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2022-01-24
Tamponificio: 3 miliardi e rincari del 900%
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Batta un colpo chi non ha mai fatto un tampone. Abbiamo costretto anche i bambini a farsi infilare fastidiosi bastoncini nelle narici o sottoporsi a tamponi salivari antigenici. Il giro d’affari si è improvvisamente quintuplicato ed è cambiato con la variante Omicron. Si stima che esso muova sui 10 milioni di euro al giorno, cioè 3,6 miliardi di euro l’anno. D’altra parte, da settimane si fanno ogni giorno più di 1 milione di tamponi, tra quelli molecolari (riservati alle strutture sanitarie) e i test rapidi in farmacia per ottenere il green pass. Ora si fanno spazio i tamponi autodiagnostici, quelli che in Emilia Romagna permetteranno ai vaccinati con terza dose di dichiarare l’inizio e la fine di un eventuale isolamento. Ma quanto sono sicuri? Da dove arrivano? Chi ne garantisce la validità?
Sui tamponi si è sviluppato un grosso business, come in precedenza era toccato alle mascherine chirurgiche e agli altri dispositivi di protezione individuale che, dall’inizio della pandemia, sono stati considerati indispensabili per frenare la corsa del virus. Si pensava che il vaccino risolvesse tutto, che con le due dosi saremmo tornati alla normalità. Invece l’incubo non è affatto finito, ciclicamente arrivano nuove ondate, il virus è mutato e non si esce dalla morsa dell’emergenza. Poi è arrivato il green pass e i non vaccinati hanno dovuto farsi tamponi ogni due giorni.
Il mercato è esploso. E c’è chi si arricchisce, anche mettendo a rischio la salute degli ignari acquirenti. Tutto parte dalla Cina, dove si concentra il 90% della produzione mondiale. Nel resto del mondo solo pochissime aziende (una statunitense e alcune coreane) producono tamponi, ma a prezzi non competitivi in un mercato di squali che spesso agiscono ai confini della legalità. I tamponi vengono importati a prezzi irrisori rispetto al costo finale pagato dagli utenti, che soltanto nelle ultime settimane è stato calmierato dal governo a 15 euro. I produttori cinesi vendono a chiunque abbia liquidità e possa pagare in anticipo.
Controlli? Difficilissimi sugli importatori, molti dei quali si sono improvvisati tali soprattutto in quest’ultimo anno, semplicemente aggiungendo alla ragione sociale della propria attività la vendita di dispositivi sanitari. Chi può contatta i cinesi, ma spesso sono gli stessi produttori a intercettare i clienti tramite i canali social. Vendono lotti che, pur certificati, sono di prima generazione piuttosto che di ultima, quindi non idonei alla variante Omicron; hanno scadenza ravvicinata o sono falsi (quasi) perfetti.
Chi non ha la possibilità di approvvigionarsi da un mercato legale trova altre vie entrando - e non in punta di piedi - in una zona grigia, pericolosa soprattutto per la salute dei cittadini e per la battaglia contro un virus che ha privato tutti della normalità. È in questa zona grigia che si collocano i sempre più numerosi tamponi irregolari o perché provengono da mercati paralleli, o perché falsi, o infine perché non più performanti. Capire che cosa abbiamo in mano non è facile, occorre muoversi in una complessa rete in cui si intrecciano mercato regolare, parallelo e illegale.
Nel primo mercato rientrano la maggior parte dei tamponi che arrivano dai produttori con certificazione CE. Ci sono poi prodotti che, pur certificati, vengono venduti a prezzi stracciati perché in scadenza o di prima generazione. E ancora perché, acquistati in lotti da 20 pezzi, vengono venduti singolarmente dopo il riconfezionamento del prodotto, magari in ambienti non a norma, ovvero senza garantire una temperatura controllata, quindi con il rischio di alterare il tampone che, immesso sul mercato, non avrebbe neanche la garanzia del produttore. Il tutto per guadagnare pochi centesimi in più.
Non è finita. In circolazione si trovano anche tamponi non destinati all’Italia, quindi sprovvisti del bugiardino nella nostra lingua, reso obbligatorio dal codice del consumo. Ma che fanno gli importatori con minori scrupoli? Aprono le confezioni, sostituiscono il foglietto illustrativo con uno scritto in italiano e rivendono le scatole come fossero regolari. In questo caso i tamponi non provengono necessariamente dalla Cina, ma da Paesi anche europei, come Slovenia, Albania, Romania, Germania, Paesi Bassi.
In buona sostanza, per lucrare sui prezzi e ricevere tamponi con bugiardino in italiano, c’è chi si fa spedire i test, li spacchetta, cambia il bugiardino, li riconfeziona e li rietichetta, alterando il prodotto in un mercato dove la richiesta supera l’offerta. Così una commessa da 500.000 tamponi provenienti dal mercato parallelo può fruttare all’importatore furbetto 30 centesimi in più a confezione, per un totale di 150.000 euro.
È una pratica illegale. È vietato vendere dispositivi medici importati tramite parallel trade: a maggior ragione quando lo scopo è di fare soldi sulla pelle della gente. Nei Paesi di produzione queste attività sono autorizzate per il mercato interno, e ciò espone questi prodotti a un elevato rischio di contraffazione, e quindi di pericolo per la salute pubblica. Questo mercato grigio è generato da almeno tre fattori: la possibilità di rivendere tamponi simili agli originali, ma non identici; l’artificiale moltiplicazione degli intermediari; il sistema di riconfezionamento.
Al danno si unisce la beffa per i consumatori. Essi infatti spesso acquistano il tampone a prezzo pieno nella convinzione di trovarsi tra le mani un prodotto garantito. Ciò può accadere per i test commercializzati nella grande distribuzione e online, come per quelli destinati alla vendita nelle farmacie, come confermano i carabinieri del Nas. I militari del Nucleo antisofisticazioni e sanità dell’Arma, infatti, alle porte di Roma hanno sequestrato tamponi irregolari sia nei depositi di grossisti sia addirittura in alcune farmacie. I test anti Covid erano privi di certificazione e marchio CE.
