Ecco #DimmiLaVerità del 13 novembre 2024. Ospite la senatrice Dolores Bevilacqua. L'argomento del giorno è: "Il teatrino Albania, una farsa che costa un miliardo di euro ai contribuenti e intanto gli sbarchi crescono a dismisura".
L’ultimo è un gambiano, sospetto affiliato all’Isis. Però proseguono gli arrivi e pure la contesa con le Ong. Oggi vertice in Europa sui rimpatri. Il commissario svedese: «Sono una priorità. La Tunisia ci sta aiutando».
Nonostante un arresto per terrorismo aveva fatto richiesta di protezione internazionale e al momento del rigetto aveva presentato perfino un ricorso. L’accusa, poi, si è trasformata in una condanna a 5 anni di carcere e al momento della sua scarcerazione è finito nel Cpr di Bari in attesa dell’espulsione. L’altra sera Ousman Sillah, 28 anni, gambiano sbarcato clandestinamente con un barcone a Messina nel 2016 con il suo compagno di viaggio e di combattimento Alagie Touray (arrestato con lui nel 2018 per terrorismo e accusato di aver frequentato un campo di addestramento dell’Isis in Libia), è stato espulso. Le forze di polizia lo hanno fatto salire su un volo charter a Fiumicino diretto a Banjul (Gambia) con scalo a Monaco di Baviera, in esecuzione del provvedimento di espulsione del Prefetto di Cosenza. Salgono così a 712 i provvedimenti di espulsione o allontanamento (misure particolarmente difficili da portare a termine con la legislazione attuale) eseguiti dal 2015 a oggi: 160 emessi dal ministro dell’Interno, 414 dai prefetti, 111 dall’autorità giudiziaria, cinque per riammissione alla procedura di Dublino e due in base agli accordi di riammissione europei. Ci sono poi 20 respingimenti, sei dei quali per segnalazione di divieto di ingresso in base al sistema di informazione Schengen bis e 14 nei confronti di stranieri che si sono presentati alla frontiera senza i requisiti di ingresso. Da gennaio a oggi sono 54 i provvedimenti eseguiti: uno dei quali emesso dal ministro dell’Interno, 40 dai prefetti, undici dalla magistratura e due sono invece i respingimenti alla frontiera.
Ma gli sbarchi non si arrestano e, a colpi di quasi 500 al giorno (sono in totale 140.898 gli stranieri approdati da gennaio al 18 ottobre), nelle maglie dei controlli, qualche altro Abdesslem Laswad (il terrorista arrivato in Italia con un barcone che ha ucciso due svedesi a Bruxelles l’altro giorno ed è poi stato freddato dalla polizia) potrebbe infiltrarsi. Il sistema dei rimpatri, infatti, si sta rivelando uno dei buchi neri del meccanismo europeo delle migrazioni.
Nel 2022, su 440.000 richieste di rimpatrio nei Paesi Ue, solo 77.000 sono andate a buon fine. L’Europa, però, sta cercando di accelerare. Oggi si terrà una prima riunione per trovare una soluzione al meccanismo dell’espulsione «in maniera volontaria assistita» di chi è considerato una minaccia per la sicurezza. «Ho chiesto al coordinatore Ue dei rimpatri di convocare una riunione straordinaria anche per discutere con gli Stati membri come possiamo fare in modo che le persone che pongono un rischio per la sicurezza dell’Ue possano essere rimpatriate più rapidamente», ha affermato il Commissario Ue agli Affari interni, Ylva Johansson, che ha definito quella dei rimpatri come «una priorità». Il dato interessante fornito da Johansson, però, è anche un altro: «Posso dire che da circa un mese abbiamo assistito a un’ottima cooperazione da parte della Tunisia e che le partenze di migranti irregolari dalla Tunisia verso l’Italia e Lampedusa sono diminuite dell’80%». Le autorità tunisine hanno intercettato più di 600 partenze e hanno arrestato diversi trafficanti. Inoltre, Johansson ha spiegato che l’Ue «sta finanziando i rimpatri volontari di migranti di Paesi terzi bloccati in Tunisia verso i Paesi di origine». Un dato che sarebbe raddoppiato quest’anno. Lo sbarramento tunisino, però, non ha arrestato completamente il flusso migratorio.
