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2022-01-24
Tamponificio: 3 miliardi e rincari del 900%
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Batta un colpo chi non ha mai fatto un tampone. Abbiamo costretto anche i bambini a farsi infilare fastidiosi bastoncini nelle narici o sottoporsi a tamponi salivari antigenici. Il giro d’affari si è improvvisamente quintuplicato ed è cambiato con la variante Omicron. Si stima che esso muova sui 10 milioni di euro al giorno, cioè 3,6 miliardi di euro l’anno. D’altra parte, da settimane si fanno ogni giorno più di 1 milione di tamponi, tra quelli molecolari (riservati alle strutture sanitarie) e i test rapidi in farmacia per ottenere il green pass. Ora si fanno spazio i tamponi autodiagnostici, quelli che in Emilia Romagna permetteranno ai vaccinati con terza dose di dichiarare l’inizio e la fine di un eventuale isolamento. Ma quanto sono sicuri? Da dove arrivano? Chi ne garantisce la validità?
Sui tamponi si è sviluppato un grosso business, come in precedenza era toccato alle mascherine chirurgiche e agli altri dispositivi di protezione individuale che, dall’inizio della pandemia, sono stati considerati indispensabili per frenare la corsa del virus. Si pensava che il vaccino risolvesse tutto, che con le due dosi saremmo tornati alla normalità. Invece l’incubo non è affatto finito, ciclicamente arrivano nuove ondate, il virus è mutato e non si esce dalla morsa dell’emergenza. Poi è arrivato il green pass e i non vaccinati hanno dovuto farsi tamponi ogni due giorni.
Il mercato è esploso. E c’è chi si arricchisce, anche mettendo a rischio la salute degli ignari acquirenti. Tutto parte dalla Cina, dove si concentra il 90% della produzione mondiale. Nel resto del mondo solo pochissime aziende (una statunitense e alcune coreane) producono tamponi, ma a prezzi non competitivi in un mercato di squali che spesso agiscono ai confini della legalità. I tamponi vengono importati a prezzi irrisori rispetto al costo finale pagato dagli utenti, che soltanto nelle ultime settimane è stato calmierato dal governo a 15 euro. I produttori cinesi vendono a chiunque abbia liquidità e possa pagare in anticipo.
Controlli? Difficilissimi sugli importatori, molti dei quali si sono improvvisati tali soprattutto in quest’ultimo anno, semplicemente aggiungendo alla ragione sociale della propria attività la vendita di dispositivi sanitari. Chi può contatta i cinesi, ma spesso sono gli stessi produttori a intercettare i clienti tramite i canali social. Vendono lotti che, pur certificati, sono di prima generazione piuttosto che di ultima, quindi non idonei alla variante Omicron; hanno scadenza ravvicinata o sono falsi (quasi) perfetti.
Chi non ha la possibilità di approvvigionarsi da un mercato legale trova altre vie entrando - e non in punta di piedi - in una zona grigia, pericolosa soprattutto per la salute dei cittadini e per la battaglia contro un virus che ha privato tutti della normalità. È in questa zona grigia che si collocano i sempre più numerosi tamponi irregolari o perché provengono da mercati paralleli, o perché falsi, o infine perché non più performanti. Capire che cosa abbiamo in mano non è facile, occorre muoversi in una complessa rete in cui si intrecciano mercato regolare, parallelo e illegale.
Nel primo mercato rientrano la maggior parte dei tamponi che arrivano dai produttori con certificazione CE. Ci sono poi prodotti che, pur certificati, vengono venduti a prezzi stracciati perché in scadenza o di prima generazione. E ancora perché, acquistati in lotti da 20 pezzi, vengono venduti singolarmente dopo il riconfezionamento del prodotto, magari in ambienti non a norma, ovvero senza garantire una temperatura controllata, quindi con il rischio di alterare il tampone che, immesso sul mercato, non avrebbe neanche la garanzia del produttore. Il tutto per guadagnare pochi centesimi in più.
Non è finita. In circolazione si trovano anche tamponi non destinati all’Italia, quindi sprovvisti del bugiardino nella nostra lingua, reso obbligatorio dal codice del consumo. Ma che fanno gli importatori con minori scrupoli? Aprono le confezioni, sostituiscono il foglietto illustrativo con uno scritto in italiano e rivendono le scatole come fossero regolari. In questo caso i tamponi non provengono necessariamente dalla Cina, ma da Paesi anche europei, come Slovenia, Albania, Romania, Germania, Paesi Bassi.
In buona sostanza, per lucrare sui prezzi e ricevere tamponi con bugiardino in italiano, c’è chi si fa spedire i test, li spacchetta, cambia il bugiardino, li riconfeziona e li rietichetta, alterando il prodotto in un mercato dove la richiesta supera l’offerta. Così una commessa da 500.000 tamponi provenienti dal mercato parallelo può fruttare all’importatore furbetto 30 centesimi in più a confezione, per un totale di 150.000 euro.
È una pratica illegale. È vietato vendere dispositivi medici importati tramite parallel trade: a maggior ragione quando lo scopo è di fare soldi sulla pelle della gente. Nei Paesi di produzione queste attività sono autorizzate per il mercato interno, e ciò espone questi prodotti a un elevato rischio di contraffazione, e quindi di pericolo per la salute pubblica. Questo mercato grigio è generato da almeno tre fattori: la possibilità di rivendere tamponi simili agli originali, ma non identici; l’artificiale moltiplicazione degli intermediari; il sistema di riconfezionamento.
Al danno si unisce la beffa per i consumatori. Essi infatti spesso acquistano il tampone a prezzo pieno nella convinzione di trovarsi tra le mani un prodotto garantito. Ciò può accadere per i test commercializzati nella grande distribuzione e online, come per quelli destinati alla vendita nelle farmacie, come confermano i carabinieri del Nas. I militari del Nucleo antisofisticazioni e sanità dell’Arma, infatti, alle porte di Roma hanno sequestrato tamponi irregolari sia nei depositi di grossisti sia addirittura in alcune farmacie. I test anti Covid erano privi di certificazione e marchio CE.
