Il 22 e 23 marzo gli italiani saranno chiamati a esprimersi sul referendum costituzionale confermativo relativo alla riforma della Giustizia, che interviene sull’ordinamento della magistratura. Riforma che introduce, tra le altre cose, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare. Si voterà domenica e lunedì, secondo quanto stabilito dal decreto elezioni.
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2025-10-03
Benigni in auto al telefono e senza cinture allacciate. Solo per lui la vita è bella...
Roberto Benigni. Nel riquadro, il video postato su TikTok dove l'attore è alla guida con il cellulare (Ansa)
Il menestrello più amato dai progressisti italiani, dopo averci ammorbato per anni con la Costituzione e la meraviglia delle norme, si fa beffe del codice della strada.
The Oscar goes to… Robertooo!». Nessuno può dimenticare l’urlo di Sophia Loren e Benigni che risale verso il palco dell’Academy saltando sulle spalliere delle poltrone. Per questo il «Robertooo» che si sente nel video di Tik Tok riporta a 26 anni fa, anche se qui non c’è nessun décolleté che sobbalza. Ieri il piccolo diavolo ha vinto un altro tipo di Oscar, quello del coatto del giorno. Intrappolato dentro un ordinario ingorgo in una Roma simile a Copenaghen solo nella narrazione del sindaco Gualtieri (Roberto pure lui), il giullare dei giullari se ne sta nella sua Smart grigio metallizzata in solitudine a telefonare con il cellulare incollato all’orecchio, senza cinture di sicurezza allacciate e con la disinvoltura del marchese del Grillo.
I passanti lo chiamano per ottenere un saluto, ma lui non fa una piega e sgomma via parlando nello smartphone come se fosse dentro uno spot sull’indisciplina stradale, con infrazioni da multa, ritiro patente e decurtazione di punti sul groppone. Povero Benigni, il video diventa virale, la gggente non vuole prenderlo in braccio, la shitstorm sui social è immediata. E nessuno risparmia al principe della legalità, al signore della Costituzione più bella del mondo, al teorico dell’uguaglianza planetaria, al vicerè del bene comune (il re è pur sempre Sergio Iº Mattarella) una ripassata moralista e qualche vaffa liberatorio. Commenti più gettonati: «Eccolo nel suo nuovo spettacolo, Il Codice della Strada più bello del mondo». «Non gli fanno la multa perché lui è Benigni». «Non risponde, è proprio uno del popolo».
Fatta la tara alla dose omeopatica di invidia sociale contenuta nella rete, c’è da dire che il settantaduenne teorico del grillismo da salotto (con un decennio di anticipo su Beppe Grillo) un po’ di nemesi puzzolente se la merita. Sia per il plateale menefreghismo delle regole che i comuni mortali sono costretti a rispettare, sia per lo stupore che deve averlo colto una volta venuto a conoscenza delle critiche. Com’è possibile che il possessore di una patente progressista gold per avere dispensato a piene mani «l’ovvio dei popoli» (copy di Edmondo Berselli), venga criticato mentre guida facendosi gli affari suoi? Come si permettono, non è certo una Beatrice Venezi qualsiasi.
Poiché parlare male di Benigni è considerato un insulto alla bandiera, bisogna subito aggiungere che il papà della Vita è bella qualche alibi ce l’ha. Impegnato nell’ultimo ventennio a recitare a memoria la Divina Commedia come un vicepreside degli anni ‘60 e a interpretare in senso antiberlusconiano la Costituzione, non poteva anche mettere la testa su un codice volgare e pieno di tecnicismi come quello stradale. Inoltre la cintura di sicurezza a lui non serve, visto che ha il paracadute del Nazareno fin quando campa. Quanto al telefonino all’orecchio, chi ci dice che non lo stesse chiamando Maurizio Landini per invitarlo a marciare nello sciopero Pro Pal di oggi? Che fai, cerchi l’auricolare, fai cadere la comunicazione e tradisci la memoria della Flotilla affondata?
