«Il simbolo per la registrazione è stato depositato il 24 gennaio scorso – ha detto Vannacci– oggi abbiamo registrato lo statuto del partito presso il notaio». «Ci sono tante persone – prosegue – che vengono da qualsiasi orientamento, sia ideologico che politico, ci sono tanti curiosi, tanti entusiasti che credono nell’Italia e vedono in Vannacci e in Futuro Nazionale la risposta alle loro aspettative». «Facciamo crescere Futuro Nazionale e rendiamolo grande insieme – ha risposto a chi gli chiedeva se nel futuro si vedesse presidente del Consiglio –. Come ho sempre detto occupiamoci di quello che dobbiamo fare oggi. Quello che succederà in futuro dipende da quello che facciamo oggi».
Cinesi in compagnia di religiosi e autorità nel campo di prigionia di Isola del Gran Sasso in occasione del battesimo di gruppo nell'agosto 1941. (Courtesy Carocci editore)
Una delle comunità etniche più vecchie d'Italia, quella dei cinesi, si insediò a metà degli anni Venti. Sostanzialmente tollerati durante il ventennio, furono fatti prigionieri durante la guerra. I pochi che rimasero parteciparono alla ricostruzione raggiunti dai compatrioti dopo l'avvento del comunismo.
Non erano stampe di Leone Nani, il fotografo italiano che raccontò la Cina a cavallo tra Ottocento e Novecento. Erano persone in carne ed ossa. Non avevano costumi sgargianti né copricapi tradizionali quei piccoli uomini che comparvero per le vie di Milano alla metà degli anni Venti del secolo XX. Nell’Italia uscita dalla Grande Guerra ed entrata nel ventennio fascista, quei forestieri che vendevano cravatte di seta e oggetti di artigianato esotico agli angoli delle strade destavano curiosità. Non erano ostili, non parlavano, ma offrivano semplicemente la loro merce accumulata sugli avambracci o adagiata su piccoli banchetti. Questa fu l’immagine dei primi cinesi immigrati in Italia, poche centinaia in tutto e concentrati nei grandi centri urbani come Milano e Bologna. Come erano giunti da così lontano per vivere in un paese culturalmente e storicamente agli antipodi, oltre che geograficamente?
I cinesi in Italia: un terremoto, una crisi economica, una guerra.
All’inizio del Novecento per i cinesi delle zone rurali più povere la terra dove cercare fortuna era il Giappone uscito dal secolare isolamento e in crescita economica. Due calamità a breve distanza contribuirono a mutare radicalmente il quadro dell’emigrazione cinese. Il primo fu dovuto alla furia della natura, nel Paese più sismico al mondo. Il 1 settembre 1923 un devastante terremoto che raggiunse una magnitudo di circa 8 gradi causò ampie devastazioni e 140.000 vittime nella zona di Tokyo e Yokohama, generando la prima ondata di rientro degli emigrati cinesi rimasti senza tetto e lavoro. La meta alternativa, tra mille difficoltà, sarebbe stata l’Europa delle città industriali. Un secondo motivo di ritiro dalla terra del Sol Levante fu la crisi economica che investì l’Asia alla fine del decennio, accompagnata da una crescente tensione tra Cina e Giappone che a breve sfocerà in un conflitto aperto. Il vettore principale dell’emigrazione cinese verso l’Europa fu il commercio marittimo, tramite i compatrioti imbarcati sulle navi e alle rappresentanze cinesi nei territori che pensavano a fornire i documenti necessari. I Cinesi che per primi misero piede nella Penisola venivano tutti da una stessa regione, lo Zhejiang, nella Cina orientale. In particolare, gli emigrati che giunsero in Italia venivano dalle zone montuose e più depresse della zona. In Italia si stabilirono inizialmente a Milano e Bologna, nella prima nel quartiere popolare di Porta Volta attorno alla principale arteria, la via Paolo Sarpi, che ancora oggi è il cuore della chinatown meneghina. Come detto in apertura, la loro principale attività era la vendita ambulante di piccoli oggetti di artigianato e accessori di abbigliamento autoprodotti in piccoli laboratori. Vi fu, alla fine degli anni Venti, un altro aspetto che favorì l’immigrazione cinese in Italia: nel 1921 l’Italia aveva ratificato un accordo bilaterale con la Cina nazionalista del governo di Nanchino, mentre la Francia chiuse le valvole all’immigrazione asiatica e la Germania sprofondava nella crisi economica negli anni di