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2018-12-17
I primi 15 costruttuori di armi fatturano quanto Toyota. Per questo all'Occidente (e all'Italia) serve l'Arabia Saudita
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ANSA
Nonostante le proteste arrivate un po' da tutto il mondo, in particolare dal mondo giornalistico dopo la morte del dissidente saudita Jamal Khashoggi, mercoledì 16 gennaio a Jeddah in Arabia Saudita ci sarà la finale di Supercoppa Italiana tra Milan e Juventus. La monarchia saudita ha investito su questo incontro quasi 7 milioni di euro, una cifra importante per la nostra Serie A, da tempo lontana dai palcoscenici mondiali. Ma per essere ancora più precisi la sfida che vedrà tra un mese confrontarsi rossoneri e bianconeri rappresenta la prima pietra per il riscatto dei sauditi, un Paese da due anni in recessione che sta provando a ristrutturarsi economicamente. A prevalenza religiosa musulmana, (85-90% sunniti e 10-15% sciiti), il calo del prezzo del petrolio nel triennio 2015-2017 ha fatto diminuire gli introiti erariali (25 miliardi dollari nel 2015 e 21 miliardi nel 2016, rispetto agli oltre 40 miliardi degli anni precedenti) Ma la spesa pubblica è rimasta pressoché inalterata (41 miliardi dollari nel 2015 e 39 miliardi nel 2016), di cui la voce principale è costituita dai salari pubblici, che assorbono circa la metà del totale. La situazione ha portato a un deficit fiscale crescente, attivato nel 2016 a -17,2. Nell'aprile del 2016 la politica economica saudita è stata rivista con l'adozione della strategia di sviluppo Vision 2030, con il tanto contestato principe Mohammed bin Salman, l'erede al trono. Con Vision 2030, il Regno vuole rientrare tra le prime economie al mondo per prodotto interno lordo, creare sufficienti opportunità di lavoro per la crescente fetta di giovani che entrano nel mercato del lavoro, sviluppare filiere industriali nazionali (settore della difesa, minerario, energie rinnovabili, turismo), promuovere il settore privato e le piccole e medie imprese. Tra gli obiettivi fiscali, la tassazione dei consumi (con prime misure su bevande e tabacchi adottate a giugno 2017), la tassazione sui lavoratori stranieri (da luglio 2017) e l'introduzione dell'Iva dal 2018. Juventus-Milan quindi è solo una piccola fetta dell'immagine del Regno all'estero. Da qui ai prossimi vent'anni i sauditi vogliono facilitare gli scambi internazionali, tanto da aver lanciato nel gennaio del 2017 un portale interattivo chiamato "eServices" che punta a facilitare il processo di trasmissione dei documenti per l'esportazione di merci verso l'Arabia Saudita.
Per l'Italia è un'occasione ghiotta dal punto di vista economico, anche se non si può dimenticare che dal punto di vista diplomatico per noi potrebbe rappresentare un problema, dal momento che da giugno 2017 Bin Salman ha proibito tutte le importazioni dal Qatar e interrotto i collegamenti terrestri, marittimi e aerei con Doha, dove nel 2016 si era giocato sempre un Juventus Milan per la Supercoppa italiana. Nel marzo di quest anno si è svolto a Roma il Business Forum Italy-Saudi Arabia, dove è stato spiegato che l'Arabia Saudita esporta per 17 miliardi di dollari e importa per 29 miliardi. A fare da anfitrione l'avvocato, Antonio Fabbricatore, che non è l'unico in Italia a essersi mosso in queste settimane per favorire lo scambio tra i nostri Paesi. La politica sembra molto attenta soprattutto ai possibili investimenti militari con Jeddah, come Guglielmo Picchi, sottosegretario agli Affari esteri, tra i primi iscritti al Centro Studi Machiavelli che pochi giorni fa ha presentato un dossier sulle spese militari in Arabia Saudita, con un approfondimento con valutazioni comparative e prospettive future.
Il programma "Vision 2030" punta localizzare internamente il 50% della spesa per la Difesa, incrementando l'autonomia dai fornitori occidentali e il know-how militare. Il tema è delicato, perché giusto la scorsa settimana iI Senato americano ha contraddetto Donald Trump nei rapporti diplomatici con l'Arabia Saudita, votando a netta maggioranza bipartisan una risoluzione per un rapido ritiro di ogni sostegno alla guerra di Riad nello Yemen, dove l'Italia è già al fianco dei Sauditi. Tanto che secondo dati Sipri, se nel 2011 gli investimenti i ricavi si attestavano a 166 milioni di euro, già nel 2016 la cifra toccava i 427,5 milioni di euro.
Le relazioni dei sauditi con i nostri servizi segreti forti anche dopo Hacking team
L'Aise, il nostro servizio segreto estero, è stato citato spesso nelle ultime settimane, non solo per il cambio ai vertici con l'arrivo di Luciano Carta. Se n'è parlato sia durante il processo sul giacimento Opl-245 in Nigeria in corso a Milano, sia oltreoceano, negli Stati Uniti, dal momento che un articolo del Washington Post ha risollevato la questione Hacking team e il ruolo che avrebbe avuto la società italiana nell'omicidio del dissidente saudita Jamal Khashoggi. Se nel processo nigeriano a parlare degli agenti di intelligence è stato ex console italiano, Antonio Giandomenico, - citando il dirigente Aise Salvatore Castilletti che gli avrebbe consigliato di prendere come viceconsole uno degli imputati ovvero Gianfranco Falcioni - nel caso saudita sono i report di Wikileaks a parlare.
Il tema è molto complesso, anche perché tocca da vicino l'esportazione di materiale a doppio uso, ovvero con possibilità di utilizzo sia a fini civili sia militari. In questi anni il ministero per lo Sviluppo Economico non ha mai risposto a diverse inchieste giornalistiche portate avanti in particolare sull'esportazione di software spia, come raccontato da Luca Rinaldi su Lettera43 e sul Fatto Quotidiano. «Vendere fuori dall'Europa programmi "dual use" - utilizzabili sia per scopi civili sia militari - richiede una licenza per l'esportazione, secondo le regole Ue. Quali società l'hanno ottenuta? E verso quali destinazioni? Dei 28 Paesi dell'Unione, 11 (tra cui il nostro) si rifiutano di comunicare questo dato: «Gli atti sono sottratti all'accesso», fa sapere il Mise. Gli altri affermano di aver concesso 317 nullaosta, negandone solo 16: nel 29,7% dei casi, destinatari sono nazioni considerate "non libere" come Arabia Saudita, Emirati Arabi, Colombia, Turchia».
