Il capo della Lega è morto a 84 anni. Ha cambiato la politica e oggi viene raccontato un po' diversamente da come era in realtà. Ricordi di chi lo ha conosciuto bene.
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La politica italiana perde uno dei grandi protagonisti degli ultimi decenni: Umberto Bossi è morto ieri a Varese. Fondatore nel 1984 della Lega Lombarda, con l’approdo tre anni dopo al Senato della Repubblica divenne per tutti il «Senatùr».
Massimo Fini (Ansa)
Il giornalista: «Bevo ancora vodka, fumo e la notte frequento bettole. Milano è diventata una città di merda. Stimo la Meloni ma non voto. Il titolo del mio coccodrillo? Fu ingenuo».
Bella vista.
«Bella vista, un cazzo! Prima si vedevano le Alpi. Adesso un pluripremiato grattacielo a forma di diamante incombe proprio su questa stanza».
Ovvero, il vissuto soggiorno di Massimo Fini: giornalista e scrittore, una vita da bastian contrario.
«A Milano c’erano solo il Pirelli e la Torre Velasca. Questa trasformazione ha fatto aumentare a dismisura il costo delle case e degli affitti. La gente è stata costretta a scappare. E i pochi negozietti che restavano sono spariti. Se mi serve un martello, devo comprarlo su Amazon».
Insopportabile, per un antimoderno come lei.
«Sono stati cacciati i ceti popolari. Si sono trasferiti in questi non luoghi dell’hinterland, che spesso non hanno nemmeno una piazza o una chiesa».
Non le piace più Milano?
«È una città di merda. E non solo per l’aria mefitica. Nel dopoguerra si diceva: “Milan col coeur in man”. Eravamo tutti più o meno poveri, ma c’era solidarietà. Adesso regna l’individualismo sfrenato. Ci sono differenze insopportabili tra i ricchi del centro e i poveri delle periferie».
Gli zetatiellini sono i più convinti sostenitori del sindaco, Giuseppe Sala?
«Certo. Anche se questa espulsione, a dire il vero, era già cominciata prima di lui».
Per l’irregolare Fini chi sono i conformisti?
«Quasi tutti, ormai. Non mi piace la parola, ma c’è questo mainstream a cui bisogna sempre adeguarsi. Chi resta fuori, ha vita grama. Faccio un esempio personale: è dal 2003 che non metto quasi più piede in una televisione».
Perché?
«Non sono simpatico ai padroni del vapore».
Cos’è successo?
«Ero ospite a Ballarò, assieme a D’Alema. Dissi che la guerra in Serbia, nel 1999, non fu solo illegittima ma anche cogliona. Favorì la componente islamica dei Balcani, provocando poi le isterie alla Fallaci. Da quel momento, è scattata la congiura».
Non le piaceva la Fallaci?
«Umanamente, era pessima. Dal punto di vista professionale, alla fine delle sue interviste sapevi tutto di lei e nulla di Khomeini o Gheddafi».
La sfida al politicamente corretto è una delle battaglie di Giorgia Meloni.
«Ho stima per lei. Si sbatte molto. Parla in modo diretto, anche per le sue origini popolane. A differenza di Conte, che si esprime come un avvocaticchio. Ho un altro aneddoto a riguardo».
Sentiamo.
«L’ho conosciuta quando era ancora una ragazza, durante un talk. Visto che c’eravamo stati simpatici, ci siamo scambiati il numero di cellulare. Così, un paio d’anni fa, decisi di chiamarla».
Come mai?
«Per sfizio. Pensando che non mi avrebbe mai risposto. Era un gioco».
Quindi?
«Al telefono dico: “Sono tal dei tali, vorrei parlare con il presidente del Consiglio”. “Sono io”, risponde lei. Non aveva nessun filtro. Mi ha pure invitato a Palazzo Chigi. Abbiamo fatto una piacevole chiacchierata, parlando soprattutto di figli e vite quotidiane».
Che impressione le ha fatto?
«Ottima, dal punto di vista umano».
Ed Elly Schlein?
«Non capisco nemmeno chi rappresenti. Il Pd ha perso completamente contatto con la gente».
Ha mai votato a sinistra?
«Non ho mai votato per nessuno. Sono il vero vincitore di tutte le elezioni. L’astensionismo, ormai, trionfa».
Frequenta molti politici?
«Me ne sono sempre tenuto alla larga».
Però è stato compagno di banco di Claudio Martelli, l’ex ministro socialista.
