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(Ansa/Arma dei Carabinieri)
Misure per 21 persone, bottino da due milioni e mezzo. Ai domiciliari anche una 96enne.
I carabinieri del Comando provinciale di Milano hanno eseguito un’ordinanza applicativa di misure cautelari, emessa dal Gip di Milano, a carico, fra gli altri, di 21 persone accusate, a vario titolo, di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di furti, ricettazione, riciclaggio e autoriciclaggio.
Si tratta in particolare di truffatori che ricorrevano al trucco del «finto carabiniere» per sottrarre denaro soprattutto a persone anziane. Tra gli indagati, uno era già detenuto per altra causa; sei sono stati portati in carcere, nove agli arresti domiciliari e cinque sottoposti all’obbligo di dimora.
Il provvedimento nasce da un’indagine convenzionalmente denominata «Altro Mondo», condotta dal Nucleo investigativo di Milano e avviata a partire dal 2023, come risposta alla recrudescenza di furti, rapine e truffe commessi prevalentemente in danno di soggetti vulnerabili, mediante la tecnica del «finto carabiniere».
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(Imagoeconomica)
Cala la percentuale di over 65 che scelgono di ricevere l’anti influenzale: lo scorso inverno la copertura è stata solo del 52,5 %. Intanto l’Oms gufa: «La prossima epidemia può scoppiare ovunque e in qualsiasi momento».
La copertura della vaccinazione anti influenzale negli over 65 lo scorso anno è risultata la più bassa dalla stagione 2017-2018, quando aveva coinvolto il 52,7% delle persone in questa fascia di età. Nell’inverno 2024-2025 si è vaccinato solo il 52,5 % (l’obiettivo dovrebbe essere + 75%), mentre nella popolazione in generale il dato è salito dal 15,3 % (dello stesso anno) al 19,6%. I cosiddetti anziani (in realtà, la Società italiana di gerontologia e geriatria ha suggerito di considerarli tali a partire dai 75 anni) non sembrano dunque molto preoccupati di prevenire il più diffuso malanno stagionale. Addirittura in Sardegna il vaccino anti influenzale è stato somministrato solo al 37,6% degli over 65; nella Provincia autonoma di Bolzano al 33,4% e in Calabria al 44,3%. Sicuramente assistiamo a una sfiducia nelle iniziative di sanità pubblica, nel caso specifico le campagne vaccinali, e a un’incrinatura del rapporto tra operatore sanitario e paziente nel processo decisionale.
Pesante retaggio pure questo dell’assenza di una informazione scientifica durante la pandemia, circa la necessità di vaccinare indistintamente contro il Covid; dell’ingiustificato obbligo per fasce di età e di professione; del perdurante silenzio vergognoso sui possibili eventi avversi. Mentre la tendenza sarebbe quella di proporre un vaccino per ogni virus in circolazione, i cittadini si stanno ribellando all’idea di somministrazioni ripetute, forse inutili quanto dannose. D’altra parte, proprio uno studio finanziato da Pfizer e pubblicato nel settembre di un anno fa su Science, esordiva con la seguente affermazione: «L’influenza rappresenta ancora una sfida significativa a causa dei suoi elevati tassi di mutazione e della scarsa efficacia dei vaccini tradizionali». Certo, obiettivo del colosso farmaceutico è spingere la produzione di anti influenzali a mRna, ma nello studio i limiti dell’immunità protettiva con le attuali dosi raccomandate erano ampiamente evidenziati. L’efficacia degli attuali vaccini autorizzati, «variava dal 10% al 60% tra il 2004 e il 2023», si legge. Una media di efficacia del 40,4%, riscontata negli Stati Uniti nello stesso arco di tempo. Questi dati non sono messi a conoscenza della popolazione, che già avrebbe di che dubitare dell’utilità del richiamo autunnale. Per chi invece si informa, attraverso medici coscienziosi, il dubbio su vaccinarsi o meno diventa ancora più grande.