La questione è stata sollevata anche grazie a un'interrogazione parlamentare del Movimento 5 Stelle, dove si legge che gli unici dati disponibili al riguardo sono rinvenibili nella «Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo delle esportazioni, importazione e transito dei materiali di armamento», che però non distinguerebbero le categorie dei beni dual-use, ma che comunque riporterebbero per il 2015 un totale di 901 autorizzazioni per un valore di circa 776 milioni di euro. Non solo. Collin Anderson, esperto di cybersicurezza americano, sostiene che: «Il caso Hacking Team ha svelato che l'Italia non ha prestato molta attenzione all'aspetto dei diritti umani, visti i Paesi per cui ha concesso le licenze. Per avere idea di cosa è successo dopo dovremo avere un altro caso simile, ma è improbabile». Il caso è collegato direttamente con Kashoggi, perché l'agente Maher Abdulaziz Mutreb, come ha anche ricordato Il Giornale in un articolo di ottobre, è stato identificato dagli investigatori turchi come uno dei 15 uomini della squadra saudita che avrebbe eliminato il giornalista scomodo a Istanbul.
Mater A Mutreb, infatti, molto vicino al principe Bin Salman, comprare infatti nelle liste pubblicate da Wikileaks nel 2015, dopo che il portale aveva reso noto documenti e mail della società che ha sede in via Moscova a Milano. In una mail ricevuta il 26 gennaio da Marco Bettini, responsabile commerciale, si trovava appunto il nome di Mutreb insieme con altri nomi per un addestramento di 8 settimane. «Siamo pronti ad ospitare il tuo staff la prossima settimana per la formazione adv. Voglio presentarti il mio nuovo collega che è responsabile dei paesi arabi; il suo nome è Mostapha Maanna, è libanese, nato a Riyadh (Arabia Saudita)», scriveva Bettini. C'è da dire che in quei file di Wikileaks si è venuto a scoprire che tra i clienti dell'Hacking Team c'erano anche Polizia, Carabinieri e Presidenza del Consiglio. Del resto la società milanese produceva l'Rcs, uno dei programmi di intercettazione migliori al mondo, utilizzato dallo stesso Aise.
Riad fa litigare Parlamenti e governi sia in Italia che negli Usa. Intanto la Cina si frega le mani
Yemen, attacchi aerei sauditi a SanaaLaPresse
Parlamenti e governi spesso non sono allineati. Accade in Italia e soprattutto negli Usa. I motivi sono simili e le tensioni riguardano in entrambe i casi la vendita di armi all'Arabia Saudita. Nella notte tra il 13 e il 14 dicembre, il Senato americano si è opposto al presidente, Donald Trump, e alla politica estera americana impressa dall'attuale amministrazione in capo alla Casa Bianca. «La Camera Alta ha votato la fine del sostegno a Riad nello Yemen; inoltre, il principe ereditario Mohammed bin Salman è responsabile per la morte del giornalista dissidente Jamal Khashoggi», si legge sul sito asianews.it.
La scorsa settimana i senatori avevano già marcato una netta distinzione rispetto al presidente Trump, affermando che non vi fosse nessun dubbio sul coinvolgimento del principe coronato nel brutale assassinio avvenuto il 2 ottobre scorso al consolato saudita di Istanbul.
«Resta però una decisione storica, con 56 senatori favorevoli (e 41 contrari) a interrompere il sostegno alla coalizione militare araba a guida saudita in Yemen, responsabile secondo l'Onu e agenzie umanitarie della morte di civili, anche bambini», si legge sempre sul sito. «Per la prima volta, dunque, le due camere sono favorevoli al ritiro delle forze armate, utilizzando i poteri previsti dal War Powers Act. Una norma del 1973, che limita i poteri del capo della Casa Bianca nel disporre delle Forze armate senza il consenso del Congresso». In realtà, la mossa è puramente politica e sembra mirata esclusivamente a mettere in difficoltà Trump. Nessun esecutivo precedente e nessuno tra quelli futuri si intesterà una battaglia contro il primo consumatore di armi al mondo. Soprattutto per il semplice fatto che tra le prime 100 corporation della Difesa ben 51 hanno sede negli Stati uniti. «Per ora non vi sono reazioni ufficiali del presidente Trump, che dietro le quinte ribadisce il sostegno all'Arabia Saudita e Bin Salman», riporta il sito. Un portavoce della Casa Bianca ha ricordato gli "interessi strategici" in ballo con il regno che "restano" a dispetto delle scelte dei senatori; tuttavia, i sostenitori della mozione, compresi i Repubblicani, promettono di continuare la loro battaglia. Qualcosa di simile anche se molto più soft ha fatto il Parlamento italiano.
Lo scorso 27 novembre un gruppo di deputati trasversali in seno alla Commissione esteri ha proposto una mozione con l'obiettivo di vendere armi all'Arabia. D'altronde il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha più volte esternato in merito e recentemente è stata ripresa dalla Lega. A settembre Il sottosegretario agli Esteri, Guglielmo Picchi, aveva replicato su twitter all'appello lanciato dal ministro della Difesa al collega agli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, chiedendo una verifica sul rispetto delle leggi sul commercio di armamenti: «Se cambia l'indirizzo politico, il governo sia consapevole di ogni conseguenza negativa occupazionale e commerciale». Insomma tanto realismo, lo stesso che dovrebbe impedire al Parlamento qualunque mozione. Non tutti ne sono però certi tanto più che durante il recente incontro tra Giuseppe Conte e il principe Mohammed bin Salman si è discusso proprio di lista bianca dell'export di armi. I sauditi vogliono la garanzia che il proprio Paese resti sempre nell'elenco dei partner. Il timore dei diplomatici è che il nostro Parlamento possa sostituire Riad con Pechino. Una fetta dei 5 stelle sarebbe al lavoro per favorire la Cina e sponsorizzare un cambio di passo storico.
Le prime 15 aziende della Difesa fatturano 231 miliardi, meno della Toyota
GiphyLe vendite di armi in capo alle 100 maggiori società produttrici di armi e servizi militari (Sipri Top 100) hanno totalizzato nel 2017 una cifra superiore ai 398,2 miliardi. Si è registrato un aumento del 2,5% rispetto al 2016 e segna il terzo anno consecutivo di crescita del trend che in ogni caso con qualche alto e basso ha portato a una impennata in soli 15 anni addirittura del 44%.In questo panorama di crescita il fatturato delle prime 15 aziende manifatturiere della lista è quasi sei volte maggiore delle vendite complessive di armi combinate delle prime 100 società produttrici di armi. In pratica 231 miliardi contro 398. Per inquadrare le cifre è bene però segnalare che le vendite di una sola compagnia, la Toyota, la più grande azienda manifatturiera del mondo, hanno totalizzato 254,7 miliardi. In pratica il 10% in più delle vendite totali tra iprimi 15 produttori di armi globali. Lockheed Martin, la più grande azienda al mondo nel settore degli armamenti, è classificata al 178 ° posto nella classifica Fortune Global 500 per il 2017 e si colloca al di fuori dei 50 maggiori produttori. Le sue vendite di armi rappresentano solo il 18% delle vendite totali di Toyota e rappresentano circa la metà delle vendite totali della società classificate al quindicesimo posto nel Fortune Global 500: China railway and engineering group.
