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2022-09-29
L'intrigo del gas nel Baltico avvicina la guerra totale
Vladimir Putin (Mikhail Svetlov/Getty Images)
Atto di sabotaggio. Sulla definizione di quanto accaduto ai due tronconi del gasdotto Nord Stream nessuna delle parti interessate, né il blocco Occidentale, né Mosca, ha dubbi. Le indagini sulle perdite di gas si basano ormai su un’ipotesi di reato ben precisa, ma quanto al probabile sabotatore, lo scontro acceso mette in evidenza contraddizioni e dubbi. La famosa domanda alla base di ogni processo, quel «Cui prodest? A chi giova?» che di solito è un faro per arrivare alla verità, in questo caso getta ancora più confusione sull’intera vicenda.
Per l’Europa, la Nato e i Paesi nelle cui acque si è verificato l’incidente, il colpevole è Mosca, anche se solo la Danimarca ha citato apertamente il presunto autore del danneggiamento, mentre gli altri si sono limitati a «suggerirlo». Il ministro della Difesa di Copenaghen, Morten Bodskov, parlando alla televisione danese ha infatti detto testualmente: «La Russia ha una presenza militare significativa nella regione del Mar Baltico e ci aspettiamo che continui a lanciare sciabolate». La polizia dell’altro Paese direttamente coinvolto, la Svezia, ha aperto un’indagine per sabotaggio grave. Danimarca e Svezia, insieme, hanno inoltre convocato un summit d’urgenza per prendere le contromisure di fronte alla tripla fuga di gas: «Dobbiamo capire bene come tutto ciò influirà sulla nostra sicurezza nazionale», ha fatto sapere la ministra degli esteri svedese Ann Linde, anche a nome dell’omologo danese. Le allusioni, neanche troppo velate, alla responsabilità di Putin sono state fatte in più occasioni, anche se non è chiaro perché Mosca avrebbe dovuto mettere a rischio quei gasdotti che insieme ai partner europei ha impiegato anni a costruire, al costo di oltre 20 miliardi di dollari.
L’interesse russo, teoricamente, sarebbe quello di mantenere intatta e funzionante la sua arma di ricatto contro l’Europa, chiudendo e riaprendo i rubinetti quando e con chi conviene di più. L’aspetto particolarmente allarmante, qualora fosse stata davvero la Russia a compiere il sabotaggio, sarebbe uno in particolare. L’incidente «tecnico», in entrambi i tronconi del Nord Stream, ha investito direttamente la Zona economica esclusiva delle due nuove matricole della Nato: due perdite di gas sono state rilevate in acque danesi, la terza ricade nella Zee svedese. Ci sarebbe da preoccuparsi dunque se si scoprisse che Mosca ha la capacità di penetrare in acque controllate dalla Nato per compiere ciò che più le aggrada, indisturbatamente. Non solo. Questa eventualità potrebbe costituire il casus belli tra Usa e Russia, dunque bisogna capire se c’è un interesse della Federazione in tal senso: diversamente, il Cremlino avrebbe dato il via a un’azione scriteriata e pericolosa.
