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2018-11-03
Tanta caciara sulle nostre banche ma stanno meglio di Deutsche bank
ANSA
Alla fine i risultati degli stress test realizzati dall'autorità bancaria europea, l'Eba, e dalla Bce su 48 banche hanno definitivamente scongiurato il peggio. Anche in uno scenario avverso molto simile a quello attuale dove in Italia il differenziale tra Btp e Bund viaggia intorno ai 280-300 punti, gli istituti del Belpaese hanno mostrato di avere le spalle larghe. Lo stesso, purtroppo non si può dire di altri colossi del mondo bancario che hanno passato i test per il «rotto della cuffia».
Per mettere alla prova i maggiori gruppi bancari del Vecchio Continente l'Eba ha passato al microscopio i bilanci proiettando i dati del dicembre scorso sul triennio 2018-2020 secondo due scenari: di base e avverso, quello peggiore, che simula crollo del Pil, aumento dei rischi sovrani con calo della liquidità e caduta dei prezzi immobiliari. Per l'Italia la diminuzione aggregata del Pil triennale è prevista introno al 2,7%, con deviazione del 2,2% del tasso di disoccupazione e «picchiata» dell'indice di Borsa di circa un terzo per ogni anno. Nonostante questo scenario «apocalittico», Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banco Bpm e Ubi Banca ce l'hanno fatta.
In uno scenario economico avverso nel 2020 il cet1 del gruppo guidato da Jean Pierre Mustier si ridurrebbe di 346 punti base nel 2020 arrivando a quota 9,34% dal 12,80% di fine 2017. Buono considerando anche il fatto che gli attuali test rispetto a quelli del 2017 sono persino cambiati. Questi dati non tengono in considerazione la piena attuazione delle norme europee sui requisiti di capitale e su tale base la Bce prenderà le proprie decisioni sul livello di patrimonio che la banca dovrà assicurare. Tenendo conto della piena attuazione di quelle norme (e di tutte le nuove disposizioni contabili ifrs 9) il cet1 a fine 2020 sarebbe sceso di 334 punti base a quota 9,34 da 12,68% di fine 2017. Come sottolinea l'istituto, «lo stress test europeo 2018 non contiene una soglia di pass-fail (promosso bocciato, ndr), è stato invece pensato per essere utilizzato come un'importante fonte di informazioni» per capire la solidità di una banca. Tra gli istituti più forti c'è sicuramente Intesa. Stando allo scenario peggiore, l'istituto guidato da Carlo Messina vedrebbe scendere il cet1 nel 2020 di 284 punti base a 10,40% dai 13,24% di fine 2017. Ciononostante, l'esito dello stress test condotto su Intesa, fa sapere una nota, «non considera gli effetti dell'aumento di capitale del luglio 2018 e della conversione delle azioni di risparmio in azioni ordinarie dell'agosto 2018, fattori che avrebbero influito positivamente». Pertanto Ca' de Sass dovrebbe avere le spalle ancora più solide rispetto a quanto rilevato dall'Eba.
Anche Banco Bpm e Ubi hanno passato gli esami. Secondo lo scenario peggiore, Banco Bpm vedrebbe ridursi il cet1 di 547 punti base a quota 8,47% dai 13,94% di fine 2017. Tenendo conto della piena attuazione delle regole Ue sui requisiti di capitale per le banche, la perdita sarebbe di 453 punti base, con un cet1 a quota 6,67% rispetto all'11,20% di fine 2017.
«Tali risultati sono ancora più soddisfacenti se si tiene conto che l'esercizio di stress test è stato svolto in un momento peculiare per il gruppo», si legge in una nota, «e che le regole dell'esercizio stesso non hanno consentito di tenere conto di azioni specifiche già completate in relazione al piano di fusione; si fa particolare riferimento a costi non ripetibili e al derisking dei crediti in sofferenza già ceduti nel corso del primo semestre del 2018». In effetti, Banco Bpm è l'unico gruppo a essere passato attraverso una fusione e ad avere investito nel 2018 non poche risorse nella pulizia dei bilanci, fattori che non sono stati conteggiati nelle valutazioni dell'Eba. Più risicato il risultato di Ubi Banca, con l'indicatore cet1 che, nella peggiore delle ipotesi, verrebbe ridotto di 338 punti base a quota 8,32% nel 2020 rispetto all'11,70% di fine 2017.
La situazione è meno confortante al di fuori dei confini. Societe Gènerale del 7,61%, La Banque Postale dell'8,22% e Barclays del 7,28%. Il gruppo inglese è quello con l'indicatore di capitale nelle peggiori condizioni con un valore che si avvicina pericolosamente a quello che gli investitori considerano il minimo indispensabile per sopportare un ipotetico crollo dell'economia. Mentre per quanto riguarda la Germania, il Cet 1 di Deutsche Bank scenderebbe dal 14,65% di fine 2017 all'8,14% nel 2020. Un grande balzo indietro che segnala le costanti difficoltà del comparto bancario tedesco. Senza contare che l'istituto da ieri ha anche un nuovo socio. Il fondo hedge Hudson executive capital ha preso il 3% dell'istituto. Paradosso vuole che il fondo sia americano e la banca sia uscita pesantemente azzoppata dalla propria campagna Usa.