Riesumato dalle intemperanze stradali, in fondo Benigni non può che essere contento. Aveva tentato di rientrare nel grande gioco del potere mediatico nel marzo scorso con il libro e lo spettacolo Il sogno, rievocando il Manifesto di Ventotene nel tentativo di convincere gli italiani della sacralità dell’Europa bellicista di Ursula Von der Leyen. Risultato magro, il timbro del cartellino al festival di Sanremo, qualche circolo Arci in fibrillazione e il solito coro di elogi a buon mercato che si riservano ai parenti non troppo stretti quando si incontrano ai matrimoni o ai funerali.
Nei 30 secondi di Tik Tok con insulti annessi invece c’è vita, c’è popolo, c’è la polvere della strada come piace a lui. Bisognerebbe solo capire se la Smart è elettrica, perché in caso contrario chi glielo dice a Elly Schlein che il vate della sinistra radical bruciava CO2 in coda? Il resto è storia. L’articolo 21 della Carta che Roberto nostro definì «un’opera d’arte» parla chiaro: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». Quindi, cari haters, quella di Benigni non era sciatteria da menefreghista, ma un modo originale di contestare le leggi introdotte o confermate da Giorgia Meloni. Con questa interpretazione, un invito da Lilly Gruber o da Corrado Formigli è assicurato.
È vero che l’ingratitudine dei social si è espressa al 90% con sonori vaffa, ma qualcuno ha preso le sue difese. Come quel signore che ha vergato: «Cosa vi aspettavate, che scendesse dalla macchina ad abbracciarvi?». O quel potenziale attivista del circolino Cinecittà, sicuro elettore di Ilaria Salis, che ha smanettato: «Non capisco la notizia. Credo che la maggior parte degli italiani usi tranquillamente il telefono mentre guida ed altrettanti non usano le cinture. Questo non lo scusa e si prenderà magari una multa, ma che ne pensate di ministri condannati per gravi reati che sono ancora in parlamento?». Ci mancava il benaltrismo, signora mia. Del resto, se la Costituzione è un’opera d’arte, uno la guarda e basta, mica è tenuto a rispettarla.
Alla fine si scopre che la colpa è dell’ingorgo. Se Benigni fosse andato spedito con la sua «nano-macchina» nessuno si sarebbe accorto di telefonino e cintura. E lui avrebbe potuto aggiungere un altro paio di infrazioni democratiche: lo slalom fra le auto normali e il parcheggio sulle scale di Trinità dei Monti. «Il principale problema di Palermo è il traffico», faceva dire in Johnny Stecchino. Ieri ha scoperto che è anche il suo.
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Madrid, Estación de Atocha (iStock)
Paesi e città con le stazioni ferroviarie più belle del mondo, in Italia ed Europa: dove trovarle? Alcune sono più famose, altre più defilate. Tutte, però, sono accomunate dalla grandiosità, da mirabili architetture o dal contesto scenografico.
Perché se le stazioni, già di per sé, emanano il fascino dei non luoghi, quelle belle moltiplicano il loro effetto seduttore su passeggeri e non solo. A seguire una breve carrellata di “non luoghi” magnifici.
Madrid: Estación de Atocha
Purtroppo deve parte della sua fama all’attentato dell’11 marzo del 2004, che provocò la morte di più di 200 persone, ma la stazione madrilena si è imposta all’attenzione internazionale a partire dal 1992: da allora emana il fascino di una giungla tropicale, facilitata dalla copertura in ferro e vetro della navata principale, ideata con la collaborazione di Gustave Eiffel.
Le specie vegetali provenienti da America, Australia e Asia sono centinaia e ricoprono una superficie di 4000 metri quadrati, entro i quali si trovano anche caffè e ristoranti.
L’aspetto industriale convive così, in una speciale armonia, con quello naturale. E così, tra un treno e l’altro, ci si ritrova a passeggiare tra alte palme, caschi di banane e foglie immense. Un viaggio nel viaggio, dunque, durante il quale è possibile immaginarsi a Cuba, in Madagascar o nelle Filippine, da cui molte delle specie provengono.