Weimar. Galeazzo Ciano fu tra le figure che maggiormente favorirono lo scambio economico tra i due Paesi, essendo partita da Shanghai la sua fulminea carriera diplomatica come chargé d’affaires. Il vento dell’Italia fascista negli anni della normalizzazione e del consenso parve soffiare nella giusta direzione per i Cinesi in cerca di fortuna. La popolazione italiana, dopo un’iniziale diffidenza, parve tollerante (molto di più che in Germania dove gli ambulanti asiatici erano perseguitati dalla polizia) tanto che si registrarono a Milano addirittura i primi matrimoni misti (tra cinesi e italiane giunte dala campagna per lavorare in città). Neppure il peggioramento delle relazioni italo cinesi della seconda metà degli anni Trenta (la Cina aderì alle sanzioni dopo la guerra d’Etiopia) e l’alleanza Italo-Giapponese durante la guerra del Manciukuò ruppero del tutto lo status quo dei Cinesi d’Italia. Certo, i numeri erano ancora esigui. I dati parlano di meno di 500 persone alla vigilia della Seconda guerra mondiale, un numero tuttavia adeguato per gli standard dell’epoca. La guerra fu un punto di rottura decisivo.
«Viva Isola del Gran Sasso!» L'epopea dei cinesi prigionieri in Abruzzo. I rapporti con i civili italiani, i lavori forzati sotto i Tedeschi
Usciti quasi indenni dalle leggi razziali del 1938, i Cinesi furono visti con sempre maggiore sospetto con il precipitare della situazione internazionale e in particolare dei rapporti Italia-Cina raffreddatisi dopo il 1937 con l’appoggio a Tokyo nel conflitto per lo stato del Manciukuò. Pochi mesi dopo l’entrata in guerra dell’Italia, la sigla del Patto tripartito Roma-Berlino-Tokyo cambiò radicalmente lo status dei Cinesi sul territorio italiano. Come avvenne per gli Italiani all’estero (considerati nei Paesi in guerra contro la Germania e l’Italia «enemy aliens» e internati) così fu per i cinesi d’Italia. I primi arresti avvennero a Milano nel settembre 1940. La motivazione delle autorità, quella della prevenzione di possibili attività di spionaggio ai danni dell’Italia in guerra. Le disposizioni del Ministero dell’Interno ebbero come elemento incriminante la mancata dimostrazione da parte dei cittadini cinesi dell’origine delle proprie fonti di sostentamento, reato punito dapprima con il confinamento, quindi con l’internamento. Per i Cinesi fu scelta la zona del Gran Sasso d’Italia in un campo di prigionia nel comune di Tossicia (Teramo), tre case coloniche vigilate dai Carabinieri e condivise inizialmente con un gruppo di ebrei tedeschi. Al campo di Tossicia, inadeguato dal punto di vista igienico e sovraffollato, si affiancherà quello della vicina località di Isola del Gran Sasso, che dal 1941 diventerà il campo di concentramento principale dei cittadini cinesi. Quest’ultimo fu ricavato dalla foresteria della basilica di San Gabriele dell’Addolorata, un luogo più adatto all’accoglienza di 175 internati cinesi, assistiti spiritualmente da un prete connazionale, Padre Tchang. Quest'ultimo fu arrestato nel 1944 dai Tedeschi per aver favorito alcuni prigionieri inglesi e si salvò dalla condanna a morte riuscendo a fuggire durante il caos creato da un bombardamento alleato. Se pure il vitto fosse scarso e l’abbigliamento inadeguato alle rigide temperature invernali, ai prigionieri fu concessa una certa tolleranza nel movimento. Spesso ebbero contatti con la popolazione locale e quando possibile riuscirono persino a proseguire una piccola attività di commercio con gli Italiani. Decisamente peggio andò ai cinesi di Bologna, deportati nel campo di Ferramonti (Cosenza), uno dei più grandi campi di prigionia italiani caratterizzato da baraccamenti. A differenza dei campi abruzzesi, quest’ultimo si trovava in una zona depressa e soprattutto cronicamente priva di acqua e sferzata da vento e sole, dove i Cinesi furono internati in compagnia di prigionieri di altre nazioni quali Greci e Jugoslavi. Più volte i prigionieri cinesi dei campi abruzzesi e di quello calabrese furono impiagati dai Tedeschi come mano d’opera per la fortificazione della Linea Gustav. Alcuni di loro rimasero uccisi durante le incursioni aeree alleate, mentre altri contrassero malattie a causa delle cattive condizioni sanitarie e per la fatica dei lavori forzati.
