Ecco #DimmiLaVerità del 18 febbraio 2026. L'eurodeputata della Lega Anna Maria Cisint ha presentato una proposta per bandire i Fratelli Musulmani dai Paesi europei.
Diego Moretti (Ansa)
I dem che hanno sempre criticato l’ex sindaco Anna Maria Cisint firmano una mozione sul lavoro nei cantieri navali. Ora vogliono superare il modello di immigrazione a basso costo.
«Nella sua campagna permanente contro gli stranieri che a Monfalcone regolarmente lavorano, la Cisint aggiunge un nuovo tema: ora mette in discussione anche le rimesse economiche, annunciando misure per vietarle o limitarle. Una delle tante dichiarazioni che si aggiungono a quelle del passato, sicuramente buone per costruire narrazioni false e per alimentare odio nei confronti dello straniero».
Questo commento di Diego Moretti, il candidato del Pd sconfitto nettamente alle recenti elezioni del comune goriziano, da anni feudo della Lega, non risale ad anni fa, ma è vecchio solo di pochi mesi. Eravamo a metà maggio. E replica decine di altre esternazioni che hanno sempre visto la sinistra prendere nettamente le distanze dalle politiche del pugno duro sull’immigrazione.
Poi è successo che qualche giorno fa, il Consiglio comunale - il sindaco oggi è Luca Fasan sempre della Lega - abbia presentato una mozione per chiedere un nuovo modello produttivo per lo stabilimento di Fincantieri che a Panzano (l’area di Monfalcone dove sorge il sito) dà lavoro a circa 5.000 persone. E la sinistra che è stata travolta nell’ultima tornata elettorale raccogliendo a malapena il 30% dei consensi, l’abbia firmata.
Cosa chiede il documento? Tra gli appelli spiccano il capitolo relativo al superamento dell’immigrazione extracomunitaria a basso costo («promuovere un modello occupazione più inclusivo e qualificato, riducendo la dipendenza strutturale da manodopera precaria») e quello sull’impatto per il territorio per «riconoscere la relazione diretta tra investimenti produttivi e ricadute economiche, sociali e urbanistiche sulla città». Si chiede in buona sostanza maggiore sicurezza, legalità e un incremento delle ricadute per il territorio. E nel mirino c’è la comunità del Bangladesh.
Per capire meglio bisogna fare un passo indietro e spiegare il caso Monfalcone. Una sorta di città azienda che sorge sul Golfo di Trieste e conta circa 30.000 abitanti. Qui lo stabilimento Fincantieri dà lavoro a circa 5.000 lavoratori di cui 1.500 assunti a tempo indeterminato e direttamente dal colosso della cantieristica - sono perlopiù italiani - e il resto, 3.500 dipendenti indiretti, che fanno riferimento alle varie società appaltatrici. Tra questi la stragrande maggioranza appartengono alla vastissima comunità del Bangladesh.
Un presenza che dà anni è origine di problemi legati soprattutto alle differenze culturali e religiose, ma che ha una genesi ben precisa. Per intenderci, in loco Fincantieri produce le più grandi navi da crociera del mondo. Che hanno fasi e livelli di assemblaggio diversi. Servono persone che taglino le lamiere per un periodo dell’anno e addetti specializzati nel rifinire il design degli interni delle cabine extra lusso in un altro. Vanno contrattualizzati operai per la manutenzione e la riparazione delle navi ma anche dipendenti che sappiano montare sovrastrutture e apparecchiature. Insomma, il lavoro è molto variegato, spesso a tempo, e in alcuni casi riguarda mestieri che gli italiani non vogliono più fare.