In parallelo all'esercizio Eba, la Bce ha condotto degli stress test anche sulle banche sottoposte alla sua diretta supervisione, ma che non rientrano nel campione Eba. In Italia gli istituti interessati da questi sono stati Carige, Bper, Mediobanca, Popolare di Sondrio, Iccrea e Credem.
Non sono previste bocciature nemmeno in questo caso e le indiscrezioni non lasciano intendere alcun voto particolarmente negativo. Stando a questi numeri le banche italiane sembrano godere di una salute migliore di tanto omologhe europee, un risultato che, ancora una volta, dovrebbe far pensare chi continua a fare il tifo per lo spread. Tanto che ieri il differenziale ha segnato 287 punti e Piazza Affari è salita di oltre l'uno percento.
Gianluca Baldini
A Parigi sale il deficit ma l’Europa pensa solo a punire l’Italia

c1.staticflickr.com
Non ci voleva la sfera di cristallo per capire che nelle prossime settimane il contesto europeo sarebbe stato caratterizzato da un clima sfavorevole per il nostro Paese. Come se non bastassero i toni incendiari che perdurano ormai da più di un mese tra Roma e Bruxelles, a peggiorare le cose si è aggiunto un minaccioso documento firmato da dieci Paesi membri dell'Unione, quasi tutti situati a settentrione del continente. Un sodalizio già ribattezzato la «nuova Lega anseatica», in ricordo dell'alleanza che unì per alcuni secoli, in età medievale, le città più importanti che si affacciavano sul mar Baltico. Oggi, a riunirsi sotto le insegne dell'austerità e del rigore dei conti sono Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lituania, Lettonia, Svezia, Olanda, Slovacchia e Repubblica Ceca. Tutti Paesi relativamente piccoli, ma dietro ai quali si nasconde la pesante influenza della Germania.
Dimenticatevi della tanto sbandierata solidarietà europea: il paper redatto dai dieci Stati nordici in vista dell'Ecofin che si terrà lunedì e martedì prossimi a Bruxelles si basa semmai sul principio del «chi fa da sé fa per tre». Sullo sfondo, la possibilità che si verifichi a livello europeo una nuova crisi del debito sovrano, analoga a quella che colpì la Grecia nel 2010.
Per come stanno adesso le cose, se un membro dell'Eurozona dovesse trovarsi di fronte a un'eventualità del genere, a intervenire sarebbe il Meccanismo di stabilità europeo (Esm), altrimenti noto come fondo salvastati. Quest'ultimo rappresenta, a tutti gli effetti, un'organizzazione intergovernativa che agisce come prestatore di ultima istanza nel caso un Paese non riesca a piazzare sul mercato i titoli del proprio debito pubblico. Ciò si può verificare magari a causa di una crisi dello spread talmente forte da mettere in dubbio la sostenibilità dei conti pubblici di uno Stato membro, oppure a seguito di un declassamento a livello «spazzatura» dei titoli sovrani da parte di un'agenzia di rating. Casistiche che fanno immediatamente pensare al nostro Paese, sul quale si è posato ormai da diverse settimane l'occhio minaccioso dei mercati.
Giova ricordare che le situazioni appena menzionate non sono necessariamente correlate allo stato di salute dei conti pubblici. Come si ostina a ripetere ormai da molti mesi il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, «i livelli dei rendimenti sui titoli di Stato non riflettono i dati fondamentali del Paese». Ciò nonostante, il perdurare di elevati livelli di spread per un tempo prolungato può incidere sulla capacità delle banche di erogare nuovo credito, dal momento che il loro capitale finisce per essere indirizzato altrove.
La ricetta dei neo anseatici si basa su un concetto piuttosto semplice. Qualora un Paese fosse interessato a fare ricorso al fondo salvastati, ma presentasse allo stesso tempo un elevato livello di debito pubblico, ad assorbire le perdite ancora prima dell'Esm dovrebbero essere gli investitori. Tradotto, le banche e i privati cittadini. «Ciò impedirà», argomentano i sottoscrittori, «ai Paesi di continuare ad avere un debito pubblico insostenibile e limiterà il loro accesso alle risorse pubbliche del fondo di emergenza». Sulla carta, il documento redatto dai falchi nordici si rivolge a tutta l'eurozona. Di fatto, però, l'identikit tracciato fa dell'Italia il principale destinatario. Un «duro avvertimento» al nostro Paese, l'ha definito il quotidiano olandese De Volksrante, ma contemporaneamente anche un'azione tesa alla difesa dei risparmi dei cittadini degli Stati considerati più «virtuosi».
