- Ettore Rosato annuncia che Italia viva voterà in Giunta per dare il leghista in pasto ai giudici nel caso Gregoretti. Vertice a sorpresa tra Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio: sul tavolo il tentativo di tirare avanti e la nuova legge elettorale.
- Inizia la corsa a ostacoli giallorossa. La prima tappa è il vertice sulla prescrizione della prossima settimana che sancirà l'umiliazione dei dem. Le altre grane, dal Milleproroghe al referendum sul Rosatellum.
Lo speciale comprende due articoli.
Colazione da Giuseppi, ma senza Giuseppi, e già questo fa capire che il vertice di ieri tra Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti sia servito solo e soltanto a dare all'esterno l'idea di una compattezza tra i due soci di maggioranza del governo giallorosso. Il (sedicente) capo politico del M5s e il segretario del Pd si sono incontrati a palazzo Chigi ieri mattina: 45 minuti di colloquio, nel corso del quale, hanno fatto sapere gli staff dei due protagonisti, «si è parlato della situazione politica generale e si è fatto un primo confronto sul percorso da avviare per definire i prossimi obiettivi di governo. Il clima è stato molto positivo e costruttivo». L'anomalia di un incontro a palazzo Chigi senza la partecipazione del premier Conte sarebbe da sottolineare, se ci trovassimo in tempi in cui la politica fosse ancora una cosa seria: considerata la situazione attuale, nulla di strano.
A quanto risulta alla Verità, Di Maio e Zingaretti avrebbero iniziato ad affrontare alcuni dei temi caldi che attendono la maggioranza nei prossimi giorni: prescrizione, legge elettorale, concessioni autostradali e così via. Zingaretti ha tentato di capire da Di Maio se il M5s reggerà le difficili prove che aspettano il governo. «Tutto a posto, tutto sotto controllo», ha risposto Di Maio, non riuscendo ovviamente a convincere il malcapitato Zingaretti, che sa bene che ormai il ministro degli Esteri non controlla che una minima parte dei parlamentari grillini.
Del resto, a spargere un po' di sale ci ha pensato Italia viva: «Quello di palazzo Chigi tra Di Maio e Zingaretti», ha commentato Ettore Rosato, coordinatore del partito di Matteo Renzi, «è stato un incontro bilaterale, non un appuntamento di maggioranza. Evidentemente era un incontro di cui avevano bisogno per problemi interni o per bisogno di visibilità. Quindi per noi no problem».
E proprio da Italia viva arriva la notizia che il partito di Renzi voterà a favore dell'autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini sull'affaire Gregoretti. I renziani non avevano ancora sciolto la riserva, ma ieri hanno abbandonato la linea garantista, che evidentemente perseguono solo quando a essere sottoposti a indagini e inchieste sono loro: «Salvini», ha detto Rosato, «nella sua memoria ci ha spiegato che il caso Gregoretti è identico a quello della Diciotti. Salvini certamente conosce le carte meglio di noi, e se lui dice che i casi sono identici, noi ci comporteremo in modo identico, votando come per la Diciotti a favore dell'autorizzazione al processo contro Salvini».
Più articolata e per certi versi contraddittoria, per non dire fumosa, la spiegazione del presidente dei senatori di Italia viva, Davide Faraone: «Lo abbiamo detto sin dall'inizio: se il caso Gregoretti per cui la Giunta del Senato è chiamata a decidere se mandare Salvini a processo o meno, fosse sovrapponibile alla vicenda della Diciotti, noi di Italia viva voteremo in coerenza con quanto fatto a febbraio. Ma lo stabiliremo soltanto studiando le carte. Dobbiamo decidere se mandare a processo una persona, non dobbiamo fare valutazioni politiche o umane, quelle le abbiamo già fatte su Salvini e sono pessime. Non ci piace chi ha deciso di salvarlo o condannarlo a prescindere dal merito», ha aggiunto Faraone, «lasciandosi condizionare dall'appartenenza politica e nemmeno chi cambia idea a seconda se Salvini sia o meno un alleato. Finché le vicende giudiziarie verranno usate per condizionare la vita politica di questo paese, non vedremo mai la luce».
Pollice verso anche da parte del senatore Gregorio De Falco, ex M5s, ora nel gruppo misto, componente della Giunta per le immunità di Palazzo madama, che il prossimo 20 gennaio si esprimerà sul caso: «Ho visionato la memoria difensiva del senatore Salvini», ha scritto De Falco su Facebook, «sulla vicenda della nave Gregoretti. Preliminarmente, va tenuto presente la prima differenza con il caso Diciotti, ovvero l'entrata in vigore del decreto Sicurezza bis, il quale espressamente esclude ogni possibilità di interferenza del ministro dell'Interno sulle navi militari, poiché il primo comma dell'articolo 1 del suddetto decreto esclude dalla sua applicabilità le navi militari e le navi in servizio governativo».