Per dirla tutta e dare qualche numero: Fincantieri produce circa 3 miliardi di euro di Pil nel Friuli Venezia Giulia e dà lavoro ad almeno 600 aziende della filiera in Regione. A oggi il carico di lavoro acquisito per i prossimi 10 anni vale 57 miliardi di euro e per l’80% dovrebbe riversarsi sull’Italia. L’azienda conosce bene determinate problematiche e infatti ha messo in moto una serie di iniziative per cercare di mitigare l’effetto «invasione». Ha investito 23 milioni per rinnovare armadietti, docce e spazi ricreativi all’interno del cantiere. Ha organizzato eventi di comunicazione per sensibilizzare i lavoratori del cantiere contro la violenza. Ha accorciato le catene di subappalto di ciascuna disciplina. E puntato forte sulla formazione delle risorse umane. Ma i problemi restano.
«Se la domanda», ha evidenziato in una recente lettera l’ad Pierroberto Folgiero, «è come tutto ciò impatta positivamente, ad esempio, sul problema della concentrazione di bambini stranieri negli asili di Monfalcone domani mattina, va detto ancora una volta [...] ci vorrà del tempo, ma sbaglia chi promette soluzioni lampo attirando consenso facile e strumentalizzando le criticità esistenti».
Chiariti i contorni della questione. Va detto che la Lega fa la Lega e continua da anni a portare avanti con coerenza le sue battaglie politiche. Evidenziando la criticità, i casi di violenza e le esasperazioni dovute alla presenza di una vera e propria enclave straniere in territorio italiano. Mentre non si capisce quale sia la parte che recita il Pd. O meglio, si capisce che a livello locale così come a livello nazionale non sa più che pesci prendere. Si è resa conto che le sue politiche pro immigrazione indiscriminata sono fallimentare prima socialmente e poi elettoralmente e quindi cerca di mettere una pezza per non lasciare il campo libero al centrodestra. Una pezza che è peggio del buco. Perché mostra tutta l’ipocrisia della sinistra in Italia.
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Islamici in preghiera. Nel riquadro, Anna Maria Cisint (Ansa)
Gli immobili, destinati a uffici, sono usati come luogo di culto. Lo spazio di Udine, scoperto da Anna Maria Cisint (Lega) era frequentato dal turco indagato per terrorismo arrestato a Monfalcone. Ma il Pd locale attacca: «Fatti strumentalizzati per infondere paura».
L’aveva annunciato e si è recata di persona in altre due moschee, in Friuli -Venezia Giulia e in Veneto, verificando che gli islamici si ritrovano a pregare in spazi abusivi. «Lo fanno cinque volte al giorno in un edificio a uso “direzionale, cioè destinato a uffici, non a essere luogo di culto», dichiara l’europarlamentare della Lega, Anna Maria Cisint, che venerdì si è presentata nella struttura di via Marittima a San Giorgio di Nogaro, provincia di Udine.
Cisint aveva fatto istanza di accesso civico generalizzato e il Comune friulano le aveva risposto che «la destinazione d’uso urbanistica dell’unità immobiliare quale sede dell’associazione culturale Labunishta ubicata in via Marittima 69 a San Giorgio di Nogaro è direzionale (ufficio)».
«Un simile utilizzo non è compatibile con il Piano regolatore e siamo dunque di fronte a un evidente utilizzo improprio dell’immobile, in violazione delle normative urbanistiche vigenti», ha scritto in una nota l’eurodeputata della Lega, chiedendo al sindaco di centrosinistra Pietro Del Frate l’emanazione immediata di un’ordinanza per il ripristino della destinazione d’uso originaria. Ed è possibile «che in questi centri ci siano islamici integralisti che predicano odio verso l’Occidente», mette in guardia l’eurodeputato, ex sindaco di Monfalcone. «Proprio in questa moschea, guidata da un imam di origine macedone, si era formato il giovane turco arrestato per terrorismo a Monfalcone, come emerso dall’inchiesta che ha portato al suo arresto a fine 2024».
