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2018-11-03
Tanta caciara sulle nostre banche ma stanno meglio di Deutsche bank
ANSA
Alla fine i risultati degli stress test realizzati dall'autorità bancaria europea, l'Eba, e dalla Bce su 48 banche hanno definitivamente scongiurato il peggio. Anche in uno scenario avverso molto simile a quello attuale dove in Italia il differenziale tra Btp e Bund viaggia intorno ai 280-300 punti, gli istituti del Belpaese hanno mostrato di avere le spalle larghe. Lo stesso, purtroppo non si può dire di altri colossi del mondo bancario che hanno passato i test per il «rotto della cuffia».
Per mettere alla prova i maggiori gruppi bancari del Vecchio Continente l'Eba ha passato al microscopio i bilanci proiettando i dati del dicembre scorso sul triennio 2018-2020 secondo due scenari: di base e avverso, quello peggiore, che simula crollo del Pil, aumento dei rischi sovrani con calo della liquidità e caduta dei prezzi immobiliari. Per l'Italia la diminuzione aggregata del Pil triennale è prevista introno al 2,7%, con deviazione del 2,2% del tasso di disoccupazione e «picchiata» dell'indice di Borsa di circa un terzo per ogni anno. Nonostante questo scenario «apocalittico», Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banco Bpm e Ubi Banca ce l'hanno fatta.
In uno scenario economico avverso nel 2020 il cet1 del gruppo guidato da Jean Pierre Mustier si ridurrebbe di 346 punti base nel 2020 arrivando a quota 9,34% dal 12,80% di fine 2017. Buono considerando anche il fatto che gli attuali test rispetto a quelli del 2017 sono persino cambiati. Questi dati non tengono in considerazione la piena attuazione delle norme europee sui requisiti di capitale e su tale base la Bce prenderà le proprie decisioni sul livello di patrimonio che la banca dovrà assicurare. Tenendo conto della piena attuazione di quelle norme (e di tutte le nuove disposizioni contabili ifrs 9) il cet1 a fine 2020 sarebbe sceso di 334 punti base a quota 9,34 da 12,68% di fine 2017. Come sottolinea l'istituto, «lo stress test europeo 2018 non contiene una soglia di pass-fail (promosso bocciato, ndr), è stato invece pensato per essere utilizzato come un'importante fonte di informazioni» per capire la solidità di una banca. Tra gli istituti più forti c'è sicuramente Intesa. Stando allo scenario peggiore, l'istituto guidato da Carlo Messina vedrebbe scendere il cet1 nel 2020 di 284 punti base a 10,40% dai 13,24% di fine 2017. Ciononostante, l'esito dello stress test condotto su Intesa, fa sapere una nota, «non considera gli effetti dell'aumento di capitale del luglio 2018 e della conversione delle azioni di risparmio in azioni ordinarie dell'agosto 2018, fattori che avrebbero influito positivamente». Pertanto Ca' de Sass dovrebbe avere le spalle ancora più solide rispetto a quanto rilevato dall'Eba.
Anche Banco Bpm e Ubi hanno passato gli esami. Secondo lo scenario peggiore, Banco Bpm vedrebbe ridursi il cet1 di 547 punti base a quota 8,47% dai 13,94% di fine 2017. Tenendo conto della piena attuazione delle regole Ue sui requisiti di capitale per le banche, la perdita sarebbe di 453 punti base, con un cet1 a quota 6,67% rispetto all'11,20% di fine 2017.
«Tali risultati sono ancora più soddisfacenti se si tiene conto che l'esercizio di stress test è stato svolto in un momento peculiare per il gruppo», si legge in una nota, «e che le regole dell'esercizio stesso non hanno consentito di tenere conto di azioni specifiche già completate in relazione al piano di fusione; si fa particolare riferimento a costi non ripetibili e al derisking dei crediti in sofferenza già ceduti nel corso del primo semestre del 2018». In effetti, Banco Bpm è l'unico gruppo a essere passato attraverso una fusione e ad avere investito nel 2018 non poche risorse nella pulizia dei bilanci, fattori che non sono stati conteggiati nelle valutazioni dell'Eba. Più risicato il risultato di Ubi Banca, con l'indicatore cet1 che, nella peggiore delle ipotesi, verrebbe ridotto di 338 punti base a quota 8,32% nel 2020 rispetto all'11,70% di fine 2017.