A Lampedusa anche ieri sono approdati in 87. Erano a bordo di due barconi partiti da Zuara (Libia). Mentre le forze dell’ordine sono anche alle prese con chi, nonostante un’espulsione, cerca di tornare in Italia. Ieri gli investigatori della squadra mobile di Agrigento hanno arrestato cinque immigrati, tre dei quali a Lampedusa dove erano sbarcati nelle ultime ore nonostante fossero gravati da decreto di respingimento. Un tunisino di 35 anni è stato arrestato ad Agrigento in esecuzione di un ordine di carcerazione della Procura di Macerata (deve scontare 3 anni, 6 mesi e 15 giorni di reclusione per aver violato disposizioni inerenti il testo unico sull’immigrazione). Sottoposto a fermo, inoltre, sempre per violazioni alle norme sull’immigrazione, un egiziano di 41 anni. Sbarchi anche in Calabria. A Roccella Ionica sono approdati in 86. Viaggiavano su una barca a vela di circa dieci metri partita dalla Turchia. E anche le Ong continuano ad alimentare il flusso verso l’Italia. La Sea Eye 4 ha soccorso nel Mediterraneo centrale un gommone con a bordo 51 migranti. Le autorità italiane hanno assegnato al taxi del mare il porto di Brindisi. Mentre la Mare Jonio di Mediterranea Saving Humans è stata multata e sequestrata a Trapani dopo lo sbarco di 69 migranti soccorsi nel Mediterraneo centrale la sera del 16 ottobre. Subito dopo lo sbarco comandante e armatore sono stati convocati in Capitaneria di porto per la notifica del doppio provvedimento di applicazione del decreto Piantedosi: sanzione fino a 10.000 euro e fermo amministrativo della nave per 20 giorni.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Il leader francese annuncia il ritiro delle truppe, che restano in minima parte solo in Ciad: «Stop agli interventi in caso di golpe». La giunta esulta ma non caccia gli americani. Per l’Italia c’è una grana in più: il caos politico a Niamey incoraggerà le partenze.
Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha annunciato il ritiro dell’esercito francese dal Niger entro la fine del 2023. Il governo di Parigi prevede di contattare al più presto i membri della giunta militare nigerina per garantire un ritiro pacifico e coordinato dei 1.500 soldati francesi presenti nel Paese, in modo che, al 1° gennaio 2024, non ve ne siano più. Macron ha anche annunciato che l’ambasciatore francese, Sylvain Itte, che viveva ormai barricato all’interno della sede diplomatica, avrebbe lasciato la capitale Niamey nella giornata di ieri.
È finito così il braccio di ferro della Francia con la nuova giunta golpista, arrivata al potere a fine luglio. Non poteva andare diversamente, visto che Parigi anche all’interno dell’Ue è rimasta sola a difendere a oltranza il deposto presidente Mohamed Bazoum, ancora agli arresti. Per circa due mesi i francesi hanno appoggiato la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas), che ha più volte paventato l’intervento militare in Niger, con tanto di ultimatum - mai rispettato, a causa di divisioni interne - anche sulla ripartizione dei costi e dalla paura che una guerra avrebbe travolto i Paesi vicini, già alle prese con enormi problemi di sicurezza causati dai gruppi locali legati ad al Qaeda e allo Stato Islamico. Determinante poi il veto all’intervento militare in Niger da parte degli Stati Uniti, che almeno per il momento non vedono minacciati i loro interessi: nessuno ha chiesto agli Usa di far rientrare il loro ambasciatore o il ritiro del loro contingente militare. Si direbbe che i golpisti sappiano bene con chi conviene litigare e con chi no.
