Via al processo di manutenzione del Giudizio Universale di Michelangelo all’interno della Cappella Sistina. «Ci siamo accorti che c’era uno stato sottilissimo bianco, che si è scoperto essere un sale – il lattato di calcio», ha spiegato Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani. «Lo toglieremo con acqua distillata e carta giapponese», ha spiegato il capo restauratore Paolo Violini.
I finanzieri del Comando Provinciale di Roma hanno eseguito un’ordinanza adottata dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Velletri, con la quale è stata disposta la misura cautelare personale dell’obbligo di dimora nei confronti di tre persone indagate per i reati di truffa e riciclaggio.
L’indagine, condotta dalla Compagnia di Velletri e coordinata dalla Procura della Repubblica, ha fatto emergere una truffa milionaria il cui sistema si basava sulla pubblicazione, su siti e piattaforme online, di annunci relativi ad appartamenti per locazioni brevi e camere in bed e breakfast a Roma, in realtà inesistenti o non nella disponibilità degli inserzionisti. Le offerte erano rivolte in particolare a turisti, anche stranieri, intenzionati a soggiornare nella Capitale in vista del Giubileo.
Una volta effettuati i pagamenti tramite carta di credito, le somme confluivano sui conti correnti di una società creata appositamente per raccogliere i proventi della truffa. Da qui, il denaro veniva rapidamente trasferito, attraverso bonifici, a ulteriori società riconducibili al gruppo, alcune delle quali con sede anche all’estero.
Queste società, formalmente intestate a prestanome nullatenenti o con precedenti penali, venivano utilizzate come schermo per ostacolare l’identificazione dei reali beneficiari delle somme. In diversi casi, il trasferimento dei fondi veniva giustificato mediante l’emissione di fatture per operazioni inesistenti, così da attribuire una parvenza lecita ai flussi finanziari e rendere più complessa la ricostruzione dell’origine illecita del denaro.
Per questi motivi, oltre ai tre presunti promotori, indagati per truffa e riciclaggio, altre 16 persone sono indiziate di riciclaggio per aver posto in essere operazioni volte a nascondere l’origine illecita dei fondi e ostacolare la ricostruzione della tracciabilità da parte degli organi inquirenti. Nel corso delle attività investigative è stato disposto il sequestro preventivo di oltre 145.000 euro, rinvenuti sui conti della società destinataria dei versamenti.
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Olivia Paladino e Giuseppe Conte. Nel riquadro, il Grand Hotel Plaza di Roma (Imagoeconomica)
Prima le ingiunzioni del fratellastro, poi il passo indietro della sorella: Olivia Paladino, compagna dell’ex premier, chiude la holding e l’immobiliare che detiene l’albergo.
Alla fine Olivia Paladino, compagna di Giuseppe Conte, ha detto stop e ha deciso di disfarsi della holding di famiglia, la Agricola Monastero Santo Stefano Vecchio, e dell’Immobiliare di Roma Splendido, la società che nell’ultimo bilancio aveva registrato ben 15 milioni di euro di rosso e che possiede le mura dell’asset più ricco dei Paladino, il Grand hotel Plaza, albergo di lusso nel cuore della Capitale. A convincerla al gran passo è stata la decisione della sorella Cristiana, socia al 50 per cento nell’Agricola Monastero, di smarcarsi dalle imprese di famiglia.
La donna, nei mesi scorsi, aveva fatto sapere di voler cedere le proprie quote a un fondo americano, da cui avrebbe ricevuto un’offerta da 150 milioni di euro.
Cristiana aveva lasciato alla sorella la possibilità di esercitare il diritto di prelazione, invitandola a versarle quella cifra per diventare proprietaria dell’intera holding di famiglia. Il problema è che Olivia non ha una disponibilità di cash così ingente. E anche se l’Archimede, altra immobiliare del gruppo, ha incassato un utile importante (da 7,6 milioni), la cifra non sufficiente a chiudere le numerose partite aperte.
A partire dal debito con il fratellastro Shawn Shadow, che da anni attende la liquidazione delle sue quote nell’Agricola Monastero.