«Al liceo Carducci. I primi tempi mi fu di grande aiuto. Per il bacchettonismo di mio padre, avevo sempre frequentato classi maschili. Grazie a lui, iniziai a incontrare le ragazze. Andavamo insieme alle feste. Ma ha ragione Tognoli: “Claudio, appena sale un gradino, distrugge tutto quello che c’è sotto”».
Si negava?
«Voleva che fossi al suo servizio, ma io sono nato per non essere al servizio di nessuno. Ha tentato di ostacolarmi in tutti modi, anche quando ci fu la possibilità di diventare vice direttore del Giorno. Alla fine, comunque, mi fece un favore. Nonostante tutto, conservo affetto per Claudio».
Altri politici?
«L’unico che ho conosciuto bene è stato Umberto Bossi, uno dei pochi ad avere pure una visione. Sapeva già allora che, con l’Europa unita, il punto di riferimento non sarebbero state le più nazioni, ma le macro regioni. Adesso stanno sempre lì, in Parlamento, a battagliare sull’autonomia differenziata».
Con il Senatur eravate amici?
«Bossi era quello che appariva. Gli piaceva mangiare la pizza. Una volta, durante una cena in Brianza, gli chiesi: “Umberto, tu sei più di destra o di sinistra?”. E lui: “Sono più di sinistra, ma se lo scrivi ti faccio un culo così”. Naturalmente, l’ho scritto».
Lo sente ancora?
«Dopo il secondo ictus, no. Agli uomini di passione, purtroppo, capitano queste cose. Scalfari, invece, è morto a novantotto anni».
Perché non avrebbe vissuto di ardori?
«Era un uomo di potere, un individuo freddo, un grande imprenditore. Come giornalista, però, faceva pena. Una volta chiesi a Montanelli cosa pensasse di lui. Rispose: “Non è dei nostri”. Invece, quando domandai a Bocca un parere su Indro, mi spiegò: “Gli invidio la chiarezza, la battuta, la frase elegante. Ma non penso che sia profondo”. Sono della sua stessa idea».
Montanelli fece la prefazione di un suo celebre libro: Il conformista.
«Andai da lui con un certo timore, sebbene non se la tirasse per niente. Gli dissi: “Guarda direttore, è molto peggio di quello che pensi. Non ti chiedo una recensione, ma una prefazione”».
Cosa rispose?
«“Te la devo”. Ma non mi doveva un cazzo. Montanelli era un uomo di grande eleganza, non solo nel vestire».
Scrisse: «Ha le mani pulite, ed è questo che dà tanta forza alla sua frusta e insieme lo rende così inviso alla intellighenzia. Non ne rispetta le regole. Non sta al gioco».
«Non ho mai accettato compromessi, sia nella vita professionale che in quella privata. Questo mi ha causato molti guai».
E Vittorio Feltri?
«I nostri rapporti sono cambiati quando passò dall’Indipendente, dove faceva l’iper forcaiolo, al Giornale, dove divenne iper garantista. Ogni storia, comunque, va vista nel complesso: lui nasce povero, si sposa giovane, diventa vedovo. Da questo, deriva la sua ossessione per il denaro».
Lei non se ne cura, invece?
«Sallusti, per passare al Giornale, mi propose otto volte quello che prendevo al Fatto. Rifiutai».
Perché?
«A causa del mio antiberlusconismo».
Resta anche un fervente anti modernista.
«Stavamo molto meglio prima della rivoluzione industriale».
Ha mai usato il computer?
«Sono arrivato fino alla macchina da scrivere. Ho smesso quando cominciai ad avere problemi di vista. Ora non riesco neppure a leggere».
Come fa con i suoi articoli?
«Il vero giornalismo è la cronaca. Adesso, invece, sono costretto a fare commenti. Se avessi occhi per vedere, potrei trovare ancora spunti per un numero infinito di articoli».
Detta i pezzi?
«Ho una bravissima segretaria. Quella di prima riusciva addirittura ad anticipare la mia frase successiva».
E dopo?
«Li rileggiamo insieme, almeno tre volte, con la punteggiatura e senza. La scrittura è come la musica. Il periodo deve scorrere liberamente, fluido e armonico. Per questo bisognerebbe prendere spunto dai cantautori».
Nonostante la semi cecità, continua a essere uno scapestrato?
«Bevo vodka e fumo sigarette».
Nient’altro?
«Vado in giro di notte assieme agli amici nelle bettole malfamate, quelle che hanno la clientela più inquietante».
Con chi esce?
