«Le nostre nazioni condividono molti valori, una vocazione verso la creatività e l’innovazione pur rimanendo ancorate alla loro tradizione, e dal mio punto di vista condividono un potenziale – nonostante i nostri rapporti bilaterali siano estremamente solidi – inespresso straordinario che siamo ovviamente qui per esplorare e portare avanti». Così Giorgia Meloni in apertura dell’incontro bilaterale con il presidente coreano Lee Jae-Myung. Nelle dichiarazioni congiunte nella Blue House di Seul al termine del bilaterale, il premier ha spiegato che «Rafforzare il nostro partenariato economico è una delle tre priorità» di cui si è discusso, insieme a quella di puntare su «catene del valore più forti e sicure» e a dare «maggiore sistematicità al coordinamento politico».
- Il Paese è diventato un gigante da 100 milioni di abitanti ed è in costante crescita economica. Riferimento dell'industria manifatturiera, è partner commerciale privilegiato degli Usa come alternativa a Pechino. Dal giugno 2024 è membro dei Brics e punta a crescere ancora.
- I francesi portarono in Vietnam l'industria della gomma commettendo gravi errori e senza pensare alle conseguenze politiche e sociali che portarono i comunisti al potere. La storia delle grandi piantagioni di caucciù che furono alla base della rivolta anticolonialista.
Lo speciale contiene due articoli.
Il Vietnam vanta una storia millenaria dove per mantenere autonomia ed indipendenza ha combattuto cinesi, mongoli, francesi ed infine americani. L’Impero del Vietnam fu l’unico in Asia sud-orientale a resistere all’avanzata dei mongoli fino a metà del 1300. I vietnamiti dovettero cedere ai francesi a metà del XIX secolo accettando la creazione dell’Unione Indocinese nel 1887. Nel 1954 i francesi furono però definitivamente sconfitti in quella che fu la prima debacle di una potenza coloniale, ma alla Conferenza di Ginevra il paese fu diviso in due stati: il Vietnam del Nord sotto il controllo dei comunisti di Ho Chi Minh ed il Vietnam del Sud in mano al dittatore filo-americano anticomunista Ngô Đình Diệm. Negli anni ’60 e fino alla caduta di Saigon, subito ribattezza Ho Chi Minh City, nel 1975 furono gli Stati Uniti ad impantanarsi in un lunghissimo conflitto che porterà il Vietnam alla riunificazione sotto il partito comunista locale. Dopo 50 anni la nazione del Sud-Est asiatico è diventato un gigante geopolitico di oltre cento milioni di abitanti che nel 2025 può vantare una crescita del Pil del 8,25% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Un dato sorprendete anche per gli analisti che avevano previsto una crescita di un 1 punto inferiore.
L’economia vietnamita si basa soprattutto sul settore manifatturiero, dove la domanda esterna è in costante crescita e dove proprio gli Stati Uniti sono l’acquirente più importante. Il Partito Comunista del Vietnam si è dimostrato molto scaltro ed ha trasformato la nazione in un autentico hub manifatturiero con una qualità superiore ai paesi dell’area e una capacità di crescita ed affidabilità costante. Hanoi fa parte del Top 10 dei partner commerciali di Washington che ha speso in prodotti vietnamiti circa 137 miliardi nel 2024 ed oltre 100 miliardi nei primi sei mesi del 2025. Il Vietnam esporta abiti, calzature, giocattoli, elettronica di largo consumo e alcune tipologie di macchinari per la piccola e media impresa, mentre dagli Stati Uniti ha acquistato merci per soli 13 miliardi nel 2024 e poco più di 8 nei primi sette mesi del 2025. Numeri imponenti, ma comunque inferiori rispetto all’interscambio con Pechino che supera i 200 miliardi annuali soprattutto in componenti industriali e tecnologia. Il segretario generale del Partito comunista vietnamita Tô Lâm, con la tipica astuzia orientale, si è mosso su più tavoli e nel giugno scorso ha aderito al gruppo dei Brics, l’alleanza economica formata da Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. In quell’occasione il portavoce del ministero degli Esteri vietnamita Phạm Thu Hằng, ha sottolineato l’intenzione di «contribuire attivamente a rafforzare la voce e il ruolo dei paesi in via di sviluppo, promuovendo la solidarietà internazionale e il multilateralismo inclusivo, fondati sul rispetto del diritto internazionale».
