Per i giudici della Corte di cassazione, che riprendono le motivazioni del Tribunale del Riesame di Latina, i congiunti del deputato con gli stivali di gomma Aboubakar Soumahoro sarebbero una «struttura delinquenziale a base familiare». E avrebbero distratto dalla coop di famiglia, la Karibu, che si occupava della gestione dei Centri d’accoglienza pontini per migranti richiedenti protezione internazionale, poco più di 1 milione di euro, 111.284 dei quali a opera di Liliane Murekatete, ovvero Lady Soumahoro. Le motivazioni dei giudici della Suprema corte riguardano la fase cautelare, ovvero il momento in cui la Murekatete era agli arresti domiciliari, ma sono state depositate di recente. La notizia, riportata in modo impreciso da alcuni giornali, si è diffusa solo l’altro giorno e accollava a lady Soumahoro l’intera azione distrattiva. In realtà, però, l’addebito per la Murekatete è di 111.284 euro, in quanto «beneficiaria di bonifici anche su conti accesi in Belgio» con causali del tipo «anticipo container cibo africano» o «rimborso viaggio e spese per il Ghana e acquisto di cibo africano». Spese che, secondo i giudici, «la stessa cooperativa dichiara non inerenti». «Una circostanza la cui infondatezza verrà chiarita in dibattimento», afferma l’avvocato Lorenzo Borrè, che difende lady Soumahoro. Non solo. C’è un ulteriore passaggio della sentenza, indicato come parte della motivazione dei giudici della Cassazione, che in realtà era legato a un’argomentazione su un motivo di impugnazione. Questo: «Le condotte distrattive sono state poste in essere mentre l’indagata era sottoposta a misura interdittiva per altro procedimento». In realtà la consumazione della presunta bancarotta fraudolenta si sarebbe consumata nella data in cui è stata emessa la sentenza di liquidazione delle coop, che è stata pronunciata nel periodo in cui erano in vigore le misure interdittive. Si tratta di una differenza sottile ma sostanziale. Quantità della distrazione a parte, ciò che è di particolare interesse è la motivazione. «La ricorrente propone il rilievo che la condotta risulterebbe essere solo omissiva e inconsapevole delle distrazioni», ma per i giudici della Cassazione, risulterebbe che «l’indagata abbia ricoperto incarichi di gestione, per quanto emerge dal contenuto di email, da dichiarazioni di persone informate sui fatti, da attività di relazioni pubbliche con esponenti delle istituzioni, dalla sostituzione della madre, come anche dall’accreditarsi come legale rappresentante della società, oltre a essere la stessa ricorrente beneficiaria di risorse societarie distratte». E quindi, in sostanza, le viene riconosciuto «un ruolo di concorso nella gestione della società fallita di tipo attivo». Che si è trasformato, secondo l’accusa, in gravi imputazioni: la frode in pubbliche forniture, «per aver distratto ed essersi appropriata delle somme erogate dalla Prefettura di Latina» non adempiendo «ai doveri di prestazione pattuiti»; la bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione e le «operazioni dolose cagionanti lo stato di insolvenza» della coop; l’autoriciclaggio per il reimpiego del denaro provento della frode e di bancarotta fraudolenta per distrazione per il «trasferimento su conti correnti esteri in favore di persone fisiche e giuridiche diverse». Il tutto in concorso con sua madre, suocera di Soumahoro, Marie Terese Mukamitsindo, e con suo fratello Michel Rukundo.
Sulla villetta romana di Liliane Murekatete e del deputato con gli stivali Aboubakar Soumahoro aleggia adesso l’ombra della distrazione dei fondi per i migranti. La signora ha, nel tempo, messo da parte un discreto patrimonio immobiliare, così composto: i sei vani con giardino nella Capitale e tre appartamenti in Belgio.
Ma, per gli inquirenti che l’hanno iscritta sul registro degli indagati con l’accusa di bancarotta fraudolenta, frode in pubbliche forniture e autoriciclaggio, potrebbe esserci riuscita anche grazie ai denari che avrebbe sottratto alle cooperative gestite da mamma Marie Terese (Karibu e Consorzio Aid) e di cui lei è stata dipendente con qualifica «dirigenziale» dal novembre del 2018 sino al luglio del 2022, quando ha lasciato il posto di lavoro, proprio nel mese in cui ha firmato il rogito per la casa di Roma.
