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2022-09-29
L'intrigo del gas nel Baltico avvicina la guerra totale
Vladimir Putin (Mikhail Svetlov/Getty Images)
Atto di sabotaggio. Sulla definizione di quanto accaduto ai due tronconi del gasdotto Nord Stream nessuna delle parti interessate, né il blocco Occidentale, né Mosca, ha dubbi. Le indagini sulle perdite di gas si basano ormai su un’ipotesi di reato ben precisa, ma quanto al probabile sabotatore, lo scontro acceso mette in evidenza contraddizioni e dubbi. La famosa domanda alla base di ogni processo, quel «Cui prodest? A chi giova?» che di solito è un faro per arrivare alla verità, in questo caso getta ancora più confusione sull’intera vicenda.
Per l’Europa, la Nato e i Paesi nelle cui acque si è verificato l’incidente, il colpevole è Mosca, anche se solo la Danimarca ha citato apertamente il presunto autore del danneggiamento, mentre gli altri si sono limitati a «suggerirlo». Il ministro della Difesa di Copenaghen, Morten Bodskov, parlando alla televisione danese ha infatti detto testualmente: «La Russia ha una presenza militare significativa nella regione del Mar Baltico e ci aspettiamo che continui a lanciare sciabolate». La polizia dell’altro Paese direttamente coinvolto, la Svezia, ha aperto un’indagine per sabotaggio grave. Danimarca e Svezia, insieme, hanno inoltre convocato un summit d’urgenza per prendere le contromisure di fronte alla tripla fuga di gas: «Dobbiamo capire bene come tutto ciò influirà sulla nostra sicurezza nazionale», ha fatto sapere la ministra degli esteri svedese Ann Linde, anche a nome dell’omologo danese. Le allusioni, neanche troppo velate, alla responsabilità di Putin sono state fatte in più occasioni, anche se non è chiaro perché Mosca avrebbe dovuto mettere a rischio quei gasdotti che insieme ai partner europei ha impiegato anni a costruire, al costo di oltre 20 miliardi di dollari.
L’interesse russo, teoricamente, sarebbe quello di mantenere intatta e funzionante la sua arma di ricatto contro l’Europa, chiudendo e riaprendo i rubinetti quando e con chi conviene di più. L’aspetto particolarmente allarmante, qualora fosse stata davvero la Russia a compiere il sabotaggio, sarebbe uno in particolare. L’incidente «tecnico», in entrambi i tronconi del Nord Stream, ha investito direttamente la Zona economica esclusiva delle due nuove matricole della Nato: due perdite di gas sono state rilevate in acque danesi, la terza ricade nella Zee svedese. Ci sarebbe da preoccuparsi dunque se si scoprisse che Mosca ha la capacità di penetrare in acque controllate dalla Nato per compiere ciò che più le aggrada, indisturbatamente. Non solo. Questa eventualità potrebbe costituire il casus belli tra Usa e Russia, dunque bisogna capire se c’è un interesse della Federazione in tal senso: diversamente, il Cremlino avrebbe dato il via a un’azione scriteriata e pericolosa.
Ma in questo giallo si è inserita una dichiarazione che ha fatto davvero scalpore. L’ex ministro degli Esteri polacco e attuale europarlamentare Radoslav Sikorski ha suggerito, in un modo abbastanza pittoresco, che gli Stati Uniti sarebbero coinvolti in qualche modo nei misteriosi incidenti al gasdotto. Sikorski ha postato infatti su Twitter una foto del luogo dell’incidente con la didascalia «Grazie, Usa». Sikorski ha proseguito affermando che «l’unica logica di Nord Stream era quella di permettere a Putin di impunemente ricattare o dichiarare guerra all’Europa orientale». Il ringraziamento da parte del polacco ha provocato la reazione della portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, che ha chiesto se la posizione del politico polacco fosse «una dichiarazione ufficiale sul fatto che si tratta di un attacco terroristico». Sikorski ha risposto che «tutti gli stati ucraini e baltici si sono opposti alla costruzione di Nord Stream per 20 anni. Ora 20 miliardi di dollari di rottami metallici giacciono sul fondo del mare, un altro costo per la Russia per la sua decisione criminale di invadere l’Ucraina». Insomma, il politico polacco ha lodato quella che ha poi definito «un’operazione di manutenzione speciale». Anche il principale accusato ritiene che dietro quanto accaduto ci sia lo zampino Usa, tanto che il viceministro degli Esteri russo Alexander Grushko, ha dichiarato che Mosca è aperta a «indagare congiuntamente» per capire le cause delle fughe di gas. Il Cremlino ha definito «stupido e assurdo» accusare la Russia. Il portavoce Peskov ha infatti definito le perdite come «problematiche» e ricordato che il gas russo «costa un sacco di soldi e ora si sta dissolvendo nell’aria». Peskov ha insinuato che chi beneficia di più del fatto che i gasdotti non funzionino sono gli Stati Uniti: «Vediamo un aumento significativo dei profitti delle compagnie energetiche americane che stanno fornendo gas all’Europa». Il dito del portavoce del Cremlino e quello della Zakharova sono stati puntati direttamente contro il presidente Usa Biden.
