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2026-03-21
Le battaglie di Bossi ora sono da vincere
Umberto Bossi (Ansa)
Le accuse più lievi che gli arrivarono furono quelle di essere un razzista, fascista, secessionista, eversore. Rino Formica scriveva che il movimento di Bossi era «uguale al fascismo». Luigi Manconi che «l’ostilità contro gli immigrati extracomunitari costituisce un rifiuto della diversità, elemento costitutivo della subcultura leghista». Pietro Citati sosteneva che nei discorsi di Bossi avvertiva «gli echi di un libro, Mein Kampf di Adolf Hitler». Mario Pirani, su Repubblica, annotava che gli slogan leghisti erano un «collante che salda gli umori popolari immediati alle paure e alle insofferenze più articolate dei ceti d’impresa. Un po’ come il combattentismo degli anni Venti in rapporto al fascismo».
Nelle frasi di allora non si riconosce il «santino» spacciato in queste ore da molti esponenti delle istituzioni e delle opposizioni. Fino a che è stato alla guida della Lega, Bossi era il nemico da combattere. Il rozzo leader di un movimento xenofobo, prima contro i meridionali (anche se in seconde nozze si era sposato con una donna di origine siciliana), poi contro i migranti. E quando si sono placate le accuse di aver costituito un partito per «la difesa della razza», sono riprese quelle di voler dividere l’Italia, un leader pronto anche a impugnare le armi contro la Repubblica. Se si esclude il periodo in cui Massimo D’Alema, aiutato in questo dalle trame di Oscar Luigi Scalfaro, riuscì a staccare il Carroccio dal centrodestra berlusconiano, descrivendolo come «una costola della sinistra», Bossi è sempre stato demonizzato e tenuto a distanza dalla cosiddetta élite.
In realtà, il fondatore della Lega era un visionario, il primo a capire e a saper tradurre in consenso politico la questione settentrionale. Dopo decenni a discutere di questione meridionale, di Cassa del Mezzogiorno, di clientelismo per aiutare il Sud, Bossi comprese che esisteva un’opinione pubblica che al Nord reclamava efficienza contro la burocrazia parassitaria, indipendenza da una classe politica, autonomia per cittadini e imprese. Slogan efficaci, come «Roma ladrona, la Lega non perdona», erano la sintesi di un’aspirazione che puntava al federalismo fiscale, alla libertà di impresa, all’identità delle regioni. Per fermarlo e fiaccarne il consenso, a sinistra inventarono la riforma del Titolo V, maldestro tentativo, finito con decine di ricorsi davanti alla Corte costituzionale, per affrontare i temi imposti da Bossi.
Il Senatur era nei fatti fuori dalla scena politica da oltre vent’anni, ossia da quando fu vittima di un ictus. Il suo nome e il suo prestigio erano spesi da chi cercava di trarne vantaggio, ma la realtà è che dopo la malattia non soltanto lui non è stato più lo stesso, ma non lo è stata neppure la Lega.
Tuttavia, di lui e delle sue battaglie, restano molte cose. Innanzitutto, l’autonomia regionale, vera attuazione della Costituzione che uno Stato centralista ha fatto e fa di tutto per evitare. Resta la politica non contro l’immigrazione, ma contro quella clandestina che oggi, grazie a sinistra e magistrati, è ancora irrisolta. Ci sono il federalismo tributario e, soprattutto, la rivolta fiscale da lui lanciata quasi quarant’anni fa, quando ancora l’imposizione per alimentare una macchina statale sprecona e ingorda non aveva raggiunto la pressione attuale. Ma più di tutto rimane la sua visione del mondo e dell’Europa. Riporto qui un suo intervento che risale a quasi trent’anni fa: «Le leggi finanziarie degli Stati si ridurranno a un semplice fax inviato da Bruxelles dal Consiglio d’Europa, terminale europeo delle cento grandi famiglie europee.
Con l’ingresso in Europa l’Italia non avrà più a sua disposizione la leva monetaria, cioè se gli mancano i quattrini non potrà più stampare altri titoli di Stato, per favorire l’economia non potrà più svalutare la moneta, perché gli resterà solo la leva fiscale e i quattrini dovrà toglierli maledettamente e subito dalle tasche dei cittadini, evidentemente aumentando la pressione fiscale. L’idea di Europa nata nel dopoguerra per scongiurare altre guerre tra Stati europei sta ora partorendo un mostro che non genererà né democrazia, né stabilità, né vantaggi economici per tutti. Non può generare democrazia perché il suo Parlamento non legifera: è l’Europa dei grandi capitalisti; il popolo, gli artigiani, gli imprenditori, i cittadini non ci sono oggi né tantomeno ci saranno domani, perché non potrà mai nascere un’Europa politica».
Sì, ha ragione Sergio Mattarella: Bossi era un sincero democratico. Infatti, prima dell’entrata nell’euro, prima dell’accettazione di tutte le regole europee, quando l’attuale capo dello Stato era al governo, ebbe il coraggio di difendere la democrazia e la Costituzione italiana.
