Kim Jong-un è spesso descritto dai media occidentali come un dittatore feroce, ma allo stesso tempo come una macchietta. Ma cosa si nasconde dietro al leader del Paese più chiuso e isolato al mondo? Ne parliamo con Nicola Cristadoro, analista di Limes.
Dopo l’invio di migliaia di soldati in Russia (Bloomberg parla di 100.000 potenziali), la Corea del Nord ha appena ha ratificato un patto di difesa reciproca con Mosca. Come si pone la Cina di fronte a tale alleanza?
«La guerra costa, sia in termini economici sia in termini di risorse umane e, per quanto riguarda i primi, “l’economia di guerra” imposta dal Cremlino per sostenere lo sforzo bellico in Ucraina probabilmente non è sufficiente. A metà del giugno di quest’anno, la Russia si sarebbe offerta di vendere a Pechino una parte del suo Estremo Oriente, il territorio che circonda il fiume Tumen. Questa iniziativa consentirebbe alla Cina di espandere il proprio commercio, attraverso lo sfruttamento del fiume come arteria di navigazione e garantirebbe alla Russia un significativo introito per finanziare la guerra. Il timore della Corea del Nord è che la possibilità per la Cina di navigare sul Tumen limiti gli investimenti cinesi nei suoi porti. Tuttavia, il sostegno indiretto della Cina ai trasferimenti di armi di Pyongyang alla Russia, cui è seguito un afflusso di prodotti agricoli e petrolio in Corea del Nord, potrebbe rendere la Corea più disponibile a un compromesso. Sebbene sia la Cina che la Corea del Nord abbiano dei benefici, l’impegno di Pechino e di Pyongyang nel sostegno offerto alla Russia è differente».
Nessun asse tra Pechino, Pyongyang e Mosca, dunque.
«Le relazioni tra Russia, Cina e Corea del Nord appaiono più come una serie di transazioni bilaterali reciprocamente vantaggiose, piuttosto che una solida partnership o alleanza trilaterale. Mentre l’espansione bilaterale della cooperazione della Russia con la Cina e la Corea del Nord deve destare preoccupazione, la dimensione trilaterale non dovrebbe essere sopravvalutata. Né Mosca né Pechino sono disposte a riconoscere tout court l’esistenza di un asse trilaterale con Pyongyang».
Nel 2019 si è verificato un inizio di distensione tra Corea del Nord e Usa, con l’incontro in Vietnam tra Kim e Trump. Con il ritorno del repubblicano alla Casa Bianca, quali prospettive intravede nei rapporti tra i due Paesi?
«Donald Trump non è un genio della politica estera, se non nella ricerca della coerenza con il suo slogan “America first”. Detto ciò, non si deve trascurare il ruolo di Elon Musk. Come sta facendo cambiare idea a Trump sulla politica commerciale nei confronti della Cina, può suggerirgli anche una cauta apertura verso la Corea del Nord, qualora ne intravedesse la convenienza».
La Corea del Nord resisterebbe alle minacce esterne senza la minaccia rappresentata dal suo arsenale atomico?
«Diversi analisti russi vedono la creazione di un asse tra Russia, Cina e Corea del Nord come una risposta inevitabile a quella che viene percepita come una forma di espansione della Nato nella regione indopacifica. Per contro, Vitaly Sovin, esperto del Valdai discussion club di Mosca, ha affermato che il sodalizio tra Mosca, Pechino e Pyongyang potrebbe esistere a prescindere, in quanto la Corea del Nord ha già le capacità militari per difendere la sua sovranità. Va detto che la tensione nella penisola coreana è giunta al suo punto più alto da anni, con il ritmo dei test missilistici voluti da Kim da un lato, e delle esercitazioni militari combinate che coinvolgono Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone dall’altro. L’aspetto più controverso in questo gioco delle parti è proprio legato all’arma atomica. Le divergenze tra Cina e Russia sul programma atomico della Corea del Nord sono sostanziali. La Cina imputa l’assertività nucleare della Corea del Nord nei confronti della Corea del Sud alla rottura delle relazioni diplomatiche tra le parti interessate per cause politiche esterne, eredità della Guerra Fredda. Tale assertività, però, secondo Pechino giustificherebbe gli Stati Uniti al preoccupante dispiegamento di ulteriori risorse strategiche con capacità nucleare nella regione indopacifica. La Russia, invece, non ha scrupoli riguardo al programma nucleare di Pyongyang e getta benzina sul fuoco».
Qual è l’obiettivo principale di Kim Jong-un? Come possiamo definire la sua strategia geopolitica?
«Kim Jong-un prosegue nel solco tracciato da suo padre Kim Jong-il. Al centro, c’è l’eterno problema delle relazioni con la Corea del Sud e il suo alleato: gli Stati Uniti. Kim ha sempre cercato una “sponda” per legittimare la sua dittatura, consolidare il ruolo del suo Paese nella geopolitica dell’Estremo Oriente e alleviare gli effetti delle sanzioni economiche cui la Corea del Nord è soggetta. Una sponda rilevante gli è stata offerta dalla Russia, alla ricerca del consenso di nuovi e vecchi alleati all’indomani dell’invasione dell’Ucraina. Da subito Kim Jong-un ha offerto a Putin dapprima il proprio sostegno diplomatico e, successivamente, una cospicua fornitura di munizionamento. In cambio la Russia, insieme alla Cina, ha bloccato gli sforzi guidati dagli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza, mirati a rafforzare le sanzioni contro la Corea del Nord. Il “tributo” offerto a Putin da Kim con l’invio di migliaia di militari nordcoreani a ripianare le perdite russe per la prosecuzione della controffensiva nella regione di Kursk è clamoroso. I media hanno riferito di almeno cinque formazioni di 2.000-3.000 soldati ciascuna e integrate nelle unità russe. L’aspetto inquietante deriva dalla decisione di inviare i propri soldati a combattere, e a morire, come tributo “ex ante”».
Un «credito» da vantare successivamente, dunque.
«Sì, quando lo riterrà opportuno. Stiamo assistendo a un’inversione di tendenza rispetto a quanto accaduto con la Siria e con la Cecenia. All’inizio dell’invasione in Ucraina, la Siria avrebbe dovuto fornire un robusto contingente da affiancare alle truppe russe. La situazione in cui versa il Paese non lo ha consentito. E i mercenari siriani addestrati dai mercenari del Gruppo Wagner si sono dissolti quando si è dissolto il Gruppo nel giugno 2023. I “Kadyrovtsy” ceceni, al contrario, hanno risposto numerosi alla chiamata alle armi. In entrambi i casi, versato o meno, si tratta di un tributo “ex post”, un riconoscimento per un sostegno o un premio (nel caso di Kadyrov) già ricevuto. C’è da domandarsi quale sarà il “sostegno” che chiederà Kim in cambio dei suoi 10.000 soldati».