Il giorno dopo è tempo di bilanci in Toscana, una regione devastata dall’ondata di maltempo di questi ultimi giorni. Il governatore Eugenio Giani se la prende con il cambiamento climatico e parla di precipitazioni senza precedenti, perché «non è caduta così tanta acqua in così poco tempo nemmeno nell’alluvione del 1966». Tra i toscani, che stanno commentando in queste ore la situazione sui social, c’è chi si complimenta con l’amministrazione («poteva andare peggio»), ma c’è anche chi accusa Comuni e Regione, impreparati di fronte a eventi che in questa zona avvengono ormai da un secolo. Del resto, dare la colpa solo al cambiamento climatico sarebbe sbagliato. E a dirlo non sono i negazionisti. È la stessa Regione Toscana, tramite il suo Istituto regionale di programmazione economica, a spiegare come le risorse destinate all’ambiente siano diminuite negli ultimi anni, o come alcune opere di messa in sicurezza dei fiumi non siano ancora terminate e che i fondi non siano destinati in modo ottimale. Basta prendere la delibera del 28 ottobre scorso, su opere e interventi ancora da effettuare, per trovare lavori incompiuti su diversi fiumi e persino sugli argini di Campi Bisenzio, uno dei paesi che ha subito più danni dal ciclone Ciaran. Non solo. Una nota di lavoro del mese scorso (ottobre 2023), stilata dall’Irpet (l’Istituto regionale programmazione economica della Toscana, cioè della stessa amministrazione regionale), che La Verità ha potuto esaminare, spiegava che negli ultimi 20 anni le risorse messe in campo dai Comuni e dalla Regione per prevenire alluvioni e dissesto idrogeologico sono diminuite di quasi il 40%. Un dato in controtendenza rispetto a quello nazionale. «Guardando alla dinamica nel tempo della spesa nazionale , le risorse destinate al settore ambientale nel 2020 sono maggiori rispetto al 2000, anche se il picco è stato raggiunto prima della crisi economica del 2008. Al contrario in Toscana», si legge, «le risorse messe in campo dai Comuni, i principali responsabili degli interventi nel settore ambientale, cui anche la stessa Regione ha delegato parte delle proprie funzioni, sono in diminuzione (di circa il 37% nel 2020 rispetto al 2000), soprattutto per quanto riguarda la componente in conto capitale. Come noto, l’andamento degli investimenti pubblici locali ha seguito, in molte regioni, un andamento decrescente a partire dal 2008-2010, determinato prevalentemente dalla crisi economica e finanziaria e dalle successive politiche di contrazione della spesa pubblica. In Toscana, anche per questo motivo, oggi vengono destinate alla funzione ambientale meno risorse che in passato: circa 240 milioni di euro complessivi di cui 126 provenienti dalle casse delle amministrazioni locali». Un tempo, qundi, erano quasi il doppio. E ancora, dice l’Irpet, «tale diminuzione emerge anche in termini di composizione settoriale della spesa pubblica, quindi come scelta di policy. […] Ancora una volta la spiegazione è da ricondurre alla crisi economico-finanziaria e alle conseguenti politiche di austerity, che hanno spinto gli enti ad agire sulle componenti di spesa meno rigide, quindi sugli investimenti piuttosto che sulla spesa corrente». I governatori di centrosinistra parlano spesso di politiche ambientali, ma all’ambiente dedicano meno risorse dello Stato. Nella serata di ieri era salita a sette la conta delle vittime dell’alluvione, ma nelle prossime ore la situazione potrebbe peggiorare. Al momento sono oltre 20.000 le persone rimaste al buio e in alcuni comuni manca acqua potabile. Tra le città più colpite c’è Prato. Qui il sindaco del Partito democratico Matteo Biffoni ha accusato la Regione di non aver dato l’allarme corretto, ma Giani ha ribattuto spiegando che «la tipologia di allarme viene decisa dai tecnici competenti». Come anticipato, nella delibera del 28 aprile scorso, si scopre una lunga serie di interventi che devono ancora essere completati, tra cui la sistemazione idraulica di diversi torrenti, come anche l’adeguamento delle «strutture di contenimento delle piene nell’abitato di Firenze». Tra le opere ancora da terminare, la previsione è per il 2026, ci sono anche gli interventi «di consolidamento dei muri d’argine del fiume Bisenzio, da via XXIV Maggio a via San Martino in comune di Campi Bisenzio», una delle zone più colpite dall’alluvione. Sono opere costate milioni di euro che saranno pronte solo tra qualche anno. Ci si poteva muovere prima insomma. O forse ci si poteva muovere meglio. È sempre l’Irpet a bacchettare ancora Regione e Comuni, perché «guardando, in primo luogo, al rischio idraulico si osserva come la correlazione tra le due dimensioni, rischio e livello di finanziamento, non sia sempre del segno atteso. In altre parole, i finanziamenti degli interventi non sono sempre più alti dove maggiore è il livello di pericolosità. Anzi, al contrario, i Comuni appartenenti alle due province a maggior rischio idraulico sono quelli che presentano il più basso finanziamento per chilometro quadrato di superficie esposta al rischio».