I prezzi dei tamponi variano da regione a regione e bisogna fare i conti anche con venditori senza scrupoli che tentano di rifilare prodotti piazzandoli «porta a porta»: ogni sistema è buono quando la richiesta è altissima. Per non parlare del mercato online che è il terreno privilegiato dai commercianti che sguazzano nell’area grigia. Un mercato pericoloso nel quale è difficile muoversi, soprattutto per chi non è esperto, e che è aumentato con la grande diffusione dei tamponi di autodiagnosi. La loro attendibilità è la più bassa tra tutti i tipi di test e alcune regioni vorrebbero addirittura introdurli come prova sufficiente a porre termine alla quarantena. In realtà, si moltiplicano i casi in cui i risultati dei tamponi di autodiagnosi faidate divergono da quelli rapidi effettuati in farmacia. Non sempre la colpa di un esito falsato è dovuta all’inesperienza dell’utente, ma alle criticità legate alle vendite e ai controlli.
«Compro in Cina a 1,30 euro, la gente ne paga 12. Con ricarichi del 923%»
Andrea Orlando ha una ditta in Emilia Romagna che, con l’arrivo della pandemia, ha iniziato a importare dispositivi di protezione e tamponi.
Che cosa l’ha spinta a lanciarsi in questo commercio?
«Sono stati i produttori cinesi a propormi di importare mascherine chirurgiche e poi tamponi. Erano gli stessi produttori con i quali, prima della pandemia, commerciavo ricambi per cellulari».
Dai telefonini ai dispositivi sanitari?
«Io importavo ricambi per cellulari e mi fornivo da loro. Con la pandemia l’attività ha registrato una battuta di arresto e ho accettato l’offerta. Ora la ragione sociale della mia ditta comprende anche la vendita di dpi».
Dal 2020 com’è cambiata la sua attività?
«Nel 2020 lavoravo con una trentina di intermediari, cioè di grossisti, e ho ricevuto circa 600.000 richieste di tamponi. Da agosto 2021 sono aumentate vertiginosamente: ogni intermediario mi chiede 500.000 tamponi. C’è chi, in un solo giorno, ne ha venduti anche 1 milione».
Parliamo di costi.
«Nel 2020 il prezzo del tampone a me riservato era di 57 centesimi. E sono un importatore molto piccolo rispetto alle grandi realtà. Non escludo che ad altri fossero praticati prezzi inferiori».
Ma il consumatore paga da 6 a 15 euro un tampone: i ricarichi sono altissimi.
«Al costo pagato al fornitore io devo aggiungere i costi di spedizione, trasporto, sdoganamento, stoccaggio e dazi. Arriviamo a 80 centesimi. Poi c’è il mio guadagno: 15 centesimi. E le garantisco che c’è chi ne realizza molti di più».
Quindi lei al distributore chiede 95 centesimi.
«Esatto. L’intermediario a sua volta fa lievitare il prezzo a 1,90 euro per i grossisti farmaceutici e la grande distribuzione organizzata. Ma di quei circuiti non conosco le logiche».
Oggi, dopo l’impennata della domanda indotta dal green pass, paga ai produttori cinesi sempre 57 centesimi a tampone?
«Ovviamente no. Prima mi hanno chiesto 95 centesimi e ora importo a 1,30, anche 1,40 euro spese incluse, mantenendo inalterato il ricarico di 15 centesimi. Il prezzo che pratico al distributore è di circa 1,45 euro. Il distributore fa il suo ricarico, ma credo che a farmacie, negozi al dettaglio e grande distribuzione non costi più di 2,90-3 euro a pezzo. Ricordo che i test rapidi a uso professionale non costano più di 1,40 euro, ma vengono venduti a 15».
Guadagni facili sulla pelle della gente. È corretto?
«Da imprenditore credo sia giusto guadagnare, ma da 1,30 euro (il mio costo di acquisto) a 12 euro (il prezzo medio pagato in farmacia per i test rapidi) il ricarico è del 923%. È davvero eccessivo. In Germania, per esempio, nei market 5 tamponi rapidi costano in tutto 3,75 euro».
Ha mai ricevuto proposte dal mercato irregolare?
«Sì, di tamponi senza bugiardino in lingua italiana, ma non ho accettato. È una giungla nella quale, purtroppo, il rischio (cioè il fermo amministrativo) è minimo rispetto al guadagno. Sulle grandi quantità ogni importatore può guadagnare cifre astronomiche, ma il prezzo che gli ignari cittadini rischiano di pagare in termini di salute è elevato. Un test alterato non è sicuro, quindi è inattendibile, ma può essere utilizzato per il lavoro o per uscire dalla quarantena».
È facile fare entrare in Italia i tamponi cinesi non a norma?
«No, i controlli sono severi, ma c’è il rischio che arrivino attraverso altri Paesi europei. Le merci che provengono dall’Unione europea non sono sottoposte a controlli doganali».
E come si consuma la frode?
«Si fanno arrivare in Europa prodotti cinesi non destinati all’Italia, si aprono le scatole per sostituire il bugiardino originale con uno in italiano e magari si spacchettano lotti da 25 o 50 pezzi per ottenere confezioni singole. Operazione che procura guadagni colossali, ma avviene in ambienti non idonei e compromette la qualità del prodotto. Personalmente ho sempre rifiutato tamponi con il bugiardino in altre lingue e mi sono sempre affidato a fornitori a norma».
Anche i produttori, oltre ai grossisti, non si fanno troppi scrupoli?