Infatti le due sorelle, che alla Camera di commercio risultano essersi divise il 5 per cento del fratellastro, sino a poco tempo fa avevano versato al parente solo una prima rata da 250.000 euro del compenso pattuito di 10,2 milioni. Un pagamento avvenuto dopo l’accordo transattivo siglato davanti al Tribunale civile di Roma per la liquidazione del 5% del capitale della società capofila.
Le Paladino hanno sperato fino all’ultimo nell’annullamento del lodo arbitrale originario che aveva riconosciuto a Shawn il diritto di recesso dalla società e che le aveva costrette ad aprire il portafogli, ma il 3 novembre scorso hanno perso l’ennesima battaglia legale (anche se hanno impugnato la sentenza).
Non è finita: a ottobre è prevista l’udienza per l’opposizione al decreto ingiuntivo che Shawn ha fatto notificare alle due sorelle dopo l’interruzione del pagamento delle rate.
Uno scontro interminabile che Olivia pensava di poter affrontare spalleggiata da Cristiana. Ma, come detto, quest’ultima ha deciso di ritirarsi da questa faida legale e ha fatto sapere di non volere più proseguire nella complicata avventura imprenditoriale, piena di spine. Così Olivia ha deciso di chiudere tutto.
Per la compagna di Conte la lunga querelle legale con il fratellastro, per quanto snervante, era affrontabile, ma quando anche la sorella ha fatto sapere di volere essere liquidata, la situazione si è fatta insostenibile.
Olivia è rimasta totalmente spiazzata dalla mossa inaspettata di Cristiana e non ha potuto far altro che prendere atto che l’unica via d’uscita per lei era la strada della liquidazione volontaria.
Sia della Agricola Monastero che dell’Immobiliare Splendido. Infatti, ragioni di bilancio non consentivano la continuità aziendale soprattutto della seconda.
Sul sito della Camera di commercio, ieri, l’Agricola Monastero e l’Immobiliare Splendido risultavano «imprese in fase di aggiornamento» ed era segnalato per entrambe, tra le «pratiche in istruttoria», un doppio protocollo del 24 febbraio 2026, ovvero di ieri.
Si leggeva anche che l’«adempimento oggetto della comunicazione» era «la cancellazione dell’impresa dal registro».
Era segnalato anche il deposito di questi atti: «scioglimento e liquidazione», con data del 12 febbraio, «nomina dei liquidatori» e «cessazione degli amministratori».
A quanto risulta alla Verità nel verbale di assemblea dovrebbe anche essere stata certificata la decisione di cedere il Plaza, per cui ci sarebbe già un’importante offerta, per far fronte ai debiti.
Il destino dell’impero immobiliare dei Paladino e dello storico Grand Hotel Plaza di via del Corso non dipenderà più da una stretta di mano tra sorelle: sarà infatti un collegio di liquidatori a dover districare i nodi che accomunano l’Agricola Monastero e l’Immobiliare Splendido (la prima possiede il 5 per cento della seconda).
Questa procedura dovrebbe mettere a posto le altre società del gruppo. Infatti, la liquidazione e la vendita dell’albergo garantiranno un importante risanamento, subordinato a uno strategico riassetto societario.
Il valore di mercato del Plaza oscilla tra i 280 milioni e 350 milioni e i futuri acquirenti, probabilmente il già citato fondo americano, hanno pronta da tempo un’offerta.
Ma prima bisognerà sistemare tutte le questioni legate alla liquidazione.
Purtroppo mettere sul mercato un bene così importante in una situazione di dismissione ha diverse controindicazioni.
Il compratore sa che ha di fronte un venditore che non ha le mani completamente libere e che ha fretta di vendere, anche a causa dei dissapori tra soci.
Quando si mette in moto il meccanismo della liquidazione, si cerca la soluzione il prima possibile.
In più i Paladino dovranno rispettare la gerarchia dei creditori. Insomma si trovano in una situazione obbligata, con diversi paletti da rispettare, una condizione non certo ideale per chi vorrebbe far fruttare al massimo il proprio asset più importante.
La decisione di mettere in liquidazione la società è l’ultimo capitolo di una lunga epopea.
Nel 2019 Cesare Paladino aveva patteggiato una accusa di peculato relativa al mancato versamento della tassa di soggiorno al Comune di Roma.
L’esposizione con il fisco sembra essere in corso di definizione e rappresenterebbe circa un quinto del consistente patrimonio immobiliare totale.
