- Gli estremisti continuano a conquistare città: secondo il Pentagono Kabul cadrà al massimo nel giro di tre mesi. Le autorità afgane chiedono il blocco dei rimpatri di rifugiati dall’Europa: all’inizio sei nazioni si oppongono, poi Germania e Olanda cambiano idea.
- Versati 36,7 milioni alla Lituania, schiacciata da Minsk con la pressione migratoria.
Lo speciale contiene due articoli.
Da quando a maggio è iniziato il ritiro della truppe Nato dall’Afghanistan, i talebani erano riusciti a prendere il controllo di gran parte delle aree rurali del Paese. Ma mai in questi mesi avevano conquistato le città principali. Fino a questo momento. Il Pentagono, uno dei dipartimenti del governo americano che nel tempo ha criticato più vivacemente le decisioni dell’ex presidente Donald Trump e dell’attuale Joe Biden per il ritiro dell’Afghanistan, ha lanciato nelle ultime ore un allarme: con i talebani che stanno riconquistando il controllo del Paese, e lo stanno facendo a una velocità superiore rispetto a quella prevedibile, le cose «non stanno andando nella giusta direzione», ha dichiarato John Kirby, portavoce della Difesa statunitense.
La situazione, ha spiegato il dipartimento di Stato – che ha spedito per colloqui a Doha, in Qatar, il suo inviato per l’Afghanistan Zalmay Khalilzad – è «molto preoccupante». Ma Washington rimane «convinta» che «le forze afghane siano in grado di fare la differenza sul campo», ha spiegato il portavoce del Pentagono, confermando che gli Stati Uniti «continueranno ad appoggiare» le forze afghane con offensive aeree e antiterrorismo. Lo faranno, però, «dove e quando sarà possibile», ha ammesso. Quasi a sottolineare l’insufficienza dei raid dall’alto dinnanzi all’avanzata dei talebani.
Questo è quanto i funzionari dell’amministrazione Biden dichiarano pubblicamente. Più gravi sono, invece, le dichiarazioni concesse off the record. Washington, infatti, si prepara alla caduta della capitale Kabul nelle mani dei talebani entro un periodo ben più breve rispetto ai 6-12 mesi previsti in precedenza. Secondo quanto rivelato dal Washington Post, che cita funzionari americani al corrente della situazione, i militari stimano adesso che la capitale afgana cadrà entro 90 giorni. Ma è la stima più ottimistica. Secondo un’altra, la disfatta potrebbe avvenire addirittura entro un mese.
L’ultima città a cadere nelle mani dal gruppo fondato dal mullah Mohammed Omar è stata Faizabad, nel Nord dell’Afghanistan. Si tratta del nono capoluogo di provincia su 34 a cadere nelle mani degli insorti in meno di una settimana di combattimenti. Il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, ha annunciato nelle scorse ore su Twitter che il gruppo ha preso il controllo «completo» delle province di Badakhshan e di Baghlan. «Nessuno è rimasto ferito in queste operazioni dal momento che il nemico è scappato», ha aggiunto.
All’aeroporto di Kunduz, città nel Nord dell’Afghanistan, invece, centinaia di soldati afghani si sono arresi ai talebani, consegnando lo scalo nelle mani degli insorti che hanno così conquistato anche il distretto di Ali Abad, l’unico che era rimasto ancora nelle mani delle autorità nella provincia di Kunduz. E la battaglia è combattuta anche a colpi di propaganda: sui social media sono state diffuse le immagini dei militari mentre lasciavano la base aerea.
Ma il disimpegno statunitense è totale quanto irreversibile. I talebani controllano ora più di due terzi dell’Afghanistan ma il presidente Biden ha ribadito che non «rimpiange» la decisione di mettere fine al ventennale intervento militare statunitense e di non considerare alcuna modifica ai piani di ritiro. Tanto in cima alle preoccupazioni di Washington ora ci sono la sicurezza e i destini dell’ambasciata a Kabul. Che fare di quella sede è una domanda che assilla gli esperti al Pentagono, al dipartimento di Stato e nelle agenzie d’intelligence. Secondo quanto rivela da una fonte la Cnn, è possibile che già nei prossimi giorni la diplomazia statunitense avvii una riduzione del personale in servizio a Kabul.
Con l’inviato Khalilzad a Doha, gli Stati Uniti stanno cercando di convincere i talebani, che nel frattempo dialogano con Russia e Cina, ad arrestare la loro offensiva militare per negoziare un accordo politico, com’era nei patti. Ma a giudicare dai successi registrati in pochi giorni, difficilmente gli insorti decideranno di fermarsi, se non a caro prezzo.
E l’instabilità dell’Afghanistan spaventa l’Unione europea, che teme di rivivere una crisi simile a quella del 2015, quando 1 milione di migranti dal Medio Oriente cercò asilo nel Vecchio continente. Dal 2015, sono oltre mezzo milione (570.000) gli afgani che hanno chiesto asilo nell’Unione europea. Di questi, 44.000 soltanto lo scorso anno, facendo del Paese il secondo per provenienza dei migranti nel blocco, nel 2020.
Nei giorni scorsi il governo di Kabul ha notificato a Bruxelles la sospensione di almeno tre mesi delle riammissioni per i rimpatri dall’Unione. E in Europa è scoppiato un caso. Sei Paesi membri hanno scritto al vicepresidente della Commissione europea, Margaritis Schinas, e alla commissaria agli Affari interni, Ylva Johansson, chiedendo di fermare lo stop deciso dal governo afghano al rimpatrio forzoso dei rifugiati. «Vorremmo sottolineare», si legge nella lettera, «l’urgente necessità di effettuare rimpatri, volontari e non, in Afghanistan. In considerazione della prevedibile probabilità che l’Afghanistan continuerà a essere una fonte significativa di migrazione irregolare verso l’Unione europea, vorremmo sottolineare l’importanza di rimpatriare coloro che non hanno un’autentica necessità di protezione».
Dei sei, due, ossia Germania e Paesi Bassi, hanno già cambiato linea abbandonando Austria, Danimarca, Belgio e Grecia. Ma le stime degli analisti non lasciano dubbi: con l’instabilità in Afghanistan l’ondata rischia di non diminuire, anzi; e ciò avrà inevitabili effetti sul dibattito europeo e sulle politiche degli Stati membri.
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