L’Atac pagherà un extra ai suoi dipendenti per fare il loro lavoro. Per guidare fino alla fermata e, incredibile, persino per fermarsi al rosso. Sembra che si sia arrivati a questo: un’azienda pubblica che ricompensa chi fa il minimo indispensabile, ciò che dovrebbe essere scontato e da contratto. Questa non è solo un’immagine grottesca della gestione del trasporto pubblico a Roma, ma è la cartina di tornasole di un’intera amministrazione che ha perso il senso del dovere, quella del dem Roberto Gualtieri. Da anni si assiste a una deriva che ha trasformato la Capitale in un teatro dell’assurdo. E ora, con un misto di amarezza e incredulità, stando a quanto ha pubblicato ieri il Foglio, si apprende che il Comune di Roma, invece di punire chi diserta il proprio lavoro, di incrementare i controlli e di far sentire il fiato sul collo ai lavativi, avrebbe deciso di premiarli. L’anno scorso, oltre il 13 per cento dei dipendenti dell’Atac ha trovato scuse per non presentarsi al lavoro. In qualsiasi altra città si sarebbero presi provvedimenti seri. Ma non a Roma, dove la risposta sembra essere questa: «Istituiamo un premio per chi si presenta». Ovvero per chi fa ciò che è pagato per fare. Il nuovo accordo con i sindacati, parte di un piano industriale che per come lo raccontano sembra più una barzelletta che un documento serio, introduce la distinzione tra «presenza effettiva/operativa» e, si può solo immaginare, una «presenza ineffettiva». E per la presenza effettiva, via col bonus. Per quella ineffettiva, lo stipendio normale. Sembra una presa in giro. L’Atac ha prontamente provato a smentire le notizie sui premi agli assenteisti. Ma da un lato, l’azienda afferma che non ci sarà alcun premio per chi non si presenta al lavoro, dall’altro si annuncia l’adozione di strategie per ridurre l’assenteismo e aumentare la produttività. Un pezzo di retribuzione, però, è legato alla presenza in servizio «alla guida». Non è forse un modo indiretto per riconoscere un bonus a chi semplicemente fa il suo dovere? In una nota, infatti, l’azienda ribadisce che un livello retributivo aziendale verrà aggiunto a quello previsto dal contratto nazionale, ma solo per chi garantirà livelli di presenza adeguati. Ma non è proprio questo il punto critico? Premiare la normalità, ciò che dovrebbe essere scontato, è una contraddizione in termini, specialmente in un contesto dove la produttività dovrebbe essere la norma, non l’eccezione. «Ma per poter concorrere alla retribuzione aziendale il personale operativo di condotta (essenzialmente autisti) deve garantire adeguati livelli di presenza alla guida», ribadisce l’Atac. Stando all’esegesi dell’accordo fornita dall’azienda non si tratta di premiare gli assenteisti, ma di non permettere loro di accedere a questa quota di retribuzione. Sarà, ma viene da chiedersi: se si tratta di un normale sistema di retribuzione variabile, come in altre aziende di trasporto, perché presentarlo come una grande innovazione? Inoltre l’azienda ammette che il contratto nazionale non può tenere conto delle specificità locali, come le dimensioni della rete o la variabilità del servizio. E si insinua un’altra criticità: non è forse compito dell’azienda, in quanto gestore pubblico, garantire un servizio efficace e puntuale senza dover ricorrere a premi per la presenza?