«Sono dei venditori... Se paghi in anticipo sono molto gentili, ma è successo che abbiano aumentato il prezzo dei tamponi a commessa chiusa e pagamento effettuato. E se non paghi la differenza, non esitano a restituirti i soldi per vendere i tamponi al miglior offerente».
Tamponi all’asta?
«Sono successe cose al limite dell’immaginabile, e probabilmente non solo in Cina. A dicembre, nel picco del rilascio di green pass tramite tampone rapido professionale in farmacia, in una sola settimana e solo per un prodotto erano giunte alla Cina dall’Europa oltre 100 milioni di richieste. Mesi prima alcuni importatori avevano prenotato e pagato i tamponi, ma i venditori hanno trasformato alcune aziende in veri e propri centri di bagarinaggio».
Tamponi essenziali per la salute e la vita civile di milioni di persone trattati come un biglietto per lo stadio o un concerto?
«Alla presenza di emissari è stata organizzata un’asta di tamponi. E parliamo di partite che gli importatori avevano già pagato ed erano in attesa di ricevere. Questo spiega anche perché in certi momenti ci sono stati anche ritardi nelle forniture».
«Sequestrati nelle farmacie kit a rischio di alterazioni»
Sicurezza dei tamponi, mercato nero, controlli: ne parliamo con il maggiore Dario Praturlon, comandante dei Nas carabinieri di Roma.
Dai molecolari ai self test: com’è cambiato il mercato?
«Con il boom di richieste legato al green pass sono aumentate anche le irregolarità. Inizialmente abbiamo chiuso strutture e laboratori che eseguivano tamponi senza l’autorizzazione delle Regioni o addirittura completamente abusivi. Ora sono cresciute soprattutto le forniture di tamponi antigenici rapidi irregolari».
Quanti sequestri avete effettuato?
«Dall’inizio del 2020 i Nas hanno sequestrato 357.000 tamponi, soprattutto rapidi e meno molecolari, ma il grosso (305.000), l’abbiamo fatto da agosto 2021. Erano destinati sia alla vendita al dettaglio, sia all’uso professionale. Abbiamo anche trovato tamponi antigenici rapidi irregolari ed effettuato sequestri nelle farmacie, o di prodotti a esse destinati, sprovvisti del bugiardino in italiano o riconfezionati, quindi a rischio di alterazione. La manomissione delle confezioni annulla la garanzia del produttore, spesso cinese».
Quali i rischi maggiori?
«Se provengono dal mercato irregolare, potrebbero, come è avvenuto, dare un esito alterato. Tutto è possibile, anche che i farmacisti utilizzino tamponi provenienti dal mercato irregolare o vendano self test provenienti dallo stesso mercato. A ciò si aggiunge l’uso di tamponi rapidi autodiagnostici comprati su Internet. Dobbiamo sequestrare anche i tamponi senza bugiardino in italiano, che è previsto dal codice del consumo».
Gli illeciti più frequenti?
«L’importazione e la distribuzione all’ingrosso. Le irregolarità sono spesso legate alle confezioni: prive o con marcatura fraudolenta CE. Un prodotto con gravi criticità non è attendibile».
Casi particolari?
«A Latina abbiamo sequestrato 2.100 tamponi privi di indicazioni in italiano destinati, verosimilmente, sia alle farmacie sia alla vendita al dettaglio. Nella periferia della capitale il Nas di Roma ha individuato un deposito abusivo dove venivano riconfezionati kit antigenici rapidi di produzione cinese destinati al mercato olandese. La Procura di Civitavecchia ha aperto un fascicolo penale. I kit venivano prelevati dalla scatola originale per essere venduti singolarmente una volta dotati di un bugiardino in italiano. Nell’occasione 38 cittadini italiani, che lavoravano senza contratto, sono stati identificati e il proprietario del deposito è stato denunciato per sfruttamento del lavoro nero».
Aumentando la richiesta cresce anche l’offerta. È, quindi, più difficile il controllo?
«Setacciare un lago più ampio è più dispendioso se il numero di uomini da impegnare è sempre lo stesso. Controllare il mercato al dettaglio diventa impossibile. Pertanto puntiamo ai livelli superiori della filiera commerciale: importazione e distribuzione all’ingrosso. Senza, ovviamente, trascurare le verifiche di idoneità dei test rapidi nelle farmacie e nelle strutture pubbliche. Non si può escludere che ci siano criticità nella gestione dei test rapidi in farmacia, soprattutto nel rilascio della certificazione che attesta la positività o la negatività del soggetto».
