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2024-11-18
Quanto è forte l’esercito di Kim Jong-un?
(Getty Images)
Le truppe nordcoreane recentemente dispiegate per aiutare la Russia nella sua guerra con l’Ucraina sono finite subito sotto il fuoco di Kiev, ha dichiarato martedì scorso un funzionario ucraino. È la prima volta che si afferma che le unità di Pyongyang siano state colpite a seguito di un dispiegamento che ha dato al conflitto un nuovo aspetto, mentre ci si sta avvicinando ai 1.000 giorni dall’inizio del conflitto. Su Telegram Andrii Kovalenko, capo della sezione contro-disinformazione del Consiglio di sicurezza ucraino, ha scritto che «le prime truppe nordcoreane sono già state bombardate nella regione di Kursk». Ma che impatto possono avere nel conflitto?
I soldati nordcoreani mandati frettolosamente in Ucraina, con qualche centinaio di ufficiali e di alcuni generali, secondo alcuni resoconti sono giovanissimi, non sono mai usciti dalla Corea del Nord, e fatta eccezione per il veloce addestramento russo non hanno nessuna esperienza sul campo. Inoltre non conoscono il terreno e la lingua. Un po’ come accaduto con le truppe cubane massacrate dagli ucraini non appena giunte al fronte. Si racconta che i nordcoreani appena arrivati al fronte abbiano scoperto le meraviglie di internet (vietato in patria), e in particolare i siti porno, un fatto che li distrae e molto dalle faccende belliche. Visto tutto il contesto è difficile non concordare con quegli analisti che prevedono che i soldati arrivati da Pyongyang non siano altro che «carne da cannone».
Con circa 1,3 milioni di effettivi, l’Esercito popolare coreano (Kpa) è uno dei più grandi eserciti del mondo, preceduto solo da Paesi molto più grandi come la Cina e gli Stati Uniti. Ma non va dimenticato che la Corea del Nord è una delle società più militarizzate del pianeta, dove tutti gli uomini di età compresa tra i 17 e i 30 anni devono arruolarsi per il servizio militare che dura dai 3 ai 12 anni. Secondo i dati dell’Istituto internazionale per gli studi strategici (Iiss), la Corea del Nord ha anche circa 600.000 riservisti e 5,7 milioni di riservisti della Guardia rossa operaia e contadina, oltre a molte unità non armate.
Il Kpa è diviso in esercito, aeronautica, marina e forze strategiche, che sono armate con missili balistici che possono essere dotati di testate nucleari. Si stima che l’aeronautica abbia circa 110.000 effettivi e la marina 60.000. La Corea del Nord è uno dei nove Paesi al mondo che possiedono armi nucleari, e a questo proposito lo scorso 30 ottobre il ministro della Difesa sudcoreano Kim Jong-hyun durante un incontro al Pentagono ha affermato: «È molto probabile che la Corea del Nord chieda alla Russia tecnologie avanzate legate alle armi nucleari in cambio dell’invio di truppe a supporto nella guerra contro l’Ucraina». Secondo il ministro sudcoreano, Pyongyang potrebbe richiedere a Mosca il trasferimento di tecnologie per le armi nucleari tattiche, per lo sviluppo di missili balistici intercontinentali nordcoreani, per satelliti di riconoscimento e per sottomarini nucleari. Kim Jong-hyun ha espresso le sue preoccupazioni al segretario alla Difesa americano Lloyd Austin. Nulla di particolarmente innovativo perché questo accordo ricalcherebbe quello tra Russia e Iran, secondo cui Mosca ha condiviso tecnologie nucleari con Teheran in cambio di armi e supporto militare per la sua guerra all’Ucraina. La Corea del Nord sostiene che il proprio arsenale di armi nucleari e missili balistici sia essenziale per difendersi dalle minacce provenienti dagli Stati Uniti e dai suoi alleati, con cui ha combattuto durante la guerra di Corea del 1950-1953. Il leader nordcoreano ha fatto iscrivere nel 2023 nella Costituzione il fatto che la Corea del Nord è ormai una potenza nucleare e ha chiarito a più riprese che il dato di fatto del possesso dell’arma nucleare per Pyongyang non è più questione su cui trattare alcunché perché «si tratta di un dato irreversibile». La notizia non può che preoccupare anche gli Stati Uniti, e in tal senso sarà interessante capire che postura adotterà la nuova amministrazione guidata da Donald Trump, che nel precedente mandato era riuscito a disinnescare, anche se temporaneamente, la minaccia nordcoreana.
La maggior parte dell’esercito nordcoreano è posizionata nei pressi della Zona demilitarizzata (Dmz) di 248 chilometri, che separa la Corea del Nord dalla Corea del Sud. Per compensare alcune carenze percepite, il Kpa ha puntato sulle cosiddette capacità asimmetriche, includendo forze per operazioni speciali, armi di distruzione di massa (armi chimiche e biologiche) e l’artiglieria che punta a Seoul. Secondo la Corea del Sud, l’esercito nordcoreano comprende anche 6.800 specialisti di guerra informatica impegnati nello sviluppo di nuove tecnologie per potenziare le temute capacità cyber nordcoreane. La martellante propaganda del leader nordcoreano Kim Jong-un ha più volte mostrato che la Corea del Nord ha costruito una serie di missili che, a suo dire, possono essere dotati di bombe nucleari, da armi tattiche a corto raggio a enormi missili balistici intercontinentali (Icbm) con una gittata tale da raggiungere qualsiasi punto degli Stati Uniti. Il Kpa dispone di un’enorme quantità di equipaggiamento militare convenzionale, anche se in gran parte molto vecchio e di fatto inservibile. Ad esempio i carri armati di epoca sovietica come il T-34, modelli cinesi e carri armati di produzione nazionale come il Chonma-ho o il Songun-ho.
Secondo il «Libro bianco della Difesa 2022» dell’esercito sudcoreano, le unità corazzate e meccanizzate del Kpa hanno più di 6.900 carri armati e veicoli corazzati mentre l’aeronautica militare ha in dotazione oltre 400 aerei da combattimento, 80 bombardieri leggeri e più di 200 aerei da trasporto. Ma anche qui molti dei suoi velivoli risalgono all’era sovietica, e si pensa che alcuni abbiano dai 40 agli 80 anni, utili quindi per un museo piuttosto che per i moderni teatri di guerra. La forza navale dell’Esercito popolare coreano (Kpanf) dispone di circa 470 navi di superficie, tra cui navi con missili guidati, torpediniere, piccole navi da pattugliamento e imbarcazioni di supporto al fuoco. Inoltre, Pyongyang dispone di circa 70 sottomarini, tra cui navi di classe Romeo di progettazione sovietica e sottomarini nano. Negli ultimi anni, la Corea del Nord ha potenziato la sua marina con nuove armi nucleari, tra cui un drone subacqueo, navi da guerra e il suo primo sottomarino missilistico operativo. Per comprendere con i numeri come si stia armando la Corea del Nord basta leggere le cifre del World Factbook della Cia, che afferma che tra il 2010 e il 2020 le spese militari di Pyongyang hanno rappresentato circa il 20-30% del Pil all’anno e nel gennaio scorso il regime ha dichiarato di voler spendere quasi il 16% della spesa statale per la difesa. Tutto questo rappresenta una minaccia globale.