Nonostante buste paga tutto sommato «normali» (35.000, tredicesima compresa, nel 2020; 27.500 nel 2021 e 14.000 nel 2021, quando è diventata disoccupata), la nostra sarebbe riuscita ad acquistare case in serie.
Ma vediamo quello che non torna, partendo dalla villetta acquistata a Roma nel 2022, nel quartiere residenziale di Casal Palocco, e di cui è proprietaria a metà con Soumahoro. La donna, nel dicembre del 2021, ha pagato una caparra che è finita sotto la lente d’ingrandimento della Guardia di finanza, anche perché all’epoca Liliane guadagnava poco più di 2.000 euro al mese e il compagno dichiarava un reddito annuo di 9.150 euro (salito nel 2022 a 22.115 grazie all’ingresso, a ottobre, in Parlamento). Il 22 dicembre di tre anni fa Liliane firma un preliminare di compravendita per un prezzo convenuto di 360.000 euro e versa, come anticipo, un assegno circolare da 32.000 euro. Le Fiamme gialle, a proposito di questo gruzzolo, rimarcano che «tra le varie somme accreditate, di particolare interesse per l’attività investigativa» sono quelle che arrivano dal Consorzio Aid con le causali «pagamento affitti n 9 mensilità e condominio arretrati ufficio Bruxelles» (5.870 euro) e «pagamento bollette arretrate annualità 2018- 2020 ufficio Bruxelles» (5.000 euro). Gli investigatori precisano che la Murekatete non risulta essere stata dipendente o avere avuto cariche sociali in Aid. Inoltre, il consorzio «non possiede sedi all’estero, tantomeno in Bruxelles».
A completare la provvista sul conto arrivano 3.000 euro di una cognata, come «regalo matrimonio» e, tra il 21 e il 22 dicembre, vengono registrati «alcuni versamenti cospicui di contante» per un totale di 15.400 euro. La coppia riesce così a saldare l’anticipo e poi completa il pagamento grazie a un sostanzioso mutuo da 264.000 euro.
Nell’agosto del 2022, quando la signora è ormai fuori dalla Karibu, riceve altri 2.000 euro a titolo di stipendio che vengono subito girati al notaio. Gli investigatori annotano: «Si rendeva necessario il bonifico della Karibu perché a quella data Liliane Murekatete non aveva sul conto corrente disponibilità sufficiente (saldo attivo di circa 150 euro) a corrispondere il compenso al notaio».
Nel 2022 su uno dei due rapporti bancari intestati alla donna erano arrivati anche i proventi di una non meglio identificata vendita immobiliare (68.500 euro) in un Paese extra Ue e ulteriori 2.000 euro da Aid per un presunto «distacco».
Liliane ha dichiarato agli inquirenti di possedere tre immobili in Belgio. Due «studi» si trovano a Ixelles, periferia di Bruxelles. Il primo, in una palazzina anonima di cemento e mattoni rossi in rue Hennin, composto da soggiorno, camera da letto, cucina completamente attrezzata, bagno e cantina, sarebbe stato scelto dalla Karibu, come presunta sede belga della coop. Per questo sono stati formalizzati due diversi contratti di locazione: uno da 1.000 euro al mese, firmato nell’agosto del 2014, e uno, siglato quattro anni più tardi, della durata di sei anni, per un canone di 1.300 euro mensili. Mamma Marie Terese avrebbe pure offerto 95.000 euro per acquistarlo.
Karibu risulta aver inviato a Liliane almeno due bonifici per gli affitti: uno nel novembre del 2018 da 3.900 euro e uno dello stesso importo nell’aprile del 2019. A giugno del 2020 sono stati pagati 1.663 euro a favore di «Le Provence Hennin». Tra febbraio e settembre 2022, invece, Lilian ha ricevuto 6.400 euro, suddivisi in otto bonifici, da un certo Nikolas S. «per spese e affitto di rue Hennin». Non sappiamo che fine abbia fatto nel frattempo la presunta sede belga della Karibu.
