Mentre continua a infuriare lo scontro tra Israele e Hamas, il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, è stato ricevuto ieri alla Farnesina da Luigi Di Maio. «Vanno fermati i lanci di razzi, sono inaccettabili. È doveroso adottare immediate misure di de-escalation», ha dichiarato il nostro ministro degli Esteri. «Il conflitto tra Palestina e Israele sta causando la morte di troppe persone innocenti e tutti devono lavorare per far riprendere il tavolo dei negoziati tra le parti», ha aggiunto. Secondo una nota della Farnesina, Di Maio «ha confermato che l'intesa nucleare resta un pilastro per la non proliferazione e la stabilità regionale». Zarif, dal canto suo, ha condannato gli «atti brutali del regime sionista».
Nonostante fosse programmata da alcune settimane e si sia concentrata anche su questioni di cooperazione economica, la visita ha comunque innescato delle forti polemiche politiche, soprattutto perché in coincidenza con l'escalation mediorientale. Dura la posizione della Lega. «Da che parte sta l'Italia? Mentre su Israele piovono razzi lanciati dalla Striscia di Gaza dai terroristi di Hamas […] Di Maio, ha incontrato il ministro degli Esteri dell'Iran Zarif, Paese sponsor sia di Hamas che di Hezbollah. La Lega è chiara da sempre: Israele ha non solo il diritto ad esistere, a differenza di quanto afferma l'Iran, ma anche di difendersi», hanno affermato in una nota i deputati Paolo Formentini ed Eugenio Zoffili. «Gli accordi di Abramo sono l'unica via d'uscita per costruire su nuove basi un futuro di pace in Medio Oriente», ha detto lo stesso Formentini alla Verità. «Difendere Israele», ha aggiunto, «vuol dire difendere anche la nostra libertà». La posizione del Carroccio rischia di accentuare le divisioni interne al Pd: un partito che vede filo israeliani come Andrea Marcucci e critici di Benjamin Netanyahu come Laura Boldrini. A farne le spese è stato alla fine il segretario, Enrico Letta, che si è ritrovato nel mirino delle acuminate critiche dalemiane per aver di recente partecipato assieme a Matteo Salvini a una manifestazione in favore dello Stato ebraico.
Un'interessante analogia con gli Stati Uniti, dove il Partito repubblicano, con Donald Trump in testa, è tendenzialmente compatto nel sostenere Israele. Non altrettanto si può invece dire dei dem.
L'ultima fonte di attrito è in tal senso la notizia, riportata ieri dal Washington Post, secondo cui la Casa Bianca avrebbe dato il suo assenso a una vendita di armi ad alta precisione a Israele, dal valore complessivo di 735 milioni di dollari. In particolare, la vendita sarebbe stata notificata al Congresso lo scorso 5 maggio e il Campidoglio ha da allora quindici giorni di tempo per esprimere un'eventuale contrarietà. Le fibrillazioni interne all'asinello, neanche a dirlo, sono già in corso. «Permettere a questa proposta di vendita di bombe intelligenti di andare avanti senza esercitare pressioni su Israele affinché accetti un cessate il fuoco consentirà solo ulteriori massacri», ha detto al Washington Post un parlamentare dem rimasto anonimo.
Ricordiamo che i democratici si siano drammaticamente spaccati sul sostegno a Israele. Se gli esponenti di area centrista si sono schierati a favore dello Stato ebraico, importanti rappresentanti della sinistra (come le deputate Ilhan Omar e Alexandria Ocasio-Cortez) hanno preso le difese dei palestinesi. Una situazione che sta portando la Casa Bianca a dare segnali contraddittori. Giovedì, dopo giorni di tentennamenti, Joe Biden aveva infine riconosciuto il diritto di Israele all'autodifesa. E ieri sera, in una telefonata avvenuta dopo che La Verità è andata in stampa, il leader usa avrebbe chiesto il cessate il fuoco al collega israeliano. Eppure, i rapporti con Netanyahu erano tornati a irrigidirsi, dopo che, sabato scorso, gli israeliani avevano abbattuto un palazzo che ospitava Al Jazeera e l'Associated press: circostanza che ha portato i vertici della stessa agenzia statunitense a invocare l'apertura di un'inchiesta indipendente. Ieri il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha chiesto a Israele di fornire prove che, in quel palazzo, operassero agenti di Hamas.
