Nemmeno il mese scorso il governo Meloni inviava a Pechino una lettera dove comunicava l’uscita dalla Via della seta, quel memorandum firmato dal primo governo Conte nel 2019 per rafforzare i rapporti tra Italia e Cina. I motivi della disdetta furono soprattutto politici, anche perché il nostro Paese sarebbe rimasto l’unico del G7 ad avere un rapporto così strutturato con il Dragone, creando non poche preoccupazioni sia in Europa sia negli Stati Uniti. A distanza di un mese, però, pare quasi che i cinesi usciti dalla porta principale siano già rientrati dalla finestra. È notizia di questi giorni, infatti, dell’entrata del gruppo Cosulich nella logistica insieme con la compagnia di Stato cinese Cosco Shipping con il quale condivide la joint venture Coscos. Così, proprio attraverso Coscos, è stato acquisito il 100% di Trasgo, azienda italiana nata a Novara, con un fatturato di oltre 36 milioni di euro, attiva a livello nazionale e internazionale nella logistica integrata. Tra i clienti dell’azienda c’è Lavazza, leader nel caffè in Italia, ma anche il gruppo Mirato che produce prodotti per l’igiene personale. Il presidente Augusto Cosulich ha annunciato che le acquisizioni non finiranno qui, presto ci sarà anche l’acquisto di un’azienda siderurgica. Controllare la logistica, significa controllare talvolta anche la produzione. I cinesi sembrano saperlo molto bene. Dal momento che ormai da anni hanno iniziato a investire fortemente nel settore della distribuzione, soprattutto nel Vecchio Continente. Va ricordato che la joint venture tra i fratelli Cosulich e Cosco risale al 2005. E che Cosco Shipping lines Italy Srl agisce in qualità di agente generale della filiale principale di Shanghai, con scali nei porti di tutta Italia da dove vengono smistate merci per tutte le principali destinazioni del mondo. Nella primavera dello scorso anno, uno studio dell’U.S.-China economic and security review commission aveva acceso i riflettori sui rischi degli interessi cinesi nel settore. Era stato citato l’esempio di Logink, una piattaforma di gestione della logistica nata in Cina nel 2007 e ormai utilizzata a livello internazionale, capace di velocizzare i contatti tra gli utenti o di individuare più facilmente l’ubicazione dei carichi. Presente in Italia nei porti di La Spezia e Marina di Carrara, a detta della commissione statunitense, la piattaforma rappresenterebbe una minaccia per i dati degli utenti. Permetterebbe alla Cina e al partito comunista di Xi Jinping di fare i propri interessi mettendo a rischio la sicurezza degli stati che la utilizzano. L’avanzata dei cinesi nel settore della logistica europea va avanti ormai da anni, con l’obiettivo evidente di impadronirsi della gestione delle infrastrutture e della logistica mondiale. In agosto è sbarcata in Italia iMile Deliver, la società cinese di logistica e consegne per l’e-commerce. Fondata da Rita Huang, già manager in Alibaba e Huawei, la società è già presente in Germania e diverse altre parti del mondo, con una specializzazione nelle consegne nell’ultimo chilometro per il commercio elettronico. Nel dicembre scorso è stata quotata in Borsa un’azienda di Bari chiamata Yakkyo, che permette di vendere prodotti importati dalla Cina senza acquistarli prima e dunque senza sostenere costi di magazzino e personale. L’obiettivo è quello di semplificare il processo di acquisto e spedizione di prodotti provenienti dalla Cina. I rapporti tra il nostro Paese e Pechino, quindi, continuano a mantenersi più vivi che mai, nonostante lo scorso anno la Qingdao Port International, uno dei colossi della logistica cinese, era uscita dall’azionariato della Apm Terminals di Vado Ligure, la società che gestisce i terminali marittimi Vado Gateway e Reefer Terminal nel porto dell’Autorità di sistema del Mar Ligure Occidentale. A Vado, non va dimenticato, resta ancora la Cosco Shipping Ports, con il 40% dell’azionariato. Negli anni dell’avanzata di Pechino in Europa, c’erano state forti tensioni sull’entrata proprio di Cosco nel porto di Amburgo. Tanto che il governo tedesco che decise di bloccare l’avanza dei cinesi che puntavano al 35% del terminal container. Nel 2022 fu dato il via libera a una quota minoritaria, del 24,9%.
