Ospiti della puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia Gennaro Migliore di Italia Viva e Guglielmo Picchi della Lega.
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Il sottosegretario agli Esteri, Guglielmo Picchi: «Siamo atlantici, ci basta la Nato. A Bruxelles parlano a mercati aperti, che fa la magistratura?»
Guglielmo Picchi è sottosegretario agli Esteri. Gli estimatori lo descrivono come il vero ministro degli Esteri (di Matteo Salvini, non della Farnesina), mentre i detrattori alimentano la letteratura secondo cui il ministro Enzo Moavero farebbe di tutto per transennarlo e ridurne il perimetro di azione.
Sottosegretario, come stanno le cose? Abbiamo letto di dispute pure sui parcheggi della Farnesina…
«È indubbio che io sia un esponente della Lega, e che le posizioni di politica internazionale io le porti avanti in accordo con Salvini e con gli altri colleghi che nella Lega si occupano di esteri. Talvolta mie missioni o posizioni, come la contrarietà all'adesione al Global Compact sulle migrazioni, possono dispiacere a qualcuno…».
Intuisco che qualcuno l'ha presa male al Ministero…
«Spero di no, perché tutti lavoriamo avendo in mente l'interesse nazionale. Il ministro Moavero è un tecnico coadiuvato da sottosegretari politici. Basta trovare le giuste modalità per coabitare produttivamente».
Ma le deleghe?
«Io mi occupo tra le altre cose di Nato, Sud America, Osce, promozione culturale ed export di materiali d'armamento».
Lasciamo i retroscena. Sul Venezuela il governo non sta facendo un figurone. Lei e Salvini molto netti contro il regime, Conte equilibrista, Moavero prima silenzioso e poi vago.
«Al di là delle sfumature, tutti abbiamo una priorità: i 150.000 italiani che risiedono là. Noi dobbiamo proteggere quella comunità, ed evitare che siano vittime di scontri di una potenziale guerra civile. È un tema che altri paesi non hanno, e quindi possono permettersi posizioni più esplicite. Voglio però riconoscere che, pur nella loro cautela, sia Conte sia Moavero hanno sottolineato tre elementi: i nostri connazionali, la tutela della libertà d'espressione, il rispetto della volontà democratica. E dal mio punto di vista non c'è dubbio sul fatto che l'Assemblea nazionale venezuelana (il Parlamento guidato dal capo dell'opposizione al regime, ndr) abbia fortissimi crismi di rappresentatività democratica».
Ha ragione chi dice che al governo ci sono tre partiti: Lega, M5s e tecnici?
«È un fatto che ci siano due ministri che non sono espressione della volontà popolare. Che ci siano dunque sensibilità diverse rispetto a quelle uscite dalle urne non mi scandalizza; è una non-notizia. Noi avevamo indicato altri (penso a Paolo Savona), ma poi si è trovata una soluzione per permettere la nascita del governo».
Ci spieghi il confine sottile che riguarda queste figure terze. Da un lato possono forse giocare un ruolo utile nei momenti più tesi ad esempio con Bruxelles. Dall'altro, non c'è il rischio che siano «catturati» dalle solite logiche franco-tedesche?
«All'inizio era legittimo sospettarlo. Però, dopo molti mesi, devo giudicare i fatti: i retropensieri servono a poco. Sia Tria sia Moavero hanno portato avanti posizioni in linea con il resto del governo. Certo, hanno una caratterizzazione istituzionale diversa da chi è stato eletto, ma non posso rimproverar loro questo. Quando c'è stato da richiamare l'ambasciatore francese, lo si è fatto».
Domanda secca: tutto il governo ha capito quanto l'amministrazione Trump abbia fatto positivamente sponda verso l'Italia? Toni pubblicamente elogiativi verso l'Italia, l'accoglienza a Conte alla Casa Bianca, bordate a Merkel e Macron.
«Per una serie di congiunture, abbiamo frequentato Washington meno di quel che avremmo dovuto. E così alcuni membri del governo più lontani dai temi della politica internazionale possono forse aver avuto una percezione sfilacciata. Ma non vedo in nessun collega italiano diffidenze verso l'amministrazione Usa».
