Ecco #DimmiLaVerità del 18 febbraio 2026. L'eurodeputata della Lega Anna Maria Cisint ha presentato una proposta per bandire i Fratelli Musulmani dai Paesi europei.
Stefano Ceccanti (Ansa)
Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd: «La riforma è la logica conseguenza della modifica alla Costituzione del 1999, votata dalla sinistra. Mi preoccupa l’Anm schierata: i cittadini vedranno i magistrati come una parte».
Professor Stefano Ceccanti, costituzionalista ed ex parlamentare Pd, lei è a favore della riforma della giustizia. Il dibattito è ridotto allo scontro tra due tifoserie?
«L’errore è stato fatto in Parlamento, perché il clima sbagliato è nato lì, da parte di tutti. Tanto più che, essendo questa riforma la conseguenza logica di quella dell’articolo 111 della Costituzione fatta insieme nel 1999, si sarebbe potuti arrivare tranquillamente a un voto di due terzi, senza referendum».
I giudici in Italia sono neutrali, come impone la Costituzione?
«Il cambiamento col nuovo processo accusatorio e poi col nuovo articolo 111 è radicale, di modello. Non si cambia un modello radicato solo con un nuovo codice perché le persone possono continuare inerzialmente come prima. Per questo i parlamentari, rispetto a tante resistenze, vollero il giusto processo anche in norma costituzionale. Riprendiamo il nuovo 111: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale.” La Costituzione, e non più solo il codice, lo impone dal 1999: purtroppo allora, a causa delle polemiche tra i pm di Milano e Berlusconi, non si fece subito il passaggio ulteriore sul Csm».
Il punto principale è il doppio Csm. Ma in tanti sostengono che le carriere dei magistrati siano già «separate».
«Certo che il punto centrale è lo sdoppiamento del Csm, perché separare le carriere non vuol dire tanto impedire i salti dall’una all’altra, ma non avere più un organo di governo del sistema dove siede una sola delle due parti e il giudice terzo. Quest’ultimo deve essere equidistante, e quindi non può stare in un organo con una sola delle due parti».
Tra giudici e pm esiste «contiguità»?
«Sì: nelle fasi preliminari i giudici che intervengono (i gip e i gup) sentono la pressione dei media giustizialisti, dall’altro lato ancora temono i possibili riflessi negativi sulle proprie carriere da parte del Csm unico, dove siedono anche i pm. Così, nel 95-100% dei casi, finiscono col dare lassenso alle richieste dei pm, con grave danno per i cittadini. Molti rinvii a giudizio di cause che dovrebbero fermarsi subito, sono il frutto di questa commistione. È vero che alla fine le assoluzioni superano il 40%, ma intanto il processo lo subisci».
L’altro tema è quello delle sanzioni per gli errori giudiziari. L’Alta Corte sarà la soluzione?
«È dal 1991 che la Commissione Paladin propose di superare il doppio ruolo del Csm, per un verso di alta amministrazione e per un altro di giurisdizione, creando un organo ad hoc. È una riforma che da allora è stata largamente condivisa. Stava nel programma Pd delle politiche 2022. La cosa importante, per non essere un organo punitivo, è che i magistrati abbiamo una maggioranza, che qui è di tre quinti».
Lo strumento del sorteggio non minerà la credibilità dei due Csm?
«Credo che sarebbero stati preferibili i collegi uninominali (rifiutati dall’Anm quando furono proposti), ma che il sorteggio, rendendo più liberi i singoli dalle appartenenze, sia comunque un miglioramento. Non spariranno le correnti, utili come luoghi di elaborazione, ma sparirà la loro attuale tendenza a comportarsi come partititi che ne ha fatto il centro decisionale nel Csm a danno dell’autonomia dei singoli magistrati. Accanto all’indipendenza esterna, c’è il problema di tutelare quella interna».
Gli avversari della riforma dicono: la magistratura, se passa il Sì, non sarà più indipendente.
«La riforma rende più liberi i giudici rispetto ai pm, non cambia i rapporti tra giustizia e politica».
Cosa pensa dell’Anm, che si è schierato in blocco per il No?
« Mi preoccupano gli effetti per il dopo referendum. I cittadini si saranno abituati a vedere i magistrati come una parte».
Il procuratore Gratteri sostiene che la riforma sia una «vendetta della politica per Tangentopoli» e che a votare Sì «saranno gli imputati e la massoneria deviata».
