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Si apre domani, a Verona, il Salone internazionale del Vinitaly tra consumi crollati ed export italiano in calo. Eppure a Bruxelles preparano un altro schiaffo: l’imposizione di etichette «allarmistiche» sulle bottiglie per dire che l’alcol uccide. E i cibi processati?
Chi l’ha indovinata è la Coldiretti; campeggia sul suo stand al cinquantottesimo Vinitaly - a Verona dal 12 al 15 aprile, ma già da oggi con Opera wine si entra nel vivo della più importante rassegna enoica del mondo - lo slogan: liberiamo il vino dalle catene della burocrazia, dei dazi.
Quell’esortazione è un grido di dolore delle cantine che tra capo e collo si vedono arrivare dall’Europa l’ennesima tegola. Scrive la commissione Salute dell’Europarlamento, smentendo una deliberazione presa dal plenum dell’aula appena tre anni fa che promuoveva il consumo responsabile, che la «Commissione deve accelerare l’iter legislativo per mettere sulle etichette gli health warning» perché in consonanza con il documento Be.Ca (le politiche anticancro dell’Europa) e in accordo con l’Oms bisogna dire che l’alcol uccide».
Vogliono che le bottiglie abbiano immagini e scritte esplicative del tipo: il vino fa male. Si fa fatica a immaginare una bottiglia di Solaia, di Masseto, di Sassicaia, di Barolo Sperss (che sono gioielli) con la scritta «non lo bevete perché vi ammazza». Ma a Bruxelles si preoccupano della nostra salute. Nulla, però, dicono delle bevande energetiche che fanno sballare gli adolescenti, sui cibi ultraprocessati responsabili di una serie terribile di malattie non trasmissibili.
Perché? Il bilancio di uno solo dei bibitari vale quanto tutto il fatturato del vino italiano e, a Bruxelles, a certe cose stanno attenti. Ursula von der Leyen del resto, in barba a qualsiasi trattato, autorizzò l’Irlanda a pretendere le etichette allarmistiche sul vino, poi a Dublino ci hanno ripensato. Il presidente dell’Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi, ha protestato: «È una impostazione quella dell’Ue che rischia di alimentare un approccio ideologico e punitivo anziché fondato su evidenze scientifiche e distinzione tra abuso e consumo responsabile». L’europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint rincara: «Dopo il Green deal, la nuova frontiera della follia ideologica Ue punta ad attaccare la filiera vitivinicola. La Lega si oppone a questa folle proposta». I francesi sono già sulle barricate: da loro la crisi fa spavento, hanno spiantato 30.000 ettari di vigne e perfino lo Campagne fa fatica.
Vedremo che ne pensa il ministro per l’Agricoltura e la Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida atteso domenica a inaugurare il Vinitaly; a Verona nei tre giorni arriverà mezzo governo e forse anche Giorgia Meloni. Peraltro, il l’esecutivo ha varato diversi provvedimenti a sostegno del settore, non ultimo il via libera ai vini dealcolati o a bassissimo grado che restano però nell’alveo della produzione agricola. È un segmento destinato a crescere ed è uno degli argomenti di punta del Vinitaly: per ora si parla di meno di 7 milioni di bottiglie su 2,2 miliardi limitandosi solo ai vini a denominazione. Che il governo punti sul vino è testimoniato anche dall’enorme bottiglia di 30 metri che campeggia su tutta la Fiera. L’ha voluta Lollobrigida per dire: c’è dentro l’Italia. Si coniuga il vino con la cucina italiana patrimonio Unesco, col paesaggio per riaffermare il successo dell’enoturismo e dare continuità alla campagna di comunicazione di sostegno al prodotto italiano.