Che la corsa elettorale di Donald Trump sia disseminata di ostacoli giudiziari, non è un mistero. È, tuttavia, da dimostrare che tali tegole stiano indebolendo l’ex presidente dal punto di vista politico. Anche perché non è che il dipartimento di Giustizia sia sempre granché convincente nelle sue accuse. È, per esempio, il caso della nuova incriminazione che il procuratore speciale, Jack Smith, ha formulato contro Trump in relazione al tentativo di ribaltamento dei risultati elettorali del 2020. Negli ultimi due anni, una certa vulgata ha dipinto Trump come un golpista, tacciandolo di aver orchestrato l’irruzione in Campidoglio del 6 gennaio 2021. La commissione parlamentare sul 6 gennaio, i cui membri erano stati tutti nominati dall’allora speaker dem della Camera Nancy Pelosi, aveva d’altronde raccomandato, a dicembre scorso, che l’ex presidente fosse incriminato per insurrezione. E proprio di «incitamento all’insurrezione» Trump era stato accusato nel suo secondo impeachment. Peccato, però, che nella nuova incriminazione l’accusa non compaia.
È vero che il procuratore ha tacciato l’ex presidente di «conspiracy». Tuttavia, nell’ordinamento americano, questo termine non designa il golpe ma l’associazione per delinquere: reato grave, ma ben diverso dall’insurrezione.
Passiamo, quindi, in rassegna i capi di imputazione. Il primo riguarda l’accusa di associazione per delinquere finalizzata a frodare gli Usa: un reato che, secondo l’accusa, Trump, che oggi si presenterà in tribunale, avrebbe commesso sostenendo falsamente che le elezioni erano state truccate. L’ex presidente è anche accusato di associazione per delinquere finalizzata a impedire la certificazione dei voti elettorali da parte del Congresso e di avere, inoltre, commesso «ostruzione» per bloccare tale certificazione. L’ultimo capo d’imputazione è quello di «associazione per delinquere contro i diritti»: secondo la National public radio, tale fattispecie di reato «fu approvata dopo la Guerra civile per impedire ai membri del Ku klux klan e di altre organizzazioni simili di intimidire, molestare e terrorizzare apertamente gli elettori neri». Il senso di questa accusa è che, con le sue azioni, Trump avrebbe cercato di inficiare il voto degli elettori.
Qualche considerazione. In primis, tra i capi d’imputazione non compare né quello di «ribellione e insurrezione» né quello di «seditious conspiracy»: reati esplicitamente disciplinati dal codice americano. Evidentemente, il procuratore non è stato in grado di dimostrare che l’assalto al Campidoglio fu organizzato dall’ex presidente. Del resto, già ad agosto 2021 Reuters, sentendo fonti dell’Fbi, aveva riportato che non c’erano prove solide del fatto che l’irruzione del 6 gennaio fosse stata «centralmente coordinata».
Smith, nell’incriminazione, lascia intendere che quel grave episodio sarebbe stato favorito dalle tesi di Trump sui brogli e che l’allora presidente avrebbe cercato di sfruttarlo per fare pressione sul Congresso. Tuttavia non viene dimostrato alcun disegno finalizzato a un colpo di Stato. In caso contrario, tra i capi d’imputazione ci sarebbe stato quello di «ribellione e insurrezione».
In secondo luogo, l’attuale incriminazione appare più traballante di quella sui documenti classificati. In quel caso, il procuratore possiede un audio scottante, che i legali di Trump non riusciranno facilmente a ribaltare in sede processuale. In questo, invece, l’impianto accusatorio si basa sulla convinzione che l’allora presidente diffondesse della disinformazione e che ne fosse consapevole. Si tratta di una linea scivolosa: esige la dimostrazione incontrovertibile del fatto che Trump fosse conscio di mentire e rischia anche di cozzare con il Primo emendamento (che garantisce la libertà di espressione). Va ricordato, del resto, che nel 2019 Hillary Clinton definì Trump un «presidente illegittimo». «Il procuratore speciale Smith ha appena formulato la prima incriminazione per presunta disinformazione. Se usate una penna rossa su tutto il materiale presumibilmente protetto dal Primo emendamento, potete ridurre gran parte dell’accusa a una poesiola», ha detto Jonathan Turley, professore di diritto alla George Washington University. «Ritenevo che l’incriminazione sui documenti classificati fosse forte. Questa è l’inverso», ha proseguito, per poi concludere: «Smith si è scagliato contro la rivolta del 6 gennaio e ha fatto sembrare che stesse accusando Trump di istigazione. Non l’ha fatto. La disconnessione era evidente e preoccupante».