Quella di Atocha supera il concetto di stazione e diviene attrazione a sé stante. Non è poi così difficile farci un salto: vicina al Museo del Prado e al Parco del Retiro – tra gli altri -, è servita dalla linea 1 della metropolitana.
Dormire
- Hostal Centro Sol Madrid, Carrera de San Jerónimo, 5: un hotel un po’ datato, ma molto pulito e centrale.
Mangiare
- El Minibar, C/del Mesón de Paños, 1, Centro: mangiare tapas a poca distanza da Plaza Mayor;
- La Mi Venta, Pl. de la Marina Española, 7, Centro: locale raffinato dove provare i leccalecca al formaggio.
Stazione di Lisbona Rossio
Bellissima soprattutto all’esterno, nonostante le sue dimensioni ridotte: i due portali a ferro di cavallo, incrociati a formare una “M”, sono realizzati in stile neo-manuelino (e quindi revivalista).
L’Estação do Rossio, risalente al 1887, venne progettata dall’architetto portoghese Josè Luis Monteiro come base di partenza per Sintra e oggi è ancora usata prevalentemente per recarsi nella bella e turistica cittadina.
La stazione si trova nell’omonima piazza. O meglio: così è conosciuta Praça Dom Pedro IV, su cui affaccia anche il Teatro Nacional de Dona Maria II.
La Piazza del Rossio è praticamente al centro di Lisbona. Qui si trovano anche la statua di Pietro IV del Portogallo, Il Re Soldato e il Café Nicola, che è la caffetteria più famosa della città.
Dormire
- Sincerely Lisbona, Avenida da Liberdade Nº 177 4º Esquerdo, Santo Antonio: bed and breakfast in ottima posizione. Semplice, ma accogliente e pulito.
Mangiare
- Adega Da Mó, Região de Lisboa, R. dos Sapateiros 199: da non perdere l’ arroz de marisco.
- Taverna Alfacinha, R. dos Sapateiros no 179: pesce fresco e cucina espressa.
Napoli: Stazione Toledo
Non una stazione ferroviaria, bensì metropolitana: la Stazione Toledo di Napoli, sulla linea 1, è considerata la più bella del mondo.
Questa fermata fa parte delle Stazioni dell’Arte, itinerario sotterraneo partenopeo caratterizzato dalle opere di artisti nazionali e internazionali. All’interno, infatti, si trovano i mosaici dell’artista sudafricano William Kentridge, la Galleria del Mare (che rappresenta la fermata Toledo in quasi tutti gli articoli e le immagini ad essa dedicati) e, tra gli altri, anche Razza Umana di Oliviero Toscani, per citare l’artista da poco scomparso.
Insomma, una vera e propria galleria d’arte che funge anche da stazione, a confermare che la Napoli sotterranea è una sorta di work in progress, che non si limita al substrato urbano che fungeva da rifugio per migliaia di persone durante la guerra e che ci ha restituito da tempo moltissime testimonianze storiche. La Napoli sotterranea è infatti anche quella della contemporanea, che si unisce armoniosamente alla sua anima più antica.
Siamo a due passi dalle attrazioni principali, Piazza del Plebiscito e Quartieri Spagnoli in primis. La stazione Toledo è quindi uno dei sine qua non se si trascorre qualche giorno a Napoli.
Dormire
- B&B Casamatta, via Duomo 228: struttura accogliente e centrale, a 700 metri dallo splendido Museo Cappella Sansevero.
Mangiare
- Trattoria Don Vincenzo, via San Biagio Dei Librai, 60: locale piccolo e solitamente affollato, dove provare i famosi gnocchi alla sorrentina;
- ‘A Figlia d’ ‘O Marenaro, via Foria 180/182: ottimi l’insalata di polpo e i paccheri al granchio.
Milano Centrale
Non si può non citare la Stazione Centrale di Milano, inaugurata nel 1931 e ispirata a quella di Washington, caratterizzata dalla monumentalità e dalla diversità degli stili architettonici utilizzati - dal tardo-liberty al tardo-eclettismo assiro-babilonese – e voluti dall’architetto Ulisse Stacchini.
