Uno dei più grandi polmoni verdi di Roma è bruciato. Non è ancora stata accertata la causa che ieri, intorno alle 16, ha scatenato le fiamme in via Romeo Romei a Roma, strada nel cuore del parco di Monte Mario. Quel che però è sotto gli occhi di tutti è che, il rogo per cui sono dovuti intervenire dieci squadre dei vigili del fuoco, due autobotti, l’elicottero Drago VF159, diversi mezzi della protezione civili ed è stato necessario far evacuare quattro palazzine e 40 persone dall’Osservatorio astronomico, è partito dalla baraccopoli abusiva sorta e risorta sulle pendici della cittadella giudiziaria di piazzale Clodio. A confermarlo è stato lo stesso sindaco della Capitale, Roberto Gualtieri: «L’incendio a Monte Mario sarebbe stato originato da un pasto cucinato in un accampamento abusivo sulle pendici della collina di Monte Mario. Si tratta di fumo boschivo, non dovrebbero esserci rischi per la salute dei cittadini» ha sottolineato il primo cittadino - «Sono state evacuate sei palazzine a scopo preventivo e quattro automobili hanno preso fuoco». Una dichiarazione che assomiglia più a un’ammissione di una situazione di sbando e degrado assoluto in cui versa ormai da anni un municipio come quello romano, tra buche assassine, cinghiali per la strada, il problema mai risolto dei rifiuti e per ultimo, cronologicamente parlando, gli incendi che divampano da zone abbandonate al proprio destino dall’amministrazione comunale. Per non parlare dell’incapacità di gestire i cantieri in vista del Giubileo del prossimo anno. L’accampamento abusivo da cui si è generato il rogo, infatti, rappresenta l’emblema di un territorio perso dal Comune. Un territorio di cui si sono impadroniti senza alcun diritto diverse categorie, in primis famiglie di etnia rom, ma anche clandestini irregolari, senzatetto e dove a farla da padrona è l’illegalità di ogni tipo, assenza di igiene, rifiuti ammassati e odori insopportabili. È da circa dieci anni che le forze dell’ordine tentano di ripristinare quest’area verde della Capitale, ma puntualmente, sgombero dopo sgombero, viene rioccupata da queste baracche che vengono tirate su tra le sterpaglie e i rami di pini, lecci e tigli. Una situazione ideale per chi pensa di nascondersi da sguardi indesiderati e dalla lente della legalità, dove poter mandare avanti la gestione di affari loschi e organizzare episodi di micro criminalità. Insomma, il posto perfetto per condurre una vita da fuorilegge. Era successo già nel 2015, nel 2019 e quattro mesi, quando una favela era stata sgomberata. Ora il grosso incendio che ha gettato nel panico e nella paura tutti gli abitanti di una zona, quella della Balduina, accanto alla quale risiedono molte famiglie e diversi studi legali e a pochi metri dal Tribunale, rappresenta soltanto l’ultimo episodio di un rispetto della legge praticamente azzerato. «Abbiamo avuto paura e siamo scesi in strada» hanno detto gli abitanti di Monte Mario mentre osservano le fiamme divampare sulla collina e avvicinarsi minacciose alle loro case. «Purtroppo la mia macchina è stata bruciata, ma mi ritengo fortunato perché le conseguenze potevano essere peggiori» ha detto un uomo all’agenzia La Presse. Sul posto è intervenuto anche il prefetto di Roma, Lamberto Giannini: «Stiamo lavorando incessantemente. C’è una sinergia tra tutte le forze in campo» - ha spiegato - «È stato necessario evacuare alcuni civici e appena sarà definita la situazione gli abitanti potranno rientrare». Il rogo vicino al Tribunale ha fatto sì che venisse fatta evacuare anche la sede Rai di via Teulada nei momenti in cui era in corso la messa in onda della trasmissione Estate in diretta condotta da Nunzia De Girolamo e Gianluca Semprini. Oltre a questo è stata necessaria la chiusura di lungotevere Oberdan, lungotevere della Vittoria, via Giuseppe Faravelli e via dei Cavalieri di Vittorio Veneto in direzione Piazzale Clodio. Anche i residenti di diversi stabili in via Ildebrando Goiran sono stati fatti evacuare d’urgenza con diverse persone in strada con cani e gatti. «Esplosioni continue. Sembrava un bombardamento» ha raccontato un residente. Intanto il magistrato è in attesa di un’informativa dei vigili del fuoco e delle forze dell’ordine, intervenuti sul posto, per ricostruire l’origine del rogo.
