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2018-12-17
I primi 15 costruttuori di armi fatturano quanto Toyota. Per questo all'Occidente (e all'Italia) serve l'Arabia Saudita
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ANSA
Nonostante le proteste arrivate un po' da tutto il mondo, in particolare dal mondo giornalistico dopo la morte del dissidente saudita Jamal Khashoggi, mercoledì 16 gennaio a Jeddah in Arabia Saudita ci sarà la finale di Supercoppa Italiana tra Milan e Juventus. La monarchia saudita ha investito su questo incontro quasi 7 milioni di euro, una cifra importante per la nostra Serie A, da tempo lontana dai palcoscenici mondiali. Ma per essere ancora più precisi la sfida che vedrà tra un mese confrontarsi rossoneri e bianconeri rappresenta la prima pietra per il riscatto dei sauditi, un Paese da due anni in recessione che sta provando a ristrutturarsi economicamente. A prevalenza religiosa musulmana, (85-90% sunniti e 10-15% sciiti), il calo del prezzo del petrolio nel triennio 2015-2017 ha fatto diminuire gli introiti erariali (25 miliardi dollari nel 2015 e 21 miliardi nel 2016, rispetto agli oltre 40 miliardi degli anni precedenti) Ma la spesa pubblica è rimasta pressoché inalterata (41 miliardi dollari nel 2015 e 39 miliardi nel 2016), di cui la voce principale è costituita dai salari pubblici, che assorbono circa la metà del totale. La situazione ha portato a un deficit fiscale crescente, attivato nel 2016 a -17,2. Nell'aprile del 2016 la politica economica saudita è stata rivista con l'adozione della strategia di sviluppo Vision 2030, con il tanto contestato principe Mohammed bin Salman, l'erede al trono. Con Vision 2030, il Regno vuole rientrare tra le prime economie al mondo per prodotto interno lordo, creare sufficienti opportunità di lavoro per la crescente fetta di giovani che entrano nel mercato del lavoro, sviluppare filiere industriali nazionali (settore della difesa, minerario, energie rinnovabili, turismo), promuovere il settore privato e le piccole e medie imprese. Tra gli obiettivi fiscali, la tassazione dei consumi (con prime misure su bevande e tabacchi adottate a giugno 2017), la tassazione sui lavoratori stranieri (da luglio 2017) e l'introduzione dell'Iva dal 2018. Juventus-Milan quindi è solo una piccola fetta dell'immagine del Regno all'estero. Da qui ai prossimi vent'anni i sauditi vogliono facilitare gli scambi internazionali, tanto da aver lanciato nel gennaio del 2017 un portale interattivo chiamato "eServices" che punta a facilitare il processo di trasmissione dei documenti per l'esportazione di merci verso l'Arabia Saudita.
Per l'Italia è un'occasione ghiotta dal punto di vista economico, anche se non si può dimenticare che dal punto di vista diplomatico per noi potrebbe rappresentare un problema, dal momento che da giugno 2017 Bin Salman ha proibito tutte le importazioni dal Qatar e interrotto i collegamenti terrestri, marittimi e aerei con Doha, dove nel 2016 si era giocato sempre un Juventus Milan per la Supercoppa italiana. Nel marzo di quest anno si è svolto a Roma il Business Forum Italy-Saudi Arabia, dove è stato spiegato che l'Arabia Saudita esporta per 17 miliardi di dollari e importa per 29 miliardi. A fare da anfitrione l'avvocato, Antonio Fabbricatore, che non è l'unico in Italia a essersi mosso in queste settimane per favorire lo scambio tra i nostri Paesi. La politica sembra molto attenta soprattutto ai possibili investimenti militari con Jeddah, come Guglielmo Picchi, sottosegretario agli Affari esteri, tra i primi iscritti al Centro Studi Machiavelli che pochi giorni fa ha presentato un dossier sulle spese militari in Arabia Saudita, con un approfondimento con valutazioni comparative e prospettive future.