«Inoltre, sempre a differenza del caso Diciotti», ha aggiunto De Falco, «in cui vi era stato un rimpallo di alcuni giorni tra Italia e Malta sulla responsabilità di indicare il posto sicuro di sbarco, nel caso della Gregoretti non vi è mai stato alcun dubbio sulla piena responsabilità italiana, e quindi l'obbligo giuridico e normativo ineludibile di indicare senza ritardo il Pos (Place of safety, ndr) è di sicuro sorto fin dal 27 luglio del 2019 sul Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione del ministero dell'Interno. Infine, con la sua memoria, anziché dimostrare la collegialità della decisione di trattenere i migranti e quindi la natura politica dell'azione di governo», ha argomentato ancora De Falco, «il senatore Salvini ha dimostrato solo che vi fu collegialità nel tentativo di coinvolgere i paesi Ue nella redistribuzione dei migranti».
Dichiarazioni in difesa di Salvini sono arrivate ieri dai massimi esponenti di Forza Italia: i capigruppo di Camera e Senato, Mariastella Gelmini e Anna Maria Bernini, hanno aspramente criticato sia Italia viva che il M5s.
Inizia la corsa a ostacoli giallorossa
Inizia la corsa a ostacoli giallorossa: un fazzoletto di giorni, da qui al 26 gennaio (voto in Emilia-Romagna e Calabria), in cui ci saranno almeno cinque appuntamenti politici delicatissimi, considerando lo stato di salute anemico della coalizione di governo.
Il vertice sulla prescrizione è previsto la prossima settimana, in data ancora da stabilire. Ma sembra probabile una capitolazione umiliante del Pd, costretto a ingoiare il fatto compiuto dell'entrata in vigore (dal 1° gennaio scorso) della sospensione della prescrizione voluta dai grillini. Per mesi il Pd aveva detto: prima scatti la riforma della giustizia con la riduzione dei tempi dei processi, e poi entri in vigore la riforma della prescrizione. Ma nella sua conferenza di fine anno Giuseppe Conte ha già approvato una consecutio inversa: prima i processi eterni, e per la riforma della giustizia si vedrà.
La scadenza per raccogliere le firme per il referendum sul taglio dei parlamentari è il 12 gennaio, ma i promotori hanno già raggiunto il risultato prima di Natale. Dopo che le Camere hanno approvato il taglio , c'erano 90 giorni affinché un quinto dei membri di una Camera chiedesse un referendum confermativo, cosa che è puntualmente accaduta al Senato con 64 firme. Secondo l'interpretazione politica prevalente, questo allungherà almeno di qualche mese la legislatura, nel senso che il Quirinale potrebbe decidere di non sciogliere le Camere, nemmeno in caso di crisi, fino al referendum (tra il 15 aprile e il 15 giugno) e alla successiva revisione della legge elettorale per adeguarla al ridotto numero di deputati e senatori. C'è anche chi sostiene l'inverso: qualcuno potrebbe provocare una crisi proprio ora per imporre lo scioglimento prima che il taglio entri in vigore, e quindi per rivotare rieleggendo 945 parlamentari (e non 600).
La pronuncia della Corte Costituzionale sul referendum leghista per il maggioritario è attesa per il 15-16 gennaio. L'oggetto del quesito è un «ritaglio» del Rosatellum (sistema elettorale in parte proporzionale e in parte maggioritario), per cancellare tutti i riferimenti alla quota proporzionale, e lasciando in piedi il resto, trasformandolo in un sistema uninominale maggioritario. Il sogno - da decenni - dei bipartitisti all'anglosassone: due schieramenti, due candidati in ogni collegio, chi vince viene eletto e chi perde va a casa, e - sul piano nazionale - un'assoluta chiarezza tra chi avrà il compito di governare e chi starà all'opposizione.
Inizia anche il cammino per la conversione parlamentare del decreto Milleproroghe, inclusa la norma che riduce drasticamente l'indennizzo a favore del concessionario inadempiente, in caso di revoca. I renziani difendono Autostrade e hanno promesso battaglia, nonostante l'evidente impopolarità della posizione.
I 23 membri della Giunta delle elezioni e delle immunità del Senato dovranno dare il 20 gennaio il primo semaforo alla richiesta di autorizzazione a procedere contro Salvini per sequestro di persona. In Giunta i rappresentanti di Lega, Fi e Fdi sono dieci. In attesa di capire se possano esservi defezioni tra i sei grillini, o se possa sfilarsi dalla maggioranza, su un tema di coscienza come questo, il rappresentante delle Autonomie, i fari sono accesi sui tre parlamentari renziani, che, se facessero mancare il proprio voto contro Salvini, ribalterebbero gli equilibri. Cosa che, secondo gli annunci renziani di ieri, non accadrà.