Una mossa quasi esclusivamente politica che non cambia la predisposizione di Hanoi al commercio sia con l’Europa che soprattutto con gli Stati Uniti. L’ingresso nei Brics apre comunque al Vietnam la prospettiva di partecipare alle iniziative della Nuova Banca di Sviluppo potendo godere di un canale privilegiato per contrattare finanziamenti mirati alla rete di interconnessione elettrica transfrontaliera, un progetto che si inserisce nell’ambiziosa visione di una Rete elettrica dell’Asean (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico), composto da Laos, Cambogia, Malesia, Brunei, Filippine, Indonesia, Myanmar, Singapore e Thailandia. Il governo vietnamita nel quinquennio 2026/2030 punta a raggiungere una crescita del 10% grazie a prestiti internazionali ed investimenti nelle sue infrastrutture e nel comparto manifatturiero. Tutto grazie al rinnovato rapporto con Washington che nel 2024 ha visto un surplus commerciale aumentato del 20%, il più alto del continente asiatico. Questo significativo aumento fotografa la tendenza delle aziende statunitensi nella ricerca di diversificazione per le loro catene di approvvigionamento, riducendo sensibilmente la dipendenza dalla Cina e scegliendo il Vietnam come alternativa chiave in settori come il tessile, l’arredamento e l’elettronica. Hanoi vanta anche una posizione strategica nel Sud-est asiatico e per questo motivo Donald Trump ha voluto intensificare le relazioni diplomatiche nel tentativo di contrastare l’influenza di Pechino nell’area. Washington sa bene che cinesi e vietnamiti non sono mai andati d’accordo ed il peso di Hanoi, anche in vista di un possibile conflitto per Taiwan, diventa ogni giorno più determinante.
Storia del «sangue bianco»: nascita e declino delle piantagioni di caucciù francesi in Vietnam
Nella versione integrale di Apocalypse Now, il film cult sulla guerra in Vietnam di Francis Ford Coppola, il capitano Willard (Martin Sheen) incontra una famiglia francese di coloni, isolata nel cuore di una giungla coperta da una nebbia spettrale. Durante la cena nella casa padronale il titolare della piantagione di caucciù esprime tutta la sua rabbia per le sconfitte coloniali francesi degli ultimi anni: Diem-Bien-Phu, l’Algeria, l’Indocina. Avvolta dal «cuore di tenebra», il romanzo a cui il film è ispirato, la famiglia di coltivatori sparirà nelle nebbie della giungla come una visione che si spegne per sempre in dissolvenza. Quei fantasmi simboleggiavano la fine di un mondo durato oltre 70 anni, quello della coltivazione intensiva del caucciù importato in Indocina dai francesi a partire dalla loro presenza in Vietnam alla fine del XIX secolo.