Cisint si riferisce al gestore di due locali che facevano kebab, Firat Alcu, 27 anni, di origini turche, che da testimonianze e registrazioni telefoniche risultava esercitare «proselitismo verso i dipendenti» e che aveva avuto «relazioni con esponenti apicali dell’Isis». Sempre dalle indagini, emerse che per l’uomo «le moschee di Monfalcone non hanno la “giusta Aqida”», ovvero «una visione dell’Islam intransigente ed estremista», mentre riteneva che «un’altra moschea gestita da un imam macedone possiede la giusta Aqida», riferendosi al centro di San Giorgio di Nogaro. «Quel presunto terrorista parlò di me definendomi “cane infedele”», sottolinea Cisint, ancora oggi sotto scorta per le minacce ricevute dalle comunità islamiche.
La sua battaglia contro la radicalizzazione islamica è di lunga data e costellata di conferme dei ripetuti allarmi. Ad aprile, tre pronunce del Consiglio di Stato avevano accolto i tre appelli presentati dal Comune di Monfalcone contro le sentenze del Tar del Friuli Venezia Giulia, che lo scorso anno aveva fatto riaprire due moschee irregolari nei due centri culturali Darus Salaam e Baitus Salat. Il supremo organo amministrativo ha stabilito che devono essere ripristinate le ordinanze originali, tornando alle precedenti destinazioni d’uso commerciale degli immobili. Non possono essere luogo di preghiera.
È abusivo l’utilizzo del centro culturale friulano come luogo di preghiera, così pure quello dell’Associazione culturale e sportiva Il Futuro, a Thiene nel Vicentino, definito «la moschea più grande del Veneto». Sempre da accesso civico generalizzato, anche la destinazione d’uso del fabbricato dove ha sede questa associazione è direzionale. Dovrebbero esserci uffici, non una moschea.
Secondo Cisint «ci troviamo davanti a una struttura enorme, costata milioni di euro. Ma da dove arrivano quei soldi? Chi controlla? Chi finanzia? Sono fondi provenienti da Paesi esteri? A queste domande nessuno dà risposta. Queste non sono semplici irregolarità urbanistiche. Sono campanelli d’allarme gravissimi, che segnalano la presenza di spazi fuori controllo, potenziali focolai di radicalizzazione e di attacco alla nostra democrazia».
Poche settimane fa Cisint aveva segnalato un rapporto ministeriale francese sulle infiltrazioni dell’islamismo politico da parte dell’organizzazione Fratelli Musulmani, nel quale era citato l’Istituto italiano degli studi islamici e umanistici, noto come Bayan, con sede a san Giovanni Lupatoto, nel Veronese, che per il report «ha ricevuto finanziamenti kuwaitiani attraverso l’International islamic charity organisation».
L’europarlamentare non ha dubbi: «Oggi, la novità si nasconde dietro la facciata di presunti istituti di formazione, il cui vero scopo è quello di ripulire l’immagine dell’islam più radicale, mentre lentamente si insinua nelle nostre istituzioni e nella nostra società». Per questo sostiene che serve «un’azione per normare e contenere in Italia e in Europa l’approccio dell’islam fondamentalista. Primo passo, la stipula dell’intesa prevista dall’articolo della Costituzione fra Stato e confessionale religiosa, poi urge precedere con una capillare mappatura e controllo delle moschee presenti sul nostro territorio».
Ieri pronto è arrivato il commento di Luca Braidotti, segretario provinciale del Pd di Udine. Ha parlato di amministrazione comunale che «ha già dimostrato di saper governare il territorio senza guerre di religione», aggiungendo che non ritiene «utile che fatti di questo genere vengano volutamente strumentalizzati da una precisa parte politica per creare nella gente paure e inutile terrorismo».
Così replica l’europarlamentare della Lega: «Se la prendono con me, ma io sono semplicemente al servizio della comunità. È necessario sapere che cosa succede, è in corso una radicalizzazione accelerata. Il Pd deve rendersi conto che abbiamo il baratro davanti, se non interveniamo».