«Pyongyang esigerà un tributo da Mosca»
Kim Jong-un è spesso descritto dai media occidentali come un dittatore feroce, ma allo stesso tempo come una macchietta. Ma cosa si nasconde dietro al leader del Paese più chiuso e isolato al mondo? Ne parliamo con Nicola Cristadoro, analista di Limes.
Dopo l’invio di migliaia di soldati in Russia (Bloomberg parla di 100.000 potenziali), la Corea del Nord ha appena ha ratificato un patto di difesa reciproca con Mosca. Come si pone la Cina di fronte a tale alleanza?
«La guerra costa, sia in termini economici sia in termini di risorse umane e, per quanto riguarda i primi, “l’economia di guerra” imposta dal Cremlino per sostenere lo sforzo bellico in Ucraina probabilmente non è sufficiente. A metà del giugno di quest’anno, la Russia si sarebbe offerta di vendere a Pechino una parte del suo Estremo Oriente, il territorio che circonda il fiume Tumen. Questa iniziativa consentirebbe alla Cina di espandere il proprio commercio, attraverso lo sfruttamento del fiume come arteria di navigazione e garantirebbe alla Russia un significativo introito per finanziare la guerra. Il timore della Corea del Nord è che la possibilità per la Cina di navigare sul Tumen limiti gli investimenti cinesi nei suoi porti. Tuttavia, il sostegno indiretto della Cina ai trasferimenti di armi di Pyongyang alla Russia, cui è seguito un afflusso di prodotti agricoli e petrolio in Corea del Nord, potrebbe rendere la Corea più disponibile a un compromesso. Sebbene sia la Cina che la Corea del Nord abbiano dei benefici, l’impegno di Pechino e di Pyongyang nel sostegno offerto alla Russia è differente».
Nessun asse tra Pechino, Pyongyang e Mosca, dunque.
«Le relazioni tra Russia, Cina e Corea del Nord appaiono più come una serie di transazioni bilaterali reciprocamente vantaggiose, piuttosto che una solida partnership o alleanza trilaterale. Mentre l’espansione bilaterale della cooperazione della Russia con la Cina e la Corea del Nord deve destare preoccupazione, la dimensione trilaterale non dovrebbe essere sopravvalutata. Né Mosca né Pechino sono disposte a riconoscere tout court l’esistenza di un asse trilaterale con Pyongyang».
Nel 2019 si è verificato un inizio di distensione tra Corea del Nord e Usa, con l’incontro in Vietnam tra Kim e Trump. Con il ritorno del repubblicano alla Casa Bianca, quali prospettive intravede nei rapporti tra i due Paesi?
«Donald Trump non è un genio della politica estera, se non nella ricerca della coerenza con il suo slogan “America first”. Detto ciò, non si deve trascurare il ruolo di Elon Musk. Come sta facendo cambiare idea a Trump sulla politica commerciale nei confronti della Cina, può suggerirgli anche una cauta apertura verso la Corea del Nord, qualora ne intravedesse la convenienza».
La Corea del Nord resisterebbe alle minacce esterne senza la minaccia rappresentata dal suo arsenale atomico?
«Diversi analisti russi vedono la creazione di un asse tra Russia, Cina e Corea del Nord come una risposta inevitabile a quella che viene percepita come una forma di espansione della Nato nella regione indopacifica. Per contro, Vitaly Sovin, esperto del Valdai discussion club di Mosca, ha affermato che il sodalizio tra Mosca, Pechino e Pyongyang potrebbe esistere a prescindere, in quanto la Corea del Nord ha già le capacità militari per difendere la sua sovranità. Va detto che la tensione nella penisola coreana è giunta al suo punto più alto da anni, con il ritmo dei test missilistici voluti da Kim da un lato, e delle esercitazioni militari combinate che coinvolgono Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone dall’altro. L’aspetto più controverso in questo gioco delle parti è proprio legato all’arma atomica. Le divergenze tra Cina e Russia sul programma atomico della Corea del Nord sono sostanziali. La Cina imputa l’assertività nucleare della Corea del Nord nei confronti della Corea del Sud alla rottura delle relazioni diplomatiche tra le parti interessate per cause politiche esterne, eredità della Guerra Fredda. Tale assertività, però, secondo Pechino giustificherebbe gli Stati Uniti al preoccupante dispiegamento di ulteriori risorse strategiche con capacità nucleare nella regione indopacifica. La Russia, invece, non ha scrupoli riguardo al programma nucleare di Pyongyang e getta benzina sul fuoco».
Qual è l’obiettivo principale di Kim Jong-un? Come possiamo definire la sua strategia geopolitica?
«Kim Jong-un prosegue nel solco tracciato da suo padre Kim Jong-il. Al centro, c’è l’eterno problema delle relazioni con la Corea del Sud e il suo alleato: gli Stati Uniti. Kim ha sempre cercato una “sponda” per legittimare la sua dittatura, consolidare il ruolo del suo Paese nella geopolitica dell’Estremo Oriente e alleviare gli effetti delle sanzioni economiche cui la Corea del Nord è soggetta. Una sponda rilevante gli è stata offerta dalla Russia, alla ricerca del consenso di nuovi e vecchi alleati all’indomani dell’invasione dell’Ucraina. Da subito Kim Jong-un ha offerto a Putin dapprima il proprio sostegno diplomatico e, successivamente, una cospicua fornitura di munizionamento. In cambio la Russia, insieme alla Cina, ha bloccato gli sforzi guidati dagli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza, mirati a rafforzare le sanzioni contro la Corea del Nord. Il “tributo” offerto a Putin da Kim con l’invio di migliaia di militari nordcoreani a ripianare le perdite russe per la prosecuzione della controffensiva nella regione di Kursk è clamoroso. I media hanno riferito di almeno cinque formazioni di 2.000-3.000 soldati ciascuna e integrate nelle unità russe. L’aspetto inquietante deriva dalla decisione di inviare i propri soldati a combattere, e a morire, come tributo “ex ante”».
Un «credito» da vantare successivamente, dunque.