L’Hevea Brasiliensis, o albero della gomma, è una pianta originaria dell’Amazzonia. Dopo la scoperta della vulcanizzazione, divenne una fonte importantissima per la produzione della gomma ricavata dal lattice, che veniva prodotto dalla pianta per proteggersi naturalmente da insetti e parassiti. Con lo sviluppo tecnologico a cavallo dei secoli XIX e XX divenne anche una fonte di grandi profitti, come dimostravano le coltivazioni intensive di Manaus, in Brasile. L’albero, tuttavia, non sopportava il clima continentale, come dimostrarono i tentativi di coltivazione in Europa e Nord America. Il Vietnam centro-meridionale, caratterizzato da un clima tropicale simile a quello brasiliano, rappresentò un’occasione perfetta per lo sviluppo dell’industria della gomma francese che in quegli anni viveva una grande espansione. La pianta fu importata per la prima volta nel 1897 al giardino botanico di Saigon, dove crebbe prospera e produttiva. Era l’inizio di una produzione estensiva che durò circa 70 anni, dalla quale i grandi gruppi francesi trassero enormi profitti. Ma fu anche una delle cause dello sviluppo irreversibile della rivolta sociale e anticoloniale dominata negli anni dai guerriglieri filocomunisti, che proprio nelle grandi piantagioni di caucciù trovarono linfa vitale fino alla cacciata dei francesi alla metà degli anni Cinquanta. Una serie di scelte e valutazioni errate, messe in atto dai colonizzatori dell’Indocina, faranno delle piantagioni estensive del Vietnam un punto di debolezza per il mantenimento del dominio coloniale. Se la linfa bianca che nasceva dal tronco dell’Hevea era oro colato per i francesi, si può dire che gli errori cominciarono alla radice. Il governo coloniale emissario di Parigi infatti decise di affidare ai privati la gestione delle piantagioni, ottenendo in cambio gli introiti delle tasse sui guadagni delle compagnie senza un diretto controllo da parte dello Stato, che si limitò a fornire le infrastrutture come le ferrovie. Il capitale francese, diviso in piccoli e più grandi investitori, non si preoccupò minimamente di elaborare una valutazione socio-ambientale sulle conseguenze che la coltivazione estensiva dell’albero della gomma avrebbe comportato. Anzitutto, per diventare produttiva, la piantagione deve attendere circa sette anni. Le zone scelte dalle compagnie per la coltivazione di grandi appezzamenti erano originariamente coperte dalla fitta giungla tropicale, una fonte di gravi pericoli e di mortalità a causa degli attacchi di tigri, serpenti velenosi, insetti portatori di malaria e per i rischi elevati di infortunio durante le operazioni di abbattimento della vegetazione. Tra i coolies, come venivano chiamati i braccianti vietnamiti, la mortalità raggiungeva cifre elevatissime. Non andò meglio dopo l’avvio della produzione, dove persistevano i rischi di un lavoro altamente invalidante senza che i francesi garantissero in alcun modo assistenza sanitaria alla loro stessa mano d’opera, costretta a vivere in malsane baracche. L’oppio e il gioco d’azzardo diffuso tra i lavoratori importati dal Nord aumentarono ulteriormente i problemi, che i proprietari francesi liquidarono considerandoli conseguenza della depravazione endemica dei vietnamiti.
Un altro aspetto, molto importante per capire le ragioni della diffusione della rivolta sociale alla base del successivo fenomeno Vietcong, era rappresentato dall’errore che i francesi fecero nel considerare le zone scelte per le piantagioni come semi spopolate. In realtà erano da secoli abitate da una etnia semi nomade che coltivava la terra espropriata con la forza per fare posto al caucciù. Queste popolazioni, come quella degli Stieng, rappresentarono il primo nucleo di ribellione alla colonizzazione francese e alle grandi coltivazioni private. Negli anni ’20 il caucciù raggiunse un picco produttivo con la crescita vertiginosa della domanda. Nel 1925 il colosso francese degli pneumatici Michelin arrivò in Vietnam con le più grandi piantagioni di gomma del Paese, quelle di Dau Tieng e Phu Rieng. dove fu importato un gran numero di lavoratori in particolare dalla regione del Tonchino. Le piantagioni divennero una polveriera, prima sociale e poi politica. Qui nel 1929 si consumò il primo omicidio a carico di un funzionario addetto al reclutamento del personale, Alfred François Bazin, per mano dei nazionalisti del Nord Vietnam. Fu tuttavia la propaganda comunista a prendere le redini della protesta nelle piantagioni francesi nel decennio successivo, nonostante le prime iniziative di Michelin nel miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie con la costruzione di strutture sanitarie attigue alle piantagioni. Nel 1930, l’anno della fondazione del Partito comunista vietnamita da parte di Ho-Chi-Minh, la piantagione di Phu Rieng fu teatro di un violento sciopero e di occupazioni sobillate dagli agenti comunisti. Durante il decennio, il sabotaggio e gli attacchi alle piantagioni si susseguirono senza sosta, aggravati dal crollo del prezzo della gomma causato dalla Grande depressione. Nel 1940 i giapponesi invasero il Vietnam, mentre la Francia crollava sotto i colpi del Terzo Reich. I proprietari francesi rimasero sotto l’egida del successivo governo di Vichy ma la guerra e l’azione giapponese provocò danni gravissimi fino al 1945.