«Detesto la compagnia dei vecchi: parlano solo di malattie e ospedali. Difatti, il mio piccolo successo con le ragazze dipende dal fatto che parlo di amore, erotismo e sesso».
Fate tardi?
«Anche le sei del mattino. In ogni caso, non vado a dormire prima delle tre. L’alba non l’ho mai vista, se non mentre tornavo a casa».
Lei è di buona tempra.
«Dev’essere una questione di genetica. Evidentemente mia madre, che era russa, mi ha dato un fisico robusto».
Ha quasi ottantadue anni.
«Li faccio il 19 novembre».
L’avrebbe mai detto?
«Ho cercato in tutti modi di non arrivarci».
Un epitaffio per Massimo Fini.
«Ho già detto a mio figlio che non voglio nemmeno il funerale. La mia fidanzata ha commentato infastidita: “Certo che sei un bel prepotente. Vuoi decidere tutto anche da morto”».
Il titolo del coccodrillo, almeno.
«Fu ingenuo».
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Matteo Salvini e, sullo sfondo, Roberto Vannacci (Ansa)
Dopo mesi di indiscrezioni, annunciata la presenza del militare nelle liste della Lega alle Europee. L’autore de «Il mondo al contrario»: «Manterrò la mia identità». Ma nel partito c’è chi rumoreggia.
Nella giornata del 25 aprile Matteo Salvini ha deposto una corona in largo Caduti per la Patria a Milano. Commentando i disordini di ieri, ha detto: «Vedo da Roma delle immagini vergognose e scandalose di aggressione alla Brigata ebraica. Ecco io spero che un giorno il 25 aprile, in un giorno non troppo lontano, sia una giornata di unità nazionale». Il leader leghista ha precisato di aver «sempre onorato il 25 aprile senza doverlo sbandierare e senza politicizzarlo. Il nostro è un governo antifascista? È un governo scelto dai cittadini. Poi l’antifascismo sì, mi sembra evidente. Ma poi, qualcuno ha nostalgia del fascismo? No, spero di no…».
Poi Salvini ha «liberato» il generale Roberto Vannacci dai dubbi sulla sua candidatura con la Lega alle prossime elezioni europee. «Sono contento che il generale Vannacci abbia deciso di portare avanti le sue battaglie insieme alla Lega. Sono contento che in tutti i collegi elettorali, nelle liste della Lega gli italiani potranno trovare il nome di Vannacci», ha annunciato ieri a Milano il numero uno del Carroccio durante la presentazione della sua ultima fatica letteraria, dal titolo Controvento. «Confermo la mia stima nei confronti del ministro Salvini e sottoscrivo la sua dichiarazione. Sarò un candidato indipendente che mantiene la propria identità e che lotterà, con coraggio, per affermare i propri valori di patria, tradizioni, famiglia, sovranità e identità che condivido abbondantemente con la Lega», gli ha risposto a stretto giro di posta Vannacci, confermando il suo impegno politico.
Erano mesi che si discuteva fuori e dentro la Lega sulla opportunità di candidare il generale diventato famoso lo scorso anno dopo la pubblicazione del libro Il mondo al contrario. Il boom di vendite di questo volume di 300 pagine ha proiettato il militare nell’agone politico italiano, tra entusiasmo e polemiche, anche all’interno della Lega. «Chi ha le energie, la forza e volontà di partecipare a progetto di rinnovamento dell’Europa e sta con noi lo dobbiamo portare avanti. Io credo che abbiamo bisogno di persone che possano portare energia e voti in un momento storico in cui dobbiamo andare a cambiare l’Europa», spiegava ieri che Alessandra Locatelli, ministro per le Disabilità. Ma nemmeno due settimane fa era stato il vicepresidente del Senato Gian Marco Centinaio a prendere le distanze dalla scelta di candidarlo. «Se Vannacci sarà candidato nella mia circoscrizione non lo voterò, sceglierò uno della Lega che si è fatto il mazzo sul territorio», aveva spiegato. E anche ieri in mattinata il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari ha ribadito in un’intervista allo Spiffero di Torino di essere antifascista. «Il nostro partito è nato antifascista, Umberto Bossi lo ha sempre rivendicato. Le stesse radici che poggiano sull’autonomia sono ciò di cui più lontano vi possa essere dal fascismo». Parole di certo in controtendenza rispetto a quelle di Vannacci, che anche ieri ha tenuto a ribadire come sia inutile parlare di «antifascismo». Nonostante i malumori e i punti di vista differenti, però, Vannacci sarà presente in tutte le circoscrizioni. Ci