Il programma "Vision 2030" punta localizzare internamente il 50% della spesa per la Difesa, incrementando l'autonomia dai fornitori occidentali e il know-how militare. Il tema è delicato, perché giusto la scorsa settimana iI Senato americano ha contraddetto Donald Trump nei rapporti diplomatici con l'Arabia Saudita, votando a netta maggioranza bipartisan una risoluzione per un rapido ritiro di ogni sostegno alla guerra di Riad nello Yemen, dove l'Italia è già al fianco dei Sauditi. Tanto che secondo dati Sipri, se nel 2011 gli investimenti i ricavi si attestavano a 166 milioni di euro, già nel 2016 la cifra toccava i 427,5 milioni di euro.
Le relazioni dei sauditi con i nostri servizi segreti forti anche dopo Hacking team
L'Aise, il nostro servizio segreto estero, è stato citato spesso nelle ultime settimane, non solo per il cambio ai vertici con l'arrivo di Luciano Carta. Se n'è parlato sia durante il processo sul giacimento Opl-245 in Nigeria in corso a Milano, sia oltreoceano, negli Stati Uniti, dal momento che un articolo del Washington Post ha risollevato la questione Hacking team e il ruolo che avrebbe avuto la società italiana nell'omicidio del dissidente saudita Jamal Khashoggi. Se nel processo nigeriano a parlare degli agenti di intelligence è stato ex console italiano, Antonio Giandomenico, - citando il dirigente Aise Salvatore Castilletti che gli avrebbe consigliato di prendere come viceconsole uno degli imputati ovvero Gianfranco Falcioni - nel caso saudita sono i report di Wikileaks a parlare.
Il tema è molto complesso, anche perché tocca da vicino l'esportazione di materiale a doppio uso, ovvero con possibilità di utilizzo sia a fini civili sia militari. In questi anni il ministero per lo Sviluppo Economico non ha mai risposto a diverse inchieste giornalistiche portate avanti in particolare sull'esportazione di software spia, come raccontato da Luca Rinaldi su Lettera43 e sul Fatto Quotidiano. «Vendere fuori dall'Europa programmi "dual use" - utilizzabili sia per scopi civili sia militari - richiede una licenza per l'esportazione, secondo le regole Ue. Quali società l'hanno ottenuta? E verso quali destinazioni? Dei 28 Paesi dell'Unione, 11 (tra cui il nostro) si rifiutano di comunicare questo dato: «Gli atti sono sottratti all'accesso», fa sapere il Mise. Gli altri affermano di aver concesso 317 nullaosta, negandone solo 16: nel 29,7% dei casi, destinatari sono nazioni considerate "non libere" come Arabia Saudita, Emirati Arabi, Colombia, Turchia».
La questione è stata sollevata anche grazie a un'interrogazione parlamentare del Movimento 5 Stelle, dove si legge che gli unici dati disponibili al riguardo sono rinvenibili nella «Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo delle esportazioni, importazione e transito dei materiali di armamento», che però non distinguerebbero le categorie dei beni dual-use, ma che comunque riporterebbero per il 2015 un totale di 901 autorizzazioni per un valore di circa 776 milioni di euro. Non solo. Collin Anderson, esperto di cybersicurezza americano, sostiene che: «Il caso Hacking Team ha svelato che l'Italia non ha prestato molta attenzione all'aspetto dei diritti umani, visti i Paesi per cui ha concesso le licenze. Per avere idea di cosa è successo dopo dovremo avere un altro caso simile, ma è improbabile». Il caso è collegato direttamente con Kashoggi, perché l'agente Maher Abdulaziz Mutreb, come ha anche ricordato Il Giornale in un articolo di ottobre, è stato identificato dagli investigatori turchi come uno dei 15 uomini della squadra saudita che avrebbe eliminato il giornalista scomodo a Istanbul.
Mater A Mutreb, infatti, molto vicino al principe Bin Salman, comprare infatti nelle liste pubblicate da Wikileaks nel 2015, dopo che il portale aveva reso noto documenti e mail della società che ha sede in via Moscova a Milano. In una mail ricevuta il 26 gennaio da Marco Bettini, responsabile commerciale, si trovava appunto il nome di Mutreb insieme con altri nomi per un addestramento di 8 settimane. «Siamo pronti ad ospitare il tuo staff la prossima settimana per la formazione adv. Voglio presentarti il mio nuovo collega che è responsabile dei paesi arabi; il suo nome è Mostapha Maanna, è libanese, nato a Riyadh (Arabia Saudita)», scriveva Bettini. C'è da dire che in quei file di Wikileaks si è venuto a scoprire che tra i clienti dell'Hacking Team c'erano anche Polizia, Carabinieri e Presidenza del Consiglio. Del resto la società milanese produceva l'Rcs, uno dei programmi di intercettazione migliori al mondo, utilizzato dallo stesso Aise.