Quanto al secondo studio, la coop, tra marzo e luglio del 2019, ha inviato circa 16.000 euro (più 1.000 per il notaio) a una certa Chantal Matis, per sottrarre al pignoramento e alla vendita all’asta l’altro appartamento di proprietà di Liliane, quello in cui risultava risiedere a Ixelles. L’ordinanza di sequestro era del marzo del 2019.
«La procedura di vendita pubblica su pignoramento è stata interrotta a seguito del pagamento del creditore e delle nostre spese» ha spiegato il notaio Pol Van de Vannet agli inquirenti. Insomma, di riffa o di raffa, mamma Marie Terese avrebbe contribuito all’espansione immobiliare della figlia.
Nella relazione finale del commissario liquidatore di Karibu, Francesco Cappello, le presunte operazioni distrattive a favore di Liliane vengono così conteggiate: 208.900 euro su un conto e 8.900 su un secondo, a cui andrebbero aggiunti 58.574 euro per soggiorni esteri «apparentemente collegati» alla signora e 19.000 euro per altre attività in Belgio.
Tra i denari indebitamente versati alla Murekatete dalla Karibu, mentre risiedeva a Bruxelles, ci sarebbero due consulenze da 35.000 euro ciascuna (febbraio e maggio 2018), 10.000 euro di «anticipo container cibo africano», 5.000 euro di spese di viaggio in Ghana, altri denari per un presunto progetto di internazionalizzazione (ma nella causale era inserito il nome della creditrice Matis) e per l’assicurazione della sua autovettura.
Nella richiesta di arresto a carico della donna si legge: «In relazione a tali movimenti e alla loro natura distrattiva, deve evidenziarsi che gli incarichi che la Murekatete avrebbe svolto sono indicati in maniera del tutto generica, né sono stati rinvenuti documenti a supporto dei quali si possa evincere oggetto e finalità dell’incarico; risulta del tutto non inerente agli scopi della Karibu il pagamento di canoni di affitto di immobili all’estero; la Karibu ha ricevuto fondi dagli enti locali e dalla Prefettura per far fronte alle spese di gestione e assistenza dei migranti in Italia e non per sostenere costi di progetto esteri».
Stiamo parlando delle spese effettuate dagli affini dell’ex sindacalista nella capitale dell’Unione europea con i soldi della cooperativa Karibu.
Il 30 ottobre 2023, il procuratore Giuseppe De Falco aveva trasmesso l’ordinanza di custodia cautelare del Gip che aveva disposto l’arresto di mamma e figlia anche all’Olaf (l’Ufficio Europeo per la lotta antifrode di Bruxelles), alla Corte dei conti e ad altri uffici interessati «per opportuna conoscenza e per le eventuali valutazioni di rispettiva competenza […]in ragione della natura pubblica dei fondi oggetto di utilizzo per scopi estranei alle finalità del servizio pubblico per cui sono stati erogati e comunque non inerenti l’oggetto sociale delle cooperative Karibu e Consorzio Aid», entrambi riconducibili alla famiglia originaria del Ruanda e successivamente finiti in liquidazione coatta amministrativa. Passano pochi giorni e il capo della Direzione A5 della Commissione europea scrive al Comando generale della Guardia di finanza un appunto. In cui si legge: «Informo che l’Olaf ha avviato un’indagine riguardante sospette irregolarità e frodi in relazione alla richiesta ed erogazione di fondi del Fondo sociale europeo con riferimento a diversi progetti di integrazione ed inclusione sociale rivolti ai profughi ed ai migranti a favore della società cooperativa Karibu di Sezze (Latina)».
A questo punto il direttore avverte: «Nell’ambito di tale indagine […] l’Olaf intende effettuare due controlli sul posto, nei giorni dal 22 al 24 novembre prossimi venturi presso le società indicate in oggetto. Lo scopo del controllo è l’acquisizione di documentazione e informazioni in relazione alla veridicità dei costi sostenuti e portati a rimborso, dell’effettività delle spese sostenute dal beneficiario e dalle cooperative fornitrici di servizi al beneficiario». Quindi viene richiesta l’assistenza delle Fiamme gialle per l’esecuzione dei controlli e «la trasmissione di documenti o di altre informazioni sui soggetti in precedenza menzionati, che dovessero essere nella disponibilità della Guardia di Finanza e ritenuti utili alle indagini».
