Un giornalista che abbia accreditato il falso virgolettato di una intercettazione telefonica e abbia maneggiato incautamente alcuni sms di un ministro, pubblicandoli amputati in modo tale che il senso ne risultasse stravolto, dovrebbe parlare con cautela di macchina del fango, perché rischierebbe l'autogol.
Carlo Bonini, inviato di Repubblica, a sprezzo del pericolo ieri ha invece compilato un articolo allo scopo di rovesciare il senso delle cose, attribuendo a uno dei nostri migliori colleghi, il vicedirettore Giacomo Amadori, l'idea di una congiura contro alcuni esponenti della Procura di Roma. Sarà bene dunque precisare che lo stesso Amadori è colui che non solo ha smontato l'intercettazione inventata da Repubblica (cosa che evidentemente a Bonini, autore dell'articolo che ne accreditò l'esistenza, accusando il sottosegretario Armando Siri di aver incassato 30.000 euro, ancora brucia), ma che nel recente passato ha contribuito a raccontare i molti affari del Giglio magico, alcuni petali del quale (l'ex sottosegretario Luca Lotti), in questa vicenda di magistrati e di pressioni per condizionare la guida degli uffici giudiziari della Capitale paiono avere avuto un ruolo attivo. Dov'era Bonini quando Amadori ricostruiva gli strani fallimenti di una serie di cooperative che gravitavano attorno al padre dell'ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi? Forse a caccia di farfalle, alla ricerca di presunti complotti. Ma quello che aveva davanti, ovvero atti di indagine che poi hanno portato all'arresto di entrambi i genitori, stranamente non ha interrotto la sua caccia ai lepidotteri. Neppure il caso Consip ha attirato la passione del valente cronista, che invece di occuparsi dei tanti interessi intorno alla centrale di acquisto della pubblica amministrazione, preferì dedicarsi ai presunti depistaggi. E che dire poi di quella curiosa faccenda del suo editore, Carlo De Benedetti, che sorpreso al telefono dopo essere uscito da Palazzo Chigi e aver incontrato Renzi, rassicurava il suo broker sul futuro della riforma delle banche popolari? Avendo investito e guadagnato con le azioni degli istituti di credito, l'ingegnere fu ascoltato come persona informata sui fatti e poi archiviato, ma all'illustre giornalista specializzato nell'inseguire insetti non passò neppure per la testa di approfondire la faccenda e di scavare per far emergere i fatti. No, meglio evitare di rotolarsi nel fango.
Ciò detto, la storia di questi giorni è piuttosto semplice. Il controllo della Procura di Roma fa gola a molti e in vista della sostituzione del capo dei pm, in parecchi si muovono. Tra questi numerosi magistrati, perché le nomine sono fatte con il sistema delle correnti, ovvero con accordi dove le toghe si spartiscono i posti. In pratica, una Procura a testa non si toglie a nessuno e se ce ne sono cinque da assegnare si trova il modo di distribuirle fra gli amici. Il meccanismo è noto e da noi sempre denunciato, al contrario di chi - con la scusa di difendere l'autonomia della magistratura - fa catenaccio contro qualsiasi riforma. Mentre sono in corso queste logiche spartitorie e agli incontri partecipano i petali del Giglio magico, lo stesso Giglio che fino a ieri per Repubblica era un fiore prezioso, da coltivare e innaffiare, capita che un pm presenti un esposto contro l'ex procuratore capo, Giuseppe Pignatone, e contro il suo vice, Paolo Ielo. La Verità ne dà notizia, perché di una notizia si tratta, a prescindere dalle ragioni che hanno indotto il pm a presentare la segnalazione al Csm e perfino da chi da questa iniziativa ne tragga vantaggio, perché un giornalista che faccia con onestà il proprio mestiere deve dare le notizie, non curandosi se il denunciante sia amico o nemico. Al contrario Bonini, che vede amici e nemici e si muove con altre logiche, inserisce lo scoop dell'esposto in un altro quadro, immaginando che Amadori faccia parte di una presunta macchina del fango. Anzi, che non veda l'ora di dare una «legnata» a Paolo Ielo, ossia al pm dell'inchiesta su Siri e, scrivendo di ciò, riaccredita la tesi della telefonata farlocca. È dunque necessario precisare alcune cose. La prima è che La Verità non partecipa alla guerra fra correnti (ma forse sarebbe meglio definirle bande) per il controllo della Procura di Roma: a differenza di altra stampa, non abbiamo un editore sotto inchiesta nella Capitale per truffa. La seconda è che Amadori non aveva nessun motivo di pareggiare i conti con Ielo per la faccenda della telefonata, perché a far notare la mancata corrispondenza fra gli atti giudiziari del caso Siri e il virgolettato di Repubblica fu proprio il procuratore aggiunto: dunque perché il nostro vicedirettore avrebbe dovuto avercela con un pm che conferma le sue notizie? La terza è che chi fino a ieri è stato trombettiere di Renzi, Lotti e compagni, ora non può ergersi a giudice, ma solo andare a nascondersi. Naturalmente dopo aver ritirato il premio per la miglior faccia di tolla.