Nel dopoguerra i francesi investirono risorse ingenti per riavviare la produzione crollata a zero sotto l’occupazione nipponica. Favoriti dalla tecnologia sviluppata durante la guerra, i produttori ristabilirono alti livelli di resa nelle piantagioni, ma non riuscirono mai a contrastare veramente gli attacchi dei comunisti del Viet-Minh, che in pochi anni riuscirono a mettere fuori uso il 10% delle piantagioni. La fine dell’Indocina francese nel 1954, seguita alla sconfitta militare di Diem-Bien-Phu, segnò irreversibilmente il destino dell’industria della gomma nel Vietnam diviso al 17°parallelo. Nel Sud il governo favorì il permanere delle grandi compagnie francesi che in assenza della precedente amministrazione coloniale rimasero strette tra il debole governo di Saigon e i sabotaggi del Viet-Minh, i comunisti di Hanoi. Senza i francesi al governo coloniale, i proprietari del caucciù agirono in modo scoordinato, alimentando ancora di più il potere dei Vietcong. Se da una parte richiedevano la protezione del governo sudvietnamita, dall’altra non esitarono a finanziare i ribelli pagandoli per evitare le azioni di sabotaggio oppure per il riscatto di funzionari rapiti. La situazione peggiorò ulteriormente con l’arrivo degli Americani all’inizio degli anni Sessanta, che di certo non avevano gradito l’atteggiamento dei proprietari francesi nei confronti dei ribelli. Le piantagioni del Sud erano diventate basi importantissime per la guerriglia Vietcong che gli americani colpirono più volte durante il conflitto, tanto che le piantagioni Michelin divennero tra i più sanguinosi campi di battaglia tra il 1966 e il 1969. In particolare la zona meridionale della piantagione Michelin di Dau Tieng divenne una roccaforte dei Vietcong (chiamata anche «Iron Triangle»), che gli americani cercarono di espugnare con tre grandi operazioni tra il 1966 e il 1969. La zona era un punto cardine della logistica comunista e punto di passaggio del famigerato sentiero di Ho Chi Minh. La guerra provocò danni rilevanti alle piantagioni di caucciù, aggravati dall’utilizzo del napalm durante le azioni di rastrellamento. Ma un altro nemico, lontano dal Vietnam, minacciava l’esistenza delle piantagioni francesi: la diffusione della gomma sintetica, che dalla metà degli anni Sessanta soppiantò quella naturale. Saigon cadde nell’aprile del 1975 e tutte le piantagioni furono nazionalizzate. Così svanì per sempre l’industria francese del caucciù, industria simbolo del dominio di Parigi nel Sudest asiatico.
Dopo la tempesta, è tornato (parzialmente) il sereno. Ieri, Stati Uniti e Cina hanno raggiunto un accordo quadro in materia commerciale. In particolare, l’intesa è stata conclusa, a margine del vertice Asean di Kuala Lumpur, da alti funzionari di Washington e Pechino. Gli Usa erano rappresentati dal segretario al Tesoro, Scott Bessent, e dal Rappresentante per il commercio, Jamieson Greer. La delegazione della Repubblica popolare era invece capitanata dal vicepremier cinese, He Lifeng. «Il presidente mi aveva dato la massima leva negoziale quando ha minacciato dazi del 100% se la Cina avesse imposto i suoi controlli sulle esportazioni globali di terre rare. Quindi penso che abbiamo evitato questo scenario e che i dazi saranno scongiurati», ha dichiarato Bessent, per poi aggiungere: «Abbiamo anche concordato ingenti acquisti agricoli per gli agricoltori statunitensi. Abbiamo concordato che i cinesi inizieranno ad aiutarci con i precursori chimici per la terribile epidemia di Fentanyl che sta devastando il nostro Paese».