A Verona le facce sono assai preoccupate. Nelle cantine ci sono 70 milioni di ettolitri invenduti, i consumi sono crollati, l’export ha fatto meno 3,7% e siamo scesi a 7,8 miliardi col mercato Usa, nostro primo cliente, in contrazione. Il vino comunque è il primo motore della nostra agricoltura, fattura 14 miliardi, ci campano sopra trecentomila aziende con 1,2 milioni di occupati diretti. Da Vinitaly si aspettano risposte considerando che alcune note positive ci sono: i vini di altissimo pregio reggono, gli spumanti continuano a tirare. Le 4.400 aziende che espongono a Verona sembrano Diogene in cerca del cliente. Dicono di voler innovare, ma a leggere la valanga di comunicati stampa che sono fotocopia uno dell’altro sembrano guardare nello specchietto retrovisore. Forse è il caso di parlare un po’ di più di economia e accorgersi che succedono cose importanti. Come ad esempio il gruppo Angelini che continua a investire ed entra nel capitale della Arnaldo Caprai per rilanciare la cantina che ha imposto il Sagrantino nel mondo. Dice Marco Caprai: «Bisogna fare qualità, vendere valore e non inseguire il mercato». D’accordo Sandro Boscaini, mister Amarone: «Di crisi anche peggiori il vino ne ha superate molte, dobbiamo osservare meglio il mercato: dobbiamo dare vini di pronta beva come i nostri Fresco di Masi, ma non abdicare ai nostri must come l’Amarone». Riccardo Cotarella (è il presidente mondiale degli enologi) insiste: «Si devono fare vini buoni e accessibili e non è vero che i giovani non vogliono più il vino, forse è il vino che non parla ai giovani». Suo fratello Renzo - è l’anima della più blasonata dinastia del vino d’Italia la Antinori - guarda oltre: «Non ci sono solo i vini icona, devono esserci anche i vini piacere». Giusto; è anche quello che manca al Vinitaly: il piacere di venirci.
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(Getty Images)
Una «Santa alleanza» per bloccare lo strapotere di Anthropic, che potrebbe accedere a informazioni riservate degli utenti, comprese quelle bancarie. Mentre prosegue la guerra tra Amodei e il Pentagono.
La paura fa la forza. E anche improvvise alleanze. Metti due degli uomini più potenti degli Stati Uniti, fino a ieri impegnati a combattersi a ogni livello, a tavola con cinque banchieri che tra tutti amministrano 7.200 miliardi di dollari, ed ecco per la prima volta rappresentata in modo plastico e concreto la forza dirompente dell’intelligenza artificiale.
Martedì scorso, a Washington, il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, e il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, hanno convocato i grandi capi di Citigroup, Morgan Stanley, Bank of America Wells Fargo e Goldman Sachs per metterli in guardia da Claude Mythos, la nuova famiglia di sistemi di IA di Anthropic, il colosso dell’italo-californiano Dario Amodei. Più che altro, l’insolita coppia Powell-Bessent ha provato a spaventare i principali banchieri statunitensi, visto che con Claude è anche possibile individuare i punti deboli dei sistemi informatici che fanno girare tutti quei miliardi. Miliardi, che sono anche investiti nelle principali società quotate a Milano.
Bessent, in pieno accordo con il presidente Donald Trump, preme da mesi su Powell perché abbassi i tassi d’interesse e partecipi al nuovo «miracolo americano», fatto di dollaro ai minimi ed esportazioni record di petrolio. Il banchiere centrale, uomo ruvido e membro dell’establishment finanziario al cento per cento, invece va per la sua strada. Lo scontro non è neppure tanto sotterraneo, anche se il mese prossimo scadrà il secondo mandato da presidente di Powell, che tuttavia può restare fino al 2028 come consigliere «semplice». In ogni caso, come se stesse per scoppiare un’altra guerra, ministro del Tesoro e capo della Fed hanno convocato nella capitale Jane Fraser di Citigroup, Ted Pick di Morgan Stanley, Brian Moynihan di Bank of America, Charlie Scharf di Wells Fargo e David Solomon di Goldman Sachs. Un sesto banchiere, Jamie Dimon di JP Morgan, non ha potuto partecipare. Avrebbe aggiunto altri 3.750 miliardi di asset alla già enorme somma di cui sopra, sfondando il muro dei 10.000 miliardi di dollari (due volte il pil della Germania). I cinque uomini d’oro si sono visti la sera prima della riunione con il governo ed è probabile che si siano scervellati sulle sue ragioni. Forse, come tutti i banchieri, avranno temuto nuove tasse o altre fregature in arrivo. E invece no, come hanno raccontato per primo Financial Times e Bloomberg, sono stati «messi in guardia».
