Se la più elementare verità viene negata, osteggiata, addirittura contrastata con violenza, ogni sforzo per cercare di far trionfare il buon senso sull’ideologia - qualunque ideologia – è destinato al fallimento. È un’amara constatazione che nasce da quanto è successo l’altro giorno al Parlamento Europeo. Ecco i fatti: l’eurodeputata del Movimento 5 Stelle, Carolina Morace, interviene in assemblea sostenendo, fra gli altri, il diritto di accedere alla pratica della gestazione per altri, pratica che il Parlamento Italiano ha già condannato come reato nel 2004 con la legge 40, e che ha recentemente esteso nei confronti dei cittadini italiani che la praticano all’estero. «Gestazione per altri»: è la solita mistificazione linguistica per nascondere ai più la vera sostanza del fatto: affittare il corpo di una donna per usufruire del suo utero al fine di dare un bimbo alla coppia committente. Se si avesse solo un minimo di onestà intellettuale, non servirebbero molte parole per comprendere quanto sia vergognoso e incivile una pratica del genere, che ha tutti i connotati dello sfruttamento commerciale di un essere umano, di un donna. Non a caso, anzi con lucida cognizione di causa, una larga parte del mondo femminista si è pubblicamente schierata contro una pratica del genere, che offende palesemente la dignità della donna, oltre a negare al bimbo il diritto di vivere con chi lo ha generato. Torniamo ai fatti. L’eurodeputato di Fratelli di Italia, Paolo Inselvini, si limita a replicare con correttezza, ribadendo la più ovvia delle realtà: i bambini vengono al mondo dal rapporto fra una donna e un uomo, che sono la mamma e il papà del bimbo. La risposta di Carolina Morace così suona: Inselvini non sa che viviamo nel 2024 che quando ci si ama è possibile nascere con due madri e porta a riprova la sua personale esperienza: «Mia moglie ha una figlia di 13 anni, avuta dall’ex compagna. Siamo nel 2024, lo so che per te è molto difficile capirlo, ma quando ci si ama la filiazione è normale» (da Corriere TV). Da quel momento è scattato il delirio mediatico di attacco ad Inselvini, al mondo prolife, al governo italiano che – manco a dirlo – è un governo fascista, con minacce di morte e insulti di ogni genere. Capiamo bene che cosa sta succedendo: chiunque osi affermare che è naturale avere una mamma e un papà, perché i figli nascono da una donna e un uomo, è un fascista, una persona pericolosa ed abbietta, che merita di essere «appesa a testa in giù»! Quasi contemporaneamente, a Milano, all’Università Statale, un gruppo di giovani democratici – animati da un profondo senso della democrazia! – impediva con violenza lo svolgimento di un convegno che chiedeva rispetto per la vita nascente di chiunque in quanto vita di un essere umano. Bestemmia! Il bimbo in utero è una «cosa» il cui possesso è della donna, che deve essere libera di farne ciò che crede! Come c’era da aspettarsi, su questi vergognosi fatti è scattato il silenzio assoluto dei vari telegiornali! Non una parola di condanna né una parola di sostegno a chi viene ingiuriato, minacciato di morte, o a chi è stato «democraticamente» vietato di esprimere la propria opinione. Dobbiamo arrenderci? Proprio no, perché dobbiamo essere profondamente convinti – e la storia ce lo ha insegnato, con la rovinosa caduta, presto o tardi, di tutte le ideologie che hanno segnato il cammino dell’umanità – che chi lavora contro l’umano, contro la natura, contro il buon senso, imponendo un pensiero unico che nega la verità, ha sempre i giorni contati. Perché la verità si può silenziare per un tempo, ma risorgerà sempre.
Nei commenti e nelle dotte analisi regalateci dai media e dalla politica riguardo alla sommossa avvenuta a Milano nel quartiere Corvetto (la rivolta dei maranza, per intendersi) ritroviamo ritornelli tristi e, purtroppo, attesissimi. Sentiamo, da sinistra, le stesse acrobazie retoriche di sempre: colpa della nostra nazione che non sa accogliere i migranti, colpa della mancata integrazione, colpa della destra che non vuole concedere la cittadinanza ai «nuovi italiani» e via frignando alla grandissima.