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Walter Veltroni, Pier Luigi Bersani e Sergio Mattarella ricordano il Senatur con parole al miele, dimenticandosi di quando la sinistra lo considerava un novello Adolf Hitler. Su una cosa, però, il capo dello Stato ha ragione: era un sincero democratico. Più degli zerbini dell’Ue.Adesso che è morto lo glorificano tutti, ma per anni Umberto Bossi è stato il reietto del sistema politico. Pier Luigi Bersani dice che è l’avversario a cui ha voluto più bene. Walter Veltroni scrive che era rispettato dalle forze politiche anche quando usava le sue sparate a effetto. Sergio Mattarella formula le sue condoglianze alla famiglia e al partito parlando di un sincero democratico. Ma quando era in vita, anzi quando agli inizi degli anni Novanta la Lega si affacciò sulla scena politica, le considerazioni con cui fu accolto il Senatur non erano certo queste. Le accuse più lievi che gli arrivarono furono quelle di essere un razzista, fascista, secessionista, eversore. Rino Formica scriveva che il movimento di Bossi era «uguale al fascismo». Luigi Manconi che «l’ostilità contro gli immigrati extracomunitari costituisce un rifiuto della diversità, elemento costitutivo della subcultura leghista». Pietro Citati sosteneva che nei discorsi di Bossi avvertiva «gli echi di un libro, Mein Kampf di Adolf Hitler». Mario Pirani, su Repubblica, annotava che gli slogan leghisti erano un «collante che salda gli umori popolari immediati alle paure e alle insofferenze più articolate dei ceti d’impresa. Un po’ come il combattentismo degli anni Venti in rapporto al fascismo».Nelle frasi di allora non si riconosce il «santino» spacciato in queste ore da molti esponenti delle istituzioni e delle opposizioni. Fino a che è stato alla guida della Lega, Bossi era il nemico da combattere. Il rozzo leader di un movimento xenofobo, prima contro i meridionali (anche se in seconde nozze si era sposato con una donna di origine siciliana), poi contro i migranti. E quando si sono placate le accuse di aver costituito un partito per «la difesa della razza», sono riprese quelle di voler dividere l’Italia, un leader pronto anche a impugnare le armi contro la Repubblica. Se si esclude il periodo in cui Massimo D’Alema, aiutato in questo dalle trame di Oscar Luigi Scalfaro, riuscì a staccare il Carroccio dal centrodestra berlusconiano, descrivendolo come «una costola della sinistra», Bossi è sempre stato demonizzato e tenuto a distanza dalla cosiddetta élite. In realtà, il fondatore della Lega era un visionario, il primo a capire e a saper tradurre in consenso politico la questione settentrionale. Dopo decenni a discutere di questione meridionale, di Cassa del Mezzogiorno, di clientelismo per aiutare il Sud, Bossi comprese che esisteva un’opinione pubblica che al Nord reclamava efficienza contro la burocrazia parassitaria, indipendenza da una classe politica, autonomia per cittadini e imprese. Slogan efficaci, come «Roma ladrona, la Lega non perdona», erano la sintesi di un’aspirazione che puntava al federalismo fiscale, alla libertà di impresa, all’identità delle regioni. Per fermarlo e fiaccarne il consenso, a sinistra inventarono la riforma del Titolo V, maldestro tentativo, finito con decine di ricorsi davanti alla Corte costituzionale, per affrontare i temi imposti da Bossi. Il Senatur era nei fatti fuori dalla scena politica da oltre vent’anni, ossia da quando fu vittima di un ictus. Il suo nome e il suo prestigio erano spesi da chi cercava di trarne vantaggio, ma la realtà è che dopo la malattia non soltanto lui non è stato più lo stesso, ma non lo è stata neppure la Lega.Tuttavia, di lui e delle sue battaglie, restano molte cose. Innanzitutto, l’autonomia regionale, vera attuazione della Costituzione che uno Stato centralista ha fatto e fa di tutto per evitare. Resta la politica non contro l’immigrazione, ma contro quella clandestina che oggi, grazie a sinistra e magistrati, è ancora irrisolta. Ci sono il federalismo tributario e, soprattutto, la rivolta fiscale da lui lanciata quasi quarant’anni fa, quando ancora l’imposizione per alimentare una macchina statale sprecona e ingorda non aveva raggiunto la pressione attuale. Ma più di tutto rimane la sua visione del mondo e dell’Europa. Riporto qui un suo intervento che risale a quasi trent’anni fa: «Le leggi finanziarie degli Stati si ridurranno a un semplice fax inviato da Bruxelles dal Consiglio d’Europa, terminale europeo delle cento grandi famiglie europee. Con l’ingresso in Europa l’Italia non avrà più a sua disposizione la leva monetaria, cioè se gli mancano i quattrini non potrà più stampare altri titoli di Stato, per favorire l’economia non potrà più svalutare la moneta, perché gli resterà solo la leva fiscale e i quattrini dovrà toglierli maledettamente e subito dalle tasche dei cittadini, evidentemente aumentando la pressione fiscale. L’idea di Europa nata nel dopoguerra per scongiurare altre guerre tra Stati europei sta ora partorendo un mostro che non genererà né democrazia, né stabilità, né vantaggi economici per tutti. Non può generare democrazia perché il suo Parlamento non legifera: è l’Europa dei grandi capitalisti; il popolo, gli artigiani, gli imprenditori, i cittadini non ci sono oggi né tantomeno ci saranno domani, perché non potrà mai nascere un’Europa politica». Sì, ha ragione Sergio Mattarella: Bossi era un sincero democratico. Infatti, prima dell’entrata nell’euro, prima dell’accettazione di tutte le regole europee, quando l’attuale capo dello Stato era al governo, ebbe il coraggio di difendere la democrazia e la Costituzione italiana.
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
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Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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