«Non c’è più la Françafrique e quando ci sono colpi di Stato, noi non interveniamo», ha affermato il leader francese, che ha poi ha spiegato di non voler far restare i militari francesi in Niger come «ostaggi dei putschisti». Poi ha detto che la Francia continuerà ad aiutare il continente africano a combattere il terrorismo, «ma solo se proviene da governi democraticamente eletti. I putschisti sono amici del disordine». Macron ha anche tracciato il suo personale bilancio dei dieci anni di operazione militare antiterrorismo «Barkane» nel Sahel (oggi la Francia è presente solo in Ciad con 1.000 soldati), che ha definito «un successo». Vero che Parigi è intervenuta su richiesta dei passati governi del Mali, del Burkina Faso e del Niger, tuttavia, i risultati sono stati modesti se confrontati con l’impegno militare profuso e la perdita di vite. Per Macron, «senza il nostro intervento, la maggior parte di questi Paesi sarebbero già diventati dei califfati territoriali gestiti dai jihadisti».
La giunta militare al potere in Niger ha subito accolto con grande enfasi l’annuncio del presidente francese: «Celebriamo la nuova tappa verso la sovranità del Niger», hanno scritto in un comunicato letto alla tv nazionale. Dopo il ritiro obbligato dal Mali e dal Burkina Faso, la presenza dei militari francesi nella zona strategica del Sahel e nell’Africa occidentale diminuisce ancora. Anche se Parigi dislocherà i militari che erano in Niger nel vicino Ciad, che ospita il quartier generale delle forze francesi nel Sahel, o verso altre zone di combattimento contro i jihadisti, tipo il Medio Oriente, come si è visto negli scorsi giorni in Siria. Quindi la giunta golpista è soddisfatta e può gridare alla vittoria, cosa che potrebbe ispirare anche altri generali nel continente africano a imitarla, visto che «tanto basta tenere un po’ duro e poi gli occidentali non intervengono e se ne vanno». E anche Parigi tira un sospiro di sollievo, visto che i timori di un assalto all’ambasciata francese da parte della folla fomentata dai golpisti erano sempre più fondati.
Chi non festeggia e ha motivo di preoccuparsi (e molto) è il nostro Paese, che vede aumentare esponenzialmente il pericolo - con il Sahel in fiamme grazie ai jihadisti - che il Mediterraneo venga preso d’assalto dai migranti. È bene ricordare che il Mali, il Burkina Faso e il Niger non sono assolutamente in grado di reggere l’urto delle organizzazioni terroristiche e non saranno certo le milizie paramilitari russe, alle quali i terroristi danno la caccia, a salvarli.
Tutto accade mentre Macron tende la mano a Giorgia Meloni: «Voglio lavorare con il presidente del Consiglio italiano, perché lei ha fatto una scelta, forte, che non era quella di qualche mese fa, seguita dall’Italia. Noto che nella sua maggioranza ci sono quelli che danno risposte semplicistiche e nazionaliste, laddove c’era un’Italia che diceva “non prendiamo più barconi, li mandiamo altrove”, l’Italia ora si prende le sue responsabilità per quello che chiamiamo il primo porto sicuro. Noi dobbiamo svolgere il nostro ruolo in quanto europei e non lasciare soli gli italiani». Belle parole, ma i barconi rrivano a Lampedusa e non a Parigi.
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Ansa
- Arrivati oltre 4.000 profughi in 24 ore. Segnalate decine di imbarcazioni dirette verso Lampedusa e le spiagge siciliane. Si parte anche con natanti fai da te. La Costa d’Avorio è la prima nazionalità degli ingressi in Italia.
- Inflazione oltre il 10%, il 15,6% sui generi alimentari. Non serve il blocco dei prezzi per il Ramadan. Debito pubblico al 100% del Pil. Rischio di default ma si litiga con il Fmi.