L’impronta fascista è ancora ben visibile: basti guardare, tra gli altri elementi decorativi, i grandi cavalli alati rappresentanti il “Progresso, guidato dalla volontà e dalla intelligenza”.
I 24 binari sono coperti da un’immensa tettoria in ferro e vetro, che ha reso la Stazione Centrale location privilegiata di innumerevoli film e pubblicità.
Al binario 21 si trova il Padiglione Reale, riservato alla famiglia reale e alla sua corte. Splendidi i pavimenti intarsiati e i corridoi ricoperti di marmo, com’è affascinante il passaggio segreto costruito per eventuali fughe del re e della sua famiglia.
La stazione si trova in Piazza Duca d’Aosta, che domina insieme al grattacielo Pirelli.
- Hotel Manzoni, via Santo Spirito 20: hotel raffinato e in posizione centralissima. È possibile cenare nel ristorante interno “Don Rodrigo”.
Mangiare
- Osteria Mamma-Rosa, piazza Cincinnato 4: ristorante elegante, ottimi piatti di pesce e possibilità di mangiare la “vera” cotoletta alla milanese.
- Trattoria La Vecchia Guardia, via della Commenda 21: imperdibile il risotto alla milanese con ossobuco.
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(IStock)
- Se non c’è un rifiuto esplicito, scatta il silenzio/assenso. Il problema è che i cittadini non sono stati per nulla informati. E si troveranno ogni dettaglio della loro salute nei portafogli digitali. Spesso bucati dagli hacker.
- Il divieto va espresso esplicitamente solo online o via Asl e ambulatori Usmaf-Sasn. La guida su come dire no.
Lo speciale contiene due articoli.
Nell’annunciare che il 30 giugno scade il termine per opporsi al caricamento dei propri dati e dei documenti clinici antecedenti il 19 maggio 2020 nel fascicolo sanitario elettronico (Fse), i cantori del politically correct, con lo spessore intellettuale di un koala, hanno avviato la solita caccia a chi alza il dito per porre qualche domanda. La notizia è che i cittadini italiani hanno ancora cinque giorni per opporsi al caricamento di documenti e dati clinici personali relativi a prestazioni erogate dal nostro Sistema sanitario nazionale, attraverso il portale legato alla tessera sanitaria (www.sistemats.it). L’alimentazione del fascicolo sanitario elettronico è stata decisa nel 2020 con il decreto legge numero 34 che, a differenza della normativa precedente - che stabiliva che il «consenso all’alimentazione» dovesse essere esplicitamente espresso dall’assistito - ha attivato la modalità di silenzio/assenso sulla procedura. Ergo: se il cittadino non esercita il suo diritto di opposizione, vedrà caricata in automatico tutta la storia della propria vita sanitaria, sia attuale sia antecedente il 19 maggio 2020 (che è la data di pubblicazione del decreto). Chi desidera che il proprio pregresso non finisca online, può accedere al servizio con lo Spid o altri documenti di identità (carta d’identità elettronica, carta nazionale dei servizi), oppure con la tessera sanitaria e il codice Stp (straniero temporaneamente presente). Chi non ha possibilità di accedere online, può essere assistito da intermediari autorizzati presso la propria Asl.
A cosa serve il fascicolo sanitario elettronico? È una facility a misura di cittadino, apparentemente senza controindicazioni: la condivisione dei dati consente - si legge nel sito del ministero dell’Innovazione - «una migliore prevenzione e cura dei pazienti, assicurando continuità assistenziale, servizi innovativi e personalizzazione della cura su tutto il territorio nazionale». E sulla carta dovrebbe essere proprio così: Il Fse, finanziato attraverso il Pnrr, permetterà a ognuno di noi di consultare la propria storia sanitaria personale in formato digitale, oltre a documenti di tipo amministrativo come prescrizioni mediche e farmaceutiche; soprattutto, renderà accessibili i dati a qualsiasi medico su tutto il territorio nazionale.