Da ultimo faccio notare che, a differenza di altre, questa redazione non ha padroni né padrini.
- Gianluigi Morlini e Paolo Criscuoli si sono autosospesi seguendo l'esempio di Antonio Lepre e Corrado Cartoni. Contando anche le dimissioni di Luigi Spina, l'organo di autogoverno dei giudici perde cinque membri. David Ermini: «Riscattiamoci o saremo perduti».
- L'iraniano Radwan Khawthani tirato in ballo da Andrea Bacci e dalla cricca di Piero Amara: «Di questa storia non so nulla, mai avuto a che fare con il petrolio».
Lo speciale contiene due articoli.
Per chi crede ai segni premonitori, il black out del sistema audio a Palazzo dei Marescialli all'inizio del plenum straordinario del Csm di ieri è la conferma dell'aura di negatività che sta avvolgendo il Consiglio superiore della magistratura da quando la Procura di Perugia ha scoperto (in parte) le carte dell'inchiesta sui magistrati Luca Palamara (accusato di corruzione), Luigi Spina e Stefano Fava (indagati per rivelazione di segreto e favoreggiamento). Gli ultimi due sono stati sentiti ieri: Spina si è avvalso della facoltà di non rispondere, mentre Fava ha risposto per oltre cinque ore ai colleghi.
Sempre ieri è andato in scena un cahiers de doléance che si è aperto con la notizia dell'autosospensione di altri due membri di Palazzo dei Marescialli: Gianluigi Morlini e Paolo Criscuoli, che hanno seguito l'esempio di Corrado Cartoni e Antonio Lepre (Spina si è invece dimesso). I nomi di Cartoni e Lepre erano emersi nelle intercettazioni ambientali catturate grazie al trojan installato nello smartphone di Palamara durante gli incontri tra quest'ultimo e i deputati del Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri. «Pur consapevoli e certi della correttezza del nostro operato, per senso istituzionale e per evitare attacchi strumentali al Csm comunichiamo la autosospensione dalle funzioni consiliari in attesa che sia fatta chiarezza sulla vicenda», hanno scritto.
Dal togato di Magistratura indipendente Criscuoli è arrivata una difesa d'attacco che ha evocato un «clima di caccia alle streghe» e ha spostato l'asse della discussione dalle posizioni individuali a quelle collettive: «In questi giorni è in corso una campagna di stampa che confonde e sovrappone indebitamente i piani di una indagine penale relativa a fatti rispetto ai quali sono del tutto estraneo, come già emerso, con l'attuale attività svolta presso il Csm. Ciò ha offuscato e rischia di compromettere ulteriormente l'immagine e la percezione che dell'organo di governo autonomo della magistratura hanno i cittadini prima ancora dei magistrati».
Sentita anche la lettera, inviata da Morlini, al vicepresidente del Csm David Ermini: «Pur se nessuno mi ha contestato nulla a livello penale o disciplinare, e pur se il mio nome nemmeno è uscito sulla stampa, so di avere, casualmente e in modo da me non programmato, raggiunto alcuni magistrati a un dopo cena in cui, a un certo punto e senza che io lo sapessi o lo potessi prevedere, è intervenuto l'onorevole Lotti». Ancora rapporti tra magistratura e politica, dunque. «Mi sono quindi poco dopo congedato», ha scritto Morlini, «ben prima che la serata terminasse, certo di non avere detto o fatto nulla in contrasto con i miei doveri di consigliere. Pur nella certezza della correttezza del mio comportamento, al fine di evitare che il Csm sia danneggiato da questa situazione e per senso di responsabilità verso le istituzioni, chiedo di non partecipare all'attività del Consiglio e di essere sostituito nelle commissioni, in attesa che la mia posizione venga acclarata come pienamente corretta nelle sedi istituzionali».
