Sciopero nella più grande miniera di rame del Cile, la crisi dell’acciaio cinese minaccia l’Europa, per il sabotaggio al Nord Stream è ufficialmente ricercato un ucraino.
La Germania ha spiccato un mandato d’arresto europeo per Volodymyr Zhuravlov: sarebbe lui l’autore dell’attacco al Nord Stream per il quale era stata subito incolpata Mosca. Che si sarebbe inflitta un danno.
Ci son voluti due anni perché le suggestioni si trasformassero in sospetti e i sospetti prendessero la forma di indizi e gli indizi portassero a una teoria abbastanza robusta da far spiccare un mandato d’arresto europeo per Volodymyr Zhuravlov, quasi omonimo e connazionale del presidente ucraino Zelensky: si tratta del sub che avrebbe piazzato le bombe di profondità che han messo fuori uso l’impianto Nord Stream, il mega condotto con cui la Russia ha inondato di gas a buon prezzo la Germania e l’Europa tutta. Dunque, per la Procura federale tedesca è quasi certo che a sabotare la pipeline, avversata dall’amministrazione americana per il timore di un possibile rafforzamento dell’asse Berlino-Mosca, sia stato un gruppo filo-ucraino. Insieme a Volodymyr Zhuravlov, la cui ultima residenza risulta in Polonia, nei pressi di Varsavia, sarebbero finiti nelle carte giudiziarie pure un uomo e una donna (Jevhen U. e Svitlana U.) ai quali, per ora, la magistratura teutonica ha deciso di dedicare un supplemento d’indagine prima di ordinarne la cattura.
Era il settembre 2022 quando la foto del Mar Baltico che ribolliva come una pentola sul fuoco fece il giro del mondo scatenando mille dietrologie e mille interrogativi. Fin da subito Polonia e Ucraina (ovviamente) puntarono il dito sulla Russia accusandola dell’attentato anche se la logica, il buonsenso e un minimo di studi geopolitici avrebbero consigliato più cautela.
Il Cremlino e l’intero apparato russo non avrebbero avuto alcun valido motivo, infatti, per boicottare una infrastruttura su cui non solo avevano largamente investito ma che rappresentava uno degli asset finanziari e tecnologici più importanti del Paese. Una delle rarissime fonti di finanziamento del conflitto a cui sarebbe stato folle rinunciare. La propaganda Nato, però, riuscì a prendere il sopravvento e a trascinare Mosca sul banco degli imputati.
Soltanto dopo un anno, grazie ad alcuni scoop del New York Times, l’opinione pubblica sarebbe venuta a conoscenza dell’alert che la Cia aveva ricevuto dagli 007 olandesi circa la possibilità (era il giugno 2022, quindi tre mesi prima del raid) che il governo di Kiev stesse architettando un piano per far saltare in aria proprio Nord Stream. La «soffiata» dei Servizi di Amsterdam era stata particolarmente precisa e aveva predetto anche la dinamica dell’operazione: i sabotatori avrebbero usato passaporti stranieri (bulgari, per la precisione) per viaggiare in Europa e arrivare sull’obiettivo grazie a una barca oppure a un sottomarino.
Come in effetti è stato accertato dalle rilevazioni satellitari che hanno mostrato, nei pressi del luogo dell’esplosione, la presenza dello yacht Andromeda. Un natante non particolarmente imponente, noleggiato a Rostock, nella Germania settentrionale, il 5 settembre e poi individuato prima a Wiek, un porto della Germania settentrionale meno noto, senza telecamere di sicurezza e con scarsa supervisione, e successivamente a Christianso. A bordo dell’Andromeda, gli investigatori tedeschi hanno trovato tracce di esplosivo compatibile con quello adottato per minare la condotta.
Malgrado gli olandesi avessero riferito agli americani, che a loro volta avevano girato l’informazione agli ucraini per neutralizzare l’intera manovra e dimostrare così di essere al corrente di tutto, addirittura il nome dell’alto ufficiale della Marina presumibilmente al vertice della catena di comando (il generale Valeriy Zaluzhnyi), Kiev aveva prontamente bollato come falsa la ricostruzione olandese.
Mykhailo Podolyak, consigliere del presidente Volodymyr Zelensky, aveva scritto nell’occasione su Twitter: «Sebbene mi piaccia collezionare divertenti teorie cospirative sul governo ucraino, devo dire: l’Ucraina non ha nulla a che fare con l’incidente del Mar Baltico e non ha informazioni su “gruppi di sabotaggio filo-ucraini”». Eppure, sempre il New York Times, attingendo a fonti dell’intelligence statunitense, aveva scritto (senza essere smentito), qualche mese fa, che l’incursione era stata «condotta almeno con la vaga direzione del governo ucraino» ma senza specificare il nome del grande burattinaio. Una ipotesi confermata anche dal lavoro dei servizi segreti svedesi che, recentemente, hanno chiuso la loro inchiesta sull’attentato senza formalizzare alcuna contestazione specifica nei confronti di Kiev, ma sostenendo che la complessità dell’impresa rendeva quasi certa l’interesse o la partecipazione «di un attore statale».
Dopo la distruzione della pipeline, il prezzo del gas (già alle stelle per l’invasione sovietica) si gonfiò di circa il 12% trasformandosi in una vera e propria slavina per i cittadini europei e, soprattutto, per i poveri consumatori italiani. A cui l’allora premier, Mario Draghi, aveva già instillato l’amletico dubbio: «Preferite la pace oppure il condizionatore?». Oggi, a distanza di due anni da quella spettacolare scorreria sotto la cresta dell’onda, il rischio si ripropone, come spiega il presidente della Ficei (la Federazione italiana consorzi enti di industrializzazione), Antonio Visconti: «L’aumento del prezzo del gas sui mercati internazionali rischia di avere un impatto significativo sull’economia globale e nazionale, e sottolinea ancor di più la necessità di una transizione energetica verso fonti rinnovabili», ha aggiunto. «Questo fenomeno è amplificato dalle turbolenze politiche internazionali, che influenzano direttamente i costi energetici e creano instabilità per il nostro sistema industriale».
Da Kiev, intanto, nessuna replica.
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Ansa
Il «Washington Post» rivela: «Dopo mesi di indagini sul sabotaggio dei gasdotti, non si è trovato nulla che inchiodi il Cremlino» Ma anche se l’intelligence gira ancora a vuoto, i media incolparono subito lo zar. E Kiev parlò di «attacco terroristico dei russi».
«Contrordine, compagni!». Fosse ancora vivo, forse Giovannino Guareschi avrebbe intitolato così una vignetta da dedicare all’inchiesta pubblicata ieri dal Washington Post. Secondo il più antico quotidiano della Capitale statunitense, infatti, a sabotare il Nord Stream non sarebbe stata la Russia. O, almeno, prove non ce ne sono. Neanche mezza. E quindi conviene utilizzare maggiore cautela nell’attribuire a Vladimir Putin (o a chicchessia) l’attacco alla condotta che, attraverso il Mar Baltico, porta il gas dalla Federazione russa alla Germania. Un attentato che, lo ricordiamo, ha fatto schizzare alle stelle il prezzo di questa preziosa materia prima alla Borsa di Amsterdam.
Ma riavvolgiamo un attimo il nastro. Lo scorso 26 settembre il Nord Stream (sia 1 che 2) fu gravemente danneggiato. Le indagini condotte dalla Svezia hanno portato un mese fa alla scoperta di tracce di esplosivo in corrispondenza delle falle sottomarine da cui era fuoriuscito il gas. In sostanza, non si è trattato di un incidente, ma di un sabotaggio.
La stampa occidentale ci mise ben poco a individuare il colpevole: Putin. L’accusa, a ben vedere, era poco logica: perché mai la Russia avrebbe dovuto danneggiare sé stessa e una fonte di introiti notevole come il Nord Stream, la cui quota di maggioranza, peraltro, è detenuta da Gazprom? Mistero. Certo, quando si parla di geopolitica, la logica spesso va a farsi benedire. Ma se gli americani, fino al giorno prima dell’attentato, avevano detto peste e corna del Nord Stream, era quantomeno azzardato ipotizzare un coinvolgimento di Putin nella vicenda.
Questo, chiaramente, non significa che dietro l’attacco ci sia la mano di Washington. Anzi, sostiene qualcuno, potrebbe essere stata proprio la Russia a sabotare il gasdotto per poi dare la colpa ai nemici d’Oltreoceano. Oppure per ricattare gli europei, tagliando loro una fonte di approvvigionamento energetico irrinunciabile. Ma qui, appunto, rimaniamo nell’ambito delle congetture, laddove servirebbero prove ben più consistenti.
Ecco, come riporta il Washington Post, queste prove non ci sono. Per far luce su questo mistero, l’autorevole quotidiano statunitense ha contattato diversi funzionari occidentali, di cui è stato mantenuto l’anonimato. «Finora non ci sono prove che ci sia la Russia dietro il sabotaggio», ha detto per esempio un funzionario europeo, confermando così la valutazione di altri 23 ufficiali, tra diplomatici e membri d’intelligence, intervistati dal Washington Post. Tant’è che, prosegue la testata, «alcuni di loro si sono spinti fino ad affermare che non pensano che la Russia sia responsabile».
Insomma, nonostante gli indici puntati verso Mosca, ora anche il Dipartimento di Stato americano ha iniziato a nutrire diversi dubbi: gli Stati Uniti, spiegano gli autori dell’inchiesta, «intercettano regolarmente le comunicazioni dei funzionari russi e delle forze militari: uno sforzo di intelligence clandestino che ha contribuito a prevedere con precisione l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca a febbraio. Ma finora gli analisti dei servizi segreti non hanno sentito o letto dichiarazioni da parte russa» che facciano pensare a una rivendicazione del sabotaggio o a un tentativo di nascondere il coinvolgimento di Mosca nell’attentato.
D’altra parte, specifica il Washington Post, «l’attribuzione dell’attacco è stata difficile fin dall’inizio». Data la sua natura, infatti, sono in molti che avrebbero potuto portare a termine l’azione. Detto in parole povere: per gli intervistati, la Russia rimane sì un sospettato credibile, ma non è l’unico. E comunque, lo ripetiamo, prove finora non se ne sono trovate.
Di più: «Alcuni funzionari hanno espresso rammarico per il fatto che così tanti capi di Stato abbiano puntato il dito contro Mosca senza considerare altri Paesi, nonché gruppi estremisti che avrebbero potuto avere la capacità e il movente per condurre l’attacco». Non a caso, aggiungono gli autori dell’inchiesta, un funzionario europeo ha confessato loro: «I governi che hanno aspettato a commentare, prima di trarre conclusioni, se la sono giocata bene».
Tra coloro che, invece, hanno giocato male le loro carte, il Washington Post cita Jennifer Granholm, segretario all’Energia degli Stati Uniti, e Robert Habeck, ministro dell’Economia tedesco. Senza contare un consigliere del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che definì il sabotaggio al Nord Stream «un attacco terroristico pianificato dalla Russia e un atto di aggressione nei confronti dell’Unione europea». Dichiarazioni senz’altro intempestive. E che, anzi, confliggono con la logica di cui abbiamo parlato prima: gli scettici, continuano i giornalisti del Washington Post, «sottolineano che Mosca aveva poco da guadagnare da un danneggiamento ai gasdotti che ogni anno generavano per la Russia miliardi di dollari di entrate».
Tra l’altro, è interessante notare che a realizzare l’inchiesta è stato il Washington Post, ossia una testata liberal, edita dal patron di Amazon Jeff Bezos, che si è sempre distinta per una linea decisamente antitrumpiana e antirussa. Un giornale, insomma, al di sopra di qualsiasi sospetto. Un motivo in più per non prendere per oro colato le narrazioni delle opposte propagande. Del resto, come recita un noto adagio, «in guerra la verità è la prima vittima».
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Vladimir Putin (Mikhail Svetlov/Getty Images)
- La Danimarca cita espressamente la Russia come autrice del danneggiamento, ma non è chiaro perché Mosca avrebbe dovuto distruggere una sua arma di ricatto. Il Cremlino nega e rilancia un video «sospetto» di Joe Biden.
- Le compagnie di navigazione non potranno trasportare greggio russo quotato oltre un certo prezzo. Scettiche Cipro e Grecia, ma l’Ue promette loro di togliere altri divieti.
Lo speciale comprende due articoli.
Atto di sabotaggio. Sulla definizione di quanto accaduto ai due tronconi del gasdotto Nord Stream nessuna delle parti interessate, né il blocco Occidentale, né Mosca, ha dubbi. Le indagini sulle perdite di gas si basano ormai su un’ipotesi di reato ben precisa, ma quanto al probabile sabotatore, lo scontro acceso mette in evidenza contraddizioni e dubbi. La famosa domanda alla base di ogni processo, quel «Cui prodest? A chi giova?» che di solito è un faro per arrivare alla verità, in questo caso getta ancora più confusione sull’intera vicenda.
Per l’Europa, la Nato e i Paesi nelle cui acque si è verificato l’incidente, il colpevole è Mosca, anche se solo la Danimarca ha citato apertamente il presunto autore del danneggiamento, mentre gli altri si sono limitati a «suggerirlo». Il ministro della Difesa di Copenaghen, Morten Bodskov, parlando alla televisione danese ha infatti detto testualmente: «La Russia ha una presenza militare significativa nella regione del Mar Baltico e ci aspettiamo che continui a lanciare sciabolate». La polizia dell’altro Paese direttamente coinvolto, la Svezia, ha aperto un’indagine per sabotaggio grave. Danimarca e Svezia, insieme, hanno inoltre convocato un summit d’urgenza per prendere le contromisure di fronte alla tripla fuga di gas: «Dobbiamo capire bene come tutto ciò influirà sulla nostra sicurezza nazionale», ha fatto sapere la ministra degli esteri svedese Ann Linde, anche a nome dell’omologo danese. Le allusioni, neanche troppo velate, alla responsabilità di Putin sono state fatte in più occasioni, anche se non è chiaro perché Mosca avrebbe dovuto mettere a rischio quei gasdotti che insieme ai partner europei ha impiegato anni a costruire, al costo di oltre 20 miliardi di dollari.
L’interesse russo, teoricamente, sarebbe quello di mantenere intatta e funzionante la sua arma di ricatto contro l’Europa, chiudendo e riaprendo i rubinetti quando e con chi conviene di più. L’aspetto particolarmente allarmante, qualora fosse stata davvero la Russia a compiere il sabotaggio, sarebbe uno in particolare. L’incidente «tecnico», in entrambi i tronconi del Nord Stream, ha investito direttamente la Zona economica esclusiva delle due nuove matricole della Nato: due perdite di gas sono state rilevate in acque danesi, la terza ricade nella Zee svedese. Ci sarebbe da preoccuparsi dunque se si scoprisse che Mosca ha la capacità di penetrare in acque controllate dalla Nato per compiere ciò che più le aggrada, indisturbatamente. Non solo. Questa eventualità potrebbe costituire il casus belli tra Usa e Russia, dunque bisogna capire se c’è un interesse della Federazione in tal senso: diversamente, il Cremlino avrebbe dato il via a un’azione scriteriata e pericolosa.
Ma in questo giallo si è inserita una dichiarazione che ha fatto davvero scalpore. L’ex ministro degli Esteri polacco e attuale europarlamentare Radoslav Sikorski ha suggerito, in un modo abbastanza pittoresco, che gli Stati Uniti sarebbero coinvolti in qualche modo nei misteriosi incidenti al gasdotto. Sikorski ha postato infatti su Twitter una foto del luogo dell’incidente con la didascalia «Grazie, Usa». Sikorski ha proseguito affermando che «l’unica logica di Nord Stream era quella di permettere a Putin di impunemente ricattare o dichiarare guerra all’Europa orientale». Il ringraziamento da parte del polacco ha provocato la reazione della portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, che ha chiesto se la posizione del politico polacco fosse «una dichiarazione ufficiale sul fatto che si tratta di un attacco terroristico». Sikorski ha risposto che «tutti gli stati ucraini e baltici si sono opposti alla costruzione di Nord Stream per 20 anni. Ora 20 miliardi di dollari di rottami metallici giacciono sul fondo del mare, un altro costo per la Russia per la sua decisione criminale di invadere l’Ucraina». Insomma, il politico polacco ha lodato quella che ha poi definito «un’operazione di manutenzione speciale». Anche il principale accusato ritiene che dietro quanto accaduto ci sia lo zampino Usa, tanto che il viceministro degli Esteri russo Alexander Grushko, ha dichiarato che Mosca è aperta a «indagare congiuntamente» per capire le cause delle fughe di gas. Il Cremlino ha definito «stupido e assurdo» accusare la Russia. Il portavoce Peskov ha infatti definito le perdite come «problematiche» e ricordato che il gas russo «costa un sacco di soldi e ora si sta dissolvendo nell’aria». Peskov ha insinuato che chi beneficia di più del fatto che i gasdotti non funzionino sono gli Stati Uniti: «Vediamo un aumento significativo dei profitti delle compagnie energetiche americane che stanno fornendo gas all’Europa». Il dito del portavoce del Cremlino e quello della Zakharova sono stati puntati direttamente contro il presidente Usa Biden.
E tra i fan di Mosca c’è chi ha riesumato il video di una conferenza stampa tenuta da Biden prima dell’inizio della guerra in Ucraina. «Se la Russia invaderà l’Ucraina non ci sarà più un Nord Stream 2. Vi metteremo fine», dice il presidente Usa nel filmato. Alla domanda di una giornalista su come gli Stati Uniti potrebbero farlo, Biden risponde: «Le assicuro che saremo in grado di farlo». Zakharova ha dunque invitato Joe Biden a rispondere alla domanda «se gli Stati Uniti d’America hanno realizzato la loro minaccia il 25 e 26 settembre 2022». La Russia intende inoltre chiedere una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu sui danni subiti dal Nord Stream e Nord Stream 2.
Nuove sanzioni sulle petroliere
Alle compagnie di navigazione e alle compagnie assicurative sarà vietato trasportare o assicurare il petrolio russo se il prezzo a cui viene venduto è superiore a un certo limite. Funzionerà così il nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia proposto ieri dall’esecutivo dell’Unione Europea. Il limite fissato sarà il prezzo al quale il petrolio russo viene attualmente venduto in Asia, circa il 30% in meno rispetto ai prezzi attuali imposti in Europa. Come già accordato anche gli altri alleati del G7, in particolare il Regno Unito, dove la maggior parte delle petroliere sono assicurate, imporranno le stesse sanzioni.
La proposta però prima di essere applicata dovrà essere approvata all’unanimità dai 27 Paesi membri del blocco, che dovranno superare le loro divergenze sulle nuove sanzioni. Le contestazioni dovrebbero arrivare soprattutto dall’Ungheria, dove il primo ministro Viktor Orbán si è mostrato spesso ostile a questo tipo di sanzioni ed è infatti stato il critico più forte all’interno dell’Unione. Anche Cipro e Grecia sono state scettiche a lungo perché le loro industrie navali fanno un sacco di soldi trasportando il petrolio russo.
Sembrerebbe però che per convincere questi Paesi sia stata concordata una soluzione provvisoria in base alla quale Grecia, Cipro e Malta sarebbero risarcite per i loro sacrifici. In base all’accordo, l’Unione Europea ammorbidirà le sue sanzioni su altri prodotti, rimuovendo di fatto il divieto di spedizione di fertilizzanti, cemento e altri prodotti russi. Sostanzialmente si tratta di un do ut des.
Intanto l’Ucraina sta esercitando pressioni sull’Unione Europea per includere non solo un tetto massimo per il prezzo del petrolio, ma anche un embargo sul gas russo e la sua industria nucleare nel suo prossimo pacchetto di sanzioni. «Mentre voi contate i penny, noi contiamo le vite», ha detto in un’intervista Oleg Ustenko, consigliere economico del presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
L’Unione Europea e gli Stati Uniti sperano di avere il meccanismo di limitazione dei prezzi per le esportazioni petrolifere russe entro il 5 dicembre, quando entreranno in vigore le sanzioni dell’Unione Europea che vietano le importazioni marittime di greggio russo. In ogni caso e nonostante gli accordi stretti, l’approvazione potrebbe richiedere del tempo. Ursula von der Leyen però sembra determinata, secondo la presidente della Commissione Europea un nuovo divieto di importazione costerebbe alla Russia 7 miliardi di euro di mancati guadagni. Il blocco amplierebbe anche l’elenco delle esportazioni vietate «per privare la macchina da guerra del Cremlino di tecnologie chiave» dice e aggiunge: «Non accettiamo referendum fasulli né alcun tipo di annessione in Ucraina. E siamo determinati a far pagare al Cremlino il prezzo di questa ulteriore escalation», ha detto ai giornalisti. Le proposte di ieri, infatti, comprendono, oltre alle restrizioni commerciali e al tetto massimo al prezzo del petrolio per i Paesi terzi, anche una nuova lista nera di persone ostili all’occidente.
Si tratta di individui del settore della difesa russo, quelli coinvolti nelle votazioni ad hoc organizzate da Mosca nei territori ucraini occupati, quelli che l’Occidente incolpa per aver diffuso la propaganda russa e quelli che aiutano ad aggirare le sanzioni occidentali. Inoltre, nella proposta, alle società europee sarebbe vietato fornire più servizi alla Russia e ai cittadini europei non sarebbe consentito sedere nei consigli di amministrazione delle società statali russe.
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La falla lungo il gasdotto Nord Stream 2 al largo di Borholm, Danimarca (Ansa/Danish Defense Command)
- In poche ore le maxi perdite bloccano i gasdotti 1 e 2. I sismologi: «Lunedì registrate forti esplosioni». Per Polonia e Ucraina è colpa di Putin, che ritorce le accuse. Anche per gli Usa è «un attacco». Il prezzo schizza del 20 %, spinto pure dall’arbitrato tra Kiev e Mosca.
- Ci vorranno settimane per la missione esplorativa. E quelle acque non sono sicure.
Lo speciale contiene due articoli.
Europa in subbuglio, accuse di sabotaggio che volano da un capo all’altro del continente e gasdotti Nord Stream 1 e 2 fuori uso a tempo indeterminato. Lunedì mattina, a Sudest dell’isola di Bornholm, in pieno mar Baltico, una falla apertasi nel gasdotto Nord Stream 2 lascia fuoriuscire gas che, giunto in superficie, fa schiumare la superficie del mare. Il gasdotto non era in esercizio ma conteneva gas in pressione. Poco dopo, altro allarme, questa volta dal gasdotto Nord Stream 1 a Nordest della stessa isola, molto più al largo, in acque svedesi: falle in entrambi i tubi del gasdotto, che era fuori servizio (ma pieno di gas) dopo lo stop dello scorso agosto deciso dalla Russia. Dalle immagini disponibili in corrispondenza di una delle falle, il mare ribolle in un’area di un chilometro di diametro. Dunque, tre rotture su tre tubi in tre punti diversi. Difficilmente quanto accaduto può essere derubricato a casualità. A Sudovest dell’isola danese scorre anche il nuovo gasdotto Baltic Pipe, che collega la Polonia alla Norvegia, inaugurato giusto ieri.
Spiccano le dichiarazioni del centro sismologico svedese, che, al pari di quello danese, lunedì avrebbe registrato esplosioni sottomarine nella zona delle perdite di gas dei due gasdotti. «Difficile credere che le perdite nei gasdotti Nord Stream siano casuali», ha detto il primo ministro danese Mette Frederiksen. Il viceministro degli Esteri polacco Marcin Przydacz ha accusato esplicitamente la Russia: «Se è capace di una politica militare aggressiva in Ucraina è ovvio che non si può escludere alcuna provocazione, anche in Europa occidentale», ha dichiarato. In Germania, un portavoce si è espresso con molta prudenza affermando di non avere ancora notizie certe, mentre i giornali tedeschi non esitano a parlare di sabotaggio. Cauta appare anche Bruxelles: «Le fughe non hanno messo a repentaglio la sicurezza degli approvvigionamenti», ha dichiarato Tim McPhie, portavoce della Commissione europea. Durissimo il governo ucraino: «Si tratta di un attacco terroristico pianificato dalla Russia e un atto di aggressione all’Ue», ha affermato senza mezzi termini Mikhaylo Podolyak, consigliere di Volodymyr Zelensky.
In giornata si è fatta sentire anche Mosca: «Si tratta di una situazione molto preoccupante e senza precedenti, che richiede immediate indagini. Non possiamo escludere che sia il risultato di un atto di sabotaggio», recita un comunicato del Cremlino. Ha parlato anche il segretario di Stato americano, Antony Blinken, secondo il quale «i primi report indicano che le fughe di gas siano state causate da un attacco». «Nei prossimi mesi dobbiamo lavorare per mettere fine alla dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia», ha poi concluso. Sempre da Washington, la portavoce della Casa Bianca, Karine Jean-Pierre ha affermato che «i nostri partner europei condurranno le indagini, noi siamo pronti a sostenere i loro sforzi». «Questo episodio dimostra quanto sia importante il nostro impegno comune per trovare forniture di alternative», ha concluso la portavoce. Gli avvenimenti convulsi delle ultime ore richiamano alla mente la conferenza stampa del 7 febbraio scorso, tenuta a Washington dal presidente americano Joe Biden in occasione della prima visita alla Casa Bianca del cancelliere tedesco Olaf Scholz. Nell’occasione, Biden affermò che «se la Russia invade […] l’Ucraina allora non ci sarà più un Nord Stream 2». Alla domanda di una giornalista che chiedeva come pensava di impegnarsi su questo, dato che il Nord Stream 2 è sotto il controllo tedesco, Biden rispose dicendo: «Noi saremo in grado di farlo».
Il Nord Stream 1 è stato fermato dalla Russia lo scorso agosto, mentre il Nord Stream 2 è stato bloccato alla partenza dalla Germania su caldo invito degli Usa. A prescindere da chi possa aver procurato i danneggiamenti, chi trarrebbe beneficio da una definitiva chiusura del Nord Stream 1 & 2? In tanti, sembrerebbe. La Germania aveva già imboccato con decisione la strada dei razionamenti e in Europa si considerava già un dato di fatto che dai due Nord Stream non sarebbe più arrivato gas. Il governo tedesco vede così svanire un’opzione, quella dell’apertura del Nord Stream 2, che stava diventando imbarazzante, sia per le continue istigazioni di Vladimir Putin a sfidare il veto americano sia per le pressioni politiche interne. Da mesi infatti una parte dei socialdemocratici, la Linke e manifestazioni popolari chiedevano insistentemente l’apertura del Nord Stream 2.
Il fronte Nato, con Usa e Gran Bretagna in prima fila, vede eliminata la tentazione latente per la Germania di deviare dal sentiero delle sanzioni e ricadere nelle braccia dell’antico fornitore di gas, spaccando il fronte occidentale. Fine delle tentazioni. Ucraina e Polonia possono accusare la Russia di voler scatenare il panico in Europa e la Russia, dal canto suo, può giocare il ruolo della vittima. Qui si inserisce anche la dinamica del prezzo. Ieri il future di ottobre quotato alla Borsa di Amsterdam ha chiuso a 208 euro al megawattora. Quasi il 20% in più in un solo giorno. Il motivo non è tanto per il presunto sabotaggio per la notizia diffusa dopo le 16 del deragliamento dell’arbitrato tra Gazprom e Naftogaz, l’operatore ucraino. L’ipotesi se confermata porterebbe allo stop dei flussi anche dalle parti di Kiev.
Nel mezzo di questi intrecci strategici stanno le imprese e i cittadini, soprattutto tedeschi, che non avranno gas sufficiente e si preparano a un mesto inverno di razionamenti. Ce lo ricorda il segretario della Nato Stoltenberg: «Prepariamoci a un duro inverno».
Le riparazioni non prima del 2023. C’è il pericolo mine della II guerra
Che cosa sia accaduto esattamente alle condutture sommerse dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 si potrà scoprire solamente quando saranno riparati, ma certamente l’immenso ribollire del Mare del Nord fa pensare a un sabotaggio.
Le dimensioni della perdita fanno ipotizzare una rottura di grandi dimensioni e le ipotesi che i condotti siano stati danneggiati volontariamente sono aumentate dopo che è stata rilevata la fuga di gas anche sul secondo gasdotto, il Nord Stream 2. Il primo ministro danese Mette Frederiksen ha affermato: «È ancora troppo presto per arrivare a conclusioni, ma certamente si tratta di una situazione straordinaria, si sono verificate tre perdite distinte ma nel giro di pochissime ore e quindi è difficile immaginare che possa essere accidentale». I sospetti sono aumentati anche perché l’evento si è verificato mentre Frederiksen era in Polonia per partecipare all’inaugurazione del Baltic Pipe, un nuovo gasdotto per trasportare il gas norvegese in Danimarca e Polonia. Le indagini avviate potranno chiarire se le rotture sono state provocate da mine, da azioni subacquee o da un molto meno probabile evento naturale. «I danni che si sono verificati in un giorno contemporaneamente a tre linee di gasdotti off-shore del sistema Nord Stream sono senza precedenti», ha comunicato la società Nord Stream AG responsabile dei gasdotti, che puntualizza: «Finora è impossibile stimare i tempi per il ripristino delle infrastrutture di trasporto del gas. La prima perdita, attraverso il Nord Stream 2, è stata rilevata lunedì sera nella sezione danese del gasdotto del Mar Baltico, intorno all’isola di Bornholm, dopo un grave calo di pressione». Ore dopo sono state individuate altre due perdite su diverse sezioni del Nord Stream 1, una nella zona economica danese e un’altra nella zona economica svedese del Mar Baltico, dove non potrebbero liberamente entrare unità navali militari di altre nazioni.
Il problema sul tavolo ora riguarda le tempistiche delle riparazioni. Considerando la dimensione dell’infrastruttura ci vorranno mesi, se tutto filerà liscio. Ma le incognite sono moltissime, a partire dall’incolumità della missione esplorativa per individuare sede e dimensione delle falle. Nella zona di mare interessata vi sono infatti centinaia di mine sottomarine risalenti alla Seconda guerra mondiale. Dunque è immaginabile che una missione esplorativa possa partire solo tra qualche settimane. Poi si tratterà di vedere quante sezioni saranno da sostituire, dato che un semplice «rattoppo» difficilmente basterà.
Al momento nessuno dei due gasdotti sta attualmente trasportando gas in Europa, sebbene un certo livello di forniture rimanga all’interno dell’infrastruttura. Se si trattasse di sabotaggio, questo potrebbe essere avvenuto soltanto con un’azione sottomarina che per essere portata a termine avrebbe visto giocoforza coinvolti mezzi militari. Ma chi avrebbe interesse a distruggere il Nord Stream? Certamente l’Ucraina, o la Russia ma sotto falsa bandiera. Nel primo caso a disporre di droni sottomarini è proprio Kiev, che li ha ricevuti in dotazione dal Regno Unito l’estate scorsa per aiutarla a neutralizzare le mine russe al largo delle sue coste e addestrare i soldati ucraini al loro uso. Si tratta di dispositivi leggeri e autonomi progettati per l’uso in aree poco profonde, in grado di funzionare fino a 100 metri sotto il livello del mare per rilevare, localizzare e identificare le mine in modo da poterle far brillare. Proprio il Regno Unito nell’agosto scorso dichiarò che decine di membri della Marina ucraina si stavano addestrando all’uso di questi droni con istruttori inglesi e americani. Ma certo un atto ucraino nelle zone esclusive danesi e svedesi sarebbe di una gravità inaudita.
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