Adesso i sindaci dem si scoprono tifosi delle frontiere chiuse. E battono pure cassa
A sinistra sono dei veri campioni in un’arte ben poco commendevole: quella del «chiagni e fotti». Per anni hanno predicato un’accoglienza indiscriminata degli irregolari, perché le migrazioni di massa sono un fenomeno irreversibile, perché è una «battaglia di civiltà», perché «dobbiamo restare umani». Adesso che la manna dal cielo è arrivata (più di 100.000 clandestini nel solo 2023), tuttavia, ecco che i sindaci rossi hanno scoperto l’acqua calda: no, non è possibile accogliere tutti, semplicemente perché non c’è più spazio. E nessuno vuole che i centri urbani, peraltro in piena stagione turistica, si riempiano di vagabondi e sbandati. Anche perché poi i cittadini, che sono pure elettori, non perdonano.
Anziché recitare un sonoro mea culpa, con tanto di capo cosparso di cenere, i primi cittadini del Pd hanno pensato bene di dare la colpa all’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. Il prode Stefano Bonaccini ne ha fatto addirittura una battaglia politica agostana: «Urlavano porti chiusi, è finita la pacchia, prima gli italiani, ma si stanno dimostrando incapaci di gestire l’immigrazione», ha twittato con foga il governatore emiliano riscopertosi sceriffo.
Per carità, il governo sta facendo molta fatica ad affrontare l’emergenza sbarchi e le sue responsabilità sono innegabili. Ma che la predica venga proprio dal pulpito piddino lascia piuttosto interdetti. Peraltro, non ci capisce bene che cosa vogliano di preciso i sindaci di sinistra, così come l’Associazione nazionali comuni italiani (Anci), capitanata dal primo cittadino di Bari, il dem Antonio Decaro. Pretendono uno stop agli sbarchi o più soldi dallo Stato? Non è molto chiaro.
Già un mese fa, a lanciare il «contrordine compagni» era stato il governatore della Toscana, il piddino Eugenio Giani, che non ne voleva sapere di accogliere 3.000 immigrati in arrivo da Lampedusa: «Il criterio scelto dal governo ci penalizza», aveva tuonato il successore di un altro fan dell’accoglienza indiscriminata, Enrico Rossi. Sarà che la rossa Toscana ha sempre avuto una certa allergia per i migranti, come dimostrò più volte Capalbio, il tempio del radicalchicchismo italico. Va bene dedicar loro un monumento (la Nave della Tolleranza), ma per favore fuori i profughi dal nostro angolo di paradiso maremmano.
Che la coperta sia corta l’ha denunciato pure il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, che ha inviato una lettera di diffida al Viminale, sottolineando che il Comune orobico ha anticipato di tasca propria 5 milioni di euro per i minori non accompagnati. Esatto, parliamo dello stesso Gori che, a inizio 2019, bocciò il decreto Salvini perché «produce irregolarità e insicurezza». Dopo ondate di irregolari affluiti nella sua città, ecco che ora il primo cittadino bergamasco piange miseria.
Anche Matteo Biffoni, sindaco di Prato e responsabile Anci immigrazione, batte cassa: «Lo Stato in teoria ci darebbe 100 euro al giorno per ogni minore direttamente sotto la nostra responsabilità, ma spesso questa cifra non basta, perché deve coprire eventuali affitti, se non abbiamo strutture disponibili, e poi gli operatori, i consulenti linguisti, gli psicologi, oltre che il vitto e la garanzia di altri servizi quotidiani». La soluzione? Servono almeno 140 euro a migrante. In pratica, gli immigrati sono troppi, le strutture non ci sono, i soldi scarseggiano, ma Biffoni vuole ancora più soldi per strutture che, appunto, non ci sono. Geniale.