E tra i fan di Mosca c’è chi ha riesumato il video di una conferenza stampa tenuta da Biden prima dell’inizio della guerra in Ucraina. «Se la Russia invaderà l’Ucraina non ci sarà più un Nord Stream 2. Vi metteremo fine», dice il presidente Usa nel filmato. Alla domanda di una giornalista su come gli Stati Uniti potrebbero farlo, Biden risponde: «Le assicuro che saremo in grado di farlo». Zakharova ha dunque invitato Joe Biden a rispondere alla domanda «se gli Stati Uniti d’America hanno realizzato la loro minaccia il 25 e 26 settembre 2022». La Russia intende inoltre chiedere una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu sui danni subiti dal Nord Stream e Nord Stream 2.
Nuove sanzioni sulle petroliere
Alle compagnie di navigazione e alle compagnie assicurative sarà vietato trasportare o assicurare il petrolio russo se il prezzo a cui viene venduto è superiore a un certo limite. Funzionerà così il nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia proposto ieri dall’esecutivo dell’Unione Europea. Il limite fissato sarà il prezzo al quale il petrolio russo viene attualmente venduto in Asia, circa il 30% in meno rispetto ai prezzi attuali imposti in Europa. Come già accordato anche gli altri alleati del G7, in particolare il Regno Unito, dove la maggior parte delle petroliere sono assicurate, imporranno le stesse sanzioni.
La proposta però prima di essere applicata dovrà essere approvata all’unanimità dai 27 Paesi membri del blocco, che dovranno superare le loro divergenze sulle nuove sanzioni. Le contestazioni dovrebbero arrivare soprattutto dall’Ungheria, dove il primo ministro Viktor Orbán si è mostrato spesso ostile a questo tipo di sanzioni ed è infatti stato il critico più forte all’interno dell’Unione. Anche Cipro e Grecia sono state scettiche a lungo perché le loro industrie navali fanno un sacco di soldi trasportando il petrolio russo.
Sembrerebbe però che per convincere questi Paesi sia stata concordata una soluzione provvisoria in base alla quale Grecia, Cipro e Malta sarebbero risarcite per i loro sacrifici. In base all’accordo, l’Unione Europea ammorbidirà le sue sanzioni su altri prodotti, rimuovendo di fatto il divieto di spedizione di fertilizzanti, cemento e altri prodotti russi. Sostanzialmente si tratta di un do ut des.
Intanto l’Ucraina sta esercitando pressioni sull’Unione Europea per includere non solo un tetto massimo per il prezzo del petrolio, ma anche un embargo sul gas russo e la sua industria nucleare nel suo prossimo pacchetto di sanzioni. «Mentre voi contate i penny, noi contiamo le vite», ha detto in un’intervista Oleg Ustenko, consigliere economico del presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
L’Unione Europea e gli Stati Uniti sperano di avere il meccanismo di limitazione dei prezzi per le esportazioni petrolifere russe entro il 5 dicembre, quando entreranno in vigore le sanzioni dell’Unione Europea che vietano le importazioni marittime di greggio russo. In ogni caso e nonostante gli accordi stretti, l’approvazione potrebbe richiedere del tempo. Ursula von der Leyen però sembra determinata, secondo la presidente della Commissione Europea un nuovo divieto di importazione costerebbe alla Russia 7 miliardi di euro di mancati guadagni. Il blocco amplierebbe anche l’elenco delle esportazioni vietate «per privare la macchina da guerra del Cremlino di tecnologie chiave» dice e aggiunge: «Non accettiamo referendum fasulli né alcun tipo di annessione in Ucraina. E siamo determinati a far pagare al Cremlino il prezzo di questa ulteriore escalation», ha detto ai giornalisti. Le proposte di ieri, infatti, comprendono, oltre alle restrizioni commerciali e al tetto massimo al prezzo del petrolio per i Paesi terzi, anche una nuova lista nera di persone ostili all’occidente.
Si tratta di individui del settore della difesa russo, quelli coinvolti nelle votazioni ad hoc organizzate da Mosca nei territori ucraini occupati, quelli che l’Occidente incolpa per aver diffuso la propaganda russa e quelli che aiutano ad aggirare le sanzioni occidentali. Inoltre, nella proposta, alle società europee sarebbe vietato fornire più servizi alla Russia e ai cittadini europei non sarebbe consentito sedere nei consigli di amministrazione delle società statali russe.
