«Questa è la terza volta che io vengo in Giappone in tre anni che sono al governo e non è stato un caso, è stata una scelta». Lo ha detto il premier Giorgia Meloni in apertura del bilaterale con la prima ministra giapponese Sanae Takaichi a Tokyo, sottolineando che dalla sua terza visita «Il messaggio è che crediamo molto in questa alleanza». «La prima volta che sono venuta qui – ricorda Meloni – abbiamo elevato i nostri rapporti a livello di partenariato strategico. La seconda volta che sono stata qui nell’ambito del G7 di Hiroshima abbiamo approfittato per discutere di un Piano di azione triennale 2024-2027 per darci degli obiettivi che fossero chiari, definiti e con delle scadenze temporali, che abbiamo rispettato». La sua terza visita in Giappone, aggiunge il premier, si tiene in occasione del «160esimo anniversario delle nostre relazioni bilaterali che racconta anche quanto siano profonde, durature e continuative le nostre relazioni».
Il premier italiano Giorgia Meloni è in volo per Tokyo. La visita è finalizzata al passaggio di consegne tra Giappone e Italia per la presidenza di turno del G7 con lo scopo di armonizzare l’agenda tematica del primo con quella della seconda. Le presidenze del G7 danno alla nazione in carica non un potere di indirizzo geopolitico, ma uno di «agenda» (concordato) che comunque ha peso. Ci sarà tempo per vedere lo sviluppo di quello italiano - concentrato su Africa e Intelligenza artificiale - nella sessione estiva in Puglia, ma ora chi scrive è interessato a valutare il potenziale del bilaterale tra Giappone e Italia: è una visita non breve quella di Meloni a Fumio Kishida, premier nipponico ora in carica, e ciò fa intendere che ci sarà spazio per rifinire il già forte partenariato. Nel libro Italia globale (Rubbettino, 2023) chi scrive individuò la relazione con il Giappone come «punto di fissazione del compasso» per la sua proiezione geopolitica e geoeconomica nel Pacifico, con benefici entro un rapporto di reciproca utilità.
Il primo tema è la conferma con dettagli del già avviato Global combat air programme (Gcap) basato sulla collaborazione alla pari (33% ciascuno) di Italia, Giappone e Regno Unito: si tratta di una piattaforma aerea di sesta generazione con capacità ipertecnologiche da costruirsi entro il 2035 dalla cooperazione tra Leonardo, Mitsubishi Heavy Industries e Bae systems come aziende capofila, più Rolls Royce (motori aerei), Mbda Uk, Elettronica, ecc. L’attesa è di molteplici tecnologie innovative che, degradate dal livello militare, saranno in certa parte trasferibili all’industria civile delle tre nazioni, futurizzandola. Manca qualcosa per la rifinitura? Alcuni dettagli importanti che permettano all’industria italiana di andare oltre l’offerta della pur importante costruzione del corpo metallico partecipando attivamente al cuore elettronico del sistema. Fatto di capacità tecnica, ma anche di compromesso politico: le sensazioni sono buone, ma serve una conferma. Poi ci sarà il tema geopolitico di a chi vendere il prodotto e con quale «gradazione».
La Svezia, ora nella Nato, dovrebbe rientrare nel programma di cui originariamente era partner: Roma e Londra avrebbero interesse e potenziale per spingere, qualora il Giappone non percepisse il rischio di un ritardo realizzativo. Altre vendite? Ci sarà collaborazione (standard Nato e link satellitari comuni) con l’America, ma anche competizione con la sua nuova generazione di piattaforme aeree. Da capire.
Per farlo chi scrive è andato a vedere l’accordo bilaterale di libero scambio tra Giappone e America, trovando sottolineato in un documento laterale che Tokyo ha preteso e ottenuto che l’America mai più avrebbe minacciato dazi contro il Giappone, come successo durante l’amministrazione Trump, questione poi risolta da quella amministrazione stessa.