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Il mercato dei test Covid ormai vale un pezzo di Pil. Solo che tra intermediari senza scrupoli, portali Web privi di filtri e kit vecchi il mercato nero è incontenibile. Mentre il green pass ha fatto schizzare i prezzi.Parla Andrea Orlando, un importatore dell’Emilia: «In Germania 3,50 euro bastano per un pacchetto di 5 esami rapidi, da noi il green pass ha fatto impazzire la catena di approvvigionamento. I produttori hanno anche organizzato aste».Il comandante dei Nas di Roma, Dario Praturlon: «Dall’inizio della pandemia 357.000 requisizioni. Più uomini per i controlli».Lo speciale contiene tre articoli.Batta un colpo chi non ha mai fatto un tampone. Abbiamo costretto anche i bambini a farsi infilare fastidiosi bastoncini nelle narici o sottoporsi a tamponi salivari antigenici. Il giro d’affari si è improvvisamente quintuplicato ed è cambiato con la variante Omicron. Si stima che esso muova sui 10 milioni di euro al giorno, cioè 3,6 miliardi di euro l’anno. D’altra parte, da settimane si fanno ogni giorno più di 1 milione di tamponi, tra quelli molecolari (riservati alle strutture sanitarie) e i test rapidi in farmacia per ottenere il green pass. Ora si fanno spazio i tamponi autodiagnostici, quelli che in Emilia Romagna permetteranno ai vaccinati con terza dose di dichiarare l’inizio e la fine di un eventuale isolamento. Ma quanto sono sicuri? Da dove arrivano? Chi ne garantisce la validità?Sui tamponi si è sviluppato un grosso business, come in precedenza era toccato alle mascherine chirurgiche e agli altri dispositivi di protezione individuale che, dall’inizio della pandemia, sono stati considerati indispensabili per frenare la corsa del virus. Si pensava che il vaccino risolvesse tutto, che con le due dosi saremmo tornati alla normalità. Invece l’incubo non è affatto finito, ciclicamente arrivano nuove ondate, il virus è mutato e non si esce dalla morsa dell’emergenza. Poi è arrivato il green pass e i non vaccinati hanno dovuto farsi tamponi ogni due giorni.Il mercato è esploso. E c’è chi si arricchisce, anche mettendo a rischio la salute degli ignari acquirenti. Tutto parte dalla Cina, dove si concentra il 90% della produzione mondiale. Nel resto del mondo solo pochissime aziende (una statunitense e alcune coreane) producono tamponi, ma a prezzi non competitivi in un mercato di squali che spesso agiscono ai confini della legalità. I tamponi vengono importati a prezzi irrisori rispetto al costo finale pagato dagli utenti, che soltanto nelle ultime settimane è stato calmierato dal governo a 15 euro. I produttori cinesi vendono a chiunque abbia liquidità e possa pagare in anticipo. Controlli? Difficilissimi sugli importatori, molti dei quali si sono improvvisati tali soprattutto in quest’ultimo anno, semplicemente aggiungendo alla ragione sociale della propria attività la vendita di dispositivi sanitari. Chi può contatta i cinesi, ma spesso sono gli stessi produttori a intercettare i clienti tramite i canali social. Vendono lotti che, pur certificati, sono di prima generazione piuttosto che di ultima, quindi non idonei alla variante Omicron; hanno scadenza ravvicinata o sono falsi (quasi) perfetti.Chi non ha la possibilità di approvvigionarsi da un mercato legale trova altre vie entrando - e non in punta di piedi - in una zona grigia, pericolosa soprattutto per la salute dei cittadini e per la battaglia contro un virus che ha privato tutti della normalità. È in questa zona grigia che si collocano i sempre più numerosi tamponi irregolari o perché provengono da mercati paralleli, o perché falsi, o infine perché non più performanti. Capire che cosa abbiamo in mano non è facile, occorre muoversi in una complessa rete in cui si intrecciano mercato regolare, parallelo e illegale.Nel primo mercato rientrano la maggior parte dei tamponi che arrivano dai produttori con certificazione CE. Ci sono poi prodotti che, pur certificati, vengono venduti a prezzi stracciati perché in scadenza o di prima generazione. E ancora perché, acquistati in lotti da 20 pezzi, vengono venduti singolarmente dopo il riconfezionamento del prodotto, magari in ambienti non a norma, ovvero senza garantire una temperatura controllata, quindi con il rischio di alterare il tampone che, immesso sul mercato, non avrebbe neanche la garanzia del produttore. Il tutto per guadagnare pochi centesimi in più.Non è finita. In circolazione si trovano anche tamponi non destinati all’Italia, quindi sprovvisti del bugiardino nella nostra lingua, reso obbligatorio dal codice del consumo. Ma che fanno gli importatori con minori scrupoli? Aprono le confezioni, sostituiscono il foglietto illustrativo con uno scritto in italiano e rivendono le scatole come fossero regolari. In questo caso i tamponi non provengono necessariamente dalla Cina, ma da Paesi anche europei, come Slovenia, Albania, Romania, Germania, Paesi Bassi. In buona sostanza, per lucrare sui prezzi e ricevere tamponi con bugiardino in italiano, c’è chi si fa spedire i test, li spacchetta, cambia il bugiardino, li riconfeziona e li rietichetta, alterando il prodotto in un mercato dove la richiesta supera l’offerta. Così una commessa da 500.000 tamponi provenienti dal mercato parallelo può fruttare all’importatore furbetto 30 centesimi in più a confezione, per un totale di 150.000 euro. È una pratica illegale. È vietato vendere dispositivi medici importati tramite parallel trade: a maggior ragione quando lo scopo è di fare soldi sulla pelle della gente. Nei Paesi di produzione queste attività sono autorizzate per il mercato interno, e ciò espone questi prodotti a un elevato rischio di contraffazione, e quindi di pericolo per la salute pubblica. Questo mercato grigio è generato da almeno tre fattori: la possibilità di rivendere tamponi simili agli originali, ma non identici; l’artificiale moltiplicazione degli intermediari; il sistema di riconfezionamento. Al danno si unisce la beffa per i consumatori. Essi infatti spesso acquistano il tampone a prezzo pieno nella convinzione di trovarsi tra le mani un prodotto garantito. Ciò può accadere per i test commercializzati nella grande distribuzione e online, come per quelli destinati