Non è la prima volta che i neo anseatici fanno appello alla prudenza in materia di politiche fiscali europee. Già lo scorso marzo, otto di loro inviarono una lettera congiunta nella quale illustravano in sei punti le riforme considerate essenziali per la sopravvivenza dell'Eurozona. Anche in quel caso, tra le righe si leggeva l'urgenza del ritorno alla difesa degli interessi nazionali. Una posizione sacrosanta, per carità, che rivela però tutti i limiti del progetto europeo com'è strutturato attualmente. Rinnegare la funzione dell'Esm, che pure ha tutti i suoi limiti, significa annientare l'ultima difesa di quel principio di solidarietà che dovrebbe caratterizzare ogni unione (incluse quelle monetaria). Senza contare che il nostro Paese contribuisce in larga misura alla dotazione finanziaria di quest'organo. Come indicato nella nota di aggiornamento al Def, infatti, le quote di pertinenza dell'Italia per i prestiti a Stati membri dell'Unione economica e monetaria fino a oggi sono state pari a ben 58,2 miliardi di euro.
Nel frattempo, nubi nere si addensano anche sui conti francesi. È notizia di ieri, infatti, che a fine settembre il deficit del governo di Parigi ha toccato quota 87,1 miliardi, in aumento di 10,8 miliardi di euro rispetto allo stesso periodo un anno fa. Un incremento sensibile, legato sia a maggiori spese di bilancio, sia a minori entrate fiscali. Non è l'unica notizia negativa per Emmanuel Macron. Nell'ultimo trimestre il Pil è cresciuto solamente dello 0,4%, un risultato che allontana l'1,7% di crescita preventivato per il 2018. Di questo passo, verosimilmente, la Francia rischia l'anno prossimo di sforare (per l'ennesima volta) il rapporto deficit/Pil del 3% previsto dal patto di stabilità e crescita. Visti i presupposti, per l'Europa sarà decisamente un inverno molto caldo.
Antonio Grizzuti
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Tutti gli istituti europei passano gli stress test di Eba e Bce. Per Intesa, Unicredit, Ubi e Banco Bpm risultati migliori del colosso tedesco. In fondo alla classifica le inglesi. Piazza Affari fa +1,07%, lo spread scende a 287. A Parigi sale il deficit ma l'Europa pensa solo a punire l'Italia. Dieci nazioni del Nord chiedono di rivedere il fondo salvastati: «Avvertimento per Roma». Silenzio invece sui conti francesi. Lo speciale contiene due articoli. Alla fine i risultati degli stress test realizzati dall'autorità bancaria europea, l'Eba, e dalla Bce su 48 banche hanno definitivamente scongiurato il peggio. Anche in uno scenario avverso molto simile a quello attuale dove in Italia il differenziale tra Btp e Bund viaggia intorno ai 280-300 punti, gli istituti del Belpaese hanno mostrato di avere le spalle larghe. Lo stesso, purtroppo non si può dire di altri colossi del mondo bancario che hanno passato i test per il «rotto della cuffia». Per mettere alla prova i maggiori gruppi bancari del Vecchio Continente l'Eba ha passato al microscopio i bilanci proiettando i dati del dicembre scorso sul triennio 2018-2020 secondo due scenari: di base e avverso, quello peggiore, che simula crollo del Pil, aumento dei rischi sovrani con calo della liquidità e caduta dei prezzi immobiliari. Per l'Italia la diminuzione aggregata del Pil triennale è prevista introno al 2,7%, con deviazione del 2,2% del tasso di disoccupazione e «picchiata» dell'indice di Borsa di circa un terzo per ogni anno. Nonostante questo scenario «apocalittico», Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banco Bpm e Ubi Banca ce l'hanno fatta. In uno scenario economico avverso nel 2020 il cet1 del gruppo guidato da Jean Pierre Mustier si ridurrebbe di 346 punti base nel 2020 arrivando a quota 9,34% dal 12,80% di fine 2017. Buono considerando anche il fatto che gli attuali test rispetto a quelli del 2017 sono persino cambiati. Questi dati non tengono in considerazione la piena attuazione delle norme europee sui requisiti di capitale e su tale base la Bce prenderà le proprie decisioni sul livello di patrimonio che la banca dovrà assicurare. Tenendo conto della piena attuazione di quelle norme (e di tutte le nuove disposizioni contabili ifrs 9) il cet1 a fine 2020 sarebbe sceso di 334 punti base a quota 9,34 da 12,68% di fine 2017. Come sottolinea l'istituto, «lo stress test europeo 2018 non contiene una soglia di pass-fail (promosso bocciato, ndr), è stato invece pensato per essere utilizzato come un'importante fonte di informazioni» per capire la solidità di una banca. Tra gli istituti più forti c'è sicuramente Intesa. Stando allo scenario peggiore, l'istituto guidato da Carlo Messina vedrebbe scendere il cet1 nel 2020 di 284 punti base a 10,40% dai 13,24% di fine 2017. Ciononostante, l'esito dello stress test condotto su Intesa, fa sapere una nota, «non considera gli effetti dell'aumento di capitale del luglio 2018 e della conversione delle azioni di risparmio in azioni ordinarie dell'agosto 2018, fattori che avrebbero influito positivamente». Pertanto Ca' de Sass dovrebbe avere le spalle ancora più solide rispetto a quanto rilevato dall'Eba. Anche Banco Bpm e Ubi hanno passato gli esami. Secondo lo scenario peggiore, Banco Bpm vedrebbe ridursi il cet1 di 547 punti base a quota 8,47% dai 13,94% di fine 2017. Tenendo conto della piena attuazione delle regole Ue sui requisiti di capitale per le banche, la perdita sarebbe di 453 punti base, con un cet1 a quota 6,67% rispetto all'11,20% di fine 2017. «Tali risultati sono ancora più soddisfacenti se si tiene conto che l'esercizio di stress test è stato svolto in un momento peculiare per il gruppo», si legge in una nota, «e che le regole dell'esercizio stesso non hanno consentito di tenere conto di azioni specifiche già completate in relazione al piano di fusione; si fa particolare riferimento a costi non ripetibili e al derisking dei crediti in sofferenza già ceduti nel corso del primo semestre del 2018». In effetti, Banco Bpm è l'unico gruppo a essere passato attraverso una fusione e ad avere investito nel 2018 non poche risorse nella pulizia dei bilanci, fattori che non sono stati conteggiati nelle valutazioni dell'Eba. Più risicato il risultato di Ubi Banca, con l'indicatore cet1 che, nella peggiore delle ipotesi, verrebbe ridotto di 338 punti base a quota 8,32% nel 2020 rispetto all'11,70% di fine 2017. La situazione è meno confortante al di fuori dei confini. Societe Gènerale del 7,61%, La Banque Postale dell'8,22% e Barclays del 7,28%. Il gruppo inglese è quello con l'indicatore di capitale nelle peggiori condizioni con un valore che si avvicina pericolosamente a quello che gli investitori considerano il minimo indispensabile per sopportare un ipotetico crollo dell'economia. Mentre per quanto riguarda la Germania, il Cet 1 di Deutsche Bank scenderebbe dal 14,65% di fine 2017 all'8,14% nel 2020. Un grande balzo indietro che segnala le costanti difficoltà del comparto bancario tedesco. Senza contare che l'istituto da ieri ha anche un nuovo socio. Il fondo hedge Hudson executive capital ha preso il 3% dell'istituto. Paradosso vuole che il fondo sia americano e la banca sia uscita pesantemente azzoppata dalla propria campagna Usa. In parallelo all'esercizio Eba, la Bce ha condotto degli stress test anche sulle banche sottoposte alla sua diretta supervisione, ma che non rientrano nel campione Eba. In Italia gli istituti interessati da questi sono stati Carige, Bper, Mediobanca, Popolare di Sondrio, Iccrea e Credem. Non sono previste bocciature nemmeno in questo caso e le indiscrezioni non lasciano intendere alcun voto particolarmente negativo. Stando a questi numeri le banche italiane sembrano godere di una salute migliore di tanto omologhe europee, un risultato che, ancora una volta, dovrebbe far pensare chi continua a fare il tifo per lo spread. Tanto che ieri il differenziale ha segnato 287 punti e Piazza Affari è salita di oltre l'uno percento. 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Un sodalizio già ribattezzato la «nuova Lega anseatica», in ricordo dell'alleanza che unì per alcuni secoli, in età medievale, le città più importanti che si affacciavano sul mar Baltico. Oggi, a riunirsi sotto le insegne dell'austerità e del rigore dei conti sono Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lituania, Lettonia, Svezia, Olanda, Slovacchia e Repubblica Ceca. Tutti Paesi relativamente piccoli, ma dietro ai quali si nasconde la pesante influenza della Germania. Dimenticatevi della tanto sbandierata solidarietà europea: il paper redatto dai dieci Stati nordici in vista dell'Ecofin che si terrà lunedì e martedì prossimi a Bruxelles si basa semmai sul principio del «chi fa da sé fa per tre». Sullo sfondo, la possibilità che si verifichi a livello europeo una nuova crisi del debito sovrano, analoga a quella che colpì la Grecia nel 2010. Per come stanno adesso le cose, se un membro dell'Eurozona dovesse trovarsi di fronte a un'eventualità del genere, a intervenire sarebbe il Meccanismo di stabilità europeo (Esm), altrimenti noto come fondo salvastati. Quest'ultimo rappresenta, a tutti gli effetti, un'organizzazione intergovernativa che agisce come prestatore di ultima istanza