Le voci di negozianti e frequentatori della zona. Intanto ci sono altri due fermati per la violenta aggressione subita da un funzionario del ministero delle Imprese e del Made in Italy l'altra sera nei pressi della stazione Termini a Roma. Si tratta di altri due cittadini tunisini bloccati dalla polizia dopo aver messo a segno lo scippo di un cellulare in zona Ostiense: un ventenne con precedenti per furto, lesioni, resistenza a pubblico ufficiale e un ventunenne irregolare sul territorio italiano.
Polizia in servizio alla stazione Termini (Ansa)
Raid continui, scelto a caso anche il funzionario ministeriale: non è rapina. Sei i fermati.
Dietro alle aggressioni alla stazione Termini di Roma ci sarebbe una gang di maranza. Per ora è un’ipotesi. Ma gli inquirenti che hanno messo insieme i filmati acquisiti dalle videocamere di sicurezza, sospettano che un gruppo di giovani nordafricani, in parte pregiudicati o con precedenti e in parte nati in Italia da genitori stranieri, si stia facendo largo, colpendo senza moventi apparenti. Spinti dalla voglia di controllare quella fetta di territorio che per lo Stato è zona rossa e uniti da una forma d’odio per gli occidentali.
Una teoria che ricorda da vicino quanto accaduto a Prato tra settembre e dicembre scorsi, dove Mohamed Amine Elouardaoui, 20 anni, è finito in una Rems (le strutture che hanno sostituito gli ospedali psichiatrici-giudiziari) per aver pestato e sfregiato dieci donne, scelte a caso, solo perché occidentali. E per questo gli inquirenti gli contestano anche l’aggravante dell’odio etnico. Anche il funzionario del ministero del Made in Italy mandato in ospedale (dove ieri ha ricevuto la visita del ministro Adolfo Urso), in coma farmacologico dopo il brutale pestaggio filmato in diretta dalle telecamere di sicurezza della stazione Termini sabato sera, sembra essere stato scelto a caso. Dopo l’aggressione aveva ancora addosso il portafogli con i documenti. La rapina, insomma, è esclusa. È qui che l’indagine cambia natura.
Il fascicolo, come ha ricostruito ieri l’Agi, è nelle mani del pm Nadia Plastina, un passato in Procura Antimafia e la gestione di fascicoli come quello sull’omicidio di Fabrizio Piscitelli, il «Diabolik» della Curva Nord. È stato il profilo di uno degli aggressori fermati ad aver fatto scattare una serie di accertamenti: Mohamed Mansy Mahmoud Elramady, 18 anni, egiziano con un provvedimento di espulsione non eseguito e precedenti per rapina, ricettazione e porto illegale di armi e oggetti atti a offendere. Dentro il branco non sarebbe una comparsa. Viene indicato come uno dei più attivi all’interno del gruppo che ha preso di mira il funzionario del Mimit. Con lui c’era Moslem Othmen, tunisino, 20 anni, che fra il 2024 e l’anno scorso si è ficcato nei guai altre due volte per rissa e spaccio di stupefacenti. Sono accusati di tentato omicidio. Ieri, per la stessa aggressione, sono stati fermati altri due tunisini: un ventenne con precedenti per furto, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale, e un ventunenne con i documenti non in regola. I due, domenica, hanno derubato una donna di un cellulare in zona Ostiense. La polizia li ha inseguiti e bloccati. Per gli investigatori erano nel branco di via Giolitti: indossavano gli stessi abiti della sera prima. Chi indaga non esclude che i quattro siano in rapporti anche con il gruppo che un’ora più tardi ha rapinato della bici elettrica un rider tunisino (anche lui finito in ospedale). La vittima, però, non si era data per vinta. Ha radunato un po’ di amici e rintracciato gli aggressori in via Farini. Lì è arrivata la seconda scarica di violenza. Per rapina e lesioni aggravate sono stati fermati due connazionali del rider: Adem Raouafi, 22 anni, e Marwen Abid, 18. Uno con precedenti per droga e minacce, ma con regolare permesso di soggiorno, l’altro è un senza fissa dimora e irregolare sul territorio nazionale. Per i sei è stata chiesta la convalida del fermo.