Il sindaco Roberto Gualtieri c’è e batte un colpo sui rom. Entro il 2026, vuole che siano chiusi i campi nomadi della capitale, pardon, «villaggi attrezzati», e stanzia per l’epica impresa 12,9 milioni di euro. Per quasi due anni è andato avanti con il piano di Virginia Raggi, che aveva chiuso cinque insediamenti, provando a inserire i rom nel circuito degli affitti privati (il Comune pagava due anni di locazione) con scarsi risultati. Sul piano di Gualtieri, che si basa su numeri ancora ballerini, le opposizioni sono già sul piede di guerra. Non saranno i 30 milioni ottenuti da Gianni Alemanno nel 2011, ma sono comunque tanti soldi. Per farsi un’idea, l’intero piano per 2.000 nuovi alloggi popolari di Roma oscilla tra i 15 e i 20 milioni di euro.
Il progetto della giunta romana è stato approvato venerdì e va a intervenire sui circa 2.200 residenti nei sei «villaggi attrezzati»: via Candoni (Magliana), Castel Romano, via Salviati (Tor Sapienza, proprio dietro l’ufficio immigrazione della Questura), via di Salone (Settecamini), via dei Gordiani (Prenestino), via Cesare Lombroso (Primavalle). Come in passato, si parla di contrasto all’antiziganismo e partecipazione dei quartieri, regolarizzazione dei documenti, accesso alla casa, inclusione sociale e promozione della salute, accesso all’istruzione e al lavoro. Tutti bei principi, per carità. Ma le soluzioni ancora non sono indicate. Ma l’attenzione, par di capire dalle anticipazioni, sarà correttamente sul tema delle abitazioni. Il piano Gualtieri prevede «l’individuazione di soluzioni abitative diversificate per far fronte alle esigenze dei nuclei familiari, anche attraverso progettualità innovative di housing», per «integrare l’offerta di patrimonio immobiliare pubblico rappresentata dagli alloggi di Erp, destinata ai nuclei aventi diritto».
Si comincerà già entro fine anno con il campo Lombroso, che è abbastanza vicino a un’area già recuperata e sviluppata come quella di Santa Maria della Pietà, lo storico ex ospedale psichiatrico della città.
Le opposizioni hanno scoperto il piano dalla stampa locale e sono subito insorte. Federico Rocca, consigliere capitolino di Fdi, oltre a denunciare che il progetto si basa su numeri falsati e che ignorano la miriade di insediamenti abusivi, osserva: «Se Gualtieri pensa che il problema possa essere risolto con un accordo tra Roma Capitale e i residenti nei campi si illude di brutto», afferma l’esponente FdI, «ma la cosa più triste è che questo fallimento si compirà a spese dei romani visto che ancora una volta milioni di euro saranno spesi per non risolvere il problema». La strada degli accordi con le singole famiglie è stata battuta già dalla Raggi con scarsi risultati. A parte il fatto che molti non affittano volentieri ai rom, c’è un problema oggettivo: il mercato immobiliare non prevede pagamento in nero e chiede garanzie agli inquilini. Garanzie che una famiglia rom quasi mai è in grado di offrire, quando vengono meno gli aiuti del Comune, perché gli adulti lavorano quasi tutti in nero.