I militari si mettono immediatamente all’opera per offrire tutto il sostegno necessario. E in un’informativa inviata in Procura il 30 novembre si legge il resoconto dell’ispezione effettuata insieme con gli uomini dell’Olaf: «L’attività consentiva di individuare - tra l’altro - un raccoglitore intestato "Marie-Terese Bruxelles" al cui interno venivano rinvenuto documenti di interesse operativo ai fini della presente attività investigativa». Atti che si riferiscono alla costituzione di due società, di cui il nostro giornale aveva svelato l’esistenza a ottobre, e agli immobili di proprietà di Liliane Murekatete, sulla carta impiegata della Karibu circa 2.000 euro al mese, prima di essere lasciata a casa, ma in grado di investire abbondanti risorse nel mattone in Italia e, si scopre oggi, anche in Belgio.
Nel raccoglitore sono stati trovati atto di costituzione in data 22 giugno 2016 della «Karibu Belgique» di Ixelles, fondata da Liliane, dal fratello Michael, dalla compagna di lui, da un parrucchiere con cui la Murekatete ambiva a costituire un centro estetico, e un’altra persona. Tra le carte acquisite anche lo statuto datato 18 dicembre 2018 della «Karibuni Asbl» di Bruxelles, fondata questa volta dalla Mukamitsindo, dall’attivista politica Tiffany Djamila Fevery, trentacinquenne cittadina belga di origine magrebina ed Henri Désiré N’Zouzi, giornalista cinquantasettenne nato a Ixelles, ma di origine congolese. L’associazione si avvaleva un team multidisciplinare composto da psicologi, sociologi, assistenti sociali, nutrizionisti, estetisti, parrucchieri, professionisti aziendali, eccetra, e doveva insegnare, testualmente, ai migranti, tra le altre materie, a prendersi cura del proprio aspetto fisico e a scoprire la bellezza del proprio corpo. Ma i ritrovamenti più interessanti sono altri. Tra questi un contratto di locazione del 30 agosto 2014 fra Liliane (locatrice) e la madre (affittuaria) relativa a un immobile di Ixelles, alle porte della capitale belga, per un importo mensile di 1.000 euro.
È stato trovato anche un secondo accordo tra la compagna di Soumahoro e la Karibu, per il periodo 1 dicembre 2018-30 novembre 2024, in cui risulta aumentato di 300 euro al mese. Nel faldone c’era anche una proposta di acquisto datata 15 settembre 2019 avanzata da Marie Terese (acquirente) nei confronti della figlia (venditrice) proprio relativa all’immobile in affitto, al prezzo di 95.000 euro. Scrivono i finanzieri: «In esito alla documentazione di cui sopra, appare agevole affermare la proprietà di immobili in Belgio da parte di Liliane Murekatete». E aggiungono che la stessa, nel verbale di identificazione, dopo l’arresto, la stessa ha confermato, tra l’altro, «di possedere tre appartamenti in Bruxelles». Adesso le indagini dovranno verificare con quali soldi siano stati acquistati.
Agli inquirenti la Mukamitsindo ha spiegato che «sei o sette persone della cooperativa Karibu sono andate a Bruxelles per frequentare un corso di formazione sulla progettazione di fondi europei in collaborazione con la Camera di commercio Italo-belga». Erano gli anni delle photo opportunity, per esempio, con Pier Francesco Majorino, eurodeputato del Pd.
La signora ha anche sostenuto che i soldi pagati alla figlia rappresentassero un risparmio: «Decidemmo di aprire un ufficio anche a Bruxelles. Il primo che trovammo ci costava quasi 2.000 euro al mese. Dopo quattro mesi, decidemmo di prendere in affitto l’immobile di proprietà di mia figlia Liliane perché ci costava di meno. Intorno ai mille euro mensili, che abbiamo corrisposto per sei mesi su tre anni che abbiamo utilizzato l’immobile». La conclusione è sottintesa: se fossimo intellettualmente onesti, dovremmo ringraziare Liliane, invece di sospettare maliziosamente che la Karibu le desse i soldi per farsi gli affari propri.