Ma in questo giallo si è inserita una dichiarazione che ha fatto davvero scalpore. L’ex ministro degli Esteri polacco e attuale europarlamentare Radoslav Sikorski ha suggerito, in un modo abbastanza pittoresco, che gli Stati Uniti sarebbero coinvolti in qualche modo nei misteriosi incidenti al gasdotto. Sikorski ha postato infatti su Twitter una foto del luogo dell’incidente con la didascalia «Grazie, Usa». Sikorski ha proseguito affermando che «l’unica logica di Nord Stream era quella di permettere a Putin di impunemente ricattare o dichiarare guerra all’Europa orientale». Il ringraziamento da parte del polacco ha provocato la reazione della portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, che ha chiesto se la posizione del politico polacco fosse «una dichiarazione ufficiale sul fatto che si tratta di un attacco terroristico». Sikorski ha risposto che «tutti gli stati ucraini e baltici si sono opposti alla costruzione di Nord Stream per 20 anni. Ora 20 miliardi di dollari di rottami metallici giacciono sul fondo del mare, un altro costo per la Russia per la sua decisione criminale di invadere l’Ucraina». Insomma, il politico polacco ha lodato quella che ha poi definito «un’operazione di manutenzione speciale». Anche il principale accusato ritiene che dietro quanto accaduto ci sia lo zampino Usa, tanto che il viceministro degli Esteri russo Alexander Grushko, ha dichiarato che Mosca è aperta a «indagare congiuntamente» per capire le cause delle fughe di gas. Il Cremlino ha definito «stupido e assurdo» accusare la Russia. Il portavoce Peskov ha infatti definito le perdite come «problematiche» e ricordato che il gas russo «costa un sacco di soldi e ora si sta dissolvendo nell’aria». Peskov ha insinuato che chi beneficia di più del fatto che i gasdotti non funzionino sono gli Stati Uniti: «Vediamo un aumento significativo dei profitti delle compagnie energetiche americane che stanno fornendo gas all’Europa». Il dito del portavoce del Cremlino e quello della Zakharova sono stati puntati direttamente contro il presidente Usa Biden.
E tra i fan di Mosca c’è chi ha riesumato il video di una conferenza stampa tenuta da Biden prima dell’inizio della guerra in Ucraina. «Se la Russia invaderà l’Ucraina non ci sarà più un Nord Stream 2. Vi metteremo fine», dice il presidente Usa nel filmato. Alla domanda di una giornalista su come gli Stati Uniti potrebbero farlo, Biden risponde: «Le assicuro che saremo in grado di farlo». Zakharova ha dunque invitato Joe Biden a rispondere alla domanda «se gli Stati Uniti d’America hanno realizzato la loro minaccia il 25 e 26 settembre 2022». La Russia intende inoltre chiedere una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu sui danni subiti dal Nord Stream e Nord Stream 2.
Nuove sanzioni sulle petroliere
Alle compagnie di navigazione e alle compagnie assicurative sarà vietato trasportare o assicurare il petrolio russo se il prezzo a cui viene venduto è superiore a un certo limite. Funzionerà così il nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia proposto ieri dall’esecutivo dell’Unione Europea. Il limite fissato sarà il prezzo al quale il petrolio russo viene attualmente venduto in Asia, circa il 30% in meno rispetto ai prezzi attuali imposti in Europa. Come già accordato anche gli altri alleati del G7, in particolare il Regno Unito, dove la maggior parte delle petroliere sono assicurate, imporranno le stesse sanzioni.
La proposta però prima di essere applicata dovrà essere approvata all’unanimità dai 27 Paesi membri del blocco, che dovranno superare le loro divergenze sulle nuove sanzioni. Le contestazioni dovrebbero arrivare soprattutto dall’Ungheria, dove il primo ministro Viktor Orbán si è mostrato spesso ostile a questo tipo di sanzioni ed è infatti stato il critico più forte all’interno dell’Unione. Anche Cipro e Grecia sono state scettiche a lungo perché le loro industrie navali fanno un sacco di soldi trasportando il petrolio russo.
Sembrerebbe però che per convincere questi Paesi sia stata concordata una soluzione provvisoria in base alla quale Grecia, Cipro e Malta sarebbero risarcite per i loro sacrifici. In base all’accordo, l’Unione Europea ammorbidirà le sue sanzioni su altri prodotti, rimuovendo di fatto il divieto di spedizione di fertilizzanti, cemento e altri prodotti russi. Sostanzialmente si tratta di un do ut des.