alla vendita nelle farmacie, come confermano i carabinieri del Nas. I militari del Nucleo antisofisticazioni e sanità dell’Arma, infatti, alle porte di Roma hanno sequestrato tamponi irregolari sia nei depositi di grossisti sia addirittura in alcune farmacie. I test anti Covid erano privi di certificazione e marchio CE.I prezzi dei tamponi variano da regione a regione e bisogna fare i conti anche con venditori senza scrupoli che tentano di rifilare prodotti piazzandoli «porta a porta»: ogni sistema è buono quando la richiesta è altissima. Per non parlare del mercato online che è il terreno privilegiato dai commercianti che sguazzano nell’area grigia. Un mercato pericoloso nel quale è difficile muoversi, soprattutto per chi non è esperto, e che è aumentato con la grande diffusione dei tamponi di autodiagnosi. La loro attendibilità è la più bassa tra tutti i tipi di test e alcune regioni vorrebbero addirittura introdurli come prova sufficiente a porre termine alla quarantena. In realtà, si moltiplicano i casi in cui i risultati dei tamponi di autodiagnosi faidate divergono da quelli rapidi effettuati in farmacia. Non sempre la colpa di un esito falsato è dovuta all’inesperienza dell’utente, ma alle criticità legate alle vendite e ai controlli.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tamponi-mercato-nero-affari-oro-2656463183.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="compro-in-cina-a-130-euro-la-gente-ne-paga-12-con-ricarichi-del-923" data-post-id="2656463183" data-published-at="1642958450" data-use-pagination="False"> «Compro in Cina a 1,30 euro, la gente ne paga 12. Con ricarichi del 923%» Andrea Orlando ha una ditta in Emilia Romagna che, con l’arrivo della pandemia, ha iniziato a importare dispositivi di protezione e tamponi. Che cosa l’ha spinta a lanciarsi in questo commercio? «Sono stati i produttori cinesi a propormi di importare mascherine chirurgiche e poi tamponi. Erano gli stessi produttori con i quali, prima della pandemia, commerciavo ricambi per cellulari». Dai telefonini ai dispositivi sanitari? «Io importavo ricambi per cellulari e mi fornivo da loro. Con la pandemia l’attività ha registrato una battuta di arresto e ho accettato l’offerta. Ora la ragione sociale della mia ditta comprende anche la vendita di dpi». Dal 2020 com’è cambiata la sua attività? «Nel 2020 lavoravo con una trentina di intermediari, cioè di grossisti, e ho ricevuto circa 600.000 richieste di tamponi. Da agosto 2021 sono aumentate vertiginosamente: ogni intermediario mi chiede 500.000 tamponi. C’è chi, in un solo giorno, ne ha venduti anche 1 milione». Parliamo di costi. «Nel 2020 il prezzo del tampone a me riservato era di 57 centesimi. E sono un importatore molto piccolo rispetto alle grandi realtà. Non escludo che ad altri fossero praticati prezzi inferiori». Ma il consumatore paga da 6 a 15 euro un tampone: i ricarichi sono altissimi. «Al costo pagato al fornitore io devo aggiungere i costi di spedizione, trasporto, sdoganamento, stoccaggio e dazi. Arriviamo a 80 centesimi. Poi c’è il mio guadagno: 15 centesimi. E le garantisco che c’è chi ne realizza molti di più». Quindi lei al distributore chiede 95 centesimi. «Esatto. L’intermediario a sua volta fa lievitare il prezzo a 1,90 euro per i grossisti farmaceutici e la grande distribuzione organizzata. Ma di quei circuiti non conosco le logiche». Oggi, dopo l’impennata della domanda indotta dal green pass, paga ai produttori cinesi sempre 57 centesimi a tampone? «Ovviamente no. Prima mi hanno chiesto 95 centesimi e ora importo a 1,30, anche 1,40 euro spese incluse, mantenendo inalterato il ricarico di 15 centesimi. Il prezzo che pratico al distributore è di circa 1,45 euro. Il distributore fa il suo ricarico, ma credo che a farmacie, negozi al dettaglio e grande distribuzione non costi più di 2,90-3 euro a pezzo. Ricordo che i test rapidi a uso professionale non costano più di 1,40 euro, ma vengono venduti a 15». Guadagni facili sulla pelle della gente. È corretto? «Da imprenditore credo sia giusto guadagnare, ma da 1,30 euro (il mio costo di acquisto) a 12 euro (il prezzo medio pagato in farmacia per i test rapidi) il ricarico è del 923%. È davvero eccessivo. In Germania, per esempio, nei market 5 tamponi rapidi costano in tutto 3,75 euro». Ha mai ricevuto proposte dal mercato irregolare? «Sì, di tamponi senza bugiardino in lingua italiana, ma non ho accettato. È una giungla nella quale, purtroppo, il rischio (cioè il fermo amministrativo) è minimo rispetto al guadagno. Sulle grandi quantità ogni importatore può guadagnare cifre astronomiche, ma il prezzo che gli ignari cittadini rischiano di pagare in termini di salute è elevato. Un test alterato non è sicuro, quindi è inattendibile, ma può essere utilizzato per il lavoro o per uscire dalla quarantena». È facile fare entrare in Italia i tamponi cinesi non a norma? «No, i controlli sono severi, ma c’è il rischio che arrivino attraverso altri Paesi europei. Le merci che provengono dall’Unione europea non sono sottoposte a controlli doganali». E come si consuma la frode? «Si fanno arrivare in Europa prodotti cinesi non destinati all’Italia, si aprono le scatole per sostituire il bugiardino originale con uno in italiano e magari si spacchettano lotti da 25 o 50 pezzi per ottenere confezioni singole. Operazione che procura guadagni colossali, ma avviene in ambienti non idonei e compromette la qualità del prodotto. Personalmente ho sempre rifiutato tamponi con il bugiardino in altre lingue e mi sono sempre affidato a fornitori a norma». Anche i produttori, oltre ai grossisti, non si fanno troppi scrupoli? «Sono dei venditori... Se paghi in anticipo sono molto gentili, ma è successo che abbiano aumentato il prezzo dei tamponi a commessa chiusa e pagamento effettuato. E se non paghi la differenza, non esitano a restituirti i soldi per vendere i tamponi al miglior offerente». Tamponi all’asta? «Sono successe cose al limite dell’immaginabile, e probabilmente non solo in Cina. A dicembre, nel picco del rilascio di green pass tramite tampone rapido professionale in farmacia, in una sola settimana e solo per un prodotto erano giunte alla Cina dall’Europa oltre 100 milioni di richieste. Mesi prima alcuni importatori avevano prenotato e pagato i tamponi, ma i venditori hanno trasformato alcune aziende in veri e propri centri di bagarinaggio». Tamponi essenziali per la salute e la vita civile di milioni di persone trattati come un biglietto per lo stadio o un concerto? «Alla presenza di emissari è stata organizzata un’asta di tamponi. E parliamo di partite che gli importatori avevano già pagato ed erano in attesa di ricevere. 