Infine, il dipartimento di Giustizia è caduto in un profondo discredito. Due informatori dell’Agenzia delle entrate americana lo hanno accusato di aver interferito nell’indagine penale su Hunter Biden, mentre il procuratore speciale John Durham ha pubblicato un report sulle storture commesse dall’Fbi contro Trump ai tempi del Russiagate. Tra l’altro, la nuova incriminazione è arrivata appena 24 ore dopo la testimonianza alla Camera di un ex socio di Hunter Biden che rischia di mettere nei guai il padre. Si registrano, inoltre, dubbi sull’imparzialità di Smith. Sua moglie, Katy Chevigny, fu la produttrice di un documentario su Michelle Obama ed effettuò donazioni alla campagna elettorale di Joe Biden. Lo stesso Smith divenne capo della Public integrity section del dipartimento di Giustizia ai tempi dell’amministrazione Obama.
Che Trump il 6 gennaio 2021 abbia commesso un grave errore politico, è fuori discussione. Così come è fuori discussione che l’irruzione in Campidoglio fu un evento deprecabile. Tuttavia ci sono fondati motivi per ritenere che l’incriminazione dell’altro ieri non sia alla fine troppo solida.
- Il consigliere di Fdi in Campidoglio chiede le dimissioni dell’assessore che si è fatto dettare il Piano casa dal leader degli occupanti. «Per la sinistra è un nervo scoperto. Roberto Gualtieri compra con fondi pubblici gli immobili “rubati”, li ristruttura e lascia dentro chi c’era».
- Inchiesta sull’acquisizione (poi saltata) del 35% di Compago da parte di Agsm-Aim.
Lo speciale contiene due articoli.
«Dimissioni dell’assessore Tobia Zevi, consiglio straordinario su casa e patrimonio nel quale chiederemo spiegazioni al sindaco Roberto Gualtieri e all’assessore sulle scelte politiche e sui rapporti evidenziati dall’inchiesta giornalistica, convocazione della commissione trasparenza per capire se il Piano casa del Campidoglio che ci daranno è quello originale o quello corretto da Luca Fagiano». Come spiega il consigliere di Fdi, al secondo mandato, Federico Rocca, è questa la reazione dell’opposizione alla vicenda portata alla luce da un servizio andato in onda su Rete4, nella trasmissione Fuori dal Coro, condotta da Mario Giordano, in cui è stata mostrata la chat tra l’assessore alle Politiche abitative di Roma Capitale, Zevi, il presidente della commissione Politiche abitative, Yuri Trombetti, e Luca Fagiano, storico leader delle occupazioni abusive romane.
Che il «Campidoglio prenda ordini dagli abusivi» non sconvolge il gruppo consiliare del Pd che difende il suo assessore.
«Tutti gli esponenti del centrosinistra si sono mossi compatti perché per loro è un nervo scoperto e mostrano sul tema occupazioni e abusivi un totale sbilanciamento che fa paura. Senza considerare che sono i romani a dover sopportare questa tolleranza senza intravedere soluzioni. Quindi se si attacca Zevi la levata di scudi è d’obbligo».
Proprio lui dice che la chat è stata manipolata e querelerà.
«Guardi, sono arrivati a dirci che siamo insignificanti. Andrea Catarci si è scagliato contro il centrodestra e il M5s, accusandoci in una nota di “falsità e malafede, peggio: vivono di scoop spazzatura, e sono così insignificanti da andare dietro ai servizi televisivi”. Anziché nascondersi dietro le offese la sinistra dovrebbe spiegare per rispetto ai cittadini».