Nel complesso, la linea statunitense non è insomma chiarissima: una situazione dettata non soltanto dalle faide interne all'asinello, ma anche da una politica mediorientale problematica. Negli ultimi mesi, Biden ha infatti avviato una distensione con l'Iran, rilanciando il controverso accordo sul nucleare del 2015, e raffreddato i rapporti con l'Arabia Saudita: una strategia che ha isolato Israele, rafforzato indirettamente Hamas e messo pesantemente a rischio l'eredità trumpista degli accordi di Abramo. Quegli accordi che avevano contribuito a stabilizzare lo scacchiere mediorientale. In questo caos continua a cercare di inserirsi Recep Tayyip Erdogan che ieri, prima di attaccare pesantemente Biden per le sue «mani sporche di sangue» palestinese, in una telefonata con papa Francesco, ha invocato sanzioni della comunità internazionale contro Israele. Una posizione, questa, tenuta anche dal ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, in un colloquio con l'omologo britannico Dominic Raab.
Gli scontri sono intanto proseguiti nelle scorse ore, con le forze di difesa israeliane che hanno annunciato di aver ucciso il comandante della Jihad islamica, Hussam Abu Harbeed in un attacco aereo, mentre sono stati lanciati almeno 190 razzi dal fronte palestinese.
Mentre infuria il conflitto tra Israele e Hamas, la Cina sta difficoltosamente cercando di ritagliarsi un ruolo di mediazione. Un ruolo che permetta al Dragone di perseguire e tutelare i propri interessi mediorientali.
Da quando è esploso il nuovo conflitto tra Israele e Hamas, la Cina ha cercato di mantenere una linea di mediazione, sottolineando – insieme alla Russia – che la controversia dovesse essere affrontata e risolta in sede di Nazioni Unite. «Chiediamo calma e moderazione per evitare scontri che potrebbero provocare ulteriori feriti», aveva in tal senso dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, già lunedì della scorsa settimana. «La Cina è disposta a svolgere un ruolo costruttivo nella ripresa dei colloqui di pace tra israeliani e palestinesi in linea con le risoluzioni delle Nazioni Unite insieme alle pertinenti parti internazionali», aveva aggiunto. In questo quadro, la settimana scorsa, Pechino – coordinandosi con Norvegia e Tunisia – aveva chiesto una riunione d'emergenza del Consiglio di sicurezza dell'Onu da tenersi per venerdì 14 maggio: una seduta che era stata tuttavia bloccata dagli Stati Uniti. Tale elemento ha determinato degli attriti relativamente sotterranei tra la Repubblica Popolare e la Casa Bianca. Attriti riemersi domenica, quando il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha criticato gli Stati Uniti per essersi opposti due volte a una dichiarazione congiunta del Consiglio di sicurezza sulla crisi in corso da parte del Consiglio di sicurezza. «La Cina ha collaborato con i Paesi interessati a un comunicato del Consiglio di sicurezza. Purtroppo, a causa dell'ostruzione di un Paese, il Consiglio di sicurezza non è stato in grado di parlare con una sola voce», ha dichiarato il ministro cinese. Una posizione dura, ulteriormente enfatizzata – sempre domenica – dal Global Times (organo del Partito comunista cinese).
A livello complessivo, la linea della Repubblica popolare sulla questione israeliano-palestinese affonda le proprie radici in una politica composita: una politica che Pechino ha iniziato a condurre soprattutto a partire dagli ultimi anni. Ricordiamo che la posizione ufficiale del Dragone per quanto riguarda il conflitto israeliano-palestinese sia quella della cosiddetta «soluzione a due Stati»: una posizione che era stata ribadita, nel maggio del 2020, dal presidente cinese, Xi Jinping, nel corso di un colloquio telefonico con il presidente dell'Anp, Abu Mazen. Un colloquio, in cui il leader del Dragone sostenne, nella fattispecie, che cinesi e palestinesi fossero «buoni fratelli, buoni amici e buoni partner». Era d'altronde in questo senso che, nel 2017, Pechino aveva mostrato scarso apprezzamento per la decisione dell'amministrazione Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele. In quell'occasione, il portavoce del ministero degli esteri cinese, Geng Shuang, dichiarò: «Sosteniamo la giusta causa del popolo palestinese per ripristinare i loro legittimi diritti nazionali e sostenere la Palestina nella costruzione di uno Stato indipendente e di piena sovranità lungo i confini del 1967 con Gerusalemme Est come capitale». I legami tra la Repubblica Popolare e il mondo palestinese non sono del resto nuovi e affondano anzi le proprie lontane radici nei tempi di Mao Zedong. Negli anni, la Cina ha spesso condannato gli insediamenti dei coloni israeliani e figura ancora oggi tra i Paesi che non considerano Hamas un'organizzazione terroristica. Nel 2006, scoppiò in tal una tensione diplomatica tra il Dragone e Israele, dopo che il governo cinese invitò a Pechino un alto funzionario della stessa Hamas, Mahmoud Zahar. Ciononostante, secondo quanto recentemente riportato dalla testata giapponese Nikkei, sembrerebbe che Pechino intrattenga rapporti più saldi con l'Anp che con Hamas. Un fattore, questo, che – soprattutto a causa dell'indebolimento politico di Abu Mazen – fiacca l'effettiva capacità di mediazione cinese.