nel caso un Paese non riesca a piazzare sul mercato i titoli del proprio debito pubblico. Ciò si può verificare magari a causa di una crisi dello spread talmente forte da mettere in dubbio la sostenibilità dei conti pubblici di uno Stato membro, oppure a seguito di un declassamento a livello «spazzatura» dei titoli sovrani da parte di un'agenzia di rating. Casistiche che fanno immediatamente pensare al nostro Paese, sul quale si è posato ormai da diverse settimane l'occhio minaccioso dei mercati. Giova ricordare che le situazioni appena menzionate non sono necessariamente correlate allo stato di salute dei conti pubblici. Come si ostina a ripetere ormai da molti mesi il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, «i livelli dei rendimenti sui titoli di Stato non riflettono i dati fondamentali del Paese». Ciò nonostante, il perdurare di elevati livelli di spread per un tempo prolungato può incidere sulla capacità delle banche di erogare nuovo credito, dal momento che il loro capitale finisce per essere indirizzato altrove. La ricetta dei neo anseatici si basa su un concetto piuttosto semplice. Qualora un Paese fosse interessato a fare ricorso al fondo salvastati, ma presentasse allo stesso tempo un elevato livello di debito pubblico, ad assorbire le perdite ancora prima dell'Esm dovrebbero essere gli investitori. Tradotto, le banche e i privati cittadini. «Ciò impedirà», argomentano i sottoscrittori, «ai Paesi di continuare ad avere un debito pubblico insostenibile e limiterà il loro accesso alle risorse pubbliche del fondo di emergenza». Sulla carta, il documento redatto dai falchi nordici si rivolge a tutta l'eurozona. Di fatto, però, l'identikit tracciato fa dell'Italia il principale destinatario. Un «duro avvertimento» al nostro Paese, l'ha definito il quotidiano olandese De Volksrante, ma contemporaneamente anche un'azione tesa alla difesa dei risparmi dei cittadini degli Stati considerati più «virtuosi». Non è la prima volta che i neo anseatici fanno appello alla prudenza in materia di politiche fiscali europee. Già lo scorso marzo, otto di loro inviarono una lettera congiunta nella quale illustravano in sei punti le riforme considerate essenziali per la sopravvivenza dell'Eurozona. Anche in quel caso, tra le righe si leggeva l'urgenza del ritorno alla difesa degli interessi nazionali. Una posizione sacrosanta, per carità, che rivela però tutti i limiti del progetto europeo com'è strutturato attualmente. Rinnegare la funzione dell'Esm, che pure ha tutti i suoi limiti, significa annientare l'ultima difesa di quel principio di solidarietà che dovrebbe caratterizzare ogni unione (incluse quelle monetaria). Senza contare che il nostro Paese contribuisce in larga misura alla dotazione finanziaria di quest'organo. Come indicato nella nota di aggiornamento al Def, infatti, le quote di pertinenza dell'Italia per i prestiti a Stati membri dell'Unione economica e monetaria fino a oggi sono state pari a ben 58,2 miliardi di euro. Nel frattempo, nubi nere si addensano anche sui conti francesi. È notizia di ieri, infatti, che a fine settembre il deficit del governo di Parigi ha toccato quota 87,1 miliardi, in aumento di 10,8 miliardi di euro rispetto allo stesso periodo un anno fa. Un incremento sensibile, legato sia a maggiori spese di bilancio, sia a minori entrate fiscali. Non è l'unica notizia negativa per Emmanuel Macron. Nell'ultimo trimestre il Pil è cresciuto solamente dello 0,4%, un risultato che allontana l'1,7% di crescita preventivato per il 2018. Di questo passo, verosimilmente, la Francia rischia l'anno prossimo di sforare (per l'ennesima volta) il rapporto deficit/Pil del 3% previsto dal patto di stabilità e crescita. Visti i presupposti, per l'Europa sarà decisamente un inverno molto caldo. Antonio Grizzuti
Getty Images
Fattura da 108.000 euro per tre brevi ricoveri in ospedale. Lo Stato che non ha fatto i controlli sul locale della strage presenta il conto per i doverosi soccorsi alle vittime. Ira dell’Italia: «Scordatevelo». La Meloni: «Richiesta ignobile, mi auguro che la notizia si riveli infondata».
«Sono un ateo teologico esistenziale. Credo nell’intelligenza dell’Universo con l’eccezione di qualche cantone svizzero», diceva Woody Allen in una delle sue folgoranti battute. Oggi sappiamo con certezza che uno di quei cantoni non baciati dall’intelligenza divina è quello Vallese nel cui territorio e sotto la sua giurisdizione è avvenuta la tragedia di Crans Montana. E non mi riferisco soltanto al rogo del Costellation, che già in sé è un importante indizio.