Riad fa litigare Parlamenti e governi sia in Italia che negli Usa. Intanto la Cina si frega le mani
Yemen, attacchi aerei sauditi a SanaaLaPresse
Parlamenti e governi spesso non sono allineati. Accade in Italia e soprattutto negli Usa. I motivi sono simili e le tensioni riguardano in entrambe i casi la vendita di armi all'Arabia Saudita. Nella notte tra il 13 e il 14 dicembre, il Senato americano si è opposto al presidente, Donald Trump, e alla politica estera americana impressa dall'attuale amministrazione in capo alla Casa Bianca. «La Camera Alta ha votato la fine del sostegno a Riad nello Yemen; inoltre, il principe ereditario Mohammed bin Salman è responsabile per la morte del giornalista dissidente Jamal Khashoggi», si legge sul sito asianews.it.
La scorsa settimana i senatori avevano già marcato una netta distinzione rispetto al presidente Trump, affermando che non vi fosse nessun dubbio sul coinvolgimento del principe coronato nel brutale assassinio avvenuto il 2 ottobre scorso al consolato saudita di Istanbul.
«Resta però una decisione storica, con 56 senatori favorevoli (e 41 contrari) a interrompere il sostegno alla coalizione militare araba a guida saudita in Yemen, responsabile secondo l'Onu e agenzie umanitarie della morte di civili, anche bambini», si legge sempre sul sito. «Per la prima volta, dunque, le due camere sono favorevoli al ritiro delle forze armate, utilizzando i poteri previsti dal War Powers Act. Una norma del 1973, che limita i poteri del capo della Casa Bianca nel disporre delle Forze armate senza il consenso del Congresso». In realtà, la mossa è puramente politica e sembra mirata esclusivamente a mettere in difficoltà Trump. Nessun esecutivo precedente e nessuno tra quelli futuri si intesterà una battaglia contro il primo consumatore di armi al mondo. Soprattutto per il semplice fatto che tra le prime 100 corporation della Difesa ben 51 hanno sede negli Stati uniti. «Per ora non vi sono reazioni ufficiali del presidente Trump, che dietro le quinte ribadisce il sostegno all'Arabia Saudita e Bin Salman», riporta il sito. Un portavoce della Casa Bianca ha ricordato gli "interessi strategici" in ballo con il regno che "restano" a dispetto delle scelte dei senatori; tuttavia, i sostenitori della mozione, compresi i Repubblicani, promettono di continuare la loro battaglia. Qualcosa di simile anche se molto più soft ha fatto il Parlamento italiano.
Lo scorso 27 novembre un gruppo di deputati trasversali in seno alla Commissione esteri ha proposto una mozione con l'obiettivo di vendere armi all'Arabia. D'altronde il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha più volte esternato in merito e recentemente è stata ripresa dalla Lega. A settembre Il sottosegretario agli Esteri, Guglielmo Picchi, aveva replicato su twitter all'appello lanciato dal ministro della Difesa al collega agli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, chiedendo una verifica sul rispetto delle leggi sul commercio di armamenti: «Se cambia l'indirizzo politico, il governo sia consapevole di ogni conseguenza negativa occupazionale e commerciale». Insomma tanto realismo, lo stesso che dovrebbe impedire al Parlamento qualunque mozione. Non tutti ne sono però certi tanto più che durante il recente incontro tra Giuseppe Conte e il principe Mohammed bin Salman si è discusso proprio di lista bianca dell'export di armi. I sauditi vogliono la garanzia che il proprio Paese resti sempre nell'elenco dei partner. Il timore dei diplomatici è che il nostro Parlamento possa sostituire Riad con Pechino. Una fetta dei 5 stelle sarebbe al lavoro per favorire la Cina e sponsorizzare un cambio di passo storico.