«L’efficacia vaccinale (Ve) delle piattaforme influenzali autorizzate raggiunge solo il 60% negli adulti sani durante una stagione ben abbinata. Questo diminuisce ulteriormente nelle popolazioni vulnerabili, come gli anziani e gli immunocompromessi, lasciando i gruppi demografici chiave vulnerabili a malattie gravi. Pertanto, esplorare strategie che suscitino una risposta immunitaria più protettiva può rappresentare una soluzione alternativa per migliorare la Ve», dicono gli autori.
Sicuramente accorciare la finestra tra la selezione del ceppo (attualmente circa 6-9 mesi prima dell’inizio della stagione influenzale) e la vaccinazione potrebbe potenzialmente migliorare la corrispondenza del ceppo. Attualmente, invece, «i virus influenzali accumulano mutazioni negli antigeni proteici di superficie, in particolare nell’emoagglutinina (Ha), l’antigene che guida la produzione di anticorpi protettivi nei vaccini. La presenza di mutazioni dell’Ha nei ceppi circolanti può comportare una significativa riduzione della Ve», precisano i ricercatori. Intanto, gli over 65 alle prese con altre patologie o non vogliono altri inoculi, o non si fidano più dell’anti influenzale. Lo dimostrano i dati molto diversi dalla stagione 2020-2021, quando la copertura aveva raggiunto il 65,3% negli anziani e il 23,7% nella popolazione generale.
Sarà dunque dura convincerli a fare anche l’ennesimo richiamo Covid, caldeggiato per la terza età in quanto circola la variante Stratus. Ieri si pubblicavano nuovi allarmi del tutto ingiustificati: «Covid. Nell’ultima settimana oltre 2.000 nuovi casi», salvo poi spiegare che era aumentato il numero dei tamponi. Come dire, facciamo test a tappeto sulla rinite infettiva in autunno, con giornate di pioggia e di nebbia, per poi stupirsi se scopriamo che metà della popolazione ha il raffreddore.
Il bollettino fornito da ministero della Salute e Istituto superiore della sanità riporta quanto a incidenza di casi Covid-19, diagnosticati e segnalati nel periodo 28 agosto -3 settembre, «3 casi per 100.000 abitanti». L’occupazione dei posti letto in area medica è pari a 1,2% (760 ricoverati), di quelli in terapia intensiva è pari a 0,3% (27 ricoverati)». Sembrano dati dei quali preoccuparsi?
«La prossima pandemia potrebbe scoppiare in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. Potrebbe essere causata da un virus che conosciamo bene o per qualcosa di completamente nuovo, quello che gli scienziati chiamano patogeno X», ha pensato bene di scrivere su X il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus. Vuole sapere «se saremo pronti quando accadrà».
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Tra gli over 65 sottoposti a terapie contro le malattie croniche, il 30% assume un «cocktail» di almeno dieci medicinali. Gli esperti: «Rischio di eventi avversi e fragilità, serve una de-prescrizione guidata».
La pluripatologia cronica è una condizione sempre più frequente nell’anziano, sottoposto a trattamenti farmacologici che possono essere eccessivi quanto inutili. Il recente symposium «Medicina dei sistemi. Il paziente fragile tra overtreatment e deprescrizione», evento in diretta streaming dall’Università degli studi di Milano, ha affrontato le problematiche di una popolazione che vive più a lungo, ma non sempre meglio. Molte diagnosi e cure non necessariamente aiutano, il sovraccarico di terapie aumenta la fragilità del soggetto, sofferente per due o più malattie, e può anche essere anche causa di insuccesso perché il paziente non ha la costanza di assumere tutti i farmaci prescritti.
«La deprescrizione guidata, un processo clinico che prevede la sospensione sicura di farmaci non più necessari soprattutto nei pazienti con pluripatologie, è una delle strategie che si possono utilizzare», spiega il professor Giorgio Lorenzo Colombo del Centro di economia e valutazione del farmaco e delle tecnologie sanitarie (Cefat), che fa parte del dipartimento di Scienze del farmaco dell’Università degli Studi di Pavia. Chiarisce: «Serve a ridurre effetti collaterali, interazioni e carico terapeutico. Esempi pratici includono l’interruzione di statine in pazienti oncologici avanzati, o di benzodiazepine in persone con demenza. Con protocolli strutturati e il coinvolgimento di medici e farmacisti, si migliora la qualità della cura e della vita».