«Sì, quando lo riterrà opportuno. Stiamo assistendo a un’inversione di tendenza rispetto a quanto accaduto con la Siria e con la Cecenia. All’inizio dell’invasione in Ucraina, la Siria avrebbe dovuto fornire un robusto contingente da affiancare alle truppe russe. La situazione in cui versa il Paese non lo ha consentito. E i mercenari siriani addestrati dai mercenari del Gruppo Wagner si sono dissolti quando si è dissolto il Gruppo nel giugno 2023. I “Kadyrovtsy” ceceni, al contrario, hanno risposto numerosi alla chiamata alle armi. In entrambi i casi, versato o meno, si tratta di un tributo “ex post”, un riconoscimento per un sostegno o un premio (nel caso di Kadyrov) già ricevuto. C’è da domandarsi quale sarà il “sostegno” che chiederà Kim in cambio dei suoi 10.000 soldati».
«Ai soldati però manca esperienza sul campo»
Lara Ballurio è una giornalista ed esperta di Russia che ha vissuto a lungo a Mosca.
Come è stata spiegata ai russi la presenza delle truppe nordcoreane al fronte con l’Ucraina?
«La propaganda russa si è dovuta inventare un bel racconto, ma non è certo la prima volta che riesce a girare la frittata. L’arrivo delle truppe nordcoreane è stato presentato come una dimostrazione di “solidarietà tra popoli fratelli” contro l’Occidente decadente. I media di Stato l’hanno descritto come un “nobile gesto” di Kim Jong-un per sostenere Mosca in una lotta epica contro la Nato, dipinta come una moderna Armageddon. Ovviamente, nessuno ha spiegato che, dietro questa “solidarietà”, esiste un vero e proprio patto di scambio, sancito persino dalla Duma: truppe in cambio di petrolio, grano e soprattutto tecnologie militari avanzate. Ma si sa, in Russia le domande sulle amicizie di Putin, specie se includono la Corea del Nord, non si fanno. Qualcuno ci crede davvero? Chissà. Tra la tv di Stato e la disperazione quotidiana, molti preferiscono non indagare troppo».
Come viene recepita dai soldati russi la presenza dei soldati nordcoreani che non parlano russo e che non hanno mai combattuto una guerra?
«La situazione è surreale. Immaginatevi di essere un soldato russo al fronte, stanco di una guerra infinita, con poche risorse e il desiderio di tornare a casa, se mai ci riuscirà. Ora, oltre ai tuoi compagni che bestemmiano in diverse lingue del Caucaso, ti trovi accanto soldati nordcoreani che non parlano russo e che sono stati costretti a essere lì, magari arrivati in Russia con visti studenteschi e promesse di istruzione. Tra i russi serpeggia sarcasmo: “Abbiamo chiesto rinforzi e ci mandano questi?”. È risaputo che i nordcoreani sono addestrati più a sfilare in parata che a fronteggiare missili e droni. La mancanza di comunicazione complica tutto: mentre provi a spiegare che il nemico arriva da Nord, è già tardi. Per molti soldati russi, la presenza dei nordcoreani sa di disperazione: Mosca sta raschiando il fondo se deve affidarsi a truppe senza vera esperienza sul campo».
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Tra i più grandi al mondo (1,3 milioni di effettivi), può contare su armi nucleari e biologiche. Ma è carente in veicoli e aerei.L’analista Nicola Cristadoro: «Con l’invio di migliaia di militari da usare contro Kiev, lo Stato asiatico ora vanta un credito con Putin, che riscuoterà quando sarà opportuno. Non esiste un asse a tre con la Cina e il Cremlino: sono più relazioni bilaterali con transazioni vantaggiose».La giornalista Lara Ballurio: «I russi sanno che sono truppe da parata non abituate alla guerra».Lo speciale contiene tre articoli.Le truppe nordcoreane recentemente dispiegate per aiutare la Russia nella sua guerra con l’Ucraina sono finite subito sotto il fuoco di Kiev, ha dichiarato martedì scorso un funzionario ucraino. È la prima volta che si afferma che le unità di Pyongyang siano state colpite a seguito di un dispiegamento che ha dato al conflitto un nuovo aspetto, mentre ci si sta avvicinando ai 1.000 giorni dall’inizio del conflitto. Su Telegram Andrii Kovalenko, capo della sezione contro-disinformazione del Consiglio di sicurezza ucraino, ha scritto che «le prime truppe nordcoreane sono già state bombardate nella regione di Kursk». Ma che impatto possono avere nel conflitto? I soldati nordcoreani mandati frettolosamente in Ucraina, con qualche centinaio di ufficiali e di alcuni generali, secondo alcuni resoconti sono giovanissimi, non sono mai usciti dalla Corea del Nord, e fatta eccezione per il veloce addestramento russo non hanno nessuna esperienza sul campo. Inoltre non conoscono il terreno e la lingua. Un po’ come accaduto con le truppe cubane massacrate dagli ucraini non appena giunte al fronte. Si racconta che i nordcoreani appena arrivati al fronte abbiano scoperto le meraviglie di internet (vietato in patria), e in particolare i siti porno, un fatto che li distrae e molto dalle faccende belliche. Visto tutto il contesto è difficile non concordare con quegli analisti che prevedono che i soldati arrivati da Pyongyang non siano altro che «carne da cannone». Con circa 1,3 milioni di effettivi, l’Esercito popolare coreano (Kpa) è uno dei più grandi eserciti del mondo, preceduto solo da Paesi molto più grandi come la Cina e gli Stati Uniti. Ma non va dimenticato che la Corea del Nord è una delle società più militarizzate del pianeta, dove tutti gli uomini di età compresa tra i 17 e i 30 anni devono arruolarsi per il servizio militare che dura dai 3 ai 12 anni. Secondo i dati dell’Istituto internazionale per gli studi strategici (Iiss), la Corea del Nord ha anche circa 600.000 riservisti e 5,7 milioni di riservisti della Guardia rossa operaia e contadina, oltre a molte unità non armate. Il Kpa è diviso in esercito, aeronautica, marina e forze strategiche, che sono armate con missili balistici che possono essere dotati di testate nucleari. Si stima che l’aeronautica abbia circa 110.000 effettivi e la marina 60.000. La Corea del Nord è uno dei nove Paesi al mondo che possiedono armi nucleari, e a questo proposito lo scorso 30 ottobre il ministro della Difesa sudcoreano Kim Jong-hyun durante un incontro al Pentagono ha affermato: «È molto probabile che la Corea del Nord chieda alla Russia tecnologie avanzate legate alle armi nucleari in cambio dell’invio di truppe a supporto nella guerra contro l’Ucraina». Secondo il ministro sudcoreano, Pyongyang potrebbe richiedere a Mosca il trasferimento di tecnologie per le armi nucleari tattiche, per lo sviluppo di missili balistici intercontinentali nordcoreani, per satelliti di riconoscimento e per sottomarini nucleari. Kim