
Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa)
Il presidente russo è arrivato a Pechino, anche per avere il via libera alla costruzione di un nuovo gasdotto tra i due Paesi. Sullo sfondo, l’ipotesi di un’intesa con Washington.
Accolto dal ministro degli Esteri cinese Wang Yi, Vladimir Putin è atterrato ieri sera a Pechino, dove dovrebbe incontrare oggi Xi Jinping: una visita, quella del presidente russo nella capitale cinese, che avviene pochi giorni dopo quella di Donald Trump.
Ci si attende che il capo del Cremlino e Xi discuteranno di vari temi: dalla guerra in Ucraina a quella in Iran passando per i rapporti con gli Stati Uniti. In particolare, il consigliere di Putin, Yury Ushakov, ha affermato che i due leader promuoveranno l’«instaurazione di un mondo multipolare», nonché «un nuovo tipo di relazioni internazionali». Ma cerchiamo di entrare maggiormente nel dettaglio.
Per quanto riguarda la questione ucraina, la guerra si sta protraendo ormai da oltre quattro anni. Secondo quanto riferito dal Financial Times, Xi, durante il suo recente incontro con Trump, avrebbe dichiarato che lo zar potrebbe pentirsi di aver invaso l’Ucraina. Il governo cinese, ieri, ha ufficialmente smentito, non senza imbarazzo, questa rivelazione. Tuttavia, qualora l’affermazione fosse stata realmente pronunciata, ciò dimostrerebbe un crescente fastidio da parte di Pechino per il protrarsi del conflitto in Ucraina. Putin, dal canto suo, ha bisogno di rafforzare i legami con Xi proprio per rafforzare la sua posizione negoziale in vista di eventuali colloqui diplomatici sulla crisi ucraina. Passando poi all’Iran, sia Mosca che la Repubblica popolare intrattengono stretti legami con il regime khomeinista. Xi e Putin sperano che Trump finisca con l’impantanarsi. Al contempo, però, temono la crescente pressione a cui è sottoposta la Repubblica islamica. Dopo la caduta di Bashar al Assad in Siria nel 2024, entrambi non possono permettersi di perdere un altro alleato mediorientale.
Un ulteriore dossier sul tavolo sarà quello energetico. Anche per far fronte alle sanzioni occidentali, lo zar spera di ottenere dal presidente cinese il via libera per la realizzazione del gasdotto Power of Siberia 2, che incrementerebbe decisamente l’export di gas russo verso la Cina. Tuttavia, come sottolineato ieri da Cnbc, la Repubblica popolare, almeno finora, non ha avuto fretta di approvare questo progetto. Senza dubbio, i due presidenti affronteranno anche la questione commerciale, per intensificare i rapporti economici tra Mosca e Pechino. «Le regolari visite reciproche e i colloqui ad alto livello tra Russia e Cina sono una parte importante e integrante dei nostri sforzi congiunti per promuovere l’intera gamma delle relazioni tra i nostri due Paesi e liberare il loro potenziale davvero illimitato», ha affermato ieri Putin, secondo la Tass. E poi emerge ovviamente il rapporto con gli Stati Uniti. Stando al Financial Times, Trump avrebbe intenzione di proporre un fronte comune con Mosca e Pechino contro la Corte penale internazionale. Tuttavia, più in generale, le tre potenze stanno effettuando un complicato minuetto, ciascuna con le proprie debolezze.
Trump rischia seriamente il pantano in Iran, mentre la Corte Suprema degli Stati Uniti gli ha bocciato parte della politica sui dazi. Xi, dal canto suo, mira a intestarsi il ruolo di kingmaker diplomatico, ospitando il presidente russo e quello americano nel giro di pochi giorni. Tuttavia, il leader cinese inizia, al contempo, ad avvertire la pressione della crisi di Hormuz, mentre l’economia della Repubblica popolare continua a riscontrare problemi di consumo interno. Senza poi trascurare la significativa perdita d’influenza geopolitica di Pechino sull’America Latina nell’ultimo anno e mezzo. Putin, infine, è preoccupato dal protrarsi della guerra in Ucraina e, davanti alla Cina, nutre sentimenti contrastanti: da una parte punta a rafforzare i legami con Xi per avere più potere contrattuale verso Kiev e l’Occidente; dall’altra, ha paura che l’abbraccio con il Dragone diventi soffocante, spingendo Mosca verso una progressiva subordinazione nei confronti di Pechino. Inoltre, se è vero che la Russia ha tratto alcuni benefici economico-energetici dalla crisi di Hormuz, dall’altra parte, lo zar, dopo la caduta di Assad, sta facendo fatica a recuperare influenza nella regione mediorientale. È anche per questo che sta cercando da tempo di ritagliarsi un ruolo di mediazione tra Washington e Teheran.