La situazione è meno confortante al di fuori dei confini. Societe Gènerale del 7,61%, La Banque Postale dell'8,22% e Barclays del 7,28%. Il gruppo inglese è quello con l'indicatore di capitale nelle peggiori condizioni con un valore che si avvicina pericolosamente a quello che gli investitori considerano il minimo indispensabile per sopportare un ipotetico crollo dell'economia. Mentre per quanto riguarda la Germania, il Cet 1 di Deutsche Bank scenderebbe dal 14,65% di fine 2017 all'8,14% nel 2020. Un grande balzo indietro che segnala le costanti difficoltà del comparto bancario tedesco. Senza contare che l'istituto da ieri ha anche un nuovo socio. Il fondo hedge Hudson executive capital ha preso il 3% dell'istituto. Paradosso vuole che il fondo sia americano e la banca sia uscita pesantemente azzoppata dalla propria campagna Usa.
In parallelo all'esercizio Eba, la Bce ha condotto degli stress test anche sulle banche sottoposte alla sua diretta supervisione, ma che non rientrano nel campione Eba. In Italia gli istituti interessati da questi sono stati Carige, Bper, Mediobanca, Popolare di Sondrio, Iccrea e Credem.
Non sono previste bocciature nemmeno in questo caso e le indiscrezioni non lasciano intendere alcun voto particolarmente negativo. Stando a questi numeri le banche italiane sembrano godere di una salute migliore di tanto omologhe europee, un risultato che, ancora una volta, dovrebbe far pensare chi continua a fare il tifo per lo spread. Tanto che ieri il differenziale ha segnato 287 punti e Piazza Affari è salita di oltre l'uno percento.
Gianluca Baldini
A Parigi sale il deficit ma l’Europa pensa solo a punire l’Italia

c1.staticflickr.com
Non ci voleva la sfera di cristallo per capire che nelle prossime settimane il contesto europeo sarebbe stato caratterizzato da un clima sfavorevole per il nostro Paese. Come se non bastassero i toni incendiari che perdurano ormai da più di un mese tra Roma e Bruxelles, a peggiorare le cose si è aggiunto un minaccioso documento firmato da dieci Paesi membri dell'Unione, quasi tutti situati a settentrione del continente. Un sodalizio già ribattezzato la «nuova Lega anseatica», in ricordo dell'alleanza che unì per alcuni secoli, in età medievale, le città più importanti che si affacciavano sul mar Baltico. Oggi, a riunirsi sotto le insegne dell'austerità e del rigore dei conti sono Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lituania, Lettonia, Svezia, Olanda, Slovacchia e Repubblica Ceca. Tutti Paesi relativamente piccoli, ma dietro ai quali si nasconde la pesante influenza della Germania.
Dimenticatevi della tanto sbandierata solidarietà europea: il paper redatto dai dieci Stati nordici in vista dell'Ecofin che si terrà lunedì e martedì prossimi a Bruxelles si basa semmai sul principio del «chi fa da sé fa per tre». Sullo sfondo, la possibilità che si verifichi a livello europeo una nuova crisi del debito sovrano, analoga a quella che colpì la Grecia nel 2010.
Per come stanno adesso le cose, se un membro dell'Eurozona dovesse trovarsi di fronte a un'eventualità del genere, a intervenire sarebbe il Meccanismo di stabilità europeo (Esm), altrimenti noto come fondo salvastati. Quest'ultimo rappresenta, a tutti gli effetti, un'organizzazione intergovernativa che agisce come prestatore di ultima istanza nel caso un Paese non riesca a piazzare sul mercato i titoli del proprio debito pubblico. Ciò si può verificare magari a causa di una crisi dello spread talmente forte da mettere in dubbio la sostenibilità dei conti pubblici di uno Stato membro, oppure a seguito di un declassamento a livello «spazzatura» dei titoli sovrani da parte di un'agenzia di rating. Casistiche che fanno immediatamente pensare al nostro Paese, sul quale si è posato ormai da diverse settimane l'occhio minaccioso dei mercati.