Definito il perimetro, sebbene non ci siano dati precisi e ufficiali, l'Arabia Saudita negli ultimi dieci anni è diventata una delle prime nazioni acquirenti e importatori di armi. Gli Usa rappresentano oltre la metà delle importazioni di armi dell'Arabia Saudita. Le forniture di attrezzature e servizi per la difesa saudita sono aumentate drasticamente, da 1,9 miliardi di dollari nel 2008 a un picco di 8,3 miliardi nel 2016 e naturalmente per un valore stimato di 7,3 miliardi nel 2018. La quota americana di tali importazioni è aumentata, passando dal 31% nel 2008 a un 53% stimato quest'anno. Gli altri principali fornitori, almeno nel 2017, sono stati il Regno Unito e il Canada, seguiti da Germania e Francia e molto alla lontana l'Italia. Le esportazioni militari statunitensi in Arabia Saudita sono comunque una goccia nel mare delle esportazioni degli Stati Uniti. L'equipaggiamento militare ha rappresentato il 18% delle esportazioni statunitensi in Arabia Saudita lo scorso anno, ma solo lo 0,13% delle esportazioni totali mondiali, secondo i dati ufficiali. «Le importazioni saudite di alcuni prodotti specifici, come bombe e missili, sono aumentate drasticamente», scriveva recentemente il Financial Times, «rendendole un cliente importante per i produttori di tali armi. Dell'accordo americano di vendere 110 miliardi di armi al regno. Ma al momento se ne sono finalizzati circa 14. Lockheed Martin, il gruppo americano di difesa e aerospaziale, ha detto che la sua parte del piano potrebbe valere 28 miliardi di vendite». L'Arabia Saudita è stato un mercato molto importante pure per l'industria della difesa del Regno Unito, con un 36% di tutte le esportazioni, secondo i dati di Sipri. Il tutto in un trend crescente.
Ecco perché nessun Paese in questo momento può permettersi di abbandonare Riad se vuole cavalcare l'onda in crescita del mercato della Difesa. Chi, come la Germania, fa dichiarazioni contrastanti è perché si è già agganciata al Dragone. Di quest'ultimo non ci sono dati statistici, ma nessuno ha dubbi sui progressi militari di Pechino che fa una sua corsa autonoma. Al momento l'Arabia non è in grado di rifornirsi dalla Cina (gli hangar di Riad sono pieni di velivoli americani e lo switch non è fattibile in tempi mediamente brevi) ma se un giorno il regno decidesse di aprire una nuova linea di rifornimenti per l'Occidente sarebbe un colpo pesantissimo.
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All'indomani della morte di Jamal Khashoggi, la Serie A ha confermato lo svolgimento della Supercocca tra Juventus e Milan a Jeddah. Il nostro calcio ha bisogno di Riad da quando il Qatar è finito nella lista nera proprio dei sauditi. Le polemiche dei diritti umani sono una ulteriore ipocrisia di chi spera che il nostro Paese si schieri con altri Paesi. In realtà i rapporti dei nostri servizi con quelli guidati da Mohammed Bin Salman restano buoni e lo sono anche dopo la violazione di Hacking team, la più grande azienda italiana di software violata nel 2015.Il Parlamento italiano e americano vorrebbero impedire ai rispettivi governi di esportare armamenti in nella penisola saudita, ma le mozioni rispondono solo a logiche politiche interne.Le prime 100 imprese della Difesa fatturano 398 miliardi, le prime 15 valgono 231 miliardi. Più o meno il giro d'affari della principale società automotive giapponese. Il regno arabo con "Vision 2030" punta a crescere e allargare la propria potenza. Le company Usa e pure quelle europee non possono crescere se non agganciano il trend miliatre dei Bin Salman.Lo speciale contiene quattro articoli!function(e,t,s,i){var n="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName("script")[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(i)&&(i=d+i),window[n]&&window[n].initialized)window[n].process&&window[n].process();else if(!e.getElementById(s)){var r=e.createElement("script");r.async=1,r.id=s,r.src=i,o.parentNode.insertBefore(r,o)}}(document,0,"infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js");Nonostante le proteste arrivate un po' da tutto il mondo, in particolare dal mondo giornalistico dopo la morte del dissidente saudita Jamal Khashoggi, mercoledì 16 gennaio a Jeddah in Arabia Saudita ci sarà la finale di Supercoppa Italiana tra Milan e Juventus. La monarchia saudita ha investito su questo incontro quasi 7 milioni di euro, una cifra importante per la nostra Serie A, da tempo lontana dai palcoscenici mondiali. Ma per essere ancora più precisi la sfida che vedrà tra un mese confrontarsi rossoneri e bianconeri rappresenta la prima pietra per il riscatto dei sauditi, un Paese da due anni in recessione che sta provando a ristrutturarsi economicamente. A prevalenza religiosa musulmana, (85-90% sunniti e 10-15% sciiti), il calo del prezzo del petrolio nel triennio 2015-2017 ha fatto diminuire gli introiti erariali (25 miliardi dollari nel 2015 e 21 miliardi nel 2016, rispetto agli oltre 40 miliardi degli anni precedenti) Ma la spesa pubblica è rimasta pressoché inalterata (41 miliardi dollari nel 2015 e 39 miliardi nel 2016), di cui la voce principale è costituita dai salari pubblici, che assorbono circa la metà del totale. La situazione ha portato a un deficit fiscale crescente, attivato nel 2016 a -17,2. Nell'aprile del 2016 la politica economica saudita è stata rivista con l'adozione della strategia di sviluppo Vision 2030, con il tanto contestato principe Mohammed bin Salman, l'erede al trono. Con Vision 2030, il Regno vuole rientrare tra le prime economie al mondo per prodotto interno lordo, creare sufficienti opportunità di lavoro per la crescente fetta di giovani che entrano nel mercato del lavoro, sviluppare filiere industriali nazionali (settore della difesa, minerario, energie rinnovabili, turismo), promuovere il settore privato e le piccole e medie imprese. Tra gli obiettivi fiscali, la tassazione dei consumi (con prime misure su bevande e tabacchi adottate a giugno 2017), la tassazione sui lavoratori stranieri (da luglio 2017) e l'introduzione dell'Iva dal 2018. Juventus-Milan quindi è solo una piccola fetta dell'immagine del Regno all'estero. Da qui ai prossimi vent'anni i sauditi vogliono facilitare gli scambi internazionali, tanto da aver lanciato nel gennaio del 2017 un portale interattivo chiamato "eServices" che punta a facilitare il processo di trasmissione dei documenti per l'esportazione di merci verso l'Arabia Saudita. Per l'Italia è un'occasione ghiotta dal punto di vista economico, anche se non si può dimenticare che dal punto di vista diplomatico per noi potrebbe rappresentare un problema, dal momento che da giugno 2017 Bin Salman ha proibito