui requisiti di capitale per le banche, la perdita sarebbe di 453 punti base, con un cet1 a quota 6,67% rispetto all'11,20% di fine 2017.
«Tali risultati sono ancora più soddisfacenti se si tiene conto che l'esercizio di stress test è stato svolto in un momento peculiare per il gruppo», si legge in una nota, «e che le regole dell'esercizio stesso non hanno consentito di tenere conto di azioni specifiche già completate in relazione al piano di fusione; si fa particolare riferimento a costi non ripetibili e al derisking dei crediti in sofferenza già ceduti nel corso del primo semestre del 2018». In effetti, Banco Bpm è l'unico gruppo a essere passato attraverso una fusione e ad avere investito nel 2018 non poche risorse nella pulizia dei bilanci, fattori che non sono stati conteggiati nelle valutazioni dell'Eba. Più risicato il risultato di Ubi Banca, con l'indicatore cet1 che, nella peggiore delle ipotesi, verrebbe ridotto di 338 punti base a quota 8,32% nel 2020 rispetto all'11,70% di fine 2017.
La situazione è meno confortante al di fuori dei confini. Societe Gènerale del 7,61%, La Banque Postale dell'8,22% e Barclays del 7,28%. Il gruppo inglese è quello con l'indicatore di capitale nelle peggiori condizioni con un valore che si avvicina pericolosamente a quello che gli investitori considerano il minimo indispensabile per sopportare un ipotetico crollo dell'economia. Mentre per quanto riguarda la Germania, il Cet 1 di Deutsche Bank scenderebbe dal 14,65% di fine 2017 all'8,14% nel 2020. Un grande balzo indietro che segnala le costanti difficoltà del comparto bancario tedesco. Senza contare che l'istituto da ieri ha anche un nuovo socio. Il fondo hedge Hudson executive capital ha preso il 3% dell'istituto. Paradosso vuole che il fondo sia americano e la banca sia uscita pesantemente azzoppata dalla propria campagna Usa.
In parallelo all'esercizio Eba, la Bce ha condotto degli stress test anche sulle banche sottoposte alla sua diretta supervisione, ma che non rientrano nel campione Eba. In Italia gli istituti interessati da questi sono stati Carige, Bper, Mediobanca, Popolare di Sondrio, Iccrea e Credem.
Non sono previste bocciature nemmeno in questo caso e le indiscrezioni non lasciano intendere alcun voto particolarmente negativo. Stando a questi numeri le banche italiane sembrano godere di una salute migliore di tanto omologhe europee, un risultato che, ancora una volta, dovrebbe far pensare chi continua a fare il tifo per lo spread. Tanto che ieri il differenziale ha segnato 287 punti e Piazza Affari è salita di oltre l'uno percento.
Gianluca Baldini
A Parigi sale il deficit ma l’Europa pensa solo a punire l’Italia

c1.staticflickr.com
Non ci voleva la sfera di cristallo per capire che nelle prossime settimane il contesto europeo sarebbe stato caratterizzato da un clima sfavorevole per il nostro Paese. Come se non bastassero i toni incendiari che perdurano ormai da più di un mese tra Roma e Bruxelles, a peggiorare le cose si è aggiunto un minaccioso documento firmato da dieci Paesi membri dell'Unione, quasi tutti situati a settentrione del continente. Un sodalizio già ribattezzato la «nuova Lega anseatica», in ricordo dell'alleanza che unì per alcuni secoli, in età medievale, le città più importanti che si affacciavano sul mar Baltico. Oggi, a riunirsi sotto le insegne dell'austerità e del rigore dei conti sono Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lituania, Lettonia, Svezia, Olanda, Slovacchia e Repubblica Ceca. Tutti Paesi relativamente piccoli, ma dietro ai quali si nasconde la pesante influenza della Germania.
Dimenticatevi della tanto sbandierata solidarietà europea: il paper redatto dai dieci Stati nordici in vista dell'Ecofin che si terrà lunedì e martedì prossimi a Bruxelles si basa semmai sul principio del «chi fa da sé fa per tre». Sullo sfondo, la possibilità che si verifichi a livello europeo una nuova crisi del debito sovrano, analoga a quella che colpì la Grecia nel 2010.