Giova ricordare che le situazioni appena menzionate non sono necessariamente correlate allo stato di salute dei conti pubblici. Come si ostina a ripetere ormai da molti mesi il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, «i livelli dei rendimenti sui titoli di Stato non riflettono i dati fondamentali del Paese». Ciò nonostante, il perdurare di elevati livelli di spread per un tempo prolungato può incidere sulla capacità delle banche di erogare nuovo credito, dal momento che il loro capitale finisce per essere indirizzato altrove.
La ricetta dei neo anseatici si basa su un concetto piuttosto semplice. Qualora un Paese fosse interessato a fare ricorso al fondo salvastati, ma presentasse allo stesso tempo un elevato livello di debito pubblico, ad assorbire le perdite ancora prima dell'Esm dovrebbero essere gli investitori. Tradotto, le banche e i privati cittadini. «Ciò impedirà», argomentano i sottoscrittori, «ai Paesi di continuare ad avere un debito pubblico insostenibile e limiterà il loro accesso alle risorse pubbliche del fondo di emergenza». Sulla carta, il documento redatto dai falchi nordici si rivolge a tutta l'eurozona. Di fatto, però, l'identikit tracciato fa dell'Italia il principale destinatario. Un «duro avvertimento» al nostro Paese, l'ha definito il quotidiano olandese De Volksrante, ma contemporaneamente anche un'azione tesa alla difesa dei risparmi dei cittadini degli Stati considerati più «virtuosi».
Non è la prima volta che i neo anseatici fanno appello alla prudenza in materia di politiche fiscali europee. Già lo scorso marzo, otto di loro inviarono una lettera congiunta nella quale illustravano in sei punti le riforme considerate essenziali per la sopravvivenza dell'Eurozona. Anche in quel caso, tra le righe si leggeva l'urgenza del ritorno alla difesa degli interessi nazionali. Una posizione sacrosanta, per carità, che rivela però tutti i limiti del progetto europeo com'è strutturato attualmente. Rinnegare la funzione dell'Esm, che pure ha tutti i suoi limiti, significa annientare l'ultima difesa di quel principio di solidarietà che dovrebbe caratterizzare ogni unione (incluse quelle monetaria). Senza contare che il nostro Paese contribuisce in larga misura alla dotazione finanziaria di quest'organo. Come indicato nella nota di aggiornamento al Def, infatti, le quote di pertinenza dell'Italia per i prestiti a Stati membri dell'Unione economica e monetaria fino a oggi sono state pari a ben 58,2 miliardi di euro.
Nel frattempo, nubi nere si addensano anche sui conti francesi. È notizia di ieri, infatti, che a fine settembre il deficit del governo di Parigi ha toccato quota 87,1 miliardi, in aumento di 10,8 miliardi di euro rispetto allo stesso periodo un anno fa. Un incremento sensibile, legato sia a maggiori spese di bilancio, sia a minori entrate fiscali. Non è l'unica notizia negativa per Emmanuel Macron. Nell'ultimo trimestre il Pil è cresciuto solamente dello 0,4%, un risultato che allontana l'1,7% di crescita preventivato per il 2018. Di questo passo, verosimilmente, la Francia rischia l'anno prossimo di sforare (per l'ennesima volta) il rapporto deficit/Pil del 3% previsto dal patto di stabilità e crescita. Visti i presupposti, per l'Europa sarà decisamente un inverno molto caldo.