I Cpr non risolvono tutto il problema ma servono a contenere gli irregolari più pericolosi. Eppure la gente è così esasperata che, come è successo a Genova, scende in strada. Continuano gli sbandamenti nel Pd. Però pure amministratori del centrodestra storcono il naso.
Da Nord a Sud, da destra a sinistra. La protesta contro i nuovi Cpr, che il governo ha annunciato di voler costruire in ogni regione, continua a montare, e ad accomunare amministratori locali di tutte le estrazioni politiche. Ma soprattutto, si tratta di una protesta che nasce dai cittadini, ormai resi esausti da una situazione fuori controllo e alla base di sempre più fatti di piccola e grande criminalità. Un’emergenza drammatica, palpabile, che come testimoniano anche i sondaggi, ha portato la maggioranza degli italiani a dichiararsi insoddisfatti della gestione da parte dell’esecutivo, e non certo perché vogliono più accoglienza e immigrati, ma perché occorre fare di più per stroncare il traffico di essere umani e fermare gli sbarchi. Ieri, ad esempio, Alessandra Ghisleri sulla Stampa ha fotografato, grazie a un’ indagine Euromedia Research, l’insoddisfazione dei cittadini nei confronti del governo (6 su 10), che però non vogliono più accoglienza, ma meno. Tanto è vero che il 75% è preoccupato dagli sbarchi a Lampedusa. Ora, per controllare chi arriva illegalmente, di certo è necessario moltiplicare le strutture di trattenimento in attesa di rimpatrio e di effettuare su di essere un controllo serio, ma nemmeno le rassicurazioni fornite in questo senso dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, e dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in persona sono riuscite a contenere il malumore di sindaci e governatori e l’allarme sociale.
Con un paradosso: quello che riguarda gli esponenti del Pd, pronti ad accusare il governo di centrodestra di razzismo e disumanità all’indomani dell’approvazione di ogni giro di vite in maniera di immigrazione illegale, salvo accodarsi alle preoccupazioni dei cittadini per la sicurezza e la propria incolumità, quando i migranti arrivano sotto le finestre di casa. E a protestare presso il governo per motivazioni opposte a quella della segretaria del partito, Elly Schlein: un déjà vu di quanto accaduto qualche settimana fa in Emilia-Romagna tra Modena, Reggio e Parma, quando l’annuncio dell’apertura di un centro di accoglienza, una manciata di giorni dopo una serie di omicidi perpetrati nell’area proprio da clandestini fuggiti dai centri.
Nelle Marche il Pd locale non vuole i Cpr ma si nasconde dietro al governatore Francesco Acquaroli, di Fdi, con l’intenzione di metterlo in difficoltà al cospetto del governo: «Quale posizione ufficiale assumerà la Regione Marche», ha affermato il consigliere regionale dem Antonio Mastrovincenzo, «nei confronti del governo sulla possibile istituzione di un Cpr sul nostro territorio? Mi auguro che il presidente Acquaroli per una volta dica no al governo Meloni, che su un tema così complesso ha messo in campo interventi ideologici, vessatori oltreché inutili, ai limiti dell’incostituzionalità».