E poi la Libia, dove Trump ci ha aiutato a smontare il progetto francese di elezioni-lampo.
«Trump è stato decisivo: è sotto gli occhi di tutti. Per smontare quelle elezioni è stato importante anche il contributo dell'Egitto e della Federazione russa».
Ci dica la sua sulla Libia. È lì che sarà gestito sia il rubinetto del petrolio, sia quello dell'immigrazione illegale. L'Italia può riuscire a dominare la situazione rispetto a Parigi?
«È una situazione oggettivamente complicata, non c'è un'unica ricetta. Con la conferenza di Palermo abbiamo fatto un passo avanti rispetto al governo precedente: abbiamo dato uno stop a un'interlocuzione unilaterale con Al Sarraj, iniziando a parlare anche con le altre parti. Devo dire tuttavia che per noi non vedo problemi futuri su approvvigionamento energetico e anche sul fronte migratorio: abbiamo cercato di mettere in sicurezza entrambi i versanti».
Brexit. Perché il governo, a mio parere ingiustamente, è stato spesso freddino rispetto alla libera espressione del popolo britannico?
«Io ho incontrato molti membri del governo Uk. Certo, non è l'Italia che tratta con il Regno Unito, ma l'Unione Europea. E in ambito Ue noi abbiamo sempre ripetuto tre concetti: rispetto della volontà popolare (io penso davvero che Brexit means Brexit); protezione dei diritti dei nostri residenti lì con reciprocità di trattamento rispetto ai britannici che stanno qui; tutela del commercio tra le due sponde della Manica».
Una buona trattativa tra Londra e Bruxelles non potrebbe essere la premessa per rinegoziare le regole Ue anche tra i 27 che restano?
«Teoricamente sì. Purtroppo c'è una sfasatura temporale che non consente di allineare i due processi. La trattativa Brexit deve andare in porto entro fine marzo. Ciò considerato, voglio dire chiaramente che abbiamo istituzioni Ue che non sono più rappresentative della volontà popolare. Ragion per cui la rinegoziazione dei trattati è un tema che andrà affrontato dopo la nomina della nuova Commissione Ue, a novembre, dove 12-13 membri su 27-28 saranno espressione di una nuova ondata politica».
Le è piaciuto il fatto che, ad Aquisgrana, Francia e Germania abbiano detto di voler fare tutto da sé?
«No, mi sembra il tentativo di chi, politicamente parlando, sta sul Titanic e fa suonare l'orchestra per dar l'idea che tutto vada bene. Ma Macron è una figura che ormai rappresenta poco, mentre la Merkel è una leader del passato».
Non la preoccupa l'intesa militare franco-tedesca? È evidente che puntino a una politica estera decisa da loro, e a uno strumento militare al servizio di quella politica.
«Sulla difesa voglio essere chiaro: abbiamo la Nato. Punto. Quando il nuovo Parlamento e la nuova Commissione Ue discuteranno di difesa, se ne parlerà: ma la mia posizione è che lo strumento Nato possa rispondere a tutte le esigenze».
Molto condivisibile, a parer mio. Quindi no a duplicazioni e a un esercito Ue divaricato dalla Nato.
«Esattamente».
Le sono piaciute le dichiarazioni, sempre a Borse aperte, dei Commissari Ue contro l'Italia?
«Giovedì ero a New York a parlare con grandi investitori. E ho detto loro: voi leggete le dichiarazioni di commissari Ue. Ecco, se uno qualunque di voi avesse fatto dichiarazioni del genere a mercati aperti, sarebbe già sotto inchiesta della Sec o di qualche tribunale federale per svariati reati, dalla manipolazione del mercato all'aggiotaggio. Semmai, mi domando come mai la nostra magistratura non sia intervenuta…».
Con Salvini avete positivamente irrobustito il dialogo con Gerusalemme.
«Vero, e non è una scelta contingente. Israele è l'unica vera democrazia della regione, un bastione dei valori occidentali. Dico a tutti: se anche (e non è il nostro caso) non condividete una singola scelta di Gerusalemme, non potete dimenticare il quadro d'insieme».
Torno alla foto complessiva. Crede a un'Italia saldamente nel quadro atlantico, ben collegata con Washington-Londra-Gerusalemme, e poi capace (ma in questo quadro, non fuori) di dialogare con altri, Russia in testa?