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Nel riquadro l'ex sindaco di Monfalcone, Anna Maria Cisint (Ansa)
L’ex sindaco di Monfalcone denuncia da tempo l’esistenza in Italia di decine di contratti di matrimonio islamici che contengono clausole contrarie al nostro ordinamento giuridico. E gli uffici anagrafici le recepiscono in blocco, discriminando le donne.
Dopo ius soli e ius scholae, è arrivato il momento dello ius sarcinae, il diritto della valigia. Funziona così: quando un immigrato islamico arriva in Italia si può portare dietro le leggi di casa propria, anche se disumane, non rispettose dei diritti della donna e totalmente in contrasto con quelle italiane. Fantapolitica? Mica tanto, dopo il caso scovato ad Ancona da Fuori dal coro, in cui un uomo del Bangladesh è riuscito a far applicare la Sharia contro la moglie grazie al Comune, che ha trascritto senza fare una piega il contratto privato del loro matrimonio.
Uno dei cardini di una sana accoglienza dei migranti è che rispettino le leggi del Paese che li ospita. Il principio è universalmente accettato per quanto riguarda le norme penali, civili e amministrative, e va dalle questioni più rilevanti a quelle più banali e scontate. Anche un italiano, se va nel Regno Unito, deve guidare la macchina tenendo la destra e se si macchia di un omicidio volontario non rischia la pena di morte, ma l’ergastolo. Se poi si volesse introdurre un concetto che da noi suona quasi politicamente scorretto, è giusto ricordare che se un cittadino italiano o inglese va in un paese islamico rischia le pesanti sanzioni locali in caso di reati di droga o comportamenti ritenuti oltraggiosi. E nessuno ci vede qualcosa di strano o vessatorio, visto che si può sempre andare in vacanza in un altro posto. In caso di disavventure giudiziarie in un paese arabo, di solito, entrano in gioco le ambasciate occidentali, che trattano con il governo di turno. Anche nel caso dei contratti matrimoniali islamici, che spesso applicano la Sharia, e vengono fatti valere in Italia, sarebbe il caso che fossero coinvolte le rappresentanze diplomatiche. Invece, purtroppo, non è così. E in molti comuni, specie in quelli piccoli e magari con funzionari impauriti o sprovveduti, questi contratti che ammettono autentici reati come la poligamia o i maltrattamenti sulla donna, vengono trascritti in modo acritico. Proprio come se i diritti umani fossero melanzane o pomodori che ognuno si porta liberalmente dal proprio paese nella valigia, come se si trattasse di semplici gusti personali.
Il caso di Ancona raccontato dalla trasmissione di Mario Giordano su Rete4 è emblematico. Nelle marche un uomo del Bangladesh ha potuto sciogliere il matrimonio unilateralmente in base alla legge islamica. E l’atto, evidentemente discriminatorio nei confronti della moglie, è stato annotato dall’anagrafe di Ancona. Si trattava di nozze combinate, dalle quali sono nati due figli, e la donna, che oggi vive in una struttura protetta, veniva picchiata ed era stata anche segregata. Recentemente ha trovato il coraggio di denunciare il marito per maltrattamenti e di arrivare a una separazione giudiziale secondo la legge italiana, ma ha scoperto che un anno prima il marito l’aveva ripudiata a sua insaputa. Come aveva fatto? Aveva prodotto un documento trasmesso dal Bangladesh che attestava lo scioglimento del matrimonio con la semplice pronuncia della triplice formula del ripudio (il Talaq). Come denuncia da tempo Anna Maria Cisint, coraggiosa ex sindaco di Monfalcone e ora eurodeputato della Lega, nei comuni di mezza Italia, specie se piccoli, ci sono decine di contratti di matrimonio islamici che contengono clausole contrarie all’ordinamento giuridico italiano e che gli uffici anagrafici spesso recepiscono senza battere ciglio. E soprattutto senza capire che con essi non solo si calpestano i diritti delle donne, ma si agevola la colonizzazione islamica e la sostituzione degli italiani e di quel che resta dei loro valori. Non a caso, la Cisint suggerisce che dei matrimoni degli immigrati islamici in Italia si occupino le rispettive ambasciate, che possono fare da filtro e sono anche giuridicamente più preparate dei piccoli Comuni.