Tutto qui? Parrebbe proprio di sì, ma nessuno spiega quali sono le finalità di questa condivisione massiva di dati. Sulla carta, la tutela della salute dell’individuo. A chiunque può capitare di trovarsi lontano dalla propria residenza o domicilio e di dover essere curato: la disponibilità della propria storia clinica agevola il medico curante, ovunque egli si trovi. La seconda finalità è altrettanto comprensibile: è la ricerca scientifica e statistica che, incrociando i documenti di 60 milioni di pazienti, può progredire costituendo un database utile all’elaborazione di migliori cure. C’è però un cono d’ombra, sul quale fino a oggi le autorità non si sono pronunciate: la protezione dei dati personali e la sicurezza delle informazioni diffuse online. Quali assicurazioni abbiamo che i nostri dati non finiscano nella mani di altre amministrazioni, con finalità diverse da quelle sanitarie? Come verranno usati? L’Italia è davvero pronta a gestire «in sicurezza» le informazioni sanitarie dei suoi cittadini?
Il problema della protezione dei dati personali è concreto: dall’inizio della pandemia a oggi, gli attacchi alle strutture ospedaliere in Italia (Asl e ospedali) sono vertiginosamente aumentati (più 47% rispetto al 2019). I dati sanitari degli italiani sono dunque il bersaglio preferito degli hacker ma, oltre al cybercrime, altre perplessità conseguono dall’apertura dei silos dati all’interno della stessa pubblica amministrazione. Se dunque, sulla carta, l’intento è di migliorare l’assistenza al cittadino, le condizioni per realizzare questo progetto sono precarie e le finalità opache: manca una comunicazione pubblica su rischi, benefici e obiettivi più o meno trasparenti del Fse.
La polemica era già scattata nel 2021, in piena pandemia, andandosi a sovrapporre al dibattito sul green pass. Già allora, il Garante per la privacy aveva invitato governo, Regioni, ministero della Salute, del Lavoro e ministero dell’Innovazione a procedere con «un’idonea campagna nazionale d’informazione», che però non fu mai messa in piedi. Oggi, a livello mediatico, il trattamento di queste notizie, rilevanti per la vita dei singoli cittadini, è lasciato esclusivamente nelle mani degli stessi, improvvisati «esperti» che, durante la pandemia, utilizzavano registri comunicativi binari «sì-no» per additare come oscurantista qualsiasi cittadino osasse porre domande, mentre non è arrivata alcuna spiegazione su dove e come saranno gestiti i dati.
Quali misure saranno adottate per prevenire ed evitare i furti di dati e di identità digitali? Perché non è stata organizzata una campagna d’informazione che spieghi al cittadino come avvalersi dei suoi diritti, incluso quello di dire no? Il dato sanitario potrà essere utilizzato anche da altre amministrazioni, e a quale fine, tenendo conto dell’interoperabilità dei dati? Questo aspetto deve essere chiarito subito e con la massima trasparenza. E infine: l’Italia è veramente pronta a mettere in circolazione, «condividendola in maniera sicura ed efficiente», come si legge sul sito del ministero dell’Innovazione, la vita di 60 milioni di abitanti? Il rischio che i dati siano usati per finalità diverse da quelle della semplice «tutela della salute dell’individuo» è davvero molto alto.
Sistema basato sul silenzio/assenso. Ecco la guida su come dire di no
C’è tempo fino al 30 giugno per opporsi all’inserimento automatico nel fascicolo sanitario elettronico dei dati e dei documenti generati da prestazioni erogate dal Servizio sanitario nazionale prima del 19 maggio 2020. Da ricordare che le successive informazioni (visite, esami, eccetera) sono già presenti all’interno del sistema. Nel caso in cui non si voglia ampliare il proprio fascicolo con informazioni risalenti a prima del 19 maggio 2020 ci si può opporre, tramite il servizio «Fse - Opposizione al pregresso», disponibile online sul sistema tessera sanitaria.
Prima di entrare nel merito della procedura c’è da ricordare che il Fascicolo sanitario elettronico è un sistema di archiviazione digitale dove sono conservati tutti i dati e la storia clinica e farmacologica del paziente. L’obiettivo principale è quello di avere in un unico posto tutte le informazioni necessarie ai medici quando si fanno visite diagnostiche, esami specialistici o in caso di situazioni di emergenza in cui il malato non è in grado di fornire tutti i dati necessari. Nel caso in cui non ci si opponesse, il trasferimento avverrà in automatico.