Quella chat mostra che sicuramente a Roma c’è un problema di contiguità tra Gualtieri, Zevi e i Movimenti per la casa
«È decisamente inquietante che un assessore condivida il piano casa con il leader degli occupanti abusivi: è come se io condividessi il piano antimafia con Totò Riina. Non solo, Fagiano alza la voce e l’altro gli dà retta mostrando che genere di rapporto c’è… in un mondo normale non dovrebbe mettere bocca, invece corregge e determina le scelte anche minacciando manifestazioni e promettendo di togliere i voti. Non mi pare il profilo di un’amministrazione libera. Peraltro parliamo di un piano casa che noi non abbiamo mai visto. Far dettare la linea a Fagiano a noi non va bene».
Quindi che farete?
«Un assessore di fronte ad un rapporto così viziato reso palese in tv, dovrebbe dimettersi subito, a prescindere dalla nostra richiesta di dimissioni. Poi da Zevi non me lo sarei aspettato, invece pare diventato un ultrà di sinistra. Inoltre abbiamo chiesto un consiglio straordinario affinché Gualtieri venga in Aula a spiegare e difendere la credibilità dell’assise comunale e chiarire come viene gestito il piano casa».
Di cosa parliamo in particolare?
«Intanto mi è appena arrivata la nota mandata al comando della Polizia municipale che non deve far entrare i giornalisti nei campi rom dichiarati inagibili e nei villaggi occupati. Comunque ci sono tre casi emblematici: Porto Fluviale, Metropoliz e Spin Time occupati da decenni, con mandato di sgombero (sono 25 in tutto gli immobili) firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e rientranti nei progetti di rigenerazione urbana».
Ovvero?
«È la risposta di Gualtieri all’esigenza abitativa della Capitale. Sono immobili occupati che il sindaco ha comprato con fondi pubblici, da enti o privati, e vedremo che dirà la Corte dei conti, per ristrutturarli e, senza considerare chi non fa parte dei circuiti organizzati dai movimenti e aspetta da anni un alloggio, tutela gli abusivi e li lascia dentro».
Grazie alla residenza?
«Esatto, il primo e unico atto firmato da Gualtieri in un anno e mezzo di amministrazione. La direttiva sugli abusivi non dà diritto ad accedere alla graduatoria degli alloggi di edilizia residenziale pubblica come dice la legge regionale del ’99. Loro invece si avvalgono del decreto Lupi che lo consente se l’occupante è residente nella città, ma siccome parliamo di materia delegata, prevale la legge regionale che semmai dovrebbe essere modificata dal governo. Per questo Gualtieri dà la residenza che consente di accedere alla graduatoria ed avere la casa».
Ma le occupazioni hanno tutte lo stesso «colore»?
«Il 90% delle occupazioni sono orientate politicamente già dai tempi di Veltroni e vanno avanti così. Noi pensiamo che serva dare una mano a chi ha bisogno di un alloggio accompagnandoli nel percorso previsto, ora invece si aiutano in blocco i professionisti delle occupazioni».
Un sindaco temerario?
«Un sindaco che ha fatto un’unica direttiva, quella sulle residenze agli occupanti, e va avanti su questo tema, spingendo l’acceleratore. Per il resto tutto fermo, in ritardo e senza rispettare le regole. Speriamo che qualcuno se ne accorga e se ne ricordi».
In Procura la storia dei 50 milioni utili solo per il sindaco di Verona
La storiaccia dei 50 milioni di euro che la municipalizzata Agsm-Aim, multiutility dell’energia elettrica e del gas controllata dai Comuni di Verona e Vicenza, e ricostruita da La Verità lo scorso novembre, è finita in Procura. Un’inchiesta per false comunicazioni sociali e impedito controllo societario sarebbe stata aperta dalla magistratura proprio per l’operazione (poi saltata) con la quale Agsm-Aim si apprestava ad acquisire una quota del 35 per cento della utility milanese Compago (350 milioni di ricavi e 165.000 clienti gestiti nel 2021).