sono voluti quindi un po’ di mesi per prendere una decisione definitiva. E la speranza, dentro via Bellerio, è che Vannacci possa essere un ago della bilancia per portare la Lega almeno al 10% (ora i sondaggi si aggirano intorno al 7). Insomma, il capo di Stato maggiore del Comando delle forze operative terrestri, già comandante in Afghanistan e impegnato in Iraq, dovrebbe valere almeno 3 punti che potrebbero permettere a Salvini di superare Forza Italia, in questo momento data più forte nei sondaggi. Il problema è se le cose non dovessero andare come previsto e arrivasse un flop elettorale: a quel punto nella Lega i malumori potrebbero aumentare, con l’incognita di un congresso che dovrebbe svolgersi a settembre, dove potrebbe esserci anche un candidato della corrente del vecchio leader Umberto Bossi. Ma al momento sono solo ipotesi. Salvini è più che convinto di candidare il generale Vannacci. Ne ha parlato anche dentro il suo libro Controvento anticipando la candidatura. «Nei mesi scorsi, un generale dell’esercito come Roberto Vannacci è stato travolto da fango e critiche per il suo libro, Il mondo al contrario, in cui esprimeva opinioni sgradite al conformismo del politicamente corretto. Il militare è stato infangato, linciato, dileggiato», si legge nelle 272 pagine per 23 capitoli, con un inserto con fotografie inedite e a colori, già andato in ristampa visto il trend di ordini su Amazon. «E pazienza se il suo libro ha venduto più di autori chic che poi danno lezioni sui giornali e in tv», scrive Salvini. «Aggiungo, per chiarezza: non condivido tutte le riflessioni di Vannacci, ma difendo strenuamente il diritto di esprimere delle idee. Anzi, la comune battaglia a difesa dell’Italia, della sicurezza e delle libertà ci ha portato a condividere, per i prossimi anni, l’impegno a cambiare questa Europa con la candidatura nelle liste della Lega. Si tratta di un uomo dello Stato che ha difeso gli interessi nazionali in decine di missioni all’estero, dalla Somalia all’Afghanistan, dal Ruanda all’Iraq, dai Balcani alla Libia, salvando vite umane». Nel libro Salvini ricorda i motivi della sua adesione alla Lega, spendendo parole d’affetto per Roberto Maroni, Silvio Berlusconi, Maria Giovanna Maglie. Evidenzia i meriti di Bossi. Ma in particolare si sofferma su Giorgia Meloni. «Condividiamo la stessa determinazione a imprimere una svolta nel segno della prosperità per l’Italia e per gli italiani. Il nostro rapporto è saldo, costruito su solide basi di collaborazione che affondano le radici nelle nostre storie personali e politiche».
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Giuliano Amato. Era premier nel 2001, anno della riforma del Titolo V (Imagoeconomica)
Furono i progressisti a varare la riforma del titolo V nel 2001. E prima ancora a indebolire lo Stato nazionale.
Gli ultimi che possono protestare contro l’autonomia regionale sono le forze di sinistra, a partire dal Pd. Fu un governo di centro-sinistra nel 2001 a varare la sciagurata riforma del titolo V della Costituzione, poi sostenuta anche dal centro-destra che è la premessa logica e necessaria all’attuale piano dell’autonomia. E non solo: neanche i 5 stelle possono obbiettare nulla per la semplice ragione che accettarono tra i punti cardinali del primo governo Conte questa riforma sull’autonomia voluta dalla Lega. Anche allora, come oggi, fu un compromesso per governare: Conte e il suo Movimento accettarono di far passare l’autonomia in cambio delle loro proposte, come il reddito di cittadinanza. La caduta precoce di quel governo ci risparmiò già da allora dall’autonomia. Adesso invece, la riforma del premierato voluta dalla destra e dalla Meloni, prevede «in cambio» la riforma Calderoli per l’autonomia.
Ricordo ai tempi in cui si propose il referendum sull’autonomia che il Pd ebbe la ridicola pensata di esprimere un «sì critico» al referendum. Non capimmo come si sarebbe poi espresso questo «sì critico» sulla scheda elettorale: tracciando una croce ricamata a uncinetto sul sì, o accludendo alla scheda obiezioni, allegati e arabeschi, aprendo un dibbbattito nel seggio con gli scrutatori?
Anche se ora lo dimenticano, ma alcuni anni fa tutti facevano a gara a chi fosse più federalista, da sinistra, al centro e a destra, scavalcando Bossi.