Ma proprio mentre l’inchiesta prende corpo si consuma un’altra scena di violenza. Nel pomeriggio di ieri, sempre a Termini, un giovane somalo senza fissa dimora e con diversi precedenti penali ha aggredito due controllori. Era senza biglietto. E alla richiesta di esibire i documenti si è scagliato contro di loro.
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Polizia a Roma Termini dopo le aggressioni dell'11 gennaio (Ansa)
- Termini choc: in poche ore massacrati di botte un funzionario del Mimit e un rider. Presa un’orda di stranieri: un tunisino con precedenti, un egiziano appena espulso (invano) e molti altri irregolari. Ma ormai è la norma.
- La città del dem Lepore allo sbando: in stazione due uomini Polfer sono stati aggrediti da un tunisino. In zona università un magrebino è stato «affettato» con lame e machete.
Lo speciale contiene due articoli.
Orbitavano da mesi intorno alla stazione di Roma. In piena zona rossa. Sono stranieri con precedenti. Uno di loro fresco di decreto di espulsione non eseguito. Nomi finiti in fascicoli che si accumulano. E che sabato sera hanno colpito di nuovo.
Due volte a distanza di un’ora. Alle 22 in punto, in via Giolitti, la strada che costeggia uno dei due lati dello scalo, quella dove si concentrano gli accessi pedonali ai binari e dove si intrecciano i movimenti di viaggiatori e pendolari a quelli di decine di stranieri, di pregiudicati e di predatori urbani, è finito nella roulette russa della stazione Termini un uomo di 57 anni. Un funzionario del ministero delle Imprese e del made in Italy che era uscito di casa per andare in farmacia. Viene puntato da un gruppo di stranieri. Le telecamere della stazione inquadrano la scena. Si vedono sette, forse otto persone che si dirigono verso la vittima.
Sembrano muoversi come un branco che ha scelto la preda. E quando sono a due passi dalla vittima, scatta l’aggressione. Non cercano il portafogli, non rubano nulla. Ma è un massacro. L’uomo, colpito ripetutamente al volto, finisce in coma farmacologico nel reparto di terapia intensiva del Policlinico Umberto I, con prognosi riservata: ha riportato la frattura della mandibola e diverse fratture. Un’ora dopo, a poche centinaia di metri, in via Manin, strada che costeggia una parte dell’Esquilino, tra palazzi residenziali e piccole attività commerciali, a ridosso di piazza dei Cinquecento, scatta la seconda scena di violenza. Stesso quartiere.
Stessa aria pesante che aleggia intorno alla stazione. Un rider tunisino di 23 anni viene aggredito mentre effettua una consegna. Botte. Sangue sull’asfalto. Il ragazzo cade, si rialza, prova a scappare. La bicicletta resta lì, abbandonata. Il rider, invece, finisce in ospedale, ma le sue condizioni sono meno gravi. Alcuni agenti sono riusciti a parlarci quasi subito per ricostruire con precisione le fasi dell’aggressione. Il movente in questo caso sarebbe un tentativo di rapina. Ma la brutalità è identica.
All’inizio gli investigatori hanno trattano i due episodi come distinti. Poi, però, le immagini, i movimenti, i volti, gli spostamenti dei gruppi, evidentemente hanno suggerito altro. «Non si esclude che i due fatti possano essere collegati», fanno sapere dalla questura. Scatta la caccia. Polfer, commissariato Viminale, Squadra mobile. Un dispiegamento che sembra quello di un rastrellamento. La zona di Termini si trasforma in un grande posto di blocco e viene setacciata per ore. Pattuglie che entrano ed escono dalla stazione, agenti che controllano documenti, tasche, zaini. Sedici persone vengono accompagnate all’Ufficio immigrazione per accertamenti. Una fila di volti che fotografa la marginalità dell’area cittadina dalla quale sono stati prelevati.
Per quattro di loro, risultati destinatari di provvedimenti di espulsione, si aprono le porte del Cpr di Ponte Galeria. Altri tre vengono fermati per fatti diversi, ma nello stesso contesto di caos: un quarantaseienne delle Mauritius che, si è scoperto, era latitante, inseguito da un ordine di carcerazione per reati di varia natura, un peruviano di 43 anni che durante i controlli ha danneggiato una volante polizia e un terzo straniero deteneva sostanze stupefacenti con finalità di spaccio. Due i denunciati. È il bollettino che racconta la serata fuori controllo in un’area in cui ogni accertamento fa emergere un mondo sommerso di irregolarità, precedenti e provvedimenti rimasti sulla carta.