Una manovra che avrebbe permesso ad Agsm-Aim di superare 1 milione di clienti, centrando con un anno di anticipo l’obiettivo previsto dal piano industriale. Ma che si è trasformata in una grossa grana per il sindaco calciatore di Verona Damiano Tommasi (centrosinistra), che aveva sfiduciato Stefano Casali, il presidente del cda che si era opposto alla spericolata trovata finanziaria (voluta invece dall’amministratore delegato Stefano Quaglino). L’acquisizione, avviata da Quaglino alla fine del 2021, viene siglata in piena estate, il 24 agosto 2022, con un contratto che sarebbe scattato il 30 settembre. Tre giorni prima, però, viene bloccata e a Quaglino vengono revocati i poteri straordinari.
Compago sarebbe stata sovrastimata, sostengono gli accusatori, dal consigliere delegato, che avrebbe superato i limiti delle sue competenze ingaggiando consulenti oltre budget. La faccenda si è subito trasformata in una questione politica. Il cda di Agsm-Aim è composto da sei membri, a metà tra Verona e Vicenza. I veronesi sono Casali (Fratelli d’Italia), Francesca Vanzo (Lega) e Quaglino. Il voto di Quaglino vale doppio in caso di parità. E per questo motivo fargli saltare delle deleghe avrebbe alterato gli equilibri, con Verona che avrebbe perso potere. Tommasi si è arroccato su questa posizione. E siccome Casali e Vanzo nella sua teoria hanno fatto perdere peso a Verona devono dimettersi. Quaglino, invece, per Tommasi può restare in sella. E con un’operazione tutta politica sfiducia il presidente e Vanzo, ovvero chi ha cercato di fare pulizia, facendo risparmiare all’azienda 50 milioni di euro. In cda i due oppositori di Tommasi saltano.
Alcuni giorni fa il Tribunale delle imprese di Venezia, su denuncia del collegio dei sindaci di Agsm, ha aperto un procedimento nei confronti di Quaglino (la prima udienza è fissata per il prossimo 4 maggio). Il bis giudiziario è arrivato con l’inchiesta penale. Proprio per le stesse presunte irregolarità addebitate a Quaglino durante l’acquisizione di Compago, la Guardia di finanza ha avviato una verifica. E avrebbe prodotto una prima informativa già depositata. Le indiscrezioni riferiscono di ipotesi di false comunicazioni sociali e di impedito controllo societario. Con un solo iscritto, per ora, sul registro degli indagati.
Il cda della multiutility nel frattempo ha convocato in via d’urgenza l’assemblea per riferire ai soci (i Comuni di Verona e Vicenza). Il delicato momento societario è richiamato in una lettera inviata dal presidente Federico Testa (subentrato a Casali), ex vicepresidente di Agsm prima della fusione con Aim, ex presidente dell’Enea e già deputato del Pd, ai sindaci delle due città, nella quale il manager si dice pronto a «mettere a disposizione il mandato» se non verrà ritrovata compattezza di intenti nei soci, parlando di un «clima» tale da rendere difficoltosa la gestione e incerto il perseguimento degli obiettivi del piano industriale.
Nella corsa al Comune di Roma l'uscente amministrazione locale proverà a giocare con tre punte d'attacco. Corre parallela al calciomercato estivo la «campagna acquisti» elettorale dei rappresentanti comunali e regionali del Lazio. Al centro della trattative alcuni palazzi occupati della Capitale.