Al netto di un generico riferimento ai corridoi umanitari è evidente il paradosso politico, esattamente quello che si è creato in Toscana con il governatore del Pd, Eugenio Giani, il quale è arrivato ora alla conclusione che i Cpr «hanno dimostrato in 30 anni di non funzionare, ma creano semplicemente elementi di richiamo al degrado, alla frustrazione, e quindi anche alla canalizzazione verso forme di reclutamento della criminalità organizzata». Ma Giani va oltre, facendo un’affermazione già smentita anche dalle colonne di questo giornale provvedimenti del governo alla mano, e cioè che nessuno lo può obbligare a fare i Cpr. Sempre nel perimetro del Pd, in Puglia Michele Emiliano dice «noi in Puglia abbiamo già due Cpr e bisogna evitare che la loro gestione diventi drammatica», mentre il presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, manifesta scetticismo sull’efficacia delle nuove norme.
Si storce la bocca anche nel centrodestra: tutti insistono sulla necessità di aumentare i rimpatri, ma il governatore lombardo, Attilio Fontana, tende a sottolineare che «i numeri delle persone accolte in questa regione è superiore a quello di tutte le altre, con conseguenti difficoltà a livello sociale e di gestione. Ascolteremo le richieste», ha aggiunto, «ma ora siamo già al completo».
A livello dei Comuni, alle barricate politiche si aggiungono quelle vere e proprie messe su dai cittadini in casi particolarmente complicati. Sul fronte politico, a Firenze il sindaco dem, Dario Nardella, fa notare che «sui Cpr non siamo stati chiamati né coinvolti, e nemmeno le Regioni per valutare il prolungamento della permanenza da sei a 18 mesi». A Muggia, nel Triestino, il sindaco leghista Paolo Polidori ha dormito in automobile la scorsa notte per sorvegliare due ragazzini afgani trovati per strada dalla polizia di frontiera, sistemati provvisoriamente in un ex studio medico, che hanno dichiarato di avere 16 anni e quindi di essere minori stranieri non accompagnati. Polidori protesta contro la norma che obbliga i sindaci a occuparsene: «Non c’è più spazio, siamo ormai pieni e io non spendo i soldi dei cittadini per ospitare i migranti negli hotel, anche se sono minorenni».
Infine a Genova, nel popolare quartiere Rivarolo, mercoledì sera sono dovuti intervenire i carabinieri in tenuta anti sommossa per sedare la rivolta dei cittadini contro l’installazione di container per ospitare una trentina di minori stranieri non accompagnati, in una zona di per sé già problematica.
«Dall’Africa arriva sempre qualcosa di nuovo». Lo affermava lo scrittore e politico dell’Antica Roma, Plinio il Vecchio, ma forse si sbagliava: a ben vedere fra il vento che soffiava, in tempi più recenti ma comunque quattro secoli addietro, nelle vele delle Compagnie delle Indie e la tempesta che sta per scatenarsi per il controllo logistico dell’Africa, le differenze potrebbero rivelarsi solo marginali. Era una guerra di conquista allora, combattuta dietro la nebbia di un confronto commerciale; lo sarà oggi, quando alla fine di marzo, la Bolloré Africa logistics, società leader che per anni sotto le insegne del finanziere bretone ha dettato legge sui porti, sui binari e sulle strade dell’Africa occidentale, salvo ostacoli a oggi inattesi passerà di mano, arricchendo di un tassello strategicamente essenziale l’impero logistico della Msc di Ginevra.
Il gruppo svizzero che fa capo all’armatore italiano Gianluigi Aponte e che recentemente ha conquistato il podio più alto nella classifica mondiale degli operatori di navi portacontainer si è impegnato a completare entro il 31 marzo la due diligence e le trattative precontrattuali per formalizzare l’acquisto di Bolloré Africa logistics sulla base di un valore di impresa di 5,7 miliardi di euro.
Se effettivamente anche gli ultimi ostacoli sulla rotta di quella che si configura come la più grande operazione mai condotta sul mercato mondiale della logistica e dei trasporti marittimi saranno superati, Msc non sarà solo il numero uno della flotta mondiale che trasporta container e che controlla quindi la quota più rilevante dell’interscambio mondiale di prodotti finiti, ma assumerà anche le caratteristiche di una gigantesca «diga» in grado di avvolgere l’Africa occidentale, con 42 terminal portuali, magazzini, centri logistici, linee ferroviarie, aziende di spedizione e agenzie marittime, presenti con oltre 20.000 dipendenti in 47 Paesi africani.