Intanto l’Ucraina sta esercitando pressioni sull’Unione Europea per includere non solo un tetto massimo per il prezzo del petrolio, ma anche un embargo sul gas russo e la sua industria nucleare nel suo prossimo pacchetto di sanzioni. «Mentre voi contate i penny, noi contiamo le vite», ha detto in un’intervista Oleg Ustenko, consigliere economico del presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
L’Unione Europea e gli Stati Uniti sperano di avere il meccanismo di limitazione dei prezzi per le esportazioni petrolifere russe entro il 5 dicembre, quando entreranno in vigore le sanzioni dell’Unione Europea che vietano le importazioni marittime di greggio russo. In ogni caso e nonostante gli accordi stretti, l’approvazione potrebbe richiedere del tempo. Ursula von der Leyen però sembra determinata, secondo la presidente della Commissione Europea un nuovo divieto di importazione costerebbe alla Russia 7 miliardi di euro di mancati guadagni. Il blocco amplierebbe anche l’elenco delle esportazioni vietate «per privare la macchina da guerra del Cremlino di tecnologie chiave» dice e aggiunge: «Non accettiamo referendum fasulli né alcun tipo di annessione in Ucraina. E siamo determinati a far pagare al Cremlino il prezzo di questa ulteriore escalation», ha detto ai giornalisti. Le proposte di ieri, infatti, comprendono, oltre alle restrizioni commerciali e al tetto massimo al prezzo del petrolio per i Paesi terzi, anche una nuova lista nera di persone ostili all’occidente.
Si tratta di individui del settore della difesa russo, quelli coinvolti nelle votazioni ad hoc organizzate da Mosca nei territori ucraini occupati, quelli che l’Occidente incolpa per aver diffuso la propaganda russa e quelli che aiutano ad aggirare le sanzioni occidentali. Inoltre, nella proposta, alle società europee sarebbe vietato fornire più servizi alla Russia e ai cittadini europei non sarebbe consentito sedere nei consigli di amministrazione delle società statali russe.
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La Danimarca cita espressamente la Russia come autrice del danneggiamento, ma non è chiaro perché Mosca avrebbe dovuto distruggere una sua arma di ricatto. Il Cremlino nega e rilancia un video «sospetto» di Joe Biden.Le compagnie di navigazione non potranno trasportare greggio russo quotato oltre un certo prezzo. Scettiche Cipro e Grecia, ma l’Ue promette loro di togliere altri divieti.Lo speciale comprende due articoli.Atto di sabotaggio. Sulla definizione di quanto accaduto ai due tronconi del gasdotto Nord Stream nessuna delle parti interessate, né il blocco Occidentale, né Mosca, ha dubbi. Le indagini sulle perdite di gas si basano ormai su un’ipotesi di reato ben precisa, ma quanto al probabile sabotatore, lo scontro acceso mette in evidenza contraddizioni e dubbi. La famosa domanda alla base di ogni processo, quel «Cui prodest? A chi giova?» che di solito è un faro per arrivare alla verità, in questo caso getta ancora più confusione sull’intera vicenda. Per l’Europa, la Nato e i Paesi nelle cui acque si è verificato l’incidente, il colpevole è Mosca, anche se solo la Danimarca ha citato apertamente il presunto autore del danneggiamento, mentre gli altri si sono limitati a «suggerirlo». Il ministro della Difesa di Copenaghen, Morten Bodskov, parlando alla televisione danese ha infatti detto testualmente: «La Russia ha una presenza militare significativa nella regione del Mar Baltico e ci aspettiamo che continui a lanciare sciabolate». La polizia dell’altro Paese direttamente coinvolto, la Svezia, ha aperto un’indagine per sabotaggio grave. Danimarca e Svezia, insieme, hanno inoltre convocato un summit d’urgenza per prendere le contromisure di fronte alla tripla fuga di gas: «Dobbiamo capire bene come tutto ciò influirà sulla nostra sicurezza nazionale», ha fatto sapere la ministra degli esteri svedese Ann Linde, anche a nome dell’omologo danese. Le allusioni, neanche troppo velate, alla responsabilità di Putin sono state fatte in più occasioni, anche se non è chiaro perché Mosca avrebbe dovuto mettere a rischio quei gasdotti che insieme ai partner europei ha impiegato anni a costruire, al costo di oltre 20 