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2018-11-03
Tanta caciara sulle nostre banche ma stanno meglio di Deutsche bank
ANSA
Alla fine i risultati degli stress test realizzati dall'autorità bancaria europea, l'Eba, e dalla Bce su 48 banche hanno definitivamente scongiurato il peggio. Anche in uno scenario avverso molto simile a quello attuale dove in Italia il differenziale tra Btp e Bund viaggia intorno ai 280-300 punti, gli istituti del Belpaese hanno mostrato di avere le spalle larghe. Lo stesso, purtroppo non si può dire di altri colossi del mondo bancario che hanno passato i test per il «rotto della cuffia».
Per mettere alla prova i maggiori gruppi bancari del Vecchio Continente l'Eba ha passato al microscopio i bilanci proiettando i dati del dicembre scorso sul triennio 2018-2020 secondo due scenari: di base e avverso, quello peggiore, che simula crollo del Pil, aumento dei rischi sovrani con calo della liquidità e caduta dei prezzi immobiliari. Per l'Italia la diminuzione aggregata del Pil triennale è prevista introno al 2,7%, con deviazione del 2,2% del tasso di disoccupazione e «picchiata» dell'indice di Borsa di circa un terzo per ogni anno. Nonostante questo scenario «apocalittico», Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banco Bpm e Ubi Banca ce l'hanno fatta.
In uno scenario economico avverso nel 2020 il cet1 del gruppo guidato da Jean Pierre Mustier si ridurrebbe di 346 punti base nel 2020 arrivando a quota 9,34% dal 12,80% di fine 2017. Buono considerando anche il fatto che gli attuali test rispetto a quelli del 2017 sono persino cambiati. Questi dati non tengono in considerazione la piena attuazione delle norme europee sui requisiti di capitale e su tale base la Bce prenderà le proprie decisioni sul livello di patrimonio che la banca dovrà assicurare. Tenendo conto della piena attuazione di quelle norme (e di tutte le nuove disposizioni contabili ifrs 9) il cet1 a fine 2020 sarebbe sceso di 334 punti base a quota 9,34 da 12,68% di fine 2017. Come sottolinea l'istituto, «lo stress test europeo 2018 non contiene una soglia di pass-fail (promosso bocciato, ndr), è stato invece pensato per essere utilizzato come un'importante fonte di informazioni» per capire la solidità di una banca. Tra gli istituti più forti c'è sicuramente Intesa. Stando allo scenario peggiore, l'istituto guidato da Carlo Messina vedrebbe scendere il cet1 nel 2020 di 284 punti base a 10,40% dai 13,24% di fine 2017. Ciononostante, l'esito dello stress test condotto su Intesa, fa sapere una nota, «non considera gli effetti dell'aumento di capitale del luglio 2018 e della conversione delle azioni di risparmio in azioni ordinarie dell'agosto 2018, fattori che avrebbero influito positivamente». Pertanto Ca' de Sass dovrebbe avere le spalle ancora più solide rispetto a quanto rilevato dall'Eba.
Anche Banco Bpm e Ubi hanno passato gli esami. Secondo lo scenario peggiore, Banco Bpm vedrebbe ridursi il cet1 di 547 punti base a quota 8,47% dai 13,94% di fine 2017. Tenendo conto della piena attuazione delle regole Ue sui requisiti di capitale per le banche, la perdita sarebbe di 453 punti base, con un cet1 a quota 6,67% rispetto all'11,20% di fine 2017.
«Tali risultati sono ancora più soddisfacenti se si tiene conto che l'esercizio di stress test è stato svolto in un momento peculiare per il gruppo», si legge in una nota, «e che le regole dell'esercizio stesso non hanno consentito di tenere conto di azioni specifiche già completate in relazione al piano di fusione; si fa particolare riferimento a costi non ripetibili e al derisking dei crediti in sofferenza già ceduti nel corso del primo semestre del 2018». In effetti, Banco Bpm è l'unico gruppo a essere passato attraverso una fusione e ad avere investito nel 2018 non poche risorse nella pulizia dei bilanci, fattori che non sono stati conteggiati nelle valutazioni dell'Eba. Più risicato il risultato di Ubi Banca, con l'indicatore cet1 che, nella peggiore delle ipotesi, verrebbe ridotto di 338 punti base a quota 8,32% nel 2020 rispetto all'11,70% di fine 2017.