E il termine «diga» è tutt’altro che casuale: le Compagnie delle Indie erano strumenti usati dal Seicento all’Ottocento per la penetrazione e la colonizzazione commerciale di aree geografiche strategiche lungo le rotte dei traffici. E ora? Come ormai da anni gli esperti di geopolitica ribadiscono in ogni sede, l’Africa è destinata ed è già oggi il campo di battaglia per uno scontro ormai in atto fra Stati Uniti, da un lato, e Cina, dall’altro.
Che la numero uno del mondo dei container, la Msc di Gianluigi Aponte e la numero due, la compagnia danese Maersk nel cui capitale figura un numero crescente di fondi di investimento americani, dialoghino ormai da tempo non è confermato solo dall’alleanza 2M, tenuta a battesimo nell’ormai lontano 2014, ma anche da intrecci sempre più frequenti a livello manageriale. E che su questo blocco, che mette teoricamente a fattore comune la forza d’urto di 2,8 milioni di capacità di trasporto container di Msc con i 2,5 milioni di Maersk, sventoli in modo sempre più palese la bandiera a stelle strisce sembra difficilmente contestabile e contendibile, accreditando un concetto di «diga» anti cinese di cui in modo sempre più convinto si discute da mesi.
Altrettanto palese che a questo fronte si contrapponga quello della Ocean alliance capitanata dalla compagnia cinese Cosco, alleata curiosamente con la taiwanese Evergreen ma specialmente con quella francese Cma-Cgm che ha tentato invano di mettersi di traverso rispetto alla acquisizione di Bolloré Africa logistics da parte di Msc e che con il finanziere bretone vanta un palmares di rapporti e affari che erano culminati nel 2006 con l’acquisto da parte della stessa Cma-Cgm della compagnia marittima Chargeurs delmas; compagnia che era stata il simbolo, sotto la presidenza Mitterrand, della straordinaria scalata di Vincent Bolloré, letteralmente balzato dalla piccola tipografia di famiglia in Bretagna ai vertici della finanza transalpina e mondiale. Alle due mega concentrazioni si affianca un terzo patto, composto dalla tedesca Hapag lloyd, one (Ocean network express) e la taiwanese Yangming, con l’israeliana ZIm che invece corre da sola.
Un equilibrio consolidato? Tutt’altro. La partita vera, quella per il controllo della catena logistica e potenzialmente per il rovesciamento di assetti geopolitici che sembrano essere consolidati, è appena cominciata.
Msc ha lanciato il guanto di sfida in Africa, ma certo né Cosco, né Cma-Cgm stanno a guardare. Già tre anni fa, sottotraccia, la cinese Cosco insieme con Cma-Cgm, Dp world (la corporation portuale del Dubai), le due compagnie container di Taiwan Evergreen e Yangming e i più grandi operatori di terminal container come Psa (il gruppo di Singapore presente anche a Genova), Hutchison di Hong Kong e Shanghai international port, si è resa protagonista di una mossa ancora più strutturata nel mondo della logistica: ha dato vita a un consorzio formalmente «no profit» che si candida a curare e «controllare» la digitalizzazione dell’intero ciclo della logistica delle merci. Il consorzio Global shipping business network (Gsbn) è a tutti gli effetti una piattaforma blockchain, ovvero una cabina di regia che nasconde a fatica le mire di centralizzare tutti i metadati sul trasporto con un impatto che inevitabilmente non sarebbe solo commerciale. Gsbn è nato, guarda caso, in netta contrapposizione con Tradelens, un’altra piattaforma blockchain, lanciata sul mercato americano da Ibm e del numero due del trasporto container mondiale, la danese Maersk.