Andranno a processo Liliane Murekatete e Marie Therese Mukamitsindo, moglie e suocera del deputato con gli stivali di gomma Aboubakar Soumahoro. È il filone dell’inchiesta sui reati fiscali nella gestione di cooperative pontine dell’accoglienza. Ieri pomeriggio il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Pierpaolo Bortone, ha accolto la richiesta della Procura e rinviato a giudizio i sei imputati, tra i quali compaiono i figli di Mukamitsindo Michel Rukundo e Richard Mutangana. E con loro Ghislaine Ada Ndongo e Christine Kabukoma Ndyanabo Koburangyira. Mutangana e Koburangyira sono risultati irreperibili. I sei sono accusati di operazioni contabili irregolari finalizzate a evadere le tasse. Complessivamente le fatture false utilizzate contestate alla Mukamitsindo supererebbero i 2,3 milioni di euro. Il processo comincerà il 24 gennaio 2024 davanti al giudice Simona Sergio. Mentre per i due irreperibili sono stati disposti nuove ricerche e rinvio al 26 aprile 2024. Rukundo aveva chiesto di accedere allo stato passivo come se fosse una vittima, ma ovviamente l’istanza è stata rigettata («non ammesso allo stato passivo in quanto connesso alle eventuali responsabilità derivanti dalla carica ricoperta») ed è seguito il suo rinvio a giudizio. Comincerà così il processo a carico di tutto il consiglio di amministrazione della Coop Karibu e del Consorzio Aid, «la cui mala gestio è emersa grazie alle denunce del sindacato UilTucs di Latina», rivendica il sindacato. Fu Gianfranco Cartisano, che ha assistito i lavori dipendenti della cooperativa e del consorzio rimasti per mesi senza retribuzione, a denunciare pubblicamente la situazione dei lavoratori.
«Nel corso del processo il sindacato e i lavoratori, costituitisi parti civili», fanno sapere gli avvocati di parte civile Giulio Mastrobattista e Atena Agresti, «avranno modo di dimostrare il danno patrimoniale e non conseguente ai reati tributari contestati agli odierni imputati». «Faccio affidamento sul dibattimento per dimostrare l’innocenza e l’estraneità ai fatti di Liliane Murekatete», replica Lorenzo Borrè, il legale della moglie di Soumahoro. Sono costituiti parte civile, inoltre, sia la cooperativa Karibù sia il consorzio Aid, con i commissari liquidatori Jacopo Marzetti per il consorzio, che ha già presentato la relazione sullo stato passivo, e Francesco Cappello (nominato dal ministero dello Sviluppo economico su indicazione di Legacoop) per la coop, che ancora non ha depositato la documentazione.
Nei libri aziendali il commissario Cappello, come aveva anticipato La Verità, ha trovato «svariate anomalie», tra cui, «saldi negativi, saldi elevatissimi per oltre 400 mila euro, ecc.», volte «esclusivamente alla «riduzione» «aggiustamento - quadratura» della «incongruente» cassa contanti». Per esempio, in un bilancio, è stato registrato un credito «nei confronti di un «fantomatico» cliente denominato «soggetto attuatore». E «alcuni bonifici», inoltre, «risultano», sottolineava Cappello, «peraltro, disposti in un periodo di conclamato dissesto finanziario».
Murekatete e Mukamitsindo, nel secondo filone d’indagine, erano anche state arrestate (ai domiciliari) assieme a un altro parente, per frode nelle pubbliche forniture, bancarotta fraudolenta patrimoniale e autoriciclaggio. Secondo le indagini della Guardia di finanza, sarebbe stato portato alla luce un «sistema fraudolento» che tra il 2017 e il 2022 avrebbe dirottato verso acquisti personali (borse, vestiti e accessori di lusso, ma anche soggiorni in hotel da capogiro e sedute dall’estetista) il denaro destinato alle casse delle cooperative dell’accoglienza gestite dai familiari di Soumahoro, mentre i migranti, secondo gli inquirenti, vivevano invece in condizioni di degrado e in edifici fatiscenti.
«Quegli acquisti non li ho effettuati io, non ho mai avuto in uso carte di credito della cooperativa», si era difesa Murekatete durante le dichiarazioni spontanee davanti al gip nel novembre scorso, aggiungendo che «gli unici pagamenti da lei effettuati sono stati gli stipendi, più le spese per acquistare il cibo per gli ospiti della struttura».