«Penso che il vostro quotidiano, che è sempre stato critico nei confronti del presidente Napolitano, dovrebbe fare autocritica almeno su un punto, e cioè sul suo rifiuto di nominare il procuratore Gratteri ministro della Giustizia, quando glielo propose Renzi».
Pensa che il centrosinistra dovrebbe ripensare la sua filosofia sui temi inerenti alla giustizia?
«Penso che dovrebbe cambiare linea sulle questioni istituzionali, esattamente come dovrebbe cambiarla la maggioranza di governo. Nessuno dei due schieramenti sembra capace in questa legislatura di accogliere l’invito del presidente Mattarella: distinguere le materie ordinarie su cui essere alternativi da quelle che toccano le regole del gioco in cui è conveniente per tutti, specie per il Paese, cercare convergenze».
Ci saranno defezioni nel Pd?
«Molte defezioni pubbliche si vedono, da parte di persone che privilegiano il merito della riforma; se ce ne saranno altre nel segreto del voto non sono sicuro, ma penso di sì».
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Andrea Delmastro (Imagoeconomica)
Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro: «La reclusione nel Paese d’origine di chi commette reati è possibile solo con il consenso del reo. Il ricorso del detenuto contro il provvedimento del giudice non dovrebbe più sospendere gli allontanamenti. Serve più durezza».
«Grazie all’operazione verità, fatta dalla Verità. Sono quotidianamente assediato da richieste di provvedimenti svuotacarceri, sul presupposto che saremmo un sistema carcerocentrico. Se abbiamo circa 60.000 detenuti e 144.822 persone “in area penale esterna”, vuol dire che sono più quelli fuori che dentro».
Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, interviene sul tema sollevato dal direttore Maurizio Belpietro nell’editoriale di ieri. Uno su cinque di coloro che usufruiscono di misure alternative alla detenzione è straniero. Ci sono 30.279 immigrati, condannati per reati anche reiterati, che restano in circolazione. Liberi di tornare a delinquere come spesso capita. Spedirli in galera sembra un’impresa quasi impossibile e, se ci sono stati, non si conoscono i provvedimenti di revoca delle pene alternative.
Sottosegretario, possibile che non ci sia una soluzione?
«La questione va affrontata soprattutto per i 50.000 stranieri con problemi di giustizia nel nostro Paese: oltre 30.000 in area esterna e 20.000 nelle carceri. Problema ancora più inquietante nel Nord Italia, dove maggiore è la presenza di immigrati. Basti pensare che nella casa circondariale Bozza di Bologna ci sono 377 detenuti italiani e 493 stranieri; al San Vittore di Milano gli italiani sono 318 e ben 621 gli stranieri».
E rispedire nei Paesi d’origine chi ha commesso reati in Italia?
«Le misure possibili sono due. La detenzione nel Paese d’origine di chi commette reati, che prevede però il consenso da parte del detenuto. Può essere d’accordo a scontare la pena ” casa sua”, dove magari ha famiglia, ma non è una strada che offre molte adesioni. Difficilmente chi ha assaggiato la civiltà delle nostre galere decide di tornare in Nord Africa o da dove proveniva».
Non credo che si dimezzerebbe il gran numero di stranieri condannati, che circolano per le nostre strade.
«Bisogna fare accordi. La scorsa settimana abbiamo siglato un trattato bilaterale con la Tunisia che si è resa disponibile, sempre previo consenso del detenuto, all’esecuzione penale presso il Paese d’origine. E stiamo spiegando questa opportunità ai detenuti, nella loro lingua. L’altra misura prevista è l’espulsione».
Ecco, appunto, perché non si ricorre più spesso all’allontanamento dello straniero che delinque?
«L’espulsione deve sempre passare da un provvedimento giudiziale, siamo riusciti ad aumentarne il numero del 20% da quando si è insediato questo governo e del 10% dal 2024 al 2025. C’è una difficoltà esecutiva che stiamo cercando di risolvere, perché gli Stati africani fanno resistenza legale a queste misure. Per loro non sono gravose, in quanto le persone espulse arriverebbero libere, ma invocano problemi di sicurezza. Vogliono il passaporto di chi intendiamo espellere, quando il più delle volte gli immigrati ne sono privi; vogliono essere certi che sia un loro connazionale, avanzano una richiesta molto formale di documentazione. Stiamo lavorando per ammorbidire le procedure».
