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2018-06-26
Moavero va all'Ue e Savona rimane a Roma. Il numero uno della Farnesina si tiene le deleghe
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ANSA
A Paolo Savona il lavoro istituzionale in Italia, a Enzo Moavero Milanesi le questioni più delicate in Europa. Niente da fare anche questa volta. Mentre a Lussemburgo il Consiglio affari generali (Cag) dell'Ue prepara il Consiglio europeo che si terrà giovedì e venerdì e discute di bilancio Ue, di allargamento dall'Unione, di Polonia e di Brexit, il ministro per gli Affari europei è rimasto a Roma per incontrare il governatore della Sardegna, Francesco Pigliaru. Come recita il sito del Consiglio europeo, il Cag è composto essenzialmente dai ministri degli Affari europei degli Stati membri. Tutti hanno inviato il ministro o il sottosegretario con la delega.
Tutti, dicevamo. Tranne l'Italia. Per il nostro Paese, infatti, nonostante la presenza di un ministro per gli Affari europei, ha partecipato appunto Moavero Milanesi. L'assenza dell'euroscettico Savona è figlia sì dell'urgenza del dossier immigrazione ma anche di una recente decisione del numero uno della Farnesina, che ha sfilato al collega la delega al bilancio Ue, tenendolo così lontano dal Consiglio affari generali, che ha competenza sul budget comunitario 2021-2027 (una partita da 1.000 miliardi di euro). Soltanto pochi giorni prima, Savona, il più anziano ministro dell'Italia repubblicana, aveva perso la delega ai Fondi europei di coesione, finita a Barbara Lezzi, ministro pentastellato per il Sud.
La missione «disinnescare Savona» - che fonti della Farnesina raccontano essere gestita dal vicepremier Luigi Di Maio in sintonia con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il suo segretario generale Ugo Zampetti - non è la sola mossa del fronte quirinalizio interno al governo. Mattarella ha ottenuto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini alcuni uomini di fiducia in ministeri chiave, come Giovanni Tria al Tesoro ed Enzo Moavero Milanesi agli Esteri. E guardando proprio la struttura della Farnesina guidata dall'ex ministro di Mario Monti si nota la mancanza di deleghe ai sottosegretari. Che sono tre: il pentastellato Manlio Di Stefano, il leghista Guglielmo Picchi e Ricardo Merlo, senatore del Movimento associativo italiani all'estero. L'unico viceministro è Emanuela Del Re, con competenza sulla Cooperazione internazionale e potrà, visto il ruolo di viceministro, partecipare ai consigli dei ministri. Si racconta tuttavia alla Farnesina di un po' per la diffidenza del ministro, gran conoscitore di cose europee, verso i «nuovi» al governo.
Intervistato lunedì dal Messaggero, in un dialogo in cui l'intervistatore l'ha definito «un europeista convinto dai toni felpati», Moavero Milanesi ha parlato della convivenza con Salvini, che fa assi con il presidente ungherese Viktor Orbán e litiga furiosamente con il francese Emmanuel Macron. Il ministro ha risposto sottolineato di non aver «riscontrato difficoltà a ragionare e prendere decisioni insieme con i colleghi della squadra di governo», raccontando di una «dialettica aperta e costruttiva».
Ma le tensioni nel governo, raccontano dalla Farnesina, ci sono. E sono state evidenti davanti al braccio di ferro tra Moavero Milanesi e Savona. È passato meno di un mese dall'insediamento del governo e il ministro degli Esteri non ha ancora distribuito le deleghe. C'è chi dice sia presto e sottolinea come la Farnesina sia sempre tra gli ultimi ministeri ad assegnare le competenze. Tuttavia, alla Verità risulta un quadro diverso: il ritardo è voluto.
Picchi è in queste ore a Vienna per il vertice dell'Osce. Di Stefano a Strasburgo per l'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa. Merlo non nasconde la convinzione di vedersi presto attribuita la delega agli italiani all'estero. La Del Re, infine, tiene da settimane un profilo basso in attesa, domani mattina, di accogliere all'aeroporto di Fiumicino i 139 profughi del Corno d'Africa che erano rifugiati nei campi del Tigrai in Etiopia, il cui ingresso in Italia è reso possibile grazie al protocollo di intesa con lo Stato italiano, firmato dalla Cei e dalla Comunità di Sant'Egidio. In tutto questo Moavero Milanesi non sta affatto mettendo fretta al suo staff affinché proceda con l'attribuzione delle deleghe ai sottosegretari. Dietro il numero uno della Farnesina, dipinto come un grande accentratore poco incline ad affidare ai suoi i vari dossier, si intravede l'ombra del presidente Mattarella. Il rapporto tra i due è molto stretto: la scorsa settimana, per esempio, durante l'incontro con il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, Mattarella aveva al suo fianco proprio il ministro degli Esteri. Non soltanto per via del suo incarico ma anche per l'estrema fiducia che il Quirinale nutre nei suoi confronti. Quirinale che, disinnescato Savona, sta lavorando per arginare i gialloblù alla Farnesina tenendoli alla larga dalle questioni più urgenti, tra cui il futuro dell'Ue. In particolare il trumpiano Picchi e il russofilo Di Stefano, al presidente poco graditi.