Insomma, tutti e tre i presidenti sono alle prese con delle serie difficoltà: difficoltà che il burrascoso quadro internazionale rischia di incrementare ulteriormente. Non è allora improbabile che i viaggi di Trump e Putin a Pechino, così come la loro telefonata di fine aprile vadano inseriti in una cornice più ampia: quella di una sorta di Jalta 2.0. Spinti proprio dai rispettivi problemi, i tre leader potrebbero cercare di puntare a un accordo per tentare di ridurre l’instabilità globale: un accordo di cui, chissà, potrebbero aver iniziato a parlare già l’anno scorso Trump e Putin ad Anchorage (del resto, sarà un caso, ma ieri anche il presidente americano ha smentito la notizia secondo cui Xi gli avrebbe detto che lo zar si sarebbe pentito di invadere l’Ucraina). Questo non significa che una eventuale intesa disinnescherebbe la competizione geopolitica tra Washington e Pechino. Potrebbe però «razionalizzarla», inserendola su binari più specifici e meno caotici. Sia chiaro: non sappiamo con certezza se questo progetto stia realmente bollendo in pentola. L’unica cosa certa al momento è la totale inconsistenza geopolitica e diplomatica dell’Ue. Una Ue che, mentre le potenze trattano e competono, viene sistematicamente lasciata fuori dalla porta. Senza peso né strategia.
Continua a leggereRiduci
Un fermo immagine tratto da un video mostra l'automobile che ha travolto alcuni pedoni in centro a Modena il 16 maggio 2026
L’inchiesta sull’autore del macello di Modena parte «morbida»: con queste premesse finirà in clinica e sarà liberato dopo pochi anni. Ma il gip: «Voleva uccidere più persone possibile e non pare a causa del disturbo schizoide. Pericolo di fuga: forti legami in Marocco».
Se domattina a qualcuno di voi venisse in mente di mettersi al volante della propria auto e, per scaricare la rabbia, decidesse di tirare sotto quante più persone possibile, stia tranquillo. E pure se vi siete portati appresso un coltellaccio per sgozzare qualche cristiano, rimanete rilassati. A nessun pm, soprattutto se siete stranieri e dite di aver visto il diavolo e di sentirvi perseguitati dalla mafia, verrà in mente di indagarvi accusandovi di strage premeditata.
Di certo non vi verrà contestata l’aggravante della finalità terroristica e neppure l’odio razziale, perché è evidente che volevate accoppare un po’ di persone, ma non in quanto italiani, prova ne sia che avete investito pure qualche straniero.
Sì, al momento la Procura di Modena contesta a Salim El Koudri la tentata strage e le lesioni aggravate, ma esclude tutto il resto. È vero, aveva scritto di voler bruciare Gesù Cristo e aveva definito i fedeli «cristiani di merda», ma poi si è pentito e, come ha detto il suo avvocato, ha chiesto la Bibbia e pure di vedere un prete. Come è evidente, il passaggio successivo sarà che, oltre a invocare la Madonna, verrà chiesta la perizia psichiatrica e, dunque, l’autore della strage di sabato finirà in qualche clinica. Da dove, dopo qualche anno, sarà liberato e messo in prova, in attesa che combini altri guai.
L’esclusione da parte della magistratura delle aggravanti ha ovviamente delle conseguenze e non soltanto dal punto di vista giudiziario. Da un lato, stabilire che, nonostante sia uscito di casa con l’intenzione di uccidersi («Pensavo che sarei morto») e di uccidere, El Koudri non avrebbe premeditato una strage, significa alleggerirne la situazione. E così pure escludere le finalità terroristiche e di odio razziale. Ma dire che non esiste l’aggravante terroristica equivale anche a privare le vittime della tutela del fondo apposito a sostegno di chi sia rimasto ferito a seguito di attentati.