Alessandro Pizzoccaro presidente di Guna, azienda farmaceutica leader in Italia nella low dose medicine, invita a cercare soluzioni «che possano diminuire, dove necessario, il numero di farmaci al paziente politrattato. Basti pensare che, in Italia, tra gli over 65 che fanno uso di farmaci, la quota maggiore (28,5%) è rappresentata da coloro che assumono 10 o più medicinali, mentre meno del 10% rientra nella fascia di chi ne assume da 1 a 9». Non si tratta di togliere farmaci a caso, ma deve essere un processo clinico ragionato e condiviso, finalizzato a individuare tra le tante medicine che un paziente prende quelle che sono potenzialmente inappropriate. La politerapia, infatti «aumenta il rischio di interazioni, eventi avversi e bassa aderenza», fa sapere l’esperto. Ridurre il carico farmacologico avrebbe effetti benefici sulla salute del singolo soggetto, e aiuterebbe a contenere una spesa sanitaria che lievita con la cronicità. «Può essere fino a 21 volte superiore», è stato segnalato nel corso del convegno, così da assorbire quote considerevoli delle risorse destinate alla salute collettiva. «Solo in Lombardia, i pazienti cronici inglobano oltre il 70% della spesa sanitaria regionale. La mancata aderenza, da parte dei pazienti, alle terapie prescritte aggrava le patologie croniche, aumentando le ospedalizzazioni e incrementando, di conseguenza, il costo a carico dei servizi sanitari regionali».
La cura è fondamentale e non si deve andare al risparmio bensì alla selezione di farmaci, per non costringere una persona in età avanzata a cocktail che possono risultare dannosi e nello stesso tempo privarlo di un medicinale salvavita. L’ha raccomandato anche il fondatore dell’istituto Mario Negri di Milano, Silvio Garattini, in un intervento di pochi giorni fa sul Corriere della Sera: «I medicinali dovrebbero essere tutti prescritti dai medici, ma in modo razionale».
Senza dimenticare che il paziente spesso non segue alla lettera le indicazioni terapeutiche, o le interrompe senza aver consultato il medico. È la questione dell’aderenza terapeutica, mai sufficientemente monitorata e che secondo il professor Colombo andrebbe affrontata con programmi di automonitoraggio e autogestione dei medicinali, con maggiori spiegazioni in merito all’utilità dei farmaci e ai danni della loro scorretta assunzione. Così pure coinvolgendo i farmacisti nella gestione dei farmaci e semplificando gli schemi terapeutici da adottare.
A monte, rimane il problema che «in Italia, rispetto a Paesi dal medesimo livello di sviluppo, si arriva a intercettare la patologia con un ritardo di 3 o 4 anni, quando, spesso, è ormai arrivato il momento di iniziare le terapie. Dobbiamo partire da questo», conclude l’esperto.
Mentre si cerca di ridurre il numero dei farmaci, rivedendo la loro appropriatezza, assistiamo alla ripresa della strategia «più vaccini» negli over 65. «La vaccinazione è uno strumento formidabile per prevenire malattie infettive, ridurre il carico di morbosità e mortalità, limitare le ospedalizzazioni e preservare l’autonomia dei soggetti», ha dichiarato Michele Conversano, presidente del Comitato tecnico scientifico di HappyAgeing, piattaforma che ha l’obiettivo di promuovere in Italia politiche e iniziative per la tutela della salute dell’anziano. Aggiungeva: «L’introduzione di nuovi vaccini, sempre più mirati e frutto dell’innovazione tecnologica, rappresenta una grande opportunità di protezione per gli over 60 e per le persone adulte affette da comorbidità. Ma le coperture sono ancora troppo basse».
Per questo, nel documento «Verso un nuovo modello di prevenzione vaccinale nell’anziano», chiede al governo di «aumentare dal 5% al 7% la quota del Fondo sanitario nazionale destinata alla prevenzione, vincolando una parte di tale capitolo alla vaccinazione. Alle Regioni si propone, parallelamente, di incrementare la quota dei propri bilanci riservata alla prevenzione vaccinale».