Prima di dare via libera allo ius sarcinae bisognerebbe tenere a mente che il matrimonio islamico (nikah) è un contratto privato che deve essere reso pubblico nella Sharia. Si tratta di una pubblicazione che di solito consiste in una registrazione dell’atto privato in un tribunale amministrativo. I problemi nascono quando questi patti prevedono clausole contra legem in Italia e d’altra parte il ripudio è stato spesso dichiarato illegittimo in molte nazioni europee per contrarietà all’ordine pubblico. Mentre le clausole che possono dar luogo a maltrattamenti, violenze e abusi vari, di solito vengono scavalcate dalla legge italiana, che offre comunque tutela penale anche alle donne immigrate e, a quel punto, consente lo scioglimento del matrimonio. Infine, in questi contratti che alcuni comuni registrano prendendoli sotto gamba sono spesso consentiti non solo il ripudio islamico, ma anche la poligamia per il solo maschio. E ci sono anche clausole che permettono all’uomo di sposarsi con una donna di altra religione, mentre le donne naturalmente non possono fare altrettanto.
Il matrimonio islamico, se accettato senza guardarvi dentro, ha anche altri profili incostituzionali. Se viene contratto anche davanti a un ufficiale dello Stato civile, l’invalidazione del matrimonio civile viene ritenuta valida anche per gli effetti religiosi. Ma questo purtroppo succede molto di rado, perché di solito gli immigrati islamici si guardano bene dall’andare in Comune e il risultato è che le donne che vogliono il divorzio hanno pochissime possibilità di successo, perché quel vincolo non può essere sciolto dalle autorità italiane. Sono in una botte di ferro e spesso neppure lo sanno.
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Anna Maria Cisint
Il sindaco di Monfalcone e neo eurodeputato Anna Maria Cisint: «Le porte aperte causano tragedie. Il Consiglio di Stato che blocca gli aiuti alla Tunisia? È come dire “viva i trafficanti”. La nuova Commissione rivedrà le regole».
Il suo impegno nel contrastare l’illegalità l’ha portata a vivere sotto scorta della polizia. Anna Maria Cisint, sindaco di Monfalcone ed eletta europarlamentare in quota Lega alle Europee, da anni denuncia abusi e storture del mercato del lavoro che utilizza irregolari.
La fine disumana di Satnam Singh, il bracciante indiano lasciato morire dopo aver perso un braccio dal proprietario dell’azienda in cui lavorava in nero, mostra la piaga dello sfruttamento del lavoro ma non è anche l’ennesima, tragica conseguenza di arrivi illegali?
«Innanzitutto chiamiamolo per quello che è stato, un assassinio. Non si possono penalizzare tanti bravi piccoli imprenditori che lavorano in un sistema di concorrenza sleale voluto dall’Europa. Certo, il sistema deleterio delle porte aperte a tutti, del multiculturalismo, dell’accoglienza incondizionata che non è accoglienza ma che la sinistra vorrebbe ancora imporre agli italiani, porta tragedie come queste. La sinistra ha importato persone che saranno povere per sempre. Dei disperati».
Maria Grazia Gabrielli, segretario generale della Filcams Cgil nazionale, ha scritto in una nota che quanto è successo è «frutto del sistema del caporalato e dell’irregolarità in cui releghiamo migliaia di migranti che arrivano nel nostro Paese in cerca di speranza».
«Alla sinistra, che sfrutta occasioni di questo tipo per attaccare il governo sul respingimento dei clandestini, vorrei chiedere dov’era quando negli anni passati sono state fatte le regole d’ingaggio di immigrati anche irregolari, come arma di distruzione dei diritti dei lavoratori e dei piccoli imprenditori».