tutte le importazioni dal Qatar e interrotto i collegamenti terrestri, marittimi e aerei con Doha, dove nel 2016 si era giocato sempre un Juventus Milan per la Supercoppa italiana. Nel marzo di quest anno si è svolto a Roma il Business Forum Italy-Saudi Arabia, dove è stato spiegato che l'Arabia Saudita esporta per 17 miliardi di dollari e importa per 29 miliardi. A fare da anfitrione l'avvocato, Antonio Fabbricatore, che non è l'unico in Italia a essersi mosso in queste settimane per favorire lo scambio tra i nostri Paesi. La politica sembra molto attenta soprattutto ai possibili investimenti militari con Jeddah, come Guglielmo Picchi, sottosegretario agli Affari esteri, tra i primi iscritti al Centro Studi Machiavelli che pochi giorni fa ha presentato un dossier sulle spese militari in Arabia Saudita, con un approfondimento con valutazioni comparative e prospettive future. Il programma "Vision 2030" punta localizzare internamente il 50% della spesa per la Difesa, incrementando l'autonomia dai fornitori occidentali e il know-how militare. Il tema è delicato, perché giusto la scorsa settimana iI Senato americano ha contraddetto Donald Trump nei rapporti diplomatici con l'Arabia Saudita, votando a netta maggioranza bipartisan una risoluzione per un rapido ritiro di ogni sostegno alla guerra di Riad nello Yemen, dove l'Italia è già al fianco dei Sauditi. 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In questi anni il ministero per lo Sviluppo Economico non ha mai risposto a diverse inchieste giornalistiche portate avanti in particolare sull'esportazione di software spia, come raccontato da Luca Rinaldi su Lettera43 e sul Fatto Quotidiano. «Vendere fuori dall'Europa programmi "dual use" - utilizzabili sia per scopi civili sia militari - richiede una licenza per l'esportazione, secondo le regole Ue. Quali società l'hanno ottenuta? E verso quali destinazioni? Dei 28 Paesi dell'Unione, 11 (tra cui il nostro) si rifiutano di comunicare questo dato: «Gli atti sono sottratti all'accesso», fa sapere il Mise. Gli altri affermano di aver concesso 317 nullaosta, negandone solo 16: nel 29,7% dei casi, destinatari sono nazioni considerate "non libere" come Arabia Saudita, Emirati Arabi, Colombia, Turchia».La questione è stata sollevata anche grazie a un'interrogazione parlamentare del Movimento 5 Stelle, dove si legge che gli unici dati disponibili al riguardo sono rinvenibili nella «Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo delle esportazioni, importazione e transito dei materiali di armamento», che però non distinguerebbero le categorie dei beni dual-use, ma che comunque riporterebbero per il 2015 un totale di 901 autorizzazioni per un valore di circa 776 milioni di euro. Non solo. Collin Anderson, esperto di cybersicurezza americano, sostiene che: «Il caso Hacking Team ha svelato che l'Italia non ha prestato molta attenzione all'aspetto dei diritti umani, visti i Paesi per cui ha concesso le licenze. Per avere idea di cosa è successo dopo dovremo avere un altro caso simile, ma è improbabile». Il caso è collegato direttamente con Kashoggi, perché l'agente Maher Abdulaziz Mutreb, come ha anche ricordato Il Giornale in un articolo di ottobre, è stato identificato dagli investigatori turchi come uno dei 15 uomini della squadra saudita che avrebbe eliminato il giornalista scomodo a Istanbul. Mater A Mutreb, infatti, molto vicino al principe Bin Salman, comprare infatti nelle liste pubblicate da Wikileaks nel 2015, dopo che il portale aveva reso noto documenti e mail della società che ha sede in via Moscova a Milano. In una mail ricevuta il 26 gennaio da Marco Bettini, responsabile commerciale, si trovava appunto il nome di Mutreb insieme con altri nomi per un addestramento di 8 settimane. «Siamo pronti ad ospitare il tuo staff la prossima settimana per la formazione adv. Voglio presentarti il mio nuovo collega che è responsabile dei paesi arabi; il suo nome è Mostapha Maanna, è libanese, nato a Riyadh (Arabia Saudita)», scriveva Bettini. C'è da dire che in quei file di Wikileaks si è venuto a scoprire che tra i clienti dell'Hacking Team c'erano anche Polizia, Carabinieri e Presidenza del Consiglio. Del resto la società milanese produceva l'Rcs, uno dei programmi di intercettazione migliori al mondo, utilizzato dallo stesso Aise. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/speciale-arabia-saudita-2623511341.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="riad-fa-litigare-parlamenti-e-governi-sia-in-italia-che-negli-usa-intanto-la-cina-si-frega-le-mani" data-post-id="2623511341" data-published-at="1769783887" data-use-pagination="False"> Riad fa litigare Parlamenti e governi sia in Italia che negli Usa. Intanto la Cina si frega le mani Yemen, attacchi aerei sauditi a Sanaa LaPresse Parlamenti e governi spesso non sono allineati. Accade in Italia e soprattutto negli Usa. I motivi sono simili e le tensioni riguardano in entrambe i casi la vendita di armi all'Arabia Saudita. Nella notte tra il 13 e il 14 dicembre, il Senato americano si è opposto al presidente, Donald Trump, e alla politica estera americana impressa dall'attuale amministrazione in capo alla Casa Bianca. «La Camera Alta ha votato la fine del sostegno a Riad nello Yemen; inoltre, il principe ereditario Mohammed bin Salman è responsabile per la morte del giornalista dissidente Jamal Khashoggi», si legge sul sito asianews.it.La scorsa settimana i senatori avevano già marcato una netta distinzione rispetto al presidente Trump, affermando che non vi fosse nessun dubbio sul coinvolgimento del principe coronato nel brutale assassinio avvenuto il 2 ottobre scorso al consolato saudita di Istanbul. «Resta però una decisione storica, con 56 senatori favorevoli (e 41 contrari) a interrompere il sostegno alla coalizione militare araba a guida saudita in Yemen, responsabile secondo l'Onu e agenzie umanitarie della morte di civili, anche bambini», si legge sempre sul sito. «Per la prima volta, dunque, le due camere sono favorevoli al ritiro delle forze armate, utilizzando i poteri previsti dal War Powers Act. Una norma del 1973, che limita i poteri del capo della Casa Bianca nel disporre delle Forze armate senza il consenso del Congresso». In realtà, la mossa è puramente politica e sembra mirata esclusivamente a mettere in difficoltà Trump. Nessun esecutivo precedente e nessuno tra quelli futuri si intesterà una battaglia contro il primo consumatore di armi al mondo. Soprattutto per il semplice fatto che tra le prime 100 corporation della Difesa ben 51 hanno sede negli Stati uniti. «Per ora non vi sono reazioni ufficiali del presidente Trump, che dietro le