Antonio Grizzuti
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Tutti gli istituti europei passano gli stress test di Eba e Bce. Per Intesa, Unicredit, Ubi e Banco Bpm risultati migliori del colosso tedesco. In fondo alla classifica le inglesi. Piazza Affari fa +1,07%, lo spread scende a 287. A Parigi sale il deficit ma l'Europa pensa solo a punire l'Italia. Dieci nazioni del Nord chiedono di rivedere il fondo salvastati: «Avvertimento per Roma». Silenzio invece sui conti francesi. Lo speciale contiene due articoli. Alla fine i risultati degli stress test realizzati dall'autorità bancaria europea, l'Eba, e dalla Bce su 48 banche hanno definitivamente scongiurato il peggio. Anche in uno scenario avverso molto simile a quello attuale dove in Italia il differenziale tra Btp e Bund viaggia intorno ai 280-300 punti, gli istituti del Belpaese hanno mostrato di avere le spalle larghe. Lo stesso, purtroppo non si può dire di altri colossi del mondo bancario che hanno passato i test per il «rotto della cuffia». Per mettere alla prova i maggiori gruppi bancari del Vecchio Continente l'Eba ha passato al microscopio i bilanci proiettando i dati del dicembre scorso sul triennio 2018-2020 secondo due scenari: di base e avverso, quello peggiore, che simula crollo del Pil, aumento dei rischi sovrani con calo della liquidità e caduta dei prezzi immobiliari. Per l'Italia la diminuzione aggregata del Pil triennale è prevista introno al 2,7%, con deviazione del 2,2% del tasso di disoccupazione e «picchiata» dell'indice di Borsa di circa un terzo per ogni anno. Nonostante questo scenario «apocalittico», Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banco Bpm e Ubi Banca ce l'hanno fatta. In uno scenario economico avverso nel 2020 il cet1 del gruppo guidato da Jean Pierre Mustier si ridurrebbe di 346 punti base nel 2020 arrivando a quota 9,34% dal 12,80% di fine 2017. Buono considerando anche il fatto che gli attuali test rispetto a quelli del 2017 sono persino cambiati. Questi dati non tengono in considerazione la piena attuazione delle norme europee sui requisiti di capitale e su tale base la Bce prenderà le proprie decisioni sul livello di patrimonio che la banca dovrà assicurare. Tenendo conto della piena attuazione di quelle norme (e di tutte le nuove disposizioni contabili ifrs 9) il cet1 a fine 2020 sarebbe sceso di 334 punti base a quota 9,34 da 12,68% di fine 2017. Come sottolinea l'istituto, «lo stress test europeo 2018 non contiene una soglia di pass-fail (promosso bocciato, ndr), è stato invece pensato per essere utilizzato come un'importante fonte di informazioni» per capire la solidità di una banca. Tra gli istituti più forti c'è sicuramente Intesa. Stando allo scenario peggiore, l'istituto guidato da Carlo Messina vedrebbe scendere il cet1 nel 2020 di 284 punti base a 10,40% dai 13,24% di fine 2017. Ciononostante, l'esito dello stress test condotto su Intesa, fa sapere una nota, «non considera gli effetti dell'aumento di capitale del luglio 2018 e della conversione delle azioni di risparmio in azioni ordinarie dell'agosto 2018, fattori che avrebbero influito positivamente». Pertanto Ca' de Sass dovrebbe avere le spalle ancora più solide rispetto a quanto rilevato dall'Eba. Anche Banco Bpm e Ubi hanno passato gli esami. Secondo lo scenario peggiore, Banco Bpm vedrebbe ridursi il cet1 di 547 punti base a quota 8,47% dai 13,94% di fine 2017. Tenendo conto della piena attuazione delle regole Ue sui requisiti di capitale per le banche, la perdita sarebbe di 453 punti base, con un cet1 a quota 6,67% rispetto all'11,20% di fine 2017. «Tali risultati sono ancora più soddisfacenti se si tiene conto che l'esercizio di stress test è stato svolto in un momento peculiare per il gruppo», si legge in una nota, «e che le regole dell'esercizio stesso non hanno consentito di tenere conto di azioni specifiche già completate in relazione al piano di fusione; si fa particolare riferimento a costi non ripetibili e al derisking dei crediti in sofferenza già ceduti nel corso del primo semestre del 2018». In effetti, Banco Bpm è l'unico gruppo a essere passato attraverso una fusione e ad avere investito nel 2018 non poche risorse nella