Il primo si trova in via del Caravaggio e dall'aprile 2013 è finito in mano a 350 persone. In seguito alla causa intentata dalla società proprietaria dei locali, e conclusasi nel 2017, lo Stato è costretto a pagare 266.672 euro mensili «a decorrere dal mese di settembre 2014 fino al momento della liberazione». Un salasso, costato ai contribuenti, oltre 20 milioni di euro. Pochi giorni fa su questo palazzo sarebbe stato raggiunto un importante accordo orale tra il Movimento diritto dell'abitare, il municipio VIII, la Regione e l'Ater (Azienda territoriale per l'edilizia residenziale pubblica): sospensione dello sfratto per gli abusivi, che si impegnano a lasciare lo stabile in cambio di un ingresso nelle case popolari. In deroga ad ogni norma sulle graduatorie per l'assegnazione, alle 105 famiglie censite sono state promesse 77 case popolari da Ater e 13 dal Comune di Roma. Appartamenti per chi tiene famiglia, in regime di cohousing per i single. Dunque non devono trarre in inganno i numerosi striscioni, che stazionano all'ingresso dell'edificio, «Caravaggio non si sgombera», «le donne delle occupazioni contro la violenza degli sgomberi», perché la trattativa tra occupanti e rappresentanti delle istituzioni è in dirittura d'arrivo.
Il palazzo del Caravaggio, com'è chiamato a Roma, era già balzato agli onori delle cronache quando l'ex ministro dell'Interno, Matteo Salvini, l'aveva indicato come il primo immobile da liberare presente nella sua lista. Sulla vicenda è intervenuta anche il consigliere regionale della Lega, Laura Corrotti: «Inaccettabile il tempismo della sinistra che decide di sistemare ben 105 famiglie che da anni occupano abusivamente il palazzo in via del Caravaggio assegnando loro altrettanti alloggi popolari tra Ater e edilizia comunale. Un accordo che si traduce oggi in un vero e proprio metodo», ha aggiunto Corrotti, «che si ripercuote anche su altri immobili occupati illegalmente nella Capitale, smascherando con l'avvicinarsi delle amministrative la finta rivalità tra Pd e M5s».
Il secondo centroavanti di sfondamento si trova in via Maria Adelaide, e la conclusione dell'«affare» sembra dietro l'angolo visto che in Regione Lazio circola già la bozza di delibera. All'interno dell'edificio, di proprietà dell'Ater, vivono 69 persone. Nei documenti non ancora ufficiali si stabilisce «di aderire alla proposta avanzata dall'Ater del Comune di Roma di acquisire in proprietà l'immobile sito in Roma […] tuttora impropriamente occupato, a fronte della disponibilità della stessa Ater di porre in essere le necessarie operazioni di "accompagnamento sociale" delle famiglie occupanti attraverso un piano di collocazione temporanea». E ancora: «Di disporre la cessione diretta all'Ater Comune di Roma dell'immobile». Dunque, dopo la fuoriuscita degli abusivi che verrebbero accolti altrove, l'immobile di proprietà regionale tornerebbe in mano al comune.
Più delicata la situazione dell'ultimo complesso, in parte sgomberato lo scorso febbraio, situato in piazza Santa Maria della Pietà, di cui solo una parte è occupata. Il sindaco Virginia Raggi vuole cambiarne la destinazione, attraverso un processo partecipativo con i cittadini. Proposta criticata anche da Stefano Fassina, candidato alle primarie del centrosinistra: «Il processo sul Santa Maria della Pietà non può diventare un mezzo di propaganda elettorale ed essere fatto in fretta e furia».
E se si votasse a Roma? E se il primo cittadino della Capitale ritornasse una carica contendibile?
Per adesso si tratta di un caso di scuola improbabile, perché Virginia Raggi gode di una maggioranza blindata dal punto di vista numerico, e - ovviamente - spera di raccogliere nell'ultima parte della sua legislatura il frutto delle realizzazioni di medio-lungo termine. Ma è anche vero che Roma è stata eletta a campo di battaglia con una sfida campale, lanciata via radio da Matteo Salvini, concedendosi un inconsueto grado di esplicitazione: «Roma è trascurata e poco seguita» aveva detto il leader del Carroccio a Radio anch'io, «la Lega sta preparando progetti per una Roma diversa». Non è un mistero che la Raggi e Salvini si detestino, anche sul piano dei carismi personali. Lei aveva invitato lui - via Giovanni Floris - ad andare a lavorare. Lui aveva replicato con un avviso di sfratto. Lei lo aveva beffeggiato con un video a base di mollichelle di pane sul debito di Roma («Non è difficile: lo puoi capire pure tu»), lui ha reagito facendo saltare il cosiddetto «Salvaroma». Lei si è tolta lo sfizio del gesto atletico quando - con coraggio - è andata a prendersi i fischi a Casal Bruciato.