Lo speciale contiene due articoli.
Con i rubinetti del grande flusso migratorio ormai completamente aperti l’Italia sta facendo il pieno: a Lampedusa, ieri, il nuovo record, con 2.200 sbarcati in 24 ore. In 892 sono arrivati in porto ieri con 23 imbarcazioni, compreso un barchino di sette metri comprato dai 25 che si sono avventurati in un viaggio fai da te con solo una bussola e un telefono cellulare a fargli da navigatore, mentre venerdì con altri 43 natanti hanno messo piede in Italia altre 1.778 persone. E l’hotspot è di nuovo al collasso con 2.488 «ospiti». Ben 44 barchini approdati ieri sono partiti da Sfax, due da Kerkenna e due rispettivamente da Madhia e Soussa. Tutti porti tunisini. E se la Guardia costiera tunisina non fosse riuscita a fermare le altre 79 barche partite, sarebbero arrivati in Italia altri 3.000 migranti.
Ma oltre agli sbarchi autonomi ci sono quelli coordinati. La Geo Barents (la nave di Medici senza frontiere) è attesa a Bari questa sera con a bordo 190 persone. Tutti uomini e tutti provenienti dal Bangladesh. Dalla nave militare Diciotti, invece, ne sono già sbarcati 320 ad Augusta. Ne sono attesi altri 400 a Pozzallo nella giornata di oggi. La Diciotti aveva caricato a bordo 727 passeggeri che si trovavano in difficoltà al largo della costa italiana. La Life support di Emergency, invece, ne sta trasportando altri 161, recuperati in acque internazionali della zona Sar maltese mentre navigavano su un gommone di circa 12 metri che imbarcava acqua (il governo ha già assegnato alla nave il porto di Ortona per lo sbarco). E ha fatto sapere che ci sono altri barchini in difficoltà nell’area tra la Tunisia e Lampedusa.
Il tutto mentre Alarm phone lancia quasi un Sos a ora: «Negli ultimi due giorni», scrive l’Ong su Twitter, «siamo stati informati di oltre 20 barche in fuga dalla Tunisia. Stiamo cercando di capire quali siano arrivate, quali siano state intercettate e quali invece sono finite capovolte». Nelle ultime ore infatti si sono verificati diversi incidenti in mare, perché - ovviamente - a più partenze corrisponde sempre un aumento delle tragedie. Due barchini con passeggeri subsahariani sono naufragati in area Sar maltese. Sono almeno sette i cadaveri già recuperati da Guardia costiera e Guardia di finanza, costrette a sconfinare per prestare soccorso. In circa una decina sono saliti a bordo delle motovedette. Altri erano un peschereccio tunisino che è stato scortato fino a Lampedusa.
Uno degli interventi segnalati da Alarm phone ha creato uno scontro tra la Guardia costiera libica, che era intervenuta in modo autonomo nella sua zona Sar, e la Ocean Viking. Dalla motovedetta libica, all’arrivo della nave della Ong, sono stati sparati in aria sei colpi d’avvertimento. La Ong ora si lagna: «Siamo stati minacciati dai guardacoste libici finanziati dall’Unione europea».
Segnalate anche presenze già a terra. Quattro gruppi di migranti sono riusciti ad arrivare a Lampedusa e sono stati bloccati mentre cercavano di far perdere le loro tracce. La Guardia di finanza ne ha rintracciati undici, tutti tunisini, lungo la strada di Ponente, nelle vicinanze di un camping. Altre 41 persone della Costa d’Avorio (ormai la prima nazionalità degli ingressi in Italia), della Guinea e della Liberia. I carabinieri, invece, all’Isola dei Conigli ne hanno fermati altri 43. E non è stata presa d’assalto solo la Sicilia.