In seguito all’avanzata alleata nella Penisola, i campi del centro-sud furono progressivamente chiusi. I prigionieri cinesi furono spostati quasi tutti in campi profughi in attesa della fine delle ostilità, che segnarono dall’aprile del 1945 il ritorno in Cina di ben tre quarti degli immigrati degli anni Trenta, negli ultimi anni di governo di Chiang Kai-Schek. Quei pochi che scelsero di rimanere (diversi di questi ultimi erano legati da rapporti familiari con italiane) riuscirono a ricominciare la vita prebellica grazie ad un accordo tra Roma e Pechino all’interno del percorso lungo e doloroso dei trattati di pace, al quale prese parte anche Alcide De Gasperi. L’Italia perse tutti i diritti e i possedimenti in Cina, prima tra tutti la concessione di Tientsin ottenuta dopo la partecipazione italiana alla repressione dei Boxers. Per i cinesi residenti in Italia furono invece previste riparazioni economiche che permisero a chi era rimasto di riaprire i laboratori e i magazzini dove si producevano borse e accessori in finta pelle. Nei difficilissimi anni del secondo dopoguerra, l’ostilità nei loro confronti fu quasi peggiore di quella provata durante il ventennio a causa della profonda crisi economica che mordeva tutta la Penisola e in quanto considerati privilegiati per il denaro ricevuto dallo Stato. Molti furono gli articoli di cronaca che tendevano a mettere in cattiva luce le attività dei «venditori di clavatte» in fase di ripresa. La comunità italo-cinese fu rimpolpata alla fine degli anni Quaranta e nei primi anni del decennio successivo dall’emigrazione di ritorno, quando il Paese cadde in mani comuniste dopo la rivoluzione del 1949. Tra questi vi erano anche alcune donne italiane che avevano deciso di seguire i mariti in Cina, ma che furono costrette a fuggire per le violenze ed i sequestri dell’Esercito popolare. La divisione del mondo in due grandi sfere di influenza degli anni della Guerra Fredda fece lievitare il numero dei Cinesi in fuga verso l’occidente e l’Italia fu una delle mete principali. Negli anni del «boom» economico iniziò la diversificazione delle attività economiche della comunità cinese: quello della ristorazione. A Milano il primo ristorante cinese data 1962 e a descriverlo fu una delle più importanti figure del giornalismo italiano, Dino Buzzati. Nel quartiere di Paolo Sarpi, all’epoca del suo articolo comparso sul «Corriere della Sera», risiedevano una settantina di famiglie, impegnate nelle attività commerciali di pelletteria e abbigliamento. Il locale fu inaugurato in una delle vie fulcro dell’immigrazione cinese degli anni tre le due guerre, la via Luigi Canonica. Con Buzzati e gli altri ospiti dell’inaugurazione l’ambasciatore di Formosa, la Cina nazionalista di Taiwan. Le portate furono ben undici, gustate anche dai parroci delle parrocchie della zona, riferimento della comunità cinese. Tra i piatti, quei curiosi involtini e il pollo con gli anacardi. Un must dei menù ancora oggi presente, allora una prelibatezza esotica che fece sbilanciare Buzzati in un afflato campanilistico. Milano, la capitale morale ed economica, si metteva in competizione con la città eterna, Roma, potendo vantare una chinatown come quelle delle grandi città americane, allora punto di riferimento del grande «sogno». L’autore dell’articolo è rimasto colpito dall’unica presenza femminile nel ristorante. Era la giovane Alberta Yang, di madre italiana e padre cinese, vestita negli abiti tradizionali di seta candida. I tempi della prigionia erano ormai lontani. Rimaneva l’eco di quel saluto affettuoso che, nella memoria dei più anziani prigionieri di Isola del Gran Sasso, i Cinesi avevano rivolto ai cittadini del piccolo comune abruzzese quando i Tedeschi li caricarono sui camion per scavare trincee sotto le bombe degli Alleati. «Bella Isola!», «Viva Isola del Gran Sasso!».