quinte ribadisce il sostegno all'Arabia Saudita e Bin Salman», riporta il sito. Un portavoce della Casa Bianca ha ricordato gli "interessi strategici" in ballo con il regno che "restano" a dispetto delle scelte dei senatori; tuttavia, i sostenitori della mozione, compresi i Repubblicani, promettono di continuare la loro battaglia. Qualcosa di simile anche se molto più soft ha fatto il Parlamento italiano. Lo scorso 27 novembre un gruppo di deputati trasversali in seno alla Commissione esteri ha proposto una mozione con l'obiettivo di vendere armi all'Arabia. D'altronde il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha più volte esternato in merito e recentemente è stata ripresa dalla Lega. A settembre Il sottosegretario agli Esteri, Guglielmo Picchi, aveva replicato su twitter all'appello lanciato dal ministro della Difesa al collega agli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, chiedendo una verifica sul rispetto delle leggi sul commercio di armamenti: «Se cambia l'indirizzo politico, il governo sia consapevole di ogni conseguenza negativa occupazionale e commerciale». Insomma tanto realismo, lo stesso che dovrebbe impedire al Parlamento qualunque mozione. Non tutti ne sono però certi tanto più che durante il recente incontro tra Giuseppe Conte e il principe Mohammed bin Salman si è discusso proprio di lista bianca dell'export di armi. I sauditi vogliono la garanzia che il proprio Paese resti sempre nell'elenco dei partner. Il timore dei diplomatici è che il nostro Parlamento possa sostituire Riad con Pechino. Una fetta dei 5 stelle sarebbe al lavoro per favorire la Cina e sponsorizzare un cambio di passo storico. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/speciale-arabia-saudita-2623511341.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="le-prime-15-aziende-della-difesa-fatturano-231-miliardi-meno-della-toyota" data-post-id="2623511341" data-published-at="1769783887" data-use-pagination="False"> Le prime 15 aziende della Difesa fatturano 231 miliardi, meno della Toyota Giphy Le vendite di armi in capo alle 100 maggiori società produttrici di armi e servizi militari (Sipri Top 100) hanno totalizzato nel 2017 una cifra superiore ai 398,2 miliardi. Si è registrato un aumento del 2,5% rispetto al 2016 e segna il terzo anno consecutivo di crescita del trend che in ogni caso con qualche alto e basso ha portato a una impennata in soli 15 anni addirittura del 44%.In questo panorama di crescita il fatturato delle prime 15 aziende manifatturiere della lista è quasi sei volte maggiore delle vendite complessive di armi combinate delle prime 100 società produttrici di armi. In pratica 231 miliardi contro 398. Per inquadrare le cifre è bene però segnalare che le vendite di una sola compagnia, la Toyota, la più grande azienda manifatturiera del mondo, hanno totalizzato 254,7 miliardi. In pratica il 10% in più delle vendite totali tra iprimi 15 produttori di armi globali. Lockheed Martin, la più grande azienda al mondo nel settore degli armamenti, è classificata al 178 ° posto nella classifica Fortune Global 500 per il 2017 e si colloca al di fuori dei 50 maggiori produttori. Le sue vendite di armi rappresentano solo il 18% delle vendite totali di Toyota e rappresentano circa la metà delle vendite totali della società classificate al quindicesimo posto nel Fortune Global 500: China railway and engineering group.Definito il perimetro, sebbene non ci siano dati precisi e ufficiali, l'Arabia Saudita negli ultimi dieci anni è diventata una delle prime nazioni acquirenti e importatori di armi. Gli Usa rappresentano oltre la metà delle importazioni di armi dell'Arabia Saudita. Le forniture di attrezzature e servizi per la difesa saudita sono aumentate drasticamente, da 1,9 miliardi di dollari nel 2008 a un picco di 8,3 miliardi nel 2016 e naturalmente per un valore stimato di 7,3 miliardi nel 2018. La quota americana di tali importazioni è aumentata, passando dal 31% nel 2008 a un 53% stimato quest'anno. Gli altri principali fornitori, almeno nel 2017, sono stati il Regno Unito e il Canada, seguiti da Germania e Francia e molto alla lontana l'Italia. Le esportazioni militari statunitensi in Arabia Saudita sono comunque una goccia nel mare delle esportazioni degli Stati Uniti. L'equipaggiamento militare ha rappresentato il 18% delle esportazioni statunitensi in Arabia Saudita lo scorso anno, ma solo lo 0,13% delle esportazioni totali mondiali, secondo i dati ufficiali. «Le importazioni saudite di alcuni prodotti specifici, come bombe e missili, sono aumentate drasticamente», scriveva recentemente il Financial Times, «rendendole un cliente importante per i produttori di tali armi. Dell'accordo americano di vendere 110 miliardi di armi al regno. Ma al momento se ne sono finalizzati circa 14. Lockheed Martin, il gruppo americano di difesa e aerospaziale, ha detto che la sua parte del piano potrebbe valere 28 miliardi di vendite». L'Arabia Saudita è stato un mercato molto importante pure per l'industria della difesa del Regno Unito, con un 36% di tutte le esportazioni, secondo i dati di Sipri. Il tutto in un trend crescente. Ecco perché nessun Paese in questo momento può permettersi di abbandonare Riad se vuole cavalcare l'onda in crescita del mercato della Difesa. Chi, come la Germania, fa dichiarazioni contrastanti è perché si è già agganciata al Dragone. Di quest'ultimo non ci sono dati statistici, ma nessuno ha dubbi sui progressi militari di Pechino che fa una sua corsa autonoma. Al momento l'Arabia non è in grado di rifornirsi dalla Cina (gli hangar di Riad sono pieni di velivoli americani e lo switch non è fattibile in tempi mediamente brevi) ma se un giorno il regno decidesse di aprire una nuova linea di rifornimenti per l'Occidente sarebbe un colpo pesantissimo.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
«Un imprenditore (Giovanni Buini, ndr)», continua, «è venuto a dire che, durante la pandemia, si era proposto di fornire un numero rilevante di quelle mascherine che, in quel momento, tanto servivano a proteggere medici, infermieri, operatori sanitari, lavoratori, gli italiani; mascherine che qualcun altro - e mi riferisco al commissario Arcuri - ci è venuto a dire di aver comprato dalla Cina e di averle pagate 1,251 miliardi, il triplo, il quadruplo del prezzo di mercato di quel periodo, e che si sono rivelate, poi, anche pericolose per la salute». Buonguerrieri si riferisce all’audizione di Buini, raccontata su queste pagine da Giacomo Amadori, da cui è emersa l’ipotesi - avanzata dallo stesso audito - di una tangente camuffata per poter vendere mascherine alla struttura commissariale.