I prezzi dei tamponi variano da regione a regione e bisogna fare i conti anche con venditori senza scrupoli che tentano di rifilare prodotti piazzandoli «porta a porta»: ogni sistema è buono quando la richiesta è altissima. Per non parlare del mercato online che è il terreno privilegiato dai commercianti che sguazzano nell’area grigia. Un mercato pericoloso nel quale è difficile muoversi, soprattutto per chi non è esperto, e che è aumentato con la grande diffusione dei tamponi di autodiagnosi. La loro attendibilità è la più bassa tra tutti i tipi di test e alcune regioni vorrebbero addirittura introdurli come prova sufficiente a porre termine alla quarantena. In realtà, si moltiplicano i casi in cui i risultati dei tamponi di autodiagnosi faidate divergono da quelli rapidi effettuati in farmacia. Non sempre la colpa di un esito falsato è dovuta all’inesperienza dell’utente, ma alle criticità legate alle vendite e ai controlli.
«Compro in Cina a 1,30 euro, la gente ne paga 12. Con ricarichi del 923%»
Andrea Orlando ha una ditta in Emilia Romagna che, con l’arrivo della pandemia, ha iniziato a importare dispositivi di protezione e tamponi.
Che cosa l’ha spinta a lanciarsi in questo commercio?
«Sono stati i produttori cinesi a propormi di importare mascherine chirurgiche e poi tamponi. Erano gli stessi produttori con i quali, prima della pandemia, commerciavo ricambi per cellulari».
Dai telefonini ai dispositivi sanitari?
«Io importavo ricambi per cellulari e mi fornivo da loro. Con la pandemia l’attività ha registrato una battuta di arresto e ho accettato l’offerta. Ora la ragione sociale della mia ditta comprende anche la vendita di dpi».
Dal 2020 com’è cambiata la sua attività?
«Nel 2020 lavoravo con una trentina di intermediari, cioè di grossisti, e ho ricevuto circa 600.000 richieste di tamponi. Da agosto 2021 sono aumentate vertiginosamente: ogni intermediario mi chiede 500.000 tamponi. C’è chi, in un solo giorno, ne ha venduti anche 1 milione».
Parliamo di costi.
«Nel 2020 il prezzo del tampone a me riservato era di 57 centesimi. E sono un importatore molto piccolo rispetto alle grandi realtà. Non escludo che ad altri fossero praticati prezzi inferiori».
Ma il consumatore paga da 6 a 15 euro un tampone: i ricarichi sono altissimi.
«Al costo pagato al fornitore io devo aggiungere i costi di spedizione, trasporto, sdoganamento, stoccaggio e dazi. Arriviamo a 80 centesimi. Poi c’è il mio guadagno: 15 centesimi. E le garantisco che c’è chi ne realizza molti di più».
Quindi lei al distributore chiede 95 centesimi.
«Esatto. L’intermediario a sua volta fa lievitare il prezzo a 1,90 euro per i grossisti farmaceutici e la grande distribuzione organizzata. Ma di quei circuiti non conosco le logiche».
Oggi, dopo l’impennata della domanda indotta dal green pass, paga ai produttori cinesi sempre 57 centesimi a tampone?
«Ovviamente no. Prima mi hanno chiesto 95 centesimi e ora importo a 1,30, anche 1,40 euro spese incluse, mantenendo inalterato il ricarico di 15 centesimi. Il prezzo che pratico al distributore è di circa 1,45 euro. Il distributore fa il suo ricarico, ma credo che a farmacie, negozi al dettaglio e grande distribuzione non costi più di 2,90-3 euro a pezzo. Ricordo che i test rapidi a uso professionale non costano più di 1,40 euro, ma vengono venduti a 15».
Guadagni facili sulla pelle della gente. È corretto?
«Da imprenditore credo sia giusto guadagnare, ma da 1,30 euro (il mio costo di acquisto) a 12 euro (il prezzo medio pagato in farmacia per i test rapidi) il ricarico è del 923%. È davvero eccessivo. In Germania, per esempio, nei market 5 tamponi rapidi costano in tutto 3,75 euro».
Ha mai ricevuto proposte dal mercato irregolare?
«Sì, di tamponi senza bugiardino in lingua italiana, ma non ho accettato. È una giungla nella quale, purtroppo, il rischio (cioè il fermo amministrativo) è minimo rispetto al guadagno. Sulle grandi quantità ogni importatore può guadagnare cifre astronomiche, ma il prezzo che gli ignari cittadini rischiano di pagare in termini di salute è elevato. Un test alterato non è sicuro, quindi è inattendibile, ma può essere utilizzato per il lavoro o per uscire dalla quarantena».
È facile fare entrare in Italia i tamponi cinesi non a norma?
«No, i controlli sono severi, ma c’è il rischio che arrivino attraverso altri Paesi europei. Le merci che provengono dall’Unione europea non sono sottoposte a controlli doganali».
E come si consuma la frode?
«Si fanno arrivare in Europa prodotti cinesi non destinati all’Italia, si aprono le scatole per sostituire il bugiardino originale con uno in italiano e magari si spacchettano lotti da 25 o 50 pezzi per ottenere confezioni singole. Operazione che procura guadagni colossali, ma avviene in ambienti non idonei e compromette la qualità del prodotto. Personalmente ho sempre rifiutato tamponi con il bugiardino in altre lingue e mi sono sempre affidato a fornitori a norma».
Anche i produttori, oltre ai grossisti, non si fanno troppi scrupoli?
«Sono dei venditori... Se paghi in anticipo sono molto gentili, ma è successo che abbiano aumentato il prezzo dei tamponi a commessa chiusa e pagamento effettuato. E se non paghi la differenza, non esitano a restituirti i soldi per vendere i tamponi al miglior offerente».
Tamponi all’asta?
«Sono successe cose al limite dell’immaginabile, e probabilmente non solo in Cina. A dicembre, nel picco del rilascio di green pass tramite tampone rapido professionale in farmacia, in una sola settimana e solo per un prodotto erano giunte alla Cina dall’Europa oltre 100 milioni di richieste. Mesi prima alcuni importatori avevano prenotato e pagato i tamponi, ma i venditori hanno trasformato alcune aziende in veri e propri centri di bagarinaggio».
Tamponi essenziali per la salute e la vita civile di milioni di persone trattati come un biglietto per lo stadio o un concerto?
«Alla presenza di emissari è stata organizzata un’asta di tamponi. E parliamo di partite che gli importatori avevano già pagato ed erano in attesa di ricevere. Questo spiega anche perché in certi momenti ci sono stati anche ritardi nelle forniture».