Le prime 15 aziende della Difesa fatturano 231 miliardi, meno della Toyota
GiphyLe vendite di armi in capo alle 100 maggiori società produttrici di armi e servizi militari (Sipri Top 100) hanno totalizzato nel 2017 una cifra superiore ai 398,2 miliardi. Si è registrato un aumento del 2,5% rispetto al 2016 e segna il terzo anno consecutivo di crescita del trend che in ogni caso con qualche alto e basso ha portato a una impennata in soli 15 anni addirittura del 44%.In questo panorama di crescita il fatturato delle prime 15 aziende manifatturiere della lista è quasi sei volte maggiore delle vendite complessive di armi combinate delle prime 100 società produttrici di armi. In pratica 231 miliardi contro 398. Per inquadrare le cifre è bene però segnalare che le vendite di una sola compagnia, la Toyota, la più grande azienda manifatturiera del mondo, hanno totalizzato 254,7 miliardi. In pratica il 10% in più delle vendite totali tra iprimi 15 produttori di armi globali. Lockheed Martin, la più grande azienda al mondo nel settore degli armamenti, è classificata al 178 ° posto nella classifica Fortune Global 500 per il 2017 e si colloca al di fuori dei 50 maggiori produttori. Le sue vendite di armi rappresentano solo il 18% delle vendite totali di Toyota e rappresentano circa la metà delle vendite totali della società classificate al quindicesimo posto nel Fortune Global 500: China railway and engineering group.
Definito il perimetro, sebbene non ci siano dati precisi e ufficiali, l'Arabia Saudita negli ultimi dieci anni è diventata una delle prime nazioni acquirenti e importatori di armi. Gli Usa rappresentano oltre la metà delle importazioni di armi dell'Arabia Saudita. Le forniture di attrezzature e servizi per la difesa saudita sono aumentate drasticamente, da 1,9 miliardi di dollari nel 2008 a un picco di 8,3 miliardi nel 2016 e naturalmente per un valore stimato di 7,3 miliardi nel 2018. La quota americana di tali importazioni è aumentata, passando dal 31% nel 2008 a un 53% stimato quest'anno. Gli altri principali fornitori, almeno nel 2017, sono stati il Regno Unito e il Canada, seguiti da Germania e Francia e molto alla lontana l'Italia. Le esportazioni militari statunitensi in Arabia Saudita sono comunque una goccia nel mare delle esportazioni degli Stati Uniti. L'equipaggiamento militare ha rappresentato il 18% delle esportazioni statunitensi in Arabia Saudita lo scorso anno, ma solo lo 0,13% delle esportazioni totali mondiali, secondo i dati ufficiali. «Le importazioni saudite di alcuni prodotti specifici, come bombe e missili, sono aumentate drasticamente», scriveva recentemente il Financial Times, «rendendole un cliente importante per i produttori di tali armi. Dell'accordo americano di vendere 110 miliardi di armi al regno. Ma al momento se ne sono finalizzati circa 14. Lockheed Martin, il gruppo americano di difesa e aerospaziale, ha detto che la sua parte del piano potrebbe valere 28 miliardi di vendite». L'Arabia Saudita è stato un mercato molto importante pure per l'industria della difesa del Regno Unito, con un 36% di tutte le esportazioni, secondo i dati di Sipri. Il tutto in un trend crescente.
Ecco perché nessun Paese in questo momento può permettersi di abbandonare Riad se vuole cavalcare l'onda in crescita del mercato della Difesa. Chi, come la Germania, fa dichiarazioni contrastanti è perché si è già agganciata al Dragone. Di quest'ultimo non ci sono dati statistici, ma nessuno ha dubbi sui progressi militari di Pechino che fa una sua corsa autonoma. Al momento l'Arabia non è in grado di rifornirsi dalla Cina (gli hangar di Riad sono pieni di velivoli americani e lo switch non è fattibile in tempi mediamente brevi) ma se un giorno il regno decidesse di aprire una nuova linea di rifornimenti per l'Occidente sarebbe un colpo pesantissimo.