Insomma: nulla li unisce, tutto li divide, e Matteo ha conquistato nel voto per Strasburgo parte delle periferie che avevano investito in modo bulgaro la candidatura di Virginia.
Il paradosso dunque è questo: emergenza rifiuti, cadaveri all'università, guerriglia su appalti e scale mobili biblicamente inceppate fanno di Roma una capitale «scalabile», prima ancora che per i giudizi sull'operato della giunta, per i dati simbolici che ne hanno fatto la protagonista di un racconto nazionale di decadenza. E hanno anche eletto la Capitale - e questo è il secondo motivo di interesse - a una potenziale valvola di sfogo. Centrodestra, centrosinistra e M5s, per esempio, hanno già come potenziali candidati tre leader di spessore nazionale.
Nel campo sovranista, sicuramente, il nome più forte sarebbe quello di Giorgia Meloni, che (nelle scorse elezioni) perse Roma solo per la «diserzione» di Forza Italia. Nel centrosinistra il nome più solido è quello di Carlo Calenda, appena baciato da un notevole successo personale nella circoscrizione Nord Ovest. Nel campo dei pentastellati l'unica vera alternativa forte a Virginia Raggi (qualora lei scegliesse di tirarsi indietro) è Alessandro Di Battista.
Non sfugge a nessuno, ovviamente, che queste tre candidature, oltre a dare luogo a una sfida spaziale, risolverebbero tre problemi di leadership.
Calenda verrebbe sottratto al sogno di fondare un suo partito («Siamo europei»), la Meloni verrebbe distratta dalla cura di Fratelli d'Italia (proprio nel momento in cui il partito sta raggiungendo livelli elettorali da record), ad un passo dal sorpasso di Forza Italia (già annunciato nei sondaggi). Di Battista - infine - è in un momento di enorme visibilità mediatica e a Luigi Di Maio, che ha palesato chiari segnali di insofferenza, non parrebbe vero vederlo impegnato su un campo di battaglia fangoso e duro, piuttosto che averlo libero di esternare e giudicare, potenziale competitore o severo censore. A Roma si dice: tre palle un soldo. Calenda è tentato dalla Costruzione di Siamo europei (e Nicola Zingaretti non ne è felice), la Meloni dalla trasfigurazione di Fdi nel secondo partito del centrodestra (cosa che in Salvini non suscita entusiasmo) Di Battista verrebbe allontanato dalla possibilità di scalare il M5s (se non altro perché finché non cambiano le regole gli resta solo un mandato).
Il fatto divertente - viceversa - è che a prima vista nessuno dei tre profili che abbiamo elencato sarebbe felice di essere designato. Forse proprio per motivi uguali e contrari a quelli che spingono i rispettivi leader a pensare a loro, per inanellare un immaginifico «promoveatur ut admoveatur».
La guerra di Corea deflagrò in una teatro minore perché i due imperi della guerra fredda non potevano combattere la sfida sul terreno degli armamenti strategici nucleari. I partiti della terza repubblica, desiderosi di farsi le zanne, gonfiare i muscoli, riscuotere crediti e incassare rivincite, sarebbero tutti felici di confrontarsi sul teatro di guerra della Capitale. Qualcuno si farebbe sicuramente male, non c'è dubbio.
Ma la battaglia della Capitale lascerebbe ancora aperta la guerra della legislatura.