Per un ulteriore approfondimento sulla storia degli anni di prigionia degli italo-cinesi, il testo di riferimento è «Aspettando la fine della guerra - lettere dei prigionieri cinesi dai campi di concentramento fascisti» di Daniele Brigadoi Cologna (Carocci editore).
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Stefano Bandecchi (Ansa)
L'imprenditore, fondatore di Unicusano e presidente della Ternana, scende in campo alle prossime comunali del capoluogo umbro, dove sfiderà il centrosinistra rappresentato da Josè Maria Kenny e il centrodestra di Orlando Masselli.
«Sono un centrista con una mentalità liberale, nessuno del Pd e nessuno del centrodestra mi ha appoggiato. Dato che ho visto che Iv non ha appoggiato nessuno, credo di essere molto più vicino a Iv ma non vicino ad Azione, perché non sono certo un calendiano». Si può dire che la corsa al Comune di Terni sia l'ultima scommessa di Stefano Bandecchi, un imprenditore di successo che le sfide di solito le vince, e anche nella città umbra sta dando l'impressione di poter essere un fattore di queste elezioni. Al primo turno farà quello che un termine ormai di moda definisce underdog, schierandosi contro i candidati delle coalizioni che hanno governato negli ultimi 20 anni, vale a dire il centrosinistra (con Josè Maria Kenny) e il centrodestra (con Orlando Masselli), sostenuto dal suo partito (Alternativa popolare) e da tre liste civiche. Dal fondatore di una storia di successo come l'Università degli Studi Niccolò Cusano (con i relativi broadcast Radio Cusano Campus e Radio Cusano tv Italia), però, è lecito attendersi sorprese in vista del ballottaggio.
Presidente, perché la decisione di scendere in campo? Non le bastava la sua carriera da imprenditore?
«Mi sono sentito in dovere di dare un contributo: per cinque anni Terni e la Regione sono state in mano al centrodestra. Gli errori commessi sono mostruosi. Prima c'è stata una negligenza che per 15 anni ha coinvolto due governi comunali di sinistra, che ha prodotto un dissesto da 129 milioni. Poi il centrodestra non ha saputo utilizzare bene tutte le carte che aveva per sanare la situazione».
Quali sono le emergenze a Terni?
«Le cose più gravi sono che manca una visione generale della città per il futuro e che ci sono strade da anni totalmente distrutte. E' come camminare a Roma o su un campo arato. Per le strade l'intervento è obbligatorio, ma la cosa che mi sta più a cuore sono gli asili: riaprirò sette asili che il Comune ha chiuso, con mancanza di lungimiranza. Li farò tenere aperti fino alle 20, per aiutare le mamme a fare figli».
Dal suo programma si evince che uno dei punti più importanti sia la natalità.
«Certamente: solleciterò presso il governo una proposta, perché l'unico modo per incrementare seriamente la natalità è dare mille euro al mese per ogni bambino nato fino al compimento del diciottesimo anno, ma anche l'aumento del numero e l'ampliamento dell'orario degli asili sarà fondamentale».
È ottimista sul risultato che può ottenere?
«Sicuramente andrò al ballottaggio, perché i ternani hanno capito la nostra proposta e sono convinto che andando al ballottaggio o col centrosinistra o col centrodestra l'idea passerà e comincerà un cambiamento radicale della mentalità, prima al Comune e poi in Regione».
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Cristina Campo
Cento anni fa nasceva l’intellettuale aristocratica che frequentò Luzi, Ceronetti e Zolla, ma non si contaminò mai con le mode.
La grandezza e il dramma di Cristina Campo sono quelli di una donna, di un’artista, che apparteneva ad un altro mondo e che - seppur per un breve periodo - è stata come imprigionata su questa terra. La sua esistenza è stata una continua lotta: prima di tutto con le parole, cioè lo strumento della sua arte, che ricercava con ossessione, quasi che ogni testo da lei prodotto fosse un testo sacro: «La parola è un tremendo pericolo, soprattutto per chi l’adopera, ed è scritto che di ciascuna dovremo render conto», spiegava. E poi una lotta contro la realtà circostante, a cui con tutta evidenza non apparteneva. Il suo universo era differente: antico, spirituale, magico, fiabesco. Cristina Campo è stata una figura di straordinaria modernità. Indipendente, forte, anticipatrice delle figure femminili emancipate e autonome che oggi vanno per la maggiore. Ma, allo stesso tempo, contraria alla sua epoca, profondamente antimoderna, nemica del disincanto di un mondo che andava perdendo lo spirito e la fede.