L’assistenza medica durante il periodo in ospedale è a carico del Sistema sanitario nazionale, ma poi quale aiuto anche economico avrà chi ha avuto entrambe le gambe amputate? Non essendo italiana, probabilmente non otterrà neppure la pensione d’invalidità, mentre l’autore della strage - essendo cittadino italiano - avrà tutte le cure, anche psichiatriche, di cui ha bisogno. Per non dire, poi, dell’assicurazione. È vero che la responsabilità civile risponde anche quando il gesto non sia dovuto a colpa ma a dolo. E, però, si tratta di vedere quale è la copertura della polizza, se cioè sia o meno capiente per pagare i risarcimenti e i costi delle cure. E come abbiamo visto nel caso di Crans-Montana, le parcelle non sono certo condizionate dal dolore o dalle colpe di chi è all’origine di una tragedia. Spiego tutto questo perché ho la sensazione che, una volta passato il tempo, tutto venga dimenticato in fretta, archiviando il dramma delle vittime e ignorando le cause che hanno portato alla strage.
Ammesso e non concesso che l’attentato abbia origine dalla follia di una persona che si sentiva emarginata e sradicata, temo purtroppo che avremo modo di affrontare altri casi di disagio da immigrazione. Ho ricordato ieri gli omicidi di Adam Kabobo, un ghanese che ammazzò a colpi di piccone tre passanti e a cui la Cassazione abbassò la pena riconoscendogli un parziale vizio di mente, e di Said Mechaquat, un marocchino che uccise un ragazzo «perché era felice». Due casi che dimostrano come, pur non avendo servizi di igiene mentale in grado di curare gli italiani, importiamo stranieri con patologie mentali gravi.
E a conferma di ciò, segnalo un episodio di ieri. Un gambiano di 30 anni è stato fermato alla stazione Centrale di Milano mentre cercava di salire su un treno con un machete. L’uomo, residente a Modena come El Koudri, ha svariati precedenti penali oltre al permesso di soggiorno scaduto e siccome era particolarmente agitato gli agenti hanno dovuto usare il taser. Ma tranquilli, non è salito in macchina. Almeno per ora.
Continua a leggereRiduci
Piazza Duomo a Milano presa d'assalto dai maranza nel capodanno 2025 (Ansa)
Se i primi stranieri avevano come priorità la sopravvivenza, la seconda generazione odia lo Stato che ha accolto i propri padri. E trova nel terrorismo islamico la vendetta.
Chissà quanto ancora si discuterà sul grado di follia, di italianità e di fanatismo islamico di Salim El Koudri, il giovane autore della tentata strage di Modena. È una discussione accademica che punta ad allontanare dalle nostre menti l’incubo che d’ora in avanti anche noi, dopo francesi, belgi, spagnoli e tedeschi, potremmo trovarci a fare i conti con il terrorismo islamico. Mettiamo una cosa in chiaro: il terrorismo non è uno stato della psiche, è il modus operandi con cui persone evidentemente poco equilibrate mirano a seminare il terrore colpendo nel mucchio.
In questo senso, quanto sano o quanto malato che sia, Salim El Koudri è un terrorista e il fatto che al momento non risulti una sua radicalizzazione nel senso classico della parola (affiliazione a gruppi jihadisti) non solo non mi tranquillizza ma semmai mi preoccupa ancora di più. Perché pone un problema inedito ed enorme, quello degli immigrati di seconda generazione. El Koudri non era un poveraccio allo sbando, l’Italia gli aveva permesso di integrarsi fino a completare il ciclo di studi e laurearsi. Eppure quando ha deciso di vendicare i suoi personali insuccessi ha scelto la strada classica del terrorismo islamico.
