«Il simbolo per la registrazione è stato depositato il 24 gennaio scorso – ha detto Vannacci– oggi abbiamo registrato lo statuto del partito presso il notaio». «Ci sono tante persone – prosegue – che vengono da qualsiasi orientamento, sia ideologico che politico, ci sono tanti curiosi, tanti entusiasti che credono nell’Italia e vedono in Vannacci e in Futuro Nazionale la risposta alle loro aspettative». «Facciamo crescere Futuro Nazionale e rendiamolo grande insieme – ha risposto a chi gli chiedeva se nel futuro si vedesse presidente del Consiglio –. Come ho sempre detto occupiamoci di quello che dobbiamo fare oggi. Quello che succederà in futuro dipende da quello che facciamo oggi».
2025-10-01
Palermo celebra la Giornata mondiale della salute mentale con incontri, arte e cultura
True
(IStock)
Il 10 ottobre il capoluogo siciliano ospita per la seconda volta la Giornata mondiale della salute mentale. Una giornata di dibattiti scientifici, spettacoli e musica per sensibilizzare sul tema dei disturbi psichici e combattere i pregiudizi.
La manifestazione, organizzata dalla Fondazione Tommaso Dragotto e realizzata da Big Mama Production, vedrà presenti esperti del mondo della psichiatria che affronteranno la malattia mentale come questione di civiltà, di diritto e di salute pubblica.
Secondo l’Oms, oltre 1 persona su 8 nel mondo (quasi 1 miliardo di persone) convive con un disturbo mentale. In Europa il 17% della popolazione adulta è affetta da problemi di salute mentale, mentre in Italia, circa 18 milioni di cittadini hanno a che fare con un disturbo psichiatrico significativo.
Nel programma della giornata conversazioni scientifiche, momenti di teatro, musica, cultura.
Si comincerà alle ore 9.30 all’orto botanico con la giornalista scientifica del Tg2 Laura Berti, che intervisterà il Professor Andrea Fiorillo, Presidente dell’European Psychiatric Association. L’incontro toccherà le nuove emergenze psichiatriche, come la solitudine, la dipendenza da videogiochi o da sostanze psicoattive, ma anche di psicosi acute, rischio di suicidio, stati maniacali, depressione grave, sindrome da astinenza da alcol oppioidi e comportamenti autolesionistici.
«I disturbi mentali sono in costante aumento, soprattutto tra le persone più giovani, tanto da rappresentare una nuova epidemia clinica e sociale» a dirlo è proprio il Prof. Fiorillo. «Ma grazie alle nuove conoscenze, oggi è possibile prevenire la comparsa dei disturbi mentali. Restano I disturbi depressivi in costante aumento, un vero allarme per le fasce giovanili e le persone anziane, legate spesso da un denominatore comune che si chiama solitudine, intesa come sensazione di inaiutabilità».
Alle 11.30 la kermesse, accendendo i riflettori sul rapporto psiche – criminalità, migrerà al Cine Teatro Lux, dove andrà in scena lo spettacolo della Compagnia Frammenti d’arte e teatro che presenterà la pièce «Bambole rotte» di Alessia Tanzi per la regia di Marzia Verdecchi. Sei storie diverse di uxoricidio che parleranno di vite spezzate, ma viventi e presenti nelle loro giornate di confinamento carcerario, dove tutto ritorna – nitido fino all’esasperazione - come un incubo ribelle da cui nessuna delle protagoniste riesce a liberarsi.
Evento pensato per ospitare gli allievi delle Scuole Superiori di Palermo e parlare loro di violenza di genere con un prologo della criminologa Flaminia Bolzan, alla quale toccherà il compito di prospettare alla giovane audience tutti i segnali premonitori della violenza di genere, la cui età statistica sta rapidamente riducendosi.
Alle ore 17.00 al Conservatorio A.Scarlatti, per mettere l’accento sulla relazione psiche – schizofrenia, sarà la volta di un omaggio a Robert Schumann della pianista Gile Bae , olandese di origini sudcoreane, che ha studiato al Conservatorio Reale dell'Aia e all'Accademia Pianistica Internazionale di Imola, specializzandosi di recente nel repertorio di Bach e Schumann. In programma: Kreisleriana Op. 16 di R. Schumann, English Suite N.4 BWV di J.S. Bach, Sonata N.2 Op. 14 di S. Prokofiev. Il concerto sarà preceduto da un originale reading teatrale dell’attore Corrado Tedeschi, che si addentrerà nei meandri oscuri della storia e della musica di Schumann segnati dal male della schizofrenia.
Alle 18.30 la giornata – evento, sulle tracce stavolta del rapporto psiche – recupero e reinserimento del malato attraverso l’arte, si sposterà al Real Teatro Santa Cecilia, per proporre l’originale messa in scena della Accademia della Follia Claudio Misculin dal titolo «Quelli di basaglia…A 180°» di Angela Pianca e Antonella Carlucci (che ne firma anche la regia).Uno spettacolo con 8 attori in scena, che celebrerà la rivoluzione psichiatrica di Franco Basaglia attraverso testi, interviste, poesie e testimonianze proprio di Basaglia, dei «basagliani» e dei matti. Attori, che intrecceranno il testo con musica, danza, canto, reinventando i modi per cui la follia possa ritornare a far parte della vita e non sia ridotta a malattia dalla forza della ragione e dalla violenza delle istituzioni.
A chiudere l’intera kermesse sarà alle ore 21.00 al Teatro al Massimo, sarà una delle più grandi signore del palcoscenico italiano, Lina Sastri, che – incrociando l’ultima riflessione della giornata su psiche e notte - proporrà la sua intima e poetica Voce ‘e notte: uno spettacolo, testimonianza di un lungo lavoro di ricerca realizzato in lunghi anni dall’attrice, dove parola, musica e danza di intrecceranno in armonia, come le migliori delle musicoterapie. Perchè oggi la musica è sempre più considerata non solo un’arte, ma anche una risorsa terapeutica, che, grazie a Lina Sastri, si accenderà delle note delle più belle canzoni napoletane: da Salvatore Di Giacomo a Pino Daniele.
«La Fondazione Tommaso Dragotto rinnova il suo impegno per combattere, in una giornata simbolo, il pregiudizio e lo stigma verso la malattia mentale». Così il Dottor Tommaso Dragotto presidente dell’omonima Fondazione:«I disturbi legati alle patologie psichiatriche sono in costante aumento e preoccupa molto che il loro manifestarsi sia registrato in età sempre più giovanile. E' nostro dovere». Conclude Dragotto: «Supportare non solo le persone affette da tali disturbi ma anche le loro famiglie, per lottare insieme contro un nemico tanto invisibile quanto insidioso. Sono orgoglioso di aver portato ancora una volta a Palermo un'iniziativa così importante e prestigiosa».
Continua a leggereRiduci
Elon Musk (Ansa)
Se attirasse qualche ribelle del Gop avrebbe i numeri per obbligare il tycoon a trattare.
Elon Musk tira dritto con la fondazione del suo partito. «Oggi, l’America Party è nato per restituirvi la libertà», ha dichiarato venerdì. Tutto questo, mentre ieri ha notificato ufficialmente alla Fec la nascita della nuova formazione politica e ha anche lasciato intendere che potrebbe presto tenersi il suo congresso inaugurale. Negli scorsi giorni, il magnate era tornato a criticare la legge di spesa che, fortemente voluta da Donald Trump, è stata di recente approvata dal Congresso: una legge che, secondo il Ceo di Tesla, aggraverebbe eccessivamente il debito statunitense. Musk se l’era quindi presa con quello che aveva definito il «sistema monopartitico» americano, strizzando l’occhio soprattutto all’ala libertarian del Partito repubblicano. Trump, dal canto suo, non aveva affatto digerito le nuove critiche del magnate ed era quindi tornato a ventilare l’ipotesi di rescindere i contratti federali delle sue aziende. Non solo. L’inquilino della Casa Bianca era addirittura arrivato a non escludere di espellere il Ceo di Tesla dagli Stati Uniti.
Arrivati a questo punto, è lecito chiedersi quali speranze possa avere il nuovo partito di Musk: un Musk che, in quanto nato in Sudafrica, non avrà comunque la possibilità, in base alla Costituzione statunitense, di candidarsi alla Casa Bianca. Cominciamo col dire che solitamente negli Stati Uniti i terzi incomodi non hanno mai raggiunto risultati eclatanti. L’unica eccezione rilevante fu il Progressive Party di Theodore Roosevelt che, alle presidenziali del 1912, arrivò secondo dietro al Partito democratico. L’ultimo partito che, sempre alle presidenziali, riuscì a conquistare almeno uno Stato fu invece l’American Independent Party nel 1968 sotto la guida di George Wallace. Il candidato indipendente Ross Perot, nella corsa alla Casa Bianca del 1992, ottenne infatti, sì, un alto voto popolare, ma non riuscì a espugnare neppure uno Stato.
E allora quali speranze può nutrire Musk che, come detto, non può neanche candidarsi alla presidenza? Indubbiamente il magnate può contare su una elevata disponibilità economica, oltre che sul potere mediatico di X. Inoltre, potrebbe cercare di «sottrarre» a Trump quei parlamentari repubblicani che si sono opposti alla legge di spesa (come il senatore Rand Paul e il deputato Thomas Massie): il che, vista la maggioranza risicata del Gop al Congresso, potrebbe rivelarsi problematico per il presidente. Senza contare che Musk potrebbe presentare dei candidati propri alle Midterm del 2026, per insidiare il Partito repubblicano al Campidoglio. Pensiamo per esempio al fatto che, nel 1970, James Buckley, esponente del Partito conservatore, conquistò il seggio senatoriale di New York, battendo il candidato dem e quello del Gop. Dall’altra parte, va anche sottolineato che il Ceo di Tesla non ha finora mostrato di possedere una grande popolarità politica: ad aprile, il candidato che aveva alacremente sostenuto per la Corte Suprema del Wisconsin è stato infatti sonoramente sconfitto.
Tuttavia attenzione: nella disfida tra Trump e Musk non si registra un nodo esclusivamente politico. Ne emerge anche uno sistemico. Ieri, il segretario al Tesoro americano Scott Bessent, oltre a confermare l’entrata in vigore dei dazi il primo agosto in caso di mancato accordo, ha riferito che i Cda delle aziende di Musk non sarebbero affatto contenti della creazione del nuovo partito. Più in generale, il magnate ha bisogno degli appalti con la Nasa e il Pentagono, così come il Pentagono ha a sua volta bisogno della tecnologia di SpaceX nella competizione geopolitica con la Cina: una competizione che lo stesso Trump ha messo al centro della propria agenda politica. Anche un finanziere come Bill Ackman si era speso, a giugno, per far riappacificare il presidente americano e il ceo di Tesla. Né Wall Street né gli apparati della sicurezza nazionale vedono di buon occhio lo scontro in corso tra i due. Non è quindi escludibile che questi mondi tornino ad attivarsi per cercare di favorire una ricomposizione della frattura.
Continua a leggereRiduci
Una Autobianchi «Bianchina» cabriolet (Getty Images)
L'11 gennaio 1955 nacque dal consorzio Bianchi-Fiat-Pirelli. Fu una fucina che il Lingotto usò come apripista per i suoi modelli di grande serie. A Desio nacquero «Bianchina», «A112» e «Y10». Sparì nel 1995.
Erano passati quarant’anni dalla sua fondazione quando, alla fine di ottobre del 1995, la Autobianchi scomparve dal mercato, lasciando il nome della sua ultima gloria, la «Y10», alla sorella Lancia. In quattro decenni, la casa lombarda aveva contribuito in modo determinante alla motorizzazione di massa del Paese, sin dagli albori del «boom» economico. L’avventura automobilistica del nuovo marchio, nato 10 anni dopo la fine della guerra, aveva origini più lontane. Prendeva il nome dalla Edoardo Bianchi, uno dei capisaldi dell’industria lombarda, che si era distinta inizialmente nella costruzione di biciclette tecnologicamente all’avanguardia (della Bianchi furono il primo freno anteriore e la trasmissione a cardano per i velocipedi) alle quali si sarebbero presto affiancati le motociclette, le automobili e i camion. La produzione della fabbrica milanese fu protagonista nelle due guerre con i mezzi militari e dal 1937 fu attiva anche nel nuovo stabilimento di Desio in Brianza. La sede storica di viale Abruzzi a Milano fu invece rasa al suolo dai bombardamenti alleati, venendo ricostruita solamente nel 1950. Nei primi anni dopo il conflitto, la produzione Bianchi era ripresa con le biciclette e le moto, nel crescente settore dei motori ausiliari dove la casa milanese si aggiudicò una buona fetta di mercato con l’«Aquilotto». La produzione di automobili, ancora antieconomica in quegli anni di crisi postbellica, fu invece abbandonata a favore di quella dei camion, che nei primi anni Cinquanta sfornò gli autocarri «Filarete», «Visconteo» «Sforzesco» e «Fiumaro». L’occasione per ritornare nel mondo dell’auto capitò nel 1955, esattamente a novant’anni dalla nascita del fondatore, l’orfano dei Martinitt e self-made man Edoardo Bianchi, scomparso in un incidente stradale nel 1946. Per iniziativa dell’ingegner Ferruccio Quintavalle, già noto per essere stato campione di tennis negli anni Trenta e nipote del grande architetto Piero Portaluppi, i vertici della Bianchi tra cui l’erede di Edoardo Giuseppe «Peppino» Bianchi, proposero a Fiat e Pirelli una joint-venture per la produzione di automobili utilitarie da affiancare nel futuro a quella già in produzione a Torino, la «600». Fiat e Pirelli aderirono con la prospettiva di poter ulteriormente allargare la propria fetta di mercato sia per l’offerta di modelli che per la fornitura di pneumatici. L’accordo fu formalmente siglato a Milano l’11 gennaio 1955 e la sede provvisoria di viale Abruzzi, dove sorgevano i primi stabilimenti della Edoardo Bianchi fu in seguito spostata in piazza Duca d’Aosta proprio di fronte al grattacielo Pirelli. La prima vettura con il marchio Autobianchi verrà presentata due anni dopo la firma dell’accordo, costruita sulla base meccanica della nuova utilitaria fiat «500» lanciata quell’anno, il 1957. La «Bianchina», battezzata così in onore della prima vettura Bianchi, fu disegnata nel reparto carrozzerie speciali della Fiat con l’apporto dell’ingegner Luigi Rapi. Il risultato fu eccellente. Quando fu svelata al pubblico nel settembre 1957 la prima vetturetta Autobianchi colpì per l’eleganza delle forme, per la cura degli interni, che la facevano assomigliare a una berlina di categoria superiore. Questa della piccola di Desio sarà la formula che accompagnerà gran parte della produzione di successo della Autobianchi: «piccola e bella», utilitaria ma raffinata e quasi snob. Spinta dal motore bicilindrico raffreddato ad aria della «500» prima serie da soli 15 Cv, la «Bianchina» non aveva certo velleità sportive ma sicuramente si distingueva dalla sorella che le aveva donato la meccanica. Simile a una mini auto americana nelle forme tipiche del decennio, come le pinne che inglobavano i gruppi ottici posteriori, ricca di cromature esterne ed interne, la piccola di Desio fu declinata in varie configurazioni durante gli anni di produzione dal 1957 al 1969. Alla berlinetta si affiancarono la trasformabile, quasi una piccola roadster, la convertibile cabriolet, la panoramica (quasi una mini station wagon), il furgoncino (anche nella versione a tetto alto).
Nasce la «Primula», fiore della tecnica del futuro
Il successo della «Bianchina», costruita in oltre 300mila esemplari nelle varie versioni che videro anche il propulsore aumentato alla potenza di 21 Cv durante la produzione, fu la base che consolidò il marchio sul quale l’azionista Fiat punterà per applicare innovazioni e sperimentare soluzioni che verranno poi utilizzate sui modelli della casa del Lingotto. Caso più evidente, quello della berlina media «Primula», un vero e proprio concentrato di innovazioni che diventeranno poi standard nella successiva produzione Fiat. Nata nel 1964 e simile per estetica alla inglese Austin A40, la nuova Autobianchi aveva la trazione anteriore. Questa soluzione era stata applicata sperimentalmente a Torino negli anni Trenta, ma a causa di un incidente in collaudo che coinvolse il fondatore della Fiat, Giovanni Agnelli senior, era stata accantonata. Trent’anni più tardi la casa torinese decise di provarla nuovamente sfruttando il marchio della controllata Autobianchi. La «Primula» montava il motore in senso trasversale e aveva il cambio a lato del propulsore all’anteriore, il che necessitava della nuova soluzione dei semiassi di lunghezza differente. Le sospensioni erano a ruote indipendenti del tipo McPherson e il motore inizialmente quello della Fiat 1100D. Ottime finiture interne completavano la nuova berlina di Desio, che fu offerta anche in versione «fastback» ossia con portellone posteriore, soluzione che sarà particolarmente apprezzata sul mercato francese. Dotata per prima dello sterzo a cremagliera, la nuova berlina era caratterizzata da una tenuta di strada nettamente superiore alle altre auto a trazione posteriore, la maggior parte di quelle in produzione all’eopca. Nel 1968 la motorizzazione ebbe un’evoluzione con l’adozione del propulsore delle «124» Fiat, sia da 1,2 che da 1,4 litri per 75Cv di potenza ad equipaggiare la Coupè S, versione sportiveggiante. La «Primula» rimase in produzione fino al 1970 per un totale di 75mila esemplari, ma fu soprattutto la sua eredità tecnica a rimanere come standard nella successiva produzione Fiat. La sua configurazione meccanica fu adottata nel 1967 da uno dei furgoni più diffusi sul mercato, il «238» e in seguito sul grande successo di vendite degli anni Settanta, la Fiat «128».
Lo spirito innovativo del marchio Autobianchi trovò realizzazione, nei primi anni Sessanta, in una piccola spider che prese gli organi meccanici della popolare Fiat «600D». Battezzata «Stellina», fu presentata ne 1963. La piccola scoperta era la prima vettura con carrozzeria in fiberglass, materiale plastico ancora in fase sperimentale nelle varie applicazioni. Prodotta in soli 500 esemplari, uscì di produzione appena due anni dopo il lancio in quanto fortemente penalizzata dalle scarse prestazioni del motore Fiat da soli 29 Cv, in contrasto con la linea sportiva della carrozzeria.
L’uscita della Pirelli, l’autunno caldo e la seconda vita di Autobianchi
Il 1968 fu in tutti i sensi uno spartiacque per la casa di Desio, con l’uscita della Pirelli dal capitale azionario che significò il controllo totale da parte di Fiat. Parallelamente, la lunga stagione di rivendicazioni dell’autunno caldo inizierà ad accompagnare la storia della fabbrica lombarda, che si apprestava ad entrare in una fase nuova non priva di successi commerciali ma caratterizzata da una sempre minore indipendenza dalla casa madre torinese. Tuttavia gli anni Settanta si apriranno con un nuovo grande successo Autobianchi. La «Bianchina» nel 1969 fu tolta dalla produzione essendo ormai un progetto obsoleto. Al suo posto, sulla stessa meccanica, la casa lombarda ereditò da fiat la «Giardiniera», una fiat «500» familiare o furgonata che fu prodotta nello stabilimento autobianchi fino al 1977. Sull’onda dell’innovazione tecnica varata dalla «Primula» (che fu sostituita per soli 4 anni dalla berlina A111) il marchio di Desio tornò all’assalto nel mercato delle utilitarie, avendo la necessità di contrastare il grande successo della «Mini» prodotta su licenza dalla Innocenti di Lambrate. Furono queste le premesse della nuova A112, una compatta citycar dalle velleità sportiveggianti che adottava la filosofia del «tutto avanti» a vantaggio di stabilità e abitabilità. Il propulsore fu ancora una volta innovativo, installato in grande serie sulla A112 prima di diventare uno dei motori più utilizzati dalla Fiat, il 903cc che sarà il cavallo di battaglia a partire dalla 127 del 1971. In linea con la filosofia del marchio, la piccola tre porte con portellone posteriore presentava finiture e accessori superiori alle concorrenti, in diversi allestimenti e motorizzazioni tra cui spiccherà la pepatissima Abarth, sogno dei giovani a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Prodotta in ben otto serie dal 1969 al 1986, la A112 costituì la spina dorsale produttiva della fabbrica brianzola alla quale la Fiat affiancò la produzione in linea della coeva Panda a partire dal 1980 in un’ottica di sfruttamento massimo delle risorse produttive, mentre l’innovazione tecnologica costituita dalla grande automatizzazione degli anni Ottanta non toccò se non marginalmente gli stabilimenti di Desio, creando progressive tensioni tra la dirigenza torinese e le maestranze Autobianchi che si protrassero fino alla chiusura degli impianti anni più tardi. La A112 fu prodotta senza sosta in oltre 1 milione e 200mila esemplari.
L’ultimo atto, dal 1986 al 1992 fu rappresentato a Desio dalla erede della A112, una «piccola chic» che ebbe un notevole successo di mercato non solo in Italia ma anche negli altri Paesi europei. E una volta ancora fu banco di prova per un motore che sarà assoluto protagonista negli anni Novanta, il «Fire» di 999cc. La Y10, per volontà del gruppo Fiat imparentata con Lancia (le lettere dell’alfabeto greco erano caratteristiche dei modelli di Chivasso) era una due volumi dalla forte linea a cuneo, caratterizzata da una coda tronca che permetteva un coefficiente aerodinamico ottimale. L’azienda puntò sul lusso, presentando la nuova nata come una piccola ammiraglia: strumentazione completa, accessori di serie, interni in lussuosa alcantara e nuovo propulsore economico e scattante. Commercializzata nel 1985, la nuova citycar inizialmente stentò a raggiungere i livelli della A112 a causa del prezzo troppo elevato di listino, gravato dalla presenza di accessori di categoria superiore. Fu così che poco dopo il lancio i vertici aziendali rividero la gamma semplificando ma non modificando la natura della piccola cittadina snob, lanciando parallelamente una nuova campagna il cui slogan «Y10: piace alla gente che piace» entrò nel lessico nazionale. Come nel caso della precedente A112 la Y10 ebbe molte versioni e altrettanti allestimenti legati a diverse motorizzazioni in tre serie e fu l’ultimo successo di Desio. Commercializzata in quasi tutti i mercati esteri con il nome di «Lancia Y10», vide anche una versione 4x4 su meccanica Panda (dalla quale la Y10 derivava il pianale) e una spintissima Turbo (da 85cv per 180 km/h). L’ultimo restyling fu realizzato nel 1992, quando il destino del marchio lombardo era ormai segnato. Nello stesso anno, dopo un lungo periodo di trattative e lunghi scioperi la Autobianchi di Desio chiuse per sempre i cancelli, ritenuta antieconomica per i vertici del Lingotto ormai proiettati verso un futuro fatto di delocalizzazione. La Y10 continuò ad essere prodotta ancora per tre anni nel vicino stabilimento Alfa Romeo di Arese. Nel 1995 ebbe un’erede, ma era marchiata Lancia e si chiamò solo Y. La grande «A» stilizzata, che aveva partecipato alla motorizzazione di massa con i suoi eleganti modelli, che aveva saputo innovare in modo decisivo la tecnica automobilistica della casa madre Fiat e che era sopravvissuta alla crisi energetica degli anni ’70 per rimanere protagonista nei «ruggenti» Ottanta, scompariva nella «scighera» di quella Brianza che l’aveva vista nascere ormai 70 anni fa.
Continua a leggereRiduci
Anna Maria Poggi (Imagoeconomica)
La giurista Poggi nominata a capo della Fondazione al posto di Palenzona: «Questa scelta vuole agevolare il dialogo con il Mef e gli ispettori». Ci sono due Procure (Roma e Torino) al lavoro. E l’ipotesi del commissariamento non è ancora scongiurata.
Alla fine non è stata richiesta una nuova proroga e la giurista Anna Maria Poggi è stata nominata presidente della Fondazione Crt al posto di Fabrizio Palenzona. Professoressa di giurisprudenza all’università degli Studi di Torino e con esperienza nella gestione di una fondazione (dal 2016 al 2020, infatti, è stata nel comitato di Gestione della Compagnia di San Paolo), era stata indicata già il 14 maggio dai 22 nuovi consiglieri d’indirizzo. Ieri pomeriggio l’ha nominata il consiglio di indirizzo che si è riunito al termine dei 15 giorni già concessi dal ministero dell’Economia. Palenzona si era dimesso lo scorso 23 aprile e il nuovo presidente avrebbe dovuto essere scelto, in base allo statuto della Fondazione, entro un mese, ma il consiglio il 21 maggio aveva chiesto un prolungamento dei tempi, così come suggerito dallo stesso Mef e indicato dal collegio sindacale. Giovedì il ministro Giancarlo Giorgetti aveva detto: «L’evoluzione della situazione potrebbe anche consigliare una proroga», precisando però, «è il cdi che deve valutare se chiedere». In una conferenza stampa che si è tenuta dopo la riunione del consiglio, Poggi ha sottolineato che la decisione di procedere alla nomina del presidente della Fondazione Crt ha l’obiettivo «di agevolare le successive interlocuzioni con il Mef e con gli ispettori. Questo passaggio non è di contrapposizione al Mef, ma ha voluto dire fortifichiamo le relazioni con il Mef attraverso una presidenza voluta dal cdi. Da lunedì sono a completa e totale disposizione degli ispettori» arrivati nella sede dell’ente la mattina del 5 giugno e tornati anche ieri fino all’ora di pranzo quindi quando ancora il referente era il presidente ad interim Maurizio Irrera. «Sarà mio carico e mio piacere iniziare da subito un’interlocuzione, è del tutto evidente che potrebbe aprirsi una fase di attesa, ma la nostra intenzione è garantire tutta la collaborazione con gli ispettori, il Mef e, se volesse, con la Procura. Siamo intenzionati a dare l’idea che questa è una fondazione sana, che ha intenzione di continuare a operare».
Poggi è stata eletta con 13 voti su 15 votanti (ma non si è autovotata quindi su 14 effettivi), due le schede bianche. In tutto i consiglieri, dopo le dimissioni di Gianluca Gaidano (uno degli indagati nell’ambito dell’inchiesta torinese), sono 21 e quindi il numero necessario di voti perché la votazione fosse valida era 11 (la maggioranza degli aventi diritto). Non ha votato chi ha ricevuto l’avviso di garanzia nell’ambito delle inchieste della magistratura in corso per «illecita influenza sull’assemblea» dei soci. Due consiglieri erano assenti per motivi di lavoro, ma avevano dichiarato - secondo quanto si apprende - il loro voto favorevole a Poggi.
Nel frattempo, procedono le indagini di due procure che procedono in parallelo. Il Tesoro, a cui spetta la vigilanza sugli enti di origine bancaria, ha presentato un esposto in Procura a Roma e sulla vicenda stanno indagando anche i magistrati di Torino (sette gli indagati per interferenze illecite sull’assemblea) dopo la denuncia dell’ex segretario generale Andrea Varese, sfiduciato il 19 aprile dal cda dell’ente. Oltre alle lente delle due procure, la Fondazione è sotto osservazione da parte del Mef che ha inviato due ispettori che stanno continuando a svolgere il loro lavoro. Il commissariamento, quindi, non è ancora scongiurato. Che succederebbe in quel caso? «Si vedrà quando sarà finita l’ispezione del ministero. Ci possono essere più figure commissariali. È generico dire arriva un commissario, dipende dal tipo di eventuali violazioni che gli ispettori dovessero riscontrare», ha risposto Poggi. «Le gradazioni del commissariamento potrebbero essere diverse. Il cdi non può essere sciolto, ma solo sospeso per un periodo. Se si sciogliesse tutto chi eleggerebbe chi? Si paralizzerebbe tutto e chissà per quanto tempo», ha aggiunto.
Poggi è stata incalzata anche sulla possibilità di rivedere l’avvenuta nomina di alcuni consiglieri della fondazione nel board di enti collegati e società partecipate: «Non è una condotta che lo statuto considera illegittima, ma è da verificare se, questa scelta, possiamo continuare a ritenerla opportuna. Bisogna valutare tutto, anche eventualmente il tipo di connessione con le indagini. Su questo intendo fare una discussione pacata ma seria. Sicuramente non vi è conflitto di interesse nelle nomine, il nostro statuto dice chiaramente che la Fondazione può nominare negli organi o nelle società in cui ha partecipazione i propri consiglieri», ha precisato. Quanto alla possibile nomina di un nuovo segretario generale (ora quello ad interim è Annapaola Venezia), la neopresidente ha spiegato: «Finché c’è un’ispezione sarei cauta, non mi azzarderei a una nomina di grande rilievo e grande impatto economico. Vorrei confrontarmi con i consiglieri, ma il mio indirizzo personale è questo».
Continua a leggereRiduci


