La situazione è meno confortante al di fuori dei confini. Societe Gènerale del 7,61%, La Banque Postale dell'8,22% e Barclays del 7,28%. Il gruppo inglese è quello con l'indicatore di capitale nelle peggiori condizioni con un valore che si avvicina pericolosamente a quello che gli investitori considerano il minimo indispensabile per sopportare un ipotetico crollo dell'economia. Mentre per quanto riguarda la Germania, il Cet 1 di Deutsche Bank scenderebbe dal 14,65% di fine 2017 all'8,14% nel 2020. Un grande balzo indietro che segnala le costanti difficoltà del comparto bancario tedesco. Senza contare che l'istituto da ieri ha anche un nuovo socio. Il fondo hedge Hudson executive capital ha preso il 3% dell'istituto. Paradosso vuole che il fondo sia americano e la banca sia uscita pesantemente azzoppata dalla propria campagna Usa.
In parallelo all'esercizio Eba, la Bce ha condotto degli stress test anche sulle banche sottoposte alla sua diretta supervisione, ma che non rientrano nel campione Eba. In Italia gli istituti interessati da questi sono stati Carige, Bper, Mediobanca, Popolare di Sondrio, Iccrea e Credem.
Non sono previste bocciature nemmeno in questo caso e le indiscrezioni non lasciano intendere alcun voto particolarmente negativo. Stando a questi numeri le banche italiane sembrano godere di una salute migliore di tanto omologhe europee, un risultato che, ancora una volta, dovrebbe far pensare chi continua a fare il tifo per lo spread. Tanto che ieri il differenziale ha segnato 287 punti e Piazza Affari è salita di oltre l'uno percento.
Gianluca Baldini
A Parigi sale il deficit ma l’Europa pensa solo a punire l’Italia

c1.staticflickr.com
Non ci voleva la sfera di cristallo per capire che nelle prossime settimane il contesto europeo sarebbe stato caratterizzato da un clima sfavorevole per il nostro Paese. Come se non bastassero i toni incendiari che perdurano ormai da più di un mese tra Roma e Bruxelles, a peggiorare le cose si è aggiunto un minaccioso documento firmato da dieci Paesi membri dell'Unione, quasi tutti situati a settentrione del continente. Un sodalizio già ribattezzato la «nuova Lega anseatica», in ricordo dell'alleanza che unì per alcuni secoli, in età medievale, le città più importanti che si affacciavano sul mar Baltico. Oggi, a riunirsi sotto le insegne dell'austerità e del rigore dei conti sono Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lituania, Lettonia, Svezia, Olanda, Slovacchia e Repubblica Ceca. Tutti Paesi relativamente piccoli, ma dietro ai quali si nasconde la pesante influenza della Germania.
Dimenticatevi della tanto sbandierata solidarietà europea: il paper redatto dai dieci Stati nordici in vista dell'Ecofin che si terrà lunedì e martedì prossimi a Bruxelles si basa semmai sul principio del «chi fa da sé fa per tre». Sullo sfondo, la possibilità che si verifichi a livello europeo una nuova crisi del debito sovrano, analoga a quella che colpì la Grecia nel 2010.
Per come stanno adesso le cose, se un membro dell'Eurozona dovesse trovarsi di fronte a un'eventualità del genere, a intervenire sarebbe il Meccanismo di stabilità europeo (Esm), altrimenti noto come fondo salvastati. Quest'ultimo rappresenta, a tutti gli effetti, un'organizzazione intergovernativa che agisce come prestatore di ultima istanza nel caso un Paese non riesca a piazzare sul mercato i titoli del proprio debito pubblico. Ciò si può verificare magari a causa di una crisi dello spread talmente forte da mettere in dubbio la sostenibilità dei conti pubblici di uno Stato membro, oppure a seguito di un declassamento a livello «spazzatura» dei titoli sovrani da parte di un'agenzia di rating. Casistiche che fanno immediatamente pensare al nostro Paese, sul quale si è posato ormai da diverse settimane l'occhio minaccioso dei mercati.