L'aria nella sede di Palazzo dei Marescialli è tesa, e l'impressione è che nessuno voglia minimamente, come ha suggerito Piercamillo Davigo, prendersi l'onere di difendere l'onore di chi è innocente, fino a prova contraria, o di chi non è nemmeno indagato. A dispetto dei rapporti di amicizia e di colleganza. Non è un caso che proprio i consiglieri Davigo e Giuseppe Cascini agitino lo spauracchio dei tempi bui e violenti della P2.
E, infatti, sempre il vicepresidente Ermini ha parlato di una «ferita alla magistratura e al Consiglio superiore». Una ferita «profonda e dolorosa», ha voluto specificare a inizio seduta. «O sapremo riscattare con i fatti il discredito che si è abbattuto su di noi o saremo perduti», ha aggiunto. Il numero due dell'organo di autogoverno ha poi affrontato il vero tema all'ordine del giorno, quello che per ovvi motivi non poteva essere formalizzato nel documento ufficiale: «Le nomine dei capi degli uffici giudiziari siano effettuate attraverso la rigorosa osservanza del criterio cronologico, fuggendo la tentazione di raggrupparle in delibere contestuali che inducano il sospetto di essere state compiute nell'ambito di logiche spartitorie e non trasparenti».
Non manca una stilettata al meccanismo di vita interno della magistratura: «L'associazionismo giudiziario è stato un potente fattore di cambiamento e democratizzazione della magistratura, favorendo una presa di coscienza collettiva in ordine ai valori costituzionali che la giurisdizione ha il compito di attuare e difendere. E io credo», ha continuato Ermini, «che tale associazionismo, ove inteso come luogo di impegno civico e laboratorio di idee e valori, svolga ancora un ruolo prezioso animando il dibattito e il confronto culturale e tecnico sui temi della giustizia e sul senso della giurisdizione». Con un'avvertenza, però: «Ma consentitemi di dire che nulla di tutto ciò io vedo nelle degenerazioni correntizie, nei giochi di potere e nei traffici venali di cui purtroppo evidente traccia è nelle cronache di questi giorni. E dico che nulla di tutto ciò dovrà in futuro macchiare l'operato del Csm».
La seduta si è conclusa con la votazione della delibera che autorizza all'unanimità Spina a tornare nella sede di provenienza, presso la Procura di Castrovillari (Calabria) e con l'approvazione di un documento che recita: «La delicatezza della situazione impone di eliminare ogni ombra sull'istituzione di cui siamo componenti, che deve essere e apparire assolutamente indipendente». «Non possiamo accettare comportamenti, non importa se penalmente irrilevanti, che gettino discredito sull'istituzione in cui si incarna la magistratura italiana», si legge, e ancora: «Sin da ora vogliamo sottolineare che quanto è emerso è indicativo di comportamenti da cui intendiamo con nettezza prendere le distanze».
«Complotto Eni? Non c’entro, vendo elettrodomestici»
L'avvocato dell'Eni Piero Amara? «Mai sentito nominare». Il manager della compagnia petrolifera Umberto Vergine? «Neppure». Andrea Bacci, ex socio di Amara ed ex amico e ristrutturatore della casa di Matteo Renzi? «Non conosco queste persone».
L'italiano è fluente. S'intuisce che è uno straniero solo quando pronuncia una frase più lunga: «Io mi occupo di elettrodomestici, con il petrolio non ho nulla a che fare». Radwan Khawthani è un iraniano che vive da tantissimo tempo in Italia. A Parma. Quando il suo collaboratore che ha risposto a telefono gli passa la chiamata della Verità lo chiama «dottore». Lo scenario è quello della guerra tra toghe che arriva al Csm, scoppiata per la sostituzione del procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, e delle inchieste su Amara e sulle sentenze pilotate al Consiglio di Stato. L'iraniano viene tirato in ballo, in tempi non sospetti, dal Fatto Quotidiano, con un articolo del 12 agosto 2018 a proposito dell'ipotesi del finto complotto contro i vertici dell'Eni. Citando un interrogatorio dell'avvocato Amara, il giornale ricostruisce una presunta conversazione con Bacci per spingere sulla nomina in Eni del manager Vergine.