Buini, argomenta Buonguerrieri, «ha confermato ciò che aveva già riferito all’autorità giudiziaria, ovvero che, in prospettiva della stipula di un contratto che lui stesso aveva definito come l’opportunità più importante che gli era capitata nella sua vita, sia per gli importi, sia per l’entità della commessa, veniva invitato nello studio Alpa […], dove incontrò chi si era qualificato per persona vicinissima all’ex premier Giuseppe Conte (l’avvocato Luca Di Donna, ndr), circostanza che è stata poi verificata come vera». E «queste persone» per «il perfezionamento di quella fornitura, dal valore di circa 60 milioni di euro», chiesero «la stipula di un contratto di consulenza dal valore, da quanto emerge dagli atti, di circa 13 milioni di euro», tanto «da indurre questo stesso imprenditore a rinunciare a questa offerta per il timore che qualcuno potesse considerarla una tangente». «È assolutamente certo», conclude, «che, mentre la parte buona dell’Italia combatteva contro il virus, vi erano spregiudicati che, approfittandosi anche dei rapporti con chi governava allora facevano affari, ai danni dello Stato, sulla pelle dei cittadini». Dopo la recessione del contratto, nota non irrilevante, a Buini fu dato il benservito.
«Noi non abbiamo paura di nulla, perché il presidente Conte non ha paura di nulla», la replica del capogruppo dei 5 stelle Riccardo Ricciardi, e «quando è stata aperta un’inchiesta su quel periodo drammatico, non si è difeso dal processo, ma è andato nel processo ed è stato archiviato». «Andremo fino in onda in questa operazione di verità», ha ribattuto vicecapogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, Massimo Ruspandini.
Ieri, intanto, l’ex direttore generale dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, Marcello Minenna, è tornato in commissione Covid per la seduta di domande, ma ha risposto solo alle interrogazioni delle opposizioni (la parte della maggioranza è stata rimandata). Interessante il siparietto con il capogruppo al Senato del Pd, Francesco Boccia, che ha cercato di minare l’attendibilità del teste che ha accusato Minenna, il suo ex braccio destro Alessandro Canali.
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Silvia Salis (Ansa)
La segue il suo vicesindaco Alessandro Terrile, già responsabile Infrastrutture della segreteria nazionale dem, nonché consulente della società Santa Barbara dell’imprenditore genovese Mauro Vianello, l’uomo che si proclamava «il più comunista di tutti» e che, ha svelato l’inchiesta sull’ex governatore Giovanni Toti, era la «volpe» del porto, che proprio Terrile seguì nell’Ente Bacini, dove Vianello, che ne era il presidente, lo nominò amministratore delegato. Ora chiamare qualcuno «Hannoun» è diventato offensivo. È considerato un insulto talmente grave da spingere la sindaca ad abbandonare l’Aula. Lavori chiusi. Sipario. E mentre la Salis propaganda quella scenetta come «un segnale politico», per la minoranza, invece, sarebbe un pretesto. Un modo per dribblare quell’ordine del giorno. Ma lei, la sindaca, precisa: «Quello che hanno voluto vendere come un lapsus è stato voler chiamare due volte il nostro consigliere Kaabour con il nome di Hannoun, a distanza di diversi secondi l’una dall’altra». Poi l’insulto rivolto alla minoranza: «Li abbiamo lasciati da soli con la loro ignoranza, perché è un atteggiamento ignorante». Mascia, sentito dalla Verità, replica: «Ho chiamato Kaabour Hannoun ma è stato un lapsus e mi sono scusato. Il dato più inquietante di questa querelle, però, è che Hannoun, fino a ieri special guest dei cortei pro Pal, è ormai un condannato senza appello dalle sinistre genovesi usa e getta. Pronunciare il suo nome anche per sbaglio all’indirizzo di un consigliere Pd viene bollato come oltraggio. Alla faccia del garantismo. Non è ancora stato condannato in via definitiva e viene subito ripudiato da chi fino a ieri gli faceva la clac». Ma il consigliere azzurro non si fa passare sotto il naso neppure il passaggio sugli «ignoranti»: «Da laureato cum laude alla prestigiosa Università degli Studi di Genova, con tutto il rispetto per chi non lo è e però non insulta nessuno, viene da sbottare con un “Ma mi faccia il piacere!” alla Totò nella gag con l’Onorevole Trombetta (Totò a colori, film del 1952, ndr) o da chiedersi da che pulpito arriva l’insulto». Infine ha risposto alle nostre domande.
Ha visto che la sindaca si è laureata più o meno con le stesse modalità (criticate dalla sinistra) della ministra Calderone?
«No, non so quali siano queste modalità, come detto io mi sono laureato all’Università di Genova e ho fatto tutti i miei studi a Genova, tanto mi basta per non sentirmi un ignorante né un saccente».
L’ex vicesindaco Pietro Piciocchi sfidò la Salis a esibire il libretto universitario e la prima cittadina evitò di farlo. Vuole ribadire la richiesta?
«Ricordo questa sfida all’Ok Corral a colpi di libretto durante la campagna elettorale ma credevo fosse finita ad armi pari, perché in quel frangente avevo la testa sulla mia corsa e del partito di cui sono segretario. A me del libretto della sindaca non me ne cale proprio. Sempre meglio che ognuno si faccia le lauree, i libretti e gli studi suoi e non pretenda di sindacare i saperi degli altri. Perché non glielo chiede lei il libretto alla sindaca? Magari glielo dà».
Per Hannoun è stato un qui pro quo.