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Il ministro per gli Affari europei è rimasto nella capitale, dove ha incontrato il governatore della Sardegna. Il capo degli Esteri, invece, è a Lussemburgo per discutere il bilancio dell'Unione (1.000 miliardi). Disinnescato l'euroscettico, il giurista, di concerto con il Quirinale, non ha ancora affidato ai suoi vice e sottosegretari (tra cui un leghista e due pentastellati) alcun dossier.A Paolo Savona il lavoro istituzionale in Italia, a Enzo Moavero Milanesi le questioni più delicate in Europa. Niente da fare anche questa volta. Mentre a Lussemburgo il Consiglio affari generali (Cag) dell'Ue prepara il Consiglio europeo che si terrà giovedì e venerdì e discute di bilancio Ue, di allargamento dall'Unione, di Polonia e di Brexit, il ministro per gli Affari europei è rimasto a Roma per incontrare il governatore della Sardegna, Francesco Pigliaru. Come recita il sito del Consiglio europeo, il Cag è composto essenzialmente dai ministri degli Affari europei degli Stati membri. Tutti hanno inviato il ministro o il sottosegretario con la delega.Tutti, dicevamo. Tranne l'Italia. Per il nostro Paese, infatti, nonostante la presenza di un ministro per gli Affari europei, ha partecipato appunto Moavero Milanesi. L'assenza dell'euroscettico Savona è figlia sì dell'urgenza del dossier immigrazione ma anche di una recente decisione del numero uno della Farnesina, che ha sfilato al collega la delega al bilancio Ue, tenendolo così lontano dal Consiglio affari generali, che ha competenza sul budget comunitario 2021-2027 (una partita da 1.000 miliardi di euro). Soltanto pochi giorni prima, Savona, il più anziano ministro dell'Italia repubblicana, aveva perso la delega ai Fondi europei di coesione, finita a Barbara Lezzi, ministro pentastellato per il Sud.La missione «disinnescare Savona» - che fonti della Farnesina raccontano essere gestita dal vicepremier Luigi Di Maio in sintonia con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il suo segretario generale Ugo Zampetti - non è la sola mossa del fronte quirinalizio interno al governo. Mattarella ha ottenuto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini alcuni uomini di fiducia in ministeri chiave, come Giovanni Tria al Tesoro ed Enzo Moavero Milanesi agli Esteri. E guardando proprio la struttura della Farnesina guidata dall'ex ministro di Mario Monti si nota la mancanza di deleghe ai sottosegretari. Che sono tre: il pentastellato Manlio Di Stefano, il leghista Guglielmo Picchi e Ricardo Merlo, senatore del Movimento associativo italiani all'estero. L'unico viceministro è Emanuela Del Re, con competenza sulla Cooperazione internazionale e potrà, visto il ruolo di viceministro, partecipare ai consigli dei ministri. Si racconta tuttavia alla Farnesina di un po' per la diffidenza del ministro, gran conoscitore di cose europee, verso i «nuovi» al governo.Intervistato lunedì dal Messaggero, in un dialogo in cui l'intervistatore l'ha definito «un europeista convinto dai toni felpati», Moavero Milanesi ha parlato della convivenza con Salvini, che fa assi con il presidente ungherese Viktor Orbán e litiga furiosamente con il francese Emmanuel Macron. Il ministro ha risposto sottolineato di non aver «riscontrato difficoltà a ragionare e prendere decisioni insieme con i colleghi della squadra di governo», raccontando di una «dialettica aperta e costruttiva». Ma le tensioni nel governo, raccontano dalla Farnesina, ci sono. E sono state evidenti davanti al braccio di ferro tra Moavero Milanesi e Savona. È passato meno di un mese dall'insediamento del governo e il ministro degli Esteri non ha ancora distribuito le deleghe. C'è chi dice sia presto e sottolinea come la Farnesina sia sempre tra gli ultimi ministeri ad assegnare le competenze. Tuttavia, alla Verità risulta un quadro diverso: il ritardo è voluto. Picchi è in queste ore a Vienna per il vertice dell'Osce. Di Stefano a Strasburgo per l'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa. Merlo non nasconde la convinzione di vedersi presto attribuita la delega agli italiani all'estero. La Del Re, infine, tiene da settimane un profilo basso in attesa, domani mattina, di accogliere all'aeroporto di Fiumicino i 139 profughi del Corno d'Africa che erano rifugiati nei campi del Tigrai in Etiopia, il cui ingresso in Italia è reso possibile grazie al protocollo di intesa con lo Stato italiano, firmato dalla Cei e dalla Comunità di Sant'Egidio. In tutto questo Moavero Milanesi non sta affatto mettendo fretta al suo staff affinché proceda con l'attribuzione delle deleghe ai sottosegretari. Dietro il numero uno della Farnesina, dipinto come un grande accentratore poco incline ad affidare ai suoi i vari dossier, si intravede l'ombra del presidente Mattarella. Il rapporto tra i due è molto stretto: la scorsa settimana, per esempio, durante l'incontro con il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, Mattarella aveva al suo fianco proprio il ministro degli Esteri. Non soltanto per via del suo incarico ma anche per l'estrema fiducia che il Quirinale nutre nei suoi confronti. Quirinale che, disinnescato Savona, sta lavorando per arginare i gialloblù alla Farnesina tenendoli alla larga dalle questioni più urgenti, tra cui il futuro dell'Ue. In particolare il trumpiano Picchi e il russofilo Di Stefano, al presidente poco graditi.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara