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2026-01-16
Nord Stream 2 fa causa all’Unione europea
Nel gennaio 2025, la Danimarca aveva concesso alla società Nord Stream 2 Ag il permesso di effettuare lavori di conservazione, per evitare che il deterioramento delle linee danneggiate potesse compromettere la sola condotta rimasta sana. Ma il diciottesimo pacchetto di sanzioni alla Russia, nel luglio dello scorso anno, aveva vanificato tale permesso. In effetti, l’unica condotta del Nord Stream 2 rimasta intatta dopo l’esplosione del settembre 2022 contiene ancora gas naturale, a una pressione più bassa di quella di esercizio ma comunque superiore alla pressione idrostatica esterna. Se la pressione interna scendesse sotto quella dell’acqua circostante, eventuali micro-crepe potrebbero far entrare acqua salata. L’ossigeno e il sale causerebbero una corrosione accelerata dall’interno, rendendo il tubo irrecuperabile in poco tempo.
La società Nord Stream 2 Ag, che ha sede in Svizzera, era entrata nel marzo 2022 in moratoria concordataria (una sorta di amministrazione controllata nel diritto svizzero) a causa delle sanzioni statunitensi e tedesche.
A differenza della Nord Stream 2 Ag, che è controllata al 100% da Gazprom (benché alla realizzazione del gasdotto abbiano contribuito economicamente anche aziende europee), il Nord Stream 1 era un progetto internazionale che vedeva la partecipazione diretta di diversi soggetti. Oltre a Gazprom, che detiene il 51%, vi sono i tedeschi di Wintershall Dea Ag e Uniper, con il 15,5% ciascuno, l’olandese Gasunie e la francese Engie, queste con il 9% ciascuna. Entrambe le condotte del Nord Stream 1 (Linea A e Linea B) sono state completamente squarciate dall’esplosione, ma la società è rimasta in piedi per la gestione delle indagini tecniche sull’accaduto e i rapporti assicurativi, dato che sono in corso contenziosi per il risarcimento dei danni. Gli azionisti hanno già svalutato le loro partecipazioni nei bilanci, con perdite miliardarie. Il Nord Stream 1 era già stato fermato «indefinitamente» da Gazprom nell’agosto 2022, poche settimane prima dell’attentato, ufficialmente per problemi tecnici dovuti alle sanzioni occidentali.
L’avvocato che ha proposto il ricorso davanti al Tribunale dell’Ue è il berlinese Bertrand Malmendier, un nome comunemente associato alla difesa degli interessi legali russi in Germania. In effetti, il suo studio legale, Malmendier Legal, annovera un grande cliente come Rosneft, la maggiore società russa del petrolio, controllata direttamente dal Cremlino. Per conto di quella società, a suo tempo, aveva chiesto 9 miliardi di euro di risarcimento al Governo federale tedesco, per compensare le perdite subite dopo l’invasione russa dell’Ucraina dalla raffineria Pck di Schwedt, nel Brandeburgo. Berlino, infatti, a seguito della guerra, aveva posto la raffineria sotto tutela statale e aveva interrotto le forniture di petrolio russo. Nel 2024 vi fu un accordo secondo cui Rosneft (che possiede il 54,17% delle azioni della Pck, mentre Shell ne ha il 37,5% ed Eni l’8,33%) avrebbe sospeso le cause legali in corso contro il governo tedesco mentre cercava un acquirente. In realtà, in Germania si ipotizza di nazionalizzare la raffineria, che dà lavoro a 1.200 persone ed è una delle più importanti del Paese. In caso di espropriazione il governo federale dovrebbe pagare un indennizzo a Rosneft, ma qui la situazione si complica, perché occorrerebbe chiarire se quel denaro debba essere depositato su un conto bloccato, in ossequio al congelamento dei beni russi in Europa, oppure no. L’avvocato Malmendier viene considerato molto vicino al Cremlino e ha frequentato in passato la Fondazione Konrad Adenauer (Kas), affiliata alla Cdu, il partito al governo oggi in Germania che esprime il cancelliere Friedrich Merz.
L’azione della società russa sul gasdotto ancora integro potrebbe indicare che Mosca spera ancora di salvare il salvabile, magari nel quadro di un clamoroso accordo con gli Stati Uniti sull’energia, una volta finita la guerra in Ucraina.