E qui sta l’inquietante novità che potenzialmente riguarda se non tutti certamente tanti immigrati «italiani» o «italianizzati». A differenza dei loro padri, sbarcati in Italia tra mille peripezie, sofferenze e problemi, il loro problema non è la pura sopravvivenza, né il sogno di stabilizzarsi in una sorta di terra promessa dove già si trovano. Qualcuno dei loro padri ce l’ha fatta (pare anche i genitori di Salim), altri sono finiti nelle mani della criminalità organizzata, altri ancora hanno scelto di delinquere in proprio rinunciando anche solo al tentativo di integrarsi. Ma nessuno di loro si è mai messo in testa di fare la guerra allo Stato che li stava ospitando sia pure in modo precario, semmai hanno ignorato sistematicamente le leggi e le regole che erano tenuti a rispettare. Insomma, nel bene o nel male, gli immigrati di prima generazione avevano e hanno altro per la testa, priorità diverse che occuparsi dei «cristiani di merda», come invece ha fatto Salim.
Se uno analizza gli attentati islamisti che hanno scosso l’Europa - dal Bataclan a Nizza - scopre che gli autori sono stati tutti immigrati di seconda generazione con una follia in testa ben precisa: vendicare le sofferenze dei genitori, le proprie frustrazioni e innescare la guerra contro gli infedeli nel nome di Allah. Contando su due fattori: la copertura culturale e politica delle sinistre europee anti occidentali, la saldatura con i movimenti estremisti no global.
In questo senso i segnali di allarme non sono mancati. Nell’ottobre del 2025 dopo i violenti scontri tra centri sociali e forze dell’ordine a Torino, il prefetto non ebbe dubbi: «La novità è che gli antagonisti hanno coinvolto gli immigrati di seconde generazioni delle periferie». E che dire di ciò che accadde nel 2022, quando qualche migliaio di giovani immigrati di prevalentemente di seconda generazione misero a ferro e fuoco il lungolago del Garda tra Peschiera e Castelnuovo al grido di «Siamo venuti a riprenderci il nostro territorio, l’Africa deve venire qui». E ancora. Novembre 2025: spedizione punitiva contro un maestro di una scuola elementare, nel quartiere torinese di Barriera di Milano. A organizzarla sarebbe stato un gruppo di «maranza» auto proclamatisi giustizieri, guidati dall’influecer Don Alì, di origini marocchine ma cresciuto a Torino, che dopo l’aggressione ha alimentato la gogna mediatica pubblicando su Instagram un video con il volto del maestro.
Morale: giustamente noi siamo concentrati sul contrastare le ondate migratorie e i problemi di legalità e sicurezza che comportano. Ma non ci siamo mai posti il problema del «dopo», della convivenza con persone ufficialmente integrate, o con una certa leggerezza catalogate come «italiani», e quindi teoricamente non offensive. Non tutte, certamente, costituiscono una minaccia, ma il caso di Salim El Koudri, matto o non matto non importa, è un campanello di allarme che sarebbe grave sottovalutare.
Continua a leggereRiduci
True
2026-05-20
Il gip va contro i pm: «El Koudri ha colpito ma nulla ci conferma che sia davvero folle»
- La toga silura la Procura che esclude il terrorismo: «Voleva infierire il più possibile. E c’è il rischio di reiterazione del reato».
- Senza contestazione di crimini legati al fondamentalismo, la Rc auto scatta in maniera automatica per proteggere i terzi. In seguito la compagnia può rivalersi sull’investitore.
Lo speciale contiene due articoli
Non ha risposto alle domande del gip di Modena, durante l’udienza di convalida del fermo, Salim El Koudri, l’uomo che con la sua auto, sabato 16 maggio, ha falciato deliberatamente sette persone che camminavano sul marciapiede in pieno centro a Modena. Assistito dall’avvocato Fausto Gianelli, il trentunenne nato a Bergamo ma di origine marocchina deve rispondere delle accuse di strage e lesioni aggravate dall’uso del coltello contestate dalla Procura di Modena guidata dal procuratore Luca Masini che coordina l’indagine con il pm Monica Bombana. La pubblica accusa ha chiesto la conferma del carcere e, nel pomeriggio, il gip Donatella Pianezzi ha sciolto l’iniziale riserva e convalidato l’arresto dell’indagato.