Tutta l’attività investigativa, però, si è concentrata sui due pestaggi. Per quello subito dal funzionario del ministero la polizia ha fermato due giovani: un diciottenne egiziano con un curriculum che pesa quanto il suo fascicolo: rapina, ricettazione, porto di armi e oggetti atti a offendere. Ma, soprattutto, c’è un dettaglio che brucia: era già destinatario di un provvedimento di espulsione, emesso dal questore la scorsa settimana perché irregolare sul territorio nazionale. Non doveva essere lì sabato sera. Con lui finisce in stato di fermo un ventenne tunisino con precedenti per rissa, porto di oggetti atti a offendere, reati legati agli stupefacenti nel 2024 e nel 2025. Per entrambi l’accusa è pesantissima: tentato omicidio. Per l’aggressione al rider, invece, vengono fermati due tunisini (i provvedimenti sono già stati convalidati dall’autorità giudiziaria). Un ventiduenne, risultato detentore di un regolare permesso di soggiorno, ma con precedenti di polizia (molto recenti) per la violazione delle leggi sugli stupefacenti e per minaccia. E un diciottenne senza fissa dimora, irregolare e senza documenti.
Dalle immagini acquisite, però, emerge la presenza di altri stranieri. Alcune fonti sostengono che ci siano almeno una ventina di persone coinvolte ancora da identificare. Che al momento sembrano ancora solo delle ombre che scorrono sui monitor della videosorveglianza. Ombre di stranieri che si muovono intorno alla scena, che entrano ed escono dal campo visivo delle telecamere, che osservano, seguono e forse partecipano. E che qualcuno, negli uffici della Squadra mobile, sta cercando in queste ore di trasformare in nomi e cognomi. Perché sabato sera, nonostante quell’area fosse presidiata, hanno deciso di colpire. E lo hanno fatto ben due volte. Sotto gli occhi di una città che, ancora una volta, ha trovato conferma di quanto sia pericolosa l’area attorno alla stazione Termini.
Agenti picchiati, Bologna è un incubo
Due agenti della Polfer presi a pugni e testate in stazione e un giovane sfigurato a colpi di machete in pieno pomeriggio, nella zona universitaria. Ci aveva provato, nei giorni scorsi, il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, a scaricare sul governo la responsabilità del feroce omicidio del capotreno di 34 anni, avvenuto lo scorso 5 gennaio, sempre alla stazione di Bologna. Ma questi due nuovi episodi, entrambi caratterizzati da una dinamica così violenta da mettere bene in evidenza il senso di impunità di chi li ha commessi, avvenuti in meno di 48 ore in due quartieri della città teoricamente già attenzionati proprio sul tema sicurezza, riportano tutti di colpo alla realtà.
Bologna soffre di un male chiamato «lassismo», tipico delle amministrazioni Pd, che passa attraverso i messaggi che la politica locale, con le sue mancanze più o meno inconsapevoli, lancia alla criminalità, sempre pronta ad assediare un territorio poco protetto. Un male che, di certo, non può trovare la sua cura soltanto nel numero di agenti impegnati per strada.
Ancora non si sono asciugate le lacrime versate dai colleghi ferrovieri per la morte del capotreno Alessandro Ambrosio, ucciso nel parcheggio dei ferrovieri di Trenitalia con un solo fendente alla schiena da Marin Jelenic, croato con precedenti su cui pendeva un decreto di allontanamento, che, ancora una volta, due agenti vengono assaliti mentre svolgono il loro lavoro all’interno dello scalo ferroviario. Nella notte tra sabato e domenica due uomini della Polfer addetti ai controlli di routine, hanno incrociato un giovane tunisino con precedenti per lesioni che, nel vederli avvicinare, si è innervosito. Quando gli agenti gli hanno chiesto di seguirli in ufficio per l’identificazione, l’uomo ha reagito con violenza: calci pugni e una testata al volto di uno dei due, mentre l’altro è stato ferito alla mano. Per quanto, probabilmente, in preda a chissà quali droghe, il giovane tunisino ha reagito con tanta violenza perché era infastidito da quei controlli, vissuti come una intromissione. E, dal suo punto di vista, non aveva tutti i torti. A Bologna tutti lo sanno: nessuno disturba più di tanto chi i propri affari loschi se li gestisce in zona stazione. Una sacca di tolleranza lasciata a sé stessa sperando che, così, il resto della città possa restare pulito.