«Che non l’abbia fatto apposta e manco me ne sia accorto, finché non me lo hanno fatto notare i miei colleghi di opposizione, lo testimoniano i video. Eppure il mio lapsus è stato usato come pretesto per salvare la faccia nel Giorno della memoria dell’Olocausto».
E l’ordine del giorno pro Gaza?
«Nonostante l’invito di Liliana Segre a non usare Gaza contro la Shoah degli ebrei, la mattina stessa del Giorno della memoria è puntualmente arrivato in Conferenza dei capigruppo un ordine del giorno straordinario delle sinistre pro Pal elette con la sindaca Salis per esercitare “ogni pressione diplomatica necessaria” al fine di aprire un corridoio giordano alternativo a quello presidiato dal Cogat (Coordinamento attività governative nei territori) dello Stato ebraico».
Voi come avete reagito?
«I capigruppo di centrodestra non hanno prestato il fianco ai tentativi di retromarcia arrivati fuori tempo massimo dal Pd per rinviare la discussione alla prossima seduta, col risultato che l’ordine del giorno è approdato in Consiglio comunale. Il colpo di teatro in Sala Rossa è servito di fatto a trarsi d’impaccio dalla votazione in Aula su Gaza nel Giorno della memoria. Chissà che pandemonio sarebbe scoppiato se con una scusa del genere lo avesse fatto Giorgia Meloni il gesto con la mano per portare fuori dal Parlamento tutti i ministri del governo e tutti i gruppi di maggioranza. E pensare che ai tempi del primo mandato di Marco Bucci le sinistre in Sala Rossa ci belavano dietro quando noi consiglieri di centrodestra votavamo compatti a favore delle delibere del sindaco, figuriamoci cosa sarebbe accaduto se, agli ordini del sindaco, avessimo abbandonato seduta stante gli scranni».
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(Imagoeconomica)
Ma partiamo dall’Anm. Ieri due membri del Comitato direttivo centrale (Cdc, il parlamentino del sindacato dei giudici) hanno protestato contro una decisione, ritenuta arbitraria e figlia dell’imbarazzo, della Giunta esecutiva centrale (Gec, il governo dello stesso sindacato).
Natalia Ceccarelli (consigliere di Corte d’appello a Napoli, sezione civile) e Andrea Reale (consigliere di Corte d’appello a Catania, sezione penale), eletti dentro al Cdc in rappresentanza della lista Articolo 101 (quella delle toghe non iscritte alle correnti), hanno scritto una lettera sulla mailing list dell’associazione in cui hanno denunciato la questione e hanno definito l’Anm «una barca senza nocchiero».
La premessa è che l’8 novembre 2025 il parlamentino ha calendarizzato all’unanimità le sedute da svolgere fino al referendum, all’interno della «più complessa e importante “campagna d’inverno” che l’Anm abbia mai affrontato». Le date previste erano 17-18 gennaio, 7 febbraio e 7-8 marzo.
La prima riunione si è tenuta regolarmente. Ma, come scrivono le due toghe, circa dieci giorni prima della riunione del 7 febbraio, la Gec «ha comunicato in chat (sigh!) ai componenti del Cdc l’annullamento della seduta». La giustificazione (definita dai due scriventi «malferma»)? Eccola: «Considerata l’assoluta rilevanza di impegnarsi nell’ambito della discussione referendaria e preso atto dell’assenza di temi la cui trattazione si impone in tempi brevi, la Giunta ha deciso di non fissare il Cdc per il giorno 7 febbraio, rinviando l’eventuale fissazione del prossimo Cdc a data da destinarsi».
Per Ceccarelli e Reale la decisione sarebbe stata «assunta in spregio alle previsioni statutarie» e «non è stata portata a conoscenza di tutti gli associati con adeguata motivazione».
C’è un ulteriore problema: «Mai, prima d’ora, la Gec aveva avocato a sé il potere di convocazione e di annullamento delle riunioni».
A giudizio di Ceccarelli e Reale non sarebbe possibile «evincere le effettive ragioni della scelta».
Quindi i due colleghi iniziano a fare supposizioni e arrivano a considerare l’affaire Maruotti come possibile causa scatenante: «L’annullamento segue l’episodio che ha visto protagonista il segretario generale, il quale, il giorno prima, in un post dal sen fuggito pubblicato su un noto social network, ha scatenato una tempesta politica di dimensioni monumentali, attirando critiche alla persona dell’autore e alla intera Anm da parte di esponenti di partito e di governo, dell’Avvocatura, della stampa e di tanti cittadini comuni, e consentendo al ministro della Giustizia virtuosismi critici degni di Paganini».
Ceccarelli e Reale registrano che «l’episodio ha dato anche la stura a una crisi interna alla compagine correntizia: ben otto (su undici) componenti di Magistratura indipendente (praticamente tutti, tranne, formalmente i tre che sono in Gec) hanno pubblicamente preso le distanze dalle affermazioni del segretario generale». Anche le toghe di 101 hanno «criticato la strumentalizzazione a fini elettorali della tragedia americana da parte del collega Maruotti, deplorando la postura niente affatto istituzionale del rappresentante Anm e le sue ricadute sull’immagine della categoria».
La giustificazione ufficiale addotta per il rinvio, come detto, è ritenuta «risibile» e, secondo i due magistrati, «offende la comune intelligenza». Infatti «falsa e incomprensibile» sarebbe «la motivazione che non vi siano temi urgenti da trattare». Un argomento caldo meritevole di dibattito è «senz’altro la crisi aperta dal “caso Maruotti”», senza dimenticare «la necessità di affrontare i nodi della campagna referendaria (dispiego di risorse, iniziative, posizioni, strategia ed eventuali correttivi)».
Per gli scriventi esiste un serio problema di comunicazione interna ed esterna dell’Anm. La conclusione è sferzante: «Nel pieno della “tempesta”, l’Anm sembra una barca senza nocchiero (nulla di personale rispetto al presidente Cesare Parodi), come se il suo comandante, gli ufficiali e i sottufficiali avessero deciso di salire sulle scialuppe di salvataggio abbandonando la barca in mezzo ai flutti, senza lasciare un biglietto con le istruzioni da seguire, senza passaggi di consegne, dopo aver chiuso a chiave la cabina di pilotaggio». E anche se l’Anm «non è propriamente una nave da crociera», nella mail c’è pure un riferimento alla Concordia («che Dio non voglia …»).
In conclusione, per Ceccarelli e Reale «traspare la paura» e «la chiusura al confronto interno ed esterno». Ma i magistrati di Articolo 101 avvertono che «la strategia del riccio per conculcare il confronto ed evitare crisi interne non salva dalle ripercussioni esterne, purtroppo. Proprio nel momento più importante e difficile della campagna referendaria».