Dopo aver vantato per anni il suo presunto modello virtuoso, persino Gianluca Galimberti, il sindaco di Cremona, ha dovuto alzare bandiera bianca: «Siamo alla saturazione completa, abbiamo già superato il limite, oltre non possiamo andare». Insomma, pare essere arrivato il momento di rivedere la propria posizione sull’accoglienza indiscriminata. Macché: «Il governo la smetta di usare l’immigrazione come clava per motivi elettorali», è insorto Galimberti. Probabilmente un po’ confuso.
Tra lacrime di coccodrillo frammiste ad accuse alla Meloni, c’è pure chi è pronto a fare le barricate, come Sergio Giordani, il primo cittadino di Padova. Eletto nel 2017 grazie al Pd, Giordani è stato categorico: «Padova non vuole tendopoli, non vuole dover pagare conseguenze di modelli sbagliati». Il sindaco è irremovibile: «Questo è il confine che mi sono dato, e su questo sono pronto a battermi in tutti i modi e in tutte le sedi, a difesa della città e anche della nostra comunità provinciale, un messaggio che desidero recapitare soprattutto al governo nazionale in via preventiva». Parole forti.
Ma l’apice è stato toccato probabilmente da Beppe Sala, e già in tempi non sospetti: «Sul nostro territorio continuano ad arrivare migranti, in modo silenzioso e senza alcun coordinamento tra istituzioni nazionali e regionali», aveva denunciato il sindaco meneghino. Per poi aggiungere: «Siamo preoccupati che la situazione possa sfuggire di mano». Eh già: dopo aver trasformato Milano in un centro d’accoglienza a cielo aperto, Sala adesso ha timore che possano crearsi «tensioni sociali». Chi l’avrebbe mai detto. E pensare che, ai tempi dei decreti Sicurezza, il sindaco dai calzettoni arcobaleno aveva avvisato così Matteo Salvini: «Dobbiamo avere la consapevolezza che senza immigrati la città si ferma. Essere una città aperta e internazionale significa anche accogliere chi decide di costruire qui un futuro migliore. Questa capacità è uno degli elementi di forza di Milano, dove il 19% della popolazione è di origine straniera. Il decreto Sicurezza così non va». Le ultime parole famose.
Spunta il capo di gabinetto di Enrico Rossi, poi riconfermato da Eugenio Giani e finito nell'inchiesta sulle infiltrazioni della 'ndrangheta in Toscana, nel garbuglio della gara da 4 miliardi per il trasporto pubblico toscano aggiudicata nel 2016 dal colosso francese Ratp, per il tramite della controllata Autolinee toscane, a discapito del consorzio locale Mobit e sulla quale ha puntato i riflettori la Procura di Firenze. Ledo Gori, che secondo la Procura antimafia fiorentina sarebbe stato sponsorizzato da un cartello di conciatori che avrebbe avuto rapporti con imprenditori in odore di 'ndrangheta, si sarebbe posto nella vicenda del trasporto pubblico locale come «intermediario» dei francesi per far sì che non si arrivasse al contenzioso che ha prodotto non solo ricorsi amministrativi ma anche l'esposto presentato ai magistrati, dal quale è partita l'indagine.
Sotto inchiesta sono finiti l'ex presidente della Regione Rossi insieme a due dirigenti regionali dell'area trasporti e dell'ufficio gare e all'intera commissione che decretò l'aggiudicazione della gara ad Autolinee toscane. Ma tra gli indagati c'è anche l'ex assessore ai trasporti della Regione Toscana Vincenzo Ceccarelli, attuale capogruppo del Pd in consiglio regionale e referente toscano dell'ex segretario dem Nicola Zingaretti.
A buttare in mezzo il potente capo di gabinetto della Regione Toscana è stato Alberto Banci, direttore di Cap (società che gestisce le autolinee a Prato e fa parte del consorzio Mobit). Nel verbale di Banci depositato al Consiglio di Stato si legge che Gori «mostrando di agire quale intermediario della società francese, attraverso il sindaco di Prato Matteo Biffoni (presidente dell'Anci Toscana, ex deputato, fa parte del fronte dei sindaci del Pd ndr), propose al consorzio Mobit di abbandonare il contenzioso in atto [...] in cambio di un trattamento migliore nell'acquisto dei beni aziendali da parte di Autolinee». La questione, insomma, gira tutta attorno ai dem toscani.