Occhi puntati sulla giunta delle elezioni e delle immunità del Senato, presieduta da Maurizio Gasparri e composta da 23 membri, che il 20 gennaio prossimo dovrà dare il primo semaforo (verde o rosso) alla clamorosa richiesta di autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini per sequestro di persona.
In quella giunta i rappresentanti di Lega, Fi e Fdi sono 10: minoranza consistentissima, ma pur sempre minoranza. In attesa di capire se possano esservi defezioni tra i 6 grillini (Mario Giarrusso è stato a volte in polemica, su diversi temi, con la linea politica ufficiale del Movimento), o se possa sfilarsi dalla maggioranza, su un tema di coscienza come questo, il rappresentante delle Autonomie Meinhard Durnwalder, i fari sono accesi sui tre parlamentari renziani, Giuseppe Cucca, Francesco Bonifazi e Nadia Ginetti che, se facessero mancare il proprio voto contro Salvini, ribalterebbero gli equilibri.
Per il momento, Italia viva resta sulle generali, e, attraverso il suo capogruppo a Palazzo Madama Davide Faraone, ha fatto sapere che i renziani vogliono «leggere le carte». Un modo per prendere tempo, e anche per non rendere affatto scontata - agli occhi del Pd e dei 5 stelle - una convergenza manettara dei renziani.
A microfoni spenti, un autorevole esponente renziano fa notare tre cose alla Verità. Primo: sbaglierebbe la Lega se, rispetto alla scelta che i renziani dovranno compiere in giunta, politicizzasse questo specifico voto, nel senso di attendersi in quella sede che Italia viva stacchi clamorosamente la spina al governo, alimentando quella campagna di stampa, insidiosissima per Renzi, sulla presunta convergenza tra i due Matteo. Tra l'altro, se tutto si riduce a un derby giocato sull'immigrazione, i renziani (Faraone in testa) hanno da tempo assunto posizioni polemicissime contro Salvini. Faraone arrivò al punto di salire a giugno scorso sulla Sea Watch guidata dalla Carola Rackete, ribattezzata da Repubblica «la capitana».
Seconda osservazione dal campo renziano. Discorso diverso (e qui Renzi potrebbe effettivamente aprire una riflessione) se tutto si giocasse sul punto del garantismo. Renzi, la scorsa settimana, ha pronunciato in Senato un discorso fiammeggiante contro le invasioni di campo della magistratura: sarebbe abbastanza difficile, appena un mese dopo, avallare un'operazione giustizialista contro un avversario. In questo senso, tendere la mano a Salvini nel voto sull'autorizzazione avrebbe un doppio valore: mostrare che il suo garantismo non è solo a proprio uso e consumo, e distinguere tra merito della questione (cioè l'immigrazione, su cui i renziani vogliono continuare a combattere contro la Lega) e metodo (cioè l'idea che, comunque la si pensi, il dibattito debba essere politico e non giudiziario).
La terza suggestione renziana, pur tenendosi alla larga da qualunque do ut des, è più che altro un'attesa, un'aspettativa. Se la legislatura durerà ancora per un certo tempo, è evidente che Italia viva dovrà mettere sul tavolo proposte per distinguersi, per parlare al Paese, per testare la possibilità di dialogo anche futuro dentro l'attuale perimetro giallorosso, o anche per capire se - su singoli e specifici punti -possano esservi convergenze con altre forze parlamentari, senza alcuno scambio.
In questo senso, il primo punto su cui i renziani vogliono lavorare è il loro cosiddetto «piano shock» su infrastrutture e opere bloccate. Quel piano fu annunciato a novembre, e i renziani dissero che, dopo un giro di opinioni (imprese, Comuni, banche, investitori), avrebbero formalizzato una proposta a gennaio. Da un lato, Italia viva si attende che la sua proposta si tramuti in un decreto legge del governo. Ma dall'altro c'è chi, in ambito renziano, vagheggia l'idea di un'iniziativa parlamentare allargata alle opposizioni.
Ma ci sono o ci fanno? Il confronto tv tra Matteo Salvini e Matteo Renzi ha un vincitore: Bruno Vespa, arbitro di un match tv che rappresenta comunque un evento. Ieri a Porta a Porta i due Matteo si sono affrontati per 90 minuti esatti a colpi di battute, frecciate, qualche colpo sotto la cintura, ma alla fine del match ci si chiede se questi due protagonisti della politica italiana non abbiano, in fondo, e nemmeno tanto, un solo obiettivo: fare fuori, politicamente parlando, Giuseppe Conte. I due arrivano nello studio della Rai, la «terza camera», alle 18.20; entrambi in completo blu, cravatta scura a tinta unita per il senatore di Italia viva, scura con losanghe per il leader della Lega. «Sono 13 anni», gongola Vespa, «che due leader non si confrontano qui, furonoRomano Prodi eSilvio Berlusconi. Vi ringrazio per la vostra presenza».