Volto diafano e malinconico, anima inquieta di poetessa, scrittrice e traduttrice, nata a Bologna nel 1923, la Campo ha fatto della scrittura la sua forma di preghiera, il suo credo, la sua professione di fede, tanto da aver condotto una vita alla ricerca della perfezione estetica ed etica. Non è stato, il suo, un cammino facile. La sua esistenza è stata segnata dalla malattia, un destino curiosamente assonante a quello di un’altra grande poetessa oggi molto popolare, cioè Emily Dickinson. Cristina era afflitta da una malformazione cardiaca sin dalla nascita, un problema che l’ha strappata alla vita ad appena 53 anni, quasi che il mal di cuore fosse la trasposizione fisica di una malattia spirituale.
Non è stato semplice nemmeno il suo percorso artistico. In vita pubblicò soltanto un libro in versi e due volumetti di saggistica. Sconosciuta ai più, Vittoria Guerrini, (questo il suo vero nome che fu svelato solo dopo la sua morte) utilizzò vari eteronimi, sino a prendere quello definitivo Cristina Campo. Il mondo la guardava con sospetto, era troppo moderno, chiassoso, in evoluzione continua, non combaciava con i suoi valori e la sua ricerca interiore e spirituale: «Il mondo d’oggi ha un fiuto infallibile nel tentar di schiacciare ciò che è più inimitabile, inesplicabile, irripetibile. E questo avviene anche nei migliori», scriveva lei, con amarezza. Si sentì persino annientata, sicuramente sottovalutata dal suo tempo: «La città da secoli ti divora ma per te travede, sogno e sfacelo, di luci e piogge, lacrime senili sulla ragazza che passa febbrile, indomabile, oltre il tempo, oltre un angolo».
Era fuori posto, dunque. Eppure - e qui forse sta la sua grande lezione che arriva fino a noi - non ha mai smesso di battersi. Pare di vederla: anticonformista, indomita pur nel suo isolamento. La sua esistenza fu sempre appartata, fuori dai circoli letterari ufficiali che mai compresero l’importanza della sua scrittura in anticipo sui tempi.
Ad apprezzarla, e tanto, furono però alcuni intellettuali di grande valore. Con alcuni di essi ebbe anche storie d’amore piuttosto tormentate: Leone Traverso, grande grecista e germanista, la introdusse agli autori britannici e tedeschi, che poi lei tradusse. E poi Mario Luzi (anche con lui probabilmente ebbe una relazione sentimentale), Gianfranco Draghi, Attilio Bertolucci, Maria Zambrano, Maria Luisa Spaziani.
Il corpus della sua opera è stato ricomposto, postumo, grazie all’amica e studiosa Margherita Pieracci Harwell e a Roberto Calasso. Quest’ultimo, importante animatore dell’Adelphi, è stato anche responsabile della riscoperta di Cristina: ne ha diffuso gli scritti, tra cui La tigre assenza e Gli imperdonabili, ripubblicati di recente.
In effetti, nel catalogo Adelphi trova una ottima nicchia questa donna fragile eppure emancipata, raffinata, sempre contraria alle accelerazioni del suo tempo, che sublimò solitudine e malattia in una scrittura di grande attualità proprio perché inattuale. Straordinarie sono le lettere che mandava agli amici cari, veri capolavori. Con Margherita Pieracci Harwell si confidava dolorosamente: «Da un mese non vedo un’anima, vorrei scrivere poesie e piango per la debolezza. Vede come è piccola la mia scrittura stanotte? Segno di avvilimento profondo e di minima energia psichica».
Pagina dopo pagina la Campo fa emergere i suoi demoni. Soffre di cuore, di agorafobia, di insonnia: «Esco da un’ennesima notte oscura: febbre, mal di capo fin quasi alla cecità e una tosse che pare scavare il cuore[…] Certo l’agonia non è che il simbolo di ben altro e non sapremo, finché viviamo, in quali zone si svolga», scrive ancora alla sua cara Mita.