«La situazione nell’hotspot di Lampedusa è di nuovo fuori controllo. Confidiamo, per poter davvero invertire la rotta, nella nuova architettura normativa prevista dal decreto Cutro promosso dal governo e dal ministro Matteo Piantedosi, che indubbiamente segnerebbe un sostanziale cambio di passo nella gestione dei flussi irregolari e della prima accoglienza», ha commentato il segretario generale del sindacato di polizia Coisp, Domenico Pianese. Le statistiche intanto salgono vertiginosamente: sono 20.379 gli sbarcati in totale nei primi tre mesi del 2023 (6.000 solo tra l’8 e il 12 marzo). L’anno scorso si erano fermati a 6.518. La prima nazionalità è diventata di colpo la Costa d’Avorio, con 3.347 sbarcati, seguita da Guinea (2.957) e Pakistan (1.986). I tunisini sono già 1.587.
Nonostante il boom di nuovi ingressi, però, la strategia di alleggerimento messa in campo dal governo sembra funzionare: i centri d’accoglienza siciliani, infatti, sono ancora in zona gialla, con 9.889 ospiti. Mentre la maggior parte degli sbarcati è finita tra Lombardia (zona rossa con 12.745 ospiti, ovvero l’11 per cento del totale degli sbarcati) ed Emilia Romagna (zona rossa con 10.800 e il 10 per cento degli sbarcati). «Si percepisce il fattore attrattivo di una opinione pubblica che ha una ampia fetta di persone che mostra apertura verso l’accoglienza», ha affermato il ministro dell’Interno Piantedosi.
«I numeri di quest’anno sono inaccettabili, anche perché non siamo in grado di dare assistenza a questa gente», ha detto il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini: «Con tanti italiani in difficoltà non possiamo essere lasciati da soli». E ha tirato ancora una volta le orecchie all’Europa: «Vediamo se finalmente, dopo anni di chiacchiere, passa dalle parole ai fatti perché le frontiere italiane sono frontiere europee. Quindi non possiamo essere lasciati da soli ad accogliere decine o centinaia di migliaia di persone e occorre intervenire sull’altra sponda del Mediterraneo, in Africa».
Mentre il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani concentra tutto sui trafficanti di esseri umani: «Promettono obiettivi irraggiungibili e sfruttano la disperazione di queste persone, dobbiamo fermarli».
Tunisia, bomba pronta a esplodere
L’ennesima tragedia nel Mediterraneo - i 34 migranti provenienti da Paesi dell’Africa sub-sahariana dispersi a seguito dell’ennesimo naufragio avvenuto lo scorso 24 marzo al largo della costa tunisina - mostra che, nonostante le ricorrenti sciagure, i trafficanti di esseri umani continuano a riempire i loro barconi diretti verso l’Italia. Andando avanti di questo passo l’estate che sta per arrivare rischia di passare alla storia per il numero di disperati che tenteranno di arrivare sulle coste italiane. Lo stesso potrebbe valere per il numero dei morti.
Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni non ha nascosto i suoi timori durante l’ultimo Consiglio europeo: «Ho posto il tema della Tunisia, anche in Consiglio europeo, nel senso che forse non sono tutti consapevoli dei rischi che si stanno correndo rispetto alla Tunisia e della necessità di sostenere una stabilità in una nazione che ha forti problemi finanziari e che se non dovessimo affrontare quei problemi rischia di scatenare un’ondata migratoria oggettivamente senza precedenti. Se crolla la Tunisia c’è il rischio che arrivino 900.000 rifugiati, in estate la situazione potrebbe essere fuori controllo».