pulizia dei bilanci, fattori che non sono stati conteggiati nelle valutazioni dell'Eba. Più risicato il risultato di Ubi Banca, con l'indicatore cet1 che, nella peggiore delle ipotesi, verrebbe ridotto di 338 punti base a quota 8,32% nel 2020 rispetto all'11,70% di fine 2017. La situazione è meno confortante al di fuori dei confini. Societe Gènerale del 7,61%, La Banque Postale dell'8,22% e Barclays del 7,28%. Il gruppo inglese è quello con l'indicatore di capitale nelle peggiori condizioni con un valore che si avvicina pericolosamente a quello che gli investitori considerano il minimo indispensabile per sopportare un ipotetico crollo dell'economia. Mentre per quanto riguarda la Germania, il Cet 1 di Deutsche Bank scenderebbe dal 14,65% di fine 2017 all'8,14% nel 2020. Un grande balzo indietro che segnala le costanti difficoltà del comparto bancario tedesco. Senza contare che l'istituto da ieri ha anche un nuovo socio. Il fondo hedge Hudson executive capital ha preso il 3% dell'istituto. Paradosso vuole che il fondo sia americano e la banca sia uscita pesantemente azzoppata dalla propria campagna Usa. In parallelo all'esercizio Eba, la Bce ha condotto degli stress test anche sulle banche sottoposte alla sua diretta supervisione, ma che non rientrano nel campione Eba. In Italia gli istituti interessati da questi sono stati Carige, Bper, Mediobanca, Popolare di Sondrio, Iccrea e Credem. Non sono previste bocciature nemmeno in questo caso e le indiscrezioni non lasciano intendere alcun voto particolarmente negativo. Stando a questi numeri le banche italiane sembrano godere di una salute migliore di tanto omologhe europee, un risultato che, ancora una volta, dovrebbe far pensare chi continua a fare il tifo per lo spread. Tanto che ieri il differenziale ha segnato 287 punti e Piazza Affari è salita di oltre l'uno percento. Gianluca Baldini<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/tanta-caciara-sulle-nostre-banche-ma-stanno-meglio-di-deutsche-bank-2617501526.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-parigi-sale-il-deficit-ma-leuropa-pensa-solo-a-punire-litalia" data-post-id="2617501526" data-published-at="1781152627" data-use-pagination="False"> A Parigi sale il deficit ma l’Europa pensa solo a punire l’Italia c1.staticflickr.com Non ci voleva la sfera di cristallo per capire che nelle prossime settimane il contesto europeo sarebbe stato caratterizzato da un clima sfavorevole per il nostro Paese. Come se non bastassero i toni incendiari che perdurano ormai da più di un mese tra Roma e Bruxelles, a peggiorare le cose si è aggiunto un minaccioso documento firmato da dieci Paesi membri dell'Unione, quasi tutti situati a settentrione del continente. Un sodalizio già ribattezzato la «nuova Lega anseatica», in ricordo dell'alleanza che unì per alcuni secoli, in età medievale, le città più importanti che si affacciavano sul mar Baltico. Oggi, a riunirsi sotto le insegne dell'austerità e del rigore dei conti sono Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lituania, Lettonia, Svezia, Olanda, Slovacchia e Repubblica Ceca. Tutti Paesi relativamente piccoli, ma dietro ai quali si nasconde la pesante influenza della Germania. Dimenticatevi della tanto sbandierata solidarietà europea: il paper redatto dai dieci Stati nordici in vista dell'Ecofin che si terrà lunedì e martedì prossimi a Bruxelles si basa semmai sul principio del «chi fa da sé fa per tre». Sullo sfondo, la possibilità che si verifichi a livello europeo una nuova crisi del debito sovrano, analoga a quella che colpì la Grecia nel 2010. Per come stanno adesso le cose, se un membro dell'Eurozona dovesse trovarsi di fronte a un'eventualità del genere, a intervenire sarebbe il Meccanismo di stabilità europeo (Esm), altrimenti noto come fondo salvastati. Quest'ultimo rappresenta, a tutti gli effetti, un'organizzazione intergovernativa che agisce come prestatore di ultima istanza nel caso un Paese non riesca a piazzare sul mercato i titoli del proprio debito pubblico. Ciò si può verificare magari a causa di una crisi dello spread talmente forte da mettere in dubbio la sostenibilità dei conti pubblici di uno Stato membro, oppure a seguito di un