Quindi, trovando i giusti accordi, l’espulsione è la strada più percorribile?
«Sicuramente. E bisognerebbe far sì che il ricorso del detenuto contro il provvedimento del giudice non sospenda più la misura dell’espulsione, come oggi avviene».
Intanto, come si mette un freno alle aggressioni degli «adulti in area penale esterna», che risultano fuori controllo?
«A fronte della violazione di talune prescrizioni in misura alternativa alla detenzione, bisognerebbe intervenire con più durezza. Ma non compete alla politica».
Lei non lo dice ma è evidente, deve essere la magistratura agire diversamente.
«Sono scelte di un altro potere. Certo, io non da sottosegretario ma da cittadino a volte mi chiedo perché persone che, pur beneficiando di una misura di grande magnanimità e generosità che è quella alternativa alla detenzione, violino le prescrizioni e non finiscano in carcere. La qualificazione giuridica del reato, la meritevolezza della misura alternativa sono fatti interpretativi. Ritengo che i provvedimenti dei giudici debbano essere eseguiti e rispettati, ma possono essere discussi».
Si riferisce a qualche provvedimento recente?
«Sono stranito di vivere in una nazione dove chi prende a martellate un poliziotto non viene imputato di tentato omicidio e beneficia immediatamente di una misura alternativa alla carcerazione preventiva. Non conosco il fascicolo processuale del vicebrigadiere condannato a tre anni per “eccesso colposo nell’uso legittimo di armi”, ma non ho visto altrettanta magnanimità».
Nemmeno le attenuanti generiche gli sono state concesse.
«Che in Italia non si negano a nessuno. A un carabiniere sì? Così come sono stranito che persone che sono già state giudicate per altri reati, pur violando determinate prescrizioni continuino a godere di questi privilegi alternativi. Devono tornare in carcere. Ritengo che i giudici debbano essere inamovibili, indipendenti ma non insindacabili: solo gli ayatollah rivendicano l’insindacabilità. Il premier Giorgia Meloni l’ha detto chiaramente, dobbiamo tutti lavorare per la sicurezza. Noi ci stiamo provando, però ognuno deve fare la sua parte».
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Mimmo Pesce
L’ospite-tifoso di Telelombardia Mimmo Pesce: «Ho parlato dell’handicap di mio figlio con il sorriso. Il Napoli ormai è fuori dalla lotta scudetto. Io superstizioso? No, ma il cornetto lo uso...».
Negli ultimi anni, Qui studio a voi stadio ha trovato in Mimmo Pesce - all’anagrafe Domenico Pesacane - uno dei suoi volti più riconoscibili e iconici. Le sue telecronache colorate, il legame diretto con il pubblico e la capacità di raccontare il calcio come se fosse allo stadio o al bar lo hanno reso un punto di riferimento per i tifosi e un fuoriclasse del ruolo. Ma Pesce non è soltanto il personaggio televisivo: è anche padre di Tommaso, un ragazzo autistico, e autore del libro Mio figlio è uno sgusciato.
In questa intervista racconta il suo percorso tra calcio e televisione, mettendo a fuoco anche l’uomo dietro una delle maschere più popolari e apprezzate del tifo italiano.
Nella tua bio su Whatsapp ti definisci «una grandissima testa di calcio».
«Esatto, proprio grandissima. Io credo di essere la più grande vera testa di calcio vivente. Anzi, l’unica. Poi, attenzione: il mondo del calcio è pieno di grandissime teste di calcio, è chiaro. Però ci sono i fuoriclasse e io sono l’esempio vivente».
Quindi non è una definizione casuale.
«Ma sì che è casuale. Le idee vengono così, non è che c’è un motivo. La mia ironia è evidente: io vivo sull’ironia, tutti i giorni. Però è anche una definizione che si presta a tante letture. Ed è questo che mi diverte».
A proposito di fuoriclasse: il direttore Fabio Ravezzani ti ha definito «il personaggio più caratterizzante di tutta la banda». Che effetto ti fa?
«Mi ha sorpreso e mi ha commosso, lo dico sinceramente. Non finirò mai di ringraziarlo, perché è evidente che lui ha saputo tirare fuori il meglio di me. Ha capito che quel tipo di approccio al calcio poteva essere una chiave interessante. E solo una persona intelligente può farlo».