«Sequestrati nelle farmacie kit a rischio di alterazioni»
Sicurezza dei tamponi, mercato nero, controlli: ne parliamo con il maggiore Dario Praturlon, comandante dei Nas carabinieri di Roma.
Dai molecolari ai self test: com’è cambiato il mercato?
«Con il boom di richieste legato al green pass sono aumentate anche le irregolarità. Inizialmente abbiamo chiuso strutture e laboratori che eseguivano tamponi senza l’autorizzazione delle Regioni o addirittura completamente abusivi. Ora sono cresciute soprattutto le forniture di tamponi antigenici rapidi irregolari».
Quanti sequestri avete effettuato?
«Dall’inizio del 2020 i Nas hanno sequestrato 357.000 tamponi, soprattutto rapidi e meno molecolari, ma il grosso (305.000), l’abbiamo fatto da agosto 2021. Erano destinati sia alla vendita al dettaglio, sia all’uso professionale. Abbiamo anche trovato tamponi antigenici rapidi irregolari ed effettuato sequestri nelle farmacie, o di prodotti a esse destinati, sprovvisti del bugiardino in italiano o riconfezionati, quindi a rischio di alterazione. La manomissione delle confezioni annulla la garanzia del produttore, spesso cinese».
Quali i rischi maggiori?
«Se provengono dal mercato irregolare, potrebbero, come è avvenuto, dare un esito alterato. Tutto è possibile, anche che i farmacisti utilizzino tamponi provenienti dal mercato irregolare o vendano self test provenienti dallo stesso mercato. A ciò si aggiunge l’uso di tamponi rapidi autodiagnostici comprati su Internet. Dobbiamo sequestrare anche i tamponi senza bugiardino in italiano, che è previsto dal codice del consumo».
Gli illeciti più frequenti?
«L’importazione e la distribuzione all’ingrosso. Le irregolarità sono spesso legate alle confezioni: prive o con marcatura fraudolenta CE. Un prodotto con gravi criticità non è attendibile».
Casi particolari?
«A Latina abbiamo sequestrato 2.100 tamponi privi di indicazioni in italiano destinati, verosimilmente, sia alle farmacie sia alla vendita al dettaglio. Nella periferia della capitale il Nas di Roma ha individuato un deposito abusivo dove venivano riconfezionati kit antigenici rapidi di produzione cinese destinati al mercato olandese. La Procura di Civitavecchia ha aperto un fascicolo penale. I kit venivano prelevati dalla scatola originale per essere venduti singolarmente una volta dotati di un bugiardino in italiano. Nell’occasione 38 cittadini italiani, che lavoravano senza contratto, sono stati identificati e il proprietario del deposito è stato denunciato per sfruttamento del lavoro nero».
Aumentando la richiesta cresce anche l’offerta. È, quindi, più difficile il controllo?
«Setacciare un lago più ampio è più dispendioso se il numero di uomini da impegnare è sempre lo stesso. Controllare il mercato al dettaglio diventa impossibile. Pertanto puntiamo ai livelli superiori della filiera commerciale: importazione e distribuzione all’ingrosso. Senza, ovviamente, trascurare le verifiche di idoneità dei test rapidi nelle farmacie e nelle strutture pubbliche. Non si può escludere che ci siano criticità nella gestione dei test rapidi in farmacia, soprattutto nel rilascio della certificazione che attesta la positività o la negatività del soggetto».
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Il mercato dei test Covid ormai vale un pezzo di Pil. Solo che tra intermediari senza scrupoli, portali Web privi di filtri e kit vecchi il mercato nero è incontenibile. Mentre il green pass ha fatto schizzare i prezzi.Parla Andrea Orlando, un importatore dell’Emilia: «In Germania 3,50 euro bastano per un pacchetto di 5 esami rapidi, da noi il green pass ha fatto impazzire la catena di approvvigionamento. I produttori hanno anche organizzato aste».Il comandante dei Nas di Roma, Dario Praturlon: «Dall’inizio della pandemia 357.000 requisizioni. Più uomini per i controlli».Lo speciale contiene tre articoli.Batta un colpo chi non ha mai fatto un tampone. Abbiamo costretto anche i bambini a farsi infilare fastidiosi bastoncini nelle narici o sottoporsi a tamponi salivari antigenici. Il giro d’affari si è improvvisamente quintuplicato ed è cambiato con la variante Omicron. Si stima che esso muova sui 10 milioni di euro al giorno, cioè 3,6 miliardi di euro l’anno. D’altra parte, da settimane si fanno ogni giorno più di 1 milione di tamponi, tra quelli molecolari (riservati alle strutture sanitarie) e i test rapidi in farmacia per ottenere il green pass. Ora si fanno spazio i tamponi autodiagnostici, quelli che in Emilia Romagna permetteranno ai vaccinati con terza dose di dichiarare l’inizio e la fine di un eventuale isolamento. Ma quanto sono sicuri? Da dove arrivano? Chi ne garantisce la validità?Sui tamponi si è sviluppato un grosso business, come in precedenza era toccato alle mascherine chirurgiche e agli altri dispositivi di protezione individuale che, dall’inizio della pandemia, sono stati considerati indispensabili per frenare la corsa del virus. Si pensava che il vaccino risolvesse tutto, che con le due dosi saremmo tornati alla normalità. Invece l’incubo non è affatto finito, ciclicamente arrivano nuove ondate, il virus è mutato e non si esce dalla morsa dell’emergenza. Poi è arrivato il green pass e i non vaccinati hanno dovuto farsi tamponi ogni due giorni.Il mercato è esploso. E c’è chi si arricchisce, anche mettendo a rischio la salute degli ignari acquirenti. Tutto parte dalla Cina, dove si concentra il 90% della produzione mondiale. Nel resto del mondo solo pochissime aziende (una statunitense e alcune coreane) producono tamponi, ma a prezzi non competitivi in un mercato di squali che spesso agiscono ai confini della legalità. I tamponi vengono importati a prezzi irrisori rispetto al costo finale pagato dagli utenti, che soltanto nelle ultime settimane è stato calmierato dal governo a 15 euro. I produttori cinesi vendono a chiunque abbia liquidità e possa pagare in anticipo. Controlli? Difficilissimi sugli importatori, molti dei quali si sono improvvisati tali soprattutto in quest’ultimo anno, semplicemente aggiungendo alla ragione sociale della propria attività la vendita di dispositivi sanitari. Chi può contatta i cinesi, ma spesso sono gli stessi produttori a intercettare i clienti tramite i canali social. Vendono lotti che, pur certificati, sono di prima