No, siccome al peggio non c’è mai limite, ieri il presidente del cantone, tale Mathias Reynard, ha comunicato al nostro ambasciatore a Berna, Gian Lorenzo Cornado, che la Svizzera non pagherà le spese sanitarie sostenute per le prime cure ai ragazzi italiani rimasti feriti e ustionati in quella drammatica notte, in particolare che «la mutua svizzera chiederà all’Italia il rimborso di 100.000 franchi (108.000 euro circa) per il breve ricovero di tre ragazzi italiani». A nulla è valso ricordare allo svizzero vallese che, questione etica e morale a parte, il nostro Paese si è fatto carico per settimane della cura di due cittadini svizzeri all’ospedale Niguarda di Milano e che la protezione civile della Valle d’Aosta ha partecipato ai soccorsi con un proprio elicottero nelle prime ore della tragedia, tutto rigorosamente a spese dell’Italia.
Verrebbe da dire: svizzeri assassini e pure strozzini, ma non si può dire perché qualche assassino e qualche strozzino potrebbe offendersi. Soldi (spesso grondanti di sangue dei dittatori di mezzo mondo), mucche e cioccolato nei secoli hanno prodotto - oltre al governatore Mathias Reynard - un eroe nazionale, Guglielmo Tell, probabilmente mai esistito, il cui unico merito era di avere una buona mira; l’ingegno svizzero non è mai andato oltre il cucù.
In un memorabile monologo Roberto Benigni, gli svizzeri, li racconta così: «Il dialogo con lo svizzero è piuttosto semplice. Non è che c’hanno tanti argomenti: Buon giorno che fai? Andavo in banca, e te? Sono stato a prendere il latte, ora vado a prendere una cioccolata. Ma sì andiamo a prendere una cioccolata in banca…». Con gente così si può parlare di umanità, di onore, di senso di responsabilità? Difficile, siamo lontani anni luce anche per quello che riguarda il senso della vergogna e il cinismo. Non dubitiamo che l’Italia si rifiuterà di pagare un solo franco a gentaglia del genere e le prime dichiarazioni pubbliche vanno in tal senso. Non per mancanza di fiducia, ma su questo vigileremo con particolare tigna, al primo segnale di cedimento la guerra al governo (e alla Svizzera) siamo pronti a dichiara noi.
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Non solo: vuole anche dire che soltanto 1,4 milioni di contribuenti dichiarano di avere un reddito superiore a 75.000 euro. A qualcuno forse queste cifre non faranno impressione, ma per quanto mi riguarda, essendo affascinato dai numeri, quando ho letto le percentuali mi è andato di traverso il caffè del mattino. Come è possibile che più di 11 milioni di italiani vivano del generoso sistema di welfare italiano senza pagare niente? Capisco che ci sono tante famiglie che campano con redditi esigui, ma 11 milioni di persone sono superiori alla popolazione dell’intera Lombardia, ovvero della regione con il maggior numero di abitanti. E allo stesso tempo, come si giustifica il fatto che soltanto un’esigua minoranza abbia un reddito lordo annuale di 75.000 euro? A qualcuno questa cifra sembrerà uno stipendio da nababbo, ma se la si divide per 13 e si sottraggono le tasse e i contributi si arriva a una somma di poco superiore a 3.000 euro mensili. Una retribuzione del genere è certamente superiore a quello di moltissimi lavoratori, ma se si vive in una grande città non si può certo pensare che un tale salario consenta di fare una vita agiata. Aggiungo di più: secondo le statistiche del Mef, solo lo 0,2 per cento dei contribuenti, ovvero 85.000 persone, dichiara un reddito complessivo lordo maggiore di 300.000 euro, somma che garantisce una retribuzione netta all’incirca di 11.000 euro.
Dopo aver appreso tutto ciò, mi sono chiesto come si giustifichi il tenore di vita che spesso vedo ostentato in alberghi di lusso e locali alla moda. Va bene il turismo straniero, comprendo che esista una quota di super ricchi che se la spassano, ma gli altri chi sono? E soprattutto, come fanno a permettersi una vita sopra le righe? È evidente che qualcuno fa il furbo. Anzi, a svicolare quando si tratta di presentare la dichiarazione dei redditi credo siano tanti. Molti anni fa, dedicando una copertina di Panorama all’argomento, mi sono chiesto chi siano questi italiani a reddito zero: milioni di persone che sembrano vivere d’aria. D’accordo, ci sono i poveri, ma neanche l’Istat arriva a sostenere che un quarto della popolazione è sul lastrico. Al massimo si parla di 5 milioni di soggetti, che hanno un reddito insufficiente ad assicurare una vita decorosa (anche su questi naturalmente ci sarebbe da dire e anche da indagare, ma per ora prendiamo per buono il dato del nostro Istituto di statistica). E gli altri 6 milioni chi sono?