Dopo anni caratterizzati dall’acquisizione di grandi operatori del trasporto terrestre e della logistica da parte dei top ten del trasporto marittimo di container e di una influenza sempre più evidente delle compagnie di navigazione nel mondo delle spedizioni e dei grandi centri intermodali, l’operazione Msc-Bolloré (a patto che vada in porto, come detto, a fine marzo) segna un generale innalzamento nel livello dello scontro fra grandi potenze, economiche ma anche militari.
Con il grande progetto della Via della seta (che ha incontrato ad esempio a Trieste più ostacoli del previsto arenandosi al primo vero soffio di bora proveniente dall’Occidente), la Cina aveva tentato di applicare alcuni concetti base della sua arte della guerra.
La storia insegna anche ai nemici: e la grande strategia delle «dighe» applicata proprio dai cinesi nella guerra con il Giappone potrebbe oggi conoscere una nuova giovinezza nel momento in cui l’asse del conflitto fra grandi potenze torna a spostarsi sul mare. La gigantesca diga che Msc potrebbe trovarsi a controllare dopo il 31 marzo comprende terminal container in Costa d’Avorio, Ghana, Nigeria, Camerun, Gabon, Togo, Congo e Guinea Conakry. Una vera e proprio muraglia con fortezze rafforzate da terminal per navi ro-ro (traghetti caricati con automezzi), magazzini, depositi merci, piattaforme logistiche e specialmente società che controllano le dogane. Uno scherzetto niente male per gli investitori cinesi che dal 2013 hanno superato gli Stati Uniti, per volume totale degli investimenti in prevalenza in questa area dell’Africa, e che hanno collocato in miniere, infrastrutture e centri di produzione 47,35 miliardi di dollari.
Considerando poi che Bolloré Africa logistics, qualificato di gran lunga come il più importante operatore di trasporto e logistica dell’intero continente africano, dispone anche di tre compagnie ferroviarie (Sitarail, Camrail and Benirail) e sovraintende direttamente alle operazioni doganali della maggioranza dei Paesi dell’Africa occidentale e sudsahariana, curando anche l’accesso al mare per quegli Stati che non lo hanno direttamente, il peso strategico e geopolitico dell’operazione in atto risulta ancora più evidente. Così come risulta evidente la rotta di collisione inevitabile con Ceva logistics (il gigante francese della logistica che aveva acquisito quello che restava dell’africana Ami ed è oggi controllato, guarda, caso dalla francese Cma-Cgm guidata, con trascorsi turbolenti e reiterati interventi dello Stato francese, dalla famiglia di tycoon franco libanese Jacque Saadé, deceduto nel 2018).
Con i Patti di Abramo che, passo dopo passo, stanno realizzando per via commerciale una stabilizzazione geopolitica mediorientale non certo a trazione cinese, la sfida sull’Africa potrebbe segnare una svolta ancora più traumatica spingendo la Cina a concentrare sempre di più verso l’Asia le sue ambizioni di espansionismo commerciale e rendendo sempre più teso il confronto sui mari fra superpotenze che sembrano aver riscoperto, a quattro secoli dalle Compagnie delle Indie, che la vera battaglia si combatte sulla cresta dell’onda.
Anche il 2021 ha confermato il momento boom del settore navale del trasporto container con profitti record per le società che ne fanno parte grazie alla forte domanda e alle difficoltà di approvvigionamento che hanno spinto i prezzi dei noli. Solo la settimana scorsa c’erano 101 navi portacontainer in attesa di attraccare a Los Angeles/Long Beach, un valore pericolosamente vicino al collasso del sistema portuale.
Le società del settore, intanto, sempre più ricche di liquidità pensano a sfruttare il momento con fusioni e acquisizioni, estendendo il loro business alla logistica integrata per aumentare i margini. D’altronde, le tariffe dei contratti annuali sono aumentate notevolmente nel 2022. Le tariffe dei contratti tra Asia e Stati Uniti sono cresciute del 122% rispetto al 2020, stando alle rilevazioni del settore.