declassamento a livello «spazzatura» dei titoli sovrani da parte di un'agenzia di rating. Casistiche che fanno immediatamente pensare al nostro Paese, sul quale si è posato ormai da diverse settimane l'occhio minaccioso dei mercati. Giova ricordare che le situazioni appena menzionate non sono necessariamente correlate allo stato di salute dei conti pubblici. Come si ostina a ripetere ormai da molti mesi il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, «i livelli dei rendimenti sui titoli di Stato non riflettono i dati fondamentali del Paese». Ciò nonostante, il perdurare di elevati livelli di spread per un tempo prolungato può incidere sulla capacità delle banche di erogare nuovo credito, dal momento che il loro capitale finisce per essere indirizzato altrove. La ricetta dei neo anseatici si basa su un concetto piuttosto semplice. Qualora un Paese fosse interessato a fare ricorso al fondo salvastati, ma presentasse allo stesso tempo un elevato livello di debito pubblico, ad assorbire le perdite ancora prima dell'Esm dovrebbero essere gli investitori. Tradotto, le banche e i privati cittadini. «Ciò impedirà», argomentano i sottoscrittori, «ai Paesi di continuare ad avere un debito pubblico insostenibile e limiterà il loro accesso alle risorse pubbliche del fondo di emergenza». Sulla carta, il documento redatto dai falchi nordici si rivolge a tutta l'eurozona. Di fatto, però, l'identikit tracciato fa dell'Italia il principale destinatario. Un «duro avvertimento» al nostro Paese, l'ha definito il quotidiano olandese De Volksrante, ma contemporaneamente anche un'azione tesa alla difesa dei risparmi dei cittadini degli Stati considerati più «virtuosi». Non è la prima volta che i neo anseatici fanno appello alla prudenza in materia di politiche fiscali europee. Già lo scorso marzo, otto di loro inviarono una lettera congiunta nella quale illustravano in sei punti le riforme considerate essenziali per la sopravvivenza dell'Eurozona. Anche in quel caso, tra le righe si leggeva l'urgenza del ritorno alla difesa degli interessi nazionali. Una posizione sacrosanta, per carità, che rivela però tutti i limiti del progetto europeo com'è strutturato attualmente. Rinnegare la funzione dell'Esm, che pure ha tutti i suoi limiti, significa annientare l'ultima difesa di quel principio di solidarietà che dovrebbe caratterizzare ogni unione (incluse quelle monetaria). Senza contare che il nostro Paese contribuisce in larga misura alla dotazione finanziaria di quest'organo. Come indicato nella nota di aggiornamento al Def, infatti, le quote di pertinenza dell'Italia per i prestiti a Stati membri dell'Unione economica e monetaria fino a oggi sono state pari a ben 58,2 miliardi di euro. Nel frattempo, nubi nere si addensano anche sui conti francesi. È notizia di ieri, infatti, che a fine settembre il deficit del governo di Parigi ha toccato quota 87,1 miliardi, in aumento di 10,8 miliardi di euro rispetto allo stesso periodo un anno fa. Un incremento sensibile, legato sia a maggiori spese di bilancio, sia a minori entrate fiscali. Non è l'unica notizia negativa per Emmanuel Macron. Nell'ultimo trimestre il Pil è cresciuto solamente dello 0,4%, un risultato che allontana l'1,7% di crescita preventivato per il 2018. Di questo passo, verosimilmente, la Francia rischia l'anno prossimo di sforare (per l'ennesima volta) il rapporto deficit/Pil del 3% previsto dal patto di stabilità e crescita. Visti i presupposti, per l'Europa sarà decisamente un inverno molto caldo. Antonio Grizzuti
Idris Elba (Ansa)
Il naso lungo e dritto scendeva fino a un labbro superiore corto, sotto il quale c’era una bocca larga e finemente disegnata ma crudele. La linea della mascella era dritta e ferma». Così Ian Fleming descrive James Bond in Dalla Russia con amore. È la prima volta che appare, così nel dettaglio, il viso di 007. Un uomo qualunque, tanto che lo scrittore britannico aveva deciso di battezzarlo con il nome di un ornitologo. Non appariscente, quindi. Un uomo con un volto e un fisico normali. Che passa inosservato, o quasi, come si conviene a un agente segreto. Più simile al primo attore che lo ha impersonificato, Sean Connery, che all’ultimo, Daniel Craig.