Bessent e Powell hanno spiegato ai banchieri che Claude richiede di alzare il livello di precauzione e difesa dei loro sistemi informatici. Il più accorato sarebbe stato il ministro del Tesoro, per il quale l’IA del gruppo entrato in contrasto con il Pentagono ha una preoccupante capacità di rilevare vulnerabilità nella sicurezza informatica.
Inutile dire che l’interlocuzione tra Tesoro, Fed e banche sistemiche è del tutto normale, ma le modalità e i tempi del summit dedicato ad Anthropic non sono normali e fanno pensare che contro la società dei fratelli Amodei sia nata una Santa Alleanza, formata da Bessent e Powell, ma forse anche dalle stesse banche convocate. E si intravede sullo sfondo una possibile azione sui big dell’industria.
Anthropic è in causa con il governo federale e mesi fa ha rotto ogni collaborazione raccontando urbi et orbi che il Pentagono le avrebbe chiesto specifiche di prodotto «eticamente incompatibili» con il proprio modello di business. In soldoni, il coriaceo Amodei, californiano di nascita ma di padre toscano, ha fatto capire che la Difesa Usa tentava di usare la sua IA in modo poco democratico. La levata di scudi ha sicuramente pagato e tre giorni fa Anthropic ha comunicato di aver raggiunto i 30 miliardi di dollari di fatturato annualizzato, un valore che è triplicato in soli 12 mesi. I grandi clienti di Claude sono oltre un migliaio e tra questi ci sono nomi come Google, Broadcom, Apple, Microsoft e Nvidia. Specialmente i giganti del software, che hanno perso in Borsa molto terreno rispetto a OpenAI/GhatGPT, non possono rischiare di restare tagliati fuori da questa partita. Anche una banca convocata al summit di martedì, Jp Morgan, ha avviato una sperimentazione con Anthropic, e per combinazione è proprio quella che non ha poi potuto partecipare.
Il gruppo di Dario Amodei, che per altro viene da anni di lavoro in OpenAi, è consapevole che il suo ultimo prodotto apre tante porte, non tutte opportune in termini di cybersicurezza. Durante i primi colloqui avuti con gli ingegneri del governo, Anthropic ha avvertito che Claude «ha raggiunto un livello di capacità di programmazione tale da poter superare tutti, tranne gli esseri umani più esperti, nell’individuazione e nello sfruttamento delle vulnerabilità del software». E quindi ha optato per un lancio limitato a poche grandi aziende, anche per testare sul terreno possibili rischi. Amodei, però, nei giorni scorsi ha ribadito che se la sua IA si presta ovviamente anche a usi scorretti, «ma se usata bene, ci offre la possibilità concreta di avere un internet e un mondo più sicuri». A novembre era stato lo stesso Amodei ad ammettere che un gruppo cinese aveva usato Claude per fare un attacco informatico contro obiettivi governativi Usa.
Oltre agli aspetti di sicurezza informatica, sul tavolo della Santa Alleanza delineata a Washington resta il problema dell’uso quotidiano dell’IA nelle procedure aziendali, con tutti gli effetti che questa può avere in termini di posti di lavoro e competitività. Nelle prossime settimane si vedrà se questa Santa Alleanza allargata ai banchieri sarà soltanto difensiva.
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Viktor Orbán (Ansa)
Oleodotto pronto in primavera. Governo ungherese accusato di campagne denigratorie contro Magyar. L’Ue valuta lo stop ai fondi alla Serbia per la sua vicinanza alla Russia.