Negli scorsi giorni il gigante danese del settore, il gruppo armatoriale Maersk (o più correttamente Ap Moller-Maersk) ha superato le previsioni di vendita e profitto grazie all’esplosione delle tariffe di trasporto per le navi portacontainer con un utile operativo stellare nel quarto trimestre: 8 miliardi di dollari. E nonostante un lieve calo del fatturato abbondantemente compensato da tariffe di trasporto superiori dell’80%. La più grande compagnia di spedizioni di container del mondo ha così chiuso il suo trimestre più redditizio di sempre e quest’anno è sulla buona strada per realizzare i profitti più alti di qualsiasi azienda danese nella storia. Maersk ha parlato di una situazione straordinaria con interruzioni globali delle catene di approvvigionamento che avrebbero causato un aumento dei prezzi dei trasporti. La stessa Maersk a novembre ha acquisito per 3,6 miliardi di dollari LF Logistics, ovvero Li & Fung, uno dei più antichi specialisti cinesi in trasporti per terra e per mare con 223 depositi in tutta l’Asia e una flotta di camion pressoché infinita.
«L’elevata domanda globale e le scarse capacità di trasporto stanno sostenendo i profitti di tutti i giganti del trasporto di container», dice Salvatore Gaziano, direttore investimenti di SoldiExpert Scf.
La tedesca Hapag-Lloyd dovrebbe aumentare il proprio fatturato nell’esercizio in corso a circa 22 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. Poiché i costi rimangono quasi costanti, la principale compagnia di spedizioni di container tedesca dovrebbe moltiplicare per quattro l’utile operativo del 2020. E secondo molti analisti del settore questo scenario rosa dovrebbe permanere per tutto il 2022 poiché al momento non c’è abbastanza capacità di container in tutto il mondo.
Alcuni analisti vedono all’orizzonte, verso fine anno, inizio 2023, un ritorno alla normalizzazione (con prezzi dei noli più bassi), quando la «congestione» nata dalla pandemia sarà terminata e le catene di approvvigionamento torneranno a funzionare più regolarmente, visto che la domanda sottostante non è drammaticamente cambiata.
Non è un caso, insomma, se in Borsa il mondo dello shipping sta letteralmente schizzando. La tedesca Hapag-Lloyd in Borsa in tre anni è cresciuta di oltre il 1.000%, quasi il triplo rispetto ai comunque ragguardevoli valori messi a segno da Cosco Shipping con un +360%. Non sono da meno Maersk (+156%) e tanti altri colossi delle spedizioni che vengono da un periodo letteralmente d’oro.
Ciononostante, va detto, si tratta di una nicchia in Borsa che sta godendo ora di un successo senza precedenti a causa delle condizioni imposte dalla pandemia. Pertanto, si tratta di un comparto particolarmente soggetto alla volatilità e la cui crescita potrebbe non essere eterna.
Lo dimostra il fatto che non vi siano fondi o Etf specifici per questa nicchia, fino a prima della pandemia non particolarmente «battuta» dagli investitori che, invece, hanno sempre preferito il mondo tech, i titoli finanziari o i Paesi emergenti.
Ad ogni modo, almeno per tutto il 2022 il settore dello shipping in Borsa dovrebbe continuare a volare sulla scia dei prezzi dei noli alle stelle e di tempistiche bibliche per portare la merce da un lato all’altro del mondo. Il consiglio, però, è quello di investire con cautela. Il continuo aumento dei prezzi dei noli non potrà durare per sempre perché insostenibile. Ci sono già colossi che hanno scelto di bloccare l’aumento incontrastato dei prezzi in un’ottica di lungo periodo e questo potrebbe avere un impatto sull’andamento dei titoli in Borsa.
Dal 15 ottobre ci sarà la paralisi del sistema e il governo pare fare le orecchie da mercante quando si tratta di ascoltare le preoccupazioni del mondo del mondo del trasporto merci. A parlare con La Verità è Luigi Merlo, presidente di Federlogistica che spiega come, grazie all'obbligo del green pass, dovremo abituarci a non avere le merci di nostro interesse sempre disponibili. Sarà, ad esempio, una mazzata per l'ecommerce e per tutti quei siti che promettono la consegna in meno di 24 ore.