Il rifiuto, come previsto da un decreto congiunto del ministero dell’Economia e della Salute dell’11 aprile scorso, può avvenire unicamente online, attraverso il portale del sistema tessera sanitaria. Digitando su un qualsiasi motore di ricerca «fascicolo sanitario» (con il nome della propria Regione), la prima cosa che appare è un riquadro con scritto: «Fascicolo sanitario elettronico: fino al 30 giugno puoi opporti all’inserimento del pregresso». Cliccando sul link presente nel riquadro (www.salute.gov.it/campagnafse) si arriverà direttamente sul sito del ministero. A questo punto si deve cliccare sul riquadro «Come opporsi al pregresso» e si troverà un altro link, (www.sistemats.it) su cui si dovrà cliccare per poi seguire la procedura segnalata.
Sarà necessario entrare nel sistema usando lo Spid, la Carta d’identità elettronica o la Carta nazionale dei servizi. Se non si dispone dell’identità digitale si può esercitare il diritto all’opposizione accedendo all’apposita funzione online presente nell’area del sistema tessera sanitaria con la propria tessera sanitaria o con il codice Stp (Straniero temporaneamente presente). In questo ultimo caso, per negare il caricamento dei dati si dovrà inserire il proprio codice Stp, il nome della Regione e la data di rilascio. Il codice Stp emesso dalle varie Asl viene riconosciuto anche ai cittadini extra Ue irregolarmente presenti sul territorio.
Se non si ha la possibilità di accedere al sistema digitale ci si può recare presso la propria Asl o negli ambulatori Usmaf-Sasn del ministero della Salute. Il servizio è gratuito. Non costa niente, opporsi al trasferimento dei propri dati antecedenti al 19 maggio 2020 sul fascicolo sanitario, nemmeno se si chiede l’aiuto di intermediari presso le Asl territoriali.
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L'apertura del Concilio Vaticano II l'11 ottobre 1962, Nel riquadro, Massimo Viglione (Ansa)
Lo storico, autore di «Habemus Papam?»: «Il disastro odierno è figlio del Concilio vaticano II. La rinuncia di Ratzinger e la problematica elezione di Francesco, unite agli errori teologici del gesuita, fanno il resto».
Quanti, guardandosi intorno, oggi si chiedono come mai la Chiesa sembri avere abbandonato il suo ruolo di guida spirituale, morale e intellettuale per aggregarsi al pensiero unico delle élite, fino a sostenerne - dalle politiche green a quelle sanitarie - l’agenda transumanista, troveranno una risposta in Habemus Papam? (edizioni Maniero del Mirto), l’ultimo libro dello storico e saggista Massimo Viglione, la cui tesi di fondo è che la Chiesa cattolica sta attraversando la più grande crisi della sua intera storia. Una devastazione che, secondo l’autore, sarebbe incominciata con il Concilio vaticano II e sarebbe espressione della rivoluzione intesa come processo finalizzato alla distruzione prima della società e della civiltà cristiane, poi di ogni ordine naturale (autorità, società, famiglia, ordine morale e vita stessa), poi della Chiesa, quindi dell’uomo in quanto tale. Ci troveremmo dunque davanti a un piano delle forze del male in preparazione di un futuro regno anticristico. Per Viglione, parte integrante di questa crisi sarebbero l’invalidità della rinuncia di Benedetto XVI e la presunta illegittimità dell’elezione di Jorge Mario Bergoglio (che a seconda delle teorie si fonderebbe ora sulle irregolarità nella votazione in Conclave, ora sul vizio di consenso dello stesso cardinale argentino al momento della sua elezione, ora sulla Sede impedita di Benedetto XVI, ora su altro). Si tratta di due questioni che hanno suscitato - e tuttora animano - un articolato dibattito, e che Viglione si dedica a sviscerare prendendo in esame le riflessioni di ecclesiastici, storici, canonisti, vaticanisti, giornalisti. Dopo aver messo in rilievo incongruenze ed errori delle varie ipotesi in campo, l’autore azzarda tre conclusioni. La prima è che la Sede papale sarebbe oggi vacante poiché «la possibilità che Francesco non sia Francesco ma solo Jorge Mario Bergoglio è concreta e tutt’altro che trascurabile». La seconda è che, anche ammesso che la sua elezione sia valida, con Francesco si sarebbe inverata la possibilità dibattuta per secoli ai massimi livelli della teologia cattolica: quella del Papa manifestamente eretico. Infine, Viglione afferma che la responsabilità dell’incertezza in cui dall’11 febbraio 2013 versa la Chiesa sarebbe di Joseph Ratzinger, il quale con la sua «rinuncia dialettica e diarchica» - secondo l’autore riflesso della sua impostazione teologica e filosofica - avrebbe dato una svolta epocale a quella rivoluzione del papato iniziata dai tempi del Vaticano II, attuando di fatto una sintesi tra la tradizione cattolica e la rivoluzione neomodernista.