Nell’ordinanza, il gip sottolinea che era chiara la sua volontà di dirigere la Citroen C3 che guidava nella direzione più adatta a colpire più gente possibile. El Koudri, come ricostruito, inizialmente punta il marciapiede del lato destro di via Emilia, dove colpisce i primi pedoni e una ciclista. Poi si rimette in carreggiata e, poiché le persone riescono a schivarlo, punta direttamente il marciapiede sul lato sinistro che era in quel momento molto affollato. La Pianezzi evidenzia anche che «trattandosi di un soggetto che non ha in Italia un lavoro stabile, non ha una compagna e una famiglia propria ad eccezione dei genitori e della sorella, si può prevedere che lo stesso - se lasciato libero - possa lasciare il nostro Paese per fare rientro in Marocco, dove avrebbe una famiglia a fornirgli sostegno e riuscendo così a sottrarsi alle gravi conseguenze che derivano dall’azione delittuosa compiuta». Oltre al perciolo di fuga, per il gip c’è pure il rischio di reiterazione del reato.
Per il momento gli inquirenti non hanno contestato a El Koudri né l’aggravante del terrorismo o dell’odio razziale né la premeditazione. Va detto che l’articolo 270 sexies del codice penale, introdotto nel 2005 dopo gli attentati di Londra, considera «con finalità di terrorismo le condotte che, per la loro natura o contesto, possono arrecare grave danno a un Paese o a un’organizzazione internazionale e sono compiute allo scopo di intimidire la popolazione o costringere i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto o destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale». Detto in parole povere, senza una cornice che permette di contestare queste intenzioni, l’aggravante delle finalità di terrorismo non può essere contestata. Anche se l’atto commesso viene percepito dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica come un attentato terroristico.
El Koudri ha, però, fornito agli inquirenti il codice di sblocco del telefono, consentendo quindi ai pm di poter scandagliare ogni aspetto della sua vita «virtuale». E proprio da questi accertamenti potrebbero scaturire elementi in grado di confermare l’attuale impianto accusatorio o di gettare le basi per la contestazione di aggravanti. Ma su questo punto il legale di El Koudri ha spiegato che la scelta di consegnare la password «non è legata a capire cosa è successo sabato 16 maggio, ma per scavare a fondo in questo quadro di disagio psichiatrico e per capire, tramite i contatti presenti nel cellulare, se qualcuno si è inserito e si è approfittato di questi disturbi mentali». «Conservava tutto con cura», ha spiegato Gianelli, «e si potranno ricostruire anni di comunicazioni, mail, cronologie e navigazioni». L’ipotesi che il difensore dell’uomo sembra lasciar trasparire da queste parole è, quindi, che qualcuno, facendo leva sui problemi psichici di El Koudri, possa averlo trasformato in una sorta di «lupo solitario» in maniera non consapevole.
Secondo Gianelli, che ha già annunciato l’intenzione di chiedere una perizia psichiatrica, il suo assistito «sentiva delle voci, non dormiva più e aveva la tachicardia». E proprio le voci sarebbero uno dei motivi per cui l’investitore, nel 2023, «va al centro di salute mentale, dove lo prendono in carica». E ancora: «Quando si reca personalmente al centro di salute mentale di Castelfranco, gli viene diagnosticato un disturbo schizoide della personalità». Un disagio che, per il legale, «non sarebbe stato curato adeguatamente e che oggi è arrivato al limite estremo». La battaglia legale sembra, quindi, destinata a finire sul binario dell’imputabilità o meno di El Koudri, a causa dei suoi problemi psichici. Nell’ordinanza, il gip evidenzia, però, che «non vi sono allo stato elementi per ritenere che il gesto da lui compiuto sia conseguenza di tale patologia né che lo stesso fosse incapace di intendere e di volere al momento della commissione del fatto».
Al momento, in caso di condanna, il reato spalancherebbe per lui le porte del carcere per lungo tempo. La pena prevista dall’articolo 422 del codice penale «in ogni altro caso» da quelli che vedono la morte di una o più persone è, infatti, «non inferiore a 15 anni», ai quali andrebbe, poi, sommata la pena le lesioni personali aggravate. Ma in caso di decesso di uno o più feriti, la pena per l’investitore diventerebbe automaticamente, per il solo reato di strage, quella dell’ergastolo.