Per come stanno adesso le cose, se un membro dell'Eurozona dovesse trovarsi di fronte a un'eventualità del genere, a intervenire sarebbe il Meccanismo di stabilità europeo (Esm), altrimenti noto come fondo salvastati. Quest'ultimo rappresenta, a tutti gli effetti, un'organizzazione intergovernativa che agisce come prestatore di ultima istanza nel caso un Paese non riesca a piazzare sul mercato i titoli del proprio debito pubblico. Ciò si può verificare magari a causa di una crisi dello spread talmente forte da mettere in dubbio la sostenibilità dei conti pubblici di uno Stato membro, oppure a seguito di un declassamento a livello «spazzatura» dei titoli sovrani da parte di un'agenzia di rating. Casistiche che fanno immediatamente pensare al nostro Paese, sul quale si è posato ormai da diverse settimane l'occhio minaccioso dei mercati.
Giova ricordare che le situazioni appena menzionate non sono necessariamente correlate allo stato di salute dei conti pubblici. Come si ostina a ripetere ormai da molti mesi il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, «i livelli dei rendimenti sui titoli di Stato non riflettono i dati fondamentali del Paese». Ciò nonostante, il perdurare di elevati livelli di spread per un tempo prolungato può incidere sulla capacità delle banche di erogare nuovo credito, dal momento che il loro capitale finisce per essere indirizzato altrove.
La ricetta dei neo anseatici si basa su un concetto piuttosto semplice. Qualora un Paese fosse interessato a fare ricorso al fondo salvastati, ma presentasse allo stesso tempo un elevato livello di debito pubblico, ad assorbire le perdite ancora prima dell'Esm dovrebbero essere gli investitori. Tradotto, le banche e i privati cittadini. «Ciò impedirà», argomentano i sottoscrittori, «ai Paesi di continuare ad avere un debito pubblico insostenibile e limiterà il loro accesso alle risorse pubbliche del fondo di emergenza». Sulla carta, il documento redatto dai falchi nordici si rivolge a tutta l'eurozona. Di fatto, però, l'identikit tracciato fa dell'Italia il principale destinatario. Un «duro avvertimento» al nostro Paese, l'ha definito il quotidiano olandese De Volksrante, ma contemporaneamente anche un'azione tesa alla difesa dei risparmi dei cittadini degli Stati considerati più «virtuosi».
Non è la prima volta che i neo anseatici fanno appello alla prudenza in materia di politiche fiscali europee. Già lo scorso marzo, otto di loro inviarono una lettera congiunta nella quale illustravano in sei punti le riforme considerate essenziali per la sopravvivenza dell'Eurozona. Anche in quel caso, tra le righe si leggeva l'urgenza del ritorno alla difesa degli interessi nazionali. Una posizione sacrosanta, per carità, che rivela però tutti i limiti del progetto europeo com'è strutturato attualmente. Rinnegare la funzione dell'Esm, che pure ha tutti i suoi limiti, significa annientare l'ultima difesa di quel principio di solidarietà che dovrebbe caratterizzare ogni unione (incluse quelle monetaria). Senza contare che il nostro Paese contribuisce in larga misura alla dotazione finanziaria di quest'organo. Come indicato nella nota di aggiornamento al Def, infatti, le quote di pertinenza dell'Italia per i prestiti a Stati membri dell'Unione economica e monetaria fino a oggi sono state pari a ben 58,2 miliardi di euro.
Nel frattempo, nubi nere si addensano anche sui conti francesi. È notizia di ieri, infatti, che a fine settembre il deficit del governo di Parigi ha toccato quota 87,1 miliardi, in aumento di 10,8 miliardi di euro rispetto allo stesso periodo un anno fa. Un incremento sensibile, legato sia a maggiori spese di bilancio, sia a minori entrate fiscali. Non è l'unica notizia negativa per Emmanuel Macron. Nell'ultimo trimestre il Pil è cresciuto solamente dello 0,4%, un risultato che allontana l'1,7% di crescita preventivato per il 2018. Di questo passo, verosimilmente, la Francia rischia l'anno prossimo di sforare (per l'ennesima volta) il rapporto deficit/Pil del 3% previsto dal patto di stabilità e crescita. Visti i presupposti, per l'Europa sarà decisamente un inverno molto caldo.