Andiamo con ordine. Lei sostiene che dal Concilio vaticano II è in atto un dramma che non trova precedenti simili nemmeno nell’eresia ariana. Perché?
«L’esistenza e la drammaticità di quella che viene definita la “crisi della Chiesa” è realtà denunciata, fin dagli anni immediatamente successivi al Concilio, da decine di prelati, teologi e laici esperti della questione. Con il passar dei decenni, nella fase definita il “post Concilio”, la crisi è divenuta inarrestabile e dirompente perché investe la teologia, la dottrina, la liturgia (con la “Messa nuova” o in volgare), la cosiddetta “pastorale” che ha ormai sostituito la dommatica e la tradizione, e perfino lo stesso clero e laicato cattolico dal punto di vista antropologico. Tutto ciò ha avuto inizio con il Concilio e il disastro odierno è dinanzi agli occhi di tutti».
Perché, nonostante la sua perplessità nei confronti di alcune teorie, lei ritiene probabile l’illegittimità dell’elezione di Francesco? Su cosa basa questa convinzione?
«La possibile illegittimità dell’elezione potrebbe essere anzitutto conseguenza diretta dell’illegittimità della rinuncia di Benedetto XVI. Inoltre, anche le modalità dell’elezione nel Conclave del 2013 non sono state corrette. Ma, siccome c’è chi sostiene che tutto questo potrebbe essere “sanato in radice” dall’accettazione universale della Chiesa, il vero cuore della questione rimane il fatto che Bergoglio ha insegnato l’eresia».
Su quali basi fonda questo suo giudizio? Dove e come papa Francesco sarebbe caduto in eresia manifesta?
«Quasi tutto il suo insegnamento, pressoché quotidiano, è inficiato dall’errore teologico e morale e anche pastorale, fomentato da uno spirito di distruzione del Depositum fidei di cui, invece, ogni Papa è il custode supremo. Attenendoci all’essenziale, possiamo ricordare almeno tre casi di eresia manifesta e pervicace: la possibilità di accesso ai sacramenti per i divorziati e pubblici conviventi, contemplata nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia; il rifiuto incondizionato della pena di morte, contrariamente all’insegnamento costante della Chiesa cattolica; e la dichiarazione di Abu Dhabi del 4 febbraio 2019, dove egli ha sostenuto che l’esistenza di più religioni è volontà di Dio. In altre epoche, chiunque avesse pronunciato solo una di queste eresie, sarebbe stato processato ed eventualmente scomunicato (e forse gli sarebbe capitato di peggio...). Tali eresie sono manifeste e finora pervicaci. Ma ve n’è un’altra ancora più grave, a mio giudizio: il rinnegamento dell’apostolato cristiano, che egli definisce spregiativamente “proselitismo”. Lo ritengo il vero tradimento dell’essenza stessa della Chiesa e delle stesse parole del Vangelo, anche perché presuppone l’infedeltà al dogma della necessità di conquistarsi la salvezza eterna».