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Ora sono cresciute soprattutto le forniture di tamponi antigenici rapidi irregolari». Quanti sequestri avete effettuato? «Dall’inizio del 2020 i Nas hanno sequestrato 357.000 tamponi, soprattutto rapidi e meno molecolari, ma il grosso (305.000), l’abbiamo fatto da agosto 2021. Erano destinati sia alla vendita al dettaglio, sia all’uso professionale. Abbiamo anche trovato tamponi antigenici rapidi irregolari ed effettuato sequestri nelle farmacie, o di prodotti a esse destinati, sprovvisti del bugiardino in italiano o riconfezionati, quindi a rischio di alterazione. La manomissione delle confezioni annulla la garanzia del produttore, spesso cinese». Quali i rischi maggiori? «Se provengono dal mercato irregolare, potrebbero, come è avvenuto, dare un esito alterato. Tutto è possibile, anche che i farmacisti utilizzino tamponi provenienti dal mercato irregolare o vendano self test provenienti dallo stesso mercato. A ciò si aggiunge l’uso di tamponi rapidi autodiagnostici comprati su Internet. Dobbiamo sequestrare anche i tamponi senza bugiardino in italiano, che è previsto dal codice del consumo». Gli illeciti più frequenti? «L’importazione e la distribuzione all’ingrosso. Le irregolarità sono spesso legate alle confezioni: prive o con marcatura fraudolenta CE. Un prodotto con gravi criticità non è attendibile». Casi particolari? «A Latina abbiamo sequestrato 2.100 tamponi privi di indicazioni in italiano destinati, verosimilmente, sia alle farmacie sia alla vendita al dettaglio. Nella periferia della capitale il Nas di Roma ha individuato un deposito abusivo dove venivano riconfezionati kit antigenici rapidi di produzione cinese destinati al mercato olandese. La Procura di Civitavecchia ha aperto un fascicolo penale. I kit venivano prelevati dalla scatola originale per essere venduti singolarmente una volta dotati di un bugiardino in italiano. Nell’occasione 38 cittadini italiani, che lavoravano senza contratto, sono stati identificati e il proprietario del deposito è stato denunciato per sfruttamento del lavoro nero». Aumentando la richiesta cresce anche l’offerta. È, quindi, più difficile il controllo? «Setacciare un lago più ampio è più dispendioso se il numero di uomini da impegnare è sempre lo stesso. Controllare il mercato al dettaglio diventa impossibile. Pertanto puntiamo ai livelli superiori della filiera commerciale: importazione e distribuzione all’ingrosso. Senza, ovviamente, trascurare le verifiche di idoneità dei test rapidi nelle farmacie e nelle strutture pubbliche. Non si può escludere che ci siano criticità nella gestione dei test rapidi in farmacia, soprattutto nel rilascio della certificazione che attesta la positività o la negatività del soggetto».
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Dall’anno scorso, per questa ragione, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato un’istruttoria sull’operato di Dolomiti Superski e sulle sue presunte violazioni delle norme di libera concorrenza. Federconsorzi Dolomiti Superski e i 12 consorzi che ne fanno parte (tra le province di Bolzano, Trento e Belluno) hanno risposto negoziando una serie di proposte. La più discussa riguarderebbe un rimborso skipass per le stagioni 2022/23, 2023/24, 2024/25. Verrebbero messi sul piatto 30 milioni di euro, cifra che potrebbe corrispondere proprio a quella della sanzione massima che l’Agcm potrebbe infliggere all’azienda in caso di violazioni accertate, pari al 10% del suo fatturato. L’erogazione di 30 milioni sarebbe prevista in due forme: come «rimborso diretto monetario», pari al 20% del prezzo di uno skipass plurigiornaliero acquistato nelle ultime tre stagioni concluse, 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025, e a tal fine sarebbe garantito un tetto di 12 milioni. Oppure come sconto sull’acquisto di uno skipass futuro (pari al 30% del precedente esborso, con 18 milioni disponibili). Tuttavia Assoutenti non pare soddisfatta. «La soluzione non convince», afferma il presidente Gabriele Melluso, «i rimborsi saranno di entità diversa a seconda della scelta del consumatore di ottenere un indennizzo in denaro o un buono sconto su acquisti futuri, circostanza che crea discriminazioni e induce gli utenti ad acquistare nuovi skipass se vogliono ottenere il più alto vantaggio possibile. Inoltre i rimborsi arriveranno solo a chi si attiverà prima, e una volta terminato il fondo messo a disposizione, chi presenterà la richiesta, pur avendo diritto a ottenere un indennizzo, rimarrà a mani vuote». Non comparirebbe inoltre tra gli impegni la volontà di abbassare per tutti gli sciatori le tariffe skipass. In effetti l’erogazione dei risarcimenti sarà garantita dal meccanismo «first come, first served», cioè chi prima arriva, meglio alloggia. Ma non è l’unico argomento di discussione. Tra le proposte riparatrici avanzate da Dolomiti Superski, quella di «garantire piena libertà decisionale» ai consorzi «in merito a prezzi e sconti degli skipass, eliminando ogni asserita forma di coordinamento delle politiche commerciali», rendendo ciascuno libero di «determinare autonomamente la propria strategia». La proposta sarebbe quella di eliminare «tutte le indicazioni dirette o indirette di prezzo», dunque «le tre fasce di prezzi/sconti nelle quali fino a oggi venivano collocati i consorzi e le stesse soglie di sconto minimo e massimo». Dopodiché sarebbe stata prospettata l’eliminazione «di qualsivoglia forma di coordinamento» delle promozioni, eccezion fatta per la facoltà del Superski di richiedere ai consorzi di aderire al «Dolomiti Superpremière» e ai «Dolomiti Springdays». C’è tempo fino al 27 maggio per accogliere i rilievi del caso, fino alla decisione finale dell’Autorità.