generazione piuttosto che di ultima, quindi non idonei alla variante Omicron; hanno scadenza ravvicinata o sono falsi (quasi) perfetti.Chi non ha la possibilità di approvvigionarsi da un mercato legale trova altre vie entrando - e non in punta di piedi - in una zona grigia, pericolosa soprattutto per la salute dei cittadini e per la battaglia contro un virus che ha privato tutti della normalità. È in questa zona grigia che si collocano i sempre più numerosi tamponi irregolari o perché provengono da mercati paralleli, o perché falsi, o infine perché non più performanti. Capire che cosa abbiamo in mano non è facile, occorre muoversi in una complessa rete in cui si intrecciano mercato regolare, parallelo e illegale.Nel primo mercato rientrano la maggior parte dei tamponi che arrivano dai produttori con certificazione CE. Ci sono poi prodotti che, pur certificati, vengono venduti a prezzi stracciati perché in scadenza o di prima generazione. E ancora perché, acquistati in lotti da 20 pezzi, vengono venduti singolarmente dopo il riconfezionamento del prodotto, magari in ambienti non a norma, ovvero senza garantire una temperatura controllata, quindi con il rischio di alterare il tampone che, immesso sul mercato, non avrebbe neanche la garanzia del produttore. Il tutto per guadagnare pochi centesimi in più.Non è finita. In circolazione si trovano anche tamponi non destinati all’Italia, quindi sprovvisti del bugiardino nella nostra lingua, reso obbligatorio dal codice del consumo. Ma che fanno gli importatori con minori scrupoli? Aprono le confezioni, sostituiscono il foglietto illustrativo con uno scritto in italiano e rivendono le scatole come fossero regolari. In questo caso i tamponi non provengono necessariamente dalla Cina, ma da Paesi anche europei, come Slovenia, Albania, Romania, Germania, Paesi Bassi. In buona sostanza, per lucrare sui prezzi e ricevere tamponi con bugiardino in italiano, c’è chi si fa spedire i test, li spacchetta, cambia il bugiardino, li riconfeziona e li rietichetta, alterando il prodotto in un mercato dove la richiesta supera l’offerta. Così una commessa da 500.000 tamponi provenienti dal mercato parallelo può fruttare all’importatore furbetto 30 centesimi in più a confezione, per un totale di 150.000 euro. È una pratica illegale. È vietato vendere dispositivi medici importati tramite parallel trade: a maggior ragione quando lo scopo è di fare soldi sulla pelle della gente. Nei Paesi di produzione queste attività sono autorizzate per il mercato interno, e ciò espone questi prodotti a un elevato rischio di contraffazione, e quindi di pericolo per la salute pubblica. Questo mercato grigio è generato da almeno tre fattori: la possibilità di rivendere tamponi simili agli originali, ma non identici; l’artificiale moltiplicazione degli intermediari; il sistema di riconfezionamento. Al danno si unisce la beffa per i consumatori. Essi infatti spesso acquistano il tampone a prezzo pieno nella convinzione di trovarsi tra le mani un prodotto garantito. Ciò può accadere per i test commercializzati nella grande distribuzione e online, come per quelli destinati alla vendita nelle farmacie, come confermano i carabinieri del Nas. I militari del Nucleo antisofisticazioni e sanità dell’Arma, infatti, alle porte di Roma hanno sequestrato tamponi irregolari sia nei depositi di grossisti sia addirittura in alcune farmacie. I test anti Covid erano privi di certificazione e marchio CE.I prezzi dei tamponi variano da regione a regione e bisogna fare i conti anche con venditori senza scrupoli che tentano di rifilare prodotti piazzandoli «porta a porta»: ogni sistema è buono quando la richiesta è altissima. Per non parlare del mercato online che è il terreno privilegiato dai commercianti che sguazzano nell’area grigia. Un mercato pericoloso nel quale è difficile muoversi, soprattutto per chi non è esperto, e che è aumentato con la grande diffusione dei tamponi di autodiagnosi. La loro attendibilità è la più bassa tra tutti i tipi di test e alcune regioni vorrebbero addirittura introdurli come prova sufficiente a porre termine alla quarantena. In realtà, si moltiplicano i casi in cui i risultati dei tamponi di autodiagnosi faidate divergono da quelli rapidi effettuati in farmacia. Non sempre la colpa di un esito falsato è dovuta all’inesperienza dell’utente, ma alle criticità legate alle vendite e ai controlli.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tamponi-mercato-nero-affari-oro-2656463183.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="compro-in-cina-a-130-euro-la-gente-ne-paga-12-con-ricarichi-del-923" data-post-id="2656463183" data-published-at="1642958450" data-use-pagination="False"> «Compro in Cina a 1,30 euro, la gente ne paga 12. Con ricarichi del 923%» Andrea Orlando ha una ditta in Emilia Romagna che, con l’arrivo della pandemia, ha iniziato a importare dispositivi di protezione e tamponi. Che cosa l’ha spinta a lanciarsi in questo commercio? «Sono stati i produttori cinesi a propormi di importare mascherine chirurgiche e poi tamponi. Erano gli stessi produttori con i quali, prima della pandemia, commerciavo ricambi per cellulari». Dai telefonini ai dispositivi sanitari? «Io importavo ricambi per cellulari e mi fornivo da loro. Con la pandemia l’attività ha registrato una battuta di arresto e ho accettato l’offerta. Ora la ragione sociale della mia ditta comprende anche la vendita di dpi». Dal 2020 com’è cambiata la sua attività? «Nel 2020 lavoravo con una trentina di intermediari, cioè di grossisti, e ho ricevuto circa 600.000 richieste di tamponi. Da agosto 2021 sono aumentate vertiginosamente: ogni intermediario mi chiede 500.000 tamponi. C’è chi, in un solo giorno, ne ha venduti anche 1 milione». Parliamo di costi. «Nel 2020 il prezzo del tampone a me riservato era di 57 centesimi. E sono un importatore molto piccolo rispetto alle grandi realtà. Non escludo che ad altri fossero praticati prezzi inferiori». Ma il consumatore paga da 6 a 15 euro un tampone: i ricarichi sono altissimi. «Al costo pagato al fornitore io devo aggiungere i costi di spedizione, trasporto, sdoganamento, stoccaggio e dazi. Arriviamo a 80 centesimi. Poi c’è il mio guadagno: 15 centesimi. E le garantisco che c’è chi ne realizza molti di più». Quindi