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Ospiti di Francesco Borgonovo, Fulvio Scaglione, Daniele Scalea e Alessandro Rico
Ospiti di Francesco Borgonovo, Fulvio Scaglione, Daniele Scalea e Alessandro Rico
Resta alle stelle la tensione tra Israele ed Hezbollah. Ieri, l’Idf ha reso noto di aver colpito per via aerea oltre 1.000 obiettivi di Hezbollah nella parte meridionale del Libano e nella Valle della Beqa: area, quest’ultima, che si ritiene ospiti i magazzini di armi dell’organizzazione terroristica sciita. È stato inoltre effettuato un bombardamento di precisione sulla stessa Beirut per eliminare Ali Karaki: comandante del fronte meridionale di Hezbollah, che, stando a Sky News Arabia, sarebbe stato ucciso. Rimane comunque il giallo. Secondo il ministero della Sanità libanese, si sarebbero registrate complessivamente almeno 274 vittime. Un funzionario dell’esercito israeliano ha comunque fatto sapere all’Associated Press che non sarebbero al momento sul tavolo piani per un’imminente invasione del Libano via terra.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha condannato gli attacchi aerei di ieri, minacciando Gerusalemme di «conseguenze pericolose». Tutto questo, mentre Hezbollah, sempre ieri, ha lanciato contro Israele almeno 210 razzi (di cui una decina a lungo raggio contro gli insediamenti in Cisgiordania). Nel frattempo, un funzionario israeliano ha detto al Times of Israel che lo Stato ebraico sarebbe aperto all’ipotesi di un cessate il fuoco, se Hezbollah accettasse di tenere negoziati. «Negli ultimi giorni, abbiamo distrutto ciò che Hezbollah ha costruito in 20 anni. Nasrallah resta solo al vertice, intere unità della Forza Radwan sono state messe fuori combattimento e decine di migliaia di razzi sono stati distrutti», ha affermato il ministero della Difesa israeliano. «Ho promesso che avremmo cambiato l’equilibrio di potere nel Nord: è esattamente ciò che stiamo facendo», ha frattanto dichiarato Benjamin Netanyahu, che, oltre a esortare i civili libanesi a evacuare in attesa della fine delle operazioni militari, già l’altro ieri, riferendosi agli attacchi contro Hezbollah della scorsa settimana, aveva detto: «Se Hezbollah non ha recepito il messaggio, vi prometto che lo recepirà».
A questo proposito, La Verità è stata in grado di visionare quello che dovrebbe essere il report interno della stessa Hezbollah dedicato alla valutazione statistica preliminare dei danni causati dalle esplosioni dei cercapersone e dei walkie-talkie, verificatesi la settimana scorsa. Secondo il documento, che prendiamo comunque con le pinze, il numero delle vittime sarebbe molto più alto delle 26 rese ufficialmente note: il rapporto parla infatti di 879 «martiri». Una cifra così elevata si sposa con quanto scritto, il 19 settembre scorso, dalla testata i24news, la quale, citando «rapporti israeliani», ha riferito che le sole esplosioni dei cercapersone avrebbero causato «decine di morti, se non di più» tra i militanti di Hezbollah.
Il documento sottolinea poi che oltre 1.700 individui avrebbero subito danni al sistema riproduttivo, visto che portavano il cercapersone all’altezza della cintura. Si riscontrerebbero infine circa 500 casi di cecità e oltre 2.000 di amputazione degli arti. Non sorprende quindi che, secondo Reuters, le Guardie della rivoluzione abbiano ordinato ai loro miliziani di sbarazzarsi dei dispositivi elettronici, mentre l’ambasciatore iraniano in Libano, Mojtaba Amani, ha definito «un onore» le ferite riportate a seguito delle esplosioni dei cercapersone. Tra l’altro, un deputato di Teheran, Ahmad Ardestani, ha ipotizzato che l’incidente in elicottero, in cui trovò la morte a maggio l’allora presidente iraniano Ebrahim Raisi, possa essere stato causato proprio dal suo cercapersone.