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Luca Di Donna e Francesco Alcaro
Dopo Giovanni Buini e Dario Bianchi, ieri è stato il turno di Francesco Alcaro, imprenditore informatico fondatore della società Jarvit Srl, convocato dalla commissione Covid dopo che, lo scorso 15 aprile, Giacomo Amadori sulla Verità aveva pubblicato il contratto che legava l’imprenditore a Di Donna (che lavorava nello studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier grillino). Alcaro, che nel 2020 stava lavorando su un progetto da 3 milioni di euro, ha riferito di essere stato approcciato da Di Donna ed Esposito i quali, in cambio della loro intermediazione, hanno richiesto una percentuale del 5% sul valore del progetto. Il manager ha sottoscritto il contratto raccontando che, quando ha ricevuto la mail dell’ex collega di Conte con la proposta, è andato a controllare sul sito dello studio Alpa chi fossero i componenti: «Ho fatto delle ricerche e ho ritenuto in quel caso che lo studio Alpa avesse una competenza molto importante perché c’erano figure che erano molto esposte e con esperienza». Quali? «Giuseppe Conte, ad esempio», è stata la replica di Alcaro.
L’imprenditore, una volta resosi conto che il lavoro sarebbe rimasto interamente in capo alla sua società («Il peso della realizzazione del progetto era al 90% sulla mia società e al 10% su di loro»), ha poi deciso di risolvere il contratto. La vicenda sarebbe finita qui, secondo Alfonso Colucci, capogruppo M5s in commissione Covid, che in una nota ha dichiarato che l’audizione di Alcaro è stata «un flop […] nel vano tentativo di far pronunciare ad Alcaro un addebito a carico di Conte o quantomeno dello stesso Di Donna».
Molte cose, però, non tornano. La prima è che Di Donna ed Esposito hanno mandato all’imprenditore le loro email, inerenti la realizzazione del piano da 3 milioni, proprio dal dominio internet dello studio Alpa dove, fino all’anno prima, Conte ha svolto la sua attività professionale: «Quello che ha determinato la mia scelta è stato proprio lo studio Alpa. Se la mail fosse arrivata da un altro indirizzo probabilmente ci avrei pensato molto di più», ha rivelato il manager. La seconda è che non è stato l’imprenditore a contattare Di Donna ed Esposito ma viceversa: nella testimonianza, Alcaro ha dichiarato di non ricordare se la prima telefonata operativa la avesse fatta lui o i due avvocati, ma ha confermato al presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) che sono stati proprio i due legali a proporre alla Jarvit i servizi e non lui ad averli cercati. Incalzato da Alice Buonguerrieri (Fdi), che gli chiedeva per quale motivo avesse accettato condizioni contrattuali capestro, la risposta di Alcaro è stata chiara: il fondatore della Jarvit ha confermato che Di Donna si era reso «certo della possibile riuscita del progetto». Ed è quantomeno curiosa questa certezza a fronte di una prestazione dei due avvocati che, a detta dell’imprenditore, non è stata soddisfacente.
«Quale attività avrebbe, dunque, dovuto fare il collega di Conte a fronte della richiesta di centinaia di migliaia di euro di parcella?», ha commentato Buonguerrieri. «Siamo ancora una volta di fronte a un’anomala ed enorme richiesta di denaro coperta dal solito contratto di consulenza farlocco, come già emerso nei casi di Giovanni Buini e Dario Bianchi. Fratelli d’Italia andrà fino in fondo a questa vicenda per capire come e perché un collega dell’allora premier Giuseppe Conte potesse avere tale accesso ai gangli decisionali del potere», ha concluso Buonguerrieri.
«L’audizione di oggi in commissione Covid ha visto per la terza volta un testimone affermare che in piena pandemia l’avvocato Luca Di Donna, collega di studio dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, era intento a procacciare affari richiedendo percentuali a proprio favore. Questa nuova testimonianza rende ineludibili ulteriori indagini per appurare quanto Giuseppe Conte sapesse dell’operato di un suo collega di studio», hanno aggiunto Galeazzo Bignami e Lucio Malan, presidenti rispettivamente dei deputati e dei senatori di Fratelli d’Italia.
Resta da capire, in effetti, per quale motivo Conte non abbia ancora preso iniziative nei confronti dell’ex collega di studio. Certo è che la provocazione dell’ex premier lanciata in Aula contro i deputati di Fdi affinché facciano a meno dell’immunità per poi «vedersela in tribunale» lascia il tempo che trova: l’immunità parlamentare è funzionale all’incarico e i deputati non possono, sic et simpliciter, rinunciarvi. Dovrebbe essere semmai la giunta per le autorizzazioni a procedere a valutare, caso per caso, se revocarla, ma è difficile che lo faccia in assenza di denunce.
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Tra esse, in particolare, quella contenuta nel comma 3 dell’articolo 29, che abroga l’articolo 142 del Testo unico sulle spese di giustizia, in cui era prevista l’assistenza legale gratuita a favore degli stranieri extracomunitari nei processi avverso i provvedimenti di espulsione amministrativa adottati ai sensi dell’articolo 13 del decreto legislativo numero 286 del 1998. Si tratta di un primo, timido segnale della finalmente avvertita necessità di contrastare in qualche modo il fenomeno costituito dalla indiscriminata possibilità offerta a qualsiasi straniero extracomunitario entrato irregolarmente in Italia di avvalersi di assistenza legale a spese dello Stato per esperire tutti i possibili mezzi di impugnazione consentiti dal nostro ordinamento avverso i provvedimenti adottati nei suoi confronti sulla base della vigente normativa in materia di immigrazione.
