
Adesso che è morto lo glorificano tutti, ma per anni Umberto Bossi è stato il reietto del sistema politico. Pier Luigi Bersani dice che è l’avversario a cui ha voluto più bene. Walter Veltroni scrive che era rispettato dalle forze politiche anche quando usava le sue sparate a effetto. Sergio Mattarella formula le sue condoglianze alla famiglia e al partito parlando di un sincero democratico. Ma quando era in vita, anzi quando agli inizi degli anni Novanta la Lega si affacciò sulla scena politica, le considerazioni con cui fu accolto il Senatur non erano certo queste.
Le accuse più lievi che gli arrivarono furono quelle di essere un razzista, fascista, secessionista, eversore. Rino Formica scriveva che il movimento di Bossi era «uguale al fascismo». Luigi Manconi che «l’ostilità contro gli immigrati extracomunitari costituisce un rifiuto della diversità, elemento costitutivo della subcultura leghista». Pietro Citati sosteneva che nei discorsi di Bossi avvertiva «gli echi di un libro, Mein Kampf di Adolf Hitler». Mario Pirani, su Repubblica, annotava che gli slogan leghisti erano un «collante che salda gli umori popolari immediati alle paure e alle insofferenze più articolate dei ceti d’impresa. Un po’ come il combattentismo degli anni Venti in rapporto al fascismo».
Nelle frasi di allora non si riconosce il «santino» spacciato in queste ore da molti esponenti delle istituzioni e delle opposizioni. Fino a che è stato alla guida della Lega, Bossi era il nemico da combattere. Il rozzo leader di un movimento xenofobo, prima contro i meridionali (anche se in seconde nozze si era sposato con una donna di origine siciliana), poi contro i migranti. E quando si sono placate le accuse di aver costituito un partito per «la difesa della razza», sono riprese quelle di voler dividere l’Italia, un leader pronto anche a impugnare le armi contro la Repubblica. Se si esclude il periodo in cui Massimo D’Alema, aiutato in questo dalle trame di Oscar Luigi Scalfaro, riuscì a staccare il Carroccio dal centrodestra berlusconiano, descrivendolo come «una costola della sinistra», Bossi è sempre stato demonizzato e tenuto a distanza dalla cosiddetta élite.
In realtà, il fondatore della Lega era un visionario, il primo a capire e a saper tradurre in consenso politico la questione settentrionale. Dopo decenni a discutere di questione meridionale, di Cassa del Mezzogiorno, di clientelismo per aiutare il Sud, Bossi comprese che esisteva un’opinione pubblica che al Nord reclamava efficienza contro la burocrazia parassitaria, indipendenza da una classe politica, autonomia per cittadini e imprese. Slogan efficaci, come «Roma ladrona, la Lega non perdona», erano la sintesi di un’aspirazione che puntava al federalismo fiscale, alla libertà di impresa, all’identità delle regioni. Per fermarlo e fiaccarne il consenso, a sinistra inventarono la riforma del Titolo V, maldestro tentativo, finito con decine di ricorsi davanti alla Corte costituzionale, per affrontare i temi imposti da Bossi.
Il Senatur era nei fatti fuori dalla scena politica da oltre vent’anni, ossia da quando fu vittima di un ictus. Il suo nome e il suo prestigio erano spesi da chi cercava di trarne vantaggio, ma la realtà è che dopo la malattia non soltanto lui non è stato più lo stesso, ma non lo è stata neppure la Lega.
Tuttavia, di lui e delle sue battaglie, restano molte cose. Innanzitutto, l’autonomia regionale, vera attuazione della Costituzione che uno Stato centralista ha fatto e fa di tutto per evitare. Resta la politica non contro l’immigrazione, ma contro quella clandestina che oggi, grazie a sinistra e magistrati, è ancora irrisolta. Ci sono il federalismo tributario e, soprattutto, la rivolta fiscale da lui lanciata quasi quarant’anni fa, quando ancora l’imposizione per alimentare una macchina statale sprecona e ingorda non aveva raggiunto la pressione attuale. Ma più di tutto rimane la sua visione del mondo e dell’Europa. Riporto qui un suo intervento che risale a quasi trent’anni fa: «Le leggi finanziarie degli Stati si ridurranno a un semplice fax inviato da Bruxelles dal Consiglio d’Europa, terminale europeo delle cento grandi famiglie europee.
Con l’ingresso in Europa l’Italia non avrà più a sua disposizione la leva monetaria, cioè se gli mancano i quattrini non potrà più stampare altri titoli di Stato, per favorire l’economia non potrà più svalutare la moneta, perché gli resterà solo la leva fiscale e i quattrini dovrà toglierli maledettamente e subito dalle tasche dei cittadini, evidentemente aumentando la pressione fiscale. L’idea di Europa nata nel dopoguerra per scongiurare altre guerre tra Stati europei sta ora partorendo un mostro che non genererà né democrazia, né stabilità, né vantaggi economici per tutti. Non può generare democrazia perché il suo Parlamento non legifera: è l’Europa dei grandi capitalisti; il popolo, gli artigiani, gli imprenditori, i cittadini non ci sono oggi né tantomeno ci saranno domani, perché non potrà mai nascere un’Europa politica».
Sì, ha ragione Sergio Mattarella: Bossi era un sincero democratico. Infatti, prima dell’entrata nell’euro, prima dell’accettazione di tutte le regole europee, quando l’attuale capo dello Stato era al governo, ebbe il coraggio di difendere la democrazia e la Costituzione italiana.