Secondo un sondaggio condotto dall’Istituto Publicus per Népszava tra il 7 e il 9 aprile e su un campione di 1.004 persone, otto ungheresi su dieci hanno sentito dire che, in base alle informazioni rese pubbliche poche settimane fa dall’investigatore di polizia Bence Szabó, l’Ufficio per la protezione della Costituzione avrebbe tentato di distruggere il partito Tisza del candidato Péter Magyar utilizzando mezzi dei servizi segreti.
Si tratterebbe di un gruppo composto da ex funzionari della sicurezza nazionale, poliziotti, esperti informatici, finanziato con fondi pubblici e incarichi dei servizi segreti, specializzato in diffamazioni politiche, attivo contro i partiti di opposizione attraverso una società di cybersicurezza aperta nel 2021. Malgrado la campagna denigratoria governativa, nonostante i soldi, le pratiche clientelari, i pacchi doni distribuiti dallo Stato a rom ed emarginati per «fare il voto giusto», come denunciato da più parti, alla vigilia delle elezioni l’ex alleato del premier uscente nelle proiezioni risulta sempre in netto vantaggio su Viktor Orbán di Fidesz, in carica da 16 anni .
La capacità di Péter Magyar e del suo staff di rispondere efficacemente alle campagne diffamatorie è stata sottolineata anche dall’analista politico Zoltán Somogyi secondo il quale «sarebbe sorprendente se Fidesz vincesse le elezioni». Sottolineando la posta in gioco internazionale delle elezioni ungheresi e «la lotta tra i servizi segreti occidentali e russi», l’esperto ha però aggiunto di ritenere che Magyar abbia perso un’occasione non criticando il rapporto tra Orbán e Trump e non approfondendo le questioni di politica estera.
Ieri, un assist a Orbán è arrivato da Volodymyr Zelensky che in un contesto di forte tensione con l’Ungheria a causa delle interruzioni nelle forniture di petrolio russo, ha dichiarato che entro la primavera sarà completato il ripristino dell’oleodotto Druzhba, danneggiato a fine di gennaio. Venerdì mattina, erano già stati espressi oltre 231.000 voti per corrispondenza, soprattutto da ungheresi residenti in Romania, Serbia, Germania.
E a proposito della nazione balcanica, la Commissione europea sta valutando la possibilità di interrompere fino a 1,5 miliardi di euro in fondi e sovvenzioni. Il blocco sarebbe dovuto alle riforme giudiziarie promosse dal presidente serbo Aleksandar Vučić, che rappresentano un «grave passo indietro» secondo la commissaria europea per l’allargamento, Marta Kos, e alla continua cooperazione della Serbia con Mosca in una «narrativa anti Ue» della politica di Belgrado.
L’interferenza di Bruxelles produce così l’effetto di allentare il processo di adesione del Paese alla Ue.
Tornando alle ultime battute della campagna elettorale in Ungheria, ieri era diventato virale un video del regista Gábor Herendi sui social. Invitava: «Andate a votare, perché conta davvero chi siede sulla sedia del regista. Non c’è bisogno di comprare un biglietto, basta cogliere l’occasione. Cambiamo il sistema! Ora o mai più!», mentre si vede la didascalia della frase finale «o mai più» barrata in rosso, come sullo sfondo degli striscioni del partito Tisza.
Tra video e fumetti creati con l’intelligenza artificiale per screditare il «traditore» Magyar, l’avvocato ex funzionario dell’apparato Fidesz ed ex marito di Judit Varga (già ministro della Giustizia), con Trump che ribadisce l’appoggio a Orbán, la realtà ungherese è che domani gli elettori si recheranno alle urne scegliendo essenzialmente tra due candidati entrambi di destra.
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Si chiude con successo la missione Artemis II: la capsula Orion è rientrata sulla Terra con ammaraggio nel Pacifico dopo dieci giorni di volo e il sorvolo della Luna. L’equipaggio, recuperato al largo della California, è in buone condizioni. Per la Nasa si apre ora la fase decisiva del programma lunare.