Ma adesso che anche Craig è uscito di scena, chi lo sostituirà? Qualcuno ha proposto una donna, del resto già intravista in No time to die. «È solo un numero», risponde Lashana Lynch a un esterrefatto Craig dopo che quest’ultimo è venuto a sapere che non è più lui 007, ma lei. Qualcun altro, invece, ha fatto il nome di un attore afro, Idris Elba, il quale però ha messo le cose in chiaro in un’intervista concessa a Gq: «Bond è talmente irreale che un pizzico di realismo ci sta bene, ma non cerchiamo di renderlo politicamente corretto. Credo che si debba rimanere fedeli alla propria essenza. Non bisogna cercare di assecondare i gusti del pubblico. Bisogna essere semplicemente Bond».
Non ci sarà quindi, almeno secondo Elba, alcun 007 afro. E neppure politicamente corretto. Anche perché non avrebbe senso. Il personaggio inventato da Fleming, infatti, è un bianco squisitamente britannico. Un uomo disposto a rischiare la pelle per la regina e per quel che resta dell’impero britannico. E il cui profilo, già nei primi film, è stato parecchio ammorbidito. Su Bond, infatti, Fleming ha riversato tutto sé stesso. Le proprie paure, le proprie passioni. E pure le proprie perversioni. Nei libri è addirittura un sadico, proprio come il suo inventore. Indossa vestiti su misura, realizzati dai migliori sarti di Londra. Beve il Vesper Martini in onore della donna che ha amato, Vesper Lynd appunto, e che gli è stata strappata («la puttana è morta», dirà alla fine di Casinò royale, mentre invece stava morendo dentro lui). Nei romanzi si parla di cocktail e di buon vino, ma non si fa mai riferimento alla birra, che pure appare in uno degli ultimi film, il già citato No time to die, ma solo per una questione di pubblicità (povero James, costretto a sorseggiare con la bottiglia verde in bella vista pur di campare). C’è tanto caviale su pane tostato e ideali ormai vecchi e sepolti. C’è un uomo che è ben lontano dalla figura del super eroe che emerge dai film. Soffre di accidia, si abbatte ed è ferito più volte. Viene addirittura spedito in un centro per disintossicarsi di tutto il cibo e i drink che ha nel corpo ed è costretto a bere strani intrugli dietetici. E infine, dopo essersi innamorato, pensa addirittura di smettere di fare l’agente segreto. Bond è tutto questo. Un personaggio della letteratura inglese del Dopoguerra. E ne conserva i dolori e le speranze. È figlio dei bombardamenti su Londra e della noia di Fleming, l’uomo che voleva essere James Bond.
Sbagliava il personaggio della Lynch a dire, in No time to die, che 007 è solo un numero. È un pezzo di storia britannica. Un brandello di Union Jack che si ostina a resistere, anche se rovinato dal tempo.
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Franco Prodi (Imagoeconomica)
Oppure quando, per fronteggiare alcune crisi degli anni Settanta, nonché l’abbandono del nucleare, si costruirono alcune centrali a policombustibile che, con semplici modifiche ai bruciatori, avrebbero potuto generare elettricità da questo o quel combustibile (gas naturale, petrolio, carbone), a seconda della convenienza, e poi, arrivò la sinistra e dispose ogni impedimento per l’uso del carbone? Scelte scriteriate che ogni tanto si fanno a casa nostra, direte. D’accordo sullo «scriteriate», un po’ meno su «ogni tanto», ché l’elenco è ben lungo. Ecco un altro esempio fresco di questi giorni: per misteriosi motivi la Regione Puglia sta smantellando un modernissimo sistema di radar che avrebbe giovato al monitoraggio degli eventi meteorologici. Il che è tanto più misterioso, posto che quelli che stanno commettendo il delitto sono gli stessi che piangono perché non si fa abbastanza per contrastare quegli eventi. Quei radar li aveva predisposti il professor Franco Prodi.