«Credo che abbiamo le basi per un incontro molto produttivo tra i due leader», ha proseguito il segretario al Tesoro americano, riferendosi al faccia a faccia che dovrebbero avere, giovedì, Donald Trump e Xi Jinping in Corea del Sud. «Abbiamo raggiunto un accordo definitivo su TikTok. Ne abbiamo raggiunto uno a Madrid e credo che ad oggi tutti i dettagli siano definiti. Toccherà ai due leader concludere la transazione giovedì in Corea», ha anche specificato Bessent. «Credo che quando l’annuncio dell’accordo con la Cina sarà reso pubblico, i nostri coltivatori di soia saranno molto soddisfatti di ciò che sta accadendo, sia per questa stagione che per quelle a venire, per diversi anni», ha continuato, toccando un punto politicamente nevralgico: gli agricoltori statunitensi, soprattutto in Iowa, rappresentano infatti uno storico bacino elettorale del Partito repubblicano. Infine, secondo Bessent, Washington e Pechino avrebbero trovato un’intesa provvisoria anche sulla spinosa questione delle terre rare. «Prevedo che otterremo una sorta di differimento sui controlli sulle esportazioni di terre rare di cui i cinesi avevano discusso», ha detto.
«Gli Stati Uniti hanno espresso una posizione dura, mentre la Cina ha costantemente salvaguardato i propri interessi», ha dichiarato, dal canto suo, il Rappresentante per il commercio cinese, Li Chenggang. «Dopo oltre un giorno di intense discussioni, le due parti hanno esplorato in modo costruttivo soluzioni per affrontare adeguatamente le rispettive preoccupazioni sulle questioni sopra menzionate, raggiungendo un consenso preliminare. Per quanto riguarda il passo successivo, ciascuna parte implementerà i propri processi di approvazione interni», ha aggiunto.
L’accordo commerciale con Pechino rappresenta, almeno per ora, una vittoria commerciale e politica per Trump che, sempre ieri, a Kuala Lumpur ha anche supervisionato la firma del cessate il fuoco tra Thailandia e Cambogia: un elemento, questo, che rafforza l’influenza geopolitica di Washington sul Sudest asiatico e che punta evidentemente ad arginare la presa della Cina sulla regione. «Questo è un giorno memorabile per il Sudest asiatico. Un passo monumentale», ha affermato il presidente americano in occasione della firma. Ricordiamo che l’accordo fa seguito a una tregua stabilita a luglio, dopo che la Casa Bianca aveva lanciato minacce commerciali contro Bangkok e Phnom Penh.
Non solo. Sempre ieri, Trump ha anche sottoscritto accordi economici con Malesia, Thailandia e Cambogia, per ridurre parzialmente la pressione tariffaria americana su questi tre Paesi. La Casa Bianca ha altresì raggiunto un’intesa con il Vietnam: un’intesa che punta a esentare alcuni prodotti dai dazi al 20%, imposti tempo fa dalla Casa Bianca ad Hanoi. È quindi chiaro che, mentre avvia una distensione con Pechino, il presidente americano cerca al contempo di rafforzare la propria influenza commerciale sul Sudest asiatico in chiave anticinese. Washington ha d’altronde tutto l’interesse a incrementare il proprio peso geopolitico ed economico in seno all’Asean.
Sotto questo aspetto, è interessante soprattutto un punto dell’accordo raggiunto ieri tra Stati Uniti e Malesia. «La Malesia», recita il testo dell’intesa, pubblicato dalla Casa Bianca, «si è impegnata ad astenersi dal vietare o dall’imporre quote alle esportazioni verso gli Stati Uniti di minerali essenziali o di elementi di terre rare. Si è anche impegnata a sviluppare rapidamente i suoi settori dei minerali essenziali e delle terre rare in collaborazione con aziende statunitensi». Non è del resto un mistero che la questione delle terre rare rappresenti uno dei principali nodi nel rapporto tra Washington e Pechino. E infatti, come sottolineato da Bessent, la Cina, nell’ambito dell’accordo quadro concluso ieri, avrebbe accettato di differire le restrizioni all’export.
Gli occhi sono adesso puntati sul faccia a faccia tra Trump e Xi. Senza trascurare che, durante la sua tappa coreana, il tycoon potrebbe avere un incontro anche con Kim Jong-un: il che, se dovesse accadere, confermerebbe l’approccio della Casa Bianca nei confronti della Cina. Da una parte, sta promuovendo un disgelo commerciale; dall’altra, la competizione geopolitica prosegue. Nonostante l’amicizia di facciata, i rapporti tra Pechino e Pyongyang non sono ottimali. Xi teme l’iperattivismo nucleare di Kim e i legami sempre più stretti della Corea del Nord con la Russia nel settore della Difesa.