Khawthani all'epoca ha smentito. E nega anche ora. Adesso, però, Bacci dice che il misterioso iraniano con lui parlò davvero. «L'ho conosciuto in occasione di un premio internazionale per imprenditori a Montecarlo e lui era il factotum dell'organizzazione». E arriva al dunque: «Mi chiese una cosa allucinante, ovvero se io avessi ricevuto un nominativo da consigliare eventualmente a Renzi per la nomina da amministratore delegato dell'Eni. Mi misi a ridere e risposi che non avevo questo potere». E ancora: «Mi disse: “Sai, io sono molto amico dell'amministratore delegato di quell'altra società collegata all'Eni", non la Napag, quella società pubblica... E mi disse che “un certo Vergine sarebbe la persona ideale da mandare all'Eni"».
Bacci, per quell'incontro, finisce in Procura da Giancarlo Longo, magistrato che a Siracusa curava l'inchiesta sul complotto Eni e che dopo il suo arresto e il patteggiamento è passato a fare il maestro di fitness. Ma perché l'ex amico del Rottamatore viene sentito dal magistrato? Spiega: «È per una intercettazione telefonica di questo arabo renziano». Un giorno, è la ricostruzione di Bacci, l'iraniano telefona a qualcuno e dice: «Guarda, per Vergine io ho parlato anche con un amico di Renzi». «Io», spiega Bacci, «ho confermato l'incontro con l'iraniano, ma ho detto che con Renzi non avevo parlato».
E qui il mistero si infittisce. Perché dall'indagine su Siracusa è emerso che, per salvare l'Eni dall'inchiesta milanese sulle ipotizzate tangenti in Nigeria, nella Procura siciliana taroccavano documenti e costruivano prove. Longo, su input di Amara, aveva messo su un'indagine priva di fondamento costruendo tutto attorno a un presunto piano di destabilizzazione della società del cane a sei zampe e del suo amministratore delegato Claudio Descalzi. In realtà la finalità sarebbe stata spiare l'indagine milanese.
«E io che c'entro?», dice l'iraniano, «io vendo elettrodomestici». A pensare male, confortati da quanto è emerso dall'inchiesta sul finto complotto Eni, quell'intercettazione potrebbe non esistere.
E potrebbe trattarsi di una ricostruzione creata a tavolino da Amara (che nell'indagine passa per essere il grande burattinaio) per qualche finalità che al momento è difficile immaginare. Ma chi si nasconde dietro a questa trama che coinvolge l'iraniano? L'incontro che interessava al pm Longo c'è stato. Ed è provato. Bacci lo ricorda bene, ma lo piazza a Montecarlo. E alla fine lo ammette anche l'iraniano: «Ci siamo incontrati tanti anni fa». Per Khawthani, però, la città non era Montecarlo, ma «una località estera». Sul resto è inutile insistere. «Io», ripete l'iraniano, «con il petrolio non ho nulla a che fare, vendo solo elettrodomestici».
- Il 9 maggio i due si videro per parlare dell'esposto contro Giuseppe Pignatone e Paolo Ielo. Quest'ultimo indagò sull'ex ministro e su babbo Renzi. L'ex presidente dell'Anm accusato di corruzione: «Non ho mai preso soldi». Il guardasigilli Alfonso Bonafede manda gli ispettori a Roma.
- Su Repubblica, Corriere e Messaggero escono in ciclostile notizie sotto segreto.
Lo speciale contiene due articoli.
Perché Luca Lotti era interessato alle manovre contro il procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo? Perché l'ex ministro renzianissimo ha incontrato Luca Palamara, indagato a Perugia per corruzione, senza avere alcun titolo personale né politico per occuparsi di giustizia? Paolo Ielo è il magistrato che insieme all'ex procuratore Giuseppe Pignatone lo ha fatto finire sotto processo, per favoreggiamento, nel caso Consip e che ha indagato anche su Tiziano Renzi (per cui è stata poi richiesta l'archiviazione).
Nella ricostruzione dei pm di Perugia, è l'ipotetica vittima di un piano ritorsivo, ordito da Palamara (ex Anm e Csm) con l'aiuto di due magistrati indagati per favoreggiamento e rivelazione di segreto: Stefano Fava e Luigi Spina (sospesosi da consigliere a Palazzo dei Marescialli). L'incontro tra Palamara e Lotti, a cui partecipano pure Spina e un altro parlamentare dem, l'ex sottosegretario Cosimo Ferri, è citato nel decreto di perquisizione a carico del pm romano.
Un atto che impasta, in un unico scenario investigativo, episodi lontani tra loro nel tempo e nello spazio che talvolta sembrano apertamente contraddire i capi di imputazione. I pm perugini Milano e Formisano, infatti, contestano a Palamara di aver svenduto «la sua funzione di membro del Csm» in cambio di regali provenienti dal faccendiere Fabrizio Centofanti «a partire dall'anno 2011», ovvero prima - sono gli stessi pm a scriverlo - che Palamara fosse eletto nell'organo di autogoverno delle toghe (2014).
