Grappa, gin e distillati rientrano in un mercato che vale oltre mezzo milione di euro. A scommettere sul comparto c'è anche la generazione di nuovi adulti, che si fa promotrice di una cultura identitaria ed educativa.
In anni recenti, l’orizzonte del consumo di alcolici in Italia si è rimodellato sull’impronta dettata dalle generazioni di giovani adulti, la Zeta e i Millennials. C’è una tendenza a stereotipare queste fasce di popolazione e inglobarle in due gruppi che seguono direttrici antitetiche: si parla o di persone totalmente astemie, o di fruitori inconsapevoli, che bevono solo per bere, senza curarsi di cosa ingeriscono. Come è facile intuire, la realtà è diversa. E i giovani hanno via via (ri)scoperto i superalcolici, ridefinendo le modalità di consumo e il rapporto con la cultura del bere.
Il mercato italiano degli spiriti ha mostrato segni di vivace espansione. Secondo dati raccolti per il 2024, il comparto supera i 689 milioni di euro con una crescita del +6,4% rispetto all’anno precedente. I giovani consumatori, in particolare tra i 18 e i 34 anni, prediligono in modo quasi trasversale prodotti come il gin, il whisky e il rum. Il gin, con oltre il 56% delle ricerche digitali nel settore, è il distillato più amato, seguito dal whisky che rappresenta circa il 24% dell’interesse. Anche il rum, che in passato aveva sofferto di un momento di arresto, sembra ridestare gli entusiasmi. Intramontabile, poi, la vodka, storicamente dominante, che si mantiene stabile soprattutto tra i consumatori maschili. Un’analisi demografica mostra come il 62,6% dei consumatori di superalcolici siano uomini, con una concentrazione geografica significativa in Regioni come Lombardia (32,6%), Lazio (13,5%) ed Emilia Romagna (7,9%).
Ma se si parla di distillati, e si presta attenzione al mercato nazionale, è doveroso dare la giusta attenzione alla grappa, unico distillato con una identificazione profondamente italiana. La sua origine risale al medioevo, quando i furbi contadini friulani non volevano sprecare le vinacce. Sicché, ecco la trovata: far fermentare il prodotto «di scarto» dell’uva per il vino. Oggi, come spiega Carlo Marzadro, presidente del Consorzio Grappa del Trentino, «la grappa non è più bevanda povera, ma simbolo di artigianalità e cultura, capace di rivaleggiare con i distillati più prestigiosi del mondo». E il mercato odierno ne certifica l’importanza: nel 2024 ha generato circa 90 milioni di euro in fatturato solo nella grande distribuzione, rappresentando il 42,6% delle vendite di distillati. I giovani ne apprezzano la qualità crescente e la forte valenza identitaria, spesso trovando nuova vita nei bar dedicati alla mixology e nei locali artigianali che si stanno moltiplicando sul territorio.
Eppure, dicevamo, attualmente è il gin a occupare la scena. E riserva non poche sorprese: se tradizionalmente, infatti, lo si riteneva un’invenzione olandese o inglese, recenti indagini sembrano evidenziare un ruolo storico italiano, legato alla tradizione di erboristeria della Scuola di Salerno e alla diffusione del ginepro nelle nostre terre. La crescita del gin è trainata dall’aumento di consumi fuori casa e dalla proliferazione di bar specializzati, con un target prevalentemente giovane e femminile, che ne apprezza la versatilità nell’arte della miscelazione.
L’aspetto pregevole, tuttavia, non risiede solo e soltanto nell’entusiasmo che la popolazione riversa sulle bevande alcoliche (cosa che indubbiamente fa contenti i produttori), ma nel fatto che la questione della consapevolezza verso il consumo responsabile sia diventata una tematica centrale per i giovani. Secondo l’Istituto superiore di Sanità, sono oltre 1,2 milioni i consumatori a rischio sotto i 30 anni; ma il numero è arginato da quanti dimostrano una spiccata sensibilità verso la gestione responsabile del bere, specie tra coloro che aprono bar e attività. Molti si fanno promotori di iniziative volte a diffondere la cultura della moderazione e della responsabilità, spesso legate a progetti di formazione e sensibilizzazione sul territorio. Inoltre, la passione dei giovani per i distillati va ben oltre il semplice consumo. Numerosi sono i casi di start-up e nuove attività legate al beverage, da microdistillerie a cocktail bar specializzati, fino a realtà di e-commerce e consulenza.
Sono imprenditori che portano con sé un’attenzione particolare alla qualità, partendo primariamente dalla competenza storica tradizionale, perfezionata con tecniche moderne.
La stessa federazione italiana di categoria ha notato come i comparti produttivi legati a questo mondo siano da ritenersi parte fondamentale del settore agroalimentare. Micaela Pallini, presidente di Federvini rileva che «i dati dell’Osservatorio dimostrano quanto la filiera dei vini e degli spiriti, pur affrontando sfide complesse, continui a essere un asset strategico per l’economia italiana».