Giova ricordare che le situazioni appena menzionate non sono necessariamente correlate allo stato di salute dei conti pubblici. Come si ostina a ripetere ormai da molti mesi il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, «i livelli dei rendimenti sui titoli di Stato non riflettono i dati fondamentali del Paese». Ciò nonostante, il perdurare di elevati livelli di spread per un tempo prolungato può incidere sulla capacità delle banche di erogare nuovo credito, dal momento che il loro capitale finisce per essere indirizzato altrove.
La ricetta dei neo anseatici si basa su un concetto piuttosto semplice. Qualora un Paese fosse interessato a fare ricorso al fondo salvastati, ma presentasse allo stesso tempo un elevato livello di debito pubblico, ad assorbire le perdite ancora prima dell'Esm dovrebbero essere gli investitori. Tradotto, le banche e i privati cittadini. «Ciò impedirà», argomentano i sottoscrittori, «ai Paesi di continuare ad avere un debito pubblico insostenibile e limiterà il loro accesso alle risorse pubbliche del fondo di emergenza». Sulla carta, il documento redatto dai falchi nordici si rivolge a tutta l'eurozona. Di fatto, però, l'identikit tracciato fa dell'Italia il principale destinatario. Un «duro avvertimento» al nostro Paese, l'ha definito il quotidiano olandese De Volksrante, ma contemporaneamente anche un'azione tesa alla difesa dei risparmi dei cittadini degli Stati considerati più «virtuosi».
Non è la prima volta che i neo anseatici fanno appello alla prudenza in materia di politiche fiscali europee. Già lo scorso marzo, otto di loro inviarono una lettera congiunta nella quale illustravano in sei punti le riforme considerate essenziali per la sopravvivenza dell'Eurozona. Anche in quel caso, tra le righe si leggeva l'urgenza del ritorno alla difesa degli interessi nazionali. Una posizione sacrosanta, per carità, che rivela però tutti i limiti del progetto europeo com'è strutturato attualmente. Rinnegare la funzione dell'Esm, che pure ha tutti i suoi limiti, significa annientare l'ultima difesa di quel principio di solidarietà che dovrebbe caratterizzare ogni unione (incluse quelle monetaria). Senza contare che il nostro Paese contribuisce in larga misura alla dotazione finanziaria di quest'organo. Come indicato nella nota di aggiornamento al Def, infatti, le quote di pertinenza dell'Italia per i prestiti a Stati membri dell'Unione economica e monetaria fino a oggi sono state pari a ben 58,2 miliardi di euro.
Nel frattempo, nubi nere si addensano anche sui conti francesi. È notizia di ieri, infatti, che a fine settembre il deficit del governo di Parigi ha toccato quota 87,1 miliardi, in aumento di 10,8 miliardi di euro rispetto allo stesso periodo un anno fa. Un incremento sensibile, legato sia a maggiori spese di bilancio, sia a minori entrate fiscali. Non è l'unica notizia negativa per Emmanuel Macron. Nell'ultimo trimestre il Pil è cresciuto solamente dello 0,4%, un risultato che allontana l'1,7% di crescita preventivato per il 2018. Di questo passo, verosimilmente, la Francia rischia l'anno prossimo di sforare (per l'ennesima volta) il rapporto deficit/Pil del 3% previsto dal patto di stabilità e crescita. Visti i presupposti, per l'Europa sarà decisamente un inverno molto caldo.