Resta intanto avvolta nel mistero la sorte del leader di Hamas, Yahya Sinwar. Vista la prolungata assenza di comunicazioni da parte sua, Israele sta valutando l’ipotesi che possa essere rimasto ucciso nel corso dei bombardamenti su Gaza. Tuttavia - almeno fino a ieri sera - il Times of Israel riferiva che non ci sono ancora prove sufficienti a dimostrazione della sua morte. L’intelligence israeliana ha fatto comunque sapere di ritenere che i recenti messaggi di congratulazioni al presidente algerino Abdelmadjid Tebboune, attribuiti a Sinwar, non sarebbero stati in realtà scritti da lui.
Nel mentre, Teheran ha annunciato di essere pronta a riprendere i colloqui sul nucleare in occasione dell’Assemblea generale dell’Onu a New York, «se le altre parti saranno disposte». Ricordiamo che l’amministrazione Biden è storicamente favorevole a ripristinare il controverso accordo sul nucleare con l’Iran: un accordo che, di contro, ha sempre suscitato i (non infondati) timori di Israele e dell’Arabia Saudita. Non a caso, l’attuale Casa Bianca ha perso notevolmente influenza sul Medio Oriente. E, nonostante ci provi da mesi, ancora non riesce a mediare un accordo per il cessate il fuoco.
Ieri, un funzionario israeliano ha reso noto al Times of Israel che Washington avrebbe consegnato una nuova proposta di intesa sugli ostaggi: una proposta che, differentemente dalla precedente, non sarebbe divisa in tre fasi. Dal canto suo, lo stesso Joe Biden ha detto di star «lavorando per la de-escalation» in Libano. Il punto è che difficilmente Israele accetterà una mediazione americana con un inquilino della Casa Bianca che è ormai un’anatra zoppa e che, soprattutto, si è ben guardato dal ripristinare la politica della «massima pressione» su quell’Iran, che è il principale finanziatore tanto di Hamas quanto di Hezbollah. Come che sia, ieri il Pentagono ha annunciato che schiererà un «piccolo numero» di personale militare aggiuntivo in Medio Oriente, mentre il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha accusato Gerusalemme di puntare ad allargare il conflitto nella regione. In tutto questo, sempre ieri, l’inviato francese per il Libano, Jean-Yves Le Drian, ha avuto un incontro a Beirut con il comandante dell’esercito libanese, Joseph Aoun.
Cerchiamo la verità sulla guerra tra Israele e i proxy dell’Iran e chiediamoci quale sia il punto per trovare una soluzione che eviti peggioramenti. La anticipo: più garanzie internazionali di sicurezza a Israele per ridurre la sua necessità di provvedere da sola alla propria sicurezza stessa incendiando tutta la regione, annotando che Israele è una potenza nucleare pur non dichiarata. Cosa può convincere David a non usare la fionda contro Golia?
La verità è che Israele è stata aggredita con un colpo a sorpresa nell’ottobre 2023 via assalto di circa 4.000 miliziani di Hamas con l’ordine di uccidere più ebrei possibile, prendendo ostaggi nella speranza di limitare la controreazione via ricatto.
I motivi appaiono due. Primo, l’ordine da parte del regime iraniano ad Hamas di sabotare sia gli Accordi di Abramo avviati nel 2019 tra Israele ed Emirati (con il consenso silenzioso dell’Arabia, io testimone in un convegno ad Abu Dhabi nel 2019) sia, soprattutto, la bozza del trattato Imec (connessione infrastrutturale tra India e Mediterraneo via penisola arabica con sbocco nel porto israeliano di Haifa) siglato nel settembre 2023 da molteplici nazioni, tra cui l’Italia: la strategia era quella di provocare una reazione di Israele che mobilitasse il mondo islamico in modo da impedire ai regimi arabi sunniti di procedere con il progetto. Secondo, Hamas da tempo stava preparando un’operazione bellica da attuare nell’anniversario dei 50 anni dalla guerra dello Yom Kippur (1973) con lo scopo di erodere l’immagine di potenza non sfidabile di Israele. La fusione delle due azioni strategiche portò a un attacco massivo e genocida. Questo ebbe un successo politico perché la violenta reazione israeliana contro Gaza - finalizzata a ripristinare l’idea che se attacchi Israele e/o gli ebrei poi certamente verrai ucciso, cioè la dissuasione - è riuscita a sospendere l’accordo Imec a causa della mobilitazione contro Israele del consenso islamico. Ma non a eliminarlo. I regimi arabi sunniti hanno dovuto tener conto dell’impossibilità di strutturare l’Imec sul piano del consenso, ma non lo hanno chiuso. Inoltre, sono intervenuti a sostegno di Israele - per esempio la Giordania abbattendo droni iraniani - quando l’Iran ha sviluppato un attacco diretto missilistico contro Israele, pur telefonato per evitare controreazioni distruttive.