«Voglio essere chiarissimo. Noi abbiamo un perno di politica estera che è l'alleanza atlantica. Lo abbiamo detto e ribadito in ogni sede. Da lì non ci si muove. Oltre a ciò, abbiamo anche una capacità che altri paesi non hanno: di essere percepiti da altri interlocutori in termini meno aggressivi».
Insomma, la buona notizia è che giochiamo davvero nel campo atlantico. Senza furbate all'italiana.
«Assolutamente sì. Furbate e giochi delle tre carte non sono accettabili nel campo delle relazioni internazionali. Dopo di che, gli stessi Usa si rendono conto che ci sono diverse sensibilità tra settori della loro opinione pubblica e settori della nostra: vale rispetto alla Russia o, su un piano diverso, rispetto alla Turchia. Ed è qualcosa che, se comunicato in modo corretto, non è un disvalore, ma un valore per l'alleanza atlantica».
L'avete detto anche ai polacchi, giustamente e storicamente preoccupati rispetto alla Russia?
«Certo. Nel vertice Kaczynsky-Salvini la Russia è stato un non-tema. È chiaro: noi non temiamo carri armati russi a Roma, loro li hanno avuti per mezzo secolo a casa propria».
Rapporti operativi con Moavero? Tra i marmi della Farnesina vi vedete, lavorate insieme, oppure ognuno ha la sua agenda?
«Metta nel conto che tra noi non c'era consuetudine parlamentare pregressa… Ma da parte mia c'è l'intenzione di lavorare sempre di più per migliorare il livello di fiducia reciproca».
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2018-12-17
I primi 15 costruttuori di armi fatturano quanto Toyota. Per questo all'Occidente (e all'Italia) serve l'Arabia Saudita
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ANSA
- All'indomani della morte di Jamal Khashoggi, la Serie A ha confermato lo svolgimento della Supercocca tra Juventus e Milan a Jeddah. Il nostro calcio ha bisogno di Riad da quando il Qatar è finito nella lista nera proprio dei sauditi.
- Le polemiche dei diritti umani sono una ulteriore ipocrisia di chi spera che il nostro Paese si schieri con altri Paesi. In realtà i rapporti dei nostri servizi con quelli guidati da Mohammed Bin Salman restano buoni e lo sono anche dopo la violazione di Hacking team, la più grande azienda italiana di software violata nel 2015.
- Il Parlamento italiano e americano vorrebbero impedire ai rispettivi governi di esportare armamenti in nella penisola saudita, ma le mozioni rispondono solo a logiche politiche interne.
- Le prime 100 imprese della Difesa fatturano 398 miliardi, le prime 15 valgono 231 miliardi. Più o meno il giro d'affari della principale società automotive giapponese. Il regno arabo con "Vision 2030" punta a crescere e allargare la propria potenza. Le company Usa e pure quelle europee non possono crescere se non agganciano il trend miliatre dei Bin Salman.