Non crede che sia difficile provare a fermare i migranti, se il Consiglio di Stato, accogliendo l’istanza cautelare presentata da una serie di Ong, ha bloccato l’invio di sei motovedette alla Tunisia? Proprio nei giorni in cui è stata formalizza la creazione di una zona di ricerca e soccorso (Sar) tunisina.
«Talvolta qualche decreto ha un odore ideologico e politico. È stato un provvedimento in via d’urgenza, assunto senza sentire le parti e mi pare abbastanza pericoloso quanto si è affermato, dal momento che abbiamo bisogno di bloccare alla partenza chi vuole venire in Europa. Non è un bel messaggio. La finalità deve essere il contrasto del traffico di esseri umani e il tentativo di neutralizzare gli scafisti, quindi è incredibile che dei giudici si contrappongano a scelte del governo».
È una manovra contro il piano Mattei?
«Se si blocca l’operazione di fornire al Paese di provenienza le attrezzature adeguate per arginare il fenomeno dell’immigrazione, è come dire: “Appoggio un flusso inarrestabile di irregolari, preferisco che ci siano i trafficanti”. Per fortuna, tra meno di un mese tutto verrà ridiscusso con un’altra Commissione e un altro presidente. Diciamo un’altra verità, oggi paghiamo anni e anni di nomine fatte dalla sinistra ai vertici istituzionali».
Il suo impegno è di contrastare l’illegalità e gli atteggiamenti di sottomissione e connivenza, che hanno portato in tutta Italia all’espansione e alla diffusione di strutture islamiche spesso fuori controllo.
«Non dobbiamo più prendere la migrazione come una fatalità, alla quale ci dobbiamo arrendere. Quello che accade è molto grave, è in atto un’islamizzazione e tra rispettare la legge italiana e quella coranica, se quella nostra è in contraddizione con la loro, essi scelgono la seconda. La sharia è arrivata in Italia, come ho segnalato alla trasmissione Fuori dal Coro e ha riferito anche La Verità. A Monfalcone il 75% delle donne musulmane porta il velo integrale, anche le bambine vanno a scuola così coperte. L’elenco è lungo. Occorre creare regole perché non sia facile arrivare e non ci si senta solo portatori di diritti. Va imposto, di adeguarsi al sistema di doveri e valori del Paese in cui un migrante decide di venire. Lo ripeto da sette anni e vengo ascoltata solo dagli ultimi due».
Lei denuncia l’esasperazione di cittadini.
«Sono sempre di più quelli che dichiarano di non sopportare questa invasione di irregolari. A Udine, Trieste, Mestre Marghera si sono costituiti comitati perché gli extracomunitari compiono reati di ogni tipo. La violazione dei diritti umani la stiamo subendo noi. Se penso ai nostri nonni che hanno perso la vita per il nostro Paese, e vedo come è stato ridotto, sono sempre più convinta che la mia deve essere una missione».
Da quanto è sotto scorta?
«Tre mesi. Da quando applicando la legge ho chiuso due moschee, perché questo erano, non dei centri culturali. Le minacce dal mondo islamico che ho ricevuto sono state davvero molto gravi, con anche video in cui mostravano come dovevo morire, con quali sofferenze e dopo essere diventata islamica».
Battaglierà a Strasburgo, ovviamente, per arginare la migrazione irregolare.
«Certo. E perché l’Europa ha dimenticato che siamo l’Occidente. La regola del divieto di respingimento va modificata, così pure l’onere della prova di essere sfuggito da una situazione che metteva in pericolo la tua vita. Non può bastare la semplice autocertificazione di essere perseguitato politico a spalancarti le porte d’ingresso e avere la residenza. Il problema non è ripartire i disperati tra i vari Stati, ma non farli arrivare».
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