Che cosa offriva dunque, in precedenza? Le ricostruzioni degli inquirenti sulle «ripetute utilità» donate al pm in alcuni casi sembrano traballanti, soprattutto in relazione ai viaggi. Quando Palamara vola a Dubai con l'amica Adele Attisani, è quest'ultima a intestarsi la fattura che viene pagata in parte «in contanti» e in parte con «carta di credito di Palamara». La Procura di Perugia «avanza dubbi» rispetto «alle date delle fatture» e al fatto che il pm e Centofanti avessero fatto da garanti per la liquidazione «a rate» dell'importo. Sempre in contanti è il pagamento per il soggiorno di Palamara e Attisani presso l'Hotel Fonteverde di San Casciano dei Bagni, dove alloggia anche Centofanti e dove la polizia giudiziaria trova un appunto che dice «Ognuno salda il proprio soggiorno».
Analoga situazione per la vacanza a Favignana in cui gli investigatori, a fronte del pagamento cash, rilevano solo «alcune incongruenze». In occasione del soggiorno all'Hotel Campiglio Bellavista, Centofanti avrebbe corrisposto uno sconto del 30% sul totale e offerto la cena di Capodanno (456 euro) alla famiglia Palamara. Una sorta di corruzione al ribasso. Nel decreto c'è comunque scritto chiaramente che «non erano emersi […] contatti telefonici tra Centofanti e Palamara».
Esistono invece i rapporti tra Adele Attisani e Centofanti. La donna è spesso ospite della vettura con autista del presunto corruttore. Il 15 settembre 2017 entrambi vengono intercettati a bordo mentre «si stavano per recare a Taormina» e «commentavano il fatto che Palamara si trovasse in Russia». In Sicilia, Centofanti pagherà anche la camera di lei. Pure sull'anello da 2.000 euro regalato alla donna, il riferimento al sostituto procuratore romano è nebuloso. Nell'intercettazione tra Centofanti e la Attisani si parla di un «lui» che, sostengono i pm, «qui si assume essere Palamara».
L'ex consigliere del Csm, che ieri è stato interrogato a Perugia ribadendo di non aver «mai barattato la mia dignità e professione con alcuno» e di non aver tramato contro Ielo, è anche accusato di aver ricevuto 40.000 euro, versati dagli avvocati faccendieri Giuseppe Calafiore e Piero Amara, per facilitare la nomina di Giancarlo Longo alla guida della procura di Gela. Nomina poi saltata, dice Longo, per «intervento diretto del presidente della Repubblica». Ma Longo e Palamara hanno parlato di soldi? «No», dice il testimone.
E Calafiore che dice? Interrogato il 10 maggio 2019, nega il versamento di denaro pur ammettendo l'aiuto all'amico. Amara, che come Calafiore ha patteggiato per corruzione in atti giudiziari e ha avviato un percorso di collaborazione, nemmeno viene sentito per confermare l'una o l'altra ipotesi. Con Palamara sono indagati, come detto, Spina e Fava per aver - rispettivamente - rivelato al primo l'indagine a Perugia e aggiunto dettagli sull'inchiesta. Al solo Fava viene inoltre contestato anche l'esposto firmato contro Pignatone e Ielo per la mancata astensione dal fascicolo su Amara in cui emergevano i coinvolgimenti dei fratelli dei due alti magistrati.
I pm intercettano Spina e Fava (16 maggio) grazie al virus trojan installato sullo smartphone del sostituto procuratore romano e, nel giro di due settimane, recapitano loro l'avviso di garanzia. Di fatto bruciando una pista che poteva rivelarsi interessante visto che - riporta il decreto - esistono altri potenziali indagati «allo stato non identificati». Peraltro, la stessa accusa di rivelazione di segreto è assai controversa nel caso di Spina, essendo la notizia arrivata al Csm non più riservata e considerata la segretazione del Consiglio superiore solo un atto amministrativo disciplinato da regolamento interno. Né si riesce a capire come l'esposto firmato da Fava possa aver aiutato «Palamara a eludere le investigazioni» dal momento che la denuncia riguardava la gestione di un procedimento a lui estraneo.