Lo speciale contiene quattro articoli
Nonostante le proteste arrivate un po' da tutto il mondo, in particolare dal mondo giornalistico dopo la morte del dissidente saudita Jamal Khashoggi, mercoledì 16 gennaio a Jeddah in Arabia Saudita ci sarà la finale di Supercoppa Italiana tra Milan e Juventus. La monarchia saudita ha investito su questo incontro quasi 7 milioni di euro, una cifra importante per la nostra Serie A, da tempo lontana dai palcoscenici mondiali. Ma per essere ancora più precisi la sfida che vedrà tra un mese confrontarsi rossoneri e bianconeri rappresenta la prima pietra per il riscatto dei sauditi, un Paese da due anni in recessione che sta provando a ristrutturarsi economicamente. A prevalenza religiosa musulmana, (85-90% sunniti e 10-15% sciiti), il calo del prezzo del petrolio nel triennio 2015-2017 ha fatto diminuire gli introiti erariali (25 miliardi dollari nel 2015 e 21 miliardi nel 2016, rispetto agli oltre 40 miliardi degli anni precedenti)
Yemen, attacchi aerei sauditi a Sanaa
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Ma la spesa pubblica è rimasta pressoché inalterata (41 miliardi dollari nel 2015 e 39 miliardi nel 2016), di cui la voce principale è costituita dai salari pubblici, che assorbono circa la metà del totale. La situazione ha portato a un deficit fiscale crescente, attivato nel 2016 a -17,2. Nell'aprile del 2016 la politica economica saudita è stata rivista con l'adozione della strategia di sviluppo Vision 2030, con il tanto contestato principe Mohammed bin Salman, l'erede al trono. Con Vision 2030, il Regno vuole rientrare tra le prime economie al mondo per prodotto interno lordo, creare sufficienti opportunità di lavoro per la crescente fetta di giovani che entrano nel mercato del lavoro, sviluppare filiere industriali nazionali (settore della difesa, minerario, energie rinnovabili, turismo), promuovere il settore privato e le piccole e medie imprese. Tra gli obiettivi fiscali, la tassazione dei consumi (con prime misure su bevande e tabacchi adottate a giugno 2017), la tassazione sui lavoratori stranieri (da luglio 2017) e l'introduzione dell'Iva dal 2018. Juventus-Milan quindi è solo una piccola fetta dell'immagine del Regno all'estero. Da qui ai prossimi vent'anni i sauditi vogliono facilitare gli scambi internazionali, tanto da aver lanciato nel gennaio del 2017 un portale interattivo chiamato "eServices" che punta a facilitare il processo di trasmissione dei documenti per l'esportazione di merci verso l'Arabia Saudita.
Per l'Italia è un'occasione ghiotta dal punto di vista economico, anche se non si può dimenticare che dal punto di vista diplomatico per noi potrebbe rappresentare un problema, dal momento che da giugno 2017 Bin Salman ha proibito tutte le importazioni dal Qatar e interrotto i collegamenti terrestri, marittimi e aerei con Doha, dove nel 2016 si era giocato sempre un Juventus Milan per la Supercoppa italiana. Nel marzo di quest anno si è svolto a Roma il Business Forum Italy-Saudi Arabia, dove è stato spiegato che l'Arabia Saudita esporta per 17 miliardi di dollari e importa per 29 miliardi. A fare da anfitrione l'avvocato, Antonio Fabbricatore, che non è l'unico in Italia a essersi mosso in queste settimane per favorire lo scambio tra i nostri Paesi. La politica sembra molto attenta soprattutto ai possibili investimenti militari con Jeddah, come Guglielmo Picchi, sottosegretario agli Affari esteri, tra i primi iscritti al Centro Studi Machiavelli che pochi giorni fa ha presentato un dossier sulle spese militari in Arabia Saudita, con un approfondimento con valutazioni comparative e prospettive future.
Il programma "Vision 2030" punta localizzare internamente il 50% della spesa per la Difesa, incrementando l'autonomia dai fornitori occidentali e il know-how militare. Il tema è delicato, perché giusto la scorsa settimana iI Senato americano ha contraddetto Donald Trump nei rapporti diplomatici con l'Arabia Saudita, votando a netta maggioranza bipartisan una risoluzione per un rapido ritiro di ogni sostegno alla guerra di Riad nello Yemen, dove l'Italia è già al fianco dei Sauditi. Tanto che secondo dati Sipri, se nel 2011 gli investimenti i ricavi si attestavano a 166 milioni di euro, già nel 2016 la cifra toccava i 427,5 milioni di euro.
Le relazioni dei sauditi con i nostri servizi segreti forti anche dopo Hacking team
L'Aise, il nostro servizio segreto estero, è stato citato spesso nelle ultime settimane, non solo per il cambio ai vertici con l'arrivo di Luciano Carta. Se n'è parlato sia durante il processo sul giacimento Opl-245 in Nigeria in corso a Milano, sia oltreoceano, negli Stati Uniti, dal momento che un articolo del Washington Post ha risollevato la questione Hacking team e il ruolo che avrebbe avuto la società italiana nell'omicidio del dissidente saudita Jamal Khashoggi. Se nel processo nigeriano a parlare degli agenti di intelligence è stato ex console italiano, Antonio Giandomenico, - citando il dirigente Aise Salvatore Castilletti che gli avrebbe consigliato di prendere come viceconsole uno degli imputati ovvero Gianfranco Falcioni - nel caso saudita sono i report di Wikileaks a parlare.