È a causa di questo brivido nel passato che il Giappone vuole un sesta generazione di cui sia parte primaria? L’Italia non fu contenta quando l’America non aprì la «scatolina» che era il cuore di connettività dell’F-35 pur essendo costruttrice (a Cameri) dello stesso. Temi molto riservati, forse già risolti. Ma il fatto che Giappone, Italia e Regno Unito collaborino per un sistema di superiorità non direttamente (indirettamente sì) condizionabile dall’America sollecita la curiosità. Può anche essere che l’America abbia lasciato più spazio agli alleati per averne la collaborazione o che lo abbia fatto perché sta già preparando un sistema aereo iper di settima generazione. Vedremo, in particolare per le ricadute sull’industria civile. Al momento, l’accordo per cui piloti britannici e giapponesi si addestreranno in una base dell’Aeronautica italiana in Sardegna è un’ottima premessa per la convergenza tra Nato e alleanze compatibili nel Pacifico.
Altri temi del bilaterale Italia - Giappone sono di massimo rilievo. Nell’aprile 2024 sarà finalmente operativo l’accordo per cui lavoratori temporanei italiani in Giappone e giapponesi in Italia potranno evitare la doppia contribuzione fiscale (per 5 anni), stimolando così l’aumento delle presenze reciproche. L’accordo di libero scambio tra Ue e Giappone sta favorendo l’export italiano: una spinta bilaterale potrebbe portarlo dagli 8-10 miliardi potenziali a una tendenza verso i 15, considerando che il mercato nipponico è quello più attento alla qualità nel mondo. I dati pre-pandemici mostrano più di un milione di turisti giapponesi in Italia: tale presenza va ripristinata e aumentata da facilitazioni. In Italia vivono circa 8.000 cittadini giapponesi, circa 6.000 italiani in Giappone. Questi numeri consigliano una migliore connettività tra le due nazioni. Anche perché gli investimenti diretti nipponici in Italia sono attorno ai 4 miliardi e quelli di aziende italiane in Giappone sono di circa 3: questo ciclo di capitale va moltiplicato. In sintesi, il partenariato bilaterale con il Giappone non ha solo un significato geopolitico di utilità, ma anche uno di contributo rilevante al traino esterno della crescita economica italiana.
Tornando al G7, chi scrive propose nel lontano 1996 agli industriali e politici giapponesi che stavano valutando in un seminario a Tokyo, organizzato dal quotidiano Yomiuri Shimbun, se fosse opportuno convergere con la Cina emergente o restare con l’alleanza occidentale, di pensare ad un mercato integrato del G7 stesso: lo Yomiuri pubblicò la proposta in prima. Il Giappone ha scelto l’alleanza delle democrazie, ma questa va rafforzata come organizzazione economica strutturata. Forse l’Italia potrebbe stimolare nuove attenzioni sul tema.
La visita a Roma martedì prossimo del premier nipponico Fumio Kishida avviene nel contesto della presidenza di turno del Giappone del G7 per il 2023 che implica consultazioni con gli altri partner, considerando che nel 2024 tale ruolo toccherà all’Italia. Ma non sarà solo una visita di routine perché il Giappone ha da poco formalizzato una discontinuità nella postura politica, per altro precorsa informalmente da Shinzo Abe nel recente passato: l’aumento fino al 2% del Pil della spesa militare per finanziare un deterrente militare proiettivo al posto di una pur robusta postura esclusivamente difensiva (1% del Pil) contro la minaccia cinese e nordcoreana nella regione, con enfasi sulla difesa di Taiwan come punto cardine della dottrina nipponica ed alleata per «un Indo-pacifico libero e stabile».
Tale svolta ha portato Tokyo a partecipare al consorzio anglo-italiano del sistema aereo di superiorità di sesta generazione Tempest integrandolo con il proprio F-X, ora il nuovo consorzio ribattezzato Gcap (Programma di combattimento aereo globale), per inciso in attesa che la Svezia, inizialmente ingaggiata nel Tempest, partecipi o meno.