Il poeta Guido Ceronetti, che le fu vicino, di lei scrisse nella prefazione a Gli imperdonabili: «È stata un essere in cui discende la parola, il contatto con l’inesprimibile». Ecco il grande mistero dell’arte di Cristina: la capacità di farci sperimentare quasi fisicamente il sacro: «Liturgia - come poesia - è splendore gratuito», scriveva. «In realtà la poesia si è sempre posta come segno ideale la liturgia».
Non per nulla la poetessa Maria Grazia Calandrone di lei dice: «Campo rappresenta il rigore della parola e il senso del sacro della parola. Aveva una spiritualità per quello che riguarda la poesia e tutto quello che sta intorno alla poesia, perché arava anche la sua vita così come anche i suoi versi. Era coincidente con quello che scriveva».
Una profonda spiritualità, dunque, ma anche una sorta di intransigenza che la allontanò dalla Chiesa dopo l’abolizione della messa in latino e la emarginazione del Canto Gregoriano e dei riti più tradizionali. Trovò conforto nella letteratura ecclesiastica orientale, nelle profondità di un cristianesimo diverso e meno «progressista» (da queste suggestioni scaturisce il suo Diario Bizantino). Decisivo in questa traiettoria spirituale e religiosa fu l’incontro con Elémire Zolla, filosofo e studioso delle religioni. Lei gli salvò la vita assistendolo mentre soffriva di una gravissima tisi, lo accudì, gli fu completamente devota e forse per la prima volta Zolla conobbe la gioia essere amato.
Vissero insieme al primo piano di un appartamento in piazza sant’Anselmo, che oggi è un bed and breakfast. Potevano vedere la basilica di Sant’Anselmo tanto cara a entrambi e quella pace immersa nella natura dell’Aventino che avevano scelto come luogo dell’anima. Erano molto diversi, Cristina Campo governata dal rigore, dal senso della forma, Zolla uno spirito in fuga. Vissero assieme fino alla morte di lei nel 1977, senza smettere mai un secondo di essere cercatori dell’Assoluto, anime di passaggio in un universo che non ha saputo comprenderli del tutto ma a cui hanno donato tesori.
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Getty Images
L'adorazione del pargoletto di Betlemme è viscerale poiché, vedendolo infante «al freddo e al gelo», siamo portati a ritenere che il Salvatore abbia più bisogno del nostro aiuto. In realtà la nascita di quel bebè è l'espressione più poderosa del miracolo.
Re o pastore, avvolto in fasce o in vesti splendenti, sorridente o serio, ricciuto o quasi calvo, dormiente o sveglio, benedicente o con le braccia incrociate, Gesù bambino ci guarda. E ci parla. Lo fa da secoli, da innumerevoli opere artistiche più o meno nobili, più o meno elaborate. Un'immagine così comune che, a volte, corriamo il rischio di non notarla. Ma lui, il bimbo nato a Betlemme, sta lì, e ci aspetta. Aspetta di incrociare il nostro sguardo, di ascoltare la nostra preghiera, di accogliere la nostra supplica.
A Gesù bambino nell'iconografia e nel culto è dedicato il bellissimo libro di Michele Dolz Il Dio bambino (Ares, 408 pagine, 24 euro), nel quale l'autore, docente di Storia dell'arte cristiana alla Pontificia università della Santa Croce, conduce una minuziosa esplorazione lungo la storia, dalle origini della devozione fino ai giorni nostri, accompagnandoci in una galleria all'insegna della bellezza e della tenerezza.
Già ai tempi di san Girolamo la grotta di Betlemme era meta di venerazione. Le monache di tutti i tempi hanno tenuto con loro un'immagine del Bambino, e grandi artisti lo hanno raffigurato: da Mantegna a Guido Reni, da Zurbarán a Dalí. San Francesco si commuoveva nell'evocarlo; Erasmo da Rotterdam gli dedicò un poema in latino e sant'Alfonso Maria de' Liguori compose per lui indimenticabili ninne nanne. Santa Teresa di Lisieux volle chiamarsi «di Gesù Bambino»; Edith Stein lo sentiva vicino nell'orrore del campo di sterminio; Padre Pio se lo vide apparire. San Josemaría Escrivá gli diceva: «Mi piace vederti piccolino, indifeso, per illudermi che tu abbia bisogno di me». E san Giovanni Paolo II gli chiese: «Asciuga, Bambino Gesù, le lacrime dei fanciulli».