I due iniziano a stuzzicarsi subito: «Renzi», attacca Salvini, «in maniere geniale si è inventato un governo sotto il fungo. Il governo è nato per non fare votare gli italiani, dopo le europee era tutto un no, continuo. No addirittura alle Olimpiadi». «Ero imbarazzato», confessa Renzi, «quando ho dovuto dare la fiducia al governo...». Salvini raccoglie l'assist: «Ma perché non potevano andare a votare come fanno tutti i Paesi normali del mondo?».
Renzi accusa il colpo, Salvini non molla la presa: «Sono contento di essere qui stasera perché ho un'idea di Italia diversa da quella della sinistra». «Il colpo di sole da Papeete che ha preso il collega Salvini», ribatte il senatore di Rignano, uscendo dall'angolo, «è evidente. E lo fa rosicare ancora adesso. Ha fatto una cosa che non ha né capo né coda. Non è mai è successo che ci fosse una crisi in questo modo. Quando si vota in questo Paese lo decide la Costituzione, non un beach club a Milano Marittima. Sì», ammette Renzi, «abbiamo fatto un'operazione di Palazzo, ma c'era l'interesse del Paese, io non lo volevo fare un accordo con il M5s».
I due Matteo si danno del tu e del lei a seconda del momento. Litigano, si azzuffano, ma quel volpone di Vespa sa bene che il confronto va bene a tutti e due. Salvini spera che Renzi, che già sta piantando grane ogni mezz'ora sulla manovra, prima o poi, più o meno in primavera, faccia cadere il governo di Giuseppe Conte. In cambio, è disposto a concedere all'ex premier un po' di preziosa visibilità a costo zero. «Fare la festa a Conte», provoca Vespa, «è una delle poche cose su cui andate d'accordo». «Non è vero!», risponde immediatamente Renzi, ma non gli crede nessuno. Non a caso, su una cosa i due Matteo si trovano d'accordo: il futuro sindaco di Roma. «Io spero che Virginia Raggi si dimetta domattina», dice Renzi, «abbiamo fatto una petizione. Se c'è una persona che ha fallito come sindaco è lei, se lo faccia dire da un ex sindaco. Molto meglio i sindaci della Lega rispetto a lei». «La Lega raccoglie firme contro la Raggi, lo faremo anche sabato a piazza San Giovanni», argomenta Salvini. Sostituire la parola «Raggi» con la parola «Conte» e avrete chiara la ragione che ha spinto i due Matteo ad affrontare questo confronto tv.
Poi, c'è lo spettacolo. Se sia pugilato o wrestling lo sanno solo loro due, ma le botte volano. «Io», attacca il senatore di Rignano, «mai mi permetterei di giudicare le sue ferie e mai quelle con figli e famiglia. Lei però avrebbe fatto migliore figura se quando era in vacanza non si fosse messo in missione in Senato». «I ministri sono sempre in missione, lei non conosce i regolamenti», risponde Salvini. «Io conosco qualcosa che lei non conosce che si chiama buona educazione», ribatte Renzi. «O gli italiani sono cretini», si inalbera Salvini, «e rimbambiti o qualcosa abbiamo fatto. Io sono al 33% e tu sei al 4%. Se in un anno abbiamo raddoppiato i voti è grazie all'abolizione della legge Fornero, grazie alla flat tax. E poi io non mi sognerei mai di creare un partito dalla sera alla mattina. Renzi è un genio incompreso: ha fatto di tutto di buono ma gli italiani non se ne sono accorti». La gara a chi ce lo ha più grosso (il partito) è senza storia, Renzi è costretto a cambiare argomento: «Uomo di parola», azzanna Renzi, «Salvini. Lei Salvini? Era per la Padania e poi è diventato nazionalista. Era comunista padano e ora sta con Casa Pound. Ha tifato contro l'Italia e per la Francia. Ha detto di tutto contro Luigi Di Maio e poi gli ha proposto la premiership. Io ho cambiato idea sul referendum e sul M5s, ma se cambiare idea è simbolo di intelligenza Salvini può puntare al Nobel per la fisica».
Sulla manovra Salvini affonda i colpi: «È sbagliato massacrare i lavoratori autonomi nella manovra economica, è un danno incredibile all'economia italiana, in cui il 94% delle aziende ha meno di nove dipendenti. Grazie a quota 100 uomini delle forze dell'ordine, camionisti, infermieri con la schiena rotta, vanno in pensione», dice il leader della Lega. Il match scivola via così, con qualche veleno incrociato sui voli di stato, il Russiagate e altri argomenti caldi. Al 90° l'arbitro Vespa fischia la fine, chi lo sa se ci sarà una rivincita.