Nonostante queste storiche connessioni con il mondo palestinese, nel corso degli ultimi anni la Repubblica Popolare ha tuttavia rafforzato i propri legami politici ed economici con Israele. La posizione del Dragone rispetto allo Stato ebraico è infatti ambigua. Da una parte, Pechino mostra una certa diffidenza, alla luce dell'atavica alleanza di Israele con gli Stati Uniti: una diffidenza nutrita anche dal fronte israeliano, visti i buoni rapporti tra il Dragone e l'Iran. Dall'altra parte, negli ultimi anni la Cina ha visto tuttavia nello Stato ebraico anche un importante partner nei settori dell'economia e della ricerca tecnologica, considerandolo inoltre – come sottolineato da The Diplomat – una sorta di ponte per intrecciare relazioni con svariati Stati occidentali. Pechino apprezza d'altronde il Paese sia per la sua posizione strategica sia perché lo ritiene scarsamente rischioso dal punto di vista degli investimenti: non sarà quindi casuale il fatto che sia stato coinvolto nel progetto della Belt and Road Initiative.
Alla luce di tutto questo, è chiara la ragione per cui, in riferimento al conflitto israeliano-palestinese, il Dragone stia – per così dire – cercando di tenere il piede in due staffe. E' d'altronde in tal senso che, appena lo scorso marzo, Wang Yi aveva espresso l'intenzione di ospitare colloqui tra israeliani e palestinesi a Pechino. Alla Cina occorre un Medio Oriente stabile, per riuscire a perseguire (e tutelare) i propri obiettivi geopolitici ed economici: è esattamente in questo quadro che, l'anno scorso, la Repubblica popolare accolse favorevolmente gli accordi di Abramo. Ma il problema per Pechino adesso è duplice: la crescente instabilità regionale e la concorrenza di altri attori che, sul Medio Oriente, vogliono rafforzare la propria influenza (dalla Russia alla Turchia).
Continua a salire il livello dello scontro tra Israele e Gaza. E le tensioni rischiano di espandersi. I carrarmati israeliani danno colpi di avvertimento contro alcune decine di manifestanti, che -impugnando bandiere di Hezbollah - hanno attraversato la frontiera libanese entrando in Israele nei pressi della città di Metulla: questo gruppo, secondo il Times of Israel, avrebbe sabotato la barriera di confine e appiccato un incendio nell’area, prima di tornare indietro. Stando ai media libanesi, uno dei dimostranti sarebbe rimasto ucciso a causa delle ferite riportate. Già giovedì le forze di difesa israeliane avevano comunicato che tre razzi erano stati lanciati dal Libano. Prende quindi parzialmente quota l’ipotesi che Hamas stia cercando di coinvolgere proprio il Libano nel conflitto.
Israele nel frattempo ha portato a termine una clamorosa mossa a sorpresa. Secondo quanto riportato ieri dal Jerusalem Post, l’altro ieri lo Stato ebraico avrebbe ammassato truppe al confine con la Striscia di Gaza, per far credere di essere pronto a un’incursione via terra. Questo elemento avrebbe quindi portato Hamas a inviare nei tunnel collocati sotto Gaza City numerosi miliziani, per attaccare le truppe israeliane con mortai e missili anticarro. Invece, intorno alla mezzanotte, sarebbe scattata la trappola. Centosessanta aerei israeliani si sono levati in volo, colpendo pesantemente i tunnel sotterranei e uccidendo così un gran numero di miliziani. Ciò ha portato il Jerusalem Post a ipotizzare che l’indiscrezione su un’imminente incursione via terra - in realtà fino alla serata di ieri non verificatasi - sarebbe stata fatta trapelare appositamente.