Il tema è molto complesso, anche perché tocca da vicino l'esportazione di materiale a doppio uso, ovvero con possibilità di utilizzo sia a fini civili sia militari. In questi anni il ministero per lo Sviluppo Economico non ha mai risposto a diverse inchieste giornalistiche portate avanti in particolare sull'esportazione di software spia, come raccontato da Luca Rinaldi su Lettera43 e sul Fatto Quotidiano. «Vendere fuori dall'Europa programmi "dual use" - utilizzabili sia per scopi civili sia militari - richiede una licenza per l'esportazione, secondo le regole Ue. Quali società l'hanno ottenuta? E verso quali destinazioni? Dei 28 Paesi dell'Unione, 11 (tra cui il nostro) si rifiutano di comunicare questo dato: «Gli atti sono sottratti all'accesso», fa sapere il Mise. Gli altri affermano di aver concesso 317 nullaosta, negandone solo 16: nel 29,7% dei casi, destinatari sono nazioni considerate "non libere" come Arabia Saudita, Emirati Arabi, Colombia, Turchia».
La questione è stata sollevata anche grazie a un'interrogazione parlamentare del Movimento 5 Stelle, dove si legge che gli unici dati disponibili al riguardo sono rinvenibili nella «Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo delle esportazioni, importazione e transito dei materiali di armamento», che però non distinguerebbero le categorie dei beni dual-use, ma che comunque riporterebbero per il 2015 un totale di 901 autorizzazioni per un valore di circa 776 milioni di euro. Non solo. Collin Anderson, esperto di cybersicurezza americano, sostiene che: «Il caso Hacking Team ha svelato che l'Italia non ha prestato molta attenzione all'aspetto dei diritti umani, visti i Paesi per cui ha concesso le licenze. Per avere idea di cosa è successo dopo dovremo avere un altro caso simile, ma è improbabile». Il caso è collegato direttamente con Kashoggi, perché l'agente Maher Abdulaziz Mutreb, come ha anche ricordato Il Giornale in un articolo di ottobre, è stato identificato dagli investigatori turchi come uno dei 15 uomini della squadra saudita che avrebbe eliminato il giornalista scomodo a Istanbul.
Mater A Mutreb, infatti, molto vicino al principe Bin Salman, comprare infatti nelle liste pubblicate da Wikileaks nel 2015, dopo che il portale aveva reso noto documenti e mail della società che ha sede in via Moscova a Milano. In una mail ricevuta il 26 gennaio da Marco Bettini, responsabile commerciale, si trovava appunto il nome di Mutreb insieme con altri nomi per un addestramento di 8 settimane. «Siamo pronti ad ospitare il tuo staff la prossima settimana per la formazione adv. Voglio presentarti il mio nuovo collega che è responsabile dei paesi arabi; il suo nome è Mostapha Maanna, è libanese, nato a Riyadh (Arabia Saudita)», scriveva Bettini. C'è da dire che in quei file di Wikileaks si è venuto a scoprire che tra i clienti dell'Hacking Team c'erano anche Polizia, Carabinieri e Presidenza del Consiglio. Del resto la società milanese produceva l'Rcs, uno dei programmi di intercettazione migliori al mondo, utilizzato dallo stesso Aise.
Riad fa litigare Parlamenti e governi sia in Italia che negli Usa. Intanto la Cina si frega le mani
Yemen, attacchi aerei sauditi a SanaaLaPresse
Parlamenti e governi spesso non sono allineati. Accade in Italia e soprattutto negli Usa. I motivi sono simili e le tensioni riguardano in entrambe i casi la vendita di armi all'Arabia Saudita. Nella notte tra il 13 e il 14 dicembre, il Senato americano si è opposto al presidente, Donald Trump, e alla politica estera americana impressa dall'attuale amministrazione in capo alla Casa Bianca. «La Camera Alta ha votato la fine del sostegno a Riad nello Yemen; inoltre, il principe ereditario Mohammed bin Salman è responsabile per la morte del giornalista dissidente Jamal Khashoggi», si legge sul sito asianews.it.