Tutto viene ricondotto a quella che, per il pensiero progressista, è la causa prima di ogni male, ovvero il fascismo. Del resto, che si tratti di scontri nelle periferie, della vittoria di Donald Trump o del tentativo del governo di gestire uno sciopero generale, il fascismo torna sempre fuori, non c’è occasione in cui da sinistra non giunga un accorato allarme per le sorti della democrazia ormai moribonda. Al solito, tuttavia, della libertà di espressione si corre in soccorso soltanto quando essa non è realmente minacciata o quando, a subire qualche forma di restrizione, sono gli amici, gli amici degli amici o i presunti sodali.
Ecco allora che, nelle parole della sinistra più o meno radicale, la sommossa di Corvetto viene trasformata in una sorta di inevitabile manifestazione del malessere delle periferie che va ascoltato e compreso e comunque addebitato ai perfidi reazionari. In compenso, altre manifestazioni - ben più legittime e di sicuro pacifiche - non solo non meritano ascolto, ma addirittura vanno censurate e oscurate.
Martedì, nella sede dell’Università Statale di via Celoria a Milano, era stato organizzato un convegno intitolato «Accogliere la vita - Storia di libere scelte», organizzato da una lista studentesca di area Comunione e liberazione, Obiettivo studenti. Era previsto che intervenissero tre ospiti, tre donne. Soemia Sibillo, direttrice del Centro di aiuto alla vita della clinica milanese Mangiagalli; Chiara Locatelli, neonatologa presso il Policlinico Sant’Orsola di Bologna, specializzata in cure palliative perinatali; Costanza Raimondi, assegnista di ricerca in bioetica alla Università Cattolica del Sacro Cuore. A queste tre autorevoli relatrici non è stato concesso di aprire bocca. Le hanno minacciate, insultate e, infine, zittite. Eppure non risulta che sia esploso uno scandalo nazionale. Per una settimana si è discusso in ogni dove di diritti e libertà delle donne, si è ripetuto che le voci femminili vanno sempre ascoltate. Nonostante ciò, tre donne sono state maltrattate e ridotte al silenzio con sfavillante disinvoltura senza che si levasse mezza protesta, senza che i media si avventassero sul caso.
Perché le signore in questione sono state trattate in questo modo? Perché hanno osato parlare di aborto. Non, badate bene, per sostenere che vada impedito per legge o per insultare quante sono intenzionate a interrompere la gravidanza. No: le tre relatrici avrebbero dovuto fornire una importante testimonianza, valorizzando l’importanza della scelta consapevole e, dunque, libera. Ma guardate che cosa è successo: gruppi di militanti di associazioni universitarie di sinistra come Studenti indipendenti, Udu, Rebelot e simili hanno fatto irruzione nell’aula in cui doveva tenersi l’incontro. Tra questi c’erano anche membri di Cambiare rotta, il gruppo che ieri - forse per alimentare la «rivolta sociale» cara a Maurizio Landini - ha occupato il tetto di Lettere alla Sapienza esibendo cartelli con l’immagine del ministro Annamaria Bernini con fattezze asinine. A Milano i contestatori tra cori, insulti, bestemmie, spintoni, non si sono fatti mancare nulla. Hanno lanciato acqua contro gli organizzatori dell’evento, hanno staccato la luce e i microfoni. Il tutto mentre centinaia di altri studenti restavano seduti, pacifici, nella speranza che la baraonda finisse e il dibattito potesse finalmente iniziare. Beh, non è mai cominciato.
Che potesse finire in questo modo, per altro, era abbastanza annunciato. Non appena l’incontro è stato pubblicizzato, i movimenti sinistrorsi hanno preso a minacciare, promettendo che non avrebbero lasciato spazio a idee differenti dalle loro. Martedì l’obiettivo è stato esplicitato ulteriormente: «Fuori i cattolici antiabortisti dall’università», era il grido di battaglia. Come vedete, non è che ci fosse troppo da interrogarsi sulle misteriose ragioni del bailamme: era tutto scritto, dichiarato e rivendicato. Non c’era alcuna volontà di confronto, nessun legittimo dissenso, solo volontà di censurare e di farlo utilizzando le maniere forti. E non è nemmeno la prima volta che accade: di recente e per l’ennesima volta la sede di Pro vita è stata assaltata, ovviamente senza che giungessero chissà quali attestazioni di solidarietà o chissà quali allarmi per i destini della democrazia.