miliardi di dollari. L’interesse russo, teoricamente, sarebbe quello di mantenere intatta e funzionante la sua arma di ricatto contro l’Europa, chiudendo e riaprendo i rubinetti quando e con chi conviene di più. L’aspetto particolarmente allarmante, qualora fosse stata davvero la Russia a compiere il sabotaggio, sarebbe uno in particolare. L’incidente «tecnico», in entrambi i tronconi del Nord Stream, ha investito direttamente la Zona economica esclusiva delle due nuove matricole della Nato: due perdite di gas sono state rilevate in acque danesi, la terza ricade nella Zee svedese. Ci sarebbe da preoccuparsi dunque se si scoprisse che Mosca ha la capacità di penetrare in acque controllate dalla Nato per compiere ciò che più le aggrada, indisturbatamente. Non solo. Questa eventualità potrebbe costituire il casus belli tra Usa e Russia, dunque bisogna capire se c’è un interesse della Federazione in tal senso: diversamente, il Cremlino avrebbe dato il via a un’azione scriteriata e pericolosa. Ma in questo giallo si è inserita una dichiarazione che ha fatto davvero scalpore. L’ex ministro degli Esteri polacco e attuale europarlamentare Radoslav Sikorski ha suggerito, in un modo abbastanza pittoresco, che gli Stati Uniti sarebbero coinvolti in qualche modo nei misteriosi incidenti al gasdotto. Sikorski ha postato infatti su Twitter una foto del luogo dell’incidente con la didascalia «Grazie, Usa». Sikorski ha proseguito affermando che «l’unica logica di Nord Stream era quella di permettere a Putin di impunemente ricattare o dichiarare guerra all’Europa orientale». Il ringraziamento da parte del polacco ha provocato la reazione della portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, che ha chiesto se la posizione del politico polacco fosse «una dichiarazione ufficiale sul fatto che si tratta di un attacco terroristico». Sikorski ha risposto che «tutti gli stati ucraini e baltici si sono opposti alla costruzione di Nord Stream per 20 anni. Ora 20 miliardi di dollari di rottami metallici giacciono sul fondo del mare, un altro costo per la Russia per la sua decisione criminale di invadere l’Ucraina». Insomma, il politico polacco ha lodato quella che ha poi definito «un’operazione di manutenzione speciale». Anche il principale accusato ritiene che dietro quanto accaduto ci sia lo zampino Usa, tanto che il viceministro degli Esteri russo Alexander Grushko, ha dichiarato che Mosca è aperta a «indagare congiuntamente» per capire le cause delle fughe di gas. Il Cremlino ha definito «stupido e assurdo» accusare la Russia. Il portavoce Peskov ha infatti definito le perdite come «problematiche» e ricordato che il gas russo «costa un sacco di soldi e ora si sta dissolvendo nell’aria». Peskov ha insinuato che chi beneficia di più del fatto che i gasdotti non funzionino sono gli Stati Uniti: «Vediamo un aumento significativo dei profitti delle compagnie energetiche americane che stanno fornendo gas all’Europa». Il dito del portavoce del Cremlino e quello della Zakharova sono stati puntati direttamente contro il presidente Usa Biden. E tra i fan di Mosca c’è chi ha riesumato il video di una conferenza stampa tenuta da Biden prima dell’inizio della guerra in Ucraina. «Se la Russia invaderà l’Ucraina non ci sarà più un Nord Stream 2. Vi metteremo fine», dice il presidente Usa nel filmato. Alla domanda di una giornalista su come gli Stati Uniti potrebbero farlo, Biden risponde: «Le assicuro che saremo in grado di farlo». Zakharova ha dunque invitato Joe Biden a rispondere alla domanda «se gli Stati Uniti d’America hanno realizzato la loro minaccia il 25 e 26 settembre 2022». La Russia intende inoltre chiedere una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu sui danni subiti dal Nord Stream e Nord Stream 2. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sicuri-che-sia-stato-proprio-putin-cio-che-non-quadra-nel-sabotaggio-2658355653.