L’evoluzione di questa piattaforma tecnologica anglo-nippo-italiana sarà certamente parte dei colloqui bilaterali, probabilmente in una direzione di rafforzamento entro la dottrina statunitense di «deterrenza integrata» e quella di «Nato globale» che punta più del passato all’ingaggio degli alleati concedendo loro anche uno spazio per gli armamenti di superiorità globale, di fatto concorrenza per l’industria militare statunitense, ma con mantenimento comunque del vantaggio americano sul piano degli standard di interoperabilità, per esempio reti di controllo totale di un teatro di conflitto potenziale o attuale, dei diversi arsenali alleati. Ovviamente tale «concessione» statunitense è indirizzata verso gli alleati più affidabili e convergenti, criterio che al momento lascia fuori Parigi per la sua volontà di perseguire un’autonomia europea semidivergente e Berlino che, pur con riluttanza e molti distinguo, ha dovuto seguirla confermando la costruzione di un concorrente Fcas (Sistema di combattimento aereo futuro) al programma Gcap, ma che appare di tecnoqualità potenziale inferiore al Gcap stesso e non predisposto al salto verso la settima generazione di superiorità che implica necessariamente un aggancio sistemico ad armamenti statunitensi già in sperimentazione o forse in uso, per esempio piattaforme portatrici di armi ad energia.
Materia complessa, ma una riflessione preliminare è già possibile: a Roma conviene che il triangolo tecnologico militare Gcap con Londra e Tokyo (con capofila le aziende Bae, Mitsubishi e Leonardo) venga consolidato in esclusività, cioè come nucleo principale, pur aperta ad altri partner o clienti selezionati, scelta non solo importante per le ricadute competitive sull’industria in generale, ma anche per le implicazioni geopolitiche. Per esempio, la Germania non è ancora in grado di garantire, in particolare agli occhi di Tokyo, un ingaggio anticinese nell’Indopacifico. La Francia sta cercando di diventare credibile in materia, ma ha una strada lunga per riuscirci. Il Regno Unito è credibile ed evidentemente l’Italia è ritenuta tale nonostante l’irriflessiva sigla del trattato di partecipazione alla Via della Seta che, pur ora di fatto cancellato, è ancora formalmente attivo (urgente ridimensionarlo).
Ciò porta alla riflessione su quali benefici e costi avrebbe l’Italia nell’incardinarsi in una Nato globale con partecipazione alla missione di presidio dell’Indo-Pacifico. La connessione di sicurezza tra Mediterraneo e Pacifico sotto ombrello americano, ma con certa capacità autonoma, certamente favorirebbe, sul lato della sicurezza e credibilità, la penetrazione italiana in Africa con «metodo italiano», cioè rassicurante, rispettoso e contributivo, diversamente da quello quasi-coloniale francese (infatti in ritirata) e, per inciso, quello imperiale della Cina (che trova sempre più dissensi). Una prima riflessione di partenariato con il Giappone per l’area africana avrebbe senso, anche se Tokyo ha l’interesse primario a migliorare le relazioni con tutta l’Ue oltre che a cementare quelle con l’America. Ma nel momento in cui la Cina reagirà con probabili restrizioni all’export nipponico a seguito del riarmo, Tokyo avrà interesse a spingersi in nuovi mercati con un partner privilegiato dotato di metodo moderno e bandiera ben vista da (quasi) tutti nel mondo, considerando che anche l’America si sta reingaggiando in Africa. Costi: tensioni maggiori con la Cina, forse pressione dell’Ue, cioè di Francia e Germania, sull’Italia affinché non si muova unilateralmente in Africa e rischi di intrappolamento in conflitti locali.