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La Danimarca cita espressamente la Russia come autrice del danneggiamento, ma non è chiaro perché Mosca avrebbe dovuto distruggere una sua arma di ricatto. Il Cremlino nega e rilancia un video «sospetto» di Joe Biden.Le compagnie di navigazione non potranno trasportare greggio russo quotato oltre un certo prezzo. Scettiche Cipro e Grecia, ma l’Ue promette loro di togliere altri divieti.Lo speciale comprende due articoli.Atto di sabotaggio. Sulla definizione di quanto accaduto ai due tronconi del gasdotto Nord Stream nessuna delle parti interessate, né il blocco Occidentale, né Mosca, ha dubbi. Le indagini sulle perdite di gas si basano ormai su un’ipotesi di reato ben precisa, ma quanto al probabile sabotatore, lo scontro acceso mette in evidenza contraddizioni e dubbi. La famosa domanda alla base di ogni processo, quel «Cui prodest? A chi giova?» che di solito è un faro per arrivare alla verità, in questo caso getta ancora più confusione sull’intera vicenda. Per l’Europa, la Nato e i Paesi nelle cui acque si è verificato l’incidente, il colpevole è Mosca, anche se solo la Danimarca ha citato apertamente il presunto autore del danneggiamento, mentre gli altri si sono limitati a «suggerirlo». Il ministro della Difesa di Copenaghen, Morten Bodskov, parlando alla televisione danese ha infatti detto testualmente: «La Russia ha una presenza militare significativa nella regione del Mar Baltico e ci aspettiamo che continui a lanciare sciabolate». La polizia dell’altro Paese direttamente coinvolto, la Svezia, ha aperto un’indagine per sabotaggio grave. Danimarca e Svezia, insieme, hanno inoltre convocato un summit d’urgenza per prendere le contromisure di fronte alla tripla fuga di gas: «Dobbiamo capire bene come tutto ciò influirà sulla nostra sicurezza nazionale», ha fatto sapere la ministra degli esteri svedese Ann Linde, anche a nome dell’omologo danese. Le allusioni, neanche troppo velate, alla responsabilità di Putin sono state fatte in più occasioni, anche se non è chiaro perché Mosca avrebbe dovuto mettere a rischio quei gasdotti che insieme ai partner europei ha impiegato anni a costruire, al costo di oltre 20 miliardi di dollari. L’interesse russo, teoricamente, sarebbe quello di mantenere intatta e funzionante la sua arma di ricatto contro l’Europa, chiudendo e riaprendo i rubinetti quando e con chi conviene di più. L’aspetto particolarmente allarmante, qualora fosse stata davvero la Russia a compiere il sabotaggio, sarebbe uno in particolare. L’incidente «tecnico», in entrambi i tronconi del Nord Stream, ha investito direttamente la Zona economica esclusiva delle due nuove matricole della Nato: due perdite di gas sono state rilevate in acque danesi, la terza ricade nella Zee svedese. Ci sarebbe da preoccuparsi dunque se si scoprisse che Mosca ha la capacità di penetrare in acque controllate dalla Nato per compiere ciò che più le aggrada, indisturbatamente. Non solo. Questa eventualità potrebbe costituire il casus belli tra Usa e Russia, dunque bisogna capire se c’è un interesse della Federazione in tal senso: diversamente, il Cremlino avrebbe dato il via a un’azione scriteriata e pericolosa. Ma in questo giallo si è inserita una dichiarazione che ha fatto davvero scalpore. L’ex ministro degli Esteri polacco e attuale europarlamentare Radoslav Sikorski ha suggerito, in un modo abbastanza pittoresco, che gli Stati Uniti sarebbero coinvolti in qualche modo nei misteriosi incidenti al gasdotto. Sikorski ha postato infatti su Twitter una foto del luogo dell’incidente con la didascalia «Grazie, Usa». Sikorski ha proseguito affermando che «l’unica logica di Nord Stream era quella di permettere a Putin di impunemente ricattare o dichiarare guerra all’Europa orientale». Il ringraziamento da parte del polacco ha provocato la reazione della portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, che ha chiesto se la posizione del politico polacco fosse «una dichiarazione ufficiale sul fatto che si tratta di un attacco terroristico». Sikorski ha risposto che «tutti gli stati ucraini e baltici si sono opposti alla costruzione di Nord Stream per 20 anni. Ora 20 miliardi di dollari di rottami metallici giacciono sul fondo del mare, un altro costo per la Russia per la sua decisione criminale di invadere l’Ucraina». Insomma, il politico polacco ha lodato quella che ha poi definito «un’operazione di manutenzione speciale». Anche il principale accusato ritiene che dietro quanto accaduto ci sia lo zampino Usa, tanto che il