Da Arenzano a Praga, da Roma alle Filippine, da Siviglia a Lima, da Lisieux a Venezia, da Parigi a Madrid, da Monaco di Baviera a Washington, la geografia disegnata da Gesù bambino ci richiama alla contemplazione, al ringraziamento, al silenzio.
La domanda che Dolz pone fin dall'inizio e che fa da filo conduttore dell'intera indagine è: perché il Bambino?
La risposta sta in un misto di stupore, meraviglia, gratitudine, adorazione. Il mistero del Verbo che si è fatto carne si mostra nel Gesù bambino in tutta la sua sconvolgente evidenza e semplicità. Davanti al bambino nato a Betlemme siamo presi da ammirazione nel senso più letterale: è quel mirari da cui viene anche miracolo.
E il fatto che i Vangeli in proposito ci forniscano notizie con il contagocce aumenta la nostra voglia di vedere, conoscere, esplorare. Quasi niente gli evangelisti ci dicono dell'infanzia di Gesù a Nazaret, ma noi sappiamo, e il Catechismo della Chiesa cattolica ce lo ricorda, che «tutta la vita di Cristo è rivelazione del Padre».
Parole e azioni di Gesù, in ogni tempo della sua vita, sono già e sempre salvifiche, ancor prima del ministero pubblico. E se la Passione mette in rilievo la Redenzione, il piccolo Gesù ci pone a confronto con il mistero dell'Incarnazione. D'altra parte, «se Cristo avesse voluto ricevere culto “da adulto", come è ora risorto e glorioso in Cielo, non sarebbe apparso sulla terra anche come Bambino né la sua infanzia avrebbe fatto parte del messaggio di salvezza contenuto nei Vangeli».
Davanti a Gesù bambino si sta in contemplazione, e la contemplazione, insegna san Tommaso, è «intuizione della verità che termina in un moto affettivo». I santi lo sanno bene, ed ecco perché tanti santi hanno voluto e vogliono stare in compagnia del Bambino Gesù. Un bambino che anche quando non è abbigliato come un principino noi veneriamo in quanto Re dell'universo, quel Re dei Giudei che i magi cercano seguendo la stella e che poi, quando sarà diventato grande, esorterà: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Re a tutti gli effetti, dunque, ma non nel modo umano. «Il mio regno non è di questo mondo» dice infatti Gesù a Pilato.
Fra le tantissime citazioni proposte da Dolz ne scelgo una tratta da sant'Ambrogio: «Egli volle essere un fanciulletto, affinché tu potessi diventare un uomo perfetto; Egli fu stretto in fasce, affinché tu fossi sciolto dai lacci della morte; Egli nella stalla, per porre te sugli altari; Egli in terra, affinché tu raggiungessi le stelle; Egli non trovò posto in quell'albergo, affinché tu avessi nei cieli molte dimore» (Ambrogio, Expositio evangelii secundum Lucam, 2, 41, PL 15, 1649).
Si diceva prima che i Vangeli non forniscono molte notizie su Gesù bambino. Numerose sono invece quelle proposte da alcune mistiche, come Maria Valtorta nel suo L'Evangelo come mi è stato rivelato, fluviale opera nella quale è restituita l'atmosfera di pace e di armonia che si respirava nell'umilissima casa della sacra famiglia. Ma anche santa Faustina Kowalska ebbe frequenti visioni di Gesù bambino nell'Ostia consacrata, come nella Messa di mezzanotte del 1934: «Durante l'offertorio vidi Gesù sull'altare; era di una bellezza incomparabile. Il Bambinello per tutto il tempo guardò verso tutti, tendendo le manine… È difficile esprimere la gioia che avevo nell'anima».
Gioia, tenerezza, commozione. Come quelle trasmesse da sant'Alfonso nella celeberrima Tu scendi dalle stelle, composta e musicata a Nola nel 1754 e ancor oggi cantata nelle chiese e nelle case davanti al presepe, dove il «caro eletto Pargoletto» nasce, per amore, al freddo e al gelo.
Alla domanda «perché il Bambino?» si può dunque rispondere in molti modi. Ma il silenzio, o al più il canto sussurrato di una ninna nanna, sono forse le risposte più adeguate. Il Bambino ci chiede di spogliarci di noi stessi per diventare piccoli, come lui.
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