Su quanto sta accadendo è intervenuto inoltre il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, con un videomessaggio «Ho detto che avremmo colpito Hamas e altri gruppi terroristici con colpi significativi, e lo stiamo facendo», ha dichiarato. «Nell’ultimo giorno», ha aggiunto, «abbiamo attaccato obiettivi sotterranei. Hamas pensava di potersi nascondere lì, ma non può. Ci hanno attaccato durante la nostra festività», ha proseguito, «hanno attaccato la nostra capitale, hanno lanciato missili contro le nostre città; stanno pagando e continueranno a pagare un prezzo molto alto per questo. Non è ancora finita. Faremo di tutto per ripristinare la sicurezza delle nostre città e dei nostri cittadini», ha concluso il premier.
In tutto questo, il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, ha esortato i dirigenti di Facebook e TikTok ad essere maggiormente proattivi nell’evitare la diffusione di contenuti che incitino alla violenza e al terrorismo. Nella giornata di ieri sono frattanto continuati i combattimenti, tra lanci di razzi palestinesi, raid israeliani e violenti scontri in Cisgiordania. Una tensione che sta coinvolgendo anche i cristiani: secondo quanto riferito dall’Agenzia Fides, le incursioni su Gaza «hanno colpito anche abitazioni di famiglie cristiane collocate nei pressi della parrocchia cattolica della Sacra Famiglia, provocando danni anche al convento e all’asilo delle Suore del Rosario». A confermarlo, in particolare, è stato il vescovo Giacinto-Boulos Marcuzzo, vicario patriarcale del Patriarcato Latino di Gerusalemme per la Palestina e la Città Santa.
Il conflitto in corso sta intanto infiammando varie parti del mondo. In Giordania, centinaia di persone si sono riversate sul confine con Israele, invocando il «riscatto» della moschea Al-Aqsa. Proteste in tal senso si sono verificate anche ad Amman: ricordiamo, per inciso, come re Abdallah II abbia assunto posizioni fortemente critiche verso lo Stato ebraico alcuni giorni fa. Manifestazioni a favore dei palestinesi si sono inoltre verificate nelle scorse ore in Bangladesh: uno dei ventotto Paesi che non riconoscono lo Stato di Israele. Tensioni si registrano anche in Europa. Secondo quanto riferito da France24, la prefettura di Parigi ha vietato ieri una manifestazione filopalestinese programmata per oggi. Il divieto sarebbe arrivato su richiesta del ministro dell’Interno, Gérald Darmanin, che teme il ripetersi dei duri scontri verificatisi nel 2014 nelle banlieue, in occasione del precedente conflitto tra Israele e Gaza.
Manifestazione a favore dei palestinesi si sono registrate, nei giorni scorsi, anche in Germania. In questo contesto, secondo Reuters, mercoledì la polizia tedesca ha arrestato più di dieci persone in tre città, accusate di aver vandalizzato una sinagoga e bruciato bandiere israeliane. Dura la reazione del governo. «Chiunque attacchi una sinagoga o profani simboli ebraici dimostra che per lui non si tratta di criticare uno Stato o le politiche di un governo, ma di aggressione e odio verso una religione e le persone che ne fanno parte», ha dichiarato ieri il portavoce del cancelliere Angela Merkel, Steffen Seibert. «La nostra democrazia non tollererà manifestazioni antisemite», ha aggiunto. Martedì, si è tenuta una marcia in sostegno dei palestinesi davanti al consolato israeliano di New York: l’edificio è stato preventivamente evacuato per precauzione, mentre si sono verificati scontri con alcuni dimostranti pro Israele.