Il tema della casa, però, è un tema assai sensibile e il riferimento del sindaco agli alloggi Erp, ovvero alle case popolari, rischia di aprire un fronte delicato. I fondi del Piano rom 2023-2026 ammonterebbero a poco meno di 13 milioni per un totale di 2.200 persone. Sono 5.900 euro a persona o, applicando un coefficiente familiare di quattro, rappresentano 23.636 euro a famiglia. Sono molti di più dei 10.000 euro massimi a nucleo stanziati da Virginia Raggi. Ma se uno va a vedere l’ultimo piano di Gualtieri, annunciato a marzo scorso, sull’edilizia popolare, scopre che ci sono 14.300 romani in lista d’attesa e che si prevede di acquistare in quattro anni 2.000 alloggi da Ater e Inps, per un massimo di 20 milioni (ma il Comune ritiene di poter ottenere un ampio sconto). Insomma, se alla fine il sindaco riuscirà a cavarsela con 15 milioni per sistemare 2.000 famiglie nelle case popolari, la cifra sarà poco superiore ai 12,9 milioni che vuole spendere per spostare 2.200 rom.
Resta il fatto che in realtà non si sa bene quanti siano i rom, anche perché il 20% di quelli che risiedono nei «villaggi» (e che quindi sono registrati) non ha i documenti. Figurarsi gli altri che vivono accampati qua e là lungo il Tevere o l’Aniene. Nel 2017, secondo la Croce Rossa, erano 4.500. Nel 2019, il Viminale fece una rilevazione certosina e oltre ai circa 3.500 «ufficiali» ne trovò altri 2.000, divisi in 338 accampamenti abusivi. Oggi siamo a 2.600 persone censite, ma secondo uno studio dell’Istituto superiore di Sanità, pubblicato a fine aprile, la popolazione nomade della capitale, tra rom e sinti, raggiungerebbe quota 8.000. Se la realtà è questa, i 13 milioni di Gualtieri per invogliare 2.200 rom a mettere su casa rischiano di affrontare solo una piccola parte del problema. Ancora da capire chi sarà destinatario dei bandi, ma tutto lascia supporre che si continuerà con le solite cooperative che già operano da parecchi anni nei campi. Campi che anche con Gualtieri non si sono svuotati.
La «pista», come a Foggia viene chiamata l'area della baraccopoli di Borgo Mezzanone perché sorge a ridosso dell'ex aeroporto usato dagli americani nella seconda guerra mondiale (e che durante la guerra del Kosovo divenne base logistica), verrà bonificata. Da anni è sede di insediamenti abusivi di stranieri, in maggioranza impegnati come braccianti agricoli nei campi della provincia, ma è occupata anche da clandestini in cerca di un posto inaccessibile per le forze dell'ordine. Lì l'intervento dello Stato è cominciato con le ruspe inviate nel luglio 2019 dall'allora ministro dell'Interno, Matteo Salvini. Buttarono giù 35 baracche nella porzione considerata più malfamata. Da allora il non luogo di Borgo Mezzanone è stato abbandonato a sé. Sono continuati gli incendi di baracche, gli accoltellamenti e le risse. Ora l'annuncio: per fine mese ci sarà la definizione del protocollo tra Prefettura di Foggia, Provincia e Regione Puglia per la bonifica dell'area circostante. Le autorità parlano di una «ipotesi concreta di recupero» per la realizzazione di una «cittadella dell'accoglienza» che costituisca un esempio di legalità contro caporalato, lavoro nero, sfruttamento e tratta degli immigrati. Da tempo quest'area della Puglia chiede strutture idonee per l'accoglienza, più che inutili sanatorie in stile Teresa Bellanova, ex ministro di Italia viva, originaria di questa terra e bersaglio della stampa foggiana che, proprio sull'accoglienza (ma non solo), le ha imputato un certo «menefreghismo».
La questione della baraccopoli di Borgo Mezzanone è stata affrontata ieri in una riunione in Prefettura, dal capo dipartimento per le Libertà civili e l'immigrazione del ministero dell'Interno, Michele Di Bari, con il prefetto di Foggia Raffaele Grassi, con il vicepresidente della Regione Puglia, Raffaele Piemontese, e con il presidente della Provincia Nicola Gatta. Collegati in videoconferenza, invece, c'erano il vicecapo del dipartimento di Pubblica sicurezza, Maria Teresa Sempreviva, in qualità di autorità di gestione del Pon Legalità e i rappresentanti di Invitalia. Perché sarà Invitalia a gestire la gara per i lavori di bonifica dell'area, per la quale la Provincia di Foggia ha messo a disposizione la fetta più grossa, circa 3,4 milioni di euro. Un piccolo contributo - 150.000 euro - è arrivato anche dal dipartimento Libertà civili e immigrazione.