Professor Prodi, alla Regione Puglia stanno rottamando alcuni radar di avanzato livello tecnologico che lei stesso aveva voluto. È così?
«Sì, è così. La fisica dell’Atmosfera è centrale nel sistema clima, ma studia anche il meteo e i sistemi di precipitazione. Lo strumento principale della ricerca sperimentale è il radar meteorologico. Era il 2010 quando preparavo un progetto in risposta ad un bando della Regione Puglia su fondi europei. Il progetto si chiamava “Rivona. Rischi per il volo e nowcasting aeroportuale”, e risultò vincitore del bando. Tra il 2012 e il 2014, realizzammo quanto il progetto prometteva: installazione di due radar meteorologici di avanzate caratteristiche, collocati a distanza ottimale dall’aeroporto di Brindisi (a Torchiarolo e a Mesagne), su direzioni a 90 gradi fra loro, multiparametrici, Doppler e sincronizzabili».
Cosa ci facevate con quei radar?
«Per esempio, col radar basato in Torchiarolo studiammo i temporali e i sistemi precipitanti, e presentammo interessanti risultati alle conferenze di radarmeteorologia a Breckenridge (Colorado) e a Norman (Oklahoma)».
Per quanto tempo sono stati utilizzati?
«Non per molto. Per ragioni misteriose, sebbene fino al 2010 io avessi diretto l’Isac (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima) del Cnr, decisero di assegnare quelle apparecchiature radar ai ricercatori della sezione di Roma dell’Isac, fino ad allora totalmente estranei al progetto stesso. Purtroppo, questi si rivelarono presto incapaci di gestire quelle strumentazioni - e non posso dargliene una colpa, visto che non l’avevano progettato loro - tanto che dalla data del loro coinvolgimento dal radar di Torchiarolo non uscì più alcuna immagine».
E l’altro radar, quello di Mesagne?
«Sebbene noi lo avessimo consegnato completato, esso non fu mai neanche attivato, per la stessa ragione per la quale l’altro fu messo da parte».
Le conseguenze?
«Anche se il mio gruppo aveva disegnato specificatamente il progetto per la sicurezza dei voli, quei radar e i metodi della radarmeteorologia avrebbero avuto ricadute benefiche importanti in tutti gli altri settori, nella gestione dei rischi meteorologici (alluvioni, temporali distruttivi e grandine), in agricoltura per l’irrigazione, nella gestione dei bacini idroelettrici, nel traffico terrestre, marittimo e ferroviario».
E oggi cosa sta succedendo?
«Un fatto gravissimo. Utilizzando fondi del Pnrr, la Regione Puglia, attraverso la cessione in comodato dell’area di Torchiarolo, sta consentendo l’installazione, da parte della Protezione civile regionale, di un radar di caratteristiche inferiori al radar esistente. Sembrerebbe per restare nei tempi di scadenza (fine giugno) previsti per l’utilizzo di quei fondi Pnrr. In pratica, pur di spendere denaro pubblico disponibile, si sta ignorando che attrezzatura migliore di quella che si vorrebbe installare nuova esiste già».
Ma non avrebbero potuto installare il nuovo radar in altra zona e continuare a beneficiare di quelli più avanzati che esistono già?
«Esatto. Il radar della Protezione civile potrebbe tuttora essere installato in altra località. Una adatta potrebbe essere Grottaglie: la Regione avrebbe tre radar e non commetterebbe il delitto di rottamarne due che sono di grande valore tecnico-scientifico».
Da quel che capisco, chi li ha avuti in carico non sembra sappia usarli. Ma i proprietari dei radar avanzati non hanno battuto ciglio?
«Il proprietario è il Cnr, ma a quanto pare la direzione Isac-Cnr ha preferito subire l’umiliazione. Ed è un’umiliazione alla scienza in generale, cosa cui ormai siamo abituati da quando i decisori politici, soprattutto quelli locali brillano di insipienza. Pensi che hanno venduto la cosa all’opinione pubblica come un miglioramento del progetto che stanno smantellando».
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 giugno 2026. La capogruppo di Fdi in Commissione Covid Alice Buonguerrieri rivela gli ultimi clamorosi sviluppi emersi dalle audizioni.