Al momento, non risulterebbero, invece, esposizioni bancarie critiche.
Le strade per il rilancio dell’hotel sono ora molteplici. L’affiancamento a qualche grande catena dell’hotellerie di lusso o l’ingresso di fondi di investimento internazionali, un’opzione che rimane concretamente sul tavolo.
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La manifestazione della Cisl per la libertà in Iran (Ansa)
Il sindacato a Roma: «Sosteniamo chi rischia la vita nella lotta per la democrazia».
Una fiaccolata per «sostenere la lotta di chi anche a costo della vita chiede una svolta democratica per superare la sanguinosa teocrazia degli ayatollah». È con questa sensibilità che la Cisl è scesa in campo ieri organizzando un sit in davanti all’ambasciata della Repubblica islamica a Roma, dando un segnale di vicinanza alle famiglie iraniane e lanciando un monito contro l’indifferenza dei governi occidentali di fronte alla violazione sistematica dei diritti civili.
Una «luce» delle fiaccole in memoria delle vittime dei Pasdaran e che va oltre una semplice dichiarazione di principio ma diventa una chiara richiesta alle istituzioni di presa di coscienza e di maggiore decisione per fermare le esecuzioni e le detenzioni arbitrarie. No al silenzio complice, come ha spiegato la segretaria generale, Daniela Fumarola: «L’appello che il nostro sindacato rivolge alle istituzioni nazionali e a quelle europee è di sostenere la lotta di chi, a costo della vita, invoca la svolta democratica. Donne, uomini, tantissimi studenti, a cui il mondo libero e il sindacato internazionale devono rispondere mobilitandosi. Bisogna esercitare ogni pressione perché finisca il massacro di questi giorni e venga superata una volta per tutte la sanguinaria teocrazia degli ayatollah, con una transizione non violenta e il coinvolgimento della comunità internazionale. Tutte le persone che vivono in regimi, dittature sanguinarie, non devono sentirsi abbandonate al loro destino».
Non è la prima volta che la Cisl si schiera apertamente per la difesa dei diritti umani e la democrazia nei Paesi in cui la guerra sembra non trovare fine: da subito a favore dell’Ucraina e contro l’aggressione russa, la condanna per il massacro di migliaia di giovani israeliani del festival musicale del 7 ottobre 2023, la «maratona» per la pace dello scorso anno e il sostegno concreto alla popolazione palestinese attraverso una grande raccolta fondi (500.000 euro) devoluta a dicembre alla Croce rossa. Chiara anche la presa di distanza della Fumarola dalla Cgil e dalle scelte del segretario, Maurizio Landini, che è prontamente sceso in piazza per difendere il regime di Nicolás Maduro e criticare il blitz americano per l’arresto del dittatore.
«Dobbiamo avere il coraggio di non stare zitti», diceva Landini durante la manifestazione di Roma, contestato da alcuni venezuelani come era accaduto a Genova, dove un gruppo di profughi che avevano detto ai manifestanti di avere un atteggiamento ideologico senza sapere qual è la vera situazione del paese, avevano ricevuto insulti, aggressioni e minacce di violenza fisica da parte di un comunista cigiellino sedicente esperto della nazione sudamericana. Senza dimenticare la soddisfazione del segretario Cgil per la liberazione dell’imam di Torino, Shahin, definita «una vittoria dello stato di diritto». Fumarola è stata chiara anche sul Venezuela: «Continueremo a stare nel merito delle questioni, a stare dalla parte delle popolazioni che soffrono».
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Papa Leone XIV con la Guardia svizzera pontificia (Ansa)
Il 22 gennaio 1506 veniva istituita da Papa Giulio II la Guardia svizzera pontificia, oggi il più antico corpo militare in servizio. Decimata nel «Sacco di Roma» del 1527, sopravvisse a Carlo V e alle soppressioni di Napoleone e della Repubblica Romana. Oggi conta 135 effettivi a protezione di Leone XIV.