Antonio Grizzuti
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Tutti gli istituti europei passano gli stress test di Eba e Bce. Per Intesa, Unicredit, Ubi e Banco Bpm risultati migliori del colosso tedesco. In fondo alla classifica le inglesi. Piazza Affari fa +1,07%, lo spread scende a 287. A Parigi sale il deficit ma l'Europa pensa solo a punire l'Italia. Dieci nazioni del Nord chiedono di rivedere il fondo salvastati: «Avvertimento per Roma». Silenzio invece sui conti francesi. Lo speciale contiene due articoli. Alla fine i risultati degli stress test realizzati dall'autorità bancaria europea, l'Eba, e dalla Bce su 48 banche hanno definitivamente scongiurato il peggio. Anche in uno scenario avverso molto simile a quello attuale dove in Italia il differenziale tra Btp e Bund viaggia intorno ai 280-300 punti, gli istituti del Belpaese hanno mostrato di avere le spalle larghe. Lo stesso, purtroppo non si può dire di altri colossi del mondo bancario che hanno passato i test per il «rotto della cuffia». Per mettere alla prova i maggiori gruppi bancari del Vecchio Continente l'Eba ha passato al microscopio i bilanci proiettando i dati del dicembre scorso sul triennio 2018-2020 secondo due scenari: di base e avverso, quello peggiore, che simula crollo del Pil, aumento dei rischi sovrani con calo della liquidità e caduta dei prezzi immobiliari. Per l'Italia la diminuzione aggregata del Pil triennale è prevista introno al 2,7%, con deviazione del 2,2% del tasso di disoccupazione e «picchiata» dell'indice di Borsa di circa un terzo per ogni anno. Nonostante questo scenario «apocalittico», Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banco Bpm e Ubi Banca ce l'hanno fatta. In uno scenario economico avverso nel 2020 il cet1 del gruppo guidato da Jean Pierre Mustier si ridurrebbe di 346 punti base nel 2020 arrivando a quota 9,34% dal 12,80% di fine 2017. Buono considerando anche il fatto che gli attuali test rispetto a quelli del 2017 sono persino cambiati. Questi dati non tengono in considerazione la piena attuazione delle norme europee sui requisiti di capitale e su tale base la Bce prenderà le proprie decisioni sul livello di patrimonio che la banca dovrà assicurare. Tenendo conto della piena attuazione di quelle norme (e di tutte le nuove disposizioni contabili ifrs 9) il cet1 a fine 2020 sarebbe sceso di 334 punti base a quota 9,34 da 12,68% di fine 2017. Come sottolinea l'istituto, «lo stress test europeo 2018 non contiene una soglia di pass-fail (promosso bocciato, ndr), è stato invece pensato per essere utilizzato come un'importante fonte di informazioni» per capire la solidità di una banca. Tra gli istituti più forti c'è sicuramente Intesa. Stando allo scenario peggiore, l'istituto guidato da Carlo Messina vedrebbe scendere il cet1 nel 2020 di 284 punti base a 10,40% dai 13,24% di fine 2017. Ciononostante, l'esito dello stress test condotto su Intesa, fa sapere una nota, «non considera gli effetti dell'aumento di capitale del luglio 2018 e della conversione delle azioni di risparmio in azioni ordinarie dell'agosto 2018, fattori che avrebbero influito positivamente». Pertanto Ca' de Sass dovrebbe avere le spalle ancora più solide rispetto a quanto rilevato dall'Eba. Anche Banco Bpm e Ubi hanno passato gli esami. Secondo lo scenario peggiore, Banco Bpm vedrebbe ridursi il cet1 di 547 punti base a quota 8,47% dai 13,94% di fine 2017. Tenendo conto della piena attuazione delle regole Ue sui requisiti di capitale per le banche, la perdita sarebbe di 453 punti base, con un cet1 a quota 6,67% rispetto all'11,20% di fine 2017. «Tali risultati sono ancora più soddisfacenti se si tiene conto che l'esercizio di stress test è stato svolto in un momento peculiare per il gruppo», si legge in una nota, «e che le regole dell'esercizio stesso non hanno consentito di tenere conto di azioni specifiche già completate in relazione al piano di fusione; si fa particolare riferimento a costi non ripetibili e al derisking dei crediti in sofferenza già ceduti nel corso del primo semestre del 2018». In effetti, Banco Bpm è l'unico gruppo a essere passato attraverso una fusione e ad avere investito nel 2018 non poche risorse nella pulizia dei bilanci, fattori che non sono stati conteggiati nelle valutazioni dell'Eba. Più risicato il risultato di Ubi Banca, con l'indicatore cet1 che, nella peggiore delle ipotesi, verrebbe ridotto di 338 punti base a quota 8,32% nel 2020 rispetto all'11,70% di fine 2017. La situazione è meno confortante al di fuori dei confini. Societe Gènerale del 7,61%, La Banque Postale dell'8,22% e Barclays del 7,28%. Il gruppo inglese è quello con l'indicatore di capitale nelle peggiori condizioni con un valore che si avvicina pericolosamente a quello che gli investitori considerano il minimo indispensabile per sopportare un ipotetico crollo dell'economia. Mentre per quanto riguarda la Germania, il Cet 1 di Deutsche Bank scenderebbe dal 14,65% di fine 2017 all'8,14% nel 2020. Un grande balzo indietro che segnala le costanti difficoltà del comparto bancario tedesco. Senza contare che l'istituto da ieri ha anche un nuovo socio. Il fondo hedge Hudson executive capital ha preso il 3% dell'istituto. Paradosso vuole che il fondo sia americano e la banca sia uscita pesantemente azzoppata dalla propria campagna Usa. In parallelo all'esercizio Eba, la Bce ha condotto degli stress test anche sulle banche sottoposte alla sua diretta supervisione, ma che non rientrano nel campione Eba. In Italia gli istituti interessati da questi sono stati Carige, Bper, Mediobanca, Popolare di Sondrio, Iccrea e Credem. Non sono previste bocciature nemmeno in questo caso e le indiscrezioni non lasciano intendere alcun voto particolarmente negativo. Stando a questi numeri le banche italiane sembrano godere di una salute migliore di tanto omologhe europee, un risultato che, ancora una volta, dovrebbe far pensare chi continua a fare il tifo per lo spread. Tanto che ieri il differenziale ha segnato 287 punti e Piazza Affari è salita di oltre l'uno percento. 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Un sodalizio già ribattezzato la «nuova Lega anseatica», in ricordo dell'alleanza che unì per alcuni secoli, in età medievale, le città più importanti che si affacciavano sul mar Baltico. Oggi, a riunirsi sotto le insegne dell'austerità e del rigore dei conti sono Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lituania, Lettonia, Svezia, Olanda, Slovacchia e Repubblica Ceca. Tutti Paesi relativamente piccoli, ma dietro ai quali si nasconde la pesante influenza della Germania. Dimenticatevi della tanto sbandierata solidarietà europea: il paper redatto dai dieci Stati nordici in vista dell'Ecofin che si terrà lunedì e martedì prossimi a Bruxelles si basa semmai sul principio del «chi fa da sé fa per tre». Sullo sfondo, la possibilità che si verifichi a livello europeo una nuova crisi del debito sovrano, analoga a quella che colpì la Grecia nel 2010. Per come stanno adesso le cose, se un membro dell'Eurozona dovesse trovarsi di fronte a un'eventualità del genere, a intervenire sarebbe il Meccanismo di stabilità europeo (Esm), altrimenti noto come fondo salvastati. Quest'ultimo rappresenta, a tutti gli effetti, un'organizzazione intergovernativa che agisce come prestatore di ultima istanza nel caso un Paese non riesca a piazzare sul mercato i titoli del proprio debito pubblico. Ciò si può verificare magari a causa di una crisi dello spread talmente forte da mettere in dubbio la sostenibilità dei conti pubblici di uno Stato