Mai, nemmeno una riga, sulla scarsa efficacia di molti vaccini e su incontrollati eventi avversi.
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Col Sessantotto, matrice del woke, è cominciato il disprezzo per i «vecchi», visti come dementi. In realtà, i veterani sono depositari della memoria collettiva: per questo rappresentano un ostacolo per le ideologie etnocidiarie che mirano a distruggere l’Occidente.
Se non lo usi, lo perdi. Detto nato per spiegare il concetto dell’usucapione, se non usi una proprietà puoi perderla, è al momento un caposaldo delle neuroscienze.
Nella medicina tradizionale c’è il concetto che la vecchiaia sia in sé una malattia, senectus ipsa est morbus: la vecchiaia come impotenza. In realtà l’invecchiamento è una trasformazione, non un disastro: sappiamo più cose, sappiamo fare più cose. Con i decenni dovrebbe essere arrivata la saggezza: possiamo finalmente liberarci di molte cose faticose e di molte cose inutili. Ora la vecchiaia è vista come un incubo, sempre, con in più l’orrore della demenza presentata come malattia atroce contro cui nulla è possibile salvo l’eutanasia, sempre più cortesemente proposta.
Detto in parole molto povere, veramente molto povere, la nostra intelligenza è dovuta ai neuroni, le cellule del cervello, e alle sinapsi, le correlazioni tra i neuroni. Tanto più è alto il nostro numero dei neuroni e di sinapsi, tanto è più difficile per noi una demenza. Inoltre, se sottraggo dal poco, si va rapidamente al fondo del barile. Se sottraggo dal molto, ci vorrà molto più tempo perché si manifestino i deficit o addirittura questi deficit siano invalidanti. Detto in parole sempre molto povere, noi dobbiamo cercare di invecchiare conservando nella nostra testa il maggior numero di neuroni e di sinapsi. I traumi cranici, la cocaina, la metanfetamina, nome d’arte ecstasy, la cannabis, l’eroina distruggono i neuroni. Le encefaliti possono avere effetti devastanti. Le sinapsi possono essere distrutte dalle intossicazioni, quelle dovute al nostro ambiente di lavoro e abitativo, quelle dovute al fumo di sigaretta. I radicali liberi distruggono le sinapsi, i metalli pesanti anche. Altro danno viene dalla perdita dell’attività fisica, in particolare camminare all’aria aperta. Siamo immersi nello zucchero: lo zucchero nel sangue si chiama diabete, lo zucchero nel cervello si chiama Alzheimer.
Un buon trucco per un buon invecchiamento è mangiare poco e dormire molto, ma bisognerebbe cominciare parecchi decenni prima. La mancanza di sonno cronico è un altro sistema per annientare il nostro cervello. La televisione o lo schermo del computer, le serie televisive, i film, sono formidabili ladri di sonno. Chi dorme poco e male, per un numero di ore insufficiente o con periodi Rem insufficienti, si sta candidando a una perdita di quoziente intellettivo.
Un altro tragico danno è il disprezzo. Fino a poche generazioni fa, la persona anziana era un dono. Era il depositario della memoria collettiva. Nel ’68, anno di fondazione della cultura cosiddetta woke, è cominciato il disprezzo per la maturità e l’anzianità, visti come colpe intrinseche. In effetti la persona matura e anziana è meno facile da manipolare, e meno facile da ingannare, quindi è evidente che le ideologie che vogliono uccidere l’Occidente mediante il disprezzo di sé (etnocidio), hanno scatenato un capillare disprezzo, una strutturale squalificazione della persona matura e anziana. Se un uomo dice a una donna che non capisce niente, è considerato incredibile violenza. Che le persone giovani dicano sistematicamente a quelle più anziane che non capiscono niente, è considerato giusto e normale.