lei al distributore chiede 95 centesimi. «Esatto. L’intermediario a sua volta fa lievitare il prezzo a 1,90 euro per i grossisti farmaceutici e la grande distribuzione organizzata. Ma di quei circuiti non conosco le logiche». Oggi, dopo l’impennata della domanda indotta dal green pass, paga ai produttori cinesi sempre 57 centesimi a tampone? «Ovviamente no. Prima mi hanno chiesto 95 centesimi e ora importo a 1,30, anche 1,40 euro spese incluse, mantenendo inalterato il ricarico di 15 centesimi. Il prezzo che pratico al distributore è di circa 1,45 euro. Il distributore fa il suo ricarico, ma credo che a farmacie, negozi al dettaglio e grande distribuzione non costi più di 2,90-3 euro a pezzo. Ricordo che i test rapidi a uso professionale non costano più di 1,40 euro, ma vengono venduti a 15». Guadagni facili sulla pelle della gente. È corretto? «Da imprenditore credo sia giusto guadagnare, ma da 1,30 euro (il mio costo di acquisto) a 12 euro (il prezzo medio pagato in farmacia per i test rapidi) il ricarico è del 923%. È davvero eccessivo. In Germania, per esempio, nei market 5 tamponi rapidi costano in tutto 3,75 euro». Ha mai ricevuto proposte dal mercato irregolare? «Sì, di tamponi senza bugiardino in lingua italiana, ma non ho accettato. È una giungla nella quale, purtroppo, il rischio (cioè il fermo amministrativo) è minimo rispetto al guadagno. Sulle grandi quantità ogni importatore può guadagnare cifre astronomiche, ma il prezzo che gli ignari cittadini rischiano di pagare in termini di salute è elevato. Un test alterato non è sicuro, quindi è inattendibile, ma può essere utilizzato per il lavoro o per uscire dalla quarantena». È facile fare entrare in Italia i tamponi cinesi non a norma? «No, i controlli sono severi, ma c’è il rischio che arrivino attraverso altri Paesi europei. Le merci che provengono dall’Unione europea non sono sottoposte a controlli doganali». E come si consuma la frode? «Si fanno arrivare in Europa prodotti cinesi non destinati all’Italia, si aprono le scatole per sostituire il bugiardino originale con uno in italiano e magari si spacchettano lotti da 25 o 50 pezzi per ottenere confezioni singole. Operazione che procura guadagni colossali, ma avviene in ambienti non idonei e compromette la qualità del prodotto. Personalmente ho sempre rifiutato tamponi con il bugiardino in altre lingue e mi sono sempre affidato a fornitori a norma». Anche i produttori, oltre ai grossisti, non si fanno troppi scrupoli? «Sono dei venditori... Se paghi in anticipo sono molto gentili, ma è successo che abbiano aumentato il prezzo dei tamponi a commessa chiusa e pagamento effettuato. E se non paghi la differenza, non esitano a restituirti i soldi per vendere i tamponi al miglior offerente». Tamponi all’asta? «Sono successe cose al limite dell’immaginabile, e probabilmente non solo in Cina. A dicembre, nel picco del rilascio di green pass tramite tampone rapido professionale in farmacia, in una sola settimana e solo per un prodotto erano giunte alla Cina dall’Europa oltre 100 milioni di richieste. Mesi prima alcuni importatori avevano prenotato e pagato i tamponi, ma i venditori hanno trasformato alcune aziende in veri e propri centri di bagarinaggio». Tamponi essenziali per la salute e la vita civile di milioni di persone trattati come un biglietto per lo stadio o un concerto? «Alla presenza di emissari è stata organizzata un’asta di tamponi. E parliamo di partite che gli importatori avevano già pagato ed erano in attesa di ricevere. 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Ora sono cresciute soprattutto le forniture di tamponi antigenici rapidi irregolari». Quanti sequestri avete effettuato? «Dall’inizio del 2020 i Nas hanno sequestrato 357.000 tamponi, soprattutto rapidi e meno molecolari, ma il grosso (305.000), l’abbiamo fatto da agosto 2021. Erano destinati sia alla vendita al dettaglio, sia all’uso professionale. Abbiamo anche trovato tamponi antigenici rapidi irregolari ed effettuato sequestri nelle farmacie, o di prodotti a esse destinati, sprovvisti del bugiardino in italiano o riconfezionati, quindi a rischio di alterazione. La manomissione delle confezioni annulla la garanzia del produttore, spesso cinese». Quali i rischi maggiori? «Se provengono dal mercato irregolare, potrebbero, come è avvenuto, dare un esito alterato. Tutto è possibile, anche che i farmacisti utilizzino tamponi provenienti dal mercato irregolare o vendano self test provenienti dallo stesso mercato. A ciò si aggiunge l’uso di tamponi rapidi autodiagnostici comprati su Internet. Dobbiamo sequestrare anche i tamponi senza bugiardino in italiano, che è previsto dal codice del consumo». Gli illeciti più frequenti? «L’importazione e la distribuzione all’ingrosso. Le irregolarità sono spesso legate alle confezioni: prive o con marcatura fraudolenta CE. Un prodotto con gravi criticità non è attendibile». Casi particolari? «A Latina abbiamo sequestrato 2.100 tamponi privi di indicazioni in italiano destinati, verosimilmente, sia alle farmacie sia alla vendita al dettaglio. Nella periferia della capitale il Nas di Roma ha individuato un deposito abusivo dove venivano riconfezionati kit antigenici rapidi di produzione cinese destinati al mercato olandese. La Procura di Civitavecchia ha aperto un fascicolo penale. I kit venivano prelevati dalla scatola originale per essere venduti singolarmente una volta dotati di un bugiardino in italiano. Nell’occasione 38 cittadini italiani, che lavoravano senza contratto, sono stati identificati e il proprietario del deposito è stato denunciato per sfruttamento del lavoro nero». Aumentando la richiesta cresce anche l’offerta. È, quindi, più difficile il controllo? «Setacciare un lago più ampio è più dispendioso se il numero di uomini da impegnare è sempre lo stesso. Controllare il mercato al dettaglio diventa impossibile. Pertanto puntiamo ai livelli superiori della filiera commerciale: importazione e distribuzione all’ingrosso. Senza, ovviamente, trascurare le verifiche di idoneità dei test rapidi nelle farmacie e nelle strutture pubbliche. Non si può escludere che ci siano criticità nella gestione dei test rapidi in farmacia, soprattutto nel rilascio della certificazione che attesta la positività o la negatività del soggetto».