Jong-hyun ha espresso le sue preoccupazioni al segretario alla Difesa americano Lloyd Austin. Nulla di particolarmente innovativo perché questo accordo ricalcherebbe quello tra Russia e Iran, secondo cui Mosca ha condiviso tecnologie nucleari con Teheran in cambio di armi e supporto militare per la sua guerra all’Ucraina. La Corea del Nord sostiene che il proprio arsenale di armi nucleari e missili balistici sia essenziale per difendersi dalle minacce provenienti dagli Stati Uniti e dai suoi alleati, con cui ha combattuto durante la guerra di Corea del 1950-1953. Il leader nordcoreano ha fatto iscrivere nel 2023 nella Costituzione il fatto che la Corea del Nord è ormai una potenza nucleare e ha chiarito a più riprese che il dato di fatto del possesso dell’arma nucleare per Pyongyang non è più questione su cui trattare alcunché perché «si tratta di un dato irreversibile». La notizia non può che preoccupare anche gli Stati Uniti, e in tal senso sarà interessante capire che postura adotterà la nuova amministrazione guidata da Donald Trump, che nel precedente mandato era riuscito a disinnescare, anche se temporaneamente, la minaccia nordcoreana.La maggior parte dell’esercito nordcoreano è posizionata nei pressi della Zona demilitarizzata (Dmz) di 248 chilometri, che separa la Corea del Nord dalla Corea del Sud. Per compensare alcune carenze percepite, il Kpa ha puntato sulle cosiddette capacità asimmetriche, includendo forze per operazioni speciali, armi di distruzione di massa (armi chimiche e biologiche) e l’artiglieria che punta a Seoul. Secondo la Corea del Sud, l’esercito nordcoreano comprende anche 6.800 specialisti di guerra informatica impegnati nello sviluppo di nuove tecnologie per potenziare le temute capacità cyber nordcoreane. La martellante propaganda del leader nordcoreano Kim Jong-un ha più volte mostrato che la Corea del Nord ha costruito una serie di missili che, a suo dire, possono essere dotati di bombe nucleari, da armi tattiche a corto raggio a enormi missili balistici intercontinentali (Icbm) con una gittata tale da raggiungere qualsiasi punto degli Stati Uniti. Il Kpa dispone di un’enorme quantità di equipaggiamento militare convenzionale, anche se in gran parte molto vecchio e di fatto inservibile. Ad esempio i carri armati di epoca sovietica come il T-34, modelli cinesi e carri armati di produzione nazionale come il Chonma-ho o il Songun-ho. Secondo il «Libro bianco della Difesa 2022» dell’esercito sudcoreano, le unità corazzate e meccanizzate del Kpa hanno più di 6.900 carri armati e veicoli corazzati mentre l’aeronautica militare ha in dotazione oltre 400 aerei da combattimento, 80 bombardieri leggeri e più di 200 aerei da trasporto. Ma anche qui molti dei suoi velivoli risalgono all’era sovietica, e si pensa che alcuni abbiano dai 40 agli 80 anni, utili quindi per un museo piuttosto che per i moderni teatri di guerra. La forza navale dell’Esercito popolare coreano (Kpanf) dispone di circa 470 navi di superficie, tra cui navi con missili guidati, torpediniere, piccole navi da pattugliamento e imbarcazioni di supporto al fuoco. Inoltre, Pyongyang dispone di circa 70 sottomarini, tra cui navi di classe Romeo di progettazione sovietica e sottomarini nano. Negli ultimi anni, la Corea del Nord ha potenziato la sua marina con nuove armi nucleari, tra cui un drone subacqueo, navi da guerra e il suo primo sottomarino missilistico operativo. Per comprendere con i numeri come si stia armando la Corea del Nord basta leggere le cifre del World Factbook della Cia, che afferma che tra il 2010 e il 2020 le spese militari di Pyongyang hanno rappresentato circa il 20-30% del Pil all’anno e nel gennaio scorso il regime ha dichiarato di voler spendere quasi il 16% della spesa statale per la difesa. Tutto questo rappresenta una minaccia globale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/esercito-nord-corea-2669925841.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pyongyang-esigera-un-tributo-da-mosca" data-post-id="2669925841" data-published-at="1731945159" data-use-pagination="False"> «Pyongyang esigerà un tributo da Mosca» Kim Jong-un è spesso descritto dai media occidentali come un dittatore feroce, ma allo stesso tempo come una macchietta. Ma cosa si nasconde dietro al leader del Paese più chiuso e isolato al mondo? Ne parliamo con Nicola Cristadoro, analista di Limes. Dopo l’invio di migliaia di soldati in Russia (Bloomberg parla di 100.000 potenziali), la Corea del Nord ha appena ha ratificato un patto di difesa reciproca con Mosca. Come si pone la Cina di fronte a tale alleanza? «La guerra costa, sia in termini economici sia in termini di risorse umane e, per quanto riguarda i primi, “l’economia di guerra” imposta dal Cremlino per sostenere lo sforzo bellico in Ucraina probabilmente non è sufficiente. A metà del giugno di quest’anno, la Russia si sarebbe offerta di vendere a Pechino una parte del suo Estremo Oriente, il territorio che circonda il fiume Tumen. Questa iniziativa consentirebbe alla Cina di espandere il proprio commercio, attraverso lo sfruttamento del fiume come arteria di navigazione e garantirebbe alla Russia un significativo introito per finanziare la guerra. Il timore della Corea del Nord è che la possibilità per la Cina di navigare sul Tumen limiti gli investimenti cinesi nei suoi porti. Tuttavia, il sostegno indiretto della Cina ai trasferimenti di armi di Pyongyang alla Russia, cui è seguito un afflusso di prodotti agricoli e petrolio in Corea del Nord, potrebbe rendere la Corea più disponibile a un compromesso. Sebbene sia la Cina che la Corea del Nord abbiano dei benefici, l’impegno di Pechino e di Pyongyang nel sostegno offerto alla Russia è differente». Nessun asse tra Pechino, Pyongyang e Mosca, dunque. «Le relazioni tra Russia, Cina e Corea del Nord appaiono più come una serie di transazioni bilaterali reciprocamente vantaggiose, piuttosto che una solida partnership o alleanza trilaterale. Mentre l’espansione bilaterale della cooperazione della Russia con la Cina e la Corea del Nord deve destare preoccupazione, la dimensione trilaterale non dovrebbe essere sopravvalutata. Né Mosca né Pechino sono disposte a riconoscere tout court l’esistenza di un asse trilaterale con Pyongyang». Nel 2019 si è verificato un inizio di distensione tra Corea del Nord e Usa, con l’incontro in Vietnam tra Kim e Trump. Con il ritorno del repubblicano alla Casa Bianca, quali prospettive intravede nei rapporti tra i due Paesi? «Donald Trump non è un genio della politica