Se è verissimo che la quasi totalità delle malattie è slatentizzata, se non causata, dallo stress, occorre ricordare che lo stress è semplicemente una reazione di adattamento alle modificazioni dell’ambiente esterno. Noi possiamo avere uno stress benefico, detto eustress, vale a dire uno stress di breve durata che si sia risolto con una nostra vittoria, oppure possiamo avere uno stress malefico, il distress, di lunga durata, non risolvibile. La mancanza di stress per il nostro organismo e per la nostra mente è un danno. Abbiamo esempi di mancanza di stress negli animali in gabbia negli zoo, che sono al riparo da intemperie, al riparo da predatori, sono nutriti a orari fissi e vivono malissimo. Sono situazioni da mancanza di stress la sindrome del nido vuoto, la madre che non ha più figli da accudire e la sindrome del pensionamento. I nidi sono sempre più vuoti. La norma era che nel momento in cui l’ultimo figlio era ancora in casa, il primo aveva già avuto dei bambini che i genitori diventati nonni potevano accudire, risolvendo miriadi di problemi, immersi in quella cosa meravigliosa che è lo stress benefico. Immersi nella propria inutilità, con la sola possibilità di accudimento costituita da cani, gatti, pesci rossi e canarini, comincia la discesa.
Grazie alle macchine, dall’aggeggio che tira su automaticamente il portone del garage al frullatore, non facciamo più sforzi muscolari, che però sono benefici per il nostro cervello oltre che per il nostro scheletro. Molti di noi non sanno fare nulla con le mani, ed è un gran peccato perché grosse parti del cervello, della corteccia cerebrale, sono adibite all’uso delle mani. Ci sono attività formidabili, per esempio suonare uno strumento, ma persino attività molto più modeste come lavorare all’uncinetto o intagliare legno, che hanno una funzione benefica per conservare il trofismo neuronale.
Da inutili e scemi, perché continuare a vivere? La guerra alla demenza deve cominciare dai nostri primi giorni di vita. L’allattamento materno soprattutto se prolungato garantisce un migliore sistema immunitario e garantisce un ottimo microbiota intestinale, termine con cui si indica l’insieme degli importantissimi batteri intestinali. Detto in parole povere, le persone allattate a lungo hanno meno problemi intestinali. Una delle cause dell’Alzheimer, oltre il diabete, è la sindrome dell’intestino permeabile, dovuta a infiammazione cronica dell’intestino. La modificazione dell’alimentazione, la modificazione dei ritmi di vita, la perdita del movimento all’aria aperta, l’alterazione della struttura genetica del glutine, causano infiammazione cronica con conseguente sindrome da intestino permeabile. La conseguenza è una situazione di infiammazione cronica che porta le cellule nervose a depositare la cosiddetta sostanza amiloide, che è la base anatomopatologica dell’Alzheimer.
Ogni volta che impariamo qualcosa in nuovo, ogni volta che facciamo uno sforzo di memorizzazione o di concentrazione, fabbrichiamo sinapsi. Chiunque ci abbia facilitato le cose, è in realtà un nostro nemico. Il facilitare la scuola, il levare quelle meravigliose palestre per la mente che sono le lingue antiche, greco e latino, ha impoverito il nostro patrimonio neuronale. La sciagurata riforma liturgica che ha sostituito la grandiosa Messa tridentina con una Messa completamente differente e oltretutto detta in volgare, è stata un danno neurologico. Perdiamo tutte le sinapsi che non usiamo. È importantissimo continuare a leggere, a studiare, a suonare uno strumento, a parlare con le persone che amiamo di argomenti alti, a combattere per le battaglie in cui crediamo. La perdita di bellezza e complessità della musica è stata un danno neuronale. Nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento anche gli analfabeti ascoltavano musica lirica, anche perché erano stati addestrati in chiesa ascoltando il canto gregoriano oppure il Magnificat di Bach e il Gloria di Vivaldi, la Messa di Requiem di Mozart o Verdi che sono magnifica musica lirica. La riforma liturgica ha immerso le chiese in musica orrenda e adesso siamo al livello più basso mai raggiunto dalla musica europea.
Un’ultima causa di danno è la perdita della bellezza: la respingente bruttezza delle chiese postconciliare si è estesa ovunque. L’arte postmoderna è insulsa e orrenda. Le sfilate di moda sono sempre più spesso brutte fino al ridicolo. I cartoni animati sono ripugnanti. Vivere nell’orrendo facilita la demenza. Cercare la bellezza, la combatte. La bellezza e il coraggio ci salveranno.
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