Un’ipotesi che sembra allontanarsi, visto che le condizioni di tre dei feriti dall’assalto di sabato pomeriggio migliorano. In particolare per i due i pazienti più gravi, ricoverati all’Ospedale Maggiore di Bologna - due coniugi italiani entrambi di 55 anni - le condizioni cliniche, seppur critiche, lentamente migliorano, anche se la prognosi resta riservata.
No aggravante? L’assicurazione paga
Alla fine, almeno per le assicurazioni, la tentata strage di Modena si riduce alla domanda più banale. Salim aveva la patente in regola? La polizza era pagata? Benvenuti nel mondo delle garanzie a quattro ruote.
Da quanto risulta, tutti i documenti dell’auto sono in regola e l’assicurazione stipulata dalla compagnia Great Lakes, appartenente al colosso tedesco Munich Re, è stata pagata. Se la Procura non contesterà l’accusa di terrorismo, il responsabile del raid di sabato sarà trattato come un normale automobilista. Non importa se il suo gesto criminale abbia provocato otto feriti, di cui un paio gravi, panico in strada e una domanda immediata: chi paga? La risposta è quella di sempre: pagherà l’assicurazione. Perché la Rc auto nasce con uno scopo sacrale: proteggere i terzi danneggiati. Non il conducente. Non il proprietario della macchina. E neppure il pirata della strada. Il soggetto da salvare è quello che stava camminando tranquillamente sul marciapiede e si è trovato, d’improvviso sotto un cofano. Così, mentre i magistrati discutono di dolo, volontà omicida e strage, la compagnia assicurativa si ritrova davanti alle stesse identiche verifiche che scatterebbero dopo un tamponamento in tangenziale. Libretto. Patente. Premio pagato. Fine.
Qualche scappatoia esiste. Alcune compagnie, in casi del genere, provano a sostenere che non siamo nel campo della «circolazione stradale» ma nell’uso dell’auto come arma impropria. Quindi, niente copertura. Tesi suggestiva. Ma difficile da sostenere nei tribunali. Perché l’obiettivo è la tutela delle vittime. Se il danno nasce comunque dall’utilizzo di un veicolo in circolazione, il risarcimento ai terzi resta in piedi anche in presenza di dolo. Non importa nemmeno se l’intenzione era quella di compiere una strage. In sostanza: prima si pagano i feriti, poi eventualmente si presenta il conto al responsabile.
È qui che arriva il secondo tempo della storia. La compagnia assicurativa infatti può esercitare la cosiddetta «rivalsa»: versa milioni ai danneggiati e poi bussa alla porta dell’investitore chiedendo indietro tutto. O almeno il possibile. Per i feriti, cambia molto. Tutto a loro vantaggio. Perché significa poter chiedere il risarcimento ad un soggetto solvibile. Non a un imputato magari nullatenente, ma una compagnia d’assicurazione obbligata a intervenire. E se perfino la compagnia riuscisse a sfilarsi dal procedimento - oppure se l’auto fosse senza copertura - resterebbe comunque il Fondo vittime della strada gestito da Consap. Lo Stato, in altre parole, costruisce una rete perché il danneggiato non resti senza risarcimento. C’è il danno ma, fortunatamente non si aggiunge la beffa. Il dettaglio decisivo, almeno per ora, è proprio quello che manca nel fascicolo: il terrorismo. Se la Procura avesse imboccato quella strada, il quadro giuridico sarebbe diventato molto più accidentato, con conseguenze anche sul piano assicurativo e sulla qualificazione dell’evento. Invece l’accusa è strage. Che, attenzione, non richiede necessariamente dei morti.
Nel frattempo, mentre il Codice penale discute di strage, dolo eventuale e aggressione volontaria, il codice delle assicurazioni resta ancorato alla concretezza della vita quotidiana. E, dunque, alla fine della catena giuridica, la domanda resta quasi quella che vale sempre patente valida o scaduta? Bollo della polizza pagato oppure no?
Continua a leggereRiduci