E invece no. Nel pomeriggio di sabato, sempre a Bologna ma nella zona universitaria del centro storico, un ventenne di origine tunisina è stato trovato a terra in una pozza di sangue, gravemente ferito. Una vera e propria esecuzione su pubblica via: il volto sfigurato da due tagli profondi alla testa e alla guancia, il corpo devastato da colpi di machete e una lama ancora conficcata nella coscia. Una scena che ricorda, pericolosamente, quelle che si vedevano nella città di Ferrara prima del 2019, ossia prima che la giunta cambiasse colore, con l’elezione del sindaco leghista, Alan Fabbri, dopo oltre 70 anni di sinistra al potere. A Ferrara, quella che a lungo era stata sminuita come la conseguenza di una semplice «lotta tra bande per lo spaccio», si rivelò essere una caratteristica manifestazione della presenza attiva della mafia nigeriana che, nella città estense, aveva messo radici. Senza ovviamente che alcuna delle amministrazioni di sinistra susseguitesi negli anni, se ne accorgesse. «Chiedo al sindaco di istituire una task force di 100 agenti della polizia locale dedicati al presidio del territorio del centro e della zona della stazione», ha sollecitato Matteo di Benedetto, capogruppo Lega in Consiglio comunale a Bologna. Per Galeazzo Bignami, capogruppo alla Camera di Fdi, si tratta degli ennesimi episodi dovuti ad una «situazione determinata dalle scelte buoniste e permissiviste del Comune che hanno attratto a Bologna ogni genere di sbandati».
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Ansa
C'è chi ha giudicato eccessivo l'intervento del poliziotto che ha fermato il ghanese armato e chi ha citato la legittima difesa. Deliri: quell'uomo ha solo protetto i cittadini.
Quando in Italia pensi che si sia toccato il fondo ti si spalanca sotto i piedi un baratro. È il caso del poliziotto che è intervenuto a Roma contro un immigrato pregiudicato ghanese che brandiva il coltello minacciando i suoi colleghi. Cioè: ha fatto quello che deve, non che può, fare un poliziotto. Di fronte a una situazione di pericolo che riguarda dei cittadini è obbligato dalla legge e dall'etica professionale a intervenire perché sia evitato il pericolo e protetta l'incolumità dei cittadini. In questo caso colleghi. Ma questo non conta assolutamente nulla.
Abbiamo letto cose francamente raccapriccianti come commento al fatto che questo povero poliziotto si trova indagato per eccesso colposo nell'uso legittimo delle armi. Cioè, avrebbe dovuto usarle legittimamente ma probabilmente, nella mente di chi lo sta indagando, avrebbe dovuto usare quegli antichi giocattoli che erano i fucili a tappi o una cerbottana o una fionda con le palline di carta bagnate. Ma in questo Paese siamo veramente tutti impazziti? Abbiamo letto che la posizione del poliziotto si sta aggravando perché non è dimostrato il tentativo di omicidio da parte del pregiudicato. Ma cosa doveva fare il pregiudicato perché il tentativo di omicidio fosse dimostrato: eseguirlo? Portarlo a compimento? Uccidere? Vogliamo riconoscere alle forze dell'ordine almeno un certo livello di autonomia di giudizio nei confronti della situazione che si trovano ad affrontare, o dobbiamo pensare di affiancare loro degli assistenti sociali che di volta in volta valutino le intenzioni e la situazione psicosociale del pregiudicato di turno? Dobbiamo, al posto dei giubbotti antiproiettile antiquati che hanno, acquistare (magari se ne può occupare Arcuri) un set di termos di camomilla che i poliziotti possano fornire al pazzo che hanno davanti e che mette a repentaglio la vita di altri?
Abbiamo poi sentito dire, riferendosi alla legge sulla legittima difesa, che forse bisognerebbe valutare la possibilità di inserire lo «stato di grave turbamento» anche nel caso dei poliziotti e delle forze dell'ordine. Ma se un poliziotto va in grave turbamento di fronte a un delinquente non si dà semmai il caso che quel poliziotto non sia adeguato per il suo lavoro? Sarebbe come se un chirurgo provasse grave turbamento di fronte al sangue o come se un idraulico provasse grave turbamento di fronte a una tazza del cesso che mostra evidenti segni di perdita.