Secondo le cifre del Viminale dall’inizio dell’anno sono arrivati in Italia 20.379 migranti, una cifra più che triplicata rispetto a un anno fa. Di questi, quelli di nazionalità tunisina sono 1.587 ma non è certo un mistero che da quella parte del Nord Africa partono persone di più nazionalità. Ma cosa sta succedendo in Tunisia? La situazione economica della Tunisia continua a peggiorare, tanto che a febbraio l’inflazione ha toccato il 10,4%, ma se si prendono in considerazione i consumi alimentari il dato arriva al 15,6%. Il governo tunisino ha annunciato uno stop ai prezzi su alcuni generi di prima necessità per tutto il mese del Ramadan (cominciato l’altro ieri), un periodo nel quale i consumi delle famiglie aumentano. Il tasso di disoccupazione è al 15,3% mentre il debito pubblico ha toccato i 34 miliardi di euro (quasi il 100% del Pil), una circostanza che secondo alcuni analisti espone la Tunisia al default che potrebbe arrivare nei prossimi sei/nove mesi al massimo, con tutto ciò che potrebbe scatenare in un Paese dove secondo un recente sondaggio il 65% dei tunisini (7,5 milioni di persone) ha dichiarato di voler emigrare.
Per evitare il disastro che si rifletterebbe anche sulle coste italiane, da mesi la Tunisia sta trattando con il Fondo monetario internazionale (Fmi) un prestito pari a 1,9 miliardi di dollari, ma la trattativa non decolla perché Tunisi ha pochissime garanzie da offrire; inoltre l’Fmi oltre alle garanzie pretende che non vengano più erogati i sussidi per i carburanti e i generi alimentari, cosa che creerebbe enormi problemi alle famiglie e su questo argomento governo e opposizione hanno fatto fronte comune nel rifiutare le condizioni dettate dal Fmi.
Il presidente Kaïs Saïed non perde occasione per ribadire: «La Tunisia ha pagato un prezzo alto per ottenere la sua indipendenza. Non abbiamo lezioni da imparare e rifiutiamo qualsiasi interferenza nei nostri affari. La sovranità del Paese sarà difesa e tutelata».
Ma a peggiorare la situazione ci sono le sue mosse. Saïed governa con il pugno di ferro facendo arrestare critici e oppositori, come visto lo scorso 13 febbraio quando è stato trattenuto Noureddine Bouatar, direttore della principale radio indipendente tunisina, mentre nel gennaio scorso 37 sindacalisti sono finiti in carcere.
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Ansa
L’esecutivo parte civile al processo alla nave tedesca accusata di «favoreggiamento dell’immigrazione clandestina». La replica: «Vergognoso». Altri sbarchi in tutt’Italia.
Nella strategia del governo per contrastare i taxi del mare si inserisce una nuova mossa: il ministero dell’Interno e la presidenza del Consiglio dei ministri hanno chiesto di costituirsi parte civile nel processo ai membri dell’equipaggio della nave Iuventa (sotto sequestro nel porto di Trapani dall’agosto 2017) di proprietà della Ong tedesca Jugend Rettet, accusati di «favoreggiamento dell’immigrazione clandestina». Secondo il governo, lo Stato ha subito un considerevole «danno economico e morale». E per questo Viminale e presidenza del Consiglio hanno intenzione di chiedere un congruo risarcimento.