Che problemi vi attendete a seguito dell'obbligo del green pass in arrivo il 15 ottobre?
«Se entro il 15 ottobre, come purtroppo credo, non si farà qualcosa il rischio è che un settore strategico come quello della logistica verrà messo a durissima prova. Il governo deve pensare che questo è il settore più strategico del Paese, l'elemento cardine per la ripresa economica. Già oggi, sia chiaro, siamo già di fronte a una situazione di grande difficoltà operativa. Soffriamo già molti colli di bottiglia per tutte le merci che arrivano dai porti asiatici e americani. Quando va bene abbiamo già ora un ritardo medio di sette giorni rispetto a quando le merci dovrebbero arrivare perché ci sono centinaia di navi ferme nei porti in attesa di imbarcare e sbarcare. Poi, quando arrivano, ci sono terminal con dipendenti senza green pass che non potranno lavorare».
Cosa farete allora?
«Difficile dirlo perché non abbiamo indicazioni chiare. Di certe non sarà facile sostituire operatori specializzati come gruisti o macchinisti. Non si tratta di operatori che si possono trovare da un giorno con l'altro. Di certe l'operatività portuale subirà un rallentamento importante, a questo si aggiungano le manifestazioni di protesta annunciate in alcuni scali importanti come Trieste. Usciti dal porto, poi, iniziano i problemi maggiori. Il camionista deve arrivare a prendere il container ma non è possibile sapere fino all'ultimo se l'autista avrà il certificato verde o no e se potrà entrare nel terminal a ritirare la merce. Può darsi che non sia un problema del professionista: può arrivare da Paesi dove non è richiesto per operare oppure si è vaccinato con un vaccino non riconosciuto come lo Sputnik. Non è colpa di nessuno se non è in regola, ma comunque oggi non potendo lavorare crea un problema al sistema. Tutto questo, senza prendere in considerazione i problemi del personale che opera in Italia: persone che non vorranno pagare il tampone, che non vorranno vaccinarsi o che non intendono mostrare il documento di identità. Ci vorrebbe un'analisi di sistema. Nel caso dei porti basterebbe chiamare tutti i concessionari che si occupano della logistica nei vari scali e si potrebbe fare una stima di quanti lavoratori potrebbero avere problemi. Nel caso degli autotrasportatori, dove temiamo i maggiori problemi, dovrebbero essere i vari titolari a dare una stima, senza ledere la privacy di nessuno, di quanto operatori non potranno lavorare a partire dal 15 ottobre. Una volta ottenuta una radiografia adeguata si potrà capire l'entità reale del problema. Invece, si preferisce attendere di vedere cosa succederà il 15 ottobre».
Siete in contatto con le istituzioni per cercare di risolvere il problema?
«Abbiamo sollecitato il governo, attraverso il nostro sistema federale di Conftrasporto, per sottolineare che ci serve una soluzione in tempi rapidi ma, almeno per ora, non abbiamo avuto risposta».
Quali sono i settori della logistica che più soffriranno con l'obbligo del green pass?
«Il mondo dei porti sicuramente soffrirà, ma la situazione più critica è quella dell'autotrasporto. Poi ci sarà sicuramente la logistica distributiva, quella cioè legata all'ecommerce. Il problema principale è che tutto questo dura due mesi e poi non sappiamo cosa succederà. Non si può pianificare nulla e nemmeno fare investimenti per la sicurezza anti-Covid basandosi su una norma che cambierà ancora a fine anno».
Avremo problemi anche su beni di prima necessità come il cibo?
«Noi da tempo soffriamo del problema di scarsità delle materie prime. Anche grazie al superbonus 110% i materiali per l'edilizia si trovano con difficoltà. Dovremo abituarci a non avere tutto e subito».