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La società posseduta interamente da Gazprom contesta le sanzioni imposte da Bruxelles che impediscono la manutenzione dell’unica condotta sopravvissuta al sabotaggio del 2022. Senza interventi, il tubo potrebbe irreversibilmente deteriorarsi.La società proprietaria del Nord Stream 2 ha citato in giudizio il Consiglio dell’Unione europea, contestando le sanzioni imposte da Bruxelles a quello che resta del gasdotto saltato in aria il 26 settembre 2022. La Nord Stream 2 Ag chiede alla Corte di giustizia dell’Unione europea che venga annullato l’articolo 5 bis septies del regolamento (Ue) n. 2025/1494 del Consiglio, del 18 luglio 2025, meglio noto come diciottesimo pacchetto di sanzioni europee contro la Russia.L’articolo in questione vieta di «effettuare, direttamente o indirettamente, operazioni in relazione ai gasdotti per il gas naturale Nord Stream e Nord Stream 2, per quanto riguarda il completamento, l’esercizio, la manutenzione o l’uso dei gasdotti». La società, al 100% di proprietà del colosso russo del gas Gazprom, elenca sette motivi per cui ritiene illegittimo il divieto di effettuare operazioni sul gasdotto e su quel che ne resta. Ad esempio, le nozioni di «operazione» e «manutenzione» non sarebbero giuridicamente definite, e il divieto si configura come una espropriazione de facto. Inoltre, la società dice che eventuali manutenzioni sarebbero volte «a meri fini di sicurezza per gli anni a venire» e non darebbero vantaggi patrimoniali alla Russia (che è la ragione delle sanzioni).Nel gennaio 2025, la Danimarca aveva concesso alla società Nord Stream 2 Ag il permesso di effettuare lavori di conservazione, per evitare che il deterioramento delle linee danneggiate potesse compromettere la sola condotta rimasta sana. Ma il diciottesimo pacchetto di sanzioni alla Russia, nel luglio dello scorso anno, aveva vanificato tale permesso. In effetti, l’unica condotta del Nord Stream 2 rimasta intatta dopo l’esplosione del settembre 2022 contiene ancora gas naturale, a una pressione più bassa di quella di esercizio ma comunque superiore alla pressione idrostatica esterna. Se la pressione interna scendesse sotto quella dell’acqua circostante, eventuali micro-crepe potrebbero far entrare acqua salata. L’ossigeno e il sale causerebbero una corrosione accelerata dall’interno, rendendo il tubo irrecuperabile in poco tempo. La società Nord Stream 2 Ag, che ha sede in Svizzera, era entrata nel marzo 2022 in moratoria concordataria (una sorta di amministrazione controllata nel diritto svizzero) a causa delle sanzioni statunitensi e tedesche.A differenza della Nord Stream 2 Ag, che è controllata al 100% da Gazprom (benché alla realizzazione del gasdotto abbiano contribuito economicamente anche aziende europee), il Nord Stream 1 era un progetto internazionale che vedeva la partecipazione diretta di diversi soggetti. Oltre a Gazprom, che detiene il 51%, vi sono i tedeschi di Wintershall Dea Ag e Uniper, con il 15,5% ciascuno, l’olandese Gasunie e la francese Engie, queste con il 9% ciascuna. Entrambe le condotte del Nord Stream 1 (Linea A e Linea B) sono state completamente squarciate dall’esplosione, ma la società è rimasta in piedi per la gestione delle indagini tecniche sull’accaduto e i rapporti assicurativi, dato che sono in corso contenziosi per il risarcimento dei danni. Gli azionisti hanno già svalutato le loro partecipazioni nei bilanci, con perdite miliardarie. Il Nord Stream 1 era già stato fermato «indefinitamente» da Gazprom nell’agosto 2022, poche settimane prima dell’attentato, ufficialmente per problemi tecnici dovuti alle sanzioni occidentali.L’avvocato che ha proposto il ricorso davanti al Tribunale dell’Ue è il berlinese Bertrand Malmendier, un nome comunemente associato alla difesa degli interessi legali russi in Germania. In effetti, il suo studio legale, Malmendier Legal, annovera un grande cliente come Rosneft, la maggiore società russa del petrolio, controllata direttamente dal Cremlino. Per conto di quella società, a suo tempo, aveva chiesto 9 miliardi di euro di risarcimento al Governo federale tedesco, per compensare le perdite subite dopo l’invasione russa dell’Ucraina dalla raffineria Pck di Schwedt, nel Brandeburgo. Berlino, infatti, a seguito della guerra, aveva posto la raffineria sotto tutela statale e aveva interrotto le forniture di petrolio russo. Nel 2024 vi fu un accordo secondo cui Rosneft (che possiede il 54,17% delle azioni della Pck, mentre Shell ne ha il 37,5% ed Eni l’8,33%) avrebbe sospeso le cause legali in corso contro il governo tedesco mentre cercava un acquirente. In realtà, in Germania si ipotizza di nazionalizzare la raffineria, che dà lavoro a 1.200 persone ed è una delle più importanti del Paese. In caso di espropriazione il governo federale dovrebbe pagare un indennizzo a Rosneft, ma qui la situazione si complica, perché occorrerebbe chiarire se quel denaro debba essere depositato su un conto bloccato, in ossequio al congelamento dei beni russi in Europa, oppure no. L’avvocato Malmendier viene considerato molto vicino al Cremlino e ha frequentato in passato la Fondazione Konrad Adenauer (Kas), affiliata alla Cdu, il partito al governo oggi in Germania che esprime il cancelliere Friedrich Merz. L’azione della società russa sul gasdotto ancora integro potrebbe indicare che Mosca spera ancora di salvare il salvabile, magari nel quadro di un clamoroso accordo con gli Stati Uniti sull’energia, una volta finita la guerra in Ucraina.