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Il 22 gennaio 1506, centocinquanta mercenari svizzeri fecero ingresso a Roma e si misero al servizio di Giuliano della Rovere, Papa Giulio II. Negli stessi mesi la Penisola era flagellata dalle Guerre d’Italia, scatenate dalle grandi potenze dinastiche per il predominio in Europa e in Vaticano iniziava la costruzione della basilica di San Pietro. Già nel 1478 il pontefice Sisto IV aveva concluso accordi con la Confederazione Elvetica, patria storica di soldati mercenari, per l’impiego di soldati svizzeri da impiegare a fianco dell’esercito pontificio, che all’alba del secolo XVI rappresentava il braccio armato dello Stato della Chiesa impegnato in quegli anni in una forte politica di espansione territoriale in Italia. Nel 1503 Giulio II chiese alla Dieta svizzera la fornitura di 200 uomini a protezione del Papa e della Santa Sede. Nel settembre 1505 furono inviati a Roma i primi 150 uomini che costituiranno il primo nucleo della Guardia Svizzera Pontificia, comandati da Kaspar von Silenen, membro di una nobile famiglia del Cantone Uri di lunga tradizione militare. Al servizio di Giulio II, i soldati elvetici proteggono il pontefice e gli edifici papali in un periodo storico turbolento per Roma, caratterizzato dalle lotte intestine fra le famiglie nobili della Città eterna, che mettevano quotidianamente a rischio la vita del Papa oggetto di intrighi e congiure. Ma la minaccia più grande arrivava dall’esterno ed in particolare dalle armate di Carlo V, in guerra contro la Francia per il dominio sulla Penisola. Il 6 maggio 1527 i lanzichenecchi, mercenari tedeschi, assaltavano la città del Papa nel giorno passato alla storia come il «Sacco di Roma». La Guardia svizzera fu decisiva per la salvezza del pontefice Clemente VII, che fu trasferito attraverso il Passetto di Borgo nella residenza di Castel sant’Angelo dove il Papa rimase prigioniero per mesi. Gli svizzeri pagarono un altissimo tributo di sangue, con soltanto 42 superstiti su 189 effettivi. Dopo l’ingresso di Carlo V, la guardia pontificia fu sostituita da un corpo di spagnoli e lanzichenecchi. Fu sotto Paolo III che nel 1548 un nuovo contingente elvetico fu richiamato a difesa della Santa Sede, grazie all’intercessione del cardinale Ennio Filonardi, già Nunzio apostolico in Svizzera. Per i due secoli successivi la «Päpstliche Schweizergarde» smise definitivamente di essere impiegata in campagne militari e rimase unicamente a difesa del Pontefice e impiegata nei cerimoniali. Comandata prevalentemente da membri di nobili famiglie di Lucerna (in particolare quella degli Altishofen), la guardia venne sciolta una prima volta durante il dominio napoleonico e, dopo la ricostituzione nel 1814, nuovamente soppressa durante l’effimera Repubblica Romana del 1848. Nuovamente richiamata da Pio IX, la Guardia pontificia non combatté in occasione della Presa di Roma del 1870, in quanto la difesa della Capitale era stata affidata agli Zuavi.
All’inizio del XX secolo il Corpo fu oggetto di una profonda riforma ad opera del comandante Jules Repond, con la volontà di aumentare la disciplina, addestrare all’uso di armi moderne e limitare il reclutamento ai soli candidati svizzeri di nascita. Fu durante questo periodo che furono adottate le uniformi che ancora oggi sono adottate, ispirate a quelle del Cinquecento. Con la nascita dello Stato Vaticano dopo il Concordato del 1929, la Guardia svizzera divenne il corpo ufficiale di Stato e gli effettivi furono aumentati da Pio XII durante la Seconda guerra mondiale a 300.
Dal dopoguerra fu impiagata assieme alla Gendarmeria vaticana, mentre gli antichi corpi nobiliari rimasti furono soppressi nel 1970 da Paolo VI. Il 13 maggio 1981 la Guardia Svizzera Pontificia si trovò coinvolta nell’attentato a Giovanni Paolo II e svolse un ruolo cruciale nella protezione del Pontefice ferito dai colpi di Ali Agca. L’episodio portò alla necessità di modernizzare l’addestramento e l’armamento del Corpo, includendo la presenza delle guardie in borghese anche durante i viaggi all’estero del Papa. Attualmente l’organico è di 135 effettivi, aumentati di 25 unità nel 2019 sotto il pontificato di Jorge Mario Bergoglio.
La Guardia svizzera pontificia è il corpo militare più antico attualmente in servizio.
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