La scorsa settimana i senatori avevano già marcato una netta distinzione rispetto al presidente Trump, affermando che non vi fosse nessun dubbio sul coinvolgimento del principe coronato nel brutale assassinio avvenuto il 2 ottobre scorso al consolato saudita di Istanbul.
«Resta però una decisione storica, con 56 senatori favorevoli (e 41 contrari) a interrompere il sostegno alla coalizione militare araba a guida saudita in Yemen, responsabile secondo l'Onu e agenzie umanitarie della morte di civili, anche bambini», si legge sempre sul sito. «Per la prima volta, dunque, le due camere sono favorevoli al ritiro delle forze armate, utilizzando i poteri previsti dal War Powers Act. Una norma del 1973, che limita i poteri del capo della Casa Bianca nel disporre delle Forze armate senza il consenso del Congresso». In realtà, la mossa è puramente politica e sembra mirata esclusivamente a mettere in difficoltà Trump. Nessun esecutivo precedente e nessuno tra quelli futuri si intesterà una battaglia contro il primo consumatore di armi al mondo. Soprattutto per il semplice fatto che tra le prime 100 corporation della Difesa ben 51 hanno sede negli Stati uniti. «Per ora non vi sono reazioni ufficiali del presidente Trump, che dietro le quinte ribadisce il sostegno all'Arabia Saudita e Bin Salman», riporta il sito. Un portavoce della Casa Bianca ha ricordato gli "interessi strategici" in ballo con il regno che "restano" a dispetto delle scelte dei senatori; tuttavia, i sostenitori della mozione, compresi i Repubblicani, promettono di continuare la loro battaglia. Qualcosa di simile anche se molto più soft ha fatto il Parlamento italiano.
Lo scorso 27 novembre un gruppo di deputati trasversali in seno alla Commissione esteri ha proposto una mozione con l'obiettivo di vendere armi all'Arabia. D'altronde il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha più volte esternato in merito e recentemente è stata ripresa dalla Lega. A settembre Il sottosegretario agli Esteri, Guglielmo Picchi, aveva replicato su twitter all'appello lanciato dal ministro della Difesa al collega agli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, chiedendo una verifica sul rispetto delle leggi sul commercio di armamenti: «Se cambia l'indirizzo politico, il governo sia consapevole di ogni conseguenza negativa occupazionale e commerciale». Insomma tanto realismo, lo stesso che dovrebbe impedire al Parlamento qualunque mozione. Non tutti ne sono però certi tanto più che durante il recente incontro tra Giuseppe Conte e il principe Mohammed bin Salman si è discusso proprio di lista bianca dell'export di armi. I sauditi vogliono la garanzia che il proprio Paese resti sempre nell'elenco dei partner. Il timore dei diplomatici è che il nostro Parlamento possa sostituire Riad con Pechino. Una fetta dei 5 stelle sarebbe al lavoro per favorire la Cina e sponsorizzare un cambio di passo storico.
Le prime 15 aziende della Difesa fatturano 231 miliardi, meno della Toyota
GiphyLe vendite di armi in capo alle 100 maggiori società produttrici di armi e servizi militari (Sipri Top 100) hanno totalizzato nel 2017 una cifra superiore ai 398,2 miliardi. Si è registrato un aumento del 2,5% rispetto al 2016 e segna il terzo anno consecutivo di crescita del trend che in ogni caso con qualche alto e basso ha portato a una impennata in soli 15 anni addirittura del 44%.In questo panorama di crescita il fatturato delle prime 15 aziende manifatturiere della lista è quasi sei volte maggiore delle vendite complessive di armi combinate delle prime 100 società produttrici di armi. In pratica 231 miliardi contro 398. Per inquadrare le cifre è bene però segnalare che le vendite di una sola compagnia, la Toyota, la più grande azienda manifatturiera del mondo, hanno totalizzato 254,7 miliardi. In pratica il 10% in più delle vendite totali tra iprimi 15 produttori di armi globali. Lockheed Martin, la più grande azienda al mondo nel settore degli armamenti, è classificata al 178 ° posto nella classifica Fortune Global 500 per il 2017 e si colloca al di fuori dei 50 maggiori produttori. Le sue vendite di armi rappresentano solo il 18% delle vendite totali di Toyota e rappresentano circa la metà delle vendite totali della società classificate al quindicesimo posto nel Fortune Global 500: China railway and engineering group.