estera, se non nella ricerca della coerenza con il suo slogan “America first”. Detto ciò, non si deve trascurare il ruolo di Elon Musk. Come sta facendo cambiare idea a Trump sulla politica commerciale nei confronti della Cina, può suggerirgli anche una cauta apertura verso la Corea del Nord, qualora ne intravedesse la convenienza». La Corea del Nord resisterebbe alle minacce esterne senza la minaccia rappresentata dal suo arsenale atomico? «Diversi analisti russi vedono la creazione di un asse tra Russia, Cina e Corea del Nord come una risposta inevitabile a quella che viene percepita come una forma di espansione della Nato nella regione indopacifica. Per contro, Vitaly Sovin, esperto del Valdai discussion club di Mosca, ha affermato che il sodalizio tra Mosca, Pechino e Pyongyang potrebbe esistere a prescindere, in quanto la Corea del Nord ha già le capacità militari per difendere la sua sovranità. Va detto che la tensione nella penisola coreana è giunta al suo punto più alto da anni, con il ritmo dei test missilistici voluti da Kim da un lato, e delle esercitazioni militari combinate che coinvolgono Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone dall’altro. L’aspetto più controverso in questo gioco delle parti è proprio legato all’arma atomica. Le divergenze tra Cina e Russia sul programma atomico della Corea del Nord sono sostanziali. La Cina imputa l’assertività nucleare della Corea del Nord nei confronti della Corea del Sud alla rottura delle relazioni diplomatiche tra le parti interessate per cause politiche esterne, eredità della Guerra Fredda. Tale assertività, però, secondo Pechino giustificherebbe gli Stati Uniti al preoccupante dispiegamento di ulteriori risorse strategiche con capacità nucleare nella regione indopacifica. La Russia, invece, non ha scrupoli riguardo al programma nucleare di Pyongyang e getta benzina sul fuoco». Qual è l’obiettivo principale di Kim Jong-un? Come possiamo definire la sua strategia geopolitica? «Kim Jong-un prosegue nel solco tracciato da suo padre Kim Jong-il. Al centro, c’è l’eterno problema delle relazioni con la Corea del Sud e il suo alleato: gli Stati Uniti. Kim ha sempre cercato una “sponda” per legittimare la sua dittatura, consolidare il ruolo del suo Paese nella geopolitica dell’Estremo Oriente e alleviare gli effetti delle sanzioni economiche cui la Corea del Nord è soggetta. Una sponda rilevante gli è stata offerta dalla Russia, alla ricerca del consenso di nuovi e vecchi alleati all’indomani dell’invasione dell’Ucraina. Da subito Kim Jong-un ha offerto a Putin dapprima il proprio sostegno diplomatico e, successivamente, una cospicua fornitura di munizionamento. In cambio la Russia, insieme alla Cina, ha bloccato gli sforzi guidati dagli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza, mirati a rafforzare le sanzioni contro la Corea del Nord. Il “tributo” offerto a Putin da Kim con l’invio di migliaia di militari nordcoreani a ripianare le perdite russe per la prosecuzione della controffensiva nella regione di Kursk è clamoroso. I media hanno riferito di almeno cinque formazioni di 2.000-3.000 soldati ciascuna e integrate nelle unità russe. L’aspetto inquietante deriva dalla decisione di inviare i propri soldati a combattere, e a morire, come tributo “ex ante”». Un «credito» da vantare successivamente, dunque. «Sì, quando lo riterrà opportuno. Stiamo assistendo a un’inversione di tendenza rispetto a quanto accaduto con la Siria e con la Cecenia. All’inizio dell’invasione in Ucraina, la Siria avrebbe dovuto fornire un robusto contingente da affiancare alle truppe russe. La situazione in cui versa il Paese non lo ha consentito. E i mercenari siriani addestrati dai mercenari del Gruppo Wagner si sono dissolti quando si è dissolto il Gruppo nel giugno 2023. I “Kadyrovtsy” ceceni, al contrario, hanno risposto numerosi alla chiamata alle armi. In entrambi i casi, versato o meno, si tratta di un tributo “ex post”, un riconoscimento per un sostegno o un premio (nel caso di Kadyrov) già ricevuto. C’è da domandarsi quale sarà il “sostegno” che chiederà Kim in cambio dei suoi 10.000 soldati». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/esercito-nord-corea-2669925841.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ai-soldati-pero-manca-esperienza-sul-campo" data-post-id="2669925841" data-published-at="1731945159" data-use-pagination="False"> «Ai soldati però manca esperienza sul campo» Lara Ballurio è una giornalista ed esperta di Russia che ha vissuto a lungo a Mosca. Come è stata spiegata ai russi la presenza delle truppe nordcoreane al fronte con l’Ucraina? «La propaganda russa si è dovuta inventare un bel racconto, ma non è certo la prima volta che riesce a girare la frittata. L’arrivo delle truppe nordcoreane è stato presentato come una dimostrazione di “solidarietà tra popoli fratelli” contro l’Occidente decadente. I media di Stato l’hanno descritto come un “nobile gesto” di Kim Jong-un per sostenere Mosca in una lotta epica contro la Nato, dipinta come una moderna Armageddon. Ovviamente, nessuno ha spiegato che, dietro questa “solidarietà”, esiste un vero e proprio patto di scambio, sancito persino dalla Duma: truppe in cambio di petrolio, grano e soprattutto tecnologie militari avanzate. Ma si sa, in Russia le domande sulle amicizie di Putin, specie se includono la Corea del Nord, non si fanno. Qualcuno ci crede davvero? Chissà. Tra la tv di Stato e la disperazione quotidiana, molti preferiscono non indagare troppo». Come viene recepita dai soldati russi la presenza dei soldati nordcoreani che non parlano russo e che non hanno mai combattuto una guerra? «La situazione è surreale. Immaginatevi di essere un soldato russo al fronte, stanco di una guerra infinita, con poche risorse e il desiderio di tornare a casa, se mai ci riuscirà. Ora, oltre ai tuoi compagni che bestemmiano in diverse lingue del Caucaso, ti trovi accanto soldati nordcoreani che non parlano russo e che sono stati costretti a essere lì, magari arrivati in Russia con visti studenteschi e promesse di istruzione. Tra i russi serpeggia sarcasmo: “Abbiamo chiesto rinforzi e ci mandano questi?”. È risaputo che i nordcoreani sono addestrati più a sfilare in parata che a fronteggiare missili e droni. La mancanza di comunicazione complica tutto: mentre provi a spiegare che il nemico arriva da Nord, è già tardi. Per molti soldati russi, la presenza dei nordcoreani sa di disperazione: Mosca sta raschiando il fondo se deve affidarsi a truppe senza vera esperienza sul campo».