Nell’Occidente dove, non di rado a sproposito, si parla di minoranze perseguitate, ci si dimentica di chi a livello mondiale, vittima di persecuzione, lo è davvero: i cristiani. A riaccendere i fari sulla realtà, però, ci pensano documenti di grande interesse, come il rapporto Libertà religiosa nel mondo 2025, presentato ieri e pubblicato dalla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs), dal 1947 in prima linea in aiuto, appunto, ai cristiani perseguitati.
Pensato come studio biennale e giunto ormai alla diciassettesima edizione, il testo - il cui rilievo appare chiaramente già sfogliandone le 75 dense pagine di sintesi -, si basa su una premessa di fondo, così esplicitata da Regina Lynch, presidente esecutivo di Acs internazionale, e cioè che «la libertà religiosa non è un privilegio: è un diritto fondamentale». Eppure, le violazioni di tale «diritto fondamentale», attraverso il monitoraggio globale effettuato da Acs, risultano gravissime e assai diffuse. Basti dire che, su 196 Paesi analizzati, ben 62 presentano «gravi violazioni»: di questi, 24 sono classificati come Paesi di persecuzione, 38 come Paesi di discriminazione. A livello quantitativo, significa che qualcosa come 5,4 miliardi di persone, due terzi dell’umanità, vivono in Paesi dove la libertà religiosa, nella migliore delle ipotesi, non è pienamente garantita.
Tra i poc’anzi citati 24 Paesi dove la situazione è più grave e dove le violenze risultano «sistemiche e gravi», con «arresti e repressioni» troviamo Stati geograficamente vastissimi quali Cina, India, Nigeria e Corea del Nord; con il risultato che, a pagare il prezzo delle più gravi violazioni della libertà religiosa, sono 4,1 miliardi di persone. Non solo: Libertà religiosa nel mondo 2025 documenta anche come, nel biennio preso in esame, nel 75% di questi Paesi (18 su 24) la situazione sia peggiorata.
A determinare tale peggioramento della condizione della libertà religiosa, peggioramento in larga parte a danno dei cristiani, sono stati e sono, secondo il rapporto di Acs, anzitutto due fattori. Il primo è l’autoritarismo che vede regimi e Paesi come Cina, Eritrea, Iran e Nicaragua impiegare strumenti legali e burocratici per sopprimere la vita religiosa, anche mediante una sorveglianza capillare, che forse solo lo scrittore George Orwell aveva immaginato nei modi pervasivi con cui si presenta. La seconda causa del peggioramento della libertà religiosa, anche se risulta forse politicamente scorretto ricordarlo, è l’islamismo, che vede «la violenza jihadista» protagonista, come fenomeno che «si intensifica, si adatta e destabilizza su una scala senza precedenti». Mensione speciale anche per Intelligenza artificiale e digitale, vere e proprie nuove armi contro i gruppi religiosi.
A livello quantitativo, l’estremismo religioso rappresenta uno dei principali fattori di persecuzione in 15 Paesi, mentre in altri 10 contribuisce a forme di discriminazione. La «violenza jihadista» è oggi particolarmente feroce in Africa e in Asia. Essendo un rapporto intellettualmente onesto, Libertà religiosa nel mondo 2025 non manca di denunciare anche l’aumento «crimini d’odio antisemiti e anti-islamici», anche se la gran parte delle limitazioni e delle minacce alla libertà religiosa colpisce, come già si diceva, i cristiani; e questo perfino in Occidente. Solo nel 2023 e solo in Francia, segnala infatti il rapporto, si sono verificati circa 1.000 episodi anti-cristiani; mentre nella sola Grecia ammontano a 600 i casi di vandalismo nelle chiese. Grave, a questo proposito, anche la situazione canadese, dove tra il 2021 e l’inizio del 2024, 24 chiese sono state incendiate. Incrementi simili, puntualizza Acs, «sono stati segnalati anche in Spagna, Italia, Stati Uniti e Croazia, con profanazioni di luoghi di culto, aggressioni al clero e interruzioni di celebrazioni religiose, spesso motivate da ostilità ideologica, attivismo militante o estremismo anti-religioso».