Definito il perimetro, sebbene non ci siano dati precisi e ufficiali, l'Arabia Saudita negli ultimi dieci anni è diventata una delle prime nazioni acquirenti e importatori di armi. Gli Usa rappresentano oltre la metà delle importazioni di armi dell'Arabia Saudita. Le forniture di attrezzature e servizi per la difesa saudita sono aumentate drasticamente, da 1,9 miliardi di dollari nel 2008 a un picco di 8,3 miliardi nel 2016 e naturalmente per un valore stimato di 7,3 miliardi nel 2018. La quota americana di tali importazioni è aumentata, passando dal 31% nel 2008 a un 53% stimato quest'anno. Gli altri principali fornitori, almeno nel 2017, sono stati il Regno Unito e il Canada, seguiti da Germania e Francia e molto alla lontana l'Italia. Le esportazioni militari statunitensi in Arabia Saudita sono comunque una goccia nel mare delle esportazioni degli Stati Uniti. L'equipaggiamento militare ha rappresentato il 18% delle esportazioni statunitensi in Arabia Saudita lo scorso anno, ma solo lo 0,13% delle esportazioni totali mondiali, secondo i dati ufficiali. «Le importazioni saudite di alcuni prodotti specifici, come bombe e missili, sono aumentate drasticamente», scriveva recentemente il Financial Times, «rendendole un cliente importante per i produttori di tali armi. Dell'accordo americano di vendere 110 miliardi di armi al regno. Ma al momento se ne sono finalizzati circa 14. Lockheed Martin, il gruppo americano di difesa e aerospaziale, ha detto che la sua parte del piano potrebbe valere 28 miliardi di vendite». L'Arabia Saudita è stato un mercato molto importante pure per l'industria della difesa del Regno Unito, con un 36% di tutte le esportazioni, secondo i dati di Sipri. Il tutto in un trend crescente.
Ecco perché nessun Paese in questo momento può permettersi di abbandonare Riad se vuole cavalcare l'onda in crescita del mercato della Difesa. Chi, come la Germania, fa dichiarazioni contrastanti è perché si è già agganciata al Dragone. Di quest'ultimo non ci sono dati statistici, ma nessuno ha dubbi sui progressi militari di Pechino che fa una sua corsa autonoma. Al momento l'Arabia non è in grado di rifornirsi dalla Cina (gli hangar di Riad sono pieni di velivoli americani e lo switch non è fattibile in tempi mediamente brevi) ma se un giorno il regno decidesse di aprire una nuova linea di rifornimenti per l'Occidente sarebbe un colpo pesantissimo.
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2018-06-26
Moavero va all'Ue e Savona rimane a Roma. Il numero uno della Farnesina si tiene le deleghe
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Il ministro per gli Affari europei è rimasto nella capitale, dove ha incontrato il governatore della Sardegna. Il capo degli Esteri, invece, è a Lussemburgo per discutere il bilancio dell'Unione (1.000 miliardi). Disinnescato l'euroscettico, il giurista, di concerto con il Quirinale, non ha ancora affidato ai suoi vice e sottosegretari (tra cui un leghista e due pentastellati) alcun dossier.
A Paolo Savona il lavoro istituzionale in Italia, a Enzo Moavero Milanesi le questioni più delicate in Europa. Niente da fare anche questa volta. Mentre a Lussemburgo il Consiglio affari generali (Cag) dell'Ue prepara il Consiglio europeo che si terrà giovedì e venerdì e discute di bilancio Ue, di allargamento dall'Unione, di Polonia e di Brexit, il ministro per gli Affari europei è rimasto a Roma per incontrare il governatore della Sardegna, Francesco Pigliaru. Come recita il sito del Consiglio europeo, il Cag è composto essenzialmente dai ministri degli Affari europei degli Stati membri. Tutti hanno inviato il ministro o il sottosegretario con la delega.