La questione è cavalcata da tempo dai sindacati, Cisl in testa. «Già all'indomani dell'insediamento del nuovo prefetto», ha dichiarato in più di una occasione Carla Costantino, segretaria Cisl di Foggia, «avevo proposto di usare almeno una parte del Cara per ospitare i cittadini regolari che abitano all'ex pista, e che per un discorso logistico legato all'attività lavorativa sono costretti a restare lì».
Ma ora che sembra esserci una svolta si pone già un primo problema: per rendere possibile la cantierizzazione dei lavori di bonifica, l'area dell'insediamento spontaneo dovrà essere liberata e i migranti trasferiti in strutture di accoglienza. Si è quindi ipotizzata la realizzazione di una foresteria utilizzando, sulla base di un protocollo d'intesa, le strutture del Cara di Foggia (svuotato progressivamente in vista della chiusura definitiva), che però hanno necessità di una ristrutturazione e di un adeguamento, e dei terreni circostanti nei quali sistemare i moduli abitativi. Il centro di accoglienza per richiedenti asilo (con due fabbricati da 17 e 18 stanze, con sei posti ciascuna, da 18 moduli abitativi da quattro unità e un dormitorio in grado di ospitare fino a 60 persone), controllato dall'Esercito, e la baraccopoli, in mano a caporali e mafie straniere, sono confinanti e comunicanti. E da tempo vengono considerati esempio di contraddizione nel sistema italiano dell'accoglienza. La Regione Puglia, poi, si è impegnata a presentare all'Autorità di gestione del Pon Legalità il progetto per la realizzazione della foresteria. L'idea iniziale per l'area della ex pista per aeroplani era quella di creare una zona polifunzionale con una parte in muratura da destinare a Cpt, Centro di permanenza temporanea per le persone in attesa di espulsione, poi soppiantati dai Cpr. E un'altra zona composta da moduli prefabbricati che avrebbero sostituito roulotte e baracche. E siccome il Cpt non è mai entrato in funzione, gli edifici sono stati presto occupati dagli stranieri che lavorano da stagionali nel settore agricolo (nell'area sono presenti in prevalenza aziende di pomodoro, il cui polo è considerato particolarmente rilevante nel settore). Il rischio è che nel sistema d'accoglienza poi possano infiltrarsi i soliti affaristi che, come hanno già raccontato decine di inchieste, speculano sugli ospiti. E al momento non sembrano essere state previste particolari misure legate alla prevenzione di attività illegali, in assenza delle quali la «Cittadella dell'accoglienza» potrebbe presto trasformarsi nel solito centro di interessi dal quale tirare fuori un bel po' di quattrini.
Creano strade di montagna, puliscono il greto dei fiumi, scavano gallerie e stazioni della metropolitana. Sollevano polvere e sono ineleganti, ma in questa stagione italiana sono diventati sinonimo di legalità, o almeno di una politica che vorrebbe definirne il perimetro a favore dei cittadini: sono i D9RC Caterpillar, i Komatsu, i Trevi Benne, altrimenti noti come ruspe. E cominciano a funzionare quasi all'unisono, come ieri a Borgo Mezzanone in provincia di Foggia, dove sono comparse per radere al suolo parte della baraccopoli e abbattere immobili abusivi (un'officina, un capannone e un bar) utilizzati per ogni tipo di attività illecite dai clandestini, soprattutto prostituzione e spaccio di droga.
Il luogo era fuori controllo, abitato da duemila migranti abbandonati a sé stessi da anni, lasciati in balia di malavita e caporalato, manovalanza a basso costo nei campi. Ieri all'alba, in quel porto franco di proprietà dell'Aeronautica militare dove la legalità e lo Stato si guardavano bene dal farsi vivi, duecento uomini fra polizia, carabinieri, guardia di finanza ed esercito hanno organizzato un blitz per dare una spallata all'illegalità.