È ovvio che con la Cina ormai la relazione va portata verso i minimi dai massimi, con l’Ue gli eventuali problemi sono gestibili, la massima attenzione va invece a un percorso di relazioni africane che eviti le turbolenze principali in atto. Saltando parecchi passaggi, un approdo reciproco per la flotta giapponese e quella italiana in Italia e in Giappone, aiuterebbe. La costruzione in comune di quattro portaerei di più, sondando Londra per partecipazioni, di più. Una collaborazione per la costruzione del nuovo arsenale missilistico nipponico ancor di più. Il senso di questi cenni è che Italia e Giappone hanno vantaggi comuni nell’approfondire la cooperazione bilaterale a livello militare, industriale e delle nuove tecnologie, anche spaziali, nonché commerciali entro una convergenza G7 e sotto ombrello americano: quindi si esplorino estensioni della già buona relazione.
Il primo ministro del Giappone, Fumio Kishida, in settimana visiterà Roma, per poi proseguire verso Londra. Da sempre chi scrive - in particolare dal 1988/90 quando lavorò con un ambasciatore del Giappone in un progetto Onu, apprendendo il modus operandi sottile e spesso non intuitivo del Sol levante - dà attenzione a Tokyo come grande, pur silenzioso, soggetto globale di geopolitica economica. L’agenda ufficiale della visita riguarda la maggiore attenzione dell’Ue verso l’Indo-Pacifico, considerando che Ue e Giappone hanno siglato un trattato di libero scambio che ha avvantaggiato più di altri l’export italiano, sulla scia di una recente visita del cancelliere tedesco Olaf Scholz a Tokyo che ha fatto piacere al governo giapponese perché, andando prima lì, ha segnalato una tendenza della Germania a ridurre la dipendenza economica dalla Cina e a puntare di più sull’area del Pacifico non cinesizzata. Per inciso, la Germania da tempo sta cercando relazioni in India perché sia vede Pechino diventare sempre più un concorrente non molto leale sia prevede - pur in frizione con una parte della grande industria tedesca intrappolata nella Cina continentale - che nel prossimo futuro vi sarà nel globo un mercato delle democrazie e nazioni compatibili contrapposto al blocco sinorusso. Infatti Scholz usa il termine «globalizzazione intelligente», che appare ambiguo, ma che chi scrive interpreta come costruzione di un «mercato globale delle democrazie» nel processo di «deglobalizzazione conflittuale e riglobalizzazione selettiva» - titolo di un programma di ricerca dello scrivente dal 2013 - con una sfumatura di autonomia dal potere statunitense.
Più chiaramente: Berlino, ex impero, ma con ancora un pensiero imperiale, punta ad una collaborazione con l’America sì leale e solida, ma non come vassallo. Uguale è la posizione del Giappone, anch’esso ex impero, ma con un pensiero imperiale intatto che, similmente alla Germania, ha spostato dalle armi all’economia la propria proiezione di potenza nel mondo. Chi scrive ha annotato che nel testo di un accordo bilaterale siglato da Stati Uniti e Giappone, all’epoca di Donald Trump e dopo che questi aveva tolto gli Stati Uniti dall’accordo economico multilaterale nel Pacifico tra 12 nazioni (Tpp), promosso da Barack Obama, Tokyo ha preteso e ottenuto che mai più l’America si sarebbe permessa di imporle dazi per scopi dissuasivi. Determinati i nipponici!
Tornando a Roma, quale potrà essere il dialogo con Tokyo? Kishida è stato per molto tempo ministro degli Esteri e probabilmente questa specializzazione indirizzerà i colloqui. Forse (chi scrive immagina senza avere info specifiche) da parte nipponica vi saranno due espressioni di cortesia verso Mario Draghi. La prima potrebbe essere un compiacimento/ringraziamento per il fatto che Draghi abbia ricollocato solidamente l’Italia in una linea convergente con l’alleanza delle democrazie dopo la sbandata filocinese promossa dal M5s e da alcuni elementi del Pe e l’adesione incauta alla Via della seta, ora cancellata di fatto. La seconda, forse, riguarderà un aggiornamento privilegiato sui negoziati in corso tra America e otto nazioni dell’Indo-Pacifico per creare l’Ipef (Indo-Pacific Economic Framework) dove l’America è in difficoltà perché gli alleati di quel mondo le chiedono più accessi commerciali al mercato interno, mentre Washington è riluttante.