Nel riquadro: Gaio Sergio Orata, pioniere dell'acquacoltura (Getty Images)
Le ostriche hanno sempre goduto di solida fama, quale simbolo di prestigio sociale per chi partecipava ai conviti che le vedevano protagoniste in bella mostra, ma anche per i vari piaceri multisensoriali che sapevano poi trasmettere a chi le faceva proprie, magari in buona compagnia. Pur se la Francia, ora, è il maggior produttore e consumatore, all’Italia va la primogenitura della sua coltivazione. Ostrica eclettica, non solo per l’estetica del suo guscio, che può andare dal rosa sul delta del Po al verde delle coste liguri, ma anche per il gusto che dipende dall’ambiente in cui cresce, già descritto a suo tempo da Plinio il Vecchio con una sorta di mappa mediterranea delle varie specie, tanto che alcuni autori, registrandone i sapori variabili in base al territorio, dal dolce cremoso al salmastro minerale, ne hanno indicato un riferimento al terroir per il gusto delle varie specie di ostriche come si è fatto, a suo tempo, per i vini.
Il primo a intravederne le potenzialità, anche economiche, del suo allevamento è stato Caio Sergio Orata, nel I° secolo a.C. Nelle lagune dei Campi Flegrei aveva fatto una piccola fortuna con l’allevamento delle orate (da lì parte del suo nome trascritto negli archivi). Decise di fare un passo oltre e andò sulle rive brindisine, cioè in Puglia, a raccoglierne un po’, considerata l’alta qualità dovuta al mischiarsi delle sorgenti d’acqua dolce con l’acqua salmastra del mare, posto che le ostriche vivono sui fondali marini vicino alle foci dei fiumi. Quello che, poi, venne chiamato lago Lucrino (da lucro, ossia guadagno per il visionario Caio Sergio) era una laguna separata da una sottilissima lingua di dune dal mare, quindi soggetta al ritmo delle maree conseguenti, con un ideale mix di acque salmastre ricche di plancton nutriente che arricchiva le acque lacustri.
Ben presto la fama delle ostriche di Lucrino divenne forte richiamo per la buona società del tempo che vi si recava apposta senza badare a spese, posto che spesso venivano all’ombra del Vesuvio per rendere omaggio all’imperatore nelle sue pause di vacanza. In scavi archeologi a Baia, il borgo locale, vennero trovate delle fiaschette di vetro chiamate «ostraria» in cui vi erano incise delle vedute della stessa Baia e della vicina Pozzuoli dove erano tratteggiati dei filari di ostriche appese ai pali che uscivano dall’acqua. Erano uno dei souvenir per il ricco turismo che passava per i Campi Flegrei a fare incetta di ostriche golose. Una testimonianza giunta a noi per confermare il tipo di allevamento di questi molluschi che, ancora adesso, con le dovute modifiche, ottimizza il rapporto tra le ostriche e il loro ambiente.
Tecnica a pergolato che si trova ben descritta da Ausonio, «con le ostriche appese ai pali che oscillano tra le onde». Ostriche di solida fama come ben narrato da Archestrato da Gela, considerato il primo gastronauta della storia, nel suo I piaceri del buongustaio, e poi Teodosio che, nei Saturnalia, racconta dei sontuosi banchetti dove le ostriche vengono non solo consumate a crudo, ma pure messe a farcire golosi pasticci. Un’ostricoltura descritta da vari autori, da Varrone a Cicerone o Columella, tanto che vi erano patrizi che, con apposite «navi vivaio», andavano nei bacini dell’Egeo per trasportarle poi lungo la costiera napoletana, divenuta una sorta di California ostricara del tempo. Marco Gavio Apicio, considerato la penna gastronomica della Roma imperiale, consigliava di riporle in vasi pieni di aceto per poterle conservare al meglio per i banchetti. Coltura e allevamento dell’ostrica che, con l’occupazione delle Gallie, i Romani esportarono presso i cugini d’Oltralpe i quali ne fecero tesoro tanto da divenirne, ora, leader indiscussi per produzione e consumo. Con una lunga pausa legata alla caduta dell’Impero romano e ai tempi medioevali, anche se non tutto andò perduto perché recenti scavi nei Campi Flegrei hanno dimostrato che le ostricaie erano rimaste attive anche in quei tempi «oscuri».
L’interesse verso questi nobili e golosi frutti del mare si riaccese nel Cinquecento, ma non esattamente per le loro voluttà culinarie, ma per quanto andavano a stimolare… oltre lo spirito dei suoi golosi consumatori. Chiavi di lettura diverse, ma la conclusione sempre conseguente. Esordisce Michele Savonarola, medico e umanista del Quattrocento, che ammoniva al loro consumo, in quanto «incitavano alla lussuria». Più comprensivo Bartolomeo Sacchi, detto «il platina»: «Le ostriche sono fortemente afrodisiache e, come tali, molto apprezzate dai ricchi e lussuriosi». Di approccio più meramente scientifico, dal tocco ironico, il medico Baldassarre Pisanelli: «Il loro succo salato muove il corpo e risveglia lo spirito», lasciando poi al consumatore finale l’analisi conseguente in quanto, descrivendone «la sua forma voluttuosa», rimanda ad altri trattati di anatomia su Venere e dintorni.
In questa diatriba etico-filosofica-fisiologica, troviamo una quadra culinaria con Maestro Martino che sottolinea come ne vadano valorizzate freschezza e delicatezza, godendosele crude, condite con un tocco di limone e spezie.