Intanto, il guardasigilli Alfonso Bonafede ha incaricato gli ispettori. Perché questa fretta di far deflagrare la bomba? È una coincidenza che, in questi giorni, si decida la nomina del nuovo procuratore di Roma, con in vantaggio Marcello Viola, sostenuto da Unicost, la corrente di Palamara, sul candidato gradito a Pignatone, Franco Lo Voi? Per questo appaiono ancor di più fuori luogo l'interessamento di Lotti e l'incontro con il pm indagato che, con lui, si lamentava: «Perché quel c... che m'hanno combinato lì a Perugia ancora nemmeno si sa». E chissà che dalle carte possa uscire anche qualche manovra sulla Procura di Firenze.
Nella battaglia fra magistrati spunta il «genio guastatori» dei giornaloni
In questa guerra per bande all'interno della magistratura, una delle squadre in campo sta dimostrando una potenza di fuoco nettamente superiore alle altre.
Nei giorni scorsi La Repubblica ha rimarcato la coincidenza che Il Fatto Quotidiano e La Verità «lo yin e lo yang del racconto giornalistico della giustizia italiana», avessero pubblicato in contemporanea uno scoop sull'esposto al Csm del pm Stefano Fava contro i suoi superiori Giuseppe Pignatone e Paolo Ielo.
Fa sorridere che la sottolineatura sia arrivata da un quotidiano che per tre giorni (oggi sarà probabilmente il quarto) svela notizie coperte da segreto in pool con Il Corriere della Sera e Il Messaggero. Sempre gli stessi tre giornali e gli stessi tre giornalisti. I medesimi a cui, per esempio, Giuseppe Pignatone, a turno, affidava il proprio pensiero.
Questa Premiata cooperativa cronisti riuniti da anni mette in pagina articoli di gruppo, realizzati concordando al bar o in un ufficio di Procura il titolo del giorno successivo. Le case editrici e i lettorati sono diversi, ma le notizie di giudiziaria sono le medesime. Già Roma è piena di buche, perché darsi dei buchi a vicenda?, devono aver pensato i cooperanti. Se nella cucina macrobiotica ci sono alimenti yin e yang, molto diversi tra loro, la premiata ditta offre lo stesso menù, quasi tutti i giorni. Piatti ben confezionati, con gli stessi ingredienti offerti dai medesimi fornitori.
Il giorno in cui Il Fatto Quotidiano e La Verità hanno pubblicato la notizia dell'esposto, dopo aver avvertito Pignatone e l'aggiunto Paolo Ielo, i Cronisti riuniti hanno risposto svelando che il pm Luca Palamara era indagato per corruzione. Il giorno successivo hanno servito una lista di nuovi indagati, tra cui proprio il pm autore dell'esposto. Quando i finanzieri del Gico di Roma hanno bussato alle porte dei nuovi accusati per consegnargli l'avviso di garanzia, gli sfortunati lo avevano già prelevato dall'edicolante. Il terzo giorno altra violazione del segreto istruttorio, questa volta con i nomi dei presunti politici complottardi: i piddini Luca Lotti (avvelenato con la Procura di Roma per l'inchiesta Consip) e Cosimo Ferri, già sottosegretario alla Giustizia, segretario di Magistratura indipendente e consigliere del Csm. Due nomi perfetti per spaccar il fronte favorevole alla candidatura di Marcello Viola, sino a pochi giorni fa procuratore di Roma in pectore. Non sappiamo se Viola sia catalogabile come renziano o no, ma farlo passare come tale è il modo più astuto per fargli mancare i voti dei consiglieri laici vicini a Lega e M5s, dopo aver seminato il panico tra le file della corrente di Unicost (quella di Palamara).
Le notizie sfornate in modo indefesso dai Cronisti riuniti potrebbero avere l'effetto (probabilmente auspicato) di lasciare in campo un solo candidato, il procuratore di Palermo Franco Lo Voi. Un signore buono per tutti i salotti. È di Magistratura indipendente (corrente di destra), è stato a cena allo stesso tavolo di Matteo Salvini (anche se il consigliere laico della Lega ha votato in commissione per Viola) ed è sostenuto dall'ex procuratore Giuseppe Pignatone, da quasi tutti i suoi aggiunti e, si dice, dal Quirinale. Però tre diverse fonti qualificate del Csm (per usare una formula cara ai Cronisti riuniti) ci hanno assicurato che non si faranno intimidire dallo stillicidio di notizie e che sosterranno anche nel plenum di metà giugno il nome prescelto dalla quinta commissione come prossimo procuratore di Roma, ossia quello di Viola. Ma come si sa, chi entra Papa in conclave, spesso ne esce cardinale.