Cosa c'entra la legittima difesa con le forze dell'ordine? Le forze dell'ordine sono chiamate a difendere i cittadini che illegittimamente sono minacciati, non sono chiamate a difendere legittimamente loro stesse come un normale cittadino che viene aggredito da dei delinquenti. È nelle regole di ingaggio della loro professione quella del rischio di incorrere in eventi traumatici, violenti e talora mortali.
Ma vi rendete conto del caos mentale che ragionamenti di questo tipo possono indurre nei cittadini in questa continua, estenuante, esacerbante inversione di ruoli, confusone di funzioni, complicazione della definizione delle responsabilità di ciascuno?
Qui siamo di fronte a un intervento dell'autorità pubblica doveroso, legittimo e necessario. E il discorso deve iniziare e finire qui. Non c'è spazio per il proseguimento di un ragionamento che non esiste e che deve chiudersi qui. Se no diciamolo con chiarezza: le regole del diritto non esistono più, le funzioni delle forze dell'ordine le decidiamo di volta in volta e, sempre di volta in volta, decidiamo - una follia allo stato purissimo, direi gassoso - se quel poliziotto ha abusato di legittima difesa.
Ma che legittima difesa? Semmai legittima difesa dei cittadini da parte delle forze dell'ordine contro i criminali, ivi compreso l'uso delle armi.
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Ansa
Il clandestino fermato a Termini armato di coltello non può essere rimpatriato: la sua nazionalità è incerta. L'africano è sbarcato qui nel 2016: da allora ha devastato quattro chiese, aggredito agenti e fatto proselitismo per la jihad. Ma resterà comunque in Italia.
Ma che cosa bisogna fare per essere espulsi da questo disgraziato Paese? Immaginiamo il tormento di Ahmed Ibrhaim, 44 anni, clandestino, entrato irregolarmente in Italia ormai da diversi anni, una sfilza di segnalazioni alle forze dell'ordine da far paura, soggetto socialmente pericoloso, delinquente abituale, tossico, senza fissa dimora, accoltellatore, violento: in queste ore lo stiamo amorevolmente curando, ovviamente a spese nostre, al Policlinico Umberto I di Roma, dopo un incontro ravvicinato con una pallottola sparata alla stazione Termini da un agente che ha avuto la saggia idea di non farsi tagliare la gola. Le cronache ci informano che Ahmed Ibrahim «dovrà rispondere» (rispondere? Ma a chi? E come?) di «tentato omicidio, porto abusivo d'arma, resistenza e minaccia a pubblico ufficiale, ma non potrà essere espulso». Ancora una volta. Non potrà. Proprio così. Del resto si capisce: perché espellerlo? Perché lasciarsi scappare una simile risorsa? Teniamocelo stretto. E guai a chi ce lo tocca.
Sono anni infatti che mister Ahmed Ibrhaim ce lo teniamo stretto. Per la verità lui, prima di cominciare a fare il pazzo alla stazione Termini di Roma scatenando il panico fra folla con un grosso coltello in mano, ci aveva provato varie volte a farsi cacciare dal nostro Paese. Ma noi niente. Irremovibili. Ahmed non si tocca. Fa un reato? Chiudi un occhio. Ne fa un altro? Chiudili tutti e due. A un certo punto hanno scoperto pure che era un jihadista e faceva proselitismo per la guerra santa. Qualcuno ha fatto qualcosa? Macché. Niente. E infatti lui domenica era ancora lì. A girare per Roma con lo scopo di far del male ai cristiani. Sempre nel pieno rispetto della nostra politica dei flussi migratori, basata sul noto principio: fuori i giovani italiani con il cervello, dentro i clandestini stranieri con il coltello. Le prime notizie di reato che riguardano Ahmed risalgono addirittura al 2016. Cinque anni fa. Il suo gesto non passò del tutto inosservato dal momento che, dopo essere arrivato in Italia in modo del tutto clandestino, pensò bene di ringraziare il Paese che lo aveva generosamente accolto andando in giro a devastare chiese. Ne profanò ben quattro, nel centro storico di Roma, come ricordava ieri il Tempo: San Martino ai Monti, la Basilica in Santa Prassede, la chiesa di San Vitale e San Giovanni de Fiorentini. Distrusse candelabri e crocifissi. E se la prese in modo particolare con le immagini della Sacra Famiglia, giudicandole «non rispettose». Roba che sarebbe stata sufficiente, in un Paese normale, a prenderlo per la collottola e sbatterlo fuori dai confini nazionali. Invece niente. L'abbiamo perdonato. Sempre generosamente. E sperando che, per lo meno, capisse il significato della parola «rispettoso».