Quanto ha contato il suo modo di lavorare per permetterti di esprimerti senza filtri?
«Tantissimo. Lui è una spalla straordinaria, non ha nulla da invidiare alle grandi spalle della storia televisiva. Sa leggere la situazione, sa stare dentro l’improvvisazione. E con uno come me, che punta tutto su quello, è fondamentale».
Ravezzani ha annunciato che lascerà a fine anno. Come l’hai presa?
«Male, molto male. Con lui ho un rapporto importante, per certi aspetti unico. È una persona che mi piace anche fisicamente - l’ho sempre detto - quindi c’è pure un’attrazione fisica che non nascondo».
Bene. Ho già capito che la difficoltà maggiore di questa intervista sarà far emergere il tuo tono ironico.
«Eh sì è molto difficile. Ma a parte le battute, mi dispiace davvero. Faccio fatica a credere che succederà. Dovrò farmene una ragione. Poi certo, dipenderà anche dal futuro: se dovesse esserci un cambio di linea editoriale, non so se il mio approccio sarà ancora in linea. Io continuerò a fare quello che ho sempre fatto. È una parte del mio essere. E finora ha funzionato».
Una delle cose che ti caratterizzano di più è l’improvvisazione. È davvero tutto non scritto?
«Assolutamente sì. Me lo chiedono spesso quelle tre o quattro persone all’anno che mi fermano per strada - sempre per strada, mai in un luogo chiuso - e pensano che ci sia uno script. Invece no. È tutto improvvisazione ed è legata a come imposto io il personaggio, alla situazione e alla capacità del direttore di capire al volo dove voglio andare a parare».
È una cosa che si può imparare?
«È difficilissima. Devi cogliere tutto in una frazione di secondo. Io dico sempre: o ce l’hai o non ce l’hai. Se ce l’hai sei fortunato, se non ce l’hai fai molta più fatica».
Capita mai che una gag ti resti «in canna»?
«Spessissimo. Magari hai pensato una cosa, poi c’è un gol, un episodio, e quello che avevi in mente diventa irrilevante. Un’altra capacità è capire i momenti: non puoi andare avanti tre ore a fare gag. Ci sono momenti in cui devi stare zitto. E questo lo impari serata dopo serata».
Prima della tv che tipo di gavetta hai fatto? Palco, cabaret?
«No, attenzione. Io non sono un comico. Fare il comico è una cosa seria. Io non ho mai fatto un monologo in vita mia, non ne sarei capace. Per rispetto dei comici, io mi definisco un simpatico cialtrone».
Eppure molti pensano tu abbia studiato recitazione.
«C’è persino una biografia online che dice che ho frequentato il Cta di Milano (Centro teatro attivo, ndr). Mai fatto. Ho fatto le recite in oratorio, quelle sì. E ho fatto il presentatore, la spalla».
E come nasce il Mimmo Pesce che conosciamo oggi in tv?
«In modo del tutto casuale. A un pranzo mi chiesero per che squadra tifassi. Dissi Napoli e mi proposero di fare il tifoso in trasmissione. Poi le telecronache. Sempre caratterizzate, mai classiche. È la mia prerogativa».
Tu hai scelto di raccontare con ironia e leggerezza non solo il calcio, ma anche la storia di tuo figlio autistico.
«Sì, innanzitutto perché non mi piace piangermi addosso. Poi perché ho cercato di dare attraverso questo libro, in cui parlo di mio figlio Tommaso e del suo handicap, una chiave un po’ più leggera che possa in qualche modo sollevare anche me stesso da un’angoscia che comunque c’è. Non è che sorrido tutto il giorno pensando al problema, ci mancherebbe. Ma cerco di viverla in maniera che allevi un po’ il pensiero».
È naturale quindi, per te, riversare questa leggerezza su un argomento come il calcio.
«Assolutamente. È chiaro che per me il calcio diventa un momento ancora più leggero. Soprattutto per chi lo vive quotidianamente come me. E in Italia ci sono più di 600-700.000 famiglie con una persona autistica».
Da telecronista tifoso come hai vissuto la vittoria degli scudetti del Napoli?
«Se me l’avessero detto dieci anni fa avrei fatto una pernacchia. Pensavo di non provare mai più una gioia così. Invece è successo».
Quest’anno c’è margine per rientrare in corsa?
«Assolutamente no».
Scaramanzia?