In questa evenienza che cosa conseguirebbe? Che cosa si può fare secondo lei?
«“Prima Sedes a nemine judicatur”: nessuno può giudicare un Papa, pena la caduta nell’eresia conciliarista. Perché non esiste istituzione o potere superiore al papato. La via consigliata da alcuni papi del passato e da vari grandi canonisti, santi e dottori della Chiesa (fra cui Roberto Bellarmino e Alfonso Maria de’ Liguori) è la seguente: i cardinali, ma anche vescovi, teologi ed esperti anche laici, devono constare e denunciare l’eresia manifesta e pervicace del Pontefice, chiedendogli di ritrattare pubblicamente. Se ciò non avviene, dopo due o tre avvisi, i cardinali possono procedere al Conclave per l’elezione di un nuovo Papa. Questo non comporta un giudizio sul Papa eretico, ma solo la costatazione di un fatto compiuto e irrimediabile. E, siccome un eretico manifesto e pervicace non fa più parte della Chiesa (come si è sempre insegnato fin dai Padri della Chiesa), si può procedere all’elezione del nuovo Papa».
A quali conclusioni arriva sulla rinuncia di Benedetto XVI?
«È lecito ritenere che Benedetto XVI sia stato forzato a farsi da parte, e già ciò potrebbe rendere invalida la rinuncia. Ma, a parte questo, egli ha chiaramente scelto una modalità illegittima: sia per l’impraticabile distinzione tra il munus e il ministerium, che lascia intendere una sorta di scissione fra “attivo” e “passivo”, fra “parte sacrale” e “parte operativa” dell’istituzione del papato; sia per la creazione di un “papato emerito” altrettanto impossibile, e nel libro spiego il perché; sia per la sua decisione, mai corretta, di continuare a presentarsi come una sorta di “Papa relegato nel recinto di Pietro” (abito e stemma papali, azioni da Papa, nome da Papa, ambiguità su chi sia il vero Papa e tutto il resto che ben conosciamo). Insomma, Benedetto XVI ha lasciato l’impressione di avere voluto creare una sorta di modifica strutturale del papato, cosa impossibile in sé. Ciò per altro risponderebbe alla sua visione teologica giovanile, di ispirazione dialettico-hegeliana e fondamentalmente rahneriana, sebbene in formalità moderata, peraltro mai ufficialmente rinnegata».
Seguendo il suo ragionamento, si pone anche il problema dei cardinali di nomina bergogliana e l’eventualità che il futuro Conclave possa essere invalido a causa della loro presenza.
«Il problema è reale. Quello che posso dire è che alcuni teologi ricorrono, in questi casi, al principio della sanatio in radice, causata dall’accettazione universale nella Chiesa: ciò che di irregolare o errato viene comunque universalmente accettato dal clero e del popolo cattolici diviene automaticamente legittimo. Questo principio è da alcuni ritenuto valido sempre, da altri solo in determinate circostanze (ovvero, per il passato, ma non per il presente). Poi, certezza assoluta in merito non vi è».
Perché questo libro? A chi è indirizzato e cosa spera che produca?
«In questo libro il lettore può trovare chiaramente spiegate varie questioni: la storia del dibattito teologico sul Papa eretico; il problema del sedevacantismo (con il risvolto del sedeprivazionismo); la rivoluzione nella Chiesa (l’unica vera “Magna quaestio”); il dogma dell’infallibilità pontificia; gli errori di Bergoglio; il problema dell’una cum, una trappola pericolosissima in cui cadono in molti e quello dei confini dell’obbedienza all’autorità che erra; e poi il cuore del libro, ovvero la presentazione di tutto il dibattito sugli avvenimenti del 2013 - la Rinuncia e l’elezione di Francesco - fino a oggi, con le mie conclusioni finali sull’intera questione. Credo che un lavoro del genere non sia mai stato fatto finora e ritengo possa essere utile a molti come una bussola per orientarsi dinanzi al caos odierno nella Chiesa e alla vigilia di cambiamenti epocali e forse drammatici».
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