Antonio Grizzuti
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Tutti gli istituti europei passano gli stress test di Eba e Bce. Per Intesa, Unicredit, Ubi e Banco Bpm risultati migliori del colosso tedesco. In fondo alla classifica le inglesi. Piazza Affari fa +1,07%, lo spread scende a 287. A Parigi sale il deficit ma l'Europa pensa solo a punire l'Italia. Dieci nazioni del Nord chiedono di rivedere il fondo salvastati: «Avvertimento per Roma». Silenzio invece sui conti francesi. Lo speciale contiene due articoli. Alla fine i risultati degli stress test realizzati dall'autorità bancaria europea, l'Eba, e dalla Bce su 48 banche hanno definitivamente scongiurato il peggio. Anche in uno scenario avverso molto simile a quello attuale dove in Italia il differenziale tra Btp e Bund viaggia intorno ai 280-300 punti, gli istituti del Belpaese hanno mostrato di avere le spalle larghe. Lo stesso, purtroppo non si può dire di altri colossi del mondo bancario che hanno passato i test per il «rotto della cuffia». Per mettere alla prova i maggiori gruppi bancari del Vecchio Continente l'Eba ha passato al microscopio i bilanci proiettando i dati del dicembre scorso sul triennio 2018-2020 secondo due scenari: di base e avverso, quello peggiore, che simula crollo del Pil, aumento dei rischi sovrani con calo della liquidità e caduta dei prezzi immobiliari. Per l'Italia la diminuzione aggregata del Pil triennale è prevista introno al 2,7%, con deviazione del 2,2% del tasso di disoccupazione e «picchiata» dell'indice di Borsa di circa un terzo per ogni anno. Nonostante questo scenario «apocalittico», Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banco Bpm e Ubi Banca ce l'hanno fatta. In uno scenario economico avverso nel 2020 il cet1 del gruppo guidato da Jean Pierre Mustier si ridurrebbe di 346 punti base nel 2020 arrivando a quota 9,34% dal 12,80% di fine 2017. Buono considerando anche il fatto che gli attuali test rispetto a quelli del 2017 sono persino cambiati. Questi dati non tengono in considerazione la piena attuazione delle norme europee sui requisiti di capitale e su tale base la Bce prenderà le proprie decisioni sul livello di patrimonio che la banca dovrà assicurare. Tenendo conto della piena attuazione di quelle norme (e di tutte le nuove disposizioni contabili ifrs 9) il cet1 a fine 2020 sarebbe sceso di 334 punti base a quota 9,34 da 12,68% di fine 2017. Come sottolinea l'istituto, «lo stress test europeo 2018 non contiene una soglia di pass-fail (promosso bocciato, ndr), è stato invece pensato per essere utilizzato come un'importante fonte di informazioni» per capire la solidità di una banca. Tra gli istituti più forti c'è sicuramente Intesa. Stando allo scenario peggiore, l'istituto guidato da Carlo Messina vedrebbe scendere il cet1 nel 2020 di 284 punti base a 10,40% dai 13,24% di fine 2017. Ciononostante, l'esito dello stress test condotto su Intesa, fa sapere una nota, «non considera gli effetti dell'aumento di capitale del luglio 2018 e della conversione delle azioni di risparmio in azioni ordinarie dell'agosto 2018, fattori che avrebbero influito positivamente». Pertanto Ca' de Sass dovrebbe avere le spalle ancora più solide rispetto a quanto rilevato dall'Eba. Anche Banco Bpm e Ubi hanno passato gli esami. Secondo lo scenario peggiore, Banco Bpm vedrebbe ridursi il cet1 di 547 punti base a quota 8,47% dai 13,94% di fine 2017. Tenendo conto della piena attuazione delle regole Ue sui requisiti di capitale per le banche, la perdita sarebbe di 453 punti base, con un cet1 a quota 6,67% rispetto all'11,20% di fine 2017. «Tali risultati sono ancora più soddisfacenti se si tiene conto che l'esercizio di stress test è stato svolto in un momento peculiare per il gruppo», si legge in una nota, «e che le regole dell'esercizio stesso non hanno consentito di tenere conto di azioni specifiche già completate in relazione al piano di fusione; si fa particolare riferimento a costi non ripetibili e al derisking dei crediti in sofferenza già ceduti nel corso del primo semestre del 2018». In effetti, Banco Bpm è l'unico gruppo a essere