«Il fatto che il governo italiano affermi apertamente di aver subito danni morali e di reputazione a causa delle nostre azioni è vergognoso», ha replicato piccata Kathrin Schmidt, di Iuventa-Crew. Che, però, non ha fatto alcun accenno ai quattro uomini alla sbarra (tra membri dell’equipaggio e attivisti di Medici senza frontiere e Save the children). La Procura di Trapani ha depositato nel processo informative dello Sco, il Servizio centrale operativo della polizia di Stato, della Squadra mobile e del Nucleo speciale di intervento della Guardia costiera (escludendo le intercettazioni degli avvocati, che erano state al centro di polemiche). Secondo l’accusa gli appuntamenti in mare con le barche dei trafficanti sarebbero stati concordati. I giudici del Tribunale di Trapani dovranno ora esaminare le richieste di costituzione di parte civile. E hanno disposto un’ulteriore assistenza linguistica in udienza con un interprete aggiuntivo, al fine di «garantire un’effettiva partecipazione al processo» agli imputati.Sono invece ancora in navigazione verso Livorno la Life Support di Emergency, che lunedì, a porto ottenuto, sfidando il governo italiano, ha fatto prima dietrofront per recuperare altri migranti in mare e poi ha ripreso la rotta indicata dal governo con 142 passeggeri a bordo, e la Sea Eye 4, con 63 passeggeri. La prima, che ha ritardato lo sbarco di disidratati, colpiti da scabbia e da convulsioni (come aveva testimoniato il medico di bordo prima dell’inversione di rotta), ieri stava costeggiando la Sardegna. La seconda, invece, era ancora al largo della Sicilia. Dovrebbero approdare nelle giornate di domani e del 23 dicembre.Nel frattempo è stata già stata decisa la ripartizione dopo l’approdo, con la Toscana che, nonostante stia ospitando in questo momento solo il 7 per cento di tutti gli sbarcati in Italia, si libererà di quasi tutti i passeggeri dei due taxi del mare: 50 saranno destinati alla Lombardia (che invece è in zona rossa e supera il 12 per cento), 40 verranno mandati in Emilia Romagna (in zona rossa con il 10 per cento) e 26 in Liguria (che è in zona verde con il 5 per cento). Non è ancora stata definita, invece, la destinazione per i 26 minori non accompagnati. Mentre a Lampedusa sono ricominciati gli sbarchi autonomi. Ieri ne sono stati registrati tre, nel giro di poche ore. In 40, fra cui 14 donne e due minorenni, sono stati soccorsi al largo della costa dall’assetto Fx M15 della polizia svedese. Il gruppo, a bordo di una barca di otto metri in vetroresina, partita da Sfax, era composto da persone originarie della Sierra Leone, del Camerun, della Guinea e del Mali. Altri 34, fra cui undici donne e un minorenne, sono stati intercettati mentre viaggiavano su barca in lamiera di sette metri dalla Guardia di finanza di Palermo. I primi 71, fra cui 14 donne e 19 minori, invece, sono stati soccorsi mentre erano a bordo di una lancia di 12 metri che era al largo delle Pelagie. Hanno dichiarato di essere originari di Algeria, Tunisia, Yemen e Palestina e di essere partiti da Kerkennah Aataya, pagando da 5 a 6.000 dinari i tunisini e gli algerini e 1.700 dollari gli altri. Si è verificato anche il parto di una bambina, avvenuto durante la fase d’attracco dell’unità di soccorso al molo Favarolo. Nell’hotspot di contrada Imbriacola, che era stato svuotato, ora sono presenti 307 ospiti.«Registriamo sempre meno barche in legno in partenza dalla Tunisia. Aumentano invece i barchini in metallo, con motore fuoribordo, tutte costruite in lamiera e neanche verniciate. Natanti che hanno una grandissima instabilità», ha spiegato ieri il procuratore di Agrigento facente funzioni Salvatore Vella, che ha aggiunto: «I trafficanti di essere umani tunisini nascono come pescatori che si sono riconvertiti a un business criminale e, in genere, hanno un atteggiamento di grande rispetto nei confronti dei loro connazionali. Il fatto che, a bordo di questi barchini in metallo, non ci siano solo tunisini, ma sono quasi ed esclusivamente subsahariani ci porta a pensare che questa modalità di navigazione sia estremamente pericolosa e quindi, probabilmente, meno cara e per questo, a bordo di queste imbarcazioni, vi sono soltanto subsahariani che, purtroppo, sono persone che, in genere, non sanno nuotare». Quindi, ha osservato il magistrato, «quando questi barchini si capovolgono e affondano velocemente, essendo in metallo, causano la morte di quasi tutti coloro che erano a bordo». E, come sempre, a più partenze corrispondono più incidenti e più morti in mare.
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