E se vogliamo risalire ancora più indietro, le regioni furono volute dai governi di centro-sinistra e dagli stessi comunisti già nel dopoguerra e al tempo della Costituente, perché ancora infatuati delle repubbliche socialiste sovietiche, l’Urss. Il loro «federalismo» traeva spunto dal modello sovietico. Le Regioni furono poi un frutto dell’Arco Costituzionale. Gli unici ferventi oppositori alla nascita delle Regioni furono i missini, e un po’ i liberali.
Le Regioni furono l’inizio del declino dello Stato italiano, il raddoppio degli sprechi, del clientelismo e del personale politico, un favore fatto alle consorterie, dalla partitocrazia alle associazioni mafiose, dal familismo alla lottizzazione. Ma la riforma del titolo V fu poi la mazzata finale che investì le Regioni di compiti e prerogative che dettero il colpo di grazia allo Stato nazionale e sovrano. L’istruzione, la sanità, la sicurezza passati di competenza alle Regioni, e una marea di conflitti tra Stato e Regioni da logorare il tessuto unitario e ogni prospettiva di efficacia.
Un Paese che bene o male era cresciuto, si era unificato, alfabetizzato e modernizzato con uno Stato centrale e un centinaio di province e di prefetture, cominciò a sfasciarsi, vedi la coincidenza, quando furono introdotte le Regioni nel 1970. E ancor peggio fu l’esempio delle Regioni a statuto autonomo, a partire dalla Sicilia. L’esperienza dunque ci dice che dare più autonomia e più poteri alle Regioni è stata una sciagura progressiva che allargò a dismisura il deficit e il mancato controllo dei conti pubblici.
Sul tema specifico dell’autonomia fiscale si può essere d’accordo almeno in linea di principio e come criterio correttivo generale nello stabilire un più equilibrato rapporto tra risorse prelevate e territorio: ma è impensabile che i soldi raccolti dalle tasse vengano spesi tutti in loco, perché sarebbe la fine dell’Italia intera, e non solo del Sud; anzi sarebbe la fine dell’Europa; certo è necessaria una più equa corrispondenza tra prelievi e spese e una rigorosa responsabilizzazione delle amministrazioni locali. Detto terra terra: se tu Sicilia o Campania, per esempio, sprechi e malgoverni, allora perdi soldi, servizi e sovranità locale, fino a essere commissariata. Anche se in molte amministrazioni locali, Roma inclusa, ci vogliono i giapponesi, se non i coreani, altro che autonomia...
Sul piano lirico della nostalgia, erano belli i regni asburgici e borbonici, più alcune signorie, ma era bella pure l’Italia centralista e napoleonica dei prefetti, uscita dal Risorgimento; per non dire dell’Impero romano, ma il presente è questa roba qui e dobbiamo essere realisti. E fino a che non decidiamo di farla finita con questo Paese e di seppellire gli ultimi conati d’amor patrio, di unità nazionale e di Stato sovrano, ci tocca pensare in termini d’Italia, non di Regione. E di fratelli d’Italia e non di fraterie locali. Perché poi se i princìpi del «meno siamo meglio stiamo» e «le tasse si consumano sul posto» si dovessero applicare a cascata, finirà che le province più ricche, all’interno dello stesso Nord, vorranno staccarsi almeno sul piano amministrativo da quelle meno ricche, e nelle città i quartieri ricchi dai rioni poveri: noi paghiamo le tasse, quindi vogliamo servizi migliori rispetto alla periferia... Ma l’Italia non è una cucina scomponibile, da smontare all’occorrenza. È una patria, non un mobile Ikea. Nessuna comunità regge sul primato dell’egoismo.
A proposito dei costi pubblici che ricadono sulle nostre spalle di cittadini e contribuenti è comprensibile che non si vogliano caricare su di noi l’assistenza sanitaria per i migranti, le loro case, il loro reddito d’inclusione, perfino le loro moschee e i loro cellulari; ma se non vogliamo condividere nemmeno la sorte dei nostri connazionali, cittadini regolari, lavoratori e contribuenti, chiudiamoci in casa o in crotto a mangiar pizzoccheri e polenta taragna e non ne parliamo più. Sarò perdutamente italico, romanico e sudista ma l’Italia fu fatta per unirci nella differenza e non per dividerci sull’unità. Anche se a Teano, al Sud, a unire l’Italia furono due settentrionali, un re piemontese e un combattente ligure. A loro il merito e la colpa.
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