Dalle truffe digitali alle reti criminali globali, il report Interpol rivela l’evoluzione della frode finanziaria in un’industria strutturata, potenziata dall’intelligenza artificiale e sempre più centrale nell’economia illegale mondiale.
C’è un crimine che cresce senza fare rumore, che non lascia macerie visibili ma produce danni enormi, e che oggi è diventato uno dei pilastri dell’economia illegale globale. È la frode finanziaria, e il nuovo rapporto pubblicato da INTERPOL nel 2026 racconta con chiarezza come questo fenomeno sia ormai uscito dai confini del raggiro tradizionale per trasformarsi in una vera industria. I numeri aiutano a capire la dimensione: oltre 442 miliardi di dollari sottratti in un solo anno, un aumento delle segnalazioni del 54% e più di 1.500 casi internazionali gestiti dalle autorità. Ma la portata reale è ancora più ampia, perché una parte consistente delle frodi non viene nemmeno denunciata. Quello che colpisce non è solo la crescita quantitativa, ma il salto di qualità. Le truffe non sono più improvvisate, ma organizzate secondo modelli strutturati. Esistono reti criminali che operano come vere aziende, con ruoli precisi, competenze specializzate e una divisione del lavoro estremamente efficiente. C’è chi costruisce le piattaforme, chi contatta le vittime, chi gestisce i flussi finanziari e chi si occupa di far sparire il denaro. In questo sistema, la frode non è più un reato isolato, ma un ingranaggio centrale di una macchina più ampia che comprende riciclaggio, traffico di esseri umani e, in alcune aree, anche il finanziamento di gruppi terroristici. Non si tratta più soltanto di sottrarre denaro, ma di alimentare un circuito economico parallelo che sostiene e rafforza altre attività criminali. I proventi delle truffe vengono rapidamente reinvestiti, spostati attraverso circuiti opachi e utilizzati per finanziare reti sempre più strutturate. È per questo che oggi la frode viene considerata una delle principali minacce criminali a livello globale: non per la singola azione, ma per il ruolo strategico che svolge all’interno dell’ecosistema illegale.
A rendere tutto questo ancora più pericoloso è l’impatto dell’intelligenza artificiale. Le tecnologie generative hanno cambiato radicalmente le regole del gioco, abbattendo le barriere tecniche e moltiplicando le capacità operative dei criminali. Oggi è possibile clonare una voce con pochi secondi di registrazione, creare video falsi ma estremamente credibili, costruire identità digitali che sembrano autentiche e coerenti nel tempo. Questo consente di superare anche i livelli più avanzati di diffidenza e di sicurezza, colpendo sia i privati sia le organizzazioni. Le truffe diventano così più sofisticate e, soprattutto, più convincenti, perché riescono a simulare contesti reali: un dirigente che chiede un bonifico urgente, un familiare in difficoltà, un consulente finanziario affidabile. L’uso dell’IA consente inoltre di automatizzare interi processi: selezionare le vittime più vulnerabili, analizzarne il comportamento online, adattare il linguaggio e il tono della comunicazione, simulare relazioni nel tempo. Non è più necessario improvvisare: ogni fase può essere ottimizzata. Il risultato è un sistema capace di colpire un numero sempre maggiore di persone con una precisione crescente, riducendo al minimo gli errori e massimizzando i profitti. Le campagne possono essere replicate su scala globale, adattandosi a lingue, culture e contesti diversi. Non sorprende, quindi, che le frodi basate su queste tecnologie risultino molto più redditizie rispetto al passato: non solo perché colpiscono di più, ma perché lo fanno meglio, in modo più rapido e difficilmente individuabile.
Uno degli aspetti più inquietanti messi in evidenza dal report è l’esistenza di veri e propri centri organizzati dedicati alle truffe. Strutture che coinvolgono centinaia di migliaia di persone, spesso reclutate con l’inganno e poi costrette a lavorare per colpire vittime in tutto il mondo. Le persone coinvolte provengono da quasi 80 paesi, a dimostrazione di una globalizzazione completa del fenomeno. Si tratta di un modello che introduce una doppia dimensione di vittimizzazione: chi viene truffato e chi è costretto a truffare. Un sistema che intreccia criminalità economica e sfruttamento umano, rendendo il fenomeno ancora più complesso da affrontare. Anche le modalità operative si evolvono rapidamente. Le truffe via email, i falsi investimenti e le frodi legate alle criptovalute restano tra le più diffuse, ma sempre più spesso vengono combinate tra loro. Le relazioni sentimentali costruite online diventano uno strumento per guadagnare fiducia e spingere le vittime a trasferire denaro. Quando questo non basta, subentra il ricatto, spesso basato su immagini manipolate o generate artificialmente.
Il fenomeno è ormai trasversale. Il 77% dei leader aziendali globali segnala un aumento delle frodi, mentre il 73% dichiara di esserne stato colpito direttamente o indirettamente. Non si tratta più di casi isolati, ma di una minaccia che coinvolge imprese, professionisti e cittadini. E poi c’è il costo invisibile, quello umano. Le vittime spesso non denunciano per vergogna o senso di colpa. Subiscono isolamento, perdita di fiducia, danni psicologici che possono durare nel tempo. È una dimensione che raramente emerge nei numeri, ma che rappresenta una delle conseguenze più profonde del fenomeno. Le prospettive, secondo INTERPOL, sono chiare: il rischio è elevato e destinato a crescere nei prossimi anni. Le tecnologie sono sempre più accessibili, i modelli criminali facilmente replicabili e la capacità di adattamento delle organizzazioni illegali supera spesso quella delle istituzioni. Quello che si sta delineando è un nuovo scenario: una vera e propria economia parallela, invisibile ma potentissima, che sfrutta le stesse innovazioni del mondo legale e si muove con una velocità difficilmente contrastabile. La frode finanziaria non è più soltanto un reato economico. È diventata una piattaforma globale del crimine.