Nello stile sottile di dare informazioni per riceverne, non è escluso che il giapponese chieda a Draghi che posizione terrà nella sua prossima visita di metà maggio a Joe Biden.
La Ue ha lo stesso problema, perfino più pressante, con l’America: dare una base economica all’alleanza militare per compensare la perdita del mercato russo e la minore permeabilità prospettica di quello cinese, nonché una maggiore presenza negli accordi Ifep. Forse sarà prematuro parlarne, ma vi sarà un richiamo a più intense relazioni bilaterali dove questi temi saranno necessariamente in agenda.
Alcuni analisti ipotizzano che Kishida voglia capire da Draghi, guardandolo negli occhi, quale potrà essere l’indirizzo della nuova maggioranza nel 2023 - probabilmente senza di lui, ma forse no - temendo che il partito filocinese riprenda forza. Solo ipotesi, ma il problema è vero, non avendo ancora Roma bonificato del tutto il sistema da agenti di influenza russa e cinese nei partiti. Ma potrebbe esserci altro, più riservato: il Giappone è il vero protettore di Taiwan nel mondo e potrebbe spingere per un intreccio delle sue aziende di chip con il complesso industriale europeo, a partire dall’Italia che sta espandendo il settore, includendo anche gruppi nipponici. Il tema potrebbe essere un capitolo della cooperazione industriale in generale tra Giappone e Italia, attualmente minore del potenziale dei reciproci interessi, in particolare, pensiero soggettivo dello scrivente, nel settore dell’industria militare. Poi Kishida volerà a Londra che ha appena invocato una Nato globale. Chi scrive trova l’idea molto sensata, perché per gli europei sarebbe un modo per entrare nell’Indo-Pacifico offrendo non solo sicurezza, ma anche un mercato ampio e per le democrazie del Pacifico stesso, un incentivo in più a formare un complesso globale. Ma l’America potrebbe non vedere bene la convergenza tra alleati europei e del Pacifico, temendo un effetto condizionante sull’America stessa. Tuttavia, nessuno metterebbe in discussione la leadership statunitense e anche Washington dovrà capire prima o poi che per mantenerla dovrà aprirsi a condivisioni.
In questo gioco futuro chi scrive vorrebbe vedere una Roma attiva ed estroversa e non passiva e globotimida.
www.carlopelanda.com
Il Giappone stanzia metà del Pil italiano in supporto a famiglie e aziende. E la fioritura dei ciliegi diventa virtuale
È il primo italiano ad aver creato una vera e propria agenzia di viaggio in Giappone. Marco Ferrari, emiliano doc, vive a Osaka dal 2005. Dopo alcune esperienze lavorative nel Paese del Sol Levante ha scelto di aprire la sua agenzia di viaggi. La prima, l'unica, nata dalla volontà di un italiano residente a 10.000 chilometri dal suo Paese natio e dedicata a chi ha intenzione di scoprire il mondo nipponico dal punto di vista di chi, la vita lì, la vive ogni giorno. Marco sui social è conosciuto come MarchinoinGiappone e oggi pomeriggio, dalle 16 (orario italiano) sarà in diretta sulla pagina Instagram della Verità Per commentare l'attuale situazione in Giappone.