In questo quadro manca l’informazione certa sulle vere intenzioni dell’Iran: si percepisce una frattura tra miliziani del regime teocratico e il regime stesso. Inoltre la parte politica del regime teocratico ha favorito l’elezione di un presidente eletto che appare non estremista, pur il ruolo degli ayatollah del tutto prevalente. Certamente l’Iran non è pronto a un conflitto diretto con Israele. Non è chiaro se perché alla Cina sia sufficiente sabotare l’Imec, che limiterebbe la sua penetrazione oltremare, e non andare oltre oppure se la capacità nucleare iraniana non è a punto. La Russia? È ambigua: vuole avere buone relazioni con i Paesi islamici, ma non vorrebbe una relazione troppo forte tra questi e la Cina. L’Iran? Ha bisogno di mantenere l’aggressività, ma, appunto, non vuole farlo direttamente. Conseguenza: spinge Hezbollah e Huthi a una guerriglia continua per tenere alte le tensioni e per confermarsi come guida dei palestinesi oppressi ed erodere la forza e l’immagine di Israele.
Per questo Israele contromanovra per mostrare ad Hezbollah che se continuano a fare i proxy dell’Iran rischiano la distruzione. Alcuni analisti si sono chiesti come mai Israele abbia svelato la sua capacità di sabotaggio di strumenti avversari con sofisticati strumenti sia di cyberwar sia di penetrazione spionistica senza però calendarizzarla in combinazione con un’invasione del Libano meridionale. Il motivo è semplice: l’America non glielo lascia fare e Israele vorrebbe evitarlo. Ciò costringe Israele a praticare una deterrenza più violenta per mostrare forza dissuasiva e i suoi nemici, pur impauriti, a reagire con più intensità, per lo meno sul piano della mobilitazione morale contro Israele stessa. Tale situazione non va bene se lo scopo è raffreddare il conflitto e permettere la ripresa dei negoziati per la connessione India-Mediterraneo. A chi è diretto il «non va bene»? All’amministrazione Biden: sostiene Israele, ma le impone vincoli senza attuare una sufficiente dissuasione contro l’Iran e la Cina la cui tecnologia si può trovare nelle armi più evolute iraniane, distribuite poi ai proxy. C’è anche tecnologia russa e nordcoreana. Semplificando, l’America a guida Biden difende Israele, ma non attua una dissuasione sufficiente contro l’Iran e i suoi alleati. La conseguenza è che Israele si sente costretta ad attuare da sola una dissuasione molto forte per la propria sicurezza così rischiando errori che poi favoriscono demonizzazioni. Non va.
Da un lato, Israele ha un potenziale militare convenzionale e non, oltre a capacità coperte, in grado di annichilire tutti i suoi nemici. Dall’altro, non ha alcun interesse a farlo. Ha invece l’interesse a trovare buone relazioni con le nazioni arabe e islamiche in generale. C’è anche un interesse a ridurre la disperazione dell’ebreo circondato da gente che lo vuole uccidere e lo costringe alla violenza, favorendo le parti politiche più estreme. Non voglio annoiare con troppi dettagli, ma è chiaro che se non si vuole una degenerazione bellica incontenibile bisogna dare a Israele segnali concreti di una garanzia internazionale di sua sicurezza. Pertanto invoco una presa di responsabilità del G7 e nazioni compatibili per darla: l’alleanza delle democrazie che ne difende efficacemente una così potendole chiedere in cambio meno violenza alimentata dalla disperazione.
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Le ultime cartucce sparate da Josep Borrell da alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione europea rischiano di sortire l’ennesimo effetto dannoso non solo per quelli che sono i delicati equilibri del conflitto tra Russia e Ucraina, quantomeno sul piano della diplomazia, ma anche all’interno del Vecchio continente.