passato attraverso una fusione e ad avere investito nel 2018 non poche risorse nella pulizia dei bilanci, fattori che non sono stati conteggiati nelle valutazioni dell'Eba. Più risicato il risultato di Ubi Banca, con l'indicatore cet1 che, nella peggiore delle ipotesi, verrebbe ridotto di 338 punti base a quota 8,32% nel 2020 rispetto all'11,70% di fine 2017. La situazione è meno confortante al di fuori dei confini. Societe Gènerale del 7,61%, La Banque Postale dell'8,22% e Barclays del 7,28%. Il gruppo inglese è quello con l'indicatore di capitale nelle peggiori condizioni con un valore che si avvicina pericolosamente a quello che gli investitori considerano il minimo indispensabile per sopportare un ipotetico crollo dell'economia. Mentre per quanto riguarda la Germania, il Cet 1 di Deutsche Bank scenderebbe dal 14,65% di fine 2017 all'8,14% nel 2020. Un grande balzo indietro che segnala le costanti difficoltà del comparto bancario tedesco. Senza contare che l'istituto da ieri ha anche un nuovo socio. Il fondo hedge Hudson executive capital ha preso il 3% dell'istituto. Paradosso vuole che il fondo sia americano e la banca sia uscita pesantemente azzoppata dalla propria campagna Usa. In parallelo all'esercizio Eba, la Bce ha condotto degli stress test anche sulle banche sottoposte alla sua diretta supervisione, ma che non rientrano nel campione Eba. In Italia gli istituti interessati da questi sono stati Carige, Bper, Mediobanca, Popolare di Sondrio, Iccrea e Credem. Non sono previste bocciature nemmeno in questo caso e le indiscrezioni non lasciano intendere alcun voto particolarmente negativo. Stando a questi numeri le banche italiane sembrano godere di una salute migliore di tanto omologhe europee, un risultato che, ancora una volta, dovrebbe far pensare chi continua a fare il tifo per lo spread. Tanto che ieri il differenziale ha segnato 287 punti e Piazza Affari è salita di oltre l'uno percento. 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Un sodalizio già ribattezzato la «nuova Lega anseatica», in ricordo dell'alleanza che unì per alcuni secoli, in età medievale, le città più importanti che si affacciavano sul mar Baltico. Oggi, a riunirsi sotto le insegne dell'austerità e del rigore dei conti sono Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lituania, Lettonia, Svezia, Olanda, Slovacchia e Repubblica Ceca. Tutti Paesi relativamente piccoli, ma dietro ai quali si nasconde la pesante influenza della Germania. Dimenticatevi della tanto sbandierata solidarietà europea: il paper redatto dai dieci Stati nordici in vista dell'Ecofin che si terrà lunedì e martedì prossimi a Bruxelles si basa semmai sul principio del «chi fa da sé fa per tre». Sullo sfondo, la possibilità che si verifichi a livello europeo una nuova crisi del debito sovrano, analoga a quella che colpì la Grecia nel 2010. Per come stanno adesso le cose, se un membro dell'Eurozona dovesse trovarsi di fronte a un'eventualità del genere, a intervenire sarebbe il Meccanismo di stabilità europeo (Esm), altrimenti noto come fondo salvastati. Quest'ultimo rappresenta, a tutti gli effetti, un'organizzazione intergovernativa che agisce come prestatore di ultima istanza nel caso un Paese non riesca a piazzare sul mercato i titoli del proprio debito pubblico. Ciò si può verificare magari a causa di una crisi dello spread talmente forte da mettere in dubbio la sostenibilità dei conti pubblici di uno Stato membro, oppure a seguito di un declassamento a livello «spazzatura» dei titoli sovrani da parte di un'agenzia di rating. Casistiche che fanno immediatamente pensare al nostro Paese, sul quale si è posato ormai da diverse settimane l'occhio minaccioso dei mercati. Giova ricordare che le situazioni appena menzionate non sono necessariamente correlate allo stato di salute dei conti pubblici. Come si ostina a ripetere ormai da molti mesi il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, «i livelli dei rendimenti sui titoli di Stato non riflettono i dati fondamentali del Paese». Ciò nonostante, il perdurare di elevati livelli di spread per un tempo prolungato