In quello che doveva essere il grande anno del Giappone, grazie soprattutto alla spinta data dalle Olimpiadi, le previsioni per chi lavora nel settore del turismo non sembrano essere per nulla serene. Anzi. L'Organizzazione internazionale dell'aviazione civile ha stimato che le perdite del turismo giapponese, per effetto del coronavirus, nei primi tre mesi del 2020 (con le rinunce già monitorate di marzo), si possono valutare intorno a 1,3 miliardi di dollari. Ad incidere sono stati soprattutto i mancati flussi di turisti cinesi che sul territorio nipponico rappresentano una fetta significativa del 30% dell'intero mercato del Sol Levante.
I dubbi su come si viaggerà in futuro e soprattutto su quando si potrà tornare a muoversi liberamente per il mondo, non conoscono ancora alcuna risposta certa.
Marco puoi raccontarci qualcosa di più sulla tua agenzia?
«L'agenzia è stata fondata nel 2016 ed è registrata nella provincia di Osaka siamo diventati Ltd (ovvero una S.r.l, ndr) a Marzo. In tutto siamo tre persone, io e un altro socio di maggioranza e uno di minoranza, 2 italiani e 1 giapponese. Noi fondamentalmente svolgiamo tutti i servizi che offre un'agenzia in loco: creiamo tour su misura, gestiamo le prenotazioni di alloggi tradizionali (ryokan, minshuku, shukubo, agriturismi e alberghi diffusi) e offriamo anche un servizio di guide giapponesi, con licenza, che parlano anche in italiano».
Come è stato l'impatto con il coronavirus nella tua vita lavorativa?
«Subito forte perché lavorando nel settore turistico ci siamo trovati davanti una situazione dove avevamo a che fare con clienti che stavano per venire e altri che stavano per prenotare la loro vacanza che sognavano da tanto. Abbiamo dovuto gestire tantissime domande su come era la situazione, se si poteva viaggiare, specialmente all'inizio quando ancora non si pensava che il virus arrivasse in Italia. Poi quando la Farnesina ha messo lo stop per viaggiare è stato tutto molto più facile gestire le richieste e le cancellazioni. Per quanto riguarda la mia vita di tutti i giorni ero abituato a incontrare sempre i clienti e quindi sempre in giro, ora sono sempre in ufficio e casa».
Ora anche il governo giapponese ha dichiarato lo stato di emergenza. È cambiato ancora qualcosa?
«Qui la situazione è in continua evoluzione. Fino a ora sono state prese decisione di restrizione non in tutti settori, per esempio mia figlia che è in 4 elementare non può andare a scuola ma mio figlio che è un seconda elementare si. Una contraddizione dal punto di vista mio e di mia moglie e per questo abbiamo preferito che anche lui stesse a casa con noi. Io e mia moglie invece ci alterniamo: per me lavorare da casa è complicato, quindi il pomeriggio cerco di passare qualche ora in ufficio alternandomi con mia moglie visto che l'azienda per cui lavora ha iniziato da questa settimana uno smart working parziale alternando tre giorni alla settimana di lavoro in ufficio e due a casa».
Il popolo giapponese è noto per rispettare le regole. Ma la quarantena giapponese non è una vera quarantena. È un invito a stare a casa, evitare luoghi affollati, ecc. È davvero è così? Hai notato qualche differenza prima/dopo l'annuncio dello stato di emergenza?
«C'è sicuramente meno gente in giro però essendoci libertà, se qualcuno vuole andare a tagliarsi i capelli o al supermercato non si tira indietro. Le passeggiate e le corse non sono limitate. Poi di fatto, essendoci gli uffici, gli enti pubblici e alcune attività artigianali aperte, la gente si reca al lavoro quindi sommandosi con le persone che escono a fare due passi e spesa c'è sempre qualcuno in giro. Devo dire che la situazione cambia la sera, c'è molta meno gente per strada anche perché il governo ha specificato bene di non uscite e andare per locali o feste. Tra i divieti c'è quello di riunirsi in nomikai, ovvero le cene con i colleghi dopo aver finito il lavoro, un'attività molto popolare qui in Giappone».