Veniamo, adesso, a un’altra spinosa questione che ha diviso la magistratura. Mercoledì il Csm ha autorizzato il segretario generale a sottoscrivere un accordo con l’Istituto nazionale della previdenza sociale «per l’istituzione di un servizio di consulenza specialistica di personale dell’Inps presso il Csm», vista «l’utilità del servizio che, gratuitamente è volto a fornire, sia in «presenza» che in «Web meeting», consulenza specialistica in diversi ambiti del settore previdenziale, assicurativo e pensionistico in favore di tutti i magistrati ordinari» d’Italia.
Ma il Csm non esclude che «dopo una prima fase di applicazione», l’attività di consulenza gratuita possa essere estesa anche alla magistratura onoraria.
Come detto, la delibera è passata solo perché il voto di Pinelli vale il doppio rispetto a quello dei colleghi. Il vicepresidente, di fronte alla spaccatura del Consiglio (risultato finale 14 a 14), ha tirato in ballo direttamente il Quirinale, di cui è ufficiale di collegamento dentro a Palazzo Bachelet: «Anche questa è un’iniziativa evidentemente sotto la guida del signor presidente della Repubblica», ha dichiarato Pinelli durante il plenum, capo dello Stato «che ha accolto e ha condiviso e favorito quello che non vuole essere niente di più e niente di meno che un servizio in più dato ai magistrati ordinari della Repubblica». L’avvocato padovano (seppur nativo di Lucca), di fronte alle proteste, ha concluso che «tutti i magistrati faranno le loro valutazioni su chi intende essere a favore di questo servizio erogato per loro o, invece, chi ritiene che non possano beneficiare di un servizio come questo».
Alla fine le consigliere laiche di Fratelli d’Italia, Isabella Bertolini e Daniela Bianchini, e la collega in quota Lega, Claudia Eccher, hanno votato contro la proposta di delibera insieme con le toghe progressiste e i laici di Pd e Movimento 5 stelle.
La Bertolini, ieri, era ancora molto contrariata per l’esito del voto e ha motivato così il suo disappunto: «Non è compito del Csm occuparsi degli stipendi e delle pensioni dei magistrati che dipendono dal ministero della Giustizia. Inoltre questo servizio non è gratuito perché viene garantito all’interno delle stanze del Csm con il supporto di personale del Consiglio e, se questo servizio doveva essere erogato, andava garantito a tutti i funzionari e agli amministrativi di Palazzo Bachelet, che dipendono da noi per stipendi e pensioni, contrariamente dai magistrati che lavorano fuori da qui. Poi non possiamo lamentarci se qualcuno dirà che siamo di fronte all’ennesimo privilegio garantito alla casta»
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La Polizia scientifica in via Nerino a Milano, luogo della morte di Oleksandr Adarich, nel riquadro (Ansa)
In alcuni articoli di denuncia, Adarich viene definito senza mezzi termini «un banchiere truffatore, un imbroglione della famiglia Yanukovych», accusato di aver usato banche e società collegate per spremere l’azienda ucraina Tomak attraverso pignoramenti e passaggi societari pilotati, con l’appoggio di apparati statali deviati. Vicino all’area politica di Sylna Ukrayina, confluita nel sistema di Yanukovych, Adarich incarnava il profilo di un banchiere inserito nelle reti economico-politiche pre-Maidan, oggi invise al governo di Volodymyr Zelensky. Con questo fardello, il 54enne nato a Kiev, sposato, padre di due figli e con doppia cittadinanza ucraina e romena, è morto la sera del 23 gennaio a Milano, precipitando dal quarto piano di un B&b in via Nerino, a pochi passi dal Duomo.
L’indagine, coordinata dal pm Rosario Ferracane e dalla Squadra Mobile, ipotizza un suicidio inscenato. Il B&b era stato affittato con un alias; nella stanza sono stati trovati documenti d’identità multipli; testimoni e telecamere indicano presenze subito dopo la caduta e sul corpo ci sono segni di costrizione. L’autopsia, attesa nei prossimi giorni, dovrà chiarire se fosse già morto prima del volo di 15 metri. Adarich era arrivato dalla Spagna, dove viveva, per affari mai chiariti.
Secondo i registri aziendali ucraini, il banchiere non era stato solo il proprietario di Fidobank, ma controllava una rete di società con sede a Kiev, tra cui Eurobank, Deviza e Fido investments, ed era stato dirigente di Ukrsibbank: una presenza economica strutturata nel cuore della finanza ucraina.
Circa 260-270 milioni di euro bruciati: 62-64 milioni rimborsati dallo Stato ai correntisti, 16-17 milioni rimasti congelati sui conti, un presunto schema da 50-52 milioni legato all’acquisto di Erste Bank e oltre 140 milioni di euro fatti uscire all’estero. Una ricostruzione delle autorità che ha travolto decine di migliaia di famiglie e imprese, lasciando migliaia di risparmiatori senza recuperare i propri soldi.
La storia parte a Kiev nei primi anni Duemila: Adarich cresce come manager, diventa banchiere-padrone tra il 2012 e il 2013 ed entra nella politica regionale. Dopo Maidan incarna un sistema che il Paese vuole smantellare. Nel 2016 la Banca nazionale dichiara insolventi Fidobank ed Eurobank e avvia la liquidazione. A Kiev partono indagini amministrative e penali, con sequestri e verifiche sui flussi di capitale. Le accuse più dure arrivano dal Fondo di garanzia dei depositi: Kateryna Mysnyk, direttrice del dipartimento investigativo, aveva parlato di «uno dei primi e più grandi schemi fraudolenti» del settore, descrivendo una catena di operazioni da circa 55-56 milioni di dollari, fondi fatti uscire come importazioni fittizie per oltre 150 milioni di dollari e rientrati come presunti investimenti, seguiti dall’acquisto di Erste per 82 milioni di dollari e dall’acquisizione di oltre 180 immobili, poi rivenduti - secondo il Fondo - a prezzi sottostimati. Anche dopo il crac, gli asset di Fidobank hanno continuato a circolare: nel 2020 i suoi crediti sono finiti a società poi emerse in inchieste di Radio liberty per legami opachi e connessioni con Mosca.
Nell’Ucraina oggi in guerra con la Russia, figure come Adarich sono invise a Kiev perché incarnano l’intreccio tra banche, politica e vecchie élite, lo stesso contesto da dove arriva l’ex ministro Yuriy Kolobov, arrestato in Spagna, da dove Adarich era partito per Milano.
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