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nuove-sanzioni-sulle-petroliere" data-post-id="2658355653" data-published-at="1664395776" data-use-pagination="False"> Nuove sanzioni sulle petroliere Alle compagnie di navigazione e alle compagnie assicurative sarà vietato trasportare o assicurare il petrolio russo se il prezzo a cui viene venduto è superiore a un certo limite. Funzionerà così il nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia proposto ieri dall’esecutivo dell’Unione Europea. Il limite fissato sarà il prezzo al quale il petrolio russo viene attualmente venduto in Asia, circa il 30% in meno rispetto ai prezzi attuali imposti in Europa. Come già accordato anche gli altri alleati del G7, in particolare il Regno Unito, dove la maggior parte delle petroliere sono assicurate, imporranno le stesse sanzioni. La proposta però prima di essere applicata dovrà essere approvata all’unanimità dai 27 Paesi membri del blocco, che dovranno superare le loro divergenze sulle nuove sanzioni. Le contestazioni dovrebbero arrivare soprattutto dall’Ungheria, dove il primo ministro Viktor Orbán si è mostrato spesso ostile a questo tipo di sanzioni ed è infatti stato il critico più forte all’interno dell’Unione. Anche Cipro e Grecia sono state scettiche a lungo perché le loro industrie navali fanno un sacco di soldi trasportando il petrolio russo. Sembrerebbe però che per convincere questi Paesi sia stata concordata una soluzione provvisoria in base alla quale Grecia, Cipro e Malta sarebbero risarcite per i loro sacrifici. In base all’accordo, l’Unione Europea ammorbidirà le sue sanzioni su altri prodotti, rimuovendo di fatto il divieto di spedizione di fertilizzanti, cemento e altri prodotti russi. Sostanzialmente si tratta di un do ut des. Intanto l’Ucraina sta esercitando pressioni sull’Unione Europea per includere non solo un tetto massimo per il prezzo del petrolio, ma anche un embargo sul gas russo e la sua industria nucleare nel suo prossimo pacchetto di sanzioni. «Mentre voi contate i penny, noi contiamo le vite», ha detto in un’intervista Oleg Ustenko, consigliere economico del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. L’Unione Europea e gli Stati Uniti sperano di avere il meccanismo di limitazione dei prezzi per le esportazioni petrolifere russe entro il 5 dicembre, quando entreranno in vigore le sanzioni dell’Unione Europea che vietano le importazioni marittime di greggio russo. In ogni caso e nonostante gli accordi stretti, l’approvazione potrebbe richiedere del tempo. Ursula von der Leyen però sembra determinata, secondo la presidente della Commissione Europea un nuovo divieto di importazione costerebbe alla Russia 7 miliardi di euro di mancati guadagni. Il blocco amplierebbe anche l’elenco delle esportazioni vietate «per privare la macchina da guerra del Cremlino di tecnologie chiave» dice e aggiunge: «Non accettiamo referendum fasulli né alcun tipo di annessione in Ucraina. E siamo determinati a far pagare al Cremlino il prezzo di questa ulteriore escalation», ha detto ai giornalisti. Le proposte di ieri, infatti, comprendono, oltre alle restrizioni commerciali e al tetto massimo al prezzo del petrolio per i Paesi terzi, anche una nuova lista nera di persone ostili all’occidente. Si tratta di individui del settore della difesa russo, quelli coinvolti nelle votazioni ad hoc organizzate da Mosca nei territori ucraini occupati, quelli che l’Occidente incolpa per aver diffuso la propaganda russa e quelli che aiutano ad aggirare le sanzioni occidentali. Inoltre, nella proposta, alle società europee sarebbe vietato fornire più servizi alla Russia e ai cittadini europei non sarebbe consentito sedere nei consigli di amministrazione delle società statali russe.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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Smontato il giallo internazionale dietro la clemenza concessa a Nicole Minetti: la procedura è partita dal Colle, non da Mosca o chissà dove. Senza prove di corruzione in Uruguay o di festini fantasma, siamo davanti a una campagna di fango basata su presunte fonti anonime e illazioni, come nel caso di Ranucci che accusa Nordio di essere stato nel ranch di Cipriani. In più viene chiarito un fatto: dopo la sentenza della Consulta del 2006, il potere di concedere la grazia è esclusivamente nelle mani del presidente della Repubblica. Il Ministero della Giustizia ha solo un ruolo istruttorio e di verifica formale.