Nella giornata di martedì, sono morte due donne israeliane nella città di Ascalona, mentre una terza donna ha perso la vita a Rishon LeZion. Un missile anticarro ha inoltre colpito una jeep israeliana stamane, uccidendo una persona e ferendone gravemente due. Tutto questo, mentre un totale di almeno nove persone risultano al momento ricoverate in gravi condizioni in tutto il Paese. Secondo i funzionari sanitari dell'Autorità palestinese, sono invece quarantatré i palestinesi rimasti uccisi dall'inizio delle ostilità. Di poco fa inoltre la notizia di due palestinesi che hanno perso la vita nel corso di scontri separati, avvenuti in Cisgiordania.
Le forze di difesa israeliane hanno comunicato che circa 1.050 razzi sarebbero stati lanciati da lunedì scorso: secondo il loro portavoce, Hidai Zilberman, l'85% di essi sarebbe comunque stato intercettato dal sistema di difesa Iron Dome. Stando a quanto riportato dal Times of Israel, l'aeronautica militare israeliana ha effettuato una serie di attacchi aerei all'alba di oggi sulla Striscia di Gaza, "distruggendo dozzine di installazioni di polizia e di sicurezza". Sempre stamattina il ministro di Pubblica sicurezza israeliano, Amir Ohana, ha proclamato lo stato di emergenza nella città di Lod, dove si è verificato un significativo dispiegamento delle forze di polizia: ricordiamo che, nella giornata di ieri, questo centro urbano fosse stato protagonista di duri episodi di rivolta. Hamas ha intanto riferito, secondo Reuters, che due dei suoi comandanti locali sono stati uccisi in un attacco aereo contro un'abitazione a Gaza. Stando a quanto riferito dal Times of Israel, attualmente le sirene continuano a suonare in vari centri urbani posti al confine con la stessa Striscia di Gaza. Ricordiamo che eventi così gravi non si verificavano dagli scontri del 2014 (scontri che durarono sette settimane).
Mentre la situazione continua a surriscaldarsi, Washington non sembra ancora avere una linea chiara da seguire. Nella notte di martedì, il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha avuto una conversazione telefonica con il ministro degli Esteri israeliano, Gabi Ashkenazi. Nell'occasione, il capo di Foggy Bottom "ha espresso le sue preoccupazioni per gli attacchi missilistici contro Israele e le sue condoglianze per le vite perse di conseguenza", ma – oltre alle condanne delle violenze e alle preoccupazioni sottolineate già nei giorni scorsi – dalla Casa Bianca non sono ancora arrivati segnali troppo chiari. Il Rappresentante permanente di Israele alle Nazioni Unite, Gilad Erdan, ha criticato lunedì pomeriggio il Dipartimento di Stato americano. "È impossibile inserire nello stesso messaggio dichiarazioni di leader israeliani che invitano alla calma accanto a istigatori e organizzazioni terroristiche che lanciano missili e razzi", ha dichiarato su Twitter. Nelle scorse ore, il direttore comunicazione della presidenza turca, Fahrettin Altun, ha invece attaccato aspramente Washington, accusandola di spalleggiare Israele. La spiegazione dell'ambiguità americana affonda probabilmente le sue radici in due principali motivazioni: una di strategia internazionale e una di politica interna.
Dal punto di vista della strategia internazionale, l'amministrazione di Joe Biden ha sconfessato la linea di Donald Trump, aprendo all'Iran, raffreddando i rapporti con l'Arabia Saudita e isolando Israele. Davanti all'escalation in atto, il presidente americano si trova quindi preso in un dilemma che rischia di inficiare i suoi obiettivi nello scacchiere mediorientale. Senza poi considerare che, dopo i duri pronunciamenti di ieri da parte della Lega Araba, anche gli accordi di Abramo sembrano adesso seriamente a rischio. In secondo luogo, si riscontra anche un problema di politica interna. Il Partito democratico americano è infatti più diviso che mai su quanto sta accadendo in Israele. La Speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha condannato ieri Hamas, sostenendo che lo Stato ebraico abbia il diritto di difendere sé stesso. Una linea platealmente sconfessata dalle deputate Alexandria Ocasio-Cortez e Ilhan Omar che, rappresentanti delle correnti più a sinistra, si sono invece schierate con i palestinesi. E' quindi possibile ritenere che l'immobilismo di Biden sia dettato (anche) dalla volontà di non infrangere i delicati equilibri presenti nel suo partito. Il conflitto israeliano-palestinese sta intanto toccando significativi vertici di tensione, mentre il Medio Oriente tutto rischia di tornare ben presto a rivelarsi una polveriera.