Il vicepresidente della Commissione Ue, tra le altre cose uscente, al pari della sua superiore Ursula von der Leyen, insiste sulla possibilità che l’esercito di Volodymyr Zelensky possa utilizzare le armi occidentali per colpire Mosca sul suo territorio. Un’eventualità che, nella sua totale applicazione, non è mai stata presa in considerazione né dagli Stati Uniti, con Joe Biden che a inizio giugno si era limitato a dire che Kiev poteva colpire solo in zone di confine, né dalla maggior parte degli alleati europei, in primis l’Italia che ha sempre ribadito, a più riprese, sia con il premier Giorgia Meloni che con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, la propria contrarietà.
Nella giornata di ieri, il tema è ritornato di strettissima attualità con un botta e risposta tra Borrell e Tajani. Il titolare della Farnesina, a Bruxelles per il vertice informale dei ministri di Esteri e Difesa europei, ha spiegato nuovamente che le restrizioni all’Ucraina sull’uso delle armi in territorio russo rimangono e devono rimanere invariate perché l’Italia non è in guerra contro la Russia. Una posizione definita dall’alto rappresentante come ridicola e ipocrita.
«Penso sia ridicolo dire che consentire di colpire all’interno del territorio russo significhi essere in guerra contro Mosca» - ha detto Borrell - «L’Ucraina viene attaccata dal territorio russo e, secondo il diritto internazionale, può reagire attaccando i luoghi da cui viene attaccata. Quindi, non c’è nulla di strano in questo». Secondo l’alto rappresentante le ragioni per cui si vuole impedire all’Ucraina di impiegare le armi occidentali per colpire la Russia sono solo politiche: «Le obiezioni sull’uso delle armi fornite all’Ucraina sono per ragioni politiche, legittime, ma sono ragioni politiche: il diritto internazionale non impedisce di colpire obiettivi militari all’interno del Paese aggressore». Tajani, che ha annunciato che l’Italia ospiterà a giugno del 2025 la conferenza per la ricostruzione in Ucraina, ha invitato Borrell a non incentivare l’escalation, ricordando che è uscente e che parla a proprio nome e non per tutti gli Stati membri. «Come alto rappresentante devo avere opinioni personali se voglio spingere il consenso tra gli Stati membri» - ha replicato il politico spagnolo - «È chiaro che questa è una cosa che spetta a ciascuno di loro, anche perché quella estera e di difesa non è una politica dell’Ue». Oltre a ciò, però, da parte di Borrell sarebbe opportuno e saggio riconoscere quanto affermato da Tajani, ossia che da quando la questione è stata sollevata, all’interno dell’Unione europea non c’è mai stata una posizione unanime e, anzi, ogni Stato membro ha fatto per sé.
Per la Von der Leyen, «coloro che sostengono l’interruzione del sostegno all’Ucraina non sostengono la pace: sostengono l’acquiescenza e la sottomissione dell’Ucraina».
A tal proposito, appare molto interessante l’analisi pubblicata ieri da Foreign Affairs.
Secondo l’autorevole rivista americana, la possibilità per l’Ucraina di colpire in profondità la Russia sul suo suolo con le armi fornite dall’Occidente non contribuirà a spostare gli equilibri del conflitto a suo favore. Ciò migliorerebbe sicuramente la potenza di combattimento dell’esercito di Kiev, sostiene il magazine specializzato in relazioni internazionali, ma per avere un effetto decisivo sulla guerra e invertire la tendenza, l’Ucraina dovrebbe combinare questi attacchi con manovre di terra su larga scala che le sue forze, oggettivamente, non sono state in grado di padroneggiare fino a questo punto.
A questo, andrebbe aggiunto il livello di addestramento dei militari ucraini. Borrell, tra le tante cose dette ieri, ha affermato che l’Ue è pronta a completare la formazione di altri 15.000 uomini entro la fine dell’anno. Ad accendere i riflettori su tale questione è stata anche la polemica scoppiata dopo la morte del pilota ucraino a bordo dell’F-16 abbattuto lo scorso 26 agosto dall’aeronautica russa.
Secondo le fonti del dipartimento militare ucaino citate dalla Cnn, si è trattato di un atto eroico del pilota, «morto in un incidente mentre respingeva il più grande attacco aereo della storia della Russia contro l’Ucraina», smentendo quindi la versione dell’errore del pilota, Alexey Mes, nome di battaglia Moonfish, considerato uno, se non il migliore tra i piloti su cui l’Ucraina poteva contare.