Si tratta, però, appunto, soltanto di un timido segnale che, di fatto, sembra destinato a lasciare le cose come stanno. Tanto per cominciare, infatti, resta intatta la possibilità, per lo straniero extracomunitario, di ottenere l’ordinaria ammissione al patrocinio a spese dello Stato sulla base di una semplice e incontrollabile autocertificazione circa l’inesistenza o l’insufficienza di redditi prodotti all’estero, quando - come in realtà avviene, per le più varie ragioni, nella grande maggioranza dei casi - si ritenga che egli si sia trovato nell’impossibilità di ottenere una certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, come richiesto dall’articolo 79, comma 2, del Testo unico sulle spese di giustizia. Ciò sulla base della sentenza della Corte costituzionale numero 157 del 2021, dichiarativa della parziale incostituzionalità di detta ultima norma, appunto nella parte in cui non prevedeva che, in caso di impossibilità di ottenere la certificazione consolare, alla sua mancanza potesse supplirsi con un’autocertificazione dell’interessato. Secondariamente, resta pure intatta la previsione, contenuta nell’articolo 14, comma 4, del citato decreto legislativo numero 286/1998, in base alla quale lo straniero extracomunitario è in ogni caso ammesso al patrocinio a spese dello Stato nel procedimento di convalida del provvedimento con il quale viene disposto, in vista dell’espulsione, il suo trattenimento in un centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Così come, infine, resta intatta la previsione dell’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo numero 25 del 2008, per la quale, ai fini delle impugnazioni delle decisioni in materia di riconoscimento dello status di rifugiato o di altre forme di protezione internazionale, lo straniero - per via del richiamo all’articolo 94 del Testo unico sulle spese di giustizia che, a sua volta, richiama il già citato articolo 79, comma 2, del medesimo Testo unico - è ammesso al patrocinio a spese dello Stato alla sola condizione, per quanto riguarda il requisito reddituale, costituita dalla produzione della stessa autocertificazione prevista dalla sentenza della Corte costituzionale di cui si è detto in precedenza.
Vi è, peraltro, da osservare, a quest’ultimo proposito, che nella medesima sentenza si afferma che dovrebbe essere onere dell’interessato provare «di aver compiuto tutto quanto esigibile secondo correttezza e diligenza» per ottenere, senza poi esservi riuscito, la certificazione da parte dell’autorità consolare del suo Paese, solo a tale condizione potendosi ammettere che essa sia sostituita dall’autocertificazione dello stesso interessato. Ma la verifica di tale condizione, nella pratica quotidiana, viene spesso e volentieri omessa, prendendosi per buono, purché non palesemente inverosimile, solo quanto affermato dall’interessato a sostegno dell’asserita «impossibilità» di ottenere la certificazione in questione. Da qui una prima conclusione, e cioè quella che sarebbe opportuno prevedere come obbligatorio, con apposita norma, che, quando lo straniero sia ammesso al gratuito patrocinio sulla base dell’autocertificazione da lui prodotta, nel relativo provvedimento si attesti l’avvenuta effettuazione della suddetta verifica e si indichino le ragioni per le quali essa abbia avuto esito positivo.
Ma una seconda e più importante conclusione è quella alla quale dovrebbe giungersi con riguardo al già accennato fenomeno costituito dalle impugnazioni che, grazie alla indiscriminata disponibilità dell’assistenza legale gratuita, vengono sistematicamente proposte dagl’interessati avverso ogni sorta di provvedimenti ad essi sfavorevoli in materia di immigrazione, indipendentemente dall’esistenza o meno di ragionevoli prospettive di un loro accoglimento. Per eliminare o, almeno, ridurre significativamente tale fenomeno, sarebbe necessario prevedere che l’assistenza legale gratuita possa essere negata ogni qual volta l’impugnazione che si intenda proporre avverso un determinato provvedimento appaia chiaramente destinata all’insuccesso. Ciò in perfetta conformità a quanto espressamente previsto tanto all’articolo 20, comma 3, dell’ancora vigente direttiva europea numero 32 del 2013 quanto all’articolo 29, comma 3, lettera b), della direttiva europea numero 1.346 del 2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, fermo restando che, come pure espressamente previsto da detta ultima norma, l’assistenza legale gratuita sarebbe sempre concessa al solo, limitato fine della proposizione dell’impugnazione avverso il provvedimento con il quale essa sia stata negata. E dovrebbe, in particolare, ritenersi destinata, di regola, all’insuccesso ogni impugnazione avverso provvedimenti di diniego della protezione internazionale adottati nei numerosi casi, elencati negli articoli 28 ter e 29 del Decreto legislativo numero 25 del 2008, in cui la relativa richiesta sia da considerare inammissibile o manifestamente infondata; casi tra i quali rientra, ad esempio, quello che il richiedente asilo provenga da un Paese da ritenersi «sicuro».
Ai fini dell’adozione degli auspicabili interventi normativi di cui si è detto, potrebbe rivelarsi provvidenziale il «pasticcio» creatosi con l’emanazione, contestualmente alla conversione in legge del decreto legge numero 23/2026, del decreto legge «correttivo» numero 55/2026. In sede di conversione, infatti, di quest’ultimo decreto, ad esso potrebbero apportarsi, vertendosi comunque nella stessa materia, le modifiche nelle quali verrebbero a sostanziarsi i suddetti interventi (nella speranza che, naturalmente, in ossequio all’ormai avvenuta trasformazione dello Stato in senso monarchico, vi sia anche l’assenso del Sovrano che ha sede sul colle più alto).
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