viceministro degli Esteri russo Alexander Grushko, ha dichiarato che Mosca è aperta a «indagare congiuntamente» per capire le cause delle fughe di gas. Il Cremlino ha definito «stupido e assurdo» accusare la Russia. Il portavoce Peskov ha infatti definito le perdite come «problematiche» e ricordato che il gas russo «costa un sacco di soldi e ora si sta dissolvendo nell’aria». Peskov ha insinuato che chi beneficia di più del fatto che i gasdotti non funzionino sono gli Stati Uniti: «Vediamo un aumento significativo dei profitti delle compagnie energetiche americane che stanno fornendo gas all’Europa». Il dito del portavoce del Cremlino e quello della Zakharova sono stati puntati direttamente contro il presidente Usa Biden. E tra i fan di Mosca c’è chi ha riesumato il video di una conferenza stampa tenuta da Biden prima dell’inizio della guerra in Ucraina. «Se la Russia invaderà l’Ucraina non ci sarà più un Nord Stream 2. Vi metteremo fine», dice il presidente Usa nel filmato. Alla domanda di una giornalista su come gli Stati Uniti potrebbero farlo, Biden risponde: «Le assicuro che saremo in grado di farlo». Zakharova ha dunque invitato Joe Biden a rispondere alla domanda «se gli Stati Uniti d’America hanno realizzato la loro minaccia il 25 e 26 settembre 2022». La Russia intende inoltre chiedere una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu sui danni subiti dal Nord Stream e Nord Stream 2. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sicuri-che-sia-stato-proprio-putin-cio-che-non-quadra-nel-sabotaggio-2658355653.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nuove-sanzioni-sulle-petroliere" data-post-id="2658355653" data-published-at="1664395776" data-use-pagination="False"> Nuove sanzioni sulle petroliere Alle compagnie di navigazione e alle compagnie assicurative sarà vietato trasportare o assicurare il petrolio russo se il prezzo a cui viene venduto è superiore a un certo limite. 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Sembrerebbe però che per convincere questi Paesi sia stata concordata una soluzione provvisoria in base alla quale Grecia, Cipro e Malta sarebbero risarcite per i loro sacrifici. In base all’accordo, l’Unione Europea ammorbidirà le sue sanzioni su altri prodotti, rimuovendo di fatto il divieto di spedizione di fertilizzanti, cemento e altri prodotti russi. Sostanzialmente si tratta di un do ut des. Intanto l’Ucraina sta esercitando pressioni sull’Unione Europea per includere non solo un tetto massimo per il prezzo del petrolio, ma anche un embargo sul gas russo e la sua industria nucleare nel suo prossimo pacchetto di sanzioni. «Mentre voi contate i penny, noi contiamo le vite», ha detto in un’intervista Oleg Ustenko, consigliere economico del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. L’Unione Europea e gli Stati Uniti sperano di avere il meccanismo di limitazione dei prezzi per le esportazioni petrolifere russe entro il 5 dicembre, quando entreranno in vigore le sanzioni dell’Unione Europea che vietano le importazioni marittime di greggio russo. In ogni caso e nonostante gli accordi stretti, l’approvazione potrebbe richiedere del tempo. Ursula von der Leyen però sembra determinata, secondo la presidente della Commissione Europea un nuovo divieto di importazione costerebbe alla Russia 7 miliardi di euro di mancati guadagni. Il blocco amplierebbe anche l’elenco delle esportazioni vietate «per privare la macchina da guerra del Cremlino di tecnologie chiave» dice e aggiunge: «Non accettiamo referendum fasulli né alcun tipo di annessione in Ucraina. E siamo determinati a far pagare al Cremlino il prezzo di questa ulteriore escalation», ha detto ai giornalisti. Le proposte di ieri, infatti, comprendono, oltre alle restrizioni commerciali e al tetto massimo al prezzo del petrolio per i Paesi terzi, anche una nuova lista nera di persone ostili all’occidente. Si tratta di individui del settore della difesa russo, quelli coinvolti nelle votazioni ad hoc organizzate da Mosca nei territori ucraini occupati, quelli che l’Occidente incolpa per aver diffuso la propaganda russa e quelli che aiutano ad aggirare le sanzioni occidentali. Inoltre, nella proposta, alle società europee sarebbe vietato fornire più servizi alla Russia e ai cittadini europei non sarebbe consentito sedere nei consigli di amministrazione delle società statali russe.
Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 3 giugno 2026. La nostra Mirella Molinaro ci rivela i dettagli delle indagini sulla strage dei braccianti di Amendolara.