Una struttura criminale a conduzione «familiare» in cui il ruolo di Mukamitsindo e Murekatete, secondo l’accusa, sarebbe stato centrale. La Procura di Latina contesta operazioni contabili irregolari, finalizzate a evadere le tasse anche mediante false fatture. Nella richiesta di rinvio a giudizio i magistrati pontini definiscono «spregiudicata e opaca» la gestione dei fondi. E sono emerse «tutte le disposizioni bancarie prive di congrua giustificazione causale e comunque per finalità diverse da quelle alle quali era preposta la Karibù». Fondi inviati all’estero con «casuali risibili», sostiene l’accusa, «probabilmente per giustificare ipotetici progetti fuori dall’Italia, non previsti dalle convenzioni». In totale la cifra trasferita oltre confine si attesta sui 472.909 euro. Talvolta le operazioni «sono giustificate con la voce «rimborso spesa anticipato» per somme mai anticipate dal beneficiario dell’accredito». Un quadro «allarmante di distrazioni patrimoniali», aveva evidenziato il gip nell’ordinanza di custodia cautelare, «idonee a svuotare» la Karibù (anche per il tramite della Jumbo Africa, soggetto giuridico fittizio) e a «portarla allo stato di insolvenza, dichiarato con sentenza del Tribunale di Latina del maggio 2023». Il tutto mentre proprio Soumahoro, che difendeva la moglie accampando un inedito «diritto all’eleganza», è inciampato nelle spese per la campagna elettorale. I fondi, stando alle valutazioni del Collegio regionale di garanzia elettorale della Corte d’appello di Bologna che ha contestato ben nove violazioni (che rendono molto probabile la decadenza da parlamentare), sembrano essere stati gestiti anche peggio di quelli della Lega braccianti, il sindacato fondato dal parlamentare di origini ivoriane. Un pasticcio degno dei bilanci creativi delle cooperative guidate dalla suocera e dalla compagna.
Mentre si allarga l’inchiesta sul business dell’accoglienza della sua famiglia, il deputato viene sanzionato (40.000 euro) per irregolarità nel rendiconto di spese elettorali: possibile la decadenza da parlamentare.
I guai a casa Soumahoro sembrano non finire mai. Dopo l’arresto di Liliane Murekatete, compagna del deputato ex rosso-verde con l’accusa di reati gravi come la frode in pubbliche forniture, bancarotta patrimoniale e l’autoriciclaggio e il sequestro di metà del villino dove vive la coppia, adesso, con un mutuo da pagare e Liliane senza lavoro, Aboubakar rischia di perdere la poltrona e lo stipendio da deputato.
Il 29 settembre scorso il Collegio regionale di garanzia elettorale (Corege) della Corte d’appello di Bologna ha inviato a Soumahoro un atto di contestazione sulla gestione del rendiconto delle spese elettorali. Nello specifico al parlamentare è stato contestato di aver nominato il mandatario elettorale dopo aver già percepito alcuni finanziamenti. Ma sarebbero state rilevate anche delle irregolarità nella movimentazione dei fondi elettorali, legate sia alla documentazione che alle procedure.
Ma Soumahoro ha svolto delle controdeduzioni che non hanno convinto la commissione, che, per questo, nelle scorse settimane ha emesso un’ordinanza ingiunzione irrogando una sanzione amministrativa da circa 40.000 euro a cui il parlamentare ha annunciato di volersi opporre.
La Corte d’appello non ha inviato atti in Procura non avendo ravvisato reati penali.
L’ordinanza è stata, invece, trasmessa alla presidenza della Camera dei deputati per le autonome valutazioni che può e deve fare il Parlamento. In teoria la pratica dovrebbe passare alla Giunta delle elezioni, ma a quanto risulta, la scelta sarebbe stata quella di aspettare l’annunciata opposizione davanti alla magistratura ordinaria di Soumahoro contro il provvedimento.
La Camera, al di là dell’importo che è stato irrogato come sanzione, valuterà se quelle irregolarità che la Corte d’appello ha evidenziato siano tali da determinare una o diverse conseguenze ai sensi della legge elettorale.
A quanto risulta alla Verità a Soumahoro dovrebbe essere stato contestato l’illecito amministrativo previsto dall’articolo 7 comma 6 della legge 515/93 per le irregolarità nelle dichiarazioni delle spese elettorali. Per tale condotta l’articolo 15 comma 11 prevede una sanzione pecuniaria da 5.000 a 50.000 euro. Ma, come ha anticipato ieri il Corriere della Sera, il deputato rischierebbe anche il posto.
La decadenza dalla carica, «con delibera della Camera di appartenenza», è prevista dai commi 7, 8 e 9 e cioè in caso di «accertata violazione delle norme che disciplinano la campagna elettorale dichiarata dal Corege in modo definitivo», di «mancato deposito entro il termine previsto della dichiarazione» concernente le spese, «il superamento dei limiti massimi di spesa».
Il comma 10 recita: «Al fine della dichiarazione di decadenza, il Collegio regionale di garanzia elettorale dà comunicazione dell’accertamento definitivo delle violazioni di cui ai commi 7, 8 e 9 al presidente della Camera di appartenenza del parlamentare, la quale pronuncia la decadenza ai sensi del proprio regolamento».
Il mandatario elettorale di Soumahoro è stato Stefano Manicardi, consigliere comunale del Pd di Modena. Il giovanotto, classe 1995, sarebbe stato affiancato a Soumahoro per decisione del partito in vista della campagna elettorale nel collegio elettorale modenese. Qui il parlamentare di origini ivoriane ha perso all’uninominale, ma è stato ripescato nel proporzionale. Il 24 agosto dell’anno scorso, sul suo profilo Facebook, Manicardi, a un mese dalle elezioni, aveva pubblicato una foto che lo ritraeva insieme all’ex sindacalista, con la quale annunciava: «Ieri ho avuto modo di conoscere Aboubakar Soumahoro, candidato nel collegio di Modena».
Secondo il rendiconto depositato alla Camera da Soumahoro, la sua campagna sarebbe costata in tutto 20.991 euro. Quasi la metà, 9.360 euro, sono andati all’agenzia di comunicazione che ha curato l’immagine dell’ex sindacalista, mentre altri 3.082 euro sono stati spesi per il vitto; 2.570 euro sarebbe invece il costo dei viaggi in treno, forse con qualche andata a ritorno da Roma per tornare a casa, visto che la spesa per gli alberghi è relativamente bassa: 950 euro. Poco di meno sono costati i manifesti e i volantini: 927 euro. La campagna elettorale di Soumahoro si sarebbe conclusa in leggera perdita, con 19.785 euro di ricavi, di cui 7.824 sborsati direttamente dal candidato. Altri 6.072 euro sono arrivati dai contributi di privati per somme sotto i 500 euro, i cui nomi, tranne quello di Manicardi che ha versato 15 euro, non vengono specificati. Somme che sono state raccolte anche attraverso una piattaforma online, costata 384 euro. E proprio attraverso quel sito è arrivato un finanziamento, di 1.000 euro che potrebbe rilevante politicamente. La somma infatti è stata versata da un certo Mario Tomasoni, omonimo di uno stretto collaboratore di Pierfrancesco Majorino, ex eurodeputato Pd e candidato alla presidenza della Regione Lombardia, che ha più volte espresso la sua vicinanza alla Karibu, la coop diretta dalla suocera, dalla compagna e da altri famigliari dell’ex sindacalista. Ieri Soumahoro, assistito dall’avvocato Maddalena Del Re, ha fatto sapere: «Le contestazioni di irregolarità che mi vengono mosse riguardano aspetti meramente formali. I fondi - come previsto dalla legge - sono stati tutti utilizzati per la campagna elettorale». E ha aggiunto: «I miei avvocati stanno predisponendo il ricorso contro il provvedimento della Corte d’appello di Bologna, per confutare con precisione gli addebiti che sono stati sollevati nei miei confronti. La Giunta delle elezioni, che è l’organo parlamentare competente, riceverà quanto prima la mia documentazione per fare piena luce su ogni aspetto. Sono sereno, dimostrerò la mia assoluta trasparenza nelle sedi opportune». Adesso bisognerà capire chi abbia di fronte la sfida più difficile tra lui e la sua compagna Liliane.