può incidere sulla capacità delle banche di erogare nuovo credito, dal momento che il loro capitale finisce per essere indirizzato altrove. La ricetta dei neo anseatici si basa su un concetto piuttosto semplice. Qualora un Paese fosse interessato a fare ricorso al fondo salvastati, ma presentasse allo stesso tempo un elevato livello di debito pubblico, ad assorbire le perdite ancora prima dell'Esm dovrebbero essere gli investitori. Tradotto, le banche e i privati cittadini. «Ciò impedirà», argomentano i sottoscrittori, «ai Paesi di continuare ad avere un debito pubblico insostenibile e limiterà il loro accesso alle risorse pubbliche del fondo di emergenza». Sulla carta, il documento redatto dai falchi nordici si rivolge a tutta l'eurozona. Di fatto, però, l'identikit tracciato fa dell'Italia il principale destinatario. Un «duro avvertimento» al nostro Paese, l'ha definito il quotidiano olandese De Volksrante, ma contemporaneamente anche un'azione tesa alla difesa dei risparmi dei cittadini degli Stati considerati più «virtuosi». Non è la prima volta che i neo anseatici fanno appello alla prudenza in materia di politiche fiscali europee. Già lo scorso marzo, otto di loro inviarono una lettera congiunta nella quale illustravano in sei punti le riforme considerate essenziali per la sopravvivenza dell'Eurozona. Anche in quel caso, tra le righe si leggeva l'urgenza del ritorno alla difesa degli interessi nazionali. Una posizione sacrosanta, per carità, che rivela però tutti i limiti del progetto europeo com'è strutturato attualmente. Rinnegare la funzione dell'Esm, che pure ha tutti i suoi limiti, significa annientare l'ultima difesa di quel principio di solidarietà che dovrebbe caratterizzare ogni unione (incluse quelle monetaria). Senza contare che il nostro Paese contribuisce in larga misura alla dotazione finanziaria di quest'organo. Come indicato nella nota di aggiornamento al Def, infatti, le quote di pertinenza dell'Italia per i prestiti a Stati membri dell'Unione economica e monetaria fino a oggi sono state pari a ben 58,2 miliardi di euro. Nel frattempo, nubi nere si addensano anche sui conti francesi. È notizia di ieri, infatti, che a fine settembre il deficit del governo di Parigi ha toccato quota 87,1 miliardi, in aumento di 10,8 miliardi di euro rispetto allo stesso periodo un anno fa. Un incremento sensibile, legato sia a maggiori spese di bilancio, sia a minori entrate fiscali. Non è l'unica notizia negativa per Emmanuel Macron. Nell'ultimo trimestre il Pil è cresciuto solamente dello 0,4%, un risultato che allontana l'1,7% di crescita preventivato per il 2018. Di questo passo, verosimilmente, la Francia rischia l'anno prossimo di sforare (per l'ennesima volta) il rapporto deficit/Pil del 3% previsto dal patto di stabilità e crescita. Visti i presupposti, per l'Europa sarà decisamente un inverno molto caldo. Antonio Grizzuti
Al «Giorno della Verità» sono intervenuti Georg Gufler, Chief Executive Officer di Doppelmayr Italia; Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Interporto Rivers; e Stefano Paggi, Chief Technology & Operation Officer di FiberCop, in un confronto moderato dal vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin. Al centro del dibattito la trasformazione della competitività italiana tra mobilità sostenibile, infrastrutture digitali e logistica integrata.
Georg Gufler, Chief Executive Officer di Doppelmayr Italia; Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Interporto Rivers; e Stefano Paggi, Chief Technology & Operation Officer di FiberCop, insieme al vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin che ha moderato il panel. Sono i protagonisti del confronto La fabbrica del futuro, andato in scena al «Giorno della Verità», dedicato alla sfida della competitività nella rivoluzione digitale italiana.
Al centro del dibattito l’idea di una fabbrica del futuro più veloce, connessa e integrata tra sistemi di trasporto, logistica e infrastrutture digitali. Un modello in cui, è stato sottolineato, la circolazione delle merci e delle informazioni diventa elemento decisivo di sviluppo.