«No. Non sono scaramantico. Non credo ci siano proprio i presupposti perché questo possa succedere, anche perché i punti di distanza dall’Inter cominciano a essere tanti. D’altronde, vincere due scudetti di fila sarebbe qualcosa di pazzesco. Bisogna sapersi accontentare. Vincerne due in tre anni va benissimo. Ma se per caso, dovessi essere smentito, farò ammenda e sarò l’uomo più felice del mondo».
A proposito, che rapporto hai con la scaramanzia in generale?
«Ma no, queste robe medievali dai. Il cornetto, il sale, il malocchio, il mandolino, sono gli stereotipi del napoletano, Basta con questa cosa. Lasciamole agli altri. Poi certo...».
Cosa?
«Io il cornetto ce l’ho sempre con me. Lo uso eccome. E uso pure il sale. Tanto sale. Tantissimo sale dietro le spalle. Non parliamo poi del gatto nero…».
Ok, ci sono cascato. Me l’hai fatta…
«Ma no, è che sai, se mi attraversa la strada un gatto nero, io cambio strada. Ma queste robe medievali, lasciamole agli altri».
E con i social network che rapporto hai?
«Direi fantastico. Sono un influencer di prima categoria. Basta andare sui miei profili per vedere che numeri incredibili. Ho qualche decina di follower e peraltro ci conosciamo tutti al punto che li ho riuniti in un gruppo Whatsapp».
Quei «ben 78 follouer» che qualche anno fa hai dichiarato di avere su Facebook non sono aumentati?
«No, anzi. Sono addirittura diminuiti perché 7-8 sono purtroppo venuti a mancare per anzianità».
È un mondo che ti piace seguire o preferisci rimanerne fuori?
«Come tutti, mi sono fatto tirare dentro questo vortice dei social. Però, nonostante i miei innumerevoli sforzi di pubblicare, postare storie, vedo che non riesco a sfondare. Peccato, perché sennò io sarei - scrivilo mi raccomando - un grande influencer. Anzi, la più grande testa influencer».
Cosa ti manca per diventarlo?
«Credo sia come con le piante, devi avere il pollice marrone - ehm verde volevo dire - e se non ce l’hai la pianta muore. Mi mancano quei milioni di follower che mi permetterebbero di fare la differenza. Sono stato sollecitato ad aprire un canale Youtube, ma mi rendo conto che con il atteggiamento umoristico e un po’ fuori dagli schemi, non so se potrei fare presa in questo mondo di youtuber. Soprattutto nel calcio, dove la prerogativa è darsi addosso, parolacce, inveire».
C’è un calciatore a cui sei particolarmente affezionato, magari non tanto per un gol, ma per un aneddoto o un soprannome che gli hai dato?
«Certo. Uno che mi ha aiutato tantissimo è Faouzi Ghoulam».
Perché?
«Perché per me è stato un calciatore sfortunato, oltre che un grandissimo laterale sinistro, e il suo soprannome è diventato il mio cavallo di battaglia. Infatti ancora adesso, quando quei 3-4 all’anno che mi fermano per strada una delle cose che mi dicono è “goulammamt”».
È diventato il tuo tormentone quindi.
«Esatto e mi piace molto. Non ha niente a che vedere ovviamente con l’offesa, precisiamo».
Va bene Mimmo, ti ringrazio.
«Posso fare un appello finale?».
Certo, vai.
«A Fabio Ravezzani. Caro direttore, la pensione non fa per lei. Ci ripensi, lei è ancora giovane e ha ancora molto da dare a questo mondo. Che aggiungere? Non è che poi diventa una roba patetica?».
«Ci ripensi», l’hai già detto?
«Ci ripensi, bravo. Non l’avevo detto. Ci ripensi. Non andare in Grecia, la Galizia può aspettare. Ma scrivi che l’ho detto con la voce rotta dalla commozione».
Ma la Galizia è in Spagna.
«Ah, non è in Grecia?».
Stavolta pensavi di fregarmi, eh?
«Eh eh, queste gag sono il mio pane quotidiano».
Ok. Adesso tocca chiudere e, visto che non sei scaramantico, in bocca al lupo per la prossima partita del Napoli.
«E “goulammamt”».
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«Le Olimpiadi una promozione incredibile che vedremo per anni». Lo ha dichiarato in un'intervista il presidente del Gruppo FS Tommaso Tanzilli.