Il premier Giorgia Meloni chiarirà oggi in Parlamento, durante le comunicazioni alla vigilia del Consiglio europeo su conflitto in Ucraina e competitività, il tema dazi dopo le polemiche scatenate dal video rilanciato dal presidente americano Donald Trump secondo cui ci sarebbe un accordo separato tra Italia e Usa sui dazi e sulla riduzione dell’impegno dell’Italia per Kiev. Frasi mai pronunciate dalla presidente del Consiglio ma cavalcate dalle opposizioni che hanno attaccato Meloni: «Deve chiarire da che parte sta l’Italia e se è destinata a essere l’avamposto di Trump per rompere il fronte europeo e indebolire definitivamente l’Unione europea che non è soltanto un sodalizio economico, ma anche e soprattutto un patto politico tra Stati che condividono valori, diritti e libertà».
Palazzo Chigi aveva immediatamente chiarito: «Le trattative commerciali, come noto, sono guidate dalla Commissione europea, trattandosi di competenza esclusiva dell’Unione. È stata invece da tempo avviata un’interlocuzione bilaterale, che affianca l’azione della Commissione, sul tema dei dazi antidumping prospettati nei confronti di alcuni produttori italiani di pasta». Da Bruxelles è stato ribadito lo stesso concetto: l’Ue e la Commissione europea operano in pieno coordinamento sul dossier dazi Usa, compresi quelli recentemente annunciati sulla pasta. Nessuna fuga in avanti ma certo un dialogo con gli Usa, non una sottomissione a Trump, per migliorare il sistema tariffario di un prodotto squisitamente italiano dovrebbe inorgoglire anche l’opposizione che invece pare mettere in second’ordine l’interesse nazionale.
E nell’ambito della strategia politica, industriale e di difesa digitale è arrivato un decreto firmato dal sottosegretario Alfredo Mantovano in cui rientrano le reti mobili 4G e 5G ufficialmente tra le tecnologie sensibili tutelate dal perimetro di sicurezza nazionale cibernetica. Secondo Il Messaggero, il governo, con una scelta di campo, ha esteso le misure già previste da un decreto dello scorso aprile, introducendo criteri di premialità per fornitori e tecnologie provenienti da Paesi Ue, Nato o partner strategici dell’Alleanza Atlantica. L’obiettivo è rafforzare l’affidabilità della catena di fornitura e contenere il rischio di dipendenze tecnologiche da attori non allineati ai requisiti di sicurezza occidentali. Dal punto di vista delle imprese fornitrici la qualità tecnica resta decisiva, ma il rischio Paese e la tracciabilità della filiera diventano elementi che pesano nella scelta, logica che premia chi investe in trasparenza, certificazioni e governance dei dati.
Dopo gli incontri bilaterali tra Giorgia Meloni e Donald Trump, culminati in primavera con un documento congiunto sulla cooperazione tecnologica, il decreto è una mossa geopolitica che rafforza l’asse europeo e atlantico sulla gestione delle infrastrutture mobili, oggi fondamentali per ogni attività economica e amministrativa, e che ora dovrà orientarsi verso attori «affidabili» per quanto riguarda la cybersicurezza. Altro segnale che il governo Meloni vuole ridurre progressivamente la dipendenza dalle aziende cinesi nel cuore della rete italiana. Un’affrancatura che già lo scorso agosto aveva anticipato l’agenzia Bloomberg sostenendo che il governo italiano stava considerando la possibilità di frenare le partecipazioni di investitori cinesi in aziende italiane considerate strategiche per evitare tensioni con gli Stati Uniti. In particolare sarebbero state coinvolte sia aziende private sia aziende partecipate come Pirelli e Cdp Reti. Nel caso di Pirelli, in particolare, l’alleanza iniziale siglata con i cinesi nel 2015 vedeva come socio ChemChina, società di Stato ma indipendente nella gestione dell’investimento dalle agenzie del Partito comunista cinese a differenza di Sinochem, il socio subentrato nel 2021 a seguito di una fusione sui cui erano emersi in passato tentativi di ingerenze nella gestione e nella governance del gruppo della Bicocca.