Al centro dell'inchiesta c'è anche una cena del gennaio 2020 con Bruno Lombardi, presidente di Ratp Italia, alla quale avrebbero partecipato anche Ceccarelli e Massimo Dindalini, ex segretario dem di Arezzo e dal 2017 presidente di Tiemme (Toscana mobilità, società di trasporto pubblico di Arezzo, Siena e Grosseto). Tra una bistecca e l'altra, secondo gli investigatori, si sarebbe parlato di uno scambio di favori tra le due società.
«Le dichiarazioni di Banci in merito al comportamento che avrebbe tenuto Gori sono pesanti», ha commentato il consigliere regionale di Fratelli d'Italia Francesco Torselli, che chiede ai vertici regionali «di smentire, altrimenti si aggiungerebbe un ulteriore importante elemento alla netta sensazione che la Regione Toscana non si sia affatto limitata a fare da arbitro della gara come avrebbe dovuto. Difficile pensare che Gori avrebbe agito senza avere avuto un mandato politico».
Obiettivo Toscana 2020. Con Dario Nardella che sbanca le urne e porta a casa una vittoria al primo turno in una Firenze più rossa che mai, ecco che si accendono gli appetiti regionali.
Chi sarà il candidato governatore incaricato di sfidare l'onda verde in Toscana? Nonostante ballottaggi importanti come quello di Prato tra Matteo Biffoni a sinistra e Daniele Spada a destra, che impegnano energie politiche importanti, le danze per la successione al neo ritesserato Pd Enrico Rossi alla guida del granducato, sono già cominciate tra accordi, ammiccamenti e tante giravolte.
Ci sono quelli del partito di Simona Bonafé. Proprio così: la renziana appena rieletta in Europa con 168.000 preferenze e voluta come capolista da Nicola Zingaretti sembra poter essere per alcuni, la sintesi tra gli ortodossi del giglio magico e la sinistra del partito. Peccato che tra i sostenitori della tesi ci siano persone con le idee confuse, come Stefano Bruzzesi, nato politicamente come portaborse di Lamberto Dini, e che più di recente si è addormentato renziano per svegliarsi zingarettiano e ancora, per la corsa alle regionali, «saccardiano» e poi «gelliano» e infine sostenitore di Simona Bonafé. Sì perché in realtà Simona Bonafé sarà difficilmente una sintesi anche per la sinistra del partito e lei stessa, segretaria regionale del Pd, ha aperto alle primarie. La strada più verosimile è questa e lei, appena tornata europea difficilmente la sceglierà. Piuttosto a volerla ci sono altri nomi importanti. Il primo è Eugenio Giani, presidente del Consiglio regionale. Per i toscani il sindaco della Toscana, perché in soli due anni di mandato ha girato tutti i comuni della Regione, cosa mai fatta prima, costruendo così una rete di relazioni e rapporti con amministratori e sindaci che lo rende un avversario temibile e temuto.
Già recordman di preferenze nella sua Firenze, in questi anni il suo stare tra la gente lo ha rafforzato anche in caso di primarie. Ma con chi? Torna il nome di Stefania Saccardi, assessore alla Sanità nella giunta Rossi, renziana non più di ferro e con Rossi spesso di traverso in quella materia che il governatore ha sempre ritenuto un suo feudo (prima di guidare la giunta Rossi infatti è stato dieci anni assessore proprio alla Sanità). Saccardi con l'avvento di Zingaretti alla segreteria del Pd ha subito stretto un accordo di ferro con l'uomo di Gentiloni in Toscana, l'ex deputato Federico Gelli da tempo in guerra con Matteo Renzi, anche lui competitor per la sfida alle regionali 2020. Ma l'accordo in questione sarebbe stato valido in caso di investitura, ovvero nel caso Gelli fosse stato un candidato designato e quindi Saccardi la sua possibile vice. In caso di primarie le cose si potrebbero ribaltare, perché lei è più forte nei consensi di quanto lo sia Gelli. Poi c'è lo stesso Enrico Rossi che potrebbe tirare la volata a due fedelissimi, come gli assessori Vittorio Bugli e Vincenzo Ceccarelli. Da non escludere infine, che lo stesso Luca Lotti accarezzi un'idea mai abbandonata, ovvero governare la Toscana. Ma sulla strada delle primarie il campo delle ipotesi sicuramente si restringerà.
Anche dall'altra parte arrivano fumate nere. La sindaca di Cascina neo eletta a Bruxelles, Susanna Ceccardi, fa sapere che «se lo vuole Matteo» lei è pronta a scendere in campo per la Regione, mentre Massimo Mallegni, ex sindaco di Pietrasanta e senatore forzista ha già il simbolo per la sua candidatura.