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All'indomani della morte di Jamal Khashoggi, la Serie A ha confermato lo svolgimento della Supercocca tra Juventus e Milan a Jeddah. Il nostro calcio ha bisogno di Riad da quando il Qatar è finito nella lista nera proprio dei sauditi. Le polemiche dei diritti umani sono una ulteriore ipocrisia di chi spera che il nostro Paese si schieri con altri Paesi. In realtà i rapporti dei nostri servizi con quelli guidati da Mohammed Bin Salman restano buoni e lo sono anche dopo la violazione di Hacking team, la più grande azienda italiana di software violata nel 2015.Il Parlamento italiano e americano vorrebbero impedire ai rispettivi governi di esportare armamenti in nella penisola saudita, ma le mozioni rispondono solo a logiche politiche interne.Le prime 100 imprese della Difesa fatturano 398 miliardi, le prime 15 valgono 231 miliardi. Più o meno il giro d'affari della principale società automotive giapponese. Il regno arabo con "Vision 2030" punta a crescere e allargare la propria potenza. Le company Usa e pure quelle europee non possono crescere se non agganciano il trend miliatre dei Bin Salman.Lo speciale contiene quattro articoli!function(e,t,s,i){var n="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName("script")[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(i)&&(i=d+i),window[n]&&window[n].initialized)window[n].process&&window[n].process();else if(!e.getElementById(s)){var r=e.createElement("script");r.async=1,r.id=s,r.src=i,o.parentNode.insertBefore(r,o)}}(document,0,"infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js");Nonostante le proteste arrivate un po' da tutto il mondo, in particolare dal mondo giornalistico dopo la morte del dissidente saudita Jamal Khashoggi, mercoledì 16 gennaio a Jeddah in Arabia Saudita ci sarà la finale di Supercoppa Italiana tra Milan e Juventus. La monarchia saudita ha investito su questo incontro quasi 7 milioni di euro, una cifra importante per la nostra Serie A, da tempo lontana dai palcoscenici mondiali. Ma per essere ancora più precisi la sfida che vedrà tra un mese confrontarsi rossoneri e bianconeri rappresenta la prima pietra per il riscatto dei sauditi, un Paese da due anni in recessione che sta provando a ristrutturarsi economicamente. A prevalenza religiosa musulmana, (85-90% sunniti e 10-15% sciiti), il calo del prezzo del petrolio nel triennio 2015-2017 ha fatto diminuire gli introiti erariali (25 miliardi dollari nel 2015 e 21 miliardi nel 2016, rispetto agli oltre 40 miliardi degli anni precedenti) Ma la spesa pubblica è rimasta pressoché inalterata (41 miliardi dollari nel 2015 e 39 miliardi nel 2016), di cui la voce principale è costituita dai salari pubblici, che assorbono circa la metà del totale. La situazione ha portato a un deficit fiscale crescente, attivato nel 2016 a -17,2. Nell'aprile del 2016 la politica economica saudita è stata rivista con l'adozione della strategia di sviluppo Vision 2030, con il tanto contestato principe Mohammed bin Salman, l'erede al trono. Con Vision 2030, il Regno vuole rientrare tra le prime economie al mondo per prodotto interno lordo, creare sufficienti opportunità di lavoro per la crescente fetta di giovani che entrano nel mercato del lavoro, sviluppare filiere industriali nazionali (settore della difesa, minerario, energie rinnovabili, turismo), promuovere il settore privato e le piccole e medie imprese. Tra gli obiettivi fiscali, la tassazione dei consumi (con prime misure su bevande e tabacchi adottate a giugno 2017), la tassazione sui lavoratori stranieri (da luglio 2017) e l'introduzione dell'Iva dal 2018. Juventus-Milan quindi è solo una piccola fetta dell'immagine del Regno all'estero. Da qui ai prossimi vent'anni i sauditi vogliono facilitare gli scambi internazionali, tanto da aver lanciato nel gennaio del 2017 un portale interattivo chiamato "eServices" che punta a facilitare il processo di trasmissione dei documenti per l'esportazione di merci verso l'Arabia Saudita. Per l'Italia è un'occasione ghiotta dal punto di vista economico, anche se non si può dimenticare che dal punto di vista diplomatico per noi potrebbe rappresentare un problema, dal