membro, oppure a seguito di un declassamento a livello «spazzatura» dei titoli sovrani da parte di un'agenzia di rating. Casistiche che fanno immediatamente pensare al nostro Paese, sul quale si è posato ormai da diverse settimane l'occhio minaccioso dei mercati. Giova ricordare che le situazioni appena menzionate non sono necessariamente correlate allo stato di salute dei conti pubblici. Come si ostina a ripetere ormai da molti mesi il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, «i livelli dei rendimenti sui titoli di Stato non riflettono i dati fondamentali del Paese». Ciò nonostante, il perdurare di elevati livelli di spread per un tempo prolungato può incidere sulla capacità delle banche di erogare nuovo credito, dal momento che il loro capitale finisce per essere indirizzato altrove. La ricetta dei neo anseatici si basa su un concetto piuttosto semplice. Qualora un Paese fosse interessato a fare ricorso al fondo salvastati, ma presentasse allo stesso tempo un elevato livello di debito pubblico, ad assorbire le perdite ancora prima dell'Esm dovrebbero essere gli investitori. Tradotto, le banche e i privati cittadini. «Ciò impedirà», argomentano i sottoscrittori, «ai Paesi di continuare ad avere un debito pubblico insostenibile e limiterà il loro accesso alle risorse pubbliche del fondo di emergenza». Sulla carta, il documento redatto dai falchi nordici si rivolge a tutta l'eurozona. Di fatto, però, l'identikit tracciato fa dell'Italia il principale destinatario. Un «duro avvertimento» al nostro Paese, l'ha definito il quotidiano olandese De Volksrante, ma contemporaneamente anche un'azione tesa alla difesa dei risparmi dei cittadini degli Stati considerati più «virtuosi». Non è la prima volta che i neo anseatici fanno appello alla prudenza in materia di politiche fiscali europee. Già lo scorso marzo, otto di loro inviarono una lettera congiunta nella quale illustravano in sei punti le riforme considerate essenziali per la sopravvivenza dell'Eurozona. Anche in quel caso, tra le righe si leggeva l'urgenza del ritorno alla difesa degli interessi nazionali. Una posizione sacrosanta, per carità, che rivela però tutti i limiti del progetto europeo com'è strutturato attualmente. Rinnegare la funzione dell'Esm, che pure ha tutti i suoi limiti, significa annientare l'ultima difesa di quel principio di solidarietà che dovrebbe caratterizzare ogni unione (incluse quelle monetaria). Senza contare che il nostro Paese contribuisce in larga misura alla dotazione finanziaria di quest'organo. Come indicato nella nota di aggiornamento al Def, infatti, le quote di pertinenza dell'Italia per i prestiti a Stati membri dell'Unione economica e monetaria fino a oggi sono state pari a ben 58,2 miliardi di euro. Nel frattempo, nubi nere si addensano anche sui conti francesi. È notizia di ieri, infatti, che a fine settembre il deficit del governo di Parigi ha toccato quota 87,1 miliardi, in aumento di 10,8 miliardi di euro rispetto allo stesso periodo un anno fa. Un incremento sensibile, legato sia a maggiori spese di bilancio, sia a minori entrate fiscali. Non è l'unica notizia negativa per Emmanuel Macron. Nell'ultimo trimestre il Pil è cresciuto solamente dello 0,4%, un risultato che allontana l'1,7% di crescita preventivato per il 2018. Di questo passo, verosimilmente, la Francia rischia l'anno prossimo di sforare (per l'ennesima volta) il rapporto deficit/Pil del 3% previsto dal patto di stabilità e crescita. Visti i presupposti, per l'Europa sarà decisamente un inverno molto caldo. Antonio Grizzuti
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
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Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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