La grazia è un atto di clemenza individuale concesso dal presidente della Repubblica previsto dall’articolo 87 della Costituzione italiana. Il procedimento prevede però un’istruttoria svolta dal ministro della Giustizia che raccoglie pareri, documentazione e valutazioni prima di sottoporre la proposta al Quirinale.
Nel caso di Nicole Minetti, la grazia è stata concessa per consentirle di assistere all’estero un minore gravemente malato, in ragione di motivazioni umanitarie. Il provvedimento, firmato il 18 febbraio scorso, ha estinto le condanne residue per favoreggiamento della prostituzione e peculato. Nelle ultime ore, tuttavia, il Quirinale ha chiesto al ministero della Giustizia ulteriori verifiche su alcuni elementi contenuti nella domanda di clemenza, dopo dubbi emersi sulla documentazione presentata.
Marina Calderone (Ansa)
Pochi problemi per le misure a costo zero. Per esempio quella sui rider: nell’ultima bozza è previsto che l’accesso alla piattaforma digitale può avvenire con Spid, Carta di identità elettronica (Cie) e Carta nazionale dei servizi (Cns). «La piattaforma», si legge, «non può rilasciare più di un account per ogni singolo codice fiscale, né commissionare prestazioni temporalmente inconciliabili allo stesso lavoratore. La violazione comporta una sanzione che nella bozza resta da quantificare».
Difficile invece il lavoro di mediazione per trovare la quadra sulle misure «onerose», anche perché ci sono delle agevolazioni in scadenza a fine aprile. Innanzitutto la premessa che dovrebbe accontentare i sindacati più rappresentativi, quindi Cgil, Cisl e Uil e le maggiori associazioni datoriali: «Gli incentivi all’occupazione», si legge nella bozza, «andranno solo alle aziende che applicano il salario giusto, ovvero il trattamento economico complessivo definito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale». «Per i settori non coperti da contrattazione collettiva», inoltre, «il trattamento economico complessivo non può essere inferiore a quello previsto dal contratto collettivo nazionale, stipulato dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale». Una definizione che dovrebbe arginare il pericolo della proliferazione di contratti pirata.
Ma veniamo al punto. Di quali incentivi parliamo? C’è per esempio il bonus per le assunzioni dei giovani under 35: il taglio dei contributi che le aziende devono versare ai neoassunti per i contratti a tempo indeterminato. È previsto un tetto per la decontribuzione che è di 500 euro mensili per le assunzioni in tutto il territorio nazionale e di 650 euro nelle regioni della Zes (Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Calabria, Sardegna, Marche e Umbria). Sarà estesa anche l’agevolazione per le donne che però già scade a fine anno e prevede un esonero totale dei contributi previdenziali, con un massimo di 650 euro al mese. L’altra leva è quella che porta alla necessità di ampliare o prorogare gli strumenti individuati per far crescere la retribuzione complessiva.
Da questo punto di vista la vera novità riguarda la previsione che gli incrementi retributivi stabiliti in sede di rinnovo dei contratti collettivi di lavoro scaduti decorreranno dalla data di scadenza naturale del precedente contratto.
Non solo. Perché nella bozza è anche previsto che in caso di mancato rinnovo dei contratti collettivi entro i primi dodici mesi successivi alla naturale scadenza, le retribuzioni siano adeguate, «a titolo di anticipazione forfettaria dell’incremento retributivo previsto dal comma 1, alla variazione dell’Ipca, entro il tetto massimo del 50% annuo della stessa, fatte salve eventuali diverse pattuizioni contrattuali in uso». E ancora: «Nei settori caratterizzati da elevata stagionalità e variabilità dei ricavi», si legge nella bozza, «l’adeguamento di cui al comma 2 non trova applicazione ed è legato a indicatori economici settoriali individuati dalla contrattazione collettiva».
Nel testo poi sono previsti anche incentivi al 31 dicembre per i disoccupati di lungo periodo e per la trasformazione dei contratti a tempo indeterminato.
Mentre in via sperimentale, è stata inserita la copertura assicurativa obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro per le persone che svolgono l’attività di caregiver familiare. Copertura che viene viene finanziata con poco meno di 13 milioni l’anno.
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