momento che da giugno 2017 Bin Salman ha proibito tutte le importazioni dal Qatar e interrotto i collegamenti terrestri, marittimi e aerei con Doha, dove nel 2016 si era giocato sempre un Juventus Milan per la Supercoppa italiana. Nel marzo di quest anno si è svolto a Roma il Business Forum Italy-Saudi Arabia, dove è stato spiegato che l'Arabia Saudita esporta per 17 miliardi di dollari e importa per 29 miliardi. A fare da anfitrione l'avvocato, Antonio Fabbricatore, che non è l'unico in Italia a essersi mosso in queste settimane per favorire lo scambio tra i nostri Paesi. La politica sembra molto attenta soprattutto ai possibili investimenti militari con Jeddah, come Guglielmo Picchi, sottosegretario agli Affari esteri, tra i primi iscritti al Centro Studi Machiavelli che pochi giorni fa ha presentato un dossier sulle spese militari in Arabia Saudita, con un approfondimento con valutazioni comparative e prospettive future. Il programma "Vision 2030" punta localizzare internamente il 50% della spesa per la Difesa, incrementando l'autonomia dai fornitori occidentali e il know-how militare. Il tema è delicato, perché giusto la scorsa settimana iI Senato americano ha contraddetto Donald Trump nei rapporti diplomatici con l'Arabia Saudita, votando a netta maggioranza bipartisan una risoluzione per un rapido ritiro di ogni sostegno alla guerra di Riad nello Yemen, dove l'Italia è già al fianco dei Sauditi. 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In questi anni il ministero per lo Sviluppo Economico non ha mai risposto a diverse inchieste giornalistiche portate avanti in particolare sull'esportazione di software spia, come raccontato da Luca Rinaldi su Lettera43 e sul Fatto Quotidiano. «Vendere fuori dall'Europa programmi "dual use" - utilizzabili sia per scopi civili sia militari - richiede una licenza per l'esportazione, secondo le regole Ue. Quali società l'hanno ottenuta? E verso quali destinazioni? Dei 28 Paesi dell'Unione, 11 (tra cui il nostro) si rifiutano di comunicare questo dato: «Gli atti sono sottratti all'accesso», fa sapere il Mise. Gli altri affermano di aver concesso 317 nullaosta, negandone solo 16: nel 29,7% dei casi, destinatari sono nazioni considerate "non libere" come Arabia Saudita, Emirati Arabi, Colombia, Turchia».La questione è stata sollevata anche grazie a un'interrogazione parlamentare del Movimento 5 Stelle, dove si legge che gli unici dati disponibili al riguardo sono rinvenibili nella «Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo delle esportazioni, importazione e transito dei materiali di armamento», che però non distinguerebbero le categorie dei beni dual-use, ma che comunque riporterebbero per il 2015 un totale di 901 autorizzazioni per un valore di circa 776 milioni di euro. Non solo. Collin Anderson, esperto di cybersicurezza americano, sostiene che: «Il caso Hacking Team ha svelato che l'Italia non ha prestato molta attenzione all'aspetto dei diritti umani, visti i Paesi per cui ha concesso le licenze. Per avere idea di cosa è successo dopo dovremo avere un altro caso simile, ma è improbabile». Il caso è collegato direttamente con Kashoggi, perché l'agente Maher Abdulaziz Mutreb, come ha anche ricordato Il Giornale in un articolo di ottobre, è stato identificato dagli investigatori turchi come uno dei 15 uomini della squadra saudita che avrebbe eliminato il giornalista scomodo a Istanbul. Mater A Mutreb, infatti, molto vicino al principe Bin Salman, comprare infatti nelle liste pubblicate da Wikileaks nel 2015, dopo che il portale aveva reso noto documenti e mail della società che ha sede in via Moscova a Milano. In una mail ricevuta il 26 gennaio da Marco Bettini, responsabile commerciale, si trovava appunto il nome di Mutreb insieme con altri nomi per un addestramento di 8 settimane. «Siamo pronti ad ospitare il tuo staff la prossima settimana per la formazione adv. Voglio presentarti il mio nuovo collega che è responsabile dei paesi arabi; il suo nome è Mostapha Maanna, è libanese, nato a Riyadh (Arabia Saudita)», scriveva Bettini. C'è da dire che in quei file di Wikileaks si è venuto a scoprire che tra i clienti dell'Hacking Team c'erano anche Polizia, Carabinieri e Presidenza del Consiglio. Del resto la società milanese produceva l'Rcs, uno dei programmi di intercettazione migliori al mondo, utilizzato dallo stesso Aise. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/speciale-arabia-saudita-2623511341.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="riad-fa-litigare-parlamenti-e-governi-sia-in-italia-che-negli-usa-intanto-la-cina-si-frega-le-mani" data-post-id="2623511341" data-published-at="1767731315" data-use-pagination="False"> Riad fa litigare Parlamenti e governi sia in Italia che negli Usa. Intanto la Cina si frega le mani Yemen, attacchi aerei sauditi a Sanaa LaPresse Parlamenti e governi spesso non sono allineati. Accade in Italia e soprattutto negli Usa. I motivi sono simili e le tensioni riguardano in entrambe i casi la vendita di armi all'Arabia Saudita. Nella notte tra il 13 e il 14 dicembre, il Senato americano si è opposto al presidente, Donald Trump, e alla politica estera americana impressa dall'attuale amministrazione in capo alla Casa Bianca. «La Camera Alta ha votato la fine del sostegno a Riad nello Yemen; inoltre, il principe ereditario Mohammed bin Salman è responsabile per la morte del giornalista dissidente Jamal Khashoggi», si legge sul sito asianews.it.La scorsa settimana i senatori avevano già marcato una netta distinzione rispetto al presidente Trump, affermando che non vi fosse nessun dubbio sul coinvolgimento del principe coronato nel brutale assassinio avvenuto il 2 ottobre scorso al consolato saudita di Istanbul. «Resta però una decisione storica, con 56 senatori favorevoli (e 41 contrari) a interrompere il sostegno alla coalizione militare araba a guida saudita in Yemen, responsabile secondo l'Onu e agenzie umanitarie della morte di civili, anche bambini», si legge sempre sul sito. «Per la prima volta, dunque, le due camere sono favorevoli al ritiro delle forze armate, utilizzando i poteri previsti dal War Powers Act. Una norma del 1973, che limita i poteri del capo della Casa Bianca nel disporre delle Forze armate senza il consenso del Congresso». In realtà, la mossa è puramente politica e sembra mirata esclusivamente a mettere in difficoltà Trump. Nessun esecutivo precedente e nessuno tra quelli futuri si intesterà una battaglia contro il primo consumatore di armi al mondo. Soprattutto per il semplice fatto che tra le prime 100 corporation della Difesa ben 51 hanno sede negli Stati uniti. «Per ora non vi sono reazioni ufficiali del presidente Trump, che dietro le quinte ribadisce il sostegno all'Arabia Saudita e Bin Salman», riporta il sito. Un portavoce della Casa Bianca ha ricordato gli "interessi strategici" in ballo con il regno che "restano" a dispetto delle scelte dei senatori; tuttavia, i sostenitori della mozione, compresi i Repubblicani, promettono di continuare la loro battaglia. Qualcosa di simile anche se molto più soft ha fatto il Parlamento italiano. Lo scorso 27 novembre un gruppo di deputati trasversali in seno alla Commissione esteri ha proposto una mozione con l'obiettivo di vendere armi all'Arabia. D'altronde il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha più volte esternato in merito e recentemente è stata ripresa dalla Lega. A settembre Il sottosegretario agli Esteri, Guglielmo Picchi, aveva replicato su twitter all'appello lanciato dal ministro della Difesa al collega agli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, chiedendo una verifica sul rispetto delle leggi sul commercio di armamenti: «Se cambia l'indirizzo politico, il governo sia consapevole di ogni conseguenza negativa occupazionale e commerciale». Insomma tanto realismo, lo stesso che dovrebbe impedire al Parlamento qualunque mozione. Non tutti ne sono però certi tanto più che durante il recente incontro tra Giuseppe Conte e il principe Mohammed bin Salman si è discusso proprio di lista bianca dell'export di armi. I sauditi vogliono la garanzia che il proprio Paese resti sempre nell'elenco dei partner. Il timore dei diplomatici è che il nostro Parlamento possa sostituire Riad con Pechino. Una fetta dei 5 stelle sarebbe al lavoro per favorire la Cina e sponsorizzare un cambio di passo storico. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/speciale-arabia-saudita-2623511341.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="le-prime-15-aziende-della-difesa-fatturano-231-miliardi-meno-della-toyota" data-post-id="2623511341" data-published-at="1767731315" data-use-pagination="False"> Le prime 15 aziende della Difesa fatturano 231 miliardi, meno della Toyota Giphy Le vendite di armi in capo alle 100 maggiori società produttrici di armi e servizi militari (Sipri Top 100) hanno totalizzato nel 2017 una cifra superiore ai 398,2 miliardi. Si è registrato un aumento del 2,5% rispetto al 2016 e segna il terzo anno consecutivo di crescita del trend che in ogni caso con qualche alto e basso ha portato a una impennata in soli 15 anni addirittura del 44%.In questo panorama di crescita il fatturato delle prime 15 aziende manifatturiere della lista è quasi sei volte maggiore delle vendite complessive di armi combinate delle prime 100 società produttrici di armi. In pratica 231 miliardi contro 398. Per inquadrare le cifre è bene però segnalare che le vendite di una sola compagnia, la Toyota, la più grande azienda manifatturiera del mondo, hanno totalizzato 254,7 miliardi. In pratica il 10% in più delle vendite totali tra iprimi 15 produttori di armi globali. Lockheed Martin, la più grande azienda al mondo nel settore degli armamenti, è classificata al 178 ° posto nella classifica Fortune Global 500 per il 2017 e si colloca al di fuori dei 50 maggiori produttori. Le sue vendite di armi rappresentano solo il 18% delle vendite totali di Toyota e rappresentano circa la metà delle vendite totali della società classificate al quindicesimo posto nel Fortune Global 500: China railway and engineering group.Definito il perimetro, sebbene non ci siano dati precisi e ufficiali, l'Arabia Saudita negli ultimi dieci anni è diventata una delle prime nazioni acquirenti e importatori di armi. Gli Usa rappresentano oltre la metà delle importazioni di armi dell'Arabia Saudita. Le forniture di attrezzature e servizi per la difesa saudita sono aumentate drasticamente, da 1,9 miliardi di dollari nel 2008 a un picco di 8,3 miliardi nel 2016 e naturalmente per un valore stimato di 7,3 miliardi nel 2018. La quota americana di tali importazioni è aumentata, passando dal 31% nel 2008 a un 53% stimato quest'anno. Gli altri principali fornitori, almeno nel 2017, sono stati il Regno Unito e il Canada, seguiti da Germania e Francia e molto alla lontana l'Italia. Le esportazioni militari statunitensi in Arabia Saudita sono comunque una goccia nel mare delle esportazioni degli Stati Uniti. L'equipaggiamento militare ha rappresentato il 18% delle esportazioni statunitensi in Arabia Saudita lo scorso anno, ma solo lo 0,13% delle esportazioni totali mondiali, secondo i dati ufficiali. «Le importazioni saudite di alcuni prodotti specifici, come bombe e missili, sono aumentate drasticamente», scriveva recentemente il Financial Times, «rendendole un cliente importante per i produttori di tali armi. Dell'accordo americano di vendere 110 miliardi di armi al regno. Ma al momento se ne sono finalizzati circa 14. Lockheed Martin, il gruppo americano di difesa e aerospaziale, ha detto che la sua parte del piano potrebbe valere 28 miliardi di vendite». L'Arabia Saudita è stato un mercato molto importante pure per l'industria della difesa del Regno Unito, con un 36% di tutte le esportazioni, secondo i dati di Sipri. Il tutto in un trend crescente. Ecco perché nessun Paese in questo momento può permettersi di abbandonare Riad se vuole cavalcare l'onda in crescita del mercato della Difesa. Chi, come la Germania, fa dichiarazioni contrastanti è perché si è già agganciata al Dragone. Di quest'ultimo non ci sono dati statistici, ma nessuno ha dubbi sui progressi militari di Pechino che fa una sua corsa autonoma. Al momento l'Arabia non è in grado di rifornirsi dalla Cina (gli hangar di Riad sono pieni di velivoli americani e lo switch non è fattibile in tempi mediamente brevi) ma se un giorno il regno decidesse di aprire una nuova linea di rifornimenti per l'Occidente sarebbe un colpo pesantissimo.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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