Gufler ha descritto la mobilità come una sfida centrale per lo sviluppo sostenibile dei territori, illustrando l’attività di Doppelmayr Italia, società attiva da oltre 130 anni e con più di 600 installazioni realizzate in Italia tra impianti turistici e urbani. Tra i punti chiave del suo intervento, il ruolo dei sistemi a fune come soluzione complementare alle infrastrutture tradizionali, con tempi di realizzazione più rapidi e costi inferiori rispetto ad altre opere, oltre a benefici in termini di impatto ambientale e consumo di suolo.
Nel panel è stato inoltre citato un progetto realizzato a Parigi, con cinque stazioni collegate alla rete metropolitana e ferroviaria, che avrebbe consentito una riduzione dei tempi di percorrenza di circa 22 minuti.
Ampio spazio anche alla digitalizzazione delle infrastrutture. Paggi ha richiamato il ruolo di FiberCop e l’obiettivo di estendere la connessione veloce a circa 20 milioni di unità tra famiglie e imprese, sottolineando la centralità della rete come infrastruttura strategica per la competitività del Paese.
Sul fronte logistico, Giuliani ha illustrato il ruolo degli interporti come nodi fondamentali per lo smistamento delle merci. In Italia ne esistono circa trenta, ha ricordato, e rappresentano una componente ancora poco conosciuta ma strategica della catena logistica nazionale. L’interporto di Marghera è stato indicato come esempio di crescita recente, con oltre un milione e mezzo di tonnellate movimentate nell’anno.
Nel dibattito è emersa anche la necessità di rafforzare il trasporto intermodale e le connessioni con i traffici marittimi e le direttrici europee, così come la possibilità di utilizzare sistemi innovativi anche per il cosiddetto «ultimo miglio» urbano.
Infine, è stato affrontato il tema delle tecnologie avanzate, dall’intelligenza artificiale alla crittografia quantistica, considerate strumenti destinati a incidere sia sull’elaborazione dei dati sia sulla sicurezza delle reti digitali.
In chiusura, una riflessione sul bisogno di accelerare il cambiamento infrastrutturale e produttivo del Paese, tra investimenti, innovazione e superamento delle resistenze alla trasformazione.
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Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti
Nessun attrito con il ministro della Difesa Guido Crosetto sul tema dei fondi per il comparto militare. Lo ha chiarito il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti intervenendo al «Giorno della Verità», rispondendo a una domanda sulle presunte tensioni interne al governo.
«Il mestiere del ministro dell’Economia è vedere che tutti i ministri, legittimamente, chiedono stanziamenti e finanziamenti, e chi deve quadrare il bilancio deve utilizzare in modo saggio e opportuno le risorse», ha spiegato Giorgetti, sottolineando come non vi sia «nessun conflitto in particolare».
Nel suo intervento il titolare del Mef ha richiamato anche il contesto internazionale e gli impegni dell’Italia, che hanno inciso sulle scelte di bilancio e sul confronto con le istituzioni europee. In questo quadro, ha ricordato, si è sviluppato un negoziato con la Commissione Ue, che avrebbe recepito le richieste italiane legate alla gestione della spesa e alla considerazione di alcuni capitoli come parte del più ampio concetto di sicurezza nazionale.
Giorgetti ha insistito sulla necessità di una gestione «saggia» delle risorse pubbliche, soprattutto in una fase in cui le richieste di spesa aumentano in diversi settori e i margini di bilancio restano limitati.
Ampio spazio anche al tema dei conti pubblici e del debito, con riferimento alle dinamiche legate alle revisioni statistiche e agli effetti delle politiche fiscali adottate negli ultimi anni. Il ministro ha ricordato come alcuni dati siano ancora provvisori e soggetti a revisione da parte di Istat ed Eurostat, con una definizione attesa nei prossimi mesi.
Nel corso del dialogo è emersa anche la questione del Superbonus, richiamato da Giorgetti come esempio di misura che ha avuto un impatto rilevante sui conti pubblici e che ha richiesto successivi interventi correttivi. Una scelta che, nelle sue parole, si inserisce nel contesto delle decisioni prese in fase emergenziale e poi ritarate dai governi successivi.
Più in generale, il ministro ha ribadito l’esigenza di tenere insieme crescita, sostenibilità del debito e rispetto dei vincoli europei, in un quadro che resta complesso e condizionato da variabili economiche e geopolitiche. Le previsioni, ha osservato, dipendono infatti da molteplici fattori e possono cambiare in base all’evoluzione dello scenario internazionale.
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Guido Crosetto e Maurizio Belpietro
,Il ministro della Difesa Guido Crosetto intervistato dal direttore Maurizio Belpietro al Giorno della Verità spiega: «Nessun problema con Giorgetti, mai litigato con lui fondi per la Difesa».
Per gli Usa non esiste alcuna ragione per lamentarsi dell'Italia. Il ministro della Difesa liquida così la questione Roma Washington e la presunta rottura dei rapporti tra Giorgia Meloni e Donald Trump dovuta alla famosa telefonata sfogo del presidente degli Stati Uniti. Crosetto, incalzato dal direttore Belpietro, ha riconosciuto che esiste da parte degli Stati Uniti un malessere dovuto al fatto che l'Europa negli ultimi anni ha speso troppo poco per la Difesa. Un argomento che però «aveva già sollevato Obama prima e Biden poi, prima di lui». Crosetto ha spiegato che non esiste l'impegno di portare le spese per la difesa al 3,5% e che «il 5 comprende la parte di sicurezza, quindi le forze di polizia. Un impegno fatto al 2035. L'impegno che esiste è preso dal Parlamento: un aumento dello 0,15 ogni anno». E «quest'anno non c'è stato», ha riconosciuto il ministro, spiegando: mi è chiaro: «non siamo usciti dalla procedura di infrazione». Crosetto ha però detto di aspettarsi che nella finanziaria del prossimo anno «l'impegno che ci siamo presi, che ripeto non è il 3,5, ma è lo 0,15 per anno, sarà portato avanti. Il ministro si è detto convinto che «Giorgetti è assolutamente consapevole di questa cosa».
In questa occasione a Belpietro spiega che con Giorgetti non c'è alcun tipo di discussione e non c'è mai stata. «So che Giancarlo (Giorgetti, ndr) sa perfettamente quali sarebbero le cose che io vorrei. Io so perfettamente quali sono le cose che lui può fare e i tempi con cui può farle, per cui è impossibile che noi litighiamo» ma «sul Safe dipende dalla possibilità che lui ha». Poi si chiede: «I paesi del nord e est Europa sono spaventati da Putin, non so se a torto o a ragione, ma stanno spendendo in difesa più di chiunque altro. Putin arriverà a 2,4 milioni di soldati. Qualcuno mi deve spiegare a cosa servono visto che sono troppi anche per l'Ucraina».
Per Crosetto le crisi e le guerre sono dovute alla «sfida degli Usa con la Cina, iniziata 15-20 anni che sta arrivando a un punto di rottura". D'altro canto la guerra ha cambiato faccia e questa sfida «sarà sempre di più sull'intelligenza artificiale, chi arriva prima, sulla quantistica, sul computer quantistico, sullo spazio», ha detto Crosetto, osservando che la Cina ha «un'unica regia e un unico attore che è lo Stato", con una strategia centrale e investimenti massicci. Gli Stati uniti, al contrario, stanno fondando una parte della propria risposta su grandi multinazionali tecnologiche, alcune delle quali hanno ormai capacità superiori a quelle degli Stati. «Perché è la prima volta nella storia dell'umanità che ci sono aziende private che dispongono di strumenti tecnologici superiori a quelli di cui dispongono gli Stati» ha precisato Crosetto, riferendosi a Space X di Elon Musk. Per Crosetto il nodo per Trump resta Israele, perché «la capacità militare di Israele non può reggere senza l'aiuto degli Usa. Israele è ossessionato dall'eliminazione di Hezbollah in Libano. Ma eliminare Hezbollah significa eliminare il Libano. Quindi non è possibile».
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