Ad alimentare le polemiche interne in Ucraina, è la deputata Maryana Bezuhla, secondo cui il caccia è stato abbattuto dal fuoco amico, ossia dal sistema missilistico antiaereo Patriot.
Nella serata di ieri, tuttavia, è arrivata la decisione del presidente Zelensky di licenziare il capo dell’aeronautica Mykola Oleshchuk.
Dopo tre settimane di attività sia in superficie che sottoterra le unità della 98ª Divisione delle Forze di difesa israeliane (Idf) hanno completato la loro missione nell'area di Khan Yunis e Deir al-Balah. Ieri mattina Avichay Adraee, portavoce arabo delle Idf, ha comunicato ai residenti locali che «possono rientrare nelle proprie abitazioni in sicurezza», dato che la zona è tornata a far parte dell'area umanitaria di Gaza. Durante l’operazione le truppe hanno neutralizzato oltre 250 militanti e distrutto numerose infrastrutture terroristiche, compresi sei chilometri di tunnel. Le Idf hanno comunicato di aver ucciso Wassem Hazem, leader di Hamas a Jenin (Cisgiordania), insieme ad altri due militanti che erano con lui. Secondo quanto riportato nella nota, Hazem era coinvolto nella pianificazione e nell'esecuzione di attacchi armati e stava sviluppando attività terroristiche in Cisgiordania. Le Idf hanno anche affermato che sempre nella giornata di ieri hanno ucciso 20 uomini armati e arrestato 17 palestinesi. Capitolo ostaggi. Questa settimana i colloqui si sono concentrati su un possibile scambio tra i prigionieri catturati il 7 ottobre e i detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, come riportato da Axios che cita fonti israeliane e statunitensi. Nella prima fase dell'accordo la proposta prevede il rilascio di 33 ostaggi, tra i quali donne, uomini sopra i 50 anni e persone con gravi problemi di salute, in cambio di centinaia di prigionieri palestinesi, dei quali 150 condannati all'ergastolo per omicidio. Se il numero di ostaggi nelle categorie indicate sarà inferiore a 33 Hamas consegnerà i corpi degli ostaggi deceduti per colmare la differenza. Inoltre, i mediatori hanno fornito al gruppo un elenco di prigionieri che Israele considera adatti per il rilascio in questa prima fase. Funzionari israeliani hanno dichiarato ad Axios che si stanno discutendo le liste di prigionieri presentate da Hamas per l'accordo. Sebbene non sia stata ancora presa una decisione definitiva sono stati registrati progressi significativi. Il vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris durante l’intervista con Dana Bash della Cnn ha affermato: «Sono incrollabile nel mio impegno per la difesa di Israele e la sua capacità di difendersi. E questo non cambierà». Poi ha ribadito il suo sostegno alla «soluzione dei due Stati» e ha anche affermato: «Noi dobbiamo trovare un accordo. Liberiamo gli ostaggi, otteniamo il cessate il fuoco, non si cambia la politica in termini di armi. Troppi palestinesi innocenti sono stati uccisi, e noi dobbiamo arrivare a un accordo. Eravamo a Doha, dobbiamo farcela». Infine, stanno facendo discutere le affermazioni di Yair Lapid, leader dell'opposizione, che di fronte a una commissione d'inchiesta civile indipendente ha sostenuto che vi furono vari avvertimenti prima del 7 ottobre da parte di funzionari della sicurezza che avevano informato Netanyahu e lo stesso Lapid che le politiche del suo Governo stavano indebolendo la capacità di deterrenza di Israele. Secondo Ynet il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, aveva avvertito il Primo ministro il 23 luglio 2023. In risposta, l'ufficio del premier ha fatto sapere che Netanyahu «non ha mai ricevuto alcun avvertimento su una guerra a Gaza, né nella data indicata nell'articolo, né prima delle 6:29 del mattino del 7 ottobre».
Ad aggravare la situazione nelle ultime ore la notizia che diversi turisti sono stati accoltellati nella città egiziana di Taba, al confine con Israele. Lo riferisce al Arabiya.
Con Gad Lerner parliamo del dramma palestinese, della sorte della Striscia, degli errori e delle colpe che hanno condotto a questa situazione.