Adesso tocca ai Centri di aiuto alla vita e agli studenti ciellini, domani a chissà chi altro. E nessuno si straccerà le vesti. Anzi, si ribalta tutto in un amen. Ieri, a poche ore dal fatto della Statale, Elly Schlein comiziava allegra spiegando che «sull’Università e la ricerca siamo davanti a quello che è un vero e proprio attacco deliberato: hanno paura della libertà e della diversità e l’università è il luogo dove farli vivere», perché «non c'è nulla che terrorizzi di più questa destra del pensiero libero. Hanno paura della libertà e della diversità e l'università è il luogo del confronto e della libertà». Il maranza che dà fuoco alle auto va ascoltato con pazienza e consolato; il bigotto che vuole fare nascere i bambini, invece, merita la mordacchia. È lo spirito del tempo. Di un tempo orrendo.
L’Associazione italiana dei costituzionalisti è uno dei centri di dibattito e dialogo più interessanti nel panorama giuridico italiano. Più volte La Verità si è occupata di spunti, idee e confronti ospitati dalla rivista, dal sito o dai convegni. Annualmente, infatti, l’Aic organizza un appuntamento, giunto lo scorso weekend alla 39esima edizione in quel di Salerno. Alla presenza del governatore Vincenzo De Luca, venerdì e sabato si sono svolti presso l’Università del capoluogo di provincia campano i lavori dedicati al cruciale tema della libertà di manifestazione del pensiero.
Tra le relazioni, come sempre di alto livello, merita cenno quella della professoressa Anna Mastromarino dell’Università di Torino, la cui stesura «provvisoria» si può leggere al sito dell’Aic (link: shorturl.at/GVrNw). Il testo è di straordinario interesse per comprendere i fondamenti di pensiero culturali e politici di una certa interpretazione del «costituzionalismo democratico», che assegna cioè al diritto e alla giurisprudenza un compito decisamente attivo di cambiamento della società, se necessario in contrasto con la rappresentanza politica. In lieve eccentricità rispetto al tema generale, la relazione si intitola «Formazioni culturali e conflitti identitari. Oltre l’accomodamento per esercitare il pensiero complesso». La Mastromarino parte da una disamina sulla crisi delle democrazie liberali, anchilosate nella capacità di adattamento a quella che chiama «super-diversità», ovvero la forte pressione esercitata dalla crescente varietà di identità presenti nel nostro tessuto sociale.
La docente affronta il perimetro della libertà d’espressione del fenomeno della cosiddetta cancel culture, su cui matura un giudizio tutt’altro che negativo: la «cultura della cancellazione», dice, «si concreta in atti di ostracismo, annullamento, boicottaggio che, nei modi più svariati, investono diverse espressioni culturali, materiali o immateriali, facendo perno su atti di intolleranza e vergogna pubblica volti a colpire, al contempo, l’oggetto e l’autore (o i suoi eredi morali), ritenuti responsabili di alimentare nel tempo narrazioni dense di ingiustizia e prevaricazione». Ci si trova davanti, prosegue, a «un vero e proprio esercizio di manifestazione del pensiero [...] Ritengo, infatti, che gli atti di “bonifica” dello spazio pubblico cui assistiamo sono al contempo da una parte il felice risultato di processi costituzionali che hanno saputo educare alla consapevolezza del valore della dignità umana [...]; dall’altra, il più acuto sintomo di quel malessere profondo cui sono relegati gli ultimi tra gli ultimi, gli eterni esclusi».
Eventuali violazioni del codice penale non paiono qui meritevoli di riflessione, perché «i movimenti che hanno portato sinora avanti rivendicazioni di “cancellazione”, attraverso atti di censura, abbattimento, imbrattamento, gogna pubblica non vedono affatto negli oggetti contro cui scagliano la loro furia il fine ultimo del loro agire: non intendono sovvertire la storia, annullare la memoria, neutralizzare la cultura, come è stato detto dai loro oppositori. Essi, semmai, intendono colpire l’assetto di poteri che da secoli li tiene schiacciati in condizione di subalternità economica, sociale e culturale. Per farlo colpiscono quegli oggetti esemplari che sono simbolo e rappresentazione di quell’assetto». Non solo: «Il grado di elaborazione proattiva raggiunto dalla cultura democratica di una comunità» si misura «nella capacità di bonificare i luoghi e di risemantizzare il dolore patito in opportunità per il presente, trasformando spazi che sono stati scene di violenza, traumi, ingiustizia in luoghi di commemorazione di valori come la pace, la dignità e la giustizia».
Se quindi abbattere una statua, o togliere autori dall’insegnamento universitario, o compiere altre «bonifiche» è indice di maturità democratica, ecco che anche per i giuristi si impone un compito all’altezza di tale rivoluzione: «Assumere la consapevolezza che, per quanto vischiosi, certi automatismi del pensiero e dunque alcuni “dati per scontato” non solo possono essere disarticolati solo attraverso il diritto, ma devono essere sottoposti a uno sbullonamento [sic, ndr] in quanto alla base di dinamiche di potere che nei secoli hanno prodotto ingiustizie sociali e disparità di trattamento».
Una vera chiamata alle armi che chiede ai custodi del diritto un passo in avanti. La Mastromarino prosegue nelle sue 33 pagine di riflessione invitando a ragionare sui mutamenti sociali in termini di legittimità e non solo di legalità. Si colgono echi di Carl Schmitt, che portano però conclusioni leggermente diverse: «I conflitti identitari che attraversano le liberaldemocrazie oggi non sono effetto di un disordine sociale che deve essere neutralizzato, bensì manifestazione di pluralismo che deve essere gestito. Ma ciò non è possibile se restiamo vincolati al paradigma dello Stato nazione». E qui ci avviciniamo al cuore della questione: il «costituzionalismo democratico» senza Stato e senza maggioranza, un casino dove comanda chi si autodefinisce nel giusto. Prosegue la Mastromarino: «Non vi è chi non veda che il principio di maggioranza, pur mitigato da correttivi a tutela delle minoranze, non costituisce più un quadro appropriato per formare la decisione pubblica, dal momento che non fa altro che reiterare processi di dominazione utili a consolidare strategie coloniali e di patriarcato».
Sembra di notare una certa confusione tra «maggioranza» intesa come consenso politico (e dunque «minoranza» intesa come opposizione) e «minoranza» come gruppo identificabile per ragioni etniche, sociali, economiche, religiose. In democrazia, nulla impedisce a «minoranze» nel secondo significato di incidere sostenendo una «maggioranza» in senso politico. In ogni caso, se non usiamo il principio di maggioranza per «formare la decisione pubblica», che alternative restano? Proporre «un concetto di cittadinanza relazionale che alle tensioni maggioranza-minoranza non risponde con la forza dei numeri, della tradizione, dell’appartenenza nazionale, bensì con le procedure della democrazia in pubblico e della costruzione del consenso attraverso processi di legittimazione del potere e, inevitabilmente con un ripensamento delle regole per l’ottenimento della cittadinanza e dei conseguenti diritti politici». Ius soli, e via?
Si farebbe un torto al lettore omettendo che Anna Mastromarino è stata candidata alla elezioni europee del 2019 con il Pd (11.588 preferenze in Circoscrizione 1, non eletta) e alle Comunali di Torino nel 2021 sempre col Pd (78 preferenze, non eletta), non sappiamo se per «sbullonare» automatismi di pensiero o se per superare il principio di maggioranza. Ma la relazione presentata a Salerno è indicativa di un pensiero che evidentemente anima una parte non irrilevante della cultura giuridica e politica in Italia: quella per cui chi è in grado di capire quale sia la «vera» applicazione dei principi costituzionali possa fare a meno della fatica delle procedure democratiche. Ovviamente un dibattito deve ospitare anche le tesi più radicali, specie in un consesso accademico, in grado di suscitare provocazioni e quesiti: la libertà di pensiero cui era dedicato il congresso è anzitutto questo. Di tale libertà profitta persino il cronista, che sussurra una domanda: ma quelli che impongono leggi e idee senza farsi eleggere e senza la maggioranza, come si chiamano?
Circa 250 tra sindache, consigliere e parlamentari si sono date appuntamento a Riccione. Pierluigi Biondi, organizzatore dell'evento: «Le donne di FdI nelle amministrazioni locali e nelle istituzioni si sono confrontate con grande generosità sui bisogni e sui temi che preoccupano e interessano i cittadini, dando vita ad una rete di relazioni, di approfondimenti e di scambi di esperienze e di modalità, con l’entusiasmo e la volontà di “sfidare le stelle”».
«Per merito, per amore, per libertà – Oltre il soffitto di cristallo, sfida alle stelle» è stato il titolo del convegno che si è svolto nel palazzo dei congressi di Riccione. Organizzato dal sindaco de L’Aquila Pierluigi Biondi, che guida il dipartimento Coordinamento autonomie locali di Fratelli d’Italia, l’evento è stato un giorno e mezzo di formazione, dedicati alle amministratrici del partito, circa 250 tra sindache, consigliere e parlamentari, che si sono confrontate con le donne di governo, delle istituzioni e responsabili dei dipartimenti di partito, attraverso i temi che animano le comunità locali. Tanti gli ospiti, la più emozionata per la massiccia presenza, Arianna Meloni, responsabile segreteria politica e adesioni di FdI.