L'operazione, disposta dal gip del tribunale di Foggia su richiesta della procura, si chiama «Law and Humanity» per coniugare la legge con la dignità, le regole, i diritti quotidianamente calpestati. «Il sequestro non riguarda immobili o baracche adibiti ad abitazione», spiega un comunicato della Procura, ma ha una finalità più profonda: «Stroncare attività illecite, spezzare il circuito fra criminalità, sfruttamento delle persone e mancato riconoscimento dei diritti umani. È possibile coniugare l'accoglienza dei migranti con il rispetto della legalità e della dignità umana».
L'ex pista è un esempio del fallimento della politica delle baraccopoli. Qui la gente vive in condizioni di assoluto degrado circondata da tutti i pericoli possibili, al di là della criminalità. Perché abitare in catapecchie realizzate con materiali infiammabili, rifornirsi di energia con cavi volanti che lambiscono pozze d'acqua, riscaldarsi con bombole a gas, significa rischiare un incendio e la vita in continuazione, dentro la routine quotidiana. Con i cumuli di rifiuti alla porta. Uno scenario disumano. Accogliere per poi far finta di non vedere tutto ciò non è misericordia.
Così servono anche le ruspe. Dopo sei anni di parole al vento dei governi di centrosinistra e di proliferare della malavita autoctona e d'importazione, le ruspe hanno un loro rumoroso senso. Nel ghetto di Borgo Mezzanone - 165 ettari tra Foggia e Manfredonia, vicino al Cara - ci sono voluti due incendi con feriti e un morto (l'extracomunitario Bakary Seka del Gambia) per cambiare passo e adeguarsi alla strategia ruggente di Matteo Salvini. «Borgo Mezzanone chiude entro l'anno», ha detto a Bari il vicepremier «come chiuderanno il Cara di Mineo, San Ferdinando, come abbiamo chiuso Bagnoli, Castelnuovo. Stiamo mantenendo gli impegni presi grazie anche al lavoro delle forze dell'ordine. Quanto la Cara di Foggia, obiettivo è svuotarlo, prosciugarlo. Ad oggi gli sbarchi sono stati 225 a fronte dei 5000 dell'anno scorso e se riusciamo a mantenere questi numeri le domande saranno dimezzate».
Comincia a farsi largo l'idea che non sia importante la percezione della legalità, ma la legalità vera. Nello stesso momento dell'operazione foggiana, all'hotel House di Porto Recanati vicino a Macerata, un altro scandaloso spicchio di Italia extraterritoriale, 40 carabinieri hanno suonato il campanello. E per la prima volta dopo anni, nel falansterio di 17 piani occupato da 1700 residenti ufficiali, con 480 appartamenti abitati da 32 etnie diverse africane e mediorientali, è entrato lo Stato. «C'è l'Arma in pressing», scrivono i siti locali.
A pochi giorni dal sequestro di mezzo chilo di eroina, sono stati messi i sigilli a una discarica abusiva con carcasse di elettrodomestici e automobili, sono state denunciate quattro persone ed è stato portato a termine un intervento per stroncare l'attività di spacciatori appartenenti alla mafia nigeriana. Numerosi clandestini sono stati portati in caserma per l'identificazione.
L'Hotel House è un sinistro e fatiscente condominio, un ghetto diventato simbolo delle fallimentari politiche di integrazione dove accoltellamenti, regolamenti di conti, roghi di auto e ragazzi morti di overdose hanno fatto fuggire da tempo i residenti normali. In quel luogo estremo a poche centinaia di metri dalle spiagge, recentemente sono stati ritrovati anche resti di cadaveri.
Mentre in città come Torino da anni si discute di improbabili censimenti nei santuari del degrado e dello spaccio, altrove il cigolio dei cingoli otterrebbe un successo bipartisan. Come il Cara di Mineo, come l'ex pista di Foggia, come la baraccopoli di San Ferdinando a Reggio Calabria dove quattro giorni fa in un incendio è morto il giovane senegalese Moussa Ba, anche l'hotel House viene definito «un inferno da spegnere e poi risanare» da destra e sinistra.
Con la differenza che il Pd si limita a individuare nuove linee di principio, mentre il Salvini lancia sfide più concrete. «Renderemo la vita impossibile ai criminali e ai balordi», promette. E avvia le ruspe. Come si diceva negli spaghetti western, è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo.