E infatti eccolo, subito dopo, in piazza San Pietro, a dimostrarci quanto avesse davvero capito. Non soddisfatto delle lezioni di «rispetto» alla Sacra Famiglia, ha deciso infatti di dare lezioni di «rispetto» direttamente al Papa: s'è fatto notare in Vaticano mentre dava in escandescenze in mezzo alla folla e se la prendeva con i poliziotti che cercavano di fermarlo. «Questa volta l'ho fatta grossa: mi cacceranno», avrà pensato. Invece niente. L'abbiamo lasciato ancora libero. Allora lui ha perfezionato il corso di rispetto e s'è presentato dai poliziotti con un punteruolo e ha provato ad ammazzarli. «Ok, ci siamo, mi buttano fuori», s'è illuso. E invece noi niente, ostinati più di un mulo, rispetto dopo rispetto, non ci abbiamo pensato nemmeno un attimo a fermarlo. Che cosa poteva fare ancora poveretto? Non trovando di meglio ha provato ad aggredire alcuni suoi correligionari del centro islamico di San Vito, colpevoli evidentemente di non aver ancora distrutto né chiese né crocifissi («ma come si permettono questi pappamolla?»). Li ha colpiti a bottigliate e li ha feriti, guadagnandosi una ulteriore denuncia per danneggiamento e lesioni. Ma poi gli hanno dato una pacca sulle spalle e via, l'hanno lasciato ancora libero di circolare, coltellaccio alla mano, fra la folla della stazione. Dove, per l'appunto, l'abbiamo ritrovato domenica mentre stava affinando il master del rispetto. E ora ce lo immaginiamo, il disgraziato, ricoverato al Policlinico, costretto a farsi mantenere dal nostro Servizio sanitario nazionale, senza la soddisfazione di un'espulsione che sia una. Dopo una carriera criminale di questo genere, c'è di che rimanere delusi. Ora immagino che qualcuno si chiederà: ma com'è possibile? E la risposta è ancora più assurda di questo racconto. Il fatto è che di Ahmed Ibrahim ormai sappiamo praticamente tutto, ma non sappiamo ancora di che nazionalità sia. Potrebbe essere del Ghana. Ma forse anche della Costa d'Avorio. O forse chissà. Nessuno dei Paesi dove le procedure di riconoscimento sono state avviate, le ha concluse. Dunque di fatto Ibrahim non si può rimpatriare perché non sapremmo dove rimpatriarlo. È il risultato che si ottiene a far entrare nel nostro Paese masse di clandestini. Una volta che sono qui ce li teniamo. Soprattutto i delinquenti, pazzi, jihadisti e socialmente pericolosi. E chi se li piglia più quelli? Fra l'altro, proprio ieri mattina il garante delle persone private della libertà personale (ex garante dei detenuti), Mauro Palma, ha detto che siccome i rimpatri sono troppo pochi, bisogna evitare di rinchiudere nei centri per l'espulsione quelli che aspettano di essere rimpatriati. «La privazione della libertà è illegittima», ha solennemente dichiarato nella sua relazione alla Camera. Il che chiude perfettamente il cerchio: se tu sei un clandestino violento non puoi essere rimpatriato, ma se non puoi essere rimpatriato non puoi nemmeno essere rinchiuso. Ergo, devi essere lasciato libero di andare in giro con un'arma in mano a seminare il panico tra la folla, minacciando di tagliare la gola al primo che passa. Ricordiamocene la prossima volta che magari c'è un poliziotto meno sveglio e capace di quello che ha sparato ieri a Termini, e la giornata finisce in tragedia. Ricordiamocene perché dieci a uno scommetto che ci sarà qualcuno che dirà che è colpa del nostro razzismo.
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