Biondi, non è poi così maschilista il partito guidato dal premier Giorgia Meloni?
Presumo ci sia dell’ironia nella sua domanda. Infatti, sarebbe veramente innaturale che un partito che esprime una donna presidente del Consiglio dei Ministri (per la prima volta in Italia) possa essere definito maschilista. Un partito, peraltro, che vede Giorgia Meloni tra i fondatori e che lo presiede dal 2014. Lo stesso titolo dell’appuntamento di Riccione esprime con la profondità dei termini scelti il convincimento del partito su quanto le donne possano fare la differenza nelle amministrazioni come nelle istituzioni pubbliche e, aggiungerei, nelle professioni come nella famiglia.
Ma il pink power di FdI spaventa voi uomini o le considerate Sorelle d’Italia?
Credo che chi cerca di affermare il potere per categorie non si renda conto che l’attuale società ha una complessità che impone una visione olistica del mondo. L’appuntamento di Riccione non è stata la celebrazione del genere femminile del partito. È stata una iniziativa con la quale il partito ha scelto di condividere gli occhi con i quali le donne impegnate in politica guardano i fatti e la sensibilità con la quale affrontano i problemi.
Con l’evento di Riccione sfatate un altro luogo comune della sinistra e cioè che a destra non c’è classe dirigente all’altezza?
La sinistra è smarrita, ancora alla ricerca di una identità, di un terreno comune di impegno e di proposte, come dimostrano i vari tentativi di campo largo. Una sinistra che rifiuta il confronto democratico, che impone con arroganza e in maniera pregiudiziale i propri modelli di vita, che si illude di essere migliore e come tale si atteggia con ingiustificata supponenza e prepotenza. Non gli sta bene che ci sia un centrodestra coeso che governa e che dopo due anni gode ancora della fiducia dei cittadini, così si rifugia nella comfort zone dell’autoreferenzialità.
Scambiare buone prassi e creare una rete nazionale fra amministratrici è andare ancora oltre il soffitto di cristallo?
Le donne di FdI impegnate nelle amministrazioni locali e nelle istituzioni si sono confrontate con grande generosità sui bisogni e sui temi che preoccupano e interessano i cittadini, dando vita ad una rete di relazioni, di approfondimenti e di scambi di esperienze e di modalità, con l’entusiasmo e la volontà di “sfidare le stelle”.
Il percorso politico di Meloni, fino all’elezione di capo del governo, ha aumentato la voglia di impegno nel partito da parte delle donne e soprattutto delle giovani?
L’affermazione di Giorgia Meloni in Italia e a livello internazionale come capo di governo credo abbia determinato un interesse crescente da parte dei cittadini tutti e delle giovani generazioni in particolare. Certamente le nostre iscritte hanno visto nella premier un riferimento politico, e direi esistenziale, di grande significato valoriale, come nelle donne che, con grandi sacrifici, si sono distinte nel campo della ricerca, della solidarietà, dell’industria, della cultura, delle arti… Quella delle donne è una storia intensa, complicata, fatta di incomprensioni e di pregiudizi, una storia esemplare e per questo bella e potente, in grado di andare oltre il soffitto di cristallo.
Pubblicati gli atti del convegno «Eurotecnica», organizzato dal Centro studi Kulturaeuropa, sulle contraddizioni dell’Ue e le potenzialità per una riscossa continentale.
E l’avvenire dell’Europa fosse sotto il segno della potenza? Una domanda scomoda, perché nel panorama attuale gli «europeisti» hanno il tabù della potenza, mentre i settori politici che non hanno di questi interdetti, spesso hanno però il tabù dell’Europa. È possibile una terza via? È la domanda che si sono fatti i partecipanti al convegno «Eurotecnica», tenutosi a Roma il 16 marzo 2024. Padrone di casa, il Centro studi Kulturaeuropa, che ormai da anni si occupa di produrre contenuti digitali, scritti e appunto eventi dal vivo sulla cultura non conforme. Ora gli atti del convegno romano sono stati pubblicati da Passaggio al Bosco, in un volume che ha appunto per titolo Eurotecnica.
Il volume si apre con la franca ammissione, da parte di Marco Scatarzi, responsabile della casa editrice, sull’inservibilità di certi strumenti politici e dottrinari dominanti a destra sino a qualche tempo fa: «Laddove si credeva di dover frammentare l’Europa in nome di un “sovranismo” non meglio specificato – il cui errore più evidente non era ambire ad una sovranità sacrosanta, ma illudersi d’arrivarci per disgregazione, buttando via il bambino con l’acqua sporca e identificando l’Europa con le contraddizioni della sua oligarchia bancaria – oggi si insiste sulla volontà di rianimare una volontà di potenza continentale, riattizzando la brace della lunga memoria che arde sotto le ceneri del fatalismo».
Provare a giocare la carta europea, ovviamente, non significa tacere tutte le contraddizioni dell’istituzione di Bruxelles che attualmente monopolizza il nome del continente in sede politica. Come fa notare il filosofo e docente Francesco Ingravalle, «un governo dell’Unione Europea esiste, ma non è un governo politico. Dato che pecunia nervus rerumpublicarum est, come apprendiamo, tra gli altri, dal giurista imperiale Johannes Althusius, uno sguardo alla struttura del sistema Europeo delle Banche centrali e alla Banca Centrale Europea ci obbliga ad affermare che l’Unione Europea, in questo vitale ambito della politica è sine nervo. Al Mercato Unico non corrisponde una gestione europea (superiorem non recognoscens) della finanza subcontinentale».
Non tutto è rosa e fiori tra l’Atlantico e gli Urali, quindi. Ma alcune eccellenze, spesso oltre la politica e nonostante la politica, esistono. Nel suo intervento, per esempio, Carlomanno Adinolfi fa l’esempio della ricerca sulle particelle subatomiche, «un campo dove l’Europa ha pochi rivali, grazie al Cern ma non solo. È un campo che potrebbe davvero segnare una svolta rivoluzionaria nella “guerra dell’energia”. Sono moltissimi gli studi europei che hanno portato a scoperte eccezionali che potrebbero ribaltare totalmente qualunque paradigma di autonomia e dipendenza dalle risorse». Vengono citati in tal senso «gli studi quantistici e particellari hanno portato ad esempio alla realizzazione di superconduttori a temperatura ambiente che possono condurre corrente elettrica senza resistenza anche senza il bisogno del raffreddamento a bassissime temperature (cosa che comporterebbe un utilizzo di energia che porterebbe spesso in negativo il rapporto tra energia prodotta e quella consumata). Questi materiali potrebbero rivoluzionare diverse tecnologie, in primis la generazione di energia con batterie super performanti».
Altro tema caldo, su cui si intersecano questioni economiche, scientifiche, politiche e ideologiche, è la cosiddetta «transizione green», sui cui aspetti contraddittori La Verità si è spesso dilungata. Il punto, spiega l’esperto Giampiero Joime è che «oggi la Cina – attraverso una politica industriale di lungo termine per il controllo della logistica e della raffinazione delle materie prime, e per la produzione integrata di batterie, pannelli e auto elettriche – è il più grande fornitore globale di materie prime critiche, contribuendo alla fornitura del 66% del totale e detenendo il primato su gran parte dei minerali strategici. Nella filiera elettrica, se consideriamo il litio, il cobalto e le altre materie prime utili per la transizione energetica, la Cina ha prima conquistato la leadership contrattuale nelle principali aree minerarie, dall’Australia, al Sud America e all’Africa, per poi investire sulla tecnologia e sulla capacità di raffinazione e trattamento, e costruire così la leadership chimica». Insomma, la transizione green sembra più che altro una gigantesca transizione di potere e capitali nelle mani dei cinesi. «Sembra quasi», continua Joime, «che il potere industriale occidentale abbia in questi anni preferito delegare, per grave distrazione, proprio alla Repubblica Popolare Cinese i processi manifatturieri a valle dell’estrazione e raffinazione dei minerali, forse anche perché paradossalmente troppo poco green rispetto agli stringenti parametri ambientali della legislazione europea». Una vera e propria follia, a cui Bruxelles ha solo recentemente provato a rimediare, comunque sempre in modo insufficiente.
Come si vede, quindi, la strada verso la potenza europea è lastricata di ostacoli e contraddizioni. Non c’è una sola ricetta. C’è però un’unica direzione possibile, che pur può essere declinata in molti modi: verso l’avanti.