Ve lo dico io: tolti i pensionati al minimo, levati i disoccupati, c’è un pezzo di Paese che vive a sbafo, sulle spalle dei contribuenti onesti. Del resto, ci vuole poco a capirlo: basta mettere in fila alcuni altri numeri forniti dal Mef. Se solo 85.000 persone dichiarano più di 300.000 euro lordi l’anno, come mai ci sono 123.000 soggetti che dichiarano di avere una casa all’estero, per un valore complessivo di 34 miliardi di euro? E come mai 368.000 italiani hanno attività finanziarie estere per 191 miliardi? E come si concilia tutto ciò con il fatto che, sempre secondo le statistiche (questa volta di Boston consulting group) in Italia ci sono 457.000 milionari, di cui 115.000 sarebbero concentrati nella sola Milano? So che un conto è il patrimonio e un altro il reddito, ma mi riesce difficile credere che chi ha attività finanziarie all’estero e conti milionari poi abbia un introito annuale ridotto al lumicino.
Perché faccio questo discorso, che apparentemente potrebbe essere fatto in ogni stagione dell’anno? La ragione è semplice: in questi giorni invochiamo uno sforamento del Patto di stabilità per dare ossigeno, cioè quattrini, a famiglie e imprese. La crisi petrolifera rischia di azzoppare i consumi, dunque servono aiuti. Ma i soldi non possono finire agli evasori. Ogni anno si distribuiscono molti sussidi, ma non sempre arrivano nelle tasche giuste. Troppo spesso invece che i contribuenti onesti finiscono per sostenere chi fa il furbo. E questo, oltre a essere inutile per risollevare aziende e famiglie, è intollerabile. E la prima a ritenerla tale dovrebbe essere l’Agenzia delle entrate, che dovrebbe lasciare in pace gli onesti e perseguire chi sgarra.
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I loggionisti del Piermarini (foto Carlo Melato)
Dopo una vita in coda e in silenzio (più o meno), sfidando ogni tipo di temperatura e di condizione atmosferica, gli ultimi romantici dell’opera hanno infatti deciso di prendere carta, penna e tablet per inviare una bella Pec ai piani elevati della Fabbrica dei sogni. La grande paura degli irriducibili melomani è che, passettino dopo passettino, chi guida il Piermarini stia gentilmente accompagnando verso l’uscita una gloriosa tradizione, aprendo le porte al regno incontrastato della vendita online.
«Cara Scala, amato Teatro», scrivono gli ultrà del melodramma che, a forza di aspettare il loro turno nel porticato di via Filodrammatici per accaparrarsi uno dei 140 ticket per tutte le tasche, sono diventati una specie di famiglia allargata, «siamo un gruppo di loggionisti, affezionati alla coda fisica per la conquista di un posto ai piani alti, economico e soprattutto disponibile il giorno stesso. È una tradizione che riteniamo bellissima e che fa onore al teatro; del resto, lasciatecelo dire, anche la Scala dovrebbe essere fiera di avere degli affezionati disposti, in certe occasioni, a qualsiasi sacrificio pur di entrare nella sala del Piermarini». «Però, da qualche tempo», e qui il coro di oltre 200 voci (e firme in calce) inizia a farsi sentire come un vero e proprio personaggio collettivo, «ci sembra - ma speriamo di sbagliarci - che la famigerata coda sia mal sopportata, forse all’insegna del progresso che vorrebbe che tutto si facesse online». D’altra parte i più esperti hanno iniziato ad alzare le antenne quando i tagliandi «popolari» per il balletto e i concerti sono scesi da 140 a 80 (e molti ricordano che prima del passaggio forzato al Teatro Arcimboldi erano addirittura 200), gli orari per l’appello sono cambiati (dalle 13 alle 17, con un’ora soltanto per sbrigare tutte le pratiche prima della vendita Urbi et Orbi delle 18) e le istruzioni per l’uso del manualone scaligero hanno iniziato a mutare.
«Essere legati a una tradizione», prosegue l’appello, «non significa essere vecchi e contrari all’innovazione; l’etimologia dice che significa tramandare, quindi passare alle nuove generazioni. E di fatto, insieme ai vecchi appassionati, ci sono molti giovani che si mettono in coda, spesso quelli che hanno assistito a una “primina” e sono desiderosi di tornare, confortati dal costo davvero esiguo degli ingressi last minute di Loggione». E su questo è difficile eccepire. Come ha dimostrato la recente e acclamata Tetralogia wagneriana, la percentuale di capelli bianchi è inversamente proporzionale al numero di scalini che bisogna salire (ai giovani non manca la passione, ma i dané, direbbe Monsieur de La Palisse). «Con tutto il nostro cuore ci auguriamo che non venga tolta la coda fisica, una tradizione che rappresenta il respiro profondo del Teatro, il segno della passione che vive e si tramanda!».