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Ansa
Una questione di grande importanza per la vita della nazione, una riforma di cui si parla da decenni e che fino a pochi mesi fa era sostanzialmente condivisa da due terzi delle forze politiche, si è trovata a risentire necessariamente dell’attuale fase - ancora novecentesca ma già sovrapposta alle dinamiche della nuova comunicazione politica - che identifica l’obiettivo comunicativo da conseguire con le strategie dedicate a convincere il proprio elettorato ad andare a votare. Si tratta della nota polarizzazione, un meccanismo circolare che si affida ai temi più estremi e divisivi per creare una reazione «di rabbia» e mobilitare l’elettorato di protesta a scapito di quello più riflessivo, meccanismo che nel suo dipanarsi crea le condizioni affinché l’elettorato sia sempre più polarizzato, protestatario, ideologico e sempre più in grado di respingere l’elettorato indeciso verso l’astensione. Si può spiegare con questa specifica dinamica la necessità per il fronte del No di impostare la campagna contro la persona di Giorgia Meloni ed esacerbando i toni all’estremo al fine di riaprire una battaglia elettorale che per mesi si stabilizzava su un rapporto di 60 a 40 per il Sì. Allo stesso modo si può leggere il paradossale messaggio che è servito al fronte del No per aprire ufficialmente la fase finale della sua campagna elettorale: con l’affluenza bassa vinciamo noi. Il paradosso in base al quale bisogna dire di andare a votare ma senza che gli altri se ne accorgano in realtà implica un tentativo più sottile: approfittare dell’endemico impulso, presente soprattutto nell’elettorato di destra, di punire la propria parte quando è al governo perché non è mai all’altezza delle aspettative. Si tratta di un utilizzo delle componenti emotive e irrazionali ben noto nelle tecniche della comunicazione politica anche se - a dire il vero - molto spesso sembra inspiegabilmente sottovalutato da chi al governo compie scelte per contenuti e tempistiche francamente sbalorditive.
Nella continua rincorsa a motivare un elettorato arrabbiato per definizione si sono registrati sia argomenti disconnessi da ogni relazione con la materia del referendum - col tipico gusto dei racconti guareschiani e con l’unico intento di saturare i media - sia l’uso retorico di affermazioni del tipo: «Se vince il Sì in pericolo le vite delle persone», «A rischio donne e gay», fino alle incredibili minacce pubbliche di «fare i conti dopo». Dopodiché sono comparsi i novecenteschi cortei del sabato pomeriggio, dalla scarsa partecipazione ma dai contenuti affidati alle frange più estreme, che non si sono sottratte all’utilizzo dell’armamentario primordiale più bieco. Dal rogo della Meloni in effigie, alla decapitazione del suo manichino, sino alla rappresentazione della stessa in modi e forme che non ci si aspetterebbe da chi ha dedicato la propria vita alla «lotta al body shaming e al maschilismo tossico», sono comparse le tecniche comunicative più tribali con un preciso scopo: riuscire a raffigurare e utilizzare messaggi di ostilità e odio al massimo grado, facendosi scudo del contesto carnascialesco e delegittimando ogni critica con il classico argomento passivo-aggressivo dello «scherzo».
Nulla di nuovo, anzi moltissimo di già visto, a ulteriore riprova che le narrazioni basate su «tossicità» e «patriarcato» sono meri strumenti di dominio nel contesto sociale e non certo riferimenti a vere emergenze. Vedremo quale sarà il risultato del referendum, ma fin da ora possiamo fare due considerazioni: la prima sulla spaccatura ideologica interna al Pd, la quale, se è vero che non avrà ripercussioni preoccupanti sulla tenuta elettorale, ne avrà senza dubbio all’interno della classe dirigente e sulle dinamiche del campo largo; la seconda sulla distanza tra la comunicazione politica che abbiamo visto all’opera negli ultimi giorni e il futuro basato sul ruolo dei social come terreno di impostazione dei temi, su smantellamento e sostituzione delle agenzie di validazione novecentesche e, come già sta accadendo in previsione delle elezioni di midterm negli Stati Uniti, sull’utilizzo dell’Ia per superare il concetto di «elettorato di massa». Certo, la strutturazione di messaggi di propaganda politica personalizzati e per un pubblico sempre più identificato implicherà anche nuove enormi possibilità di controllo e «guida» dell’opinione pubblica, ma se non altro non possiamo certo dire di provenire da una radiosa condizione in cui tale «guida» non fosse già presente.
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Fabio Lattanzi (Getty Images)
Determinante è stata la cena da Johnny di venerdì sera con il mio amico Claudio Lotito. L’assenza dei tifosi allo stadio non lo preoccupa, l’ha liquidata con questa lapidaria affermazione: «Il proprietario sono io». Romano, l’autista di Claudio, gli porta il cellulare e il presidente fa riferimento a un dibattito in Molise: il tema è il referendum, il problema è che non trova un sostenitore del No. Mi propongo. Lui, dal gentil carattere, mi guarda e mi aggredisce, dicendo: «Non solo sei romanista, voti pure No». «Sono indeciso», rispondo, «ascolto i sostenitori del Sì e propendo per il No, ascolto i sostenitori del No e propendo per il Sì. Da una parte si scomoda la famiglia nel bosco e il problema dell’immigrazione, dall’altra si afferma che è in pericolo lo stato di diritto». «Non esageriamo», afferma Claudio, «nessun pericolo per la democrazia, nessun pericolo per la separazione dei poteri e soprattutto nessuno pericolo per l’autonomia dei giudici».
Ribatto che le carriere sono già separate e chiedo qual è l’utilità di questa riforma. Lui afferma che questa riforma completa un cammino, recidendo definitivamente il cordone ombelicale che unisce giudici e pubblici ministeri. «È una riforma», insiste, «che dà più potere ai giudici e che, separandoli dai pm, li fa apparire imparziali. Il nostro Paese ha necessità di giudici autorevoli, che non solo siano imparziali, ma che appaiano tali e godano della fiducia della comunità». Non posso che dargli ragione, non posso non condividere il fatto che la fiducia nei giudici è scemata e che il pm è diventato la star del processo penale. Continua e afferma che giudici e pm devono rimanere autonomi, non controllati dalla politica, devono autogovernarsi, ma i pm devono governare i pm e i giudici devono governare i giudici, e che la riforma prevede due organi di autogoverno autonomi dalla politica e soprattutto autonomi gli uni dagli altri. Non posso che condividere, i giudici non devono, come invece avviene con il sistema attuale, essere controllati dai pm; la carriera dei giudici non può dipendere dai pm, poiché in questo modo si compromette l’imparzialità.
Claudio afferma, infine, che votando Sì vi è una speranza, mentre votando No si conferma un sistema che non funziona. Anche su questo ha ragione, mi stupisce e dubito sia lui. Non si può negare che nel nostro Paese la giustizia penale costituisca un problema. I cittadini non hanno fiducia nella giustizia e nei giudici. La mancanza di fiducia incide negativamente pure sull’economia del Paese. Gli investitori fuggono. La certezza del diritto, la certezza delle decisioni sono chimere, regna l’incertezza. I processi non si sa quando inizino, non si sa quando finiscano e se finiscano. La riforma costituzionale sicuramente non risolverà il problema della giustizia penale, ma potrebbe essere un buon inizio.