Tutti, dicevamo. Tranne l'Italia. Per il nostro Paese, infatti, nonostante la presenza di un ministro per gli Affari europei, ha partecipato appunto Moavero Milanesi. L'assenza dell'euroscettico Savona è figlia sì dell'urgenza del dossier immigrazione ma anche di una recente decisione del numero uno della Farnesina, che ha sfilato al collega la delega al bilancio Ue, tenendolo così lontano dal Consiglio affari generali, che ha competenza sul budget comunitario 2021-2027 (una partita da 1.000 miliardi di euro). Soltanto pochi giorni prima, Savona, il più anziano ministro dell'Italia repubblicana, aveva perso la delega ai Fondi europei di coesione, finita a Barbara Lezzi, ministro pentastellato per il Sud.
La missione «disinnescare Savona» - che fonti della Farnesina raccontano essere gestita dal vicepremier Luigi Di Maio in sintonia con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il suo segretario generale Ugo Zampetti - non è la sola mossa del fronte quirinalizio interno al governo. Mattarella ha ottenuto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini alcuni uomini di fiducia in ministeri chiave, come Giovanni Tria al Tesoro ed Enzo Moavero Milanesi agli Esteri. E guardando proprio la struttura della Farnesina guidata dall'ex ministro di Mario Monti si nota la mancanza di deleghe ai sottosegretari. Che sono tre: il pentastellato Manlio Di Stefano, il leghista Guglielmo Picchi e Ricardo Merlo, senatore del Movimento associativo italiani all'estero. L'unico viceministro è Emanuela Del Re, con competenza sulla Cooperazione internazionale e potrà, visto il ruolo di viceministro, partecipare ai consigli dei ministri. Si racconta tuttavia alla Farnesina di un po' per la diffidenza del ministro, gran conoscitore di cose europee, verso i «nuovi» al governo.
Intervistato lunedì dal Messaggero, in un dialogo in cui l'intervistatore l'ha definito «un europeista convinto dai toni felpati», Moavero Milanesi ha parlato della convivenza con Salvini, che fa assi con il presidente ungherese Viktor Orbán e litiga furiosamente con il francese Emmanuel Macron. Il ministro ha risposto sottolineato di non aver «riscontrato difficoltà a ragionare e prendere decisioni insieme con i colleghi della squadra di governo», raccontando di una «dialettica aperta e costruttiva».
Ma le tensioni nel governo, raccontano dalla Farnesina, ci sono. E sono state evidenti davanti al braccio di ferro tra Moavero Milanesi e Savona. È passato meno di un mese dall'insediamento del governo e il ministro degli Esteri non ha ancora distribuito le deleghe. C'è chi dice sia presto e sottolinea come la Farnesina sia sempre tra gli ultimi ministeri ad assegnare le competenze. Tuttavia, alla Verità risulta un quadro diverso: il ritardo è voluto.
Picchi è in queste ore a Vienna per il vertice dell'Osce. Di Stefano a Strasburgo per l'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa. Merlo non nasconde la convinzione di vedersi presto attribuita la delega agli italiani all'estero. La Del Re, infine, tiene da settimane un profilo basso in attesa, domani mattina, di accogliere all'aeroporto di Fiumicino i 139 profughi del Corno d'Africa che erano rifugiati nei campi del Tigrai in Etiopia, il cui ingresso in Italia è reso possibile grazie al protocollo di intesa con lo Stato italiano, firmato dalla Cei e dalla Comunità di Sant'Egidio. In tutto questo Moavero Milanesi non sta affatto mettendo fretta al suo staff affinché proceda con l'attribuzione delle deleghe ai sottosegretari. Dietro il numero uno della Farnesina, dipinto come un grande accentratore poco incline ad affidare ai suoi i vari dossier, si intravede l'ombra del presidente Mattarella. Il rapporto tra i due è molto stretto: la scorsa settimana, per esempio, durante l'incontro con il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, Mattarella aveva al suo fianco proprio il ministro degli Esteri. Non soltanto per via del suo incarico ma anche per l'estrema fiducia che il Quirinale nutre nei suoi confronti. Quirinale che, disinnescato Savona, sta lavorando per arginare i gialloblù alla Farnesina tenendoli alla larga dalle questioni più urgenti, tra cui il futuro dell'Ue. In particolare il trumpiano Picchi e il russofilo Di Stefano, al presidente poco graditi.
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