«A quel grido il ciel risponde», direbbe Giuseppe Verdi, e la Scala, interpellata dalla Verità, prova con grande prontezza a tranquillizzare il popolo del Loggione, anima insostituibile del Teatro. «Non esiste alcun progetto di riduzione», spiegano dal Piermarini, «ma il problema esiste e per questo ci sono stati degli incontri con l’associazione L’Accordo, che gestisce la coda. Abbiamo registrato un calo, soprattutto nel balletto. Ora bisogna trovare un equilibrio per migliorare la distribuzione ed evitare che i biglietti restino invenduti».
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Un tesoretto da 7,4 miliardi. L’obiettivo? Finanziare l’acquisto di Banco Bpm e contribuire alla nascita del famoso terzo polo bancario nazionale. Creatura mitologica evocata nei convegni e mai avvistata in natura. Sarebbe, sempre secondo il Financial Times, anche un tassello del progetto del governo italiano per ridisegnare il sistema creditizio. Cinque persone vicine al dossier - numero sempre rassicurante, perché dispari e quindi apparentemente credibile - avrebbero raccontato a FT che Luigi Lovaglio, amministratore delegato del Monte, appena tornato in sella immagina di vendere la quota del Leone a investitori italiani di lungo periodo.
Chi sarebbero i compratori? Il casting è blasonato. Il primo nome che circola è UniCredit, già salito all’8,7% di Generali e sempre pronto a stare dove succede qualcosa. L’altro nome è Intesa Sanpaolo, che però ha sempre smentito. L’amministratore delegato Carlo Messina ha ammesso di aver pensato a Generali una decina d’anni fa. Poi ha rinunciato preferendo costruire una grande assicurazione in casa.
Puntuale. però, è arrivata la smentita da Siena. Nessuna ipotesi allo studio, nessuna vendita della quota Generali, nessun dossier sul tavolo. Mps ha fatto sapere di essere «interamente focalizzata» sulla fusione con Mediobanca, il vero progetto industriale del momento. Per la serie: non disturbate il conducente, stiamo ancora parcheggiando la macchina a Piazzetta Cuccia.
Il piano di Lovaglio, almeno sulla carta, prevede di completare l’operazione entro fine 2026. Ogni altra ipotesi, dicono da Siena, è prematura. Ma alla precisazione non credono in molti. Nel lessico della finanza prima una voce è «prematura», poi diventa «una valutazione», infine «strategicamente coerente». Tuttavia queste non sono giornate da giochi d’artificio a Piazza Affari. Generali è salita dello 0,6%, il Banco dello 0,4% e Mps ha perso l’1,2%. Certo la storia ha una sua razionalità. Mps è tornata centrale, dopo anni passati tra ristrutturazioni, aumenti di capitale e salvataggi pubblici che avrebbero fiaccato anche una quercia secolare. Lovaglio ha rimesso in ordine i conti, l’assemblea gli ha rinnovato, a sorpresa, la fiducia, e adesso Siena torna a pensarsi grande. Non più banca da museo del dissesto, ma perno di un nuovo consolidamento nazionale. Certo, c’è il dettaglio non secondario della quota Generali. Un asset prezioso, politicamente sensibile e strategicamente ingombrante. Tenerlo significa contare in Italia. Venderlo significa fare cassa e comprare futuro Sul fondo resta il regista silenzioso: Delfin, la cassaforte degli eredi di Leonardo Del Vecchio. È anche grazie al suo voto, insieme a Banco Bpm, che Lovaglio è rimasto saldo al timone del Monte. E Delfin, come noto, ha interessi trasversali: Mediobanca, UniCredit, Generali. In pratica, se si muove una sedia nel salotto finanziario italiano, da qualche parte c’è sempre un comando che porta in Lussemburgo.
Ed è proprio lì che si gioca il prossimo capitolo. Lunedì gli otto eredi Del Vecchio si ritroveranno per decidere se aprire la strada a Leonardo Maria Del Vecchio, tramite il veicolo Lmdv Fin, per acquistare il 25% detenuto dai fratelli Luca e Paola. Valore dell’operazione: circa 10 miliardi di euro. Una cifra che trasforma ogni litigio familiare in tema da consiglio di amministrazione.
Se l’operazione andasse in porto, Leonardo Maria salirebbe al 37,5% di Delfin, diventandone il dominus di fatto. A sostenerlo ci sarebbe un pool bancario di tutto rispetto: UniCredit, Crédit Agricole e Bnp Paribas.
Serve anche cambiare le regole interne, togliendo il tetto che limita al 10% degli utili i dividendi distribuibili. Tema apparentemente tecnico, ma in realtà centrale: nelle holding di famiglia i sentimenti contano, ma il cash flow aiuta. Quanto alla vendita delle partecipazioni finanziarie di Delfin, al momento non risulta sul tavolo. Ma anche qui vale la regola aurea della finanza: ciò che non è sul tavolo oggi può essere nel comunicato di domani.
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