È una riforma che posiziona il giudice al centro del processo, legittimandolo, responsabilizzandolo, valutandolo in base al lavoro effettuato e non all’appartenenza a una corrente. Certo, come qualunque riforma, va sostenuta non criticando i giudici, non delegittimandoli, ma rispettandoli e fornendogli gli strumenti per lavorare al meglio. Votando Sì, pertanto, si ha una speranza, siglando il No quella speranza si spegne e si conferma lo status quo.
È indubbio che nel nostro Paese la giustizia penale, se non l’intero sistema giustizia, non funzioni e che solo il Sì ci dia la speranza che possa cambiare, e difficilmente in peggio, mentre il No ci condannerebbe a convivere con una giustizia delegittimata, che è uno dei mali peggiori di uno Stato democratico. Claudio, che sta aggredendo un piatto di frutta, mi ha quasi convinto. «Certo», sottolineo, «sarebbe stato preferibile non ricorrere al giudizio popolare e trovare una maggioranza qualificata in Parlamento». Infatti, se, al posto delle sterili contrapposizioni ideologiche e delle modifiche a colpi di maggioranza, si fosse favorito un ampio dibattito, oggi, probabilmente, avremmo una legge migliore.
L’auspicio, però, a questo punto, è che vinca il Sì e che si lavori tutti insieme perché questa riforma produca effetti positivi, con l’obiettivo di consegnare al Paese una giustizia migliore e di non ripetere l’errore del passato di cadere nella contrapposizione ideologica. Guardo Claudio e gli dico che, incredulo, devo ammettere che mi ha convinto. Lui si alza soddisfatto e, con il sorriso in volto, afferma: «Vai a pagare. Adesso ti ho convinto a votare Sì, ma alla prossima cena ti faccio diventare della Lazio».
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Elly Schlein (Ansa)
Schlein sbaglia sia in diritto che in logica: in diritto, perché a una riforma della Costituzione non attiene risolvere i problemi denunciati; in logica, perché è come se dicesse di dire No alla estirpazione di un dente irrimediabilmente cariato solo perché, così facendo, non guarirebbe da una allergia cronica.
«Arrivo al secondo punto», ha continuato Schlein, «dicono che è una separazione delle carriere ma, attenzione, la separazione delle funzioni è stata introdotta già dalla riforma Cartabia». In una stessa frase il segretario del Pd confonde la «separazione delle carriere» con la «separazione delle funzioni». Insomma, fa cilecca anche sul suo secondo punto.
Quindi ha richiamato i rischi legati alle modifiche della Costituzione «che i Padri costituenti ci hanno così sapientemente dato». Ma qui non si interviene sul testo originario del 1948, già rivisto nel 1999 dal governo D’Alema, che modificò l’articolo 111 inserendo il principio del «giudice terzo», coerente con il giusto processo sancito dieci anni prima dalla riforma Vassalli. In quell’occasione, tuttavia, si commise l’errore di mantenere pm e giudici come colleghi: un’evidente contraddizione, perché non può dirsi davvero «terzo» un giudice che è collega del pm.
E ancora: «Dividere il Csm in due - oggi un organo elettivo, e quindi rappresentativo, e quindi autorevole - e sorteggiarne i componenti lo indebolisce e indebolisce l’indipendenza della magistratura». Quella di Schlein è una inferenza non dimostrata: nella sua frase si potrebbe sostituire la parola «indebolisce» con la parola «rafforza» e ottenere una frase parimenti suggestiva e parimenti falsa. Il sorteggio né indebolisce né rafforza la magistratura ma, semplicemente, evita che il Csm sia, istituzionalmente, colorato politicamente, posto che, oggi, le elezioni sono determinate dalle correnti che sono associazioni (politicamente colorate) di magistrati. Anzi, il magistrato che volesse essere veramente indipendente dalla politica e non aderire ad alcuna corrente sarebbe fuori da ogni cordata elettorale e non avrebbe alcuna possibilità di far parte del Csm.
«Chi di noi affiderebbe la propria rappresentanza a un organo sorteggiato? Chi di noi sorteggerebbe il proprio consiglio comunale, il proprio sindaco, il Parlamento? Con un meccanismo di sorteggio, non vi sono garanzie né di competenza né d’indipendenza», incalza Schlein. Ma le attuali elezioni non sono un concorso con verifica di competenze, cosicché neanche le attuali elezioni garantiscono le competenze fantasticate da Schlein. Quanto all’indipendenza, il sorteggio garantisce sì l’indipendenza, mentre le elezioni rendono il consigliere del Csm dipendente da chi lo ha eletto.
«Non è vero che la riforma sopprimerebbe le correnti». Infatti non è intenzione della riforma sopprimere le correnti. Ciò che si sopprime è la formazione di un Csm dettata dalle correnti. E si vuol questo perché le correnti sono politicamente colorate, ma proprio per questo non devono dettare la formazione del Csm, che ne scaturirebbe colorato politicamente, in contraddizione col dettato costituzionale che vuole la magistraturaindipendente.
«La componente laica sarebbe sorteggiata da un elenco che elegge un Parlamento dove c’è una maggioranza. Quindi è chiaro che chi ha la maggioranza si tiene una parola in più». A parte il fatto che la componente laica è in netta minoranza, l’obiezione di Schlein vale già oggi. Anzi, oggi vale ancora di più, perché i nominati dal Parlamento sono, oggi, blindati; invece col sorteggio, la componente laica è meno blindata dalla politica.
«Non è vero che non ci sarebbero i casi di errori giudiziari». Vero, ma ce ne sarebbero di meno se, finalmente, anche i magistrati avessero delle responsabilità. Finora, le funzioni disciplinari del Csm non hanno funzionato, perché chi dovrebbe comminare sanzioni contro azioni superficiali, arroganti, omissive si astiene per lo più dal farlo perché, magari, dovrebbe sanzionare chi ha contribuito a farlo eleggere. La presenza dell’Alta Corte disciplinare farebbe meglio riflettere i magistrati, prima che si avventurino in azioni per le quali, oggi, hanno la consapevolezza di restare non sanzionati.
«Mi ha colpito molto quando il ministro Nordio si è rivolto a me dicendo: “Ma io non capisco perché la segretaria del Pd non comprenda che questa riforma serve anche a loro”». Qui non poca è la malafede della Schlein: è evidente che quel che Nordio intende dire è che avere una magistratura meno politicizzata gioverebbe a tutti, e non a una sola componente della politica. Quel che Nordio intende dire è che la riforma non è di destra né di sinistra, ma è utile a tutti.
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