Sulla fama erotizzante delle ostriche, varie le ipotesi. Scientifiche. Ricche di zinco, il minerale che, meglio di ogni altro, irrobustisce le virtù carnali: bastano sei ostriche per fare il pieno di zinco e capriole conseguenti. Nell’antichità, quando la scienza contava meno e la spontaneità faceva la differenza, venivano cotte sulla brace, condite con pepe e spezie assortite e se ne succhiava il frutto direttamente dal guscio. Meglio ancora se con degna partner a fare coppia golosa e complice. Il tempo scorre veloce. La Francia diventa leader riconosciuta, ma la costiera napoletana rimane solido punto di riferimento, tanto è vero che, quando a metà dell’Ottocento vi fu una crisi nei vari bacini di produzione, venne mandato dal governo transalpino un esperto a Napoli dove la coltivazione ostricante aveva sempre resistito alle mareggiate del tempo e, grazie alla volontà dei Borbone, si era dato ulteriore impulso alla sua produzione. Era il tempo in cui lo street food nella città di Pulcinella vedeva lungo le vie della riviera di Chiaia i banchetti con l’insegna di «Ostricaro fisico», ovvero gli ambulanti dedicati che, con coinvolgente arte partenopea, invogliavano i passanti ad assaggiare i loro prodotti: ostriche, così come datteri, vongole o lupini.
«Ostricaro fisico» termine nato goliardicamente per opera di Ferdinando II di Borbone che, un giorno, avendo particolarmente apprezzato quanto gli era stato offerto dall’ambulante di turno, lo aveva così omaggiato «voi siete un ostricaro fisico», parafrasando il titolo di dottore fisico di cui, al tempo, si fregiavano alcuni laureati in medicina per dare peso e importanza alla loro arte. Ostriche omaggiate nella letteratura, ad esempio con Mario Stefanile nel suo Partenope in cucina, del 1954, «quando un baldo marinaio ve le porge tra succosi spicchi di limone, abbandonatevi con ghiotta fiducia allo squisito sapore di mare, di vento, di raffinato zolfo, di lievemente amara salsedine…». Ma il tocco finale ce lo regala Hernest Hemingway, mentre passeggia pensieroso lungo via Toledo. Aveva da poco scritto Il vecchio e il mare, ispirato dalle atmosfere dell’amato Cilento. «Mangiando le ostriche, con quel forte sapore di mare, accompagnandole con un gustoso vino frizzante, quella sensazione di vuoto sparì e cominciai ad essere felice», immaginandolo con la Venere conseguente a fargli toccare il cielo. Qualche mese dopo venne premiato con il Nobel per la letteratura.
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Martino Midali
Non solo luogo di produzione, ma spazio di pensiero, cultura e responsabilità. Perché il futuro della moda italiana, sembra suggerire, non si gioca soltanto su dove si produce, ma su come e perché si sceglie di farlo. E forse è proprio in questa consapevolezza che il Made in Italy può continuare a riconoscersi — e a farsi riconoscere — nel mondo.
A ridosso della giornata del Made in Italy (15 aprile), che significato ha oggi per lei il «fatto in Italia»? Rischia di diventare più uno slogan che una realtà?
«Appartengo a una generazione, quella post anni ’60-’70, che ha creduto profondamente nel valore sociale del lavoro e nella costruzione della classe media. Il Made in Italy, per noi, non è mai stato uno slogan ma una realtà concreta, fatta di cultura, manifattura e identità. La frattura nasce quando, a partire dagli anni ’80, siamo stati considerati “le sartine d’Europa”: lì abbiamo iniziato a perdere qualcosa. Abbiamo progressivamente smantellato un sistema straordinario, come quello tessile della Valle di Biella o della seta a Como, che era frutto di oltre un secolo di sapere industriale. Oggi comunichiamo molto il Made in Italy, ma produciamo sempre meno in Italia. E senza produzione reale, la comunicazione diventa vuota».
Qual è oggi il pericolo più concreto per il Made in Italy: costi, delocalizzazione o perdita di identità?
«Sono tre aspetti legati tra loro, ma il nodo centrale è la perdita della classe media. Senza una classe media forte, viene meno il pubblico naturale del Made in Italy. I costi delle materie prime e della produzione sono diventati altissimi, e questo spinge inevitabilmente verso la delocalizzazione. Ma il vero rischio è che, nel processo, si perda l’identità culturale del prodotto. Se perdiamo il sapere, la mano, la tradizione, perdiamo tutto».
Se potesse chiedere una cosa precisa al governo, concreta e immediata, quale sarebbe per difendere davvero il sistema moda italiano?
«Chiederei un intervento strutturale sul sistema: prima di tutto una forte riduzione dell’Iva sull’abbigliamento, riportandola a livelli più bassi come in passato, per rilanciare i consumi e sostenere la classe media. Poi servono politiche industriali vere per salvaguardare il nostro know-how: valorizzare i distretti tessili, incentivare la produzione interna e creare un sistema che formi nuove competenze. Bisogna anche avere il coraggio di integrare chi arriva in Italia, insegnando un mestiere e inserendolo nella filiera produttiva. È una questione sociale ma anche economica».
I mercati internazionali chiedono ancora «italianità» o stanno cambiando paradigma? Dove funziona di più oggi il brand Martino Midali?
«Il mercato internazionale ha ancora un grande bisogno di italianità, in senso ampio: cultura, stile di vita, qualità. Il problema è che oggi molti consumatori si rifugiano nel marchio, nella “griffe”, anche quando è falso, invece di cercare qualità e autenticità. Il mio prodotto funziona ovunque ci sia una donna consapevole: in tutta Italia, ma anche all’estero. Tuttavia oggi il prezzo è diventato un limite importante, perché anche chi ama il prodotto fatica ad acquistarlo».
Chi compra oggi moda è davvero più attento a qualità e provenienza o prevale ancora il prezzo?
«Il prezzo è diventato determinante. Fare qualità costa, e non tutti possono permettersela. Il rischio è che la qualità passi in secondo piano. Io continuo a credere che un capo debba durare nel tempo, essere vissuto, accompagnare la persona. Ma oggi questa visione è messa sotto pressione dai costi».
Come si è sviluppato il marchio Martino Midali nel tempo?
«Fin dall’inizio ho avuto un’idea chiara: creare capi che la donna potesse interpretare liberamente. Una delle prime rivoluzioni è stata introdurre l’elastico in vita: all’inizio sembrava una follia, poi è diventato un successo. Ho lavorato molto sui tessuti, rendendoli pratici, lavabili, confortevoli, anticipando un’esigenza reale della donna moderna. È stato un percorso lungo, fatto di sperimentazione, tentativi e coerenza».
La moda inclusiva è diventata una parola chiave: nel suo lavoro è una scelta autentica o il sistema la sta trasformando in moda del momento?
«Per me è sempre stata una scelta autentica. Inclusività significa creare capi che si adattino alla vita reale, a tutte le età e a tutte le forme, senza costrizioni. Oggi è diventata una parola di moda, ma per me è sempre stata sostanza: libertà di movimento, comfort, identità».
Quando dice che l’abito è uno spazio da vivere, sta andando contro l’idea tradizionale di moda?
«Sì, in parte. Non ho mai creduto in una moda che impone. L’abito non deve rappresentare lo stilista, ma la persona che lo indossa. Deve essere uno spazio in cui la donna si esprime, si muove, vive. Non una costrizione».
Il suo marchio è sempre stato indipendente: è stata una scelta o una necessità? E oggi rifarebbe lo stesso percorso?
«È stata una necessità legata alla mia personalità. Non riuscirei a fare un lavoro che non mi rappresenta. Non ho mai seguito altri modelli: ho sempre cercato dentro di me la mia strada. E sì, rifarei tutto esattamente allo stesso modo».
Guardando avanti, il futuro di Martino Midali sarà più nella continuità o nella rottura?
«Nella continuità con capacità di rottura. La continuità è la mia identità, la rottura è necessaria per evolvere. Il futuro è trovare questo equilibrio: cambiare senza tradire se stessi».
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Il modulo Halo della stazione Lunar Gateway in costruzione alla Thales Alenia di Torino (Getty Images)
«L’Italia metà dovere/e metà fortuna/Viva l’Italia/L’Italia sulla Luna…». Così cantava Francesco de Gregori nel 1979. Oggi si può dire che quei versi siano diventati la realtà con le missioni Artemis, alle quali l’industria aerospaziale italiana e l’Agenzia Spaziale Italiana hanno dato un contributo essenziale per il programma di ritorno e la successiva colonizzazione della Luna.
La missione Artemis II si è conclusa l’11 aprile 2026 con un successo. Dopo 9 giorni in cui gli astronauti hanno orbitato attorno al satellite terrestre, il rientro (la fase più pericolosa della missione) è avvenuto senza incidenti per il modulo spaziale, dopo l’impatto con l’atmosfera terrestre a 40.000 km/h. Nella progettazione di Orion, il vettore di Artemis, tanta tecnologia italiana nell’ESM, (European Service Module) il modulo di servizio.
Thales Alenia Space (consorzio tra Thales e Leonardo) ha realizzato a Torino la struttura metallica del modulo, lo scheletro in grado di reggere alle incredibili sollecitazioni e di supportare tutti gli elementi che lo compongono, grazie allla struttura composta da una serie di pannelli sandwich con pelli in fibra di carbonio e un'anima a nido d'ape in alluminio. Anche il sistema di raffreddamento, che previene il surriscaldamento della struttura e dei componenti elettronici è stata realizzata a Torino. Le piastre di raffreddamento, parte del sistema, sono invece nate a Modena, realizzate dalla Dtm Technologies, da 25 anni specializzata in costruzioni dedicate al settore aerospaziale, presente anche nelle missioni dello Space Shuttle e della Stazione spaziale internazionale (Iss).
L’industria italiana, si può dire, ha contribuito anche alla corretta ossigenazione dell’aria respirata dall’equipaggio di Artemis II, grazie alle valvole realizzate dalla CrioTec di Chivasso. Sempre in provincia di Torino, a Sommariva del Bosco, Alfa Meccanica ha fornito i 4 serbatoi da 80 litri d’acqua come riserva per gli astronauti durante i 9 giorni della missione. A poca distanza da Alfa Meccanica, a Pianezza (Torino), la Aviotec ha realizzato le reti a ragnatela chiamate «spidernets» che reggono la copertura in kevlar della parte inferiore del modulo ESM.
A Nerviano, nell’hinterland milanese, sono nati i pannelli solari che garantiscono al modulo l’alimentazione elettrica. Leonardo ha fornito le 4 «ali» composte a loro volta da 3 pannelli lunghi 7 metri ciascuno, che garantiscono una produzione di elettricità da 11 kilowatt.
Oltre alla realizzazione del modulo ESM, l’industria italiana sta contribuendo attivamente alle missioni Artemis anche per quanto riguarda le fasi future, vale a dire il prossimo allunaggio e i progetti di colonizzazione stabile del suolo lunare. Dal 2020, anno degli accordi di intesa tra Asi e Nasa sul programma spaziale dedicato alla Luna, l’industria aerospaziale italiana si è dedicata non soltanto alla realizzazione dei vettori, ma anche agli strumenti e alle strutture progettate per una presenza stabile dell’uomo sul satellite della Terra.
A Bassano del Grappa (Vicenza) ha preso forma uno strumento molto importante per le comunicazioni Terra-Luna, dopo gli accordi tra Asi e Nasa. Alla Quascom, in collaborazione con il Politecnico di Torino, è stato realizzato il LuGRE (Lunar Gnss Receiver Experiment), uno strumento tutto made in Italy in grado di captare ed amplificare i segnali satellitari sulla superficie della Luna, uno degli aspetti più problematici nelle fasi preliminari delle missioni Artemis, dato che i segnali sono fino a 10.000 volte più deboli di quelli captati sulla Terra dal Gps e dai satelliti come Galileo. Lo strumento si trova attualmente nel Mare delle Crisi sulla superficie lunare, dopo l’allunaggio avvenuto il 2 marzo 2025. Il LuGRE ha acquisito per la prima volta i segnali GPS oltre i 200.000 chilometri dalla Terra e di Galileo oltre l’orbita terrestre.
Un altro programma delle missioni Artemis parla italiano: si tratta di Halo. Il primo modulo abitativo cislunare agganciato a Lunar Gateway, stazione spaziale nell’orbita lunare per gli astronauti in viaggio, una collaborazione tra Nasa e l’Agenzia Spaziale Europea, dove l’Italia è partner principale. Costituito da 7 moduli simili a quelli della Iss, il Lunar Gateway permetterà agli astronauti di risiedere nell’orbita lunare anche per scopi scientifici per una permanenza fino a 3 mesi. Halo rappresenta il modulo abitativo della stazione, realizzato a Torino da Thales Alenia in collaborazione con l’americana Northrop Grumman. Sul progetto, attualmente gravano molte incertezze perché i tagli (circa il 24% del budget) decisi dall’attuale amministrazione Usa hanno temporaneamente congelato i piani riguardo al Lunar Gateway, indicando una priorità alla realizzazione di una base direttamente sulla superficie lunare, fatto che richiederebbe una